di H. L. Heijkoop
Tratto da “Beginning with Christ” un libro che tratta diversi argomenti sotto forma di lettere indirizzate ad un giovane credente. Questo articolo affronta il tema della liberazione dalla potenza del peccato.
Introduzione
La condizione dell’uomo
A immagine e somiglianza di Dio
A immagine e somiglianza di Adamo
Non basta il perdono dei peccati
La risposta di Dio
L’ultimo Adamo
Morti con Cristo
Esperienza
Liberazione
Introduzione
Caro amico,
finalmente la tua coscienza ha trovato riposo nell’opera completa di Cristo. Hai confessato la colpa dei tuoi peccati davanti a Dio e hai creduto ciò che Egli ha detto riguardo al Signore Gesù e alla Sua opera. Ora sai che non dovrai più affrontare il giudizio e puoi dire con gioia che il Signore ha cancellato i tuoi peccati con il Suo sangue.
Tuttavia, da quello che dici percepisco che non hai una gioia reale. Forse hai gustato la gioia in passato, ma al momento non è così. Non devo chiederti il motivo, lo so per esperienza e la Parola di Dio me lo conferma.
Dentro di te sei molto scontento. Pensavi che la tua vita sarebbe stata del tutto diversa ora che sei salvato e che hai pace con Dio, ma ti sei reso conto che non è così. Ti passano per la mente i soliti pensieri peccaminosi, ritrovi nel tuo carattere gli stessi difetti che avevi prima della conversione, ti irriti e sei scortese come una volta! Giustamente senti che non dovrebbe essere così, Dio non può certo approvarti. Non vuoi comportarti così e ci provi, ma non c’è niente da fare, le cose vanno peggio piuttosto che meglio! Anzi, proprio quando credi che vada un po’ meglio, devi subito ricrederti. Hai pregato tanto perché il Signore potesse aiutarti ad avere la vittoria sul peccato, ma ciò non ti ha aiutato. Anch’io ho fatto la stessa esperienza nella mia vita. Dopo aver trovato pace nella mia coscienza, per due anni mi sono sentito così infelice che non osavo dire ad alcuno che ero salvato. Durante quel periodo mia madre, fra gli altri, mi diceva spesso che dovevo convertirmi, ma non avevo il coraggio di dirle che ero già convertito. Sentivo che non mi avrebbe creduto costatando come mi comportavo.
Ma come è possibile tutto ciò? Per un figlio di Dio non è una condizione normale che la sua vita non cambi dal momento della conversione, e che egli, anche se non vuole, continui a peccare rimanendo poi profondamente turbato!
Questo può accadere per due motivi:
- Non conosciamo o non comprendiamo il pieno significato dell’opera del Signore Gesù così come ce la spiega la Parola di Dio.
- Se abbiamo questa conoscenza non l’applichiamo a noi stessi e non la realizziamo nella nostra vita.
La condizione dell’uomo
Nella lettera precedente ti ho mostrato, facendo riferimento ai primi capitoli della lettera ai Romani, che tutti gli uomini sono peccatori e perciò colpevoli davanti a Dio. Ma è anche vero che chiunque riceve il Signore Gesù riceve il perdono delle sue colpe perché Dio lo giustifica. Perciò il peccatore convertito può dire: “Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Romani 5.1). Dio ha fatto tutto ciò che era necessario affinché l’uomo colpevole potesse essere salvato.
Tuttavia, il versetto 12 dello stesso capitolo di Romani presenta un altro soggetto. Non è più detto nulla in rapporto ai nostri peccati, ma è presentata la nostra condizione: “per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte” . Per quale motivo l’uomo non fa altro che peccare? Perché la sua natura, il suo cuore sono malvagi. “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?” (Geremia 17:9). “Perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo invidioso, calunnia, superbia, stoltezza”, dice il Signore Gesù (Marco 7:21-22). E ancora in Tito 3:3 l’apostolo Paolo ci dà un quadro della nostra condizione: “Anche noi un tempo eravamo insensati, ribelli, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella cattiveria e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda”.
A immagine e somiglianza di Dio
I versetti 12 a 21 di Romani 5 ci spiegano perché abbiamo questa natura peccaminosa. E’ a causa del fatto che siamo tutti discendenti di Adamo.
Adamo fu creato a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1:26; 5:1). “A immagine di Dio” si riferisce alla posizione acquisita dall’uomo nella creazione. Come economo di Dio egli rappresenta Dio sulla terra, e come tale era a capo della creazione terrestre. Benché molte cose siano cambiate in conseguenza della caduta e della condizione di confusione che ne seguì, Adamo, e l’uomo in genere come suo successore, sono sempre l’immagine di Dio nella creazione di Dio: “… l’uomo, non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio” (1 Corinzi 11:7).
“A somiglianza di Dio”, si riferisce alla purezza e all’innocenza di Adamo. C’era una conformità morale della creatura al Creatore, ma purtroppo questo stato non durò a lungo. Adamo trasgredì il comandamento di Dio, perse la sua purezza e divenne un peccatore colpevole. Dopo la caduta di Adamo non è più detto né di lui né dei suoi discendenti che erano a somiglianza di Dio. Questa espressione è limitata alla creazione (Genesi 1:26; 5.1; Giacomo 3:9 ).
A immagine e somiglianza di Adamo
Il capitolo 5 del libro della Genesi è molto chiaro su questo soggetto. Al versetto 1 leggiamo che Dio creò l’uomo a somiglianza di Dio. Ma al versetto 3 quando Adamo ha un figlio, questo figlio è “a sua somiglianza, a sua immagine”. A somiglianza di un peccatore colpevole, di una creatura decaduta, lontana da Dio. Perciò ogni figlio che nasce, è già dalla nascita una persona peccatrice perché ha la natura dei suoi genitori.
Giobbe espresse questo pensiero: “Chi può trarre una cosa pura da una impura? Nessuno” (14:4); Davide disse: “Ecco, io sono stato generato nell’iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato” (Salmo 51:5). In Romani 5:12-21 la conclusione di queste constatazioni è che per mezzo dell’offesa di Adamo i molti sono morti, poiché la morte ha regnato in seguito all’offesa di Adamo (versetti 15, 17); le conseguenze dell’offesa di Adamo si sono estese a tutti gli uomini per condannarli (versetto 18); e a causa della disobbedienza di Adamo tutti i suoi discendenti sono stati resi peccatori (versetto 19). In altre parole, la condizione di ogni uomo che nasce è come quella del suo antenato Adamo dopo la caduta: un peccatore in attesa della morte, scacciato dal giardino di Eden e dalla presenza di Dio.
Questo passo ci presenta la condizione dell’uomo e non i peccati che egli ha commesso. Ancor prima che un uomo commetta un solo peccato, la sua condizione è quella di un peccatore condannato a morire. Non significa che la nascita lo rende colpevole, egli è reso colpevole dai peccati che commette. In Apocalisse 20:12 vediamo che i morti furono giudicati secondo le loro opere, e non in base alla loro condizione. Tuttavia la condizione dell’uomo lo rende inadeguato a raggiungere il cielo. Dio, alla Sua presenza, non può tollerare una persona che abbia una natura peccatrice. Dio, che è santo, deve allontanare per sempre dalla Sua presenza una persona con una tale natura. Dio, che “è luce, e in lui non ci sono tenebre” (1 Giovanni 1.5), non può ammettere alla Sua presenza qualcuno che sia “tenebre” (Efesini 5:8). Egli deve gettarli “nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridore di denti” (Matteo 8:12; 22:13). Perciò se il Signore Gesù non avesse compiuto l’opera di redenzione, nessun uomo potrebbe raggiungere il cielo, nemmeno i bambini che muoiono subito dopo la nascita e non hanno ancora commesso un solo peccato.
Non basta il perdono dei peccati
Da questo deriva che non è sufficiente avere il perdono dei peccati. Se il Signore Gesù si fosse caricato di tutti i miei peccati alla croce e non avesse fatto altro per me, non sarei più condannato a causa dei miei peccati, ma sarei in ogni caso perduto per l’eternità. Dio può perdonare i peccati, ma non può perdonare una natura malvagia e peccatrice. Dio ha dato all’uomo la possibilità di dimostrare se c’era qualcosa di buono in lui. C’era stata la possibilità prima del diluvio, quando Dio non aveva ancora dato un solo comandamento o una sola proibizione e, dopo il diluvio, quando Dio aveva istituito il governo per frenare il male (Genesi 9:5-6). Poi scelse Israele come Suo popolo, gli diede i Suoi statuti e i Suoi ordini e nella Sua bontà venne ad abitare in mezzo a loro: “le osserverete dunque e le metterete in pratica… Qual è infatti la grande nazione alla quale la divinità sia così vicina come è vicino a noi il Signore…” (Deuteronomio 4:6-8). In seguito Egli diede loro giudici, profeti e re. Li educò sotto la Sua disciplina, e infine Egli stesso “Dio manifestato in carne” venne sulla terra in grazia. “Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe” (2 Corinzi 5:19). Ma cosa accadde? “E’ venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto” (Giovanni 1:11). L’uomo era così malvagio che rifiutò persino Dio che si era rivelato in grazia nel Figlio suo, e lo condusse alla croce. In quell’occasione fu evidente che l’uomo era del tutto malvagio e senza speranza, e che Dio non poteva far altro che condannarlo.
E’ per questo motivo che il Signore Gesù in Giovanni 3 non dice: “Se i peccati di un uomo non sono perdonati non può vedere il regno di Dio”, ma piuttosto: “Se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio”.
La risposta di Dio
In Romani 5:12-21 troviamo la risposta divina a questo problema. Il primo uomo, il primo Adamo, ha esteso la posizione di peccato, acquisita dopo la sua caduta, a tutti coloro che appartengono alla sua famiglia, cioè a tutti gli uomini che nascono. Poi Dio ha mandato sulla terra il Signore Gesù, il Secondo Uomo, l’Ultimo Adamo (1 Corinzi 15:45-47), affinché Egli potesse trasmettere la vita e la posizione da Lui acquisita, dopo aver completato la Sua opera alla croce, a tutti coloro che sono uniti con Lui. Sorge ora la domanda: Di che posizione si tratta? Il Signore Gesù ha portato i nostri peccati alla croce sotto il giudizio di Dio (1 Pietro 2.24). Ma questo non è tutto, Romani 8:3 ci dice che “Dio… mandando il proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e, a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne”. E ancora in 2 Corinzi 5:21 leggiamo: “Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui”. Questi due passi non prendono in considerazione i nostri peccati ad uno ad uno, le nostre azioni malvagie, ma piuttosto il peccato – l’origine del male, la sorgente dei peccati, la nostra natura malvagia – . Romani 8:3 parla di “carne di peccato” e di “peccato nella carne”. Queste espressioni sono usate nei capitoli da 5 a 8 della lettera ai Romani e stanno ad indicare la nostra natura malvagia.
In questi passi è detto che quando il Signore era sulla croce, Dio lo ha fatto essere peccato. Così il Signore Gesù alla croce, non solo si caricò dei nostri peccati, ma gli fu fatto prendere il posto della nostra natura peccatrice. Là Dio giudicò il peccato su Colui che non aveva conosciuto peccato. Il giudizio di Dio sulla natura peccatrice dell’uomo e sulle sue azioni peccaminose fu versato sul Signore Gesù. Per questo il Signore morì e fu sepolto.
L’ultimo Adamo
Ma la potenza di Dio Lo risuscitò dai morti (Efesini 1.20). E’ questa la prova che la giustizia di Dio è stata completamente soddisfatta, sia nel giudizio sui nostri peccati che sulla nostra natura peccatrice. Il Signore Gesù è risuscitato e il giudizio è passato. Ora Egli sta davanti a Dio in una nuova posizione, quella di Colui che ha pienamente subito il giudizio sui peccati e sul peccato, ma che è stato risuscitato da Dio stesso e che ora gusta la vita di risurrezione. Questa è la posizione del Secondo Uomo, l’Ultimo Adamo, quando divenne il Capo di una nuova famiglia, la famiglia di Dio.
Romani 5:12-21 ci dice che chiunque è unito a Lui è con Lui partecipe di questa posizione: “La grazia di Dio e il dono della grazia proveniente da un solo uomo, Gesù Cristo, sono stati riversati abbondantemente su molti” (v. 15). L’atto di favore giustifica molte trasgressioni (v. 16). Coloro che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di Gesù Cristo (v. 17). L’opera del Signore Gesù ha come risultato la giustificazione che dà la vita, e grazie alla Sua obbedienza, i molti saranno resi giusti (v. 18-19). La grazia regna mediante la giustizia a vita eterna (v. 21). Se ci siamo identificati con lui nella sua morte, lo saremo anche in risurrezione (Romani 6:5). Efesini 2:5-6 va ancora oltre: “Quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo… e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù”.
Quindi l’opera del Signore Gesù significa per noi molto più del perdono dei peccati. Quando un peccatore va a Dio e gli confessa i suoi peccati e crede nel Signore Gesù, Dio lo trasporta nella famiglia di Dio, allora egli appartiene al Signore Gesù. L’opera di Cristo è considerata a suo vantaggio. Questo significa che la punizione dei suoi peccati (cioè le azioni cattive) è stata subita dal Signore alla croce e essi sono stati cancellati. Anche la sua natura peccatrice è stata giudicata ed è morta in Cristo alla croce. Ora egli è partecipe nella risurrezione di vita del Signore Gesù. L’Ultimo Adamo (Spirito Vivificante – 1 Corinzi 15:45) ha soffiato su di lui rendendolo partecipe della Sua risurrezione di vita (Giovanni 20:22). Egli possiede la vita eterna, il Signore Gesù Stesso (Giovanni 3:15-16; 1 Giovanni 1:1-2; 5:11-13, 20).
Morti con Cristo
Quando abbiamo capito questo fatto, non cerchiamo più di migliorare noi stessi. Ci rendiamo conto che è impossibile migliorare ciò che Dio ha reputato senza speranza. Sappiamo anche che Dio ci ha portati nella morte in Cristo alla croce. Confessiamo ciò nel battesimo, essendo stati battezzati nella sua morte, e sepolti con Lui mediante il battesimo nella Sua morte (Romani 6:3-4). (Questa verità risulta meno chiara quando il battesimo avviene per aspersione anziché per immersione). Sappiamo che Dio ci vede nella nostra nuova vita che non può peccare e non peccherà. Anche noi ci vediamo allo stesso modo, ci consideriamo “morti al peccato e viventi a Dio in Cristo Gesù” (Romani 6:11).
Non troviamo mai l’insegnamento a dover lottare contro il peccato che è in noi stessi. Piuttosto dovremmo fare il contrario. Dobbiamo considerarci morti a esso (Ebrei 12:4 non parla del peccato che dimora in noi, cioè della nostra natura peccatrice, ma del peccato che è nel mondo e che è in inimicizia con noi). Certamente il peccato che è in noi si farà sentire, vuole dimostrare che è sempre vivo, ma noi non dobbiamo permetterlo. Non dobbiamo ascoltarlo, ma piuttosto guardare al Signore Gesù. Quando il peccato è all’opera nel mio cuore e vuole attirare la mia attenzione non devo prestare attenzione, devo rivolgere i miei pensieri al Signore Gesù. Nel momento stesso in cui farò così non penserò più al peccato. Fissando il mio pensiero sul Signore Gesù la nuova vita potrà manifestarsi in me. “E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2 Corinzi 3:18).
Se faccio queste cose lo Spirito Santo che dimora in me, intraprenderà la battaglia contro la carne (natura peccatrice) (Galati 5:17). Questo non è compito nostro, noi facciamo conto di “essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù” (Romani 6:11).
Esperienza
Perché allora molti credenti soffrono sotto la potenza del peccato proprio come ho detto all’inizio di questa lettera? E come mai non esiste chi non abbia sperimentato personalmente questa condizione e la battaglia ad essa legata? Non è vero, come si dice talvolta, che questa lotta debba continuare per tutta la vita del credente. Grazie al Signore non è così. Il Signore ha riportato la vittoria su Satana e sul peccato. Chiunque sia unito a Lui, può restare saldo in libertà: “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi, state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù… Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne… Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (Galati 5:1, 13, 16), e potete vivere una vita di vittoria (Romani 8:1-4). Chiunque mantenga la visuale di Romani 8:1-11 come una realtà pratica è libero dalla potenza di Satana, del peccato e della morte. Egli produce il frutto dello Spirito, “Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c’è legge” (Galati 5:22-23), e in lui saranno adempiute le esigenze della legge: “Affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito” (Romani 8:4).
Ciascuno di noi conosce questa battaglia perché la liberazione si può conoscere solo per esperienza diretta.
Quando qualcuno si converte vede i suoi peccati ed è occupato di essi poiché il giudizio di Dio è davanti a lui. Egli riceve la nuova vita ed ha una volontà rinnovata che desidera servire Dio. Egli ricerca la volontà di Dio e vuole compierla come se fosse una legge. In questo modo impara a conoscere la sua natura peccatrice, la sua condizione naturale. Il capitolo 7 della lettera ai Romani ci descrive questa esperienza.
Nei primi quattro versetti troviamo l’insegnamento, la visuale. Noi siamo morti rispetto alla legge e siamo uniti a un altro uomo, a Cristo risuscitato. I versetti 5 e 6 ci trasportano dalla dottrina all’esperienza.
La prima esperienza è che la legge non ha potere. E’ santa, è giusta, è buona. Era “per la vita”, perché “l’uomo che la osserverà vivrà”. Ma nella mia esperienza ho imparato che essa mi produce morte, poiché i suoi comandamenti hanno risvegliato nel mio cuore la concupiscenza, e la legge vieta la concupiscenza.. Infine mi conduce alla vera conoscenza della mia vecchia natura: “Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene” (versetto 18).
Tuttavia , il fatto che io desideri compiere il bene, anche se faccio il male che odio, mi porta a fare una distinzione fra “l’Io” che vuole fare il bene, che si compiace nella legge di Dio, secondo l’uomo interiore (v. 22), e il peccato che è in me che mi spinge a fare il male (v. 20). Giungo alla conclusione che sono prigioniero del peccato che abita in me. E’ la “legge del peccato”; una regola stabilita che mi fa peccare, non posso fare nulla contro di esso – sono suo schiavo!
Lo Spirito Santo mi fa scoprire che sono irrimediabilmente rovinato ed esclamo: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (v. 24). Ma la Parola di Dio ci dà subito la risposta al versetto 25: “Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!”
Liberazione
Sono liberato da questo corpo di morte! E’ stato giudicato in Cristo alla croce (v. 3). Non vivo più io, ma è Cristo che vive in me (Galati 2:20). Io sono in Cristo e perciò sono nella stessa posizione che Egli ha preso ora dopo la Sua risurrezione. Per me non c’è più condanna (Romani 8:1). Lo Spirito Santo ha prodotto in me una nuova vita, una vita che non pecca, che non può peccare, che è in armonia con il Suo Artefice (Giovanni 3: 5, 6). Inoltre lo Spirito Santo, come persona, vive in me ed è la potenza che consente alla nuova vita di agire secondo il suo carattere (1 Corinzi 6:14; Giovanni 4:14; 7:38, 39). Inoltre è lo Spirito che lotta contro la carne (Galati 5:17). Perciò “la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Romani 8:2 – paragonare con Romani 7:23). Non cammino più nella carne (la mia vecchia natura), ma nello Spirito. Come caratteristica della mia nuova posizione possiedo la vita che lo Spirito Santo ha prodotto in me tramite la nuova nascita (Giovanni 3), ed Egli dimora in me (Romani 8:9). Di conseguenza io appartengo a Cristo e quindi sono un Cristiano.
Questa è la normale condizione del credente:
Libero da Satana, dal peccato e dalla morte.
Libero di servire Dio.
Libero di avere gioia completa in continua comunione con Dio (1 Giovanni 1:3-4).
Che il Signore ci accordi di essere costantemente in questa condizione.
Ti saluto affettuosamente, tuo fratello nel Signore Gesù