La storia di Anna – (1 Samuele capitoli 1 a 3)

di Cesare Casarotta

Primo libro di Samuele capitoli da 1 a 3.

La storia è ambientata nel periodo dei Giudici. Un uomo di nome Elcana aveva due mogli: una si chiamava Anna e l’altra Peninna.
Ogni anno tutta la famiglia saliva a Silo, per andare ad adorare Dio e offrirGli dei sacrifici; a Silo c’era la tenda di convegno con gli arredi del tabernacolo e il sacerdote  (Giosuè 18:1).
Nella famiglia c’era un problema: Peninna aveva dei figli e Anna era sterile. Sappiamo bene che, per una donna, la sterilità può costituire un problema, soprattutto lo era al tempo di questa storia, in Israele, dove la sterilità era considerata un segno della mancanza di benedizione divina (Deuteronomio 7:14 e 28:11).
Elkana amava Anna, benché fosse sterile, e lo testimonia il fatto che le dava una parte doppia del sacrificio offerto. Questo alimentava la rivalità di Peninna, che “mortificava continuamente Anna per amareggiarla, perché il Signore l’aveva fatta sterile” (1 Samuele 1:5).
Un disagio profondo, una situazione veramente penosa per Anna. Dal racconto si capisce che la cosa era proprio abituale: “Così avveniva ogni anno; ogni volta che Anna saliva alla casa del SIGNORE, Peninna la mortificava a quel modo; perciò lei piangeva e non mangiava più” (1:7). Quella che, nel pensiero di Dio, doveva essere un’occasione di gioia, si tramutava immancabilmente in un momento di tristezza e dolore.
Il marito abbiamo detto che l’amava (v.5), tuttavia forse non riusciva a comprendere fino in  fondo il suo stato di abbattimento. Le sue domande a raffica, in qualche modo, lo testimoniano. Rivolgendosi a sua moglie, le diceva: “Perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore?” (1:8). Leggendo il testo, ci sorge spontanea una domanda: c’è da chiedere il perché? In effetti, lui pensava addirittura di essere in grado di colmare il vuoto causato dalla sterilità! Come ci sentiamo, quando soffriamo per un problema serio e qualcuno lo minimizza, ci dice di pensare ad altro, ci dice che dovremmo essere contenti di quello che abbiamo? Come ci sentiamo se le persone che hanno questo atteggiamento sono quelle a noi più vicine, quelle che ci dovrebbero capire meglio?
Con ragione, Anna avrebbe potuto pronunciare una frase che, ahimè, oggi è molto di moda nella vita di coppia: “Nessuno mi capisce!” Mortificata, sbeffeggiata dalla rivale, incompresa dal marito… quante ragioni per essere amareggiata nello spirito!
Come trovare una soluzione, in una circostanza simile? Come liberare il cuore da un peso tanto difficile da sopportare? Per Anna, il rimedio era più a portata di mano di quanto potesse immaginare: si alza e si dirige all’entrata del tempio dove stava seduto il sacerdote Eli. La Bibbia ci dice che “Lei aveva l’anima piena di amarezza e pregò il SIGNORE dirottamente” (1:10). Che cosa fare, quando l’anima è piena di amarezza? Pregare con grande insistenza.
Che tipo di preghiera ha rivolto Anna a Dio? Una preghiera che conteneva un voto. Ella dice: “O SIGNORE degli eserciti, se hai riguardo all’afflizione della tua serva e ti ricordi  di me, se non dimentichi la tua serva e dai alla tua serva un figlio maschio, io lo consacrerò al SIGNORE per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sulla sua testa” (1:11). Da una lettura superficiale, potrebbe sembrare quasi un baratto, una richiesta fatta per rimuovere la sua umiliazione ma, se riflettiamo, non è così. Sicuramente, per lei sarebbe stato molto penoso sopportare quella situazione di sterilità, ma l’impegno che si prende con Dio quanto le sarebbe costato! Chi può misurare la sofferenza di doversi staccare da un figlio tanto desiderato e infine ricevuto? E c’è di più: non chiede che la sterilità venga rimossa, che le venga concesso di partorire numerosi figli e di donarne uno, il primo, al SIGNORE, ma si impegna perché quell’unico figlio, se ricevuto, sia consacrato a Dio per tutta la sua vita. Possiamo dire che la preghiera di Anna è la preghiera della fede. Non ha soltanto il vivo desiderio di essere liberata da una prova che stava sopportando da anni, ma ha in vista la gloria di Dio. Era come se nel suo intimo sentisse l’importanza di quel bambino e del servizio che avrebbe reso  a Dio.
La sua preghiera si prolungava e il sacerdote Eli osservava la sua bocca, perché “parlava in cuor suo e si muovevano soltanto le sue labbra” (1:13). A questo punto il sacerdote fa una deduzione alquanto superficiale e avventata: crede che sia ubriaca e la rimprovera dicendo: “Quanto durerà questa tua ubriachezza? Va’ a smaltire il tuo vino”! (1:14)
Terribile essere scambiati per ubriachi, quando si è angosciati! Essere incompresi, proprio da chi dovrebbe possedere le qualità spirituali per incoraggiarci, sostenerci, pregare con noi, piangere con noi! Una mortificazione che si aggiunge alla mortificazione. Anna, nonostante lo stato d’animo abbattuto, non risponde in modo irritato o stizzito, mantiene un atteggiamento umile e rivela la causa della sua angoscia: è “una donna tribolata nello spirito” che stava “aprendo il cuore davanti al SIGNORE”. Lei ha aperto il suo cuore davanti a Dio; anche noi oggi possiamo mettere a nudo la nostra anima davanti a Lui, avendo accesso al trono della grazia. Poi Anna svela in maniera più dettagliata i suoi sentimenti: “l’eccesso del mio dolore e della mia tristezza mi hanno fatto parlare fino ad ora” (1:16). Il mio dolore, la mia tristezza rivelano qualcosa di personale; il libro dei Proverbi ci ricorda che “il cuore conosce la propria amarezza” (Proverbi 14:10), ma è una grazia pensare che questa tristezza, forse sconosciuta e non compresa dagli altri, è perfettamente conosciuta da Dio e può essere deposta ai Suoi piedi. A noi può sembrare un eccesso, ma abbiamo davanti Colui che è disposto ad ascoltarci senza limiti di tempo, di parole o quando si muovono solo le labbra. A volte non riusciamo neanche ad esprimere in parole i nostri sentimenti, ma Lui conosce pienamente l’amarezza del nostro cuore.
Di fronte ad una tale confessione, Eli augura ad Anna l’esaudimento della sua preghiera della quale, per il momento, non rivela il contenuto. A questo punto avviene una cosa sorprendente: Anna riprende a mangiare e “il suo aspetto non fu più quello di prima” (1:18). Quale potente effetto ha la preghiera, solo per aver deposto davanti a Dio quel peso così grande che gravava sul suo cuore! Che cosa era cambiato? Nulla. Erano passati pochi istanti e di certo non aveva ottenuto l’esaudimento della sua preghiera, ma vediamo quale potente effetto produce rivolgersi al trono della grazia: si ricevono misericordia, pace e calma per proseguire il cammino.
Tornati a casa, Dio esaudisce la preghiera di Anna, che concepisce e partorisce un figlio. Evidentemente Anna, in questo momento, ha comunicato al marito il voto che aveva fatto a Dio. E’ importante considerare, in questa fase, anche l’accordo del marito. Sappiamo che in Israele, quando una donna sposata faceva dei voti all’Eterno, il marito, venuto a conoscenza della cosa, poteva annullare l’impegno. Non è stato questo il caso, e questo dimostra che era stata ritrovata una bella sintonia nella coppia. Nasce Samuele, che porta questo nome perché “è stato chiesto al SIGNORE”. Anna chiede al marito di non salire a Silo, per il sacrificio annuale, finché il bambino non fosse stato divezzato, ed Elcana si mostra d’accordo anche su questo. Arrivato il momento dello svezzamento, Anna si reca a Silo con il marito: portano un’offerta per Dio e il loro  piccolo Samuele. Anna ricorda ad Eli la sua storia e conclude dicendo: “Pregai per avere questo bambino; il SIGNORE mi ha concesso quel che io gli avevo domandato. Perciò anch’io lo dono al SIGNORE; finché vivrà egli sarà donato al SIGNORE. E si prostrò là davanti al SIGNORE” (1:27-28).
Anna adempie il voto: ridona al SIGNORE il dono che ha ricevuto. Ella riconosce che ogni cosa viene da Dio e che noi possiamo dare solo quello che dalla sua mano abbiamo ricevuto (1 Cronache 29:13).
A questo punto accade qualcosa di meraviglioso: Anna prega di nuovo ed un cantico sgorga dalle sue labbra. Fermiamoci un momento. Nel luogo stesso dove qualche anno prima aveva pianto, c’è l’esultanza. Ella esclama: “Il mio cuore esulta nel SIGNORE” (2:1), proprio là dove “parlava in cuor suo e si muovevano soltanto le sue labbra, ma non si sentiva la sua voce” (1:13), ora la sua bocca prorompe in un cantico. Dio può fare questo. Dopo le lacrime e l’amarezza, agisce e porta la gioia. Questa donna può rivolgersi a Dio dicendo che gioisce nella sua salvezza.
Non entriamo in tutti i dettagli di questo cantico, ma è meraviglioso considerare come questa donna esalti Dio dichiarandone la santità: “Nessuno è santo come il SIGNORE” (2:2). Dire che Dio è santo significa riconoscere la Sua maestà, la Sua unicità; poi Egli è “la rocca”, che ci parla di sicurezza, di stabilità e del fatto che è immutabile. Poi vengono evidenziate la Sua onniscienza e la Sua giustizia: “Il SIGNORE è un Dio che sa tutto e da Lui sono pesate le azioni degli uomini” (2:3). Sottolineiamo ancora qualche espressione di questo cantico. Anna dice: “La sterile partorisce sette volte” (2:5), non perché ella chieda di avere sette figli, ma perché esalta quello che Dio è in grado di fare, Egli può donare in abbondanza anche quando il grembo è sterile. Loda poi l’onnipotenza di Dio: “Il SIGNORE fa morire e fa vivere; fa scendere nel soggiorno dei morti e ne fa risalire. Il SIGNORE fa impoverire e fa arricchire, egli abbassa e innalza” (2:6). Dio è Colui che sta vicino a chi è oppresso e umile di spirito ed è in grado di fare cose meravigliose. “Alza il misero dalla polvere e innalza il povero dal letame, per farli sedere con i nobili, per farli eredi di un trono di gloria” (2:8). Siamo ormai all’epilogo della storia: Samuele è consacrato all’Eterno e inizia il suo servizio davanti al SIGNORE. Finché era bambino, Anna visitava Samuele ogni anno, in occasione del sacrificio annuale e gli portava una piccola tunica. “Eli benedisse Elcana e sua moglie” e disse: “Il SIGNORE ti dia prole da questa donna, in cambio del dono che lei ha fatto al SIGNORE”(2:20). Dio non resta mai debitore, si ricorda di Anna, che concepirà e partorirà tre figli e due figlie, in totale sei figli, con Samuele. Questa storia, iniziata con mortificazione, amarezza, incomprensione e lacrime, termina con gioia, prosperità e riconoscenza.
Questo ci fa capire come Dio sia capace di cambiare, di ribaltare le situazioni, anche quando sono disperate. Possiamo toccare con mano quale arma potente sia la preghiera, soprattutto la preghiera di un cuore rotto che non riesce neppure a far sentire la sua voce, perché Dio conosce i nostri cuori ed i nostri bisogni. Anche nelle situazioni più difficili, la preghiera della fede va oltre la richiesta di liberazione e ha come scopo la gloria di Dio. Dio ascolta, risponde, manifesta la Sua potenza ed è capace di donare ciò che gli viene chiesto. L’anima che riceve il dono tanto desiderato gioisce, si rallegra ed esalta Dio in tutti i Suoi attributi. Possiamo concludere citando il versetto 9 del Salmo 113: “Fa abitare la sterile in famiglia, quale madre felice tra i suoi figli. Alleluia”.