1200 giorni con Gesù – una straordinaria esperienza di vita

Prefazione

1200 giorni. È soltanto un calcolo approssimativo del tempo che i dodici discepoli hanno trascorso col Signore. I discepoli erano uomini come noi. I loro sbagli sono anche i nostri. Nostri sono i loro dubbi, gli errori, le paure, le delusioni. Ma anche le loro vittorie possono essere le nostre se siamo discepoli fedeli che seguono il Signore e lo amano. La loro natura non differiva dalla nostra, e il Signore, nostro e loro, è sempre lo stesso. La misericordia, la compassione, il sopporto che ha avuto per loro, ce l’ha anche per noi. Anche noi possiamo godere la sua comunione, nutrirci delle sue parole, fare con Lui delle esperienze che hanno la stessa capacità di stupire di quelle che i discepoli hanno fatto.

È evidente che nelle loro relazioni col Signore, il contrasto fra le loro debolezze umane e l’incomparabile grandezza del divino Maestro non poteva non emergere. La distanza era abissale. Ma proprio per questo contrasto, quel tempo relativamente breve trascorso in sua compagnia fu per loro ricchissimo di esperienze spirituali profonde e a volte sconvolgenti.

Noi viviamo in una situazione molto diversa dalla loro, ma non siamo meno privilegiati. Il Signore non l’abbiamo visto, è vero, ma lo amiamo come se l’avessimo visto. “Credendo in lui – dice Pietro – esultiamo di gioia ineffabile e gloriosa”, sebbene continuiamo a non vederlo. Attraverso la lettura del Vangelo, la preghiera e il servizio, la sua presenza diventa viva e vera, concreta come lo era a quel tempo.

Tutto questo perché, quand’è tornato in cielo, il Signore non ci ha lasciati soli come degli orfani. Lo Spirito Santo, col quale ogni credente è “sigillato”, è una persona divina che ha il compito di glorificare Cristo in noi, di farci capire quanto il nostro Salvatore sia grande e glorioso, e di aiutarci ad onorarlo come Signore della nostra vita. Ma ha anche il compito di darci delle certezze, di attestare, “insieme col nostro spirito, che siamo figli di Dio” (Romani 8:16).

Parliamo spesso del prezzo che i discepoli hanno pagato nel seguire un Signore misconosciuto e respinto, ma rara mente mettiamo in evidenza l’immenso privilegio che hanno avuto. Pur portando scritto sulle loro fronti l’obbrobrio di Cristo, hanno vissuto con Lui situazioni indimenticabili e momenti di gioiosa comunione. Gli hanno fatto domande e hanno udito le sue risposte. Hanno potuto percepire anche solo dal suo sguardo i sentimenti che lo animavano, la pazienza, l’amore, la compassione; e qual che volta la tristezza della delusione.

La “misura” del Signore Gesù non era paragonabile a quella delle altre persone. Il confronto coi dottori della Legge o con gli scribi e i farisei non poteva reggere. Ogni suo comportamento aveva motivazioni reali e profonde, e manifestava la sua gloria divina. Non una delle sue paro le era ovvia o inutile. La perfezione del suo Essere e del suo carattere si scontrava giornalmente con la limitatezza degli uomini, la loro incoerenza, la mutabilità dei pensieri e dei giudizi, l’instabilità dei sentimenti. E ogni volta ne risultava un quadro di equilibrio e coerenza di sorprendente bellezza.

E i discepoli erano lì, davanti a Lui, intorno a Lui. Quando parlava, pendevano dalle sue labbra, quando compiva miracoli, assistevano meravigliati. Anzi, fu proprio in occasione di un miracolo, quello alle nozze di Cana, che “credettero in Lui” (Giovanni 2:11). Ancora oggi, tutti noi che lo amiamo siamo ammirati da tanta potenza e da tanta grazia.

Capitolo 1

Chiamata e risposta

“Fedele è Colui che vi chiama” (1 Tessalonicesi 5:24)

– Venite dietro a me

– A proposito di risposte e di scelte

– Fede e ubbidienza

“Venite dietro a me”

I discepoli di Giovanni Battista avevano sentito dire dal loro maestro che Gesù era “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1:29). Cosa significasse “agnello” lo sapevano certamente. Agnello era una vittima, un sacrificio. Ma quella frase “che toglie il peccato del mondo” era piuttosto complicata. Il giorno dopo, Giovanni incontra di nuovo Gesù e nuovamente lo definisce “l’Agnello di Dio”! A quel punto due suoi discepoli gli vanno incontro, gli parlano, e lasciano Giovanni per segui re Lui (1:37). Giorno memorabile! Quell’Uomo straordinario era proprio come il loro maestro l’aveva descritto, così grande da non sentirsi degni nemmeno di sciogliergli il legaccio dei calzari (1:27).

Camminando sulla riva del mare di Galilea, il Signore vede due fratelli, Simone e Andrea, che stanno gettando le reti. Si ferma e li chiama: “Venite dietro a me e vi farò pesca tori di uomini” (Matteo 4:18-19). Un invito e una promessa. Bisognava rispondere “sì” o “no”. La chiamata di Gesù li obbligava a fare una scelta, immediata, senza dilazione. Anche Giacomo e Giovanni, che col padre Zebedeo rassettavano le reti, rispondono alla chiamata di Gesù. E il padre? E il lavoro? Quanto pensate che valessero per quegli uomini semplici gli affetti, la professione, il guadagno? “Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono”!

 A questo punto apro una parentesi. Qui sto parlando di una chiamata speciale, quella rivolta ai dodici discepoli; ma possiamo dire che, per quanto riguarda la salvezza, Dio chiama tutti gli uomini. Un giorno nella vita di ognuno c’è sicuramente un appello di Dio. Chi legge la Bibbia vede chiaramente che la chiamata di Dio al pentimento e alla fede ricorre decine di volte. Essa è come scritta a lettere cubitali dalla prima all’ultima pagina e non ha bisogno di spiegazioni teologiche né di ragionamenti filosofici. Ma per chi non ha mai avuto la possibilità di conoscere le Scritture c’è un altro modo attraverso il quale Dio si rive la, ed è la creazione. Nelle sue straordinarie opere, “la sua eterna potenza e divinità” (Romani 1:20) sono talmente evidenti che nessun essere umano, fosse pure un selvaggio, può negare l’esistenza di un Creatore onnipotente. Non solo, ma la sua immensa grandezza fa risaltare la piccolezza dell’uomo, e la sua perfezione mette molto bene in evidenza il suo stato di peccato.

C’è anche la coscienza che accusa il peccatore (Romani 2:14-15), ma può essere indurita e falsata, e quindi scarsa mente attendibile come punto di riferimento. Insomma, Dio ama la sua creatura e vuole salvarla, e Cristo ha pagato per il peccatore che si pente, in qualunque epoca e in qualunque contesto sia vissuto. Ha pagato per me e per voi.

Ma torniamo ai discepoli. La rapidità della loro decisione è sorprendente. Avrebbero potuto chiedere del tempo per riflettere, e la cosa non ci avrebbe stupiti. “Signore, ti seguirò, ma prima…”, diranno altri. No. La loro pronta risposta è quella di persone che hanno intuito, prima ancora che il Signore lo insegnasse, che chi ha messo mano all’aratro e poi volge lo sguardo indietro “non è adatto per il regno di Dio”. Una decisione di uomini disposti a lascia re che i morti seppelliscano i loro morti (Luca 9:60-62) per seguire il Principe della vita.

La prospettiva di diventare “pescatori di uomini”, compagni di un profeta che poteva essere il Messia tanto atteso, ha certamente contribuito a quella risposta immediata. Ma qualcosa era già maturato in loro. Andrea lo aveva già riconosciuto come Messia e lo aveva indicato come tale a suo fratello Simone (Giovanni 2:41). Il Battista aveva par lato di Lui, l’aveva preannunciato al popolo e aveva detto di aver visto lo Spirito scendere e fermarsi su di Lui sotto forma di una colomba.

La chiamata del Signore a seguirlo non era come quella di tanti uomini in cerca di proseliti, di adepti, di compagni di partito. Chiamate vuote di contenuti reali, con promesse quasi sempre false e prospettive incerte. La sua era rassicurante e gratificante, suscitatrice di entusiasmi. La sua autorità, poi, era così forte che in quelle poche parole già si poteva intravedere un futuro di ricche benedizioni, l’immenso vantaggio di quel rapporto privilegiato con Dio di cui l’anima d’ogni uomo ha assoluto bisogno e al quale dovrebbe aspirare.

Per quelli che temevano Dio e anelavano al compimento delle sue promesse c’era in Gesù un’attrazione irresistibile, una personalità senza confronti. Davanti a loro c’era nientemeno che l’“immagine del Dio invisibile”, lo “splendore della sua gloria e l’impronta della sua essenza” (Colossesi 1:15, Ebrei 1:3). Nell’apparenza, era un uomo come gli altri, vestito come loro, con le stesse necessità che la vita quotidiana impone. Ma chi amava Dio, trovandosi davanti a Lui, riusciva a vederlo come circondato da un’aura di trascendenza, a sentire un’influenza divina attraverso il suo agire e il suo parlare. Gesù era “Dio manifestato in carne”! Se per la maggioranza dei suoi concittadini “non aveva né forma né bellezza” da attirare gli sguardi (Isaia 53:2), per le persone pie era “più bello di tutti i figli degli uomini” (Salmo 45:2). Ed è così anche oggi. Simone e Andrea hanno dunque scelto bene quand’han no deciso di abbandonare, anche se non del tutto, l’esercizio della loro attività per andare dietro a Gesù. E così hanno fatto altri due pescatori, Giacomo e Giovanni, e poi Levi (Matteo), un impiegato statale che sedeva al banco delle imposte (Marco 2:14), e poi tutti gli altri. Il loro è stato un atto di ubbidienza oltre che un movimento spontaneo. Il Signore aveva detto “seguitemi”, “seguimi”, ed essi hanno ubbidito. Hanno scelto di ubbidire.

Ma mi sorge un dubbio: sono davvero loro che hanno scelto di seguire Gesù? o non è forse Gesù che ha scelto loro? Sono vere tutte e due le cose. Il Signore dice: “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Giovanni 15:16). “Poi Gesù salì sul monte e chiamò a sé quelli ch’Egli volle, ed essi andarono a lui” (Marco 3:13). Quando poi si trattò di accompagnare il Signore in modo continuativo e di diventare gli inviati del Messia, tutti accettarono la sua proposta. Ma se i dodici discepoli e un buon numero di altre persone hanno risposto affermativa mente alla chiamata di Gesù, è pur vero che il popolo nel suo insieme è rimasto sordo ai suoi appelli. L’aveva anticipato con dolore il profeta Isaia con questo lamento: “Perché, quando io sono venuto, non si è trovato nessuno? Perché, quand’ho chiamato, nessuno mi ha risposto?” (50:2); e la storia ci racconta le conseguenze di questa tragica indifferenza.

A proposito di risposte e di scelte

Le scelte sono parte integrante della nostra vita. Chi di noi non è costretto, ogni giorno ed anche più volte al giorno, a operare delle scelte? Ogni decisione che dobbiamo prendere, anche per cose di scarsa rilevanza, implica una scelta; e quando ci troviamo di fronte a diverse possibilità di azione mettiamo in atto tutta una serie di ragionamenti e di valutazioni che ci indirizzano verso un comportamento piuttosto che un altro. Le scelte devono essere sempre consapevolmente e sufficientemente valutate; la saggezza sta proprio nel non operare mai delle scelte arbitrarie.

Una scelta fondamentale

Non c’è scelta più importante nella vita d’un essere umano che quella di accettare di credere a Cristo e di seguirlo. Come ad un bivio, davanti a ognuno di noi si presentano due strade. Dio le definisce “la vita e il bene, la morte e il male… la benedizione e la maledizione”; e già a quelli del suo antico popolo diceva: “Scegli dunque la vita affinché epoca, significava credere a Dio e alle sue parole, e impegnarsi ad ubbidire alle sue leggi amandolo con tutto il cuore e con tutta la mente (Matteo 22:37). Era una questione di amore e di fede. E anche oggi è così; chi decide di ubbidire a Dio riconoscerà di essere un peccatore e accetterà la grazia e il perdono che Egli offre grazie al sacrificio del suo Figlio Gesù. Una questione di fiducia in ciò che Dio rivela nel Vangelo, è un prendere Dio in paro la senza discutere, con la piena convinzione che tutto ciò che dice è vero, assoluto, immutabile, e dettato da un amore infinito.

Giuda Iscariota, il traditore, è stato anche lui un discepolo, ma senza fede. Sperava di trarre un vantaggio economico o di immagine nel seguire il Signore. O forse anche di potere, se il Messia avesse trionfato. Non c’era in lui il minimo coinvolgimento personale, né alcuna attrazione spirituale verso il Signore. Non c’era amore per Lui.

L’aiuto di Dio per le nostre scelte

La scelta per Cristo è dunque fondamentale perché c’è in gioco nientemeno che la vita eterna; ma ci sono poi le continue scelte della vita, e in queste noi credenti siamo alta mente privilegiati perché lo Spirito Santo che è in noi, “rinnovando” la mente e “trasformando” i pensieri, può indicarci i giusti orientamenti e i comportamenti più corretti (Romani 12:2). Così, le decisioni da prendere e le scelte da operare assumono un significato ben diverso rispetto a quando non conoscevamo ancora il Signore.

Credo non sia azzardato dire che chi conosce a fondo la Parola di Dio è sempre ben indirizzato. Non che la Bibbia ci fornisca un elenco di soluzioni per ogni tipo di problema che ci troviamo a dover risolvere – a volte ci piacerebbe che fosse così! – ma ci dà dei criteri di scelta, sia col farci conoscere il pensiero generale di Dio, sia offrendoci delle giuste scale di valori e di priorità, nel campo morale e spirituale. La Bibbia non ci dice tutto quello che ci piacerebbe sapere, ma ci insegna quello che dobbiamo sapere, prima di tutto per metterci in regola con Dio, e poi per affrontare i problemi e le esigenze della vita e riportare la vittoria sul peccato.

A volte siamo obbligati a fare delle scelte per altri, ad esempio per i nostri figli, o a dare dei consigli a chi ci chiede aiuto in qualche decisione da prendere. Come per le nostre decisioni, anche in questi casi ci vuole umiltà, dipendenza dal Signore, conoscenza della sua Parola, preghiera, e attesa paziente delle sue risposte.

 Se i discepoli avessero messo al primo posto la loro professione e i loro guadagni, non avrebbero seguito il Signore con tanta convinzione, o forse non l’avrebbero neppure seguito. Solo Giuda, che era ladro, aveva fatto i suoi malvagi calcoli, ma è un caso particolare. Se Lot, il nipote di Abraamo, non avesse considerato i pascoli della pianura di Sodoma una fonte di arricchimento, non avrebbe abbandonato le colline per scendere in quel territorio e stabilirsi poi in Sodoma, città corrotta e malvagia.

Gli scopi che ci prefiggiamo condizionano le nostre scelte

Sono i fini che riteniamo conseguibili a farci imboccare una strada piuttosto che un’altra e ad influenzarci nell’individuazione dei mezzi più idonei per raggiungerli. Se lo scopo principale della nostra vita fosse quello di arricchire, i princìpi di onestà, di lealtà, di giustizia diventerebbe ro valori secondari.

Un credente può fare carriera nel suo lavoro e raggiungere posti anche molto elevati; e lì, dove normalmente è difficile arrivare, avere la possibilità e il privilegio di portare il messaggio della grazia di Dio. Ma se abbiamo l’ambizione sfrenata di arrivare ai posti più alti della scala sociale e di emergere ad ogni costo, non prenderemo nemmeno in considerazione il tempo e le energie che questo impegno assorbirà; e tutto questo andrà a scapito della nostra crescita spirituale, della nostra famiglia e della chiesa.

Allora, se oltre ad avere ben chiaro ciò che vogliamo ottenere abbiamo anche verificato che sia in armonia col pensiero di Dio, possiamo proseguire tranquilli.

Qualcuno obietterà che vi sono delle scelte obbligate, senza alternative, che purtroppo ci vengono imposte indipendentemente dalla nostra volontà. E ha ragione. Ma anche in quelle il Signore sarà con noi. Se implicheranno rinunce e sofferenze, sarà Lui a darci la conferma interiore che siamo sul suo sentiero. Lo sentiremo vicino. E se avremo delle gioie potremo condividerle con Lui, con la pace nell’anima.

Il grande condottiero Giosuè, verso la fine della sua vita, fece un lungo e accorato discorso al popolo d’Israele. Iniziò citando la chiamata di Abraamo e poi proseguì elencando alcune vicende salienti della loro storia: la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, il passaggio del Mar Rosso, le vittorie sui popoli che abitavano il paese di Canaan e la conquista di quei territori. Ma poiché molti di loro custodivano ancora degli idoli, Giosuè, addolorato, li esortò con fermezza a fare una scelta decisiva. “Se vi sembra sbagliato servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire” (Giosuè 24:15). Lui e la sua famiglia la scelta l’avevano già fatta da tempo, tanto che ha potuto dire: “Quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore”.

Fede e ubbidienza

Fede e ubbidienza vanno di pari passo. Anzi, è proprio l’ubbidienza che mostra ed evidenzia la realtà della fede. Abraamo, chiamato da Dio a lasciare casa e parenti per mettersi in cammino verso un paese che nemmeno conosceva, partì senza sollevare obiezioni. Era un rischio, ma senza rischio la fede non sarebbe necessaria! Non sapeva dove sarebbe andato, ma aveva fiducia in Dio. Se noi discernessimo sempre in anticipo la strada da percorrere, cammineremmo per la “vista” e non per fede (2 Corinzi 5:7). Così, con una totale fiducia, Abraamo accettò di abbandonare la grande e progredita città di Ur per vive re da pastore nomade, senza fissa dimora.

Più tardi, rispose “eccomi” in quella memorabile notte in cui l’Eterno lo chiamò per chiedergli di offrirgli Isacco, l’unico suo figlio; e si sottomise a quell’insolita e drammatica richiesta con un grandissimo atto di fede, senza drammi e senza ripensamenti; perché la fede sceglie sempre la strada più elevata anche se costa estremamente cara!

“Eccomi” fu anche la risposta di Mosè quando udì la voce dell’Eterno dal pruno in fiamme (Esodo 3:4). “Eccomi” rispose il giovane Samuele la notte in cui Dio gli si rivelò chiamandolo per nome. E la stessa convinta disponibilità la dimostrò il profeta Isaia quando, alla domanda “chi manderò?”, subito rispose “eccomi, manda me” (Isaia 6:8).

L’apostolo Paolo, sulla strada per Damasco, ha udito dal cielo la voce del Signore ed è stato accecato dalla sua luce. Poi ha ricevuto degli ordini e gli è stata affidata una missione. Più tardi, commentando quell’episodio, ha potuto dire: “Non sono stato disubbidiente alla visione celeste” (Atti 26:19).

Nel corso della storia, tutti i grandi uomini e donne di fede hanno risposto alla chiamata del Signore e hanno fatto scelte coraggiose per amor suo; come Giuseppe, il giovane ebreo che seppe resistere alle proposte immorali della sua padrona; o Daniele che, deportato a Babilonia, osò più volte sfidare gli ordini del re per conservare intatto il suo rapporto con Dio, stimando la fedeltà a Dio cosa più importante della la sua stessa vita; e fu proprio la sua determinazione a rimanere fedele che consentì a Dio di tra smettergli quelle elevate rivelazioni che hanno fatto di lui uno dei più grandi profeti.

Potessimo anche noi dire come il salmista: “Ho scelto la via della fedeltà, ho posto i tuoi giudizi davanti ai miei occhi” (Salmo 119:30)!

Cosa significa per noi seguire il Signore?

I discepoli, dunque, hanno scelto di dire “sì” al Signore che li chiamava e l’hanno seguito. Ma cosa può significare per noi oggi “seguire il Signore”? Loro sono vissuti per più di tre anni al suo fianco; sono stati con Lui giorno e notte, salvo quando il Maestro si ritirava in disparte per pregare e in poche altre occasioni, come quando vennero mandati in missione a predicare il Regno. Sono stati con Lui per le strade della Palestina, con Lui nelle case di chi li ospitava, con Lui sul monte, nelle città e nei villaggi, con Lui sulle rive del mare e in mezzo al mare… Seguire il Signore era per loro un fatto concreto. E quando Lui li ha lasciati per salire in cielo, dopo la risurrezione, hanno forse smesso di seguirlo? Assolutamente no. Nel loro modo di predicare e di comportarsi la gente vedeva chiaramente che “erano stati con Gesù” (Atti 4:13) e che con Gesù erano rimasti. Al Signore consacreranno tutta la loro vita, alcuni fino al martirio.

Per seguire il Signore bisogna amarlo, e per amarlo bisogna conoscerlo. Più lo conosciamo, più gli daremo fiducia e agiremo come Lui vuole, rinunciando con gioia a noi stessi. Noi credenti seguiamo il Signore quando nella nostra vita ci impegniamo a imitare Lui, la sua grazia, la sua coerenza, la sua onestà morale, la sua dedizione al Padre; quando, come ha fatto Lui, compiamo l’opera che il Padre ci ha affidato che è quella di far conoscere al mondo la sua grazia e il valore eterno della croce di Cristo.

Mettere i nostri piedi nelle orme di Gesù è un grandissimo privilegio! Sebbene la “distanza” fra il Signore e noi sia grandissima, essendo la sua perfezione irraggiungibile, abbiamo ugualmente la gioia di seguirlo da vicino, come le pecore seguono il pastore che va davanti a loro; ma questo richiede, come sempre, comunione e preghiera.

Capitolo 2

Il privilegio di conoscere e di comprendere

“Beati i vostri orecchi, perché odono!” (Matteo 13:16)

“A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli” (Matteo 13:11)

– A voi è dato di conoscere

– La Parola, un seme di vita

– Perché a volte non capiamo?

– Il subdolo lavoro del nemico

– Udire e comprendere

– Il sermone sul monte

– Verità che fanno ardere il cuore

A voi è dato di conoscere

I discepoli hanno contemplato il Signore. Come scrive Giovanni, l’hanno toccato con le loro mani, hanno avuto a che fare con la parola della vita (1 Giovanni 1:1). Oltre che assistere alle sue opere potenti, uno dei loro più grandi privilegi è stato quello di ascoltare i suoi insegnamenti. Le cose che udivano non erano “parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare”, come quelle che udì Paolo quando fu rapito al terzo cielo (2 Corinzi 12:4). Il Signore era uomo e parlava un linguaggio accessibile a tutti, anche ai più semplici, purché avessero un minimo di umiltà e un cuore ben disposto verso le cose di Dio. Certo, non potevano comprenderle quel fariseo orgoglioso che guardava dall’alto al basso il pubblicano pentito, o quel ricco stolto che diceva alla sua anima di mangiare, bere e godere, senza tener conto di Dio, o quegli invitati che hanno trovato mille scuse per non partecipare al “grande convito”.

I discepoli erano dei favoriti, eletti da Dio a conoscere i misteri del suo regno. “A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” (Matteo 13:11), diceva Gesù.

L’altezza dei suoi discorsi poteva apparire irraggiungibile, e così era infatti per molti. Alcune parabole erano difficili da comprendere, e sembravano persino illogiche e para dossali. Ma era un modo mediato, non diretto, di trasmettere la sapienza di Dio. “Con molte parabole… esponeva loro la parola, secondo quello che potevano intendere. Non parlava loro senza parabola; ma in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (Marco 4:33-34). Questo era il loro privilegio!

Che capissero tutto o no, una cosa era certa: nessuno aveva mai parlato come Lui! Non è forse scritto che in Lui “tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti” (Colossesi 2:3)? “Egli insegnava loro come uno che aveva autorità e non come gli scribi” (Marco 1:22). Le sue parole erano “spirito e vita”, e proprio per questo risultavano astruse a chi non le accoglieva nel cuore. “Questo parlare è duro”, dissero alcuni al Signore con tono di rimprovero, “chi può ascoltarlo?”. Dopo questo, molti “si tirarono indietro e non andavano più con Lui” (Giovanni 6:60-69).

Ma di tutt’altro genere era la valutazione dei dodici. In quell’occasione, a nome di tutti, Simon Pietro ha fatto una dichiarazione bellissima, che ha commosso e incoraggiato nel tempo milioni di credenti: “Signore, da chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna”!

Com’è duro il messaggio del Vangelo per chi non vuole credere! Eppure è una buona notizia, una notizia di liberazione che porta vita e pace, che dà il riposo all’anima. Noi siamo tristi quando il nostro annuncio viene rifiutato e il messaggio di grazia disprezzato, ma sappiamo perché avviene questo: doversi riconoscere peccatori e colpevoli ferisce l’orgoglio e non fa piacere; e ancor meno fa piace re accettare che Dio dovrà destinare i peccatori a una sofferenza senza fine. Comunque, a dispetto della durezza dei cuori e dell’ostruzionismo di Satana, ogni giorno il Vangelo conquista delle anime e Dio è glorificato! “Se il nostro vangelo è ancora velato, è velato per quelli che sono sulla via della perdizione, per gli increduli, ai quali il dio di questo mondo ha accecato le menti affinché non risplenda loro la luce del Vangelo della gloria di Cristo” (2 Corinzi 4:3-5).

Per quelli che sentono il peso delle loro colpe e che sono assetati di verità e di pace, il Dio di grazia si fa trovare con tutte le straordinarie risorse della sua misericordia e del suo amore.

La Parola, un seme di vita

Il Signore è seduto di fronte al mare, il grande lago di Galilea. I discepoli gli stanno vicino. Lui guarda le onde; il vento ne sferza la superficie e polverizza le creste in innumerevoli goccioline d’acqua. Il lago di Gennesaret è sovente teatro di improvvise bufere. Il Signore osserva quel movimento incessante e pensa all’umanità senza pace, senza un attimo di riposo, dove la sicurezza e la stabilità sono rare quanto l’umiltà e la giustizia. Che messaggio portare a quella gente? Come contrastare le continue rivalità, gli odi, le guerre? Quale rimedio offrire per guarire quelle anime in pena, asciugare le lacrime, riempire i vuoti del cuore?

Sì, proprio il cuore. Il cuore di tutta quella gente che gli sta intorno sulla riva del lago e che era un terreno dove si poteva far cadere qualche seme. Forse non darà molto frutto o forse ne darà. Valeva la pena provare…

Il Signore sa leggere nei cuori come nelle pagine di un libro. In alcuni c’è la durezza, l’insensibilità, l’odio per Dio e per le sue leggi; e Satana, in questi casi, ha il potere da indurire come pietra i sentimenti e i pensieri. In altri non c’è una tale durezza, ma c’è l’amore per il denaro che orienta gli interessi e le ambizioni verso le cose terrene. I tesori sulla terra! Amore per il denaro vuol dire affanno per ottenerne sempre di più, timore di perderne, compromessi con la propria coscienza per la disonestà di certe iniziative, raggiri di cui altri sono vittime inconsce, tranelli in cui tanti sono fatti astutamente cadere.

Vi sono poi delle persone che non ce l’hanno con Dio; gli crederebbero volentieri, ma temono di passare per ingenui se non addirittura per illusi. E se poi ci fosse da subire dei danni per difendere quella causa? No, non sono disposti a patire per altri, tanto meno per Dio…

Davanti al Signore c’è come una tavolozza fatta solo di grigi e di neri, in tutte le loro sfumature e intensità. Tanti terreni diversi su cui buttare il seme. Un po’ più di cattive ria e indifferenza o un po’ meno, un po’ più di male o un po’ meno. Ma pur sempre male, perché il male è radicato nel cuore umano.

Lo sguardo scrutatore del Signore si insinua fra la gente e, con somma gioia, vi scopre qualche cuore “onesto e buono” (Luca 8:15); non perfetto, certo, ma il cuore di persone ben disposte per le cose del cielo, consapevoli della macchia del peccato che li inquina, e bisognosi d’amore e di perdono. Gente che vuole farsi tesori non sulla terra ma in un luogo più sicuro, dove l’investimento rende di più ed è garantito.

Così, “il seminatore uscì a seminare”. E proprio lì, in quei rari cuori “onesti e buoni”, il seme della Parola di Dio germoglierà e porterà frutto. Tanto o poco, non importa. Non cento volte, forse, ma solo sessanta o trenta. Un frutto che verrà depositato nella banca del cielo!

Come un seminatore nei campi, anche Lui, il Signore, “esce” e spande su quel vasto e multiforme terreno i suoi preziosi chicchi di frumento. Egli parla alla gente delle esigenze del Dio giusto e santo, ma anche della sua grazia e del suo perdono. E tutti ascoltano, rapiti dalle sue parole dolci e potenti. Quanti le metteranno in pratica? Quanti accetteranno di rinunciare a questo mondo per diventare cittadini del cielo?

La parabola del seminatore, però, non è poi così semplice. Cosa significa esattamente che certi semi cadono sulla strada e sono subito portati via dagli uccelli, che altri vanno a finire fra le spine o su un terreno pietroso, e altri invece su terra fertile e ben lavorata? I discepoli non capiscono e lo interrogano. E il Signore, paziente, li istruisce. Anche loro, quando saranno mandati a predicare il Regno, faranno l’esperienza che la Parola non sempre è ben accolta, anche se porta con sé promesse di vita, di benedizione e di gioia. Dovranno battere i piedi per scuotere dai loro sandali la polvere dei villaggi che li respingeranno, ma avranno anche la gioia di dire “pace sia su questa casa” quando in quella casa c’è fame della pace di Dio.

Chi ci aiuta a comprendere le Scritture?

Ora il Signore è nel cielo. Chi spiega a noi la Parola scritta? Chi ci può aiutare a svelarne i misteri, ad entrare in quell’immensa miniera di conoscenza per scoprire i tesori che racchiude? Il Signore non ci ha lasciati orfani. Ha pregato il Padre e il Padre ci ha dato un altro “Consolatore”, quello Spirito della verità (Giovanni 14:16-17) di cui ho già fatto cenno. Il Signore dice di lui: “Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (14:26). Poi, poco dopo, riprendendo il discorso sul Consolatore, aggiunge: “Quando sarà venuto lui, vi guiderà in tutta la verità… vi dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire… Prenderà del mio e ve lo annuncerà” (16:13-14).

Come avrebbero potuto gli evangelisti ricordare per filo e per segno gli avvenimenti di quegli anni trascorsi con Gesù, i suoi miracoli, i suoi discorsi? È evidente che lo Spirito ha miracolosamente risvegliato la loro memoria e li ha guidati, parola per parola, nella stesura dei Vangeli.

E che dire di Paolo, Pietro, Giovanni, Giacomo, Giuda che nelle loro Lettere hanno saputo esporre con così sorprendente chiarezza tutte le verità cristiane, dalla dottrina della fede alle linee guida del cammino di ogni giorno? Solo lo Spirito poteva guidarli “in tutta la verità”, e lo ha fatto come il Signore aveva predetto. Delle “cose a venire” ne ha parlato Giovanni in quella sorprendente rivelazione profetica che è il Libro dell’Apocalisse, ed anche, sebbene in minore misura, Paolo e Pietro.

Ma l’aiuto dello Spirito non si è limitato agli autori del Nuovo Testamento; è anche per noi che non abbiamo da aspettarci nuove rivelazioni, ma abbiamo bisogno soltanto di un’esatta comprensione delle rivelazioni contenute nelle Scritture.

Perché a volte non capiamo?

Anche da parte di chi legge o viene istruito nella Parola vi sono delle condizioni perché questa sia compresa, goduta, messa in pratica. Se si radicano in me pensieri cattivi o invidie, gelosie, rancori, fantasie impure, la Parola non trova spazio. La stessa cosa se ho una vita mondana o man tengo sulla mia coscienza dei peccati non confessati. Pietro insegna che per desiderare “il puro latte spirituale” che fa “crescere per la salvezza” bisogna sbarazzarsi di “ogni cattiveria, di ogni frode, delle invidie e di ogni maldicenza” (1 Pietro 2:1-2).

Anche l’orgoglio e la presunzione sono un ostacolo alla comprensione delle cose di Dio. Il Signore dice espressa mente che il Padre nasconde i suoi pensieri ai sapienti e agli intelligenti di questo mondo e li rivela ai piccoli (Matteo 11:25).

Quando doveva distruggere Sodoma, Dio rivelò ad Abraamo quello che stava per fare. Abraamo era “amico di Dio”, destinato a diventare una nazione grande e potente, e ad essere in benedizione a tutte le nazioni della terra. La sua fede era così grande da ricevere l’appellativo simbolico di “padre” di tutti i credenti. Per questo l’Eterno dice: “Dovrei forse nascondere ad Abraamo quanto sto per fare?” (Genesi 18:17-18). Davide conferma questo nel Salmo 25:14: “Il segreto del SIGNORE è rivelato a quelli che lo temono”.

La Parola di Dio è dunque come un seme che deve svilupparsi e portare frutto; e lo porterà certamente se il cuore che l’accoglie è sensibile e assetato di verità. Il frutto che porta sarà, prima di tutto, la salvezza dell’anima, la con versione. Seminatore è stato il Signore quand’era in questo mondo; e lo sono tutti i veri credenti che assolvono il loro compito di diffondere il Vangelo.

Ma il seme della Parola, oltre a produrre la conversione degli increduli deve ottenere dei risultati anche in vista della santificazione dei credenti. Una duplice azione, quindi, e per noi un duplice impegno:

1. lasciarci lavorare, istruire, nutrire dalla Scrittura, e per questo leggerla e studiarla con umiltà, chiedendo a Dio l’aiuto per comprenderla e per essere liberati da ciò che potrebbe ostacolare il suo lavoro, come l’amore del denaro o un eccessivo coinvolgimento nelle cose del mondo o la paura di essere presi in giro;

2. impegnarci a predicarla, a incitare tutti a leggerla, affinché, là dove c’è un cuore ben disposto, il glorioso messaggio dell’amore di Dio possa penetrare.

Il subdolo lavoro del nemico

La parabola delle zizzanie era un po’ complicata per i discepoli e non è stata subito compresa. Così, tornati a casa, si avvicinano al Signore e gli dicono: “Spiegaci la parabola delle zizzanie nel campo” (Matteo 13:36). Che tenera confidenza! Che preziosa intimità! Nessuna soggezione, nessun timore di passare per ignoranti o disattenti. Erano sicuri che il Signore li avrebbe capiti e gliel’avrebbe spiegata.

Il Figlio dell’uomo è colui che semina, il campo è il mondo. Il buon seme sono quelli che credono, i “figli del regno”, le zizzanie sono i “figli del maligno” che Satana astutamente ha messo lì, insieme al buon grano. Passa qualche tempo e sembra che tutte le cose continuino “come dal principio della creazione”, secondo la teoria degli schernitori (2 Pietro 3:4). Ma inaspettatamente per loro viene il giorno della mietitura. Per i figli del maligno, gl’in creduli, la fine è la “fornace ardente”; gli altri, invece, “risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro”.

Ma un pericolo c’è anche per noi perché della “zizzania” il diavolo può seminar la nei nostri pensieri, nelle nostre famiglie, nelle nostre chiese. Non si tratta solo di persone, ma di pensieri sviati, di valutazioni false, di sentimenti non buoni che provocano incomprensioni, rancori, sete di potere, spirito settario, gelosie, attaccamento alle cose del mondo; e anche di interpretazioni errate delle Scritture che portano fuori della Verità e allontanano da Dio. Cosa potremmo costruire con tali materiali? Non sono altro che “legno, fieno, paglia”; e quando il giorno di Cristo paleserà l’opera di ognuno, questi materiali senza valore verranno inesorabilmente bruciati (1 Corinzi 3:12-15).

Satana fa di tutto per far cadere i figli di Dio, ma un credente, “nato di nuovo”, non può essere posseduto da uno spirito maligno, perché non possono convivere in uno stesso corpo lo Spirito del Signore (da cui il credente è sigillato) e uno spirito satanico. Il credente non è chiamato ad attaccare Satana, però deve resistergli; e in che modo? Semplicemente “stando fermo nella fede” (1 Pietro 5:9), cioè avendo fiducia in Dio e nelle cose che ci ha insegnato. Se la nostra vigilanza si allenta, se ragioniamo come il mondo o ci conformiamo al suo modo d’agire, perdendo così la comunione col Signore, Satana ha buon gioco e ci “raggira”, ci prende al laccio (1 Timoteo 3:7), ci fa in certo senso suoi prigionieri per costringerci a fare la sua volontà (2 Timoteo 2:26).

Lo scopo del diavolo è quello di disonorare Dio, di incita re gli uomini, e anche i credenti, a sfidarlo, a contraddirlo, a far sì che accettino come buone le cose che Lui definisce peccato. Chiamare bene il male è una sua prerogativa; e i falsi cristiani gli vanno dietro e stanno al suo gioco. Alcuni della chiesa di Corinto, prima della conversione, erano “fornicatori, adulteri, effeminati, sodomiti…” e anche “ladri, avari, rapinatori” (1 Corinzi 6:9:11). Come avrebbero potuto ereditare il regno di Dio con quei peccati e quelle perversioni? Ma, avendo accolto Gesù Cristo come Salvatore, avevano abbandonato quelle cose ed erano stati “lavati”, “santificati”, “giustificati” nel suo Nome e mediante lo Spirito di Dio.

Non dobbiamo per nessuna ragione sottovalutare Satana e il suo potere, anzi, è bene che siamo molto prudenti per non rischiare di cadere nei suoi tranelli. Ma non dobbiamo nemmeno soffermarci troppo ad approfondire le sue perverse manifestazioni e i suoi inganni. In ambedue i casi ci esporremmo alla sua azione. Agli Israeliti Dio aveva esplicitamente vietato non solo di imitare i culti e le abominazioni delle nazioni pagane, ma anche solo di “informarsi” sui loro dèi (Deuteronomio 12:30).

Se conosciamo bene la Parola e viviamo uniti al Signore, lo Spirito Santo ci darà il discernimento sufficiente per identificarlo e smascherarlo. Se stimiamo i doni celesti di valore primario, non ci sarà difficile scorgere le seduzioni del nemico.

Conoscete il racconto del cassiere di banca? Temendo di incassare banconote false, chiese al direttore di avere istruzioni dettagliate su tutte le possibili falsificazioni. Il direttore gli rispose: Non è necessario, e non sarebbe nemmeno possibile. L’importante è che lei conosca molto bene le banconote vere!

Con un’altra esemplificazione, possiamo dire che le pecore di un gregge non hanno bisogno di conoscere la voce di tutti i falsi pastori che con inganno vorrebbero essere seguiti. È sufficiente che conoscano molto bene la voce del loro pastore; e questo basterà per identificare senza problemi le voci degli impostori.

In un’altra occasione i discepoli non hanno compreso le parole del Signore e gli hanno chiesto spiegazioni. L’argomento era “la contaminazione” alla quale i farisei credevano di ovviare lavandosi le mani prima dei pasti e “facendo abluzioni di calici, di boccali e di vasi di rame” (Marco 7:3-4). Ma accennerò a questo argomento nel prossimo capitolo.

Udire e comprendere

“Beati gli occhi vostri perché vedono – disse un giorno il Gesù – e i vostri orecchi perché odono! In verità vi dico che molti profeti e giusti desiderarono vedere le cose che voi vedete, e non le videro; e udire le cose che voi udite, e non le udirono” (Matteo 13:17).

Udire è fondamentale, ma capire è indispensabile. Ne è una prova la vicenda dell’eunuco etiope, ministro delle finanze di Candace, regina di Etiopia. Era stato a Gerusalemme per adorare e stava rientrando nel suo lontano paese. Sul suo carro, strada facendo, leggeva nel capi tolo 53 del profeta Isaia: “Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, così egli non ha aperto la bocca… La sua vita è stata tolta dalla terra…”. Quell’uomo non capiva. Non sapeva se quelle parole si riferivano al profeta stesso oppure ad un’altra persona. E quando l’evangelista Filippo, che lo Spirito Santo aveva mandato in suo aiuto, gli chiede: “Capisci quello che stai leggendo?”, egli risponde: “E come potrei se nessuno mi guida?” (Atti 8:30 31). Così Filippo lo guida e gli annuncia “il lieto messaggio di Gesù”!

Dio “ha fatto dei doni agli uomini” e alla Chiesa: ha dato, oltre agli apostoli e agli evangelisti, anche dei profeti, dei pastori e dei dottori per il “perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo, fino a che tutti giungano all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio” (Efesini 4:11 13).

Inoltre, ad ognuno ha dato dei “doni” (carismi, doni di grazia) differenti, delle manifestazioni dello Spirito Santo “per il bene comune” (1 Corinzi 12:7). Nessuno, per dotato che sia, ha il permesso di togliere qualcosa alla Parola di Dio o di modificarla per adattarla ai tempi, né tanto meno di aggiungervi delle nuove presunte rivelazioni.

La Parola è completa. Coloro che hanno il dono di “dotto re” saranno capaci di interpretarla in modo corretto e di spiegarla in modo comprensibile. I profeti, a loro volta, parleranno “agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione” (1 Corinzi 14:3). E così i fratelli e le sorelle cresceranno dallo stato di bambini a quello di adulti, in grado di assimilare il “cibo solido”, di discernere il bene e il male (Ebrei 5:13-14).

Il sermone sul monte

Nei capitoli 5, 6 e 7 di Matteo c’è il cosiddetto “sermone sul monte”. Gli insegnamenti di Gesù sono rivolti alle folle, ma intorno a Lui ci sono i discepoli. Capiranno le sue parole?

“Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli”. Così esordisce il Signore. Beati quelli che non insistono sui propri diritti, che sono pronti a rinunciare ai propri privilegi nell’interesse degli altri e, se è il caso, ai propri progetti per conformarsi al piano di Dio.

Le “beatitudini” ci sorprendono davvero. Molti caratteri, comportamenti, circostanze che a giudizio del mondo sono assurdi, inutili, tutt’altro che desiderabili, per il Signore sono fonte di beatitudine! Chi mai desidererebbe essere afflitto o insultato o perseguitato? Che successo hanno nel mondo i mansueti e i misericordiosi? Che risultati quelli che si adoperano per la pace e i puri di cuore? Quale soddisfazione gli assetati di giustizia?

L’insegnamento di Gesù è diametralmente opposto al concetto di beatitudine in uso nel mondo; e ci fa capire che le esperienze che cercheremmo a tutti i costi di evitare sono proprio quelle che producono le gioie più profonde e dura ture.

Il Signore capovolge così molte concezioni umane e scardina i contenuti dei valori e della cultura del mondo. Quelli che tutti definirebbero “sfortunati” sono i “beati” del Signore! A loro sono promessi, secondo i casi, consolazione e misericordia, il regno dei cieli e la terra. Addirittura “vedranno Dio”! Sono loro il “sale della terra” e la “luce del mondo”.

In quel lungo e sublime discorso il Signore tocca molti temi importanti. La legge di Mosè non bastava per rispondere alle esigenze del regno dei cieli. Molte delle sue prescrizioni non erano più sufficienti: “Avete udito che fu detto… ma io vi dico”. C’era qualcosa in più. Certe con cessioni di allora non erano più possibili. Ingiurie, perdo no, concupiscenza, adulterio, giudizio degli altri, formalismo religioso, preghiera, preoccupazioni, tesoro nel cielo, sono argomenti che vanno visti sotto una luce nuova, la cui sorgente non sono solo le esigenze e la giustizia di Dio, ma soprattutto il suo amore che il Signore personificava in quel momento.

“Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (5:28). Questo modo del Signore di andare a colpire il peccato prima ancora che sia commesso aveva uno scopo preciso. Fra gli uditori c’era no sicuramente tante persone oneste, che non avevano mai commesso adulterio né avevano alcuna intenzione di commetterlo. Di fronte alla Legge erano a posto, e ritenevano che Dio potesse essere soddisfatto di loro. “Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?”, risponderà il giovane ricco (Matteo 19:20).

Era dunque indispensabile che tutti comprendessero che il male è nell’interno dell’uomo, legato alla sua stessa natura. Il peccato non è solo quello commesso, ma quello che abbiamo dentro di noi. “Noi tutti – scrive Paolo – eravamo per natura figli d’ira, come gli altri” (Efesini 2:3). Per questo abbiamo bisogno della misericordia e della grazia di Dio che ci libera dai peccati e dal peccato per la semplice fede nell’opera salvifica di Cristo; il quale “una sola volta, alla fine dei secoli, è stato manifestato per annullare il peccato con il suo sacrificio” (Ebrei 9:26).

Una casa sulla roccia

Al termine del “sermone sul monte” ecco la parabola delle due case (Matteo 7:24). “Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia”!

“Mettete in pratica la Parola – scrive Giacomo – e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi” (Giacomo 1:22). La Parola del Signore l’abbiamo anche noi, per la grazia di Dio. Anche noi possiamo goderne, allo stesso modo dei discepoli, e provare lo stesso stupore delle folle di fronte alla sua autorità (Matteo 7:28-29). Non vediamo i morti che risuscitano, è vero, ma assistiamo a un miracolo ancora più grande: la conversione delle anime, il vero passaggio dalla morte alla vita! Anche quando il Signore guariva i malati o liberava dal demonio o risuscitava i morti, il vero grande miracolo erano la fede che rendeva possibili molte di quelle cose e la grazia di Dio che rispondeva a quelle manifestazioni di fede.

Come abbiamo già visto, quando il Signore chiese ai dodi ci se non volessero andarsene anche loro, come altri ave vano fatto, Pietro rispose: “Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna” (Giovanni 6:68). Non dicono “hai autorità, hai potenza di fare miracoli”, ma “hai parole”. E che parole! Non come le parole degli uomini, religiosi o no, che hanno i loro interessi sulla terra, che discutono di denaro e di guadagni, di come soddisfare le passioni, di quali guerre mettere in atto per competere coi forti, per prevalere sui deboli, per raggiungere fini egoistici. No. Parole di vita eterna che fanno conoscere la santità e l’amore di Dio e indicano la via per arrivare a Lui!

Verità che fanno ardere il cuore

“Non fatevi tesori sulla terra – aveva detto il Signore – ma fatevi tesori in cielo” (Matteo 6:19-20). Quando gli chiese ro se era giusto pagare il tributo a Cesare, sapendo che dietro a quella domanda si celava un tranello, rispose: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Marco 12:17).

Dio ha la priorità. Egli ha tutti i diritti e l’uomo tutti i doveri nei suoi confronti. I suoi interessi dobbiamo assoluta mente metterli in testa alle nostre scale di valori. A Lui appartengono il cielo e la terra, e tutte le cose che in essi si trovano. Chi cerca prima “il regno e la giustizia di Dio” farà la meravigliosa esperienza che le altre cose gli saranno “date in più” (Matteo 6:33).

Quanto era stolto quel ricco che aveva progettato di ingrandire la sua azienda, visto che i raccolti erano stati abbondanti, e non teneva in nessun conto Colui al quale appartiene la vita di ogni uomo! Diceva fra sé e sé: “Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti” (Luca 12:19), ma il calcolo era sbagliato. I “molti anni” non erano previsti da Colui “che tiene in mano l’anima di tutto quello che vive, e lo spirito di ogni carne umana” (Giobbe 12:10). I molti anni della sua miope previsione non erano che poche ore! “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata”. Quell’uomo, ricco nelle cose della terra, non era “ricco davanti a Dio” (Luca 12:20-21), la sola cosa che conta.

Gesù diceva poi che il Padre è vivente (Giovanni 6:57), che è Signore del cielo e della terra, e che rivela agli umili i suoi misteri (Matteo 11:25); che è misericordioso (Luca 6:36) e che, nella persona del Figlio, ha mandato “per la vita del mondo” il “pane che viene dal cielo” (Giovanni 6:32), quello vero, del quale “la manna”, che gli Israeliti raccoglievano nel deserto, era solo una debole figura.

Beati i discepoli che hanno ascoltato, capito e creduto quelle parole! Beato Pietro quando il Padre che è nei cieli– e non “la carne e il sangue” – gli ha rivelato che Gesù era “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”! (Matteo 16:16-17). Poteva ben dire il Signore, nella preghiera fatta al Padre poco prima della croce: “Io ho manifestato il tuo nome agli uomini… ed essi hanno osservato la tua parola… Le paro le che tu mi hai date le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute e hanno veramente conosciuto che io sono proceduto da te, e hanno creduto… Io ho dato loro la tua parola” (Giovanni 17:6, 8, 14).

Chissà quante volte, mentre il Signore parlava, mentre spiegava le Scritture, i discepoli hanno sentito “ardere il loro cuore”! Erano consolati e capiti, si accendeva in loro una speranza, com’è avvenuto a quelli che andavano al villaggio di Emmaus (Luca 24). Il contenuto dei suoi discorsi entrava nell’intimo, raggiungeva le coscienze, mirava a distogliere le persone dalle cose effimere del mondo per metterle in relazione col cielo, con Dio e i suoi diritti. La sua voce accendeva un fuoco dentro di loro, e lo accende anche dentro di noi quando leggiamo il Vangelo con umiltà e amore.

Capitolo 3

L’aiuto e la difesa

“Noi possiamo dire con piena fiducia: Il Signore è il mio aiuto; non temerò” (Ebrei 13:6)

– Non osservano il sabato!

– Non si sono lavate le mani!

– L’imposta per il tempio

– Come rispondere a chi ci interroga sulla nostra fede?

– La protezione “fisica”

Non osservano il sabato!

Il Signore ha circondato i discepoli delle più tenere cure. Li ha ricevuti come un dono del Padre – “erano tuoi e tu me li hai dati” – e li ha “conservati” e “custoditi” (Giovanni 17:6,12). “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Giovanni 13:1). Quando, di fronte a certe obiezioni, non avrebbero saputo cosa rispondere, è sempre intervenuto Lui. “Vedi! – gli dicono i farisei – i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito fare in giorno di sabato” (Matteo 12:1, 2); infatti, in quel giorno di sabato, ave vano mangiato dei chicchi di grano presi dalle spighe nei campi. Cosa rispondere? Come giustificarsi? Lo fa il Signore per loro. Prima cita il caso di Davide quando, per seguitato da Saul, stremato dalla lunga fuga, si recò a Nob dal sacerdote Achimelec. Davide aveva fame. Non c’era altro pane che quello consacrato; così, pur contravvenendo alla regola, il sacerdote glielo aveva dato (1 Samuele 21:1 6). Dio non punì nessuno per quell’atto. Sarà il malvagio Saul a fare una strage, ma accusando i sacerdoti di tradimento, non di sacrilegio.

Poi cita il caso dei sacerdoti che, nel tempio, “violano il sabato e non ne sono colpevoli” (Matteo 12:5). I discepoli, come ogni vero credente, non erano forse destinati ad esse re fatti, per la fede, “un regno e dei sacerdoti”? (Apocalisse 1:6). Ma c’è di più. Gesù era il Signore del sabato ed era lì per annunciare il superamento della Legge. Era l’unico uomo perfettamente ubbidiente, pur non essendo sottoposto, in quanto Figlio di Dio, alle leggi e ai regolamenti che valevano per gli uomini. E i discepoli erano uniti al Legislatore e al Padrone di tutte le cose! Così, quando il Maestro mette a nudo il tranello e svela l’inganno dei suoi nemici, i discepoli si sentono veramente al sicuro!

La libertà in Cristo svincola il credente dalle imposizioni della Legge mosaica e lo fa libero (Giovanni 8:32). “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: ‘Maledetto chiunque è appeso al legno’)” (Galati 3:13). La salvezza è per fede, non per l’ubbidienza alla legge, perché le sue esigenze vanno al di là delle capacità umane. La trasgressione di un solo punto già rende l’uomo colpevole su tutti i punti (Giacomo 2:10). Chi potrebbe essere salvato? Ecco perché, in ogni tempo, prima di Cristo come dopo, “il giusto per la sua fede vivrà” (Abacuc 2:4).

Cristo “ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce” (Colossesi 2:14). Come dice Paolo, nessuno di noi potrà presentarsi a Dio con una giustizia propria, “derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio basata sulla fede” (Filippesi 3:9). Com’è grandioso questo piano di salvezza! E com’è stato grande l’amore di Dio per la sua creatura!

Non si sono lavate le mani!

Vi ricordate quando i discepoli vennero criticati dai farisei e dagli scribi perché non si erano lavate le mani prima del pasto, com’era uso fare seguendo “la tradizione degli anti chi” (Marco 7:1-7)? Anche qui non sono stati loro a dover rispondere. Non erano ancora in grado di affrontare il formalismo di quegli uomini, la loro religione senza Dio, le loro speculazioni intellettuali. Così risponde il Signore al loro posto. A contaminare l’uomo, aveva detto, non è ciò che entra, ma ciò che esce dalla bocca e viene dal cuore. Così, entra ti in casa, i discepoli gli chiedono chiarimenti e Gesù rive la loro due principi importanti:

1. che il cuore di ogni essere umano è corrotto e che da esso esce ogni tipo di male;

2. che tutti i cibi in se stessi sono “puri” (v. 19 e 20).

Il controllo, dunque, dobbiamo farlo sui nostri pensieri e sui nostri affetti, poiché sono la ragione e le emozioni a condizionare i nostri comportamenti. Il cuore è “ingannevole più di ogni altra cosa”, scrive Geremia, ed anche “insanabilmente maligno”. Solo Dio lo conosce a fondo (17:9-10). Perciò, anche “più di ogni altra cosa” va custodito, “poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Proverbi 4:23). “Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri” (Filippesi 4:8). Quanto poi ai cibi e alle bevande il credente ha piena libertà: può mangiare “di tutto quello che si vende al mercato, senza fare inchieste per motivo di coscienza” (1 Corinzi 10:25).

Con l’avvento di Cristo, anche la legge sugli animali puri e impuri non è più in vigore. Noi la leggiamo in Levitico 11 e ne facciamo un’applicazione spirituale; ma possiamo mangiare tutti i cibi che si vendono “perché al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene” (1 Corinzi 10:26). Ci asterremo dal mangiare sangue, nel rispetto del pensiero degli apostoli e del loro insegnamento (Atti 15:29). Possiamo anche bere del vino – per i disturbi di Timoteo era una terapia che Paolo consigliava (1 Timoteo 5:23) – ma quello che ci è richiesto è l’autocontrollo, la parsimonia, la moderazione, sia nel mangiare sia nel bere sia in ogni altra attività. “Non ubriacatevi”, scrive Paolo, “il vino porta alla dissolutezza” (Efesini 5:18). “Bisogna che il vescovo sia irreprensibile… non dedito al vino… Anche le donne anziane… non siano maldicenti né dedite a molto vino” (Tito 1:7, 2:3).

Nel mondo molte persone, soprattutto giovani, amano gli eccessi: bere fino ad ubriacarsi, drogarsi, stordirsi con musica ad altissimo volume, ballare senza sosta per ore e ore, darsi a pratiche sessuali senza regola. Orge e gozzoviglie sono sempre state appannaggio dei popoli pagani. L’illusione è quella di essere liberi, ma la realtà è che si diventa schiavi. Lo “sballo” non è libertà. Il peccato non rende mai liberi. “Chi commette il peccato è schiavo del peccato” (Giovanni 8:34). Ora, il credente deve sapere che ogni eccesso, oltre ad essere un attentato alla propria salute e un’offesa alla propria dignità, è un pessimo esempio, sia per quelli che non credono, sia per i nuovi convertiti, per i più giovani e i più deboli. Il peccato impoverisce lo spirito e allontana dal Signore.

L’imposta per il tempio

Quando gli addetti alla riscossione della tassa per il tempio chiedono a Pietro se il Maestro la pagava o no, Pietro si è trovato in difficoltà e, nel dubbio, ha risposto di sì (Matteo 17:24-27). Tornato a casa, il Signore lo previene. I figli dei re della terra non pagano né imposte né tributi. Dovrà forse pagarli Lui, Figlio di Dio, creatore e padrone della terra e dei cieli? A questo Pietro non aveva pensato. Ma il Signore ha cura di non scandalizzare gli esattori e di non contraddire il suo discepolo. Nella bocca del primo pesce che Pietro avrebbe pescato, la potenza del Creatore aveva già preparato una moneta che valeva a coprire l’importo della tassa non solo per sé, ma anche per il suo discepolo.

“Per non scandalizzarli”

Che attenzione faceva il Signore! La perfezione della sua natura non poteva compromettersi con l’incoerenza umana, né con quella noncuranza egoista che fa passare in secondo piano il bene e le esigenze degli altri. Guardiamoci dallo scandalizzare! Badiamo prima di tutto al nostro comportamento che dovrebbe essere sempre in armonia con ciò che conosciamo e predichiamo; ma facciamo anche attenzione a non scandalizzare quando parliamo delle cose di Dio a persone che ancora non lo conoscono. Molte di loro sono attaccate a credenze false, impregnate di superstizione, e sono convinte che siano cose giuste perché così è stato loro insegnato. Dobbiamo forse sorprenderci? Dobbiamo attaccare quelle credenze e cercare subito di demolirle? Potrebbe non essere per nulla utile. Solo gradualmente, con tatto e rispetto, e presentando la Verità con atteggiamento fermo ma umile, si potranno conquistare quel le anime. Se saranno disponibili e attente, la grazia di Dio e il suo amore faranno breccia nei loro cuori e le aiuteranno a sbarazzarsi delle falsità. Prendiamo esempio dall’apostolo Paolo che dice va: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero… con quelli che sono sotto la legge mi sono fatto come uno che è sotto la legge… con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge… con i deboli mi sono fatto debole… per salvarne ad ogni modo alcuni” (1 Corinzi 9:19:22).

Come rispondere a chi ci interroga sulla nostra fede?

Non è sempre facile rispondere a chi ci chiede spiegazioni della speranza che è in noi (1 Pietro 3:15), tanto più se l’interlocutore è animato da cattivi sentimenti. Le obiezioni razionali o filosofiche possono apparire come bastioni irremovibili, fortezze difficili da espugnare. Ma non perdiamoci d’animo. Il nostro compito è solo quello di annuncia re “Cristo e lui crocifisso”, non di controbattere gli oppositori e gl’increduli coi metodi della dialettica umana. Il semplice annuncio del Vangelo, accompagnato dalla potenza dello Spirito Santo, ha il potere di distruggere le fortezze, di demolire i ragionamenti “e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio” (2 Corinzi 10:4-5)!

Se contiamo sulle nostre forze, è normale essere colti da insicurezza e dalla paura del fallimento; ma il Signore ci dà preziosi incoraggiamenti e ci fa delle promesse precise riguardo alla nostra testimonianza. “Non preoccupatevi del come o del che risponderete a vostra difesa, o di quel che direte; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento stesso quello che dovrete dire”. E ancora: “Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire” (Luca 12:11-12, 21:14-15).

Evitiamo di commettere errori

Quando parliamo agli altri della nostra fede (non della nostra religione!) possiamo incorrere in diversi errori che vanno a scapito dello scopo che intendiamo raggiungere.

1. Il primo errore è quello di assumere un atteggiamento di sufficienza o di superiorità, ed esprimere giudizi che non ci riguardano. “Non hai mai letto la Bibbia? Che strano!”; oppure: “Visto che dici di essere cristiano, queste cose dovresti saperle”, e così via. Se noi siamo arrivati a conoscere il Signore è per la grazia di Dio. Se non fosse per Lui saremmo anche noi come tutti gli altri, o forse anche peggiori. Perché mettersi su un piedestallo quando siamo con vinti di essere peccatori perduti, salvati per la grazia e la misericordia di Dio?

 2. Altro fattore di discredito delle cose che diciamo è la mancanza di franchezza e di coraggio. Ogni nostra titubanza viene percepita come scarsa convinzione e non stimolerà nessuno ad avvicinarsi alla Verità. Paolo attribuisce il successo della sua predicazione fra i Tessalonicesi non solo alla potenza dello Spirito, ma anche alla “piena convinzione” con la quale trasmetteva il Vangelo.

3. Soprattutto, non diamo mai l’idea di voler ad ogni costo convincere il nostro interlocutore. Non andiamo alla ricerca di parole o argomenti studiati apposta per “vincere” la discussione e mettere a terra l’eventuale avversario. Non è questo il nostro compito e non saranno le nostre argomentazioni a portare qualcuno alla fede. La vera testimonianza, piuttosto che una bella esposizione di dottrina cristiana, è il “racconto” di ciò che il Signore ha fatto per noi, della nostra esperienza con Lui, della gioia che abbiamo di conoscerlo come Salvatore e di esserci appropriati delle sue promesse. Inutile dire che tutto questo va accompagnato da un comportamento serio e rispettoso, da una condotta irreprensibile e coerente, da onestà, franchezza, amore concreto. “A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere?” (Giacomo 2:14). “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:16). Un ultimo consiglio. Nelle nostre conversazioni non per diamo troppo tempo a lamentarci delle ingiustizie di questo mondo, le incoerenze dei governanti, la delinquenza, la violenza, l’immoralità crescente… Usiamo piuttosto le recriminazioni e le angosce della gente per far comprende re che l’uomo è peccatore, che il dilagare spaventoso del male, d’altronde previsto dalla Bibbia, è dovuto al volontario allontanamento dell’uomo da Dio; che c’è bisogno di un’opera radicale nel cuore e nella coscienza di ognuno, una trasformazione che solo la fede in Cristo può operare. Esortiamo gli altri a riflettere sulla loro situazione personale nei confronti di Dio e a mettersi in regola con Lui, per ché in Lui c’è speranza, ci sono risorse e promesse per chi lo accetta, lo crede, lo ama e gli ubbidisce.

La protezione “fisica”

Riparlerò nel capitolo dedicato alla paura dell’episodio della tempesta sul Mare di Galilea. La barca stava per affondare, almeno a giudizio dei discepoli. Nel loro pensiero, il rischio di morire annegati era imminente – ma sarebbe potuto accadere col Signore nella barca? –. Una grande paura, insomma. Ma il Signore, con potenza e autorità, sgrida i venti e il mare. La tempesta si placa e i discepoli sono salvi. Dio è padrone del suo creato. In tutta la Scrittura lo vediamo governare sulle opere delle sue mani, senza essere soggetto alle leggi da Lui stesso stabilite. La natura gli ubbidisce, come gli ubbidiscono gli angeli.

Nella storia di Giona, Dio scatenò il vento “e vi fu sul mare una grande tempesta”. Poi fece venire un grande pesce per inghiottire Giona e più tardi gli ordinò di vomitarlo sulla terraferma. E così avvenne. Quando il pentimento dei Niniviti irritò il profeta, Dio per calmarlo fece crescere un ricino all’ombra del quale Giona si poté riparare dal sole; ma più tardi mandò un verme a rosicchiarlo e il ricino morì. Tutto ha ubbidito a Dio, il vento, il mare, il pesce, il ricino, il verme… salvo il suo profeta!

Nel giardino di Getsemani, dopo la lunga e angosciata preghiera al Padre, in piena notte, un manipolo di guardie, con Giuda in testa, viene ad arrestare il Signore. Ben sapendo quello che stava per accadergli, Egli chiede: “Chi cerca te?”. Cercavano Lui, “l’Io sono”, l’eterno Figlio di Dio. Il momento è critico. Anche i discepoli sono in pericolo, ma Gesù prende le loro difese: “Se dunque cercate me, lascia te andare questi”, dice. “E ciò affinché si adempisse la parola che Egli aveva detta: Di quelli che tu mi hai dati, non ne ho perduto nessuno” (Giovanni 18:4-9). Ma chissà in quante altre occasioni, che i Vangeli non raccontano, il Signore ha protetto i discepoli. E in quante occasioni è intervenuto per proteggere noi, per farci evita re un errore, una caduta, un incidente, o per ridurre al mini mo un danno che avrebbe potuto essere ben più grave. Non possiamo dire che la protezione fisica ci sia sempre garantita dal Signore, perché lui ha le sue vie che non sempre conosciamo. Però siamo certi che sia veramente piccola la percentuale dei casi nei quali riusciamo a constatare il suo intervento in nostro favore; la maggioranza delle volte non ce ne rendiamo conto, non riusciamo a percepire la sua azione né a discernere la sua mano. Anche per queste protezioni “invisibili” dovremmo ringraziarlo e lodarlo con tutto il nostro cuore!

Capitolo 4

Le gioie vere

“Il regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14:17)

– “Beati voi”!

– La gioia del servizio e della testimonianza

– Perché non sempre siamo gioiosi?

“Beati voi”!

Nel sermone sul monte il Signore ammaestrava le folle, ma molte delle sue parole erano per i discepoli, riservate a loro (Matteo 5:11-13). “Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno… Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli”. Alcune volte a “beati voi” è contrapposto “guai a voi”, così come nell’Antico Testamento alle benedizioni erano contrapposte le maledizioni (Deuteronomio 27 e 28). Ma là tutto era legato all’ubbidienza ai dettami della Legge, qui piuttosto a un modo di essere, alla disposizione di un cuore trasformato che crede e ama. “Voi siete il sale della terra”, “la luce del mondo”. Non “siate”, ma “siete”. La fede in Cristo fa di ogni credente luce e sale; per illuminare con la Verità questo mondo di tenebre e per fare in modo che Dio possa, per così dire, trovare ancora fra gli uomini un minimo di piacere e un moti vo per pazientare e ritardare i suoi giudizi. Però tocca a noi non nascondere la “lampada” e fare in modo che la nostra testimonianza abbia la stessa visibilità di una città posta sopra un monte. Beati noi, che non abbiamo visto e abbiamo creduto (Giovanni 20:29), beati noi se facciamo le cose che sappiamo essere giuste (13:17). Ma soprattutto “beati quelli le cui iniquità sono perdonate e i cui peccati sono coperti” (Romani 4:7)! “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Luca 10:20).

La gioia del servizio e della testimonianza

I settanta mandati a predicare non dovevano avere con sé né denaro né abbigliamento di ricambio. Ma avevano parole e potenza. “Il regno di Dio si è avvicinato a voi”: ecco il messaggio da divulgare. Inoltre, se nelle case dov’erano accolti c’era un “figlio di pace”, la loro pace passava su di lui. Se incontravano dei posseduti da Satana, potevano liberarli; se c’erano dei malati, potevano guarir li. E così avveniva. Che gioia al loro ritorno, finita la missione, di poter raccontare il lavoro compiuto! “I settanta tornarono pieni di gioia, dicendo: ‘Signore, anche i demòni ci sono sottoposti nel tuo nome!’” (Luca 10:17). Al momento della mietitura, il seminatore e il mietitore si rallegreranno insieme! (Giovanni 4:36). Parlare del Signore agli altri è una gioia; e ancora più gran de è la nostra gioia quando notiamo dell’interesse o assi stiamo a una conversione. Gioia sulla terra in chi ha predicato e in chi ha accettato la grazia; gioia nel cielo “fra gli angeli di Dio”, perché ogni conversione è anche una vitto ria su Satana. Paolo si rallegrava del proprio lavoro e dei risultati che il Signore gli concedeva di ottenere, e diceva: “Afflitti, eppure sempre allegri” (2 Corinzi 6:10).

In Luca 15, si sono rallegrati il pastore che ha ritrovato la pecora, la donna che ha trovato la moneta, il padre del figlio prodigo che ha riavuto il figlio “perduto”.

I nostri nomi scritti nei cieli

Come ho detto, siamo felici quando abbiamo l’occasione di annunciare il Vangelo a qualcuno e ci rendiamo conto che il messaggio è recepito e ha toccato il cuore! Però, per i discepoli come per noi, c’è un motivo di gioia ancora più grande che dovrebbe continuamente far traboccare i nostri cuori: i nostri nomi “sono scritti nei cieli”! Il potere salvifico del sacrificio di Cristo ha permesso la loro e la nostra registrazione all’anagrafe del cielo! Noi non abbiamo più tutta quella potenza, ma abbiamo la gioia della certezza di essere salvati, basata sulla fede nel nostro Salvatore, e la promessa del suo aiuto nella nostra predicazione. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:20), dice Gesù agli apostoli mandandoli per il mondo a fare discepoli tutti i popoli.

Nel giorno del giudizio finale, quando tutti gli increduli, risuscitati dai morti, compariranno davanti al “grande trono bianco”, saranno aperti i libri che riportano le opere di ognuno, e in base a quelle saranno condannati, per sempre. Ma ci sarà un altro libro, il “libro della vita” sul quale sono registrati i nomi di chi ha creduto, di ogni epoca e nazione. Anche quello verrà aperto, a conferma che Dio aveva dato a tutti una possibilità di salvezza. Peccato che i nomi di quelli che si troveranno a quel tribunale non si troveranno in quel libro; se vi fossero scritti, quegli uomini sarebbero già stati tolti dalla terra e introdotti nella casa del Padre insieme a tutti i credenti. Infatti, “chi crede in Lui non è giudicato… Non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 3:18 e 5:24).

Dopo la morte del Signore, la sera del primo giorno della settimana, i discepoli sono radunati con la tristezza nel cuore. Ed ecco che il Signore si presenta in mezzo a loro e dà loro la sua pace. Che gioia! “I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono” (Giovanni 20:20). Il Signore del resto lo aveva predetto: “Voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia” (16:22).

La gioia della fede in Cristo

Credo che non esistano religioni, al di fuori del cristianesimo, nelle quali gli adepti cantano di gioia. Le loro preghiere sono tutt’al più di sottomissione, di pentimento e di richiesta. Non esprimono giubilo con canti riguardanti il perdono perché non conoscono il vero Dio. Chi conosce Dio, invece, canta di gioia e loda l’amore del suo Salvatore! E’ felice di essere perdonato e di avere in Gesù Cristo un Signore vivente; che è stato morto, è vero, ma è uscito glorioso dal sepolcro ed è asceso al cielo. Cristo ha vinto la morte. I fondatori delle false religioni del mondo sono tutti morti e morti sono rimasti. Nessuno di loro ha potuto dare la propria vita per la salvezza degli altri e nessuno di loro è risuscitato. Risusciteranno, sì, un giorno, ma per comparire in giudizio davanti al tribunale di Dio e udire la sua giusta condanna.

Perché non sempre siamo gioiosi?

Purtroppo non sempre, noi che abbiamo conosciuto il Signore, siamo veramente gioiosi. Come mai? Quali possono essere le cause?

Le sofferenze

Al primo posto ci sono senz’altro le sofferenze, fisiche o morali, le malattie, i lutti, le disgrazie. In questi casi, come si potrebbe essere gioiosi se si guardasse solo alle circo stanze? Ma il primo incoraggiamento viene dal sapere che il Signore è al corrente delle nostre sofferenze e partecipa alle nostre pene. Non ha forse pianto vicino al sepolcro di Lazzaro, vedendo le lacrime di Maria e degli altri che erano con lei? Il Signore non pretende che siamo degli eroi; vuole solo che gli diamo fiducia, che non dubitiamo del suo amore, che deponiamo su di Lui il nostro peso.

Proprio perché certe vicende della vita non sono suscitatrici di gioia, siamo esortati a rallegrarci sempre “nel Signore”, vale a dire a trovare in Lui, nella sua opera, nel suo amore, nelle sue promesse, i nostri motivi di allegrezza. E quelli non ci mancheranno mai perché Lui “è lo stesso, ieri, oggi e in eterno”!

Diciamo pure che a farci perdere la gioia può essere la semplice paura che un giorno ci avvenga una disgrazia che ci faccia soffrire. Una disgrazia che forse non ci avverrà mai! La prospettiva di una prova può essere assai più peno sa della prova stessa. “Quando io l’ho attraversata”, scriveva un credente, “ero calmo e tranquillo, e non agitato come quando l’aspettavo. Prima che la prova arrivi noi la viviamo come una minaccia, mentre nel corso della prova fissiamo lo sguardo non su di essa, ma sul Signore…”.

A volte, quando soffriamo o siamo molto turbati, abbiamo difficoltà a trovare l’energia per leggere la Bibbia e persi no per pregare; ma Dio, se lo desideriamo, ci viene in aiuto perché sa che solo la sua Parola può nutrire e alimentare la nostra fede. Non cerchiamo mai le gioie nelle cose del mondo perché sono false e precarie. Salomone aveva detto a se stesso: “Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere”. Ma ha dovuto concludere: “Ed ecco che anche questo è vanità” (Ecclesiaste 2:1).

Dio non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze

Riguardo alle prove abbiamo una promessa che ci incoraggia molto: “Dio non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione (o la prova) vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare” (1 Corinzi 10:13). La forza di chi ripone in Dio le proprie speranze e le proprie aspettative si rinnova continuamente per ché è basata sulla fede. Solo Dio può cambiare la catastrofe in benedizione e il dramma in trionfo. La forza della disperazione di chi non conosce il Signore è di breve durata e non ha nessuno sbocco perché manca di fondamento. L’idea che essere risparmiati dalle difficoltà e dalle prove sia un segno dell’approvazione del Signore non è giusta. Dio libera gli uni dalla prova e soccorre gli altri nella prova. È la sua volontà sovrana che decide cosa fare. Avete mai letto Isaia 28:23-29? Con la figura dell’agricoltore, Dio ci fa comprendere il suo modo di agire verso i suoi figli. Egli ha un discernimento perfetto e i mezzi di cui si serve sono correttamente misurati e sempre destinati a raggiungere uno scopo preciso. “L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passare sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte col bastone e il comino con la verga. Si trebbia il grano… vi si fanno passare sopra la ruota del carro e i cavalli, ma non si schiaccia”.

Questo per dire che il nostro Padre sa sempre dosare la prova in base alle nostre forze e all’obiettivo da raggiungere; non è sua intenzione schiacciarci sotto il peso della sofferenza, ma aiutarci a fare dei progressi nella fede e nella testimonianza. E alla fine, per quanto possa sembra re paradossale, ci darà anche tanti motivi di ringraziamento! Non per nulla il brano di Isaia si conclude con queste parole: “Meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza”.

Mondanità e peccati causano tristezza

A togliere la gioia sono anche la mondanità, i peccati non confessati, i rancori, le gelosie; e poi, ovviamente, la scarsa comunione col Signore e la mancanza di impegno nella testimonianza. Se trascuro la lettura della Parola, se non mi nutro della Verità e non la scrivo nel mio cuore, avrò più sconfitte che vittorie. Se lo Spirito che è in me è “rattristato” non potrò non esserlo anch’io. Se sono un credente mondano mi sen tirò demotivato, vuoto e deluso. La mia vita sarà un falli mento. Con l’andar del tempo, nel mondo non troverò soddisfazione, nella chiesa mi sentirò fuori posto, e tra i fratelli più fedeli di me proverò disagio e cercherò di evitare la loro compagnia. Ricordo un credente che, dopo anni di fedeltà e di impegno, ha riallacciato rapporti con vecchi amici increduli e con loro ha ripreso uno stile di vita che alla sua conversione aveva abbandonato. Così, il suo rapporto con Dio si è un po’ alla volta incrinato; ha tralasciato la lettura della Bibbia, ha diradato la frequenza alle riunioni della chiesa, ha interrotto i legami di amicizia coi fratelli… Ci vollero anni prima che si rendesse conto della perdita che aveva fatto e trovasse la forza di tornare sulla buona strada. Commentando la sua triste esperienza, diceva umiliato: Avevo perso la gioia!

Se tu sei un credente, non puoi fuggire da Colui che è dentro di te per vivere a modo tuo. E non accontentarti di amici che non hanno gli stessi tuoi valori e la tua stessa fede. I veri amici sono amici per sempre se il loro Signore è il tuo Signore. Con le compagnie di chi rifiuta Dio non troverai nessuna gioia profonda. La tua vita spirituale ne risentirà, e sarai presto deluso e amareggiato. Ricordati che il mondo è territorio nemico. Nel mondo ogni verità è relativa: è giusto ciò che piace, che diverte, che in quel momento soddisfa… Ma la Verità di Dio non è relativa a niente. Per questo, noi che abbiamo il privilegio di conoscere il Signore, dobbiamo ascoltare i suoi consigli e farci condurre dallo Spirito Santo. Solo se saprò dare a Lui il controllo della mia vita avrò la Sua pace. In ogni caso, Dio non abbandona i suoi figli. Se dopo aver fatto molti passi lontani da Lui confessiamo l’errore commesso e torniamo indietro, basta che facciamo un solo passo ed ecco che ritroviamo il nostro Padre pronto a per donarci e a prenderci per mano! Noi non dovremmo peccare; lo dice chiaramente Giovanni nella sua prima Lettera (2:1). Non possiamo più “prestare” le nostre membra al peccato “come strumenti d’iniquità” (Romani 6:12-13). Ma quando, malauguratamente, cadiamo in un peccato, bisogna che lo confessiamo e l’abbandoniamo subito (Proverbi 28:13), senza mai dimenticare che Cristo, il nostro Avvocato, è presso il Padre col pieno valore del suo sangue che ha cancellato per sempre tutti i nostri peccati passati, presenti e futuri (1 Giovanni 2:1-2). Se non abbiamo ben chiara questa verità, potremmo trascinarci per tutta la vita sotto il peso del rimorso per vecchi peccati commessi e non godere la gioia del perdono e della liberazione. Inoltre, faremmo torto al Signore che di quei peccati ha pagato il prezzo. E che prezzo! Io rimarrei molto male se, dopo aver saldato di mia tasca il debito di un amico povero, sentissi quello che, invece di ringraziar mi, continuasse a lamentarsi per quel debito e, ancor più, se mi chiedesse di pagarlo!

L’esperienza di Davide è molto significativa. Si era reso colpevole di adulterio e omicidio, e quando ne ha compre so la gravità non li ha subito confessati al Signore, tanto che scrive: “Finché ho taciuto, le mie ossa si consumava no, tra i lamenti che facevo tutto il giorno”.

Sentirsi male per aver peccato è una cosa, ravvedersi e cambiare direzione di pensiero e di vita è un’altra. Per Davide la svolta è avvenuta con la confessione e un sincero pentimento: “Davanti a te ho ammesso il mio peccato… Ho detto: ‘Confesserò le mie trasgressioni al SIGNORE’, e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato” (Salmo 32:3-5). Allora, Dio ha ripreso le redini della sua vita.

Contenti di come si è e di quello che si ha

Per essere gioiosi dovremmo anche saper essere contenti di come siamo, di quello che facciamo e delle cose che abbiamo. E’ facile a dirsi, potrebbe obiettare qualcuno; come può una persona con un grave handicap essere contenta di com’è? O essere contento chi è costretto a svolgere un lavoro che è il contrario delle sue aspirazioni e delle sue capacità? O essere soddisfatto chi ha poco o niente?

L’obiezione è comprensibile. Ma proviamo a guardare le cose dal punto di vista più elevato. Il credente può sempre essere contento di quello che è perché ha l’onore di essere un figlio di Dio, salvato per l’eternità, amato dal Padre e con una prospettiva gloriosa. Contento di quello che fa per ché può parlare del suo Salvatore e portare qualcuno alla salvezza. Contento di ciò che ha perché riceve ogni cosa dalla mano del Padre, riconoscente anche di quel poco che il suo amore gli dispensa.

Durante la seconda guerra mondiale e nei primi anni dopo la fine della guerra, la mia famiglia ha vissuto momenti difficili. I guadagni erano ridotti al minimo e molti generi alimentari erano introvabili. Avevamo lo stretto necessario per sopravvivere. Io allora ero un bambino, ma ricordo benissimo che nella mia famiglia la gioia del Signore non è mai mancata, né è mai venuta meno la fiducia nell’amo re e nel soccorso di Dio.

Quando Paolo scriveva ai Filippesi “rallegratevi nel Signore” (3:1), quei credenti erano perseguitati e anche molto poveri; e lui era “in catene per Cristo”! Dunque, nei momenti difficili che non dipendono da noi, attaccarsi al Signore è l’unica risorsa. La fede accetta con umiltà e si sottomette, la fede sa che Dio è al corrente di tutto ciò che ci avviene, e che è un Padre non solo pieno d’amore, ma anche di potenza e di saggezza.

Sei di quelli che non si piacciono e non si sentono accetta ti? Hai una bassa opinione di te e del tuo valore come per sona? Ascolta un consiglio. Anzitutto, pensa che per Dio vali tantissimo. È Lui che ti ha fatto. Per te ha dato il suo Figlio Gesù. Sotto le macerie dei tuoi problemi e delle tue insicurezze c’è un cuore che è caro a Dio, tanto che lo vuole tutto per sé. Ti dice: “Figlio mio, dammi il tuo cuore”, e poi ti chiede di affidargli la tua vita, di presentare tutto il tuo corpo a Lui “in sacrificio vivente”, e ti assi cura che questo gli è gradito. Se sei un credente, sei un membro della famiglia di Dio, e come tale hai una grande dignità. Non sottovalutarti! Dio ti dice: “Io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio… Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo” (Isaia 43:1, 4). A Lui appartengono il tuo spirito, la tua anima e il tuo corpo; Cristo, col suo sacrificio, ha comprato interamente tutto il tuo essere!

Capitolo 5

La paura. Cause e rimedi

“Nel giorno della paura, io confido in te… In Dio confido e non temerò” (Salmo 56:3-4)

“Non temere; solo abbi fede” (Luca 8:50)

– “Non abbiate paura”. “Non temete”

– Vedendo il vento, ebbe paura

– Quelli che seguivano erano pieni di timore

– Guardiamo le sue mani e i suoi piedi

– La paura, un sentimento dell’animo umano

– Qual è l’origine della paura?

– La fede. Un rimedio alla paura

“Non abbiate paura”. “Non temete”

In molte occasioni i discepoli hanno avuto paura. Eppure il Signore era con loro. La sua potenza, che più volte hanno potuto sperimentare, e il suo amore, di cui avevano tante conferme, avrebbero dovuto rassicurarli. Ma la nostra umana debolezza e il sentimento della nostra inadeguatezza di fronte a certi eventi superano spesso la fiducia che abbiamo in Dio. Così il Signore ha dovuto più d’una volta rasserenare i suoi discepoli con espressioni di incoraggia mento e interventi di potenza. Un giorno, in barca sul mare in burrasca, i discepoli hanno davvero creduto di morire (Matteo 8:25). Sentivano che da soli non ce l’avrebbero fatta e furono presi da sgomento. Credo che nessuno di noi possa dire di non aver mai attraversato qualche burrasca nel corso della sua vita e di non aver mai avuto momenti di paura. Ma tutti possiamo testimoniare che il Signore non ci ha lasciati in balia delle onde!

Ognuno di noi è al centro di un progetto di Dio

Noi non siamo nati per caso; non esistiamo per una serie di fortuite coincidenze. Non siamo semplicemente parte di un ciclo biologico dove gli esseri umani nascono, si riproducono e muoiono. Noi esistiamo per un preciso disegno divino. Dio, dunque, ha un progetto per ognuno di noi, che non è uguale per tutti, ma che prevede, per tutti, due risultati fondamentali: la sua propria gloria e la nostra pace.

Ognuno di noi è al centro di questo progetto e vi può rima nere se mantiene col Signore una stretta comunione, se non viene meno nella fiducia, se mette Dio e le sue cose al primo gradino della propria scala di valori. In questo modo Dio potrà raggiungere i suoi scopi, realizzare i suoi piani, portare a buon fine ciò che ha previsto.

Quando nella vita di un credente avviene una tragedia, una malattia grave, un lutto, un grande dispiacere, un impoverimento improvviso, siamo portati a chiederci: Come mai? Non diciamo sempre che il Padre celeste ha cura dei suoi figli? E può sorgere un altro interrogativo: noi che apparteniamo al Signore, siamo in balìa delle vicende del mondo esattamente come gli altri che non lo conoscono? Io risponderei sì e no, e cerco di spiegarmi.

Questo mondo nel quale noi tutti viviamo “giace sotto il potere del maligno” (1 Giovanni 5:19). Il peccato vi regna e porta con sé tutte le sue tragiche conseguenze. Satana ne è il principe (Giovanni 14:30), perché l’umanità si è assoggettata a lui rifiutando di ubbidire a Dio e alle sue leggi. Ora, noi credenti viviamo sulla terra anche se siamo cittadini del cielo. Siamo stranieri, gente di passaggio, è vero, ma sottoposti a tutti gli inconvenienti che questa traversata comporta. Ecco perché anche noi soffriamo, ci ammaliamo, moriamo. Se c’è la guerra nel nostro paese la subiamo; se c’è la povertà anche noi la risentiamo. E in più, possiamo essere per seguitati per la nostra fede! Perché nessuno si facesse illusioni, il Signore ha detto: “Nel mondo avrete tribolazione”; però ha aggiunto: “Ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” (Giovanni 16:33).

Peraltro, la tragedia che ci può colpire non è una fatalità, sfuggita dalle mani di Dio, perché il Padre non perde mai di vista i suoi figli e nulla di ciò che accade loro lo coglie di sorpresa. Noi, dunque, una cosa dobbiamo fare: considerare quell’avvenimento come facente parte del progetto di Dio per noi, includerlo nel suo piano e buttarci fra sue braccia. Egli solo conosce l’origine e la finalità di ogni nostra tribolazione. Se permette l’avversità sa benissimo cosa questa possa produrre di buono nella nostra vita.

Se ci manteniamo sottomessi al Signore e conserviamo in Lui la stessa fiducia che avevamo prima, Dio raggiungerà attraverso quella prova i due scopi fondamentali ai quali ho accennato: la sua propria gloria e la nostra pace. Il credente provato farà luce intorno a sé, e la sua testimonianza dell’amore di Dio, nella prova in cui si trova, sarà tanto più convincente e potrà portare delle anime a Cristo. Ma se, presi dallo scoraggiamento, ci ribellassimo, incominciassi mo a pensare che Dio non si interessa dei suoi figli e ci rifiutassimo di pregare o di ricevere degli incoraggiamenti, ci porteremmo fuori dal piano di Dio. La “prova” della nostra fede risulterebbe negativa, e se faceva parte della scuola di Dio non ci sarebbe risultato.

Se Dio non è glorificato, se è criticato nel suo modo d’agi re, noi non possiamo avere pace. E sarà lungo il tragitto per rientrare nel suo progetto e faticoso il lavoro per riequilibrare i pensieri e riprendere il nostro processo di crescita ritrovando la comunione col nostro Padre.

Un errore che potremmo commettere, quando un fratello o una sorella sono duramente provati, è quello di andare alla ricerca di una causa che quasi sempre si crede di identificare in un peccato commesso. Molto raramente la prova è un castigo, ma potrebbe anche esserlo – “molti” della chiesa di Corinto si ammalavano e morivano proprio come castigo di Dio (1 Corinzi 11:30) – ; in questo caso sarà il Signore a parlare al cuore e alla coscienza dei suoi figli sotto disciplina, portarli al pentimento e far loro ritrovare la pace. Il compito della fratellanza è di aiutarli ad avere fiducia in Lui, non ad inventare delle possibili cause. Come già ho avuto modo di dire, il concetto che un credente fedele non debba avere difficoltà e prove è estraneo allo spirito e all’insegnamento del Nuovo Testamento. Perché non prendiamo istruzione dal caso di Giobbe? Tre suoi amici, credendo di fargli del bene, hanno perso tempo a cercar di capire il motivo di quelle disgrazie, incolpando Giobbe di peccati e ingiustizie che non aveva commesso.

Erano totalmente fuori strada! Non hanno aiutato il loro povero amico, non l’hanno consolato, ma gli hanno messo addosso un tremendo peso. Alla fine, sarà Dio di persona a parlare a Giobbe e a correggere certi suoi pensieri errati. Con quegli amici Dio si è adirato, perché non avevano par lato di Lui “secondo la verità”! (Giobbe 42:7).

Nella barca Gesù dormiva

Nella barca coi discepoli c’era il Signore. Dormiva, è vero, ma era lì. Dormiva con la stanchezza di un servo che ha lavorato senza risparmiarsi, ma anche con la serenità di chi sa di essere in grado, essendo il padrone dei cieli e della terra, di calmare con una sola parola gli elementi scatenati della natura.

Potevano forse affondare? Potevano morire con Lui vicino? In preda al terrore gridano: “Maestro, non t’importa che noi moriamo?” (Marco 4:37-41). C’era un’implicita accusa in quelle parole. Era come dire: Non ti interessi di noi? Sei indifferente alle nostre difficoltà? Se ci ami, per ché non ci aiuti?

Qualcuno di questi dubbi è salito anche nella nostra mente in momenti difficili. Così la tempesta, episodio normale nelle vicende umane, è stata un test della loro fede e nello stesso tempo una clamorosa dimostrazione della potenza di Dio. “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”, risponde il Signore. Oppure, come riferisce Matteo: “Perché avete paura, o gente di poca fede?”. In ogni caso c’è di mezzo la fede. Una fiducia che forse non manca del tutto, ma che è poca, insufficiente a far fronte ai grandi drammi e alle tragedie dell’esistenza umana. Per i suoi, comunque, il Signore è presente, e questa è la più grande garanzia.

I discepoli non conoscevano ancora bene il Signore, tanto che quella dimostrazione di potenza li ha spaventati. In seguito non sarà più così, e ancor meno quando quella stessa potenza li accompagnerà nel corso del loro servizio evangelistico e del loro ministero apostolico.

Vedendo il vento, ebbe paura

Durante un’altra bufera (Matteo 14:22-36) Gesù, che non era con i discepoli nella barca, va incontro a loro verso le tre del mattino, camminando sul mare. Quando lo scorgono, nel buio della notte, sono turbati e “dalla paura” gridano. Non c’era pericolo di vita. C’era solo un forte vento che impediva di avanzare nonostante i loro sforzi sui remi. Era proprio necessario l’aiuto del Signore? Forse, sebbene con grande fatica, ce l’avrebbero anche fatta da soli, come altre volte. Ma il loro Signore vuol essere comunque presente.

Con un atto spontaneo d’amore, con la premura affettuosa di un Maestro verso i suoi discepoli, anche nel cuore della notte e senza che la sua presenza sia invocata, Lui arriva lì, e alla fine calma il vento. È in quell’occasione che Pietro fa l’esperienza più straordinaria di tutta la sua carriera di discepolo: camminare sul mare! Prima, aveva gridato di paura come gli altri, ma poi, quand’ha riconosciuto Gesù, ha chiesto egli stesso di poter andare verso di Lui, e Lui gli ha detto “Vieni!”. Era una questione di fede e Pietro l’ave va. Il Signore non poteva tradirlo.

Ma per quanto grandi siano le risorse divine alle quali la fede può attingere, la nostra debolezza umana non riesce sempre ad approfittarne completamente. Dobbiamo essere consapevoli del nostro limite e non tentare il Signore. Egli non chiede ai suoi figli di essere dei superuomini e delle superdonne, ma persone umili che si affidano totalmente a Lui e non contano su se stessi.

Non stupiamoci se Pietro “vedendo il vento, ebbe paura”. Ammiriamo invece la sua prontezza nell’invocare l’aiuto del Signore e, soprattutto, la prontezza del Signore nell’afferrarlo per la mano e tirarlo fuori dall’acqua. Pietro è definito da Gesù “uomo di poca fede” perché ha dubitato, ma noi tutti vorremmo avere un briciolo di quella fede che lo ha fatto camminare, sebbene per qualche momento, sul mare agitato!

La fede. Quella fede che sa guardare fisso al Signore e non alle circostanze. Quella fede grazie alla quale, come è scritto in Ebrei 11, uomini e donne di Dio hanno conquistato regni, ottenuto l’adempimento di promesse, chiuso le fauci dei leoni, spento la violenza del fuoco, riavuto per risurrezione i loro morti. Che vuol dire se altri, invece, subirono prigionie o soffrirono torture o vennero uccisi? Anche in quei casi la loro fede ha vinto. Ha vinto perché non si sono tirati indietro, non si sono vendicati, non hanno rinnegato Dio. Hanno creduto in Lui per quello ch’Egli è, non tanto per quello che faceva per loro (Daniele 3:17-18). “Di loro il mondo non era degno”! (v. 38).

Quelli che seguivano erano pieni di timore

Il Signore aveva già preavvisato i discepoli che Lui, il “Figlio dell’uomo”, avrebbe sofferto molte cose e sarebbe stato respinto dagli anziani, dai capi sacerdoti, dagli scribi, e alla fine ucciso (Marco 8:31). Ma era un discorso difficile. Non potevano immaginare che al loro Signore, così buono, così potente, Messia d’Israele, avrebbero riservato una simile fine. Però, man mano che i giorni passavano, la sensazione che gli avvenimenti stavano per precipitare incominciava a turbarli. Mentre erano in cammino verso Gerusalemme, “Gesù andava davanti a loro; essi erano turbati; quelli che seguivano erano pieni di timore” (Marco 10:32). Era tutto previsto, certo; “bisognava” che il Figlio dell’uomo soffrisse quelle cose. L’annuncio della risurrezione che sarebbe seguita avrebbe dovuto servire a tranquillizzarli, ma non è stato sufficiente perché nemmeno la risurrezione l’avevano compresa.

Il Signore ritorna!

Poi gli eventi precipitano. Dove Gesù stava per andare nessuno avrebbe potuto seguirlo (Giovanni 13:36). I discepoli sono turbati. Allora il Signore, prima ancora di annunciare la venuta dello Spirito Santo, “un altro Consolatore”, li incoraggia con una straordinaria promessa: “Il vostro cuore non sia turbato… Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore… Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me” (Giovanni 14:1-3).

A preparare il posto, per loro e per noi, è andato in croce. Poi è salito in cielo e da lì tornerà. Al suo ritorno, però, non verrà sulla terra; la gente del mondo non lo vedrà perché si fermerà “nell’aria”, e i credenti di ogni epoca (risuscitati se già deceduti o trasformati se ancora viventi) andranno ad incontrarlo. Tornerà sulla terra più tardi, dopo i giudizi, quando verrà a regnare, e allora tutti lo vedranno.

Il ritorno del Signore è l’aspettativa gloriosa e consolante di ogni credente, ed è l’unico avvenimento profetico di cui la Chiesa attende il compimento. Tutto il resto della profezia, che riguarda Israele e il mondo, si compirà dopo. Ma oggi, di quegli avvenimenti possiamo già avvisarne i preparativi e questo ci fa ritenere che il ritorno del Signore sia davvero prossimo. Non sappiamo, dunque, quando il Signore verrà; “i tempi e i momenti” il Padre li ha riservati “alla propria autorità”. Ha solo detto che verrà “presto”, e questo vale a mantenere viva l’attesa. Ogni giorno, ogni istante, può essere quello buono! Ma l’aspettativa del ritorno del Signore produce davvero dei risultati nella nostra vita? In concreto, cambia qualcosa? Migliora la santità dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti, lo zelo nella testimonianza, l’amore per Lui e per i suoi figli? Sono molti i passi in cui esortazioni e consigli sono messi in relazione a questo prossimo grande avvenimento e visti come logica conseguenza della nostra attesa; passi nei quali il pensiero della prossima venuta del Signore implica una correzione di qualche comportamento o un perfezionamento nell’agire del credente. Ne citerò solo alcuni. L’apostolo Paolo, quando tratta l’argomento in 1 Corinzi 15:51-58, conclude dicendo: “Perciò… state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore”. In Filippesi 3:20 e 4:1, in vista della trasformazione dei nostri corpi che avverrà al ritorno del Signore, l’esortazione è di essere saldi nel Signore. In 1 Tessalonicesi 4:15-18 c’è la consolazione, e poco più in là la necessità di vegliare ed essere sobri (5:6). Nell’attesa della “beata speranza e del l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Gesù Cristo”, “la grazia di Dio… ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane” (Tito 2:11-13). “E chiunque ha questa speranza in Lui, si purifica, come Egli è puro” (1 Giovanni 3:3). Come dicevo prima, se siamo convinti che il ritorno del Signore è vicino, non è solo perché ci ha detto che viene presto, ma perché assistiamo, nell’evolversi delle vicende del mondo, ad una preparazione di ciò che si manifesterà pienamente dopo che il Signore avrà preso i suoi. Le cose che stanno per avvenire sono tutte previste dalle Scritture. L’immoralità, la violenza, l’apostasia e il rifiuto di Dio porteranno verso anni di terribili castighi contro un’umanità che ha respinto la conoscenza di Dio, che lo ha provocato coi peccati più abominevoli e ha rifiutato tutte le più lampanti prove della sua esistenza e del suo amore.

A volte, assistendo alla progressiva avanzata del male e dell’influenza di Satana, anche noi, come già ho avuto occasione di dire, siamo turbati. Ma come l’annuncio della risurrezione doveva servire ai discepoli d’incoraggiamento, così l’aspettativa del suo ritorno deve valere a darci forza e pazienza. Anche quelli che si convertiranno negli anni dei giudizi e che soffriranno pene indicibili, saranno invitati a guardare in alto e a pensare alla loro prossima liberazione e al glorioso regno di Cristo nel quale entreranno (Luca 21:28).

Le porte chiuse per paura

All’arresto del Signore “tutti i discepoli l’abbandonarono e fuggirono” (Matteo 26:56). Non era un rinnegamento, come non sarà nemmeno un vero rinnegamento quello di Pietro nel cortile del sommo sacerdote. Rinnegare a parole di conoscere il Signore, spinti dalla paura, per quanto riprovevole sia, non è apostatare dalla fede.

La sera della domenica in cui il Signore è risorto, i discepoli si erano riuniti in una casa e avevano chiuso le porte “per timore dei Giudei” (Giovanni 20:19). C’erano le prime avvisaglie di una possibile persecuzione, e quando il Signore si presenta e dà loro la sua pace essi si rallegrano. Dopo la discesa dello Spirito Santo, però, acquisteranno molto coraggio; addirittura si rallegreranno “di essere stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome di Gesù” (Atti 5:41)!

Qualche tempo dopo, Paolo dirà: “Per me il vivere è Cristo e il morire guadagno” (Filippesi 1:21); e possiamo capirlo, perché tanto meno diamo importanza alle cose della terra, tanto meno ci spaventa la loro eventuale perdita.

Sta di fatto, comunque, che quando pensiamo alle persecuzioni che molti nostri fratelli subiscono in varie parti del mondo, un po’ di turbamento ci pervade. Ma poi ci consoliamo al pensiero che dove vi sono persecuzioni il Vangelo si spande ancora di più, grazie alla fede di quei credenti e alla loro coraggiosa testimonianza. E capiamo che lo Spirito Santo è in grado di infondere ardire e sicurezza tanto più nei momenti di maggiore bisogno. Noi preghiamo incessantemente per loro, con la fiducia che Dio non permetterà che le prove superino le loro forze e che, con le prove, darà anche il modo di sopportarle (1 Corinzi 10:13).

Guardiamo le sue mani e i suoi piedi

Quando il Signore risuscitato si presenta in mezzo ai discepoli, essi sono addirittura “sconvolti e atterriti” (Luca 24:37). Credevano di vedere un fantasma, o meglio, in base al testo, uno “spirito”. Cosa realmente intendessero per fantasma o spirito non lo sappiamo. Che pensassero a un angelo? O forse, vista la loro paura, a uno spirito maligno? In ogni caso, era un fenomeno soprannaturale, un’apparizione inaspettata. Il Signore si stupisce del loro atteggiamento. Marco dice che “li rimproverò della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che l’avevano visto risuscitato” (16:14); Luca parla di “dubbi” ai quali il Signore imputa la loro esagerata paura. Le sue mani e i suoi piedi portavano ancora i segni dei chiodi. Potevano guardarli bene. Il suo sacrificio in croce era il fondamento della loro e della nostra pace. Ma se questo non fosse bastato, Gesù li invita a “toccarlo”, perché “un fantasma non ha carne e ossa” come Lui aveva.

Quanta gente ha un’idea vaga del Signore! Oggi credono e domani dicono “ho perso la fede”. Uno sguardo superficiale non coglie mai i dettagli. La grande distanza sfuma i contorni e dà una percezione vaga e a volte errata della realtà. Così è della conoscenza del Cristo. Bisogna avvicinarsi a Lui, approfondire la lettura dei Vangeli, invocarlo nella preghiera. Bisogna “toccarlo”, per così dire, rendersi conto che non è un “fenomeno” o un’ “idea” o una figura astratta. Gesù è il Figlio di Dio che si è fatto uomo, è morto, risuscitato, salito in cielo, ed ora è vicino ai suoi riscattati ogni giorno della loro vita, vivo e vero. Vicino, sì, ma anche “in loro”, com’è scritto: “Dio ha voluto far conoscere quale sia la ricchezza della gloria di questo mistero… cioè Cristo in voi, la speranza della gloria” (Colossesi 1:27).

La paura, un sentimento dell’animo umano (*)

Ma perché gli esseri umani hanno paura? Da dove proviene questo sentimento che rovina la vita di tante persone e impedisce di godere dei rari momenti felici? Nessun psicologo, nessuno studioso dell’animo umano è in grado di spiegare quale sia l’origine della paura e quali i mezzi per dominarla.

_____________

(*) Il 4/3/1939 Roosevelt proclamò quattro grandi libertà: libertà di espressione, libertà di parola, libertà dal bisogno, libertà dalla paura. Lo scopo dichiarato era “per una pacifica convivenza fra i popoli”. Ma quest’obiettivo, in realtà, non è mai stato raggiunto!

_____________

Soltanto Dio sa perché abbiamo paura e solo Lui può pro porre delle soluzioni concrete ed efficaci; e, come sempre, la Bibbia è il Libro delle grandi risposte.

Anche un bimbo molto piccolo ha paura. Un rumore violento lo fa piangere, l’allontanamento della madre lo rende sgomento. Poi, crescendo, aumenta la consapevolezza e le paure aumentano: paura di soffrire, di essere abbandonati o maltrattati, di fallire nei progetti o di venire privati di cose o persone alle quali si tiene particolarmente e che danno sicurezza.

Più aumenta il contatto con la realtà della vita, più nume rosi e fondati sono i motivi di paura. Malattie gravi, guerre, delinquenza, disoccupazione, solitudine… Chi soffre di crisi di panico conosce una paura in più: la paura di avere paura. E come sfondo a tutto questo, la paura universale che accomuna tutti gli esseri umani, quella della morte.

So benissimo che non è facile fare una classificazione degli innumerevoli motivi delle nostre paure, ma posso dire che fondamentalmente il motivo principale è l’angoscia della sofferenza procurata dalla “deprivazione”, cioè dall’essere privati di qualcosa che stimiamo indispensabile per la nostra vita, la nostra serenità, la nostra sicurezza. La morte ci priva della vita, la morte di un nostro caro ci priva di legami affettivi, la disoccupazione ci priva del lavoro, la guerra della pace e del benessere materiale, la malattia della salute, la crisi economica dei risparmi e degli agi, e così via.

Come accennavo prima, alla paura dell’incognito, di ciò che potrà avvenire domani, è strettamente legato il problema della morte con le sue implicazioni. Cosa ci sarà dopo? Dove andrò a finire? Se Dio c’è e se dovrò rendergli conto della mia vita, cosa mi succederà? Molti cercano di soffocare questo timore convincendosi che con la morte finirà tutto, o che ci sarà un’altra vita sulla terra reincarnandosi in altri esseri. Tutte falsità e pure illusioni. “È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” (Ebrei 9:27).

 Anche la solitudine fa paura. Il vuoto, in senso generale, non è congeniale alla natura umana portata a riempire di esperienze e di oggetti la propria esistenza e la propria dimora. Momenti o periodi di solitudine sono frequenti nella nostra vita. “Nessuno mi ama, nessuno mi aiuta, nessuno si occupa di me”: questo è il lamento, molto spesso giustificato, di tante persone, specialmente anziani ed emarginati. “Guai a chi è solo e cade senza avere un altro che lo rialzi”, scrive Salomone (Ecclesiaste 4:10).

Il profeta Elia, deluso e amareggiato per gli scarsi risultati della sua predicazione, perseguitato da una regina assassina, si ritirò nel deserto ed espresse il desiderio di morire. E pregò: “Basta! Prendi la mia vita, o Signore, perché io non valgo più dei miei padri”. Ma quando Dio gli chiese “Che fai qui, Elia?”, lui rispose: “I figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto… sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita” (1 Re 19:4, 9-16). Sono rimasto io solo! Senso di solitudine, ma anche un po’ di presunzione. Elia credeva che non vi fossero altri fedeli al di fuori di lui; non li conosceva, non li aveva mai visti, eppure erano settemila (v. 18) e Dio li conosceva bene! Quant’è utile questo racconto per tenere lontana da noi ogni idea di essere i soli, i migliori, i più utili, i più meritevoli!

Qual è l’origine della paura?

Per capirne qualcosa dobbiamo partire dall’inizio. La prima volta che nella Bibbia è nominata la paura si trova nel Libro della Genesi (3:10).

Come sappiamo, Adamo era caduto nel peccato trasgredendo un preciso ordine di Dio. Aveva mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male e, ben lontano dal diventare come Dio, stando all’insinuazione del serpente, si trova nudo, trasgressore e colpevole, e con la prospettiva della morte. E così pure Eva. Ambedue nudi davanti a Dio, nudi nel loro stato di peccatori! La cintura di foglie di fico, da loro ideata, non bastava a rassicurarli, e così si nascondono. Quando Dio li chiama, Adamo risponde: “Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura perché ero nudo” (v. 10). Adamo aveva ormai interrotto la sua relazione con Dio, basata sulla fiducia, sul l’amore, sulla totale dipendenza, e di lì a poco sarà scacciato dal giardino di Eden. La sua evidente situazione di peccatore era incompatibile con la presenza di Dio.

 “Nell’amore non c’è paura; – scrive Giovanni – anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo” (1 Giovanni 4:18). Fuori da Eden non era più come dentro. Fuori era venuto a mancare quel senso di protezione di cui l’uomo ha bisogno, ma specialmente il contatto diretto col suo Creatore e quella serenità che deriva da una buona coscienza.

La tribolata odissea della razza umana in questo mondo incomincia proprio di lì, con quelle premesse. Da quel momento, “il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte” (Romani 5:12). Il peccato turba le coscienze. La trasgressione e il conseguente allontanamento da Dio hanno fatto perdere ogni sicurezza.

Ma c’è di più: quel primo atto di disubbidienza ha dato ampio spazio a Satana e ha portato per tutta l’umanità conseguenze disastrose. Malattie, dolore e morte ne sono il risultato, e generano angoscia. Orgoglio, violenza, egoismo, crudeltà, che sono all’origine di tutti i conflitti, fanno paura.

La fede. Un rimedio alla paura

Nelle nostre società si cerca di ovviare al problema della paura in vari modi: assistenza sanitaria, pensione, cassa integrazione, indennità di disoccupazione, assistenza agli anziani e ai malati terminali… Poi le assicurazioni: contro il furto, gli infortuni, gli incendi, i danni arrecati a terzi, ecc… Ma poiché la paura è interiore, radicata nel profondo del nostro essere e legata a un senso di inadeguatezza e d’impotenza, non è facile porvi rimedio.

Soltanto la fede in Dio può aiutare a vincere la paura del domani e della morte. E tanto più la vincerebbe se il nostro legame col Signore fosse così profondo e reale da farci perdere ogni attaccamento al mondo e alla nostra stessa vita. I credenti sanno che tutto è nelle mani di Dio e che Lui ha dei piani precisi per ognuno singolarmente, e anche per il mondo in generale. Ma bisogna che lo crediamo davvero.

Come sarebbe bello se avessimo sempre quel livello spirituale che porta a dire, come l’apostolo Paolo: “Non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa… Per me il vivere è Cristo e il morire guadagno” (Atti 20:24, Filippesi 1:21); oppure di quei campioni della fede elenca ti nel cap. 11 della Lettera agli Ebrei e di tutti i fedeli, dei tempi passati e di oggi, che per difendere la loro fede non sono indietreggiati e non indietreggiano nemmeno di fronte al martirio.

Quando muore, il credente va col Signore; e non solo non sarà giudicato, ma ha un posto in cielo nella casa del Padre, preparato dal Signore Gesù mediante la sua morte e la sua risurrezione, e un’eredità da Lui stesso conservata e custodita (1 Pietro 1:4). Dopo la crocifissione di Gesù, gli apostoli avevano paura dei Giudei tanto che quando Lui, risorto, appare in mezzo a loro, le porte della camera dov’erano radunati erano ben chiuse. I Giudei avrebbero potuto sfogare anche contro di loro l’odio che avevano per Gesù. Il rischio di essere insultati o picchiati o imprigionati era tutt’altro che immagina rio. Ma quando il Signore si presenta, mostra loro le ferite delle mani e del costato, e dice “Pace a voi”. Che sorgente di pace è il sacrificio di Cristo! E che salto di qualità c’è stato più tardi quando, di fronte alla persecuzione, quegli stessi apostoli, prima così timorosi, hanno realizzato la beatitudine di cui Pietro, più tardi, parlerà nella sua prima Lettera: “Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi” (1 Pietro 4:14; vedere Matteo 5:11 e Atti 5:41).

Anche il timore della solitudine può essere vinto perché la fede è in grado di far realizzare in ogni situazione la realtà e la concretezza della presenza del Signore. “Dio stesso ha detto: ‘Io non ti lascerò e non ti abbandonerò’. Così noi possiamo dire con piena fiducia: ‘Il Signore è il mio aiuto, non temerò’” (Ebrei 13:5-6).

Potrà il nostro Padre venir meno alla sua promessa e tradire la nostra fiducia? Gesù Cristo ha sofferto per l’incomprensione, il disprezzo e l’incredulità di molti del popolo, e qualche volta anche dei suoi discepoli, e ci può comprendere. Egli è un Sommo Sacerdote che può “simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché è stato tentato come noi in ogni cosa” (Ebrei 4:15). Lui ha perfettamente realizzato la presenza del Padre; ha detto: “Colui che mi ha mandato è con me; Egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono” (Giovanni 8:29). E ancora: “L’ora viene… che sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” (Giovanni 16:32).

Noi non possiamo dire, come Lui, che facciamo sempre le cose che piacciono a Dio, però una cosa sappiamo: che il Padre ama noi come ha amato il suo Figlio! “Io in loro e tu in me; – ha detto il Signore nella sua bella preghiera al Padre – affinché siano perfetti nell’unità, e affinché il mondo conosca che… li ami come hai amato me” (Giovanni 17:23).

Capitolo 6

L’incredulità e i dubbi. Le ricompense

“Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità” (Marco 9:24)

– “Uomini di poca fede!”

– La certezza della salvezza

– Mai dubitare di Dio

– “Che ne avremo?”

– Le ricompense e i premi

“Uomini di poca fede!”

All’inizio, i discepoli hanno avuto dei dubbi persino sulla vera identità di Gesù. Non avevano dubbi che fosse un profeta e che fosse venuto da Dio; i miracoli che faceva ne erano una prova evidente. Persino Nicodemo, il dottore della legge, era sicuro di questo. Alle nozze di Cana, al primo miracolo, quando il Signore trasformò l’acqua in vino e “manifestò la sua gloria”, è scritto che i discepoli “credettero in lui” (Giovanni 2:11). Ma ci volle un certo tempo e una speciale rivelazione del Padre prima che Pietro facesse quella meravigliosa dichiarazione: “Tu sei il Cristo (il Messia), il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16:16). Alla notizia che Lazzaro era gravemente malato, Gesù lasciò passare due giorni prima di recarsi da lui; non per indifferenza, certo, ma perché Lazzaro doveva morire e Gesù doveva risuscitarlo; “per la gloria di Dio”, dice ai discepoli, e perché “il Figlio di Dio sia glorificato”. Ma non solo; c’era anche un motivo che riguardava loro: “Per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate” (Giovanni 11:4-14).

Nella tempesta (Matteo 8:23-27), dopo che il vento e il mare si erano calmati dietro ordine del Signore, i discepoli si sono chiesti stupiti: “Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli ubbidiscono?”

“Gente di poca fede!”, “uomo di poca fede!”, “come mai non avete voi fede?”. Quante volte il Signore è stato costretto a fare questi rimproveri!

Quando Maria Maddalena, tornata dal sepolcro, disse di aver visto il Signore, “non lo credettero”. E neppure credettero ad altri due che affermavano la stessa cosa. Così, quando apparve agli undici che erano a tavola, il Signore dovette rimproverarli “della loro incredulità e durezza di cuore” (Marco 16:11-14); e dire che aveva parlato abbastanza chiaramente della sua morte e della sua risurrezione.

Su cosa si deve fondare la nostra fede? Su insegnamenti umani o sulla religione o su nostre particolari esperienze? La nostra fede si deve fondare sulla Parola di Dio. Solo quando crediamo agli insegnamenti che ci dà, afferriamo saldamente le sue promesse e godiamo delle sue rivelazioni.

La Bibbia non solo contiene la verità, come alcuni affermano, ma è la Verità in ogni sua parola. “La tua Parola è verità”, dice il Signore al Padre nella preghiera di Giovanni 17. La Bibbia ha poi una caratteristica unica: è straordinaria mente attuale! Anche per questo, a differenza di ogni altro libro, ha miracolosamente resistito al logorio del tempo. Nient’altro al mondo può essere degno di fiducia. Chi con fida nell’uomo e nelle sue opere, e “fa della carne il suo braccio”, dice il profeta Geremia, allontana il suo cuore dal Signore e attira su di sé una maledizione (17:5-6). Che privilegio abbiamo di poter conoscere i pensieri di Dio! Ma dobbiamo crederli e interiorizzarli per mezzo della fede. Quando ascoltiamo le sue parole e le mettiamo in pratica, siamo persone avvedute che costruiscono la loro casa sulla roccia, e non avranno nulla da rimpiangere quando le avversità della vita, i “torrenti” e i “venti”, sopraggiungeranno improvvisi (Luca 6:47-48).

La certezza della salvezza

Io sono sicuro di essere salvato e di avere la vita eterna. È orgoglio? È presunzione? Qualcuno potrebbe pensarlo. Ma io sono sicuro perché Gesù Cristo è morto in croce per pagare per i miei peccati. Così anche tu, se hai creduto, e quindi sei stato “sigillato” dallo Spirito Santo, non dovresti avere dubbi sul valore dell’opera di Cristo. In ogni momento ogni vero credente può testimoniare che Dio lo ha “perdonato in Cristo” (Efesini 4:32), perché è in Lui che abbiamo la giustificazione, la redenzione, la vita eterna (Romani 4:25, Efesini 1:7, Giovanni 3:16). In Lui, non in noi! “Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8:16). Gesù Cristo è “il solo mediatore fra Dio e gli uomini” (1 Timoteo 2:5). “Sotto il cielo”, è scritto, “non vi è nessun altro nome che sia dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati”, perché “in nessun altro è la salvezza” (Atti 4:12). “Unico” e “per sempre” è il suo “sacrificio per i peccati” (Ebrei 10:12).

Non saremmo mai sicuri della salvezza se la facessimo dipendere dalla nostra fedeltà. Se questa richiedesse, anche in minima parte, un nostro contributo, significherebbe che l’opera di Cristo non è stata sufficiente. Nessuno di quelli che ritengono di dover fare qualcosa per essere salvati sarà mai sicuro di esserlo; e se lo fosse peccherebbe d’orgoglio, perché riterrebbe di essere stato abbastanza fedele e quindi di avere dei meriti. La Parola è chiara: Dio, per quanto riguarda la nostra salvezza, non può accettare nulla, assolutamente nulla, che proviene dalla nostra natura umana. Per la nostra salvezza ha fatto tutto Lui!

Coloro che ricevono Gesù Cristo diventano “di diritto” figli di Dio (Giovanni 1:12), e se sono figli lo sono per sempre. È una questione di natura, di “generazione”. Pur restando immutata l’abissale distanza fra il Dio Creatore e noi sue creature, i credenti sono stati “generati da Dio”, come leggiamo in Giacomo 1:18 e in 1 Pietro 1:23.

Chi mi può chiedere il pagamento di un debito che è già stato estinto? Se poi ciò avvenisse, non avrei che da sotto porre la ricevuta di pagamento. La mia fede nel sacrificio di Cristo è la “ricevuta” perché Lui ha pagato fino all’ultimo centesimo il debito che avevo con Dio a causa dei miei peccati. “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto, e ancor più è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi” (Romani 8:33-34). Mio figlio, che sia ubbidiente o no, resta sempre mio figlio.

Ma dal momento che la salvezza ci è garantita, siamo forse autorizzati a trattare il peccato con leggerezza e a comportarci seguendo la nostra propria volontà? Certamente no; anzi, il credente si impegnerà in ogni modo ad ubbidire al Signore e a compiere le opere buone per dimostrare la sua fede, perché “la fede… se non ha opere, è per se stessa morta” (Giacomo 2:17). Le compirà per amore del suo Signore; non per diventare figlio ma perché è figlio, e come tale ha il desiderio di onorare il Padre. È in risposta al suo infinito amore che i credenti si impegnano a dare una buona testimonianza nel mondo. “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini – diceva il Signore – affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:16).

Se avete conosciuto qualcuno che si professava credente e poi si è rivoltato contro il Signore, rinnegando la sua Persona e la sua opera, potete ritenere che quel tale un vero credente non sia mai stato. Forse, com’è scritto in Ebrei 6:4-5, aveva capito come si ottiene la salvezza, aveva gioito per qualche tempo della grazia che Dio offre, aveva gustato nell’ambito della chiesa l’azione dello Spirito attraverso i vari doni, ma non era “nato di nuovo”, non aveva ricevuto il sigillo dello Spirito Santo.

Mai dubitare di Dio

Parliamo ora dei dubbi. Ho detto prima che se abbiamo accettato il Signore non dobbiamo dubitare della nostra salvezza eterna; sarebbe fare un torto a Lui che per darcela ha pagato un così caro prezzo. Ma quando sopraggiungono delle difficoltà molto gravi, delle disgrazie terribili o dei grandi dolori, potrebbe avvenire che la nostra fiducia nel Signore si indebolisca. Il Signore ci è davvero sempre vicino? Si interessa davvero di tutte le nostre circostanze terrene? Forse arriviamo anche a pensare che non ci ami di quell’amore di cui eravamo così sicuri quando le cose andavano bene.

Eppure, Dio mantiene tutte le sue promesse, sia che riguardino la salvezza delle nostre anime, sia che riguardino la sua assistenza, il suo aiuto nelle difficoltà, la sua partecipazione ai nostri dolori, la sua potenza per alleviare le sofferenze e darci la pace nel cuore a dispetto delle circostanze.

Nulla sfugge al nostro Padre. Ogni minimo dettaglio della nostra esistenza è sotto i suoi occhi. Lui non perde mai il controllo delle nostre vicende terrene. Sono i suoi scopi e le sue motivazioni che non sempre riusciamo a comprendere, ma possiamo essere certi che hanno sempre in vista il nostro bene e la nostra crescita.

Credenti che hanno attraversato delle dure prove confermano che quando si sono abbandonati nelle braccia del Signore e hanno deciso di attraversarle con Lui, hanno goduto di una pace e di una serenità così profonde come non le avevano mai provate nei momenti di benessere. Uno di loro scriveva: “Non c’è tempo più dolce di quello della prova per l’anima che confida in Dio”. Confidare in Dio presuppone credere a tutte le sue promesse, accettare come assolutamente vere tutte le sue parole, nessuna esclusa. Ma come siamo fragili! Com’erano fragili i discepoli!

“Che ne avremo?”

Ho parlato di fede: fede che salva, fede che si appoggia su Dio in tutte le circostanze della vita. Ma altri dubbi sono sorti nella mente dei discepoli. Avevano seguito il Signore dedicandogli tempo e risorse. “Avremo una ricompensa?” si chiedono. Un po’ di amore per il denaro, per gli onori o per i primi posti c’era anche nei loro cuori. Ma è pur vero che avevano lasciato tutto per seguire Gesù.

Molti altri, per amore di Cristo e del Vangelo, lasceranno casa, fratelli, sorelle, madre, padre, figli, campi; altri ancora si consacreranno a Lui rinunciando a una carriera pro mettente o ad una più elevata posizione sociale ed economica; o accetteranno di subire persecuzioni… (Marco 10:28-31). Che ne avranno? “Che ne avremo dunque?” chiede Pietro (Matteo 19:27-30). Il Signore non si stupisce di questa domanda e dà loro una bellissima risposta: nel loro tempo ne avrebbero ricevuto cento volte tanto, e nel secolo a venire la vita eterna. In Matteo è scritto che il Signore, in quell’occasione, promette loro un trono nel suo Regno futuro.

L’avvenire che Dio ha riservato ai suoi figli riempie il cuore di gioia. Noi, oggi, aspettiamo la venuta del Signore per prendere la sua Chiesa, risuscitare gli uomini e le donne di fede delle epoche passate, e trasformare i viventi. Sarà il trionfo sulla morte! Ma anche il futuro regno di Cristo è un’aspettativa gloriosa per noi. Allora, il nostro Signore tanto disprezzato alla sua prima venuta, regnerà finalmente su tutta la terra e sarà riconosciuto Re dei re e Signore dei signori!

“Con Lui anche regneremo”, scrive Paolo (2 Timoteo 2:12). I santi giudicheranno il mondo e pure gli angeli! (1 Corinzi 6:2-3). Un trono ciascuno, promette il Signore ai discepoli. Un grande onore e una grande intimità col Re: mangeranno e berranno alla sua tavola, quando sarà seduto sul trono della sua gloria, e giudicheranno le dodici tribù d’Israele (Luca 22:29-30), perché l’hanno seguito nel suo cammino di umiliazione e di sofferenza e l’hanno amato (Matteo 19:28).

Possiamo immaginare la loro gioia di fronte a una tale prospettiva. È proprio vero; Dio fa scendere dai troni i potenti e innalza gli umili. Ogni credente, indipendentemente dal suo livello sociale o culturale, dalla sua razza o dalla sua età, è fatto da Dio “re e sacerdote”!

Le ricompense e i premi

Servire Cristo con amore è già di per sé una ricompensa, una grazia, un privilegio che ci è accordato. Ma siccome è promessa una ricompensa, non dobbiamo sottovalutarla, sebbene non sia per quella che serviamo il Signore. Paolo aveva combattuto il buon combattimento, aveva serbato la fede e, alla fine della sua corsa, pensava con gioia alla “corona di giustizia” che il Signore gli avrebbe assegnata. “Ciascuno riceverà il proprio premio, secondo la propria fatica”. Gli atleti che partecipano ad una gara lo fanno in vista di una “corona corruttibile”, ma anche noi siamo esortati a correre in modo da riportare il premio (1 Corinzi 9:24). “Badate a voi stessi affinché non perdiate il frutto delle opere compiute, ma riceviate piena ricompensa” (2 Giovanni v. 8).

Corone, premi, ricompense; è così che il Signore incoraggia i suoi che in questo mondo, nel dare la loro testimonianza, sono spesso maltrattati ed emarginati, e soffrono “catene e prigionia” come gli uomini e le donne di fede di Ebrei 11.

Alla fine della Bibbia, quando annuncia la sua venuta, il Signore incoraggia i suoi dicendo: “Con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere” (Apocalisse 22:12). C’è chi si converte in punto di morte, come il ladrone sulla croce, c’è il “lavoratore dell’ultima ora”; che opere hanno compiuto? Che ricompensa riceve ranno? Saprà il Signore cosa fare perché il Padrone è Lui.

Ma per chi ha avuto il privilegio di servire il Signore e ha fatto fruttare i talenti che gli sono stati affidati (Matteo 25:14-30) è prevista una ricompensa alla fedeltà. Dio non terrà tanto conto delle nostre qualità personali, anche se gli altri le riconoscono, né dei doni che abbiamo ricevuto da Lui, né dei risultati del lavoro svolto, così difficili per noi da valutare nella loro giusta misura; la ricompensa sarà piuttosto in proporzione all’amore che ha motivato il nostro impegno e alla “fatica” nell’assolverlo (1 Corinzi 3:8).

“A chi vince… io darò…”. Alla fine di ognuna delle sette lettere indirizzate dallo Spirito alle chiese dell’Asia (Apocalisse 2 e 3) c’è la promessa di una benedizione particolare da parte del Signore. Perché Lui non è mai debito re di nessuno!

Capitolo 7

I momenti di stupore e le delusioni

“La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori” (Romani 5:5)

– “Che uomo è mai questo?”

– “Noi credevamo che… invece”

– Le delusioni nella nostra vita

“Che uomo è mai questo?”

Com’era possibile non restare meravigliati di fronte alla potenza di Gesù? Anche noi ci stupiamo dei suoi interventi in grazia, dei suoi progetti per la nostra vita, delle sue risposte alle preghiere, dei miracoli che ancora compie. E ci stupiamo anche della profondità e della complessità dei suoi insegnamenti che qualche volta non riusciamo a capire.

Smarrimento e stupore i discepoli hanno provato nelle notti di tempesta, di cui ho già parlato. Essi conoscevano bene la storia d’Israele così ricca di interventi miracolosi di Dio e di opere potenti compiute dai profeti, ma uno che cammini sul mare e che comandi agli elementi della natura e questi gli ubbidiscono, non l’avevano mai visto!

Tutti i miracoli hanno meravigliato i discepoli, ed è comprensibile. Ma quale dev’essere stato il loro stupore quando il Signore chiese proprio a loro di dare da mangiare ad una folla di migliaia di persone, pur avendo soltanto cinque pani e due pesci (Matteo 14:17)!

Affidiamo al Signore le nostre piccole risorse

“Non hanno bisogno di andarsene; date loro voi da man giare”! Se guardiamo alle nostre possibilità, di fronte a certi servizi ci sentiamo inadeguati e incapaci. Cosa sono le nostre deboli parole? Come potranno convincere gl’increduli, gli oppositori, gli indifferenti?

Cinque pani e due pesci erano la dose per sfamare al massimo due persone. Ma era quello che avevano, e dovevano fare in modo che la folla restasse lì, che nessuno se ne andasse per cercare cibo altrove. Non sapevano che c’era una soluzione, l’unica possibile: “Portatemeli”, dice Gesù. Qui sta il segreto! Mettere quello che abbiamo nelle sue mani e lasciare che sia Lui a servir sene, contare su Lui e non su noi: ecco la via del successo.

Il bastone nella mano di Mosè sarebbe servito da semplice appoggio, ma nelle mani di Dio servì a dividere il Mar Rosso e ad aprire un passaggio agli Israeliti in fuga. La fionda di Davide gli aveva certo reso dei servizi, ma usata nel nome di Dio e per la sua gloria uccise il gigante e con sentì una grande vittoria.

Ma cosa metteremo nelle sue mani se non abbiamo nulla? Qualcosa bisogna pur avere; se non altro, una buona conoscenza dei principi più importanti della Parola, anche se sarà poi Dio ad utilizzarla, indispensabile per portare ad altri il messaggio della sua grazia, giusto e completo.

Poco tempo dopo ci fu un’altra moltiplicazione dei pani e, parallelamente, un altro grande stupore da parte dei discepoli. “Dove potremmo trovare, in un luogo deserto, tanti pani da saziare una così gran folla?” (Matteo 15:33). Come facilmente dimentichiamo gli interventi del Signore! Di nuovo bisognava dare a Lui quel poco che c’era, “sette pani e pochi pesciolini”, per assistere ad un nuovo straordinario miracolo.

Così, allo stupore della richiesta apparentemente assurda del Signore di dare da mangiare a una folla così numerosa, si aggiunse lo stupore del miracolo. Tutti furono saziati e ci fu anche un abbondante resto! Anche l’apostolo Paolo era in un certo senso stupito di fronte all’operare di Dio tra mite il suo ministero, ai miracoli che gli concedeva di fare, alla conversione di così tante persone. Lo capiamo da queste parole: “Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio” (2 Corinzi 3:5).

Non pretendiamo di capire tutto subito

È normale che certi insegnamenti del Signore abbiano destato stupore, e non solo nei discepoli. Ogni volta che i principi del mondo venivano ribaltati e che erano dichiara te beatitudini delle situazioni comunemente intese come autentiche disgrazie, c’era da rimanere allibiti. Andando ad un convito era bene mettersi all’ultimo posto. Chi ci avrebbe mai pensato? Era “più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio”; “chi dunque può essere salvato?”, obiettano i discepoli stupiti. Se il Signore non fosse intervenuto per chiarire, certamente avrebbero potuto concludere che, se quello era il caso dei ricchi e se il loro accesso alla salvezza era così difficile, sarebbe stato inutile parlare loro di Cristo.

Capita anche a noi di incontrare persone alle quali non ci viene spontaneo annunciare il Vangelo. Il loro atteggia mento sprezzante o il loro ateismo dichiarato in un certo senso ci bloccano. Ma la risposta del Signore ci viene in aiuto: “Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio” (Marco 10:27).

Noi non cono sciamo i bisogni profondi dell’anima delle persone e non possiamo fare previsioni sui risultati della nostra testimonianza. Facciamo quindi nostre le parole rivolte ripetuta mente al profeta Ezechiele: “Tu riferirai loro le mie paro le, sia che ti ascoltino o non ti ascoltino, poiché sono ribelli” (Ezechiele (2:7).

E che stupore all’udire certe parabole! Perché il lavoratore dell’ultima ora prende la stessa paga degli altri? E cos’è quel banchetto di nozze pieno di barboni, di storpi e di ciechi? Ma tanti misteri si sono poi svelati con la venuta dello Spirito Santo. Uno che si converta un attimo prima di morire, come il ladrone sulla croce, è salvato allo stesso titolo di chi conosce il Signore da una vita; e a godere delle gioie del cielo ci saranno persone di per se stesse indegne, e nemmeno appartenenti a Israele, ma che avranno risposto all’appello e all’invito di Dio.

Pensate poi quanto si saranno sorpresi vedendo il Signore riempire d’acqua una bacinella, cingersi con un asciuga mano, e mettersi a lavare loro i piedi! Pietro ha aspettato il suo turno e con veemenza ha espresso il suo rifiuto. “Tu, Signore, lavare i piedi a me?… Non mi laverai mai i piedi!” (Giovanni 13:6-8). Era un atto di umiltà, in fondo, ma l’umiltà non va mai messa davanti al Signore e tanto meno in contrasto con la sua volontà.

Lo stesso stupore lo provò Giovanni Battista quando Gesù si recò da lui a farsi battezzare: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?” (Matteo 3:14). Giovanni si sottomise subito, forse senza nemmeno capire fino in fondo le motivazioni del Signore. Anche la donna samaritana si stupì che Gesù, che era un Giudeo, chiedesse da bere a lei, una donna samaritana; ma poi capì.

A volte anche noi siamo perplessi e stupiti. Ma non bisogna pretendere di capire tutto e subito quello che Dio fa. Alcuni suoi modi di agire ci sono chiari e possiamo comprenderli facilmente; altri li capiremo “dopo”, come Pietro. Altri ancora non li capiremo mai finché siamo su questa terra. Solo nel cielo tutto sarà chiarito e questo aggiungerà ulteriori motivi ai canti eterni di lode e di adorazione.

“Noi credevamo che… invece”

I discepoli, come tutti noi, hanno anch’essi provato delle delusioni; non certo per colpa del Signore, perché Lui non delude mai.

Un giorno, sceso dal monte della trasfigurazione, il Signore li trovò delusi e amareggiati perché non erano riusciti a guarire un ragazzo posseduto dal demonio. “Perché non l’abbiamo potuto cacciare noi?”, chiedono a Gesù. E la sua risposta tocca ancora oggi le nostre coscienze. “A causa della vostra poca fede”! Non dice che erano increduli, ma che la loro fede era poca, com’è sovente la nostra. E dire che sarebbe bastato che fosse come un minuscolo granello di senape!

Dalle parole che seguono possiamo scoprire le cause della loro incapacità e della conseguente delusione: poca preghiera e poca rinuncia alle cose del mondo, raffigurata qui dal digiuno (Matteo 17:19-21). Il distacco dai valori del mondo e dai suoi piaceri ci avvicina al Signore, e la preghiera ci mette in comunicazione con Lui, nella consapevolezza della nostra pochezza e anche della sua grandezza e della sua misericordia.

Quando il Signore è stato condannato a morte e messo in croce, i loro dubbi e le loro perplessità hanno certamente raggiunto il culmine. Più volte Gesù aveva accennato alla sua morte, ma chi s’aspettava una simile fine? Dopo tanti miracoli, tante prove d’amore e d’altruismo, tante manifestazioni di potenza divina, tutti avrebbero dovuto acclamarlo re. Invece, eccolo maltrattato, deriso, appeso a una croce! Giovanni si trovava lì, con Maria, e ha potuto udire le sue ultime parole. Gli altri discepoli guardavano “da lontano” la tragica scena del Golgota. Poi il terremoto, le tre ore di buio e, dopo tanto clamore e tante grida, il silenzio stupefatto degli uomini e delle cose. Prima dell’imbrunire il corpo del Signore è tolto di croce e deposto in un sepolcro…

Cos’avranno pensato i discepoli? Avranno pianto? Si saranno chiesti se per caso non si erano sbagliati a credere che Gesù fosse il Messia promesso?

Sulla via per Emmaus

Si direbbe che dopo la confessione di Pietro (Matteo 16:16), udita certamente da tutti, non avrebbe dovuto esserci più alcun dubbio sulla vera identità di Gesù. Invece non è stato così. Sulla via per Emmaus (Luca 24), alla quale già abbiamo fatto cenno, vediamo due discepoli camminare sconsolati e delusi, discutendo delle cose avvenute a Gerusalemme. Come mai il Signore era morto? Se era davvero il Messia, il Cristo, perché ha accettato tanto disprezzo, tante accuse ingiuste e quell’iniqua condanna?

“Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele, invece…”.

Ma ecco che Gesù risorto si mette a camminare con loro; ascolta i loro discorsi e poi li rimprovera: “O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!”. Le Scritture erano chiare, ma non le avevano comprese, non le avevano credute.

Forse la conosciamo anche noi, per averla sperimentata nella nostra vita, quella “via di Emmaus” dove tutto sembra perduto. Il dubbio, la delusione, quel malinconico cala re del giorno, quell’invocazione “rimani con noi, perché si fa sera”; e alla fine, quella casa dove si cena col Signore, ma senza ancora rendersi conto che è Lui e senza ancora saper gustare la sua presenza e la sua comunione… A un certo momento, però, le sue mani che portano i segni dei chiodi e l’amore col quale porge quel pane di vita che nutre l’anima, hanno il potere di aprire i nostri occhi e farci considerare l’immenso valore del suo sacrificio, fondamento incrollabile delle promesse di Dio e delle nostre sicurezze.

Quei due discepoli, dopo essere stati illuminati grazie alle Scritture sulle sofferenze e le glorie di Cristo, e dopo aver gustato, sebbene per pochi momenti, la comunione personale con Lui, non si sono fermati là. Hanno sentito il bisogno di portare ai loro compagni quella straordinaria noti zia; e così, quella notte stessa, “tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano col loro”.

Tutti intorno al Signore

Il Signore ci attira dove ci sono gli altri, dove insieme ai fratelli e alle sorelle possiamo sentire la sua voce che dice “pace a voi” ed essere ricolmi di gioia. Fra quelli che sono radunati nel suo nome, riconoscendo la sua autorità e avendo Lui come obiettivo primario, Egli promette la sua presenza.

Purtroppo, là dove Dio ha unito Satana fa di tutto per smembrare. Lo fa nelle famiglie e nelle chiese. Gioca sul l’orgoglio, sulla voglia di emergere e di dominare, sul l’ignoranza delle Scritture, sulla mondanità. Tenere i credenti lontani dalle riunioni è un modo per indebolirli, per raffreddare il loro amore per il Signore e per la fratellanza, per abbattere l’entusiasmo della testimonianza.

Perché privarsi dell’azione dello Spirito, che si esplica attraverso i vari doni, e della comunione fraterna? Le difficoltà e i contrasti che a volte sorgono o un ministero ritenuto non sufficientemente ricco o edificante, sono purtroppo i motivi e le scuse più comuni accampate da chi è solito “abbandonare” la “comune adunanza” (Ebrei 10:25).

Alcuni, specialmente in questi tempi, vorrebbero persuaderci che le riunioni di chiesa non sono più necessarie, che non è più il momento, che è molto meglio ritrovarsi nelle case in due o tre. Le riunioni nelle case sono senz’altro utili, ma non sostituiscono quelle della chiesa. La Parola è chiara; e chi ha a cuore di ubbidire a Dio individuerà facilmente i raggiri di Satana e saprà dire di no alle sue insinuazioni.

Le delusioni nella nostra vita

Le delusioni sono fra le esperienze più amare della vita. Avevamo fatto dei progetti e sono andati in fumo. Certe circostanze impreviste hanno reso vane le nostre speranze. La realtà, alla fine, è risultata diversa da quella sognata.

Avevamo tanta fiducia in una persona e poi abbiamo dovuto ricrederci… Ci eravamo illusi.

Nel matrimonio

Ecco, appunto: le illusioni. Le illusioni sono errori di valutazione, inganni della nostra mente che falsa la realtà, che attende la realizzazione di fatti destinati a rimanere irrealizzati. Quanti mariti sono delusi dalle loro mogli e quante mogli dai loro mariti! Prima del matrimonio non avevano valutato bene certi difetti o avevano la vana speranza che, dopo, le cose sarebbero cambiate. Gravissimo erro re! Quasi sempre chi ha dei vizi o delle cattive abitudini, se non li abbandona con convinzione prima del matrimonio, sarà molto difficile che li abbandoni dopo; anzi, le cose tenderanno piuttosto a peggiorare. Chi ha un brutto carattere difficilmente migliorerà, a meno che non intervenga un’opera di Dio nel cuore e nella coscienza, una vera “conversione” nel senso reale e più completo del termine; ma quest’opera dev’essere voluta, ricercata, accolta con umiltà e fede.

Un credente non dovrebbe unirsi a un incredulo; questo lo dice la Parola in termini molto chiari (2 Corinzi 6:14-16). Ma anche il fatto di sposare un credente non è di per sé garanzia assoluta di una convivenza felice. Per questo, prima del fidanzamento, che nel pensiero di Dio è già un impegno preciso in vista del matrimonio, è fondamentale conoscersi per cercare di capire se vi sono incompatibilità di carattere o difetti che potranno rendere impossibile un matrimonio basato sulla stima reciproca, sul rispetto e su un amore duraturo.

Purtroppo, molti ragazzi e ragazze arrivano al matrimonio senza aver soppesato con la dovuta serietà l’importanza di quel passo e senza aver dato retta ai consigli; ma soprattutto, senza aver chiesto a Dio la guida e il discernimento necessari. E rimangono delusi (Proverbi 15:22).

Chi non conosce il Signore, chi non è credente, prende le cose con molta leggerezza, seguendo i princìpi della mora le corrente. “Noi ci sposiamo e se poi la cosa non funzionerà ci separeremo”. Con questo presupposto non solo si contravvengono i precetti della Parola di Dio, ma si creano dei drammi dai risvolti inimmaginabili. Quanta sofferenza c’è nel mondo per questo agire sconsiderato! Quante depressioni, omicidi, suicidi! La separazione è uno strappo affettivo doloroso per chi si separa e per i familiari, e sempre dolorosissimo per i figli innocenti.

Molti credenti, pur avendo accarezzato a lungo il sogno di formarsi una famiglia, hanno finito per rimanere soli, pur senza avere quel “dono”; e questo per loro è una grande delusione. Ma Dio ha i suoi progetti per ognuno, e sono sempre progetti d’amore. La felicità vera sta nell’accettar li con serenità, apprezzando la libertà e trovando nel Signore le compensazioni di cui si ha bisogno, e nel suo servizio le soddisfazioni più autentiche.

D’altronde, è molto meglio rimanere soli piuttosto che soffrire tutta la vita per un matrimonio infelice. Paolo, per bocca dello Spirito, dice che quelli che si sposano hanno “tribolazioni nella carne”, e per questo consigliava a chi non era sposato di rimanere così (1 Corinzi 7:28). Certo, un matrimonio felice è una meravigliosa esperienza, ma le preoccupazioni e i problemi non mancano mai, specialmente se vi sono dei figli. Chissà quante persone sposate, se potessero tornare indietro, sceglierebbero il consiglio di Paolo!

Nelle relazioni all’interno della famiglia

Anche i figli possono deludere i genitori. Chi è quel papà o quella mamma che non fa progetti per il futuro dei suoi figli? Per quelli che saranno il ramo di studi e la professione, se un ragazzo ha particolari attitudini o doni evidenti in un certo campo, o aspirazioni concretamente motivate, la scelta può risultare abbastanza facile perché si potranno favorire le sue inclinazioni. Ma il più delle volte dobbiamo decidere noi genitori, ed è lì che potremmo commettere degli errori e rimanere poi delusi; tanto più se ci ostiniamo ad orientarli in una certa direzione, totalmente opposta alle loro capacità o ai loro desideri.

C’era un padre che aveva sempre accarezzato il sogno che il figlio diventasse medico; ma di imboccare quella strada lui non ne ha voluto sapere, non si sentiva portato. Vi sono genitori che hanno sperato che i figli entrassero nell’azienda di famiglia e loro, invece, hanno scelto altre professioni; o quelli che hanno costruito una grande casa perché ci fosse spazio per i figli divenuti adulti i quali, però, hanno preferito abitare altrove… Sono esempi banali a fronte di problemi che possono essere ben più importanti; penso, ad esempio, alla delusione di molti genitori quando qualcuno dei figli, sebbene allevati nel timore di Dio, abbandona la via della fede per imboccare quella del mondo con la sua corruzione e il suo relativismo. Allora, alla delusione si unisce il dolore, e anche l’angoscia di non aver fatto abbastanza e il rimorso per gli errori commessi.

Come principio generale teniamo sempre presente che ogni decisione, sia dei genitori che dei figli, può essere causa di benedizione o di dolore, può portare sollievo o preoccupazione, unire la famiglia o dividerla.

Ma non sono solo i figli a deludere; a volte anche i genitori deludono loro. Un padre praticamente assente, che non si occupa né dei loro progetti né delle loro attività, o si limita ad esercitare con severità un’autorità di cui non appare degno, è per loro una grande delusione; e lo è anche il constatare che i genitori non si amano, assistere ai loro bisticci, udire frasi di disprezzo dell’uno contro l’altro.

Una soluzione per non essere delusi potrebbe essere quel la di non fare mai nessun progetto. Ma sarebbe assurdo. Perché privarsi del piacere di sognare e di godere nel l’aspettativa della realizzazione dei nostri intenti? No, c’è un’altra soluzione, la sola veramente valida, ed è che le nostre aspirazioni siano sempre soppesate con la bilancia infallibile della Parola di Dio e diventino un continuo soggetto di preghiera. Dio non mancherà di darci saggezza, equilibrio, e quella sensibilità spirituale che intuisce i suoi progetti e discerne le strade che Lui ci apre. E se anche, per qualche motivo, le cose non andassero come avremmo desiderato, ci sottometteremo alla sua volontà con cuore sereno, soddisfatti di sapere che Lui non ci abbandona mai. In ogni caso, qualsiasi contrattempo, qualunque situazione penosa, serviranno a farci crescere e a modellarci. Perché il nostro Padre è come un vasaio, e noi siamo come l’argilla nelle sue mani.

Capitolo 8

I litigi e gli scatti d’ira

“Dico a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere” (Romani 12:3)

 “Chi è lento all’ira ha molto buon senso” (Proverbi 14:29)

– L’affermazione della propria personalità

– I dieci furono indignati

– “Adiratevi e non peccate”

L’affermazione della propria personalità

Gesù, cammin facendo, aveva preannunciato ai discepoli che sarebbe stato dato “nelle mani degli uomini” e che lo avrebbero ucciso. C’era da riflettere. Perché accettare di essere condannato a morte? Per chi l’avrebbe fatto? Per quale misterioso disegno? Ma mentre il Signore diceva quelle cose, i discepoli erano occupati di tutt’altro; infatti, poco dopo, si sono messi a discutere “chi di loro fosse il più grande”! (Marco 9:34). Non è detto che abbiano litigato, ma in ogni caso una discussione non è mai una conversazione serena. Sembra incredibile, ma così è fatta la natura umana. “Da dove vengono le guerre e le contese tra di voi? Non derivano forse dalle passioni che si agitano nelle vostre membra?” (Giacomo 4:1).

Anche se non sempre si arriva alla lite e alla contestazione aperta, si possono mandare messaggi aggressivi, sintomatici di un segreto desiderio di affermare se stessi e porsi al di sopra degli altri. Alla base c’è una stima troppo alta di sé che la Scrittura a varie riprese esorta a non avere.

In ognuno di noi vi sono tendenze negative che, sebbene respinte con la parte consapevole di noi stessi, operano nel nostro inconscio e in determinate occasioni vengono allo scoperto. L’egocentrismo, l’autocompiacimento, la vanagloria sono indicatori eloquenti del peccato che è nella nostra natura e vanno giudica ti davanti al Signore. Se non permettiamo alla carne di compiere le sue opere, secondo Galati 5:19 e Colossesi 3:5, lo Spirito produrrà il suo frutto meraviglio so con tutte le sue sfaccettature che vanno dall’amore vero al controllo di sé (Galati 5:22).

Se abbiamo delle doti naturali o delle particolari capacità in qualche campo, è Dio che ce le ha date. Se abbiamo dei doni dello Spirito, vengono da Lui. “Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti?” (1 Corinzi 4:7). Più volte, nelle sue Lettere, l’apostolo Paolo esorta a “vantarsi” nel Signore e non in se stessi, come purtroppo abbiamo tendenza a fare. Il bel passo di Geremia 9:23-24 conferma questo principio: “Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza; ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il SIGNORE”.

Chiediamo dunque a Dio di essere liberati dalla preoccupazione di apparire, dell’impressione che diamo, di quello che gli altri pensano e dicono di noi; liberati da quell’orgoglio che, in fondo, è la deificazione dell’ “io” e che ci spinge a metterci al di sopra di tutti. Forse abbiamo già perso troppo tempo e troppe energie nello sforzo di affermarci e di costruire la nostra personalità. Lasciamo che sia Dio ad entrare nella nostra vita e a dare ad ognuno di noi il posto che ritiene più adatto. Non cerchiamo i primi posti; sarà Lui a dirci, se e quando lo riterrà opportuno, “amico, vieni più avanti”, come insegna il Signore in Luca 14:7-11.

Guardiamo a Lui, l’umile per eccellenza; contempliamo la sua gloria, e saremo trasformati “nella sua stessa immagine” (2 Corinzi 3:18)!

I discepoli dovevano mettersi in sintonia col Maestro. Lui era “il primo”, non solo perché era Dio, ma anche perché, come uomo, aveva preso l’ultimo posto e si era fatto servitore di tutti.

I dieci furono indignati

Di nuovo ci fu contestazione quando la madre di Giacomo e Giovanni chiese a Gesù che i suoi due figli occupassero nel suo Regno i posti preminenti (Matteo 20:24). Non si sa se fu un’idea originale della madre o se furono i figli a indurla a fare una tale richiesta; fatto sta che “i dieci furono indignati contro i due fratelli”.

Anche in questo caso il Signore, con molta comprensione e delicatezza, indica l’antidoto contro tali sentimenti: “Chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; appunto come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (v. 26,28).

Agire non da padroni, ma da umili custodi della libertà del l’altro. Questo è l’insegnamento e l’esempio di Cristo!

Furono anche indignati, i discepoli, quando Maria di Betania versò sul capo di Gesù dell’olio profumato di gran prezzo. “Perché questo spreco?”, avevano detto (Matteo 26:8). Forse anche oggi qualcuno, al loro posto, direbbe la stessa cosa: “Vi sono nel mondo milioni di persone che muoiono di fame o che vivono in condizioni al limite della sopravvivenza; perché impiegare tante risorse, per esempio, a diffondere il Vangelo?” Come disse Gesù, i poveri, purtroppo, li avremo sempre fra noi e ovviamente vanno aiutati. Tutta la Bibbia lo insegna. Ma quello che è fatto per la salvezza delle anime e per la gloria di Dio ha una preminenza assoluta e non è mai uno spreco.

Un giorno Gesù coi dodici attraversò una zona della Samaria. Tentarono di entrare in un villaggio, ma furono respinti perché erano diretti a Gerusalemme. Il Signore non reagì; Giacomo e Giovanni, invece, s’indignarono e gli chiesero il permesso di far scendere fuoco dal cielo per consumare quegli abitanti. Erano davvero adirati!

Senza dubbio tenevano molto alla dignità del loro Maestro, ma non è escluso che fossero offesi anche per l’oltraggio alla loro dignità personale. Il Signore perdonava quelle persone, e loro no! Non erano animati dallo stesso spirito di grazia. Così ricevettero un serio rimprovero: “Voi non sapete di quale spirito siete animati. Poiché il Figlio del l’uomo è venuto non per perdere le anime degli uomini, ma per salvarle” (Luca 9:51-56).

Giacomo e Giovanni pare che fossero particolarmente impulsivi; forse per questo il Signore li chiamò Boanerges che significa figli del tuono. Anche Pietro era impulsivo, sicuro di sé, immediato nelle sue risposte. Sebbene l’amore che provava per Gesù fosse sincero, il suo carattere focoso lo portò a fare dei gravi errori e a ricevere dei severi rimproveri; come questo: “Vattene via da me, Satana… Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Matteo 16:23). Era stato imprudente a dire al Signore “questo non ti avverrà mai” dopo che Lui aveva preannunciato la sua morte. Il Signore non andava distolto dal portare a termine la sua missione.

Quando Gesù fu arrestato Pietro, per paura, lo rinnegò, ma bastò il suo sguardo per fargli versare lacrime di penti mento. Satana aveva chiesto al Signore di “vagliare” i suoi discepoli, e Lui aveva pregato proprio per Pietro! La sua eccessiva sicurezza lo avrebbe esposto più degli altri a qualche caduta, come in effetti è avvenuto.

Una grave intransigenza i discepoli la manifestarono quando, incontrato uno che cacciava i demòni nel nome di Gesù, gli proibirono di continuare a farlo (Marco 9:38). Il motivo? “Perché non ci seguiva!” Chi li aveva autorizzati a prendere una tale posizione? Di certo non il Signore. Erano sicuramente meritevoli d’aver lasciato ogni cosa e averlo seguito, ma quella era stata la loro chiamata ed essi giustamente avevano ubbidito. “Chi non è contro di noi è per noi”, dirà loro Gesù. D’altra parte, oltre ai dodici c’era no molti altri discepoli, tanto che un giorno il Signore ne mandò ben settanta a predicare il Regno, tutti col potere di cacciare i demoni e guarire gli ammalati.

Com’è facile sentirsi migliori di altri, o più capaci, o più meritevoli! E come facilmente ci ergiamo a giudici dei nostri fratelli! In un altro contesto e per altri motivi, Paolo dirà: “Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone” (Romani 14:4). E quando venne a sapere che alcuni predi cavano Cristo “per invidia e per rivalità”, disse: “Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunziato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora” (Filippesi 1:15-18).

Furono anche eccessivamente severi quando sgridarono le madri che portavano i loro bambini al Signore perché “imponesse loro le mani e pregasse”. Lo capiamo dal fatto che Gesù, di fronte al loro atteggiamento, “s’indignò”. Forse temevano che il Signore si affaticasse o venisse troppo disturbato (Matteo 19:13; Marco 10:13-14). O forse non stimavano così importante per quei bambini la preghiera e la benedizione del Signore…

Cari fratelli, care sorelle; il Signore non si stanca di ascoltare le vostre preghiere; portategli i problemi dei vostri bambini, se ne avete, dei vostri nipoti, delle persone che vi stanno a cuore. Portategli le vostre angosce e i pesi che avete sul cuore o sulla coscienza. E fatelo con l’umiltà e la fiducia di un bambino perché “il regno dei cieli è per chi è come loro”. Il Signore non si stanca di ascoltare ed è sempre disponibile, come lo era stato per Nicodemo, in piena notte, o per la donna samaritana al pozzo di Sicar.

“Adiratevi e non peccate”

“Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira”, scrive Paolo (Efesini 4:26). Sembra quasi un invito ad adirarsi! Ma non può essere così perché lo stesso apostolo, nella stessa lettera, raccomanda di eliminare ogni “cruccio e ira e clamore e parola offensiva”.

Vi sono due tipi di ira, due diversi modi di adirarsi.

1. C’è un’ira per così dire segreta, nell’intimo, una sorta di profondo dispiacere, di rabbia per un torto subito o un insulto ricevuto, o per un atto offensivo verso il Signore; ma senza litigio, senza cattiva parola, senza esternazione della nostra collera. Se leggiamo lo stesso passo nel Salmo 4:4, da cui Paolo l’ha tratto, il pensiero è molto chiaro: “Adiratevi (qualcuno traduce tremate) e non peccate; sui vostri letti ragionate in cuor vostro e tacete”.

Questo tipo di ira è comprensibile e in certi casi persino giustificata. Ma deve durare poco! Non più di un giorno, sembra dire il versetto di Efesini 4. Il diavolo potrebbe approfittarne per ingigantire il problema e insinuare il rancore e il desiderio di vendetta.

2. Poi c’è l’ira che si manifesta con grida e insulti, con “clamore e parola offensiva” (v. 31). E qui non c’è giustificazione che tenga. È una manifestazione plateale della rabbia e della violenza che cova nell’intimo; un frutto della “carne”, un peccato che fa del male a chi lo commette e agli altri, perché produce amarezza, incrina i rapporti fra terni e familiari, e distrugge l’affetto e la comunione. Già Salomone scriveva che “lo stolto dà sfogo a tutta la sua ira, ma il saggio trattiene la propria” (Proverbi 29:11).

Capitolo 9

L’ubbidienza e la perseveranza

“Come figli ubbidienti… siate santi in tutta la vostra con dotta” (1 Pietro 1:14-15)

– O l’ubbidienza o la caduta!

– “Avete perseverato con me”

O l’ubbidienza o la caduta!

Riprendo in quest’ultimo capitolo il soggetto dell’ubbidienza già trattato all’inizio in rapporto con la fede. Potrei dire che davanti ad ogni credente si aprono due possibilità: l’ubbidienza o la caduta. L’ubbidienza è l’implicito riconoscimento dell’autorità di Dio sulla nostra vita. Solo l’ubbidienza per amore di Lui ci permette di realizzare tutte le benedizioni legate alla posizione nella quale la grazia ci ha posti.

D’altronde, amare il Signore e osservare i suoi comanda menti sono un tutt’uno. Abbiamo già ammirato la prontezza dei discepoli nel rispondere alla chiamata del Signore. Di Simone e Andrea è detto che lasciarono subito le reti e lo seguirono. Quando poi i dodici, e più tardi i settanta, furono mandati ad “annunziare il regno di Dio” (Luca 9:16), essi subito partirono, rispettando le regole imposte: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, né tunica di ricambio, ma la promessa di una potenza capace di guarire e di un’autorità in grado di cacciare i demòni. L’ubbidienza che Dio ci chiede è sempre totale. Non c’è benedizione senza ubbidienza, e senza benedizione non c’è né crescita né gioia. “Se siete disposti ad ubbidire, mangerete i frutti migliori del paese”, diceva l’Eterno al suo popolo tramite il profeta Isaia (1:19).

Quando ci fu da andare in paese a comprare dei viveri, i discepoli partirono. E al ritorno, vedendo il Maestro che discorreva con la Samaritana, si tennero a una riverente distanza, intuendo che quella conversazione verteva su argomenti sacri e profondi. Così non ci stupiamo quando leggiamo: “Allora Egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull’erba verde” (Marco 6:39), cosa che prontamente fecero; oppure, poco dopo: “Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva” (v. 45).

 Gesù non doveva dire “per favore” quando chiedeva la loro collaborazione. Lui era il Padrone e loro i servi. “Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono” (Giovanni 13:13). Il fatto che il Signore non si vergogni di chiamarci suoi fratelli (Ebrei 2:11) o che dica “vi ho chiamati amici” (Giovanni 15:15) non deve mai farci perdere di vista la sua grandezza divina e la sua autorità assoluta su tutto e su tutti, né autorizzarci a dire “il Signore è mio fratello”. Il Signore non è l’amico al quale possiamo dare una pacca sulla spalla, e quando lo chiamiamo col suo nome “Gesù” dobbiamo farlo con riverenza perché Lui è Signore e Cristo.

La confidenza che il credente ha con Lui è di altro genere rispetto a quella che si usa nelle relazioni fra esseri umani. Se pronunciare il nome di Dio senza motivo è peccato, lo è anche quando si pronuncia senza motivo il nome di Cristo.

Nei tre anni e più di vita col Signore, centinaia di volte i discepoli avranno ricevuto ordini e avranno ubbidito. Molto interessante è quando, in previsione dell’ingresso a Gerusalemme, il Signore mandò due discepoli a prendere un puledro d’asino. Non era di loro proprietà. L’animale apparteneva a un uomo che forse neppure conoscevano, ed era legato. Bisognava scioglierlo e, se il padrone avesse opposto resistenza, rispondergli con queste semplici paro le: “Il Signore ne ha bisogno”! Essi andarono “e fecero come Gesù aveva loro ordinato” (Marco 11:2-3, Matteo 21:2-3).

Il Signore ne ha bisogno! Che nessun ostacolo ci fermi quando siamo certi che è Lui che ci manda. Non sia il timore degli altri né l’opposizione, né la derisione, né la vergogna. Quando è Lui che manda, equipaggia in modo adeguato e apre le strade opportune.

C’era poi da preparare la Pasqua, l’ultima che Gesù avrebbe celebrato coi suoi discepoli. “Egli disse: Andate in città dal tale e ditegli: ‘Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli’. Ed essi fecero come Gesù aveva loro ordinato” (Matteo 26:18-19). Andare dietro a un Messia rigettato voleva dire anche per loro sopportare l’inimicizia, l’odio, l’ostilità. E così è sempre stato.

Il Signore anche oggi è respinto. Il mondo ha sempre fatto di tutto per svalutare la sua persona e scardinare i contenuti del suo insegnamento. Il suo Nome, quando non è apertamente bestemmiato, è mistificato e strumentalizzato. I credenti nel mondo sono quasi sempre incompresi e spesso crudelmente perseguitati. Ma il Vangelo continua ad essere predicato e dove vi sono anime assetate trionfa sul l’ipocrisia e la menzogna di Satana.

Il Signore risorto diede un ordine ai discepoli: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Marco 16:15). E quello faranno per il resto della loro vita. Prima di ascendere al cielo il Signore diede ancora un ultimo ordine: di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre”, cioè la discesa dello Spirito Santo. “E quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo” (Atti 1:4; 2:1). Secondo la sua parola, lo Spirito Santo scende e conferisce ai discepoli il dono di parlare le lingue delle persone di altre nazioni che si trovavano a Gerusalemme per la festa, in modo che a tutti potesse per venire il lieto messaggio della salvezza in Cristo.

Tremila anni prima, alla torre di Babele, quando gli uomini hanno cercato fama e potenza attraverso un’unione senza Dio, Dio aveva confuso le lingue e la costruzione si era arrestata. Ora, nel nome di Gesù e grazie alla fede nel suo sacrificio, Dio unisce gli uomini che credono!

“Avete perseverato con me”

Cosa dice il Signore dei suoi discepoli alla fine della loro carriera? Come commenta il loro impegno in quei mille duecento giorni trascorsi con Lui? Se da parte loro, in veste di servi, non avevano altro da dire che “siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare” (Luca 17:10), Gesù dice di loro, con grande amore: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove” (22:28)!

La perseveranza è una dote rara. Consiste nel mantenere fermi i propri propositi con costanza, senza stancarsi, senza fermarsi davanti agli ostacoli e senza cedere allo sconforto o alla stanchezza.

Chi ha accolto il “seme” della Parola “in un buon terreno”, vale a dire “in un cuore onesto e buono”, per usare le paro le del Signore, porta frutto “con perseveranza” (Luca 8:15). Eppure, quante volte ci stanchiamo! Quanti impegni presi per amore del Signore vengono un po’ alla volta tra lasciati e quanti lavori interrotti a metà! “Se perseverate nella mia Parola, siete veramente miei discepoli” (Giovanni 8:31).

Il Nuovo Testamento è ricco di esortazioni e di incoraggia menti alla perseveranza (1 Timoteo 2:15; Colossesi 4:2; Apocalisse 2:26; 2 Timoteo 2:14, ecc…) ai quali è bene che prestiamo attenzione. Perseverare nella fede senza cedere ai dubbi, nell’amore senza raffreddarsi, nella preghiera dedicandole il tempo necessario, nelle buone opere senza rimandare chissà a quando, nelle cose imparate dalle Scritture senza farsi ingannare da dottrine strane o interpretazioni tendenziose.

Anche nel combattimento dobbiamo perseverare, perché il nemico non prevalga e noi possiamo uscirne vincitori; come i trecento uomini di Gedeone i quali, “benché stanchi, continuavano a inseguire il nemico”! (Giudici 8:4).

Come abbiamo visto, il Signore ha detto ai discepoli: “Io dispongo che vi sia dato un regno”; ma il regno è anche per ogni vero credente; perché il v. 28 di Ebrei 12 possiamo farlo nostro: “Perciò, ricevendo un regno che non può esse re scosso, siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto (o servizio) gradito, con riverenza e timore!”.

Quando il giorno verrà, quello in cui “l’opera di ognuno sarà messa in luce”, come commenterà il Signore il nostro impegno per Lui nei giorni della nostra vita terrena? Ci dirà “Va bene, servo buono e fedele… entra nella gioia del tuo Signore”?

Facciamo in modo che sia così, e che nei giorni che ancora ci rimangono Dio sia glorificato nelle nostre parole e nel nostro comportamento, affinché l’esempio che diamo e le nostre parole portino altre persone a buttarsi fra le Sue braccia, e ad accettare il Suo perdono e il dono della salvezza mediante la fede nel sacrificio del suo Figlio!

_______________

Pubblicato con il permesso dell’editore

Scopri di più da BibbiaWeb

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Exit mobile version