Commentario del Levitico

di C. H. Mackintosh

L’olocausto – Capitolo 1

Prima di entrare nei dettagli dell’argomento di cui ci occuperemo, dobbiamo considerare la posizione occupata dall’Eterno nel libro del Levitico, per poi studiare l’ordine in cui le offerte si susseguono e che saranno l’argomento della prima parte del libro.

Il SIGNORE chiamò Mosè, gli parlò dalla tenda di convegno” (1:1). Dio aveva parlato dall’alto del Sinai e la posizione che aveva preso sulla santa montagna imprimeva alle Sue comunicazioni un carattere particolare. Dalla montagna, avvolta nel fuoco, Dio dà “il fuoco della legge” (Deuteronomio 33:2), ma nel Levitico l’Eterno parla “dalla tenda di convegno”, che abbiamo visto erigere alla fine del libro dell’Esodo: “Eresse pure il recinto intorno al tabernacolo e all’altare e sospese la cortina all’ingresso del cortile. Così Mosè completò l’opera. Allora la nuvola coprì la tenda di convegno, e la gloria del SIGNORE riempì il tabernacolo. … La nuvola del SIGNORE infatti stava sul tabernacolo di giorno; e di notte vi stava un fuoco visibile a tutta la casa d’Israele durante tutti i loro viaggi” (Esodo 40:33-34, 38).

Ora, il tabernacolo era l’abitazione di Dio in grazia. L’Eterno poteva stabilirvi la Sua dimora perché era attorniato da tutti i lati da quello che rappresentava, in modo vivente, le fondamenta dei rapporti col Suo popolo. Se fosse venuto in mezzo a Israele nella terribile gloria nella quale si era manifestato sul monte Sinai, il quale non avrebbe potuto essere che consumato: “Voi siete un popolo dal collo duro; se io salissi per un momento solo in mezzo a te, ti consumerei!” (Esodo 33:5). Ma l’Eterno si ritira al di là della cortina, figura della carne di Cristo (Ebrei 10:20) e prende posto al di sopra del propiziatorio, dove il sangue dell’espiazione, e non la ribellione e la durezza del loro collo (Deuteronomio 31:27), era visibile ai Suoi occhi e rispondeva alle esigenze della Sua natura. Questo sangue, portato nel santuario dal sommo sacerdote, era la figura del sangue, molto più prezioso, che ci purifica da ogni peccato; benché l’Israele secondo la carne non discernesse niente di tutto questo, il sangue dell’espiazione permetteva a Dio di dimorare in mezzo al Suo popolo, perché questo sangue lo santificava “in modo da procurare la purezza della carne” (Ebrei 9:13).

Questa è dunque la posizione che l’Eterno occupa nel Levitico, posizione che non bisogna dimenticare, se si vuole avere la giusta intelligenza delle comunicazioni che questo libro contiene: esse portano tutte l’impronta di una inflessibile santità unita alla grazia più pura. Dio è santo e non importa da quale luogo parli. Era santo sulla montagna del Sinai ed era santo sul propiziatorio, ma nel primo caso la Sua santità era legata a un “fuoco divorante” (Esodo 24:17), così come, nel secondo caso, era unita ad una paziente grazia. Ora, l’unione della perfetta santità e della perfetta grazia è ciò che caratterizza la redenzione che è in Cristo Gesù, redenzione che si trova prefigurata in diverse maniere nel libro del Levitico. Bisogna che Dio sia Santo, anche se per questo deve esercitare la condanna sui peccatori impenitenti, ma la piena rivelazione della Sua santità, nella salvezza del peccatore, fa esplodere nel cielo un coro di lode: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch’egli gradisce” (Luca 2:14). Questa dossologia, o questo canto di lode, non si sarebbe potuta udire quando fu data la legge legata ad un “fuoco divorante”, perché se, e non possiamo dubitarne, alla legge del Sinai si legava la “gloria a Dio nei luoghi altissimi”, essa non portava per niente la “pace in terra” e neppure il gradimento degli uomini. Ma quando il Figlio prese posto come Uomo sulla terra, il cielo e l’esercito celeste poterono esprimere la loro piena soddisfazione in Lui come in Colui la cui Persona e opera potevano unire, nella maniera più perfetta, la gloria divina e la benedizione dell’uomo.

Ora, dobbiamo dire anche una parola sull’ordine nel quale le offerte si susseguono nei primi capitoli del nostro libro. Dio mette al primo posto l’olocausto e termina con il sacrificio per il peccato, cioè finisce da dove noi iniziamo. Quest’ordine è interessante ed istruttivo. Quando, per la prima volta, la spada della convinzione entra nell’anima, la coscienza ricerca i peccati passati che gravano su di lei; la memoria porta il suo sguardo indietro sulle pagine della vita trascorsa e le vede annerite dalle innumerevoli trasgressioni contro Dio e contro gli uomini. In questo periodo della sua storia, l’anima è poco occupata della sorgente da cui le trasgressioni sono procedute, e dal fatto schiacciante e palpabile che tale atto è stato effettivamente commesso; per questo, ha bisogno di sapere che Dio, nella Sua grazia, ha offerto un sacrificio, per cui “i nostri peccati” possono essere “perdonati” gratuitamente (Col. 2:13): è questo, il sacrificio che Dio ci presenta nel “sacrificio per la colpa”.

Però, a mano a mano che l’anima progredisce nella vita divina, diviene cosciente che questi peccati non sono che germogli nati da una radice, dei getti di una sorgente e, ancora di più, che è il peccato nella carne che è questa radice e questa sorgente. Questa scoperta porta ad un travaglio interiore ancora più profondo e che niente può colmare se non una conoscenza più profonda dell’opera della croce, nella quale Dio stesso ha “condannato il peccato nella carne” (Romani 8:3). Il lettore si accorgerà che, in questo passo dell’epistola ai Romani, non è questione dei “peccati commessi nella vita”, ma della radice da cui sono originati cioè dal “peccato nella carne”. Questa è una verità di immensa importanza. Cristo non è morto soltanto “per i nostri peccati, secondo le Scritture” (1 Corinzi 15:3), ma Dio “lo ha fatto diventare peccato per noi” (2 Corinzi 5:21). Questa è la dottrina espressa nel “sacrificio per il peccato”.

Ora, quando per la conoscenza dell’opera di Cristo la pace è entrata nel cuore e nella coscienza, possiamo nutrirci di Cristo che è il fondamento della nostra pace e della nostra gioia nella presenza di Dio. Fino ad allora, finché non vedremo tutte le nostre trasgressioni perdonate e il nostro peccato giudicato, non possiamo assaporare né pace né gioia. Occorre che conosciamo il sacrificio per la colpa ed il sacrificio per il peccato prima di poter apprezzare il sacrificio di prosperità, di riconoscenza e di azioni di grazie. È per questo che la posizione nella quale il “sacrificio di riconoscenza” è messo, risponde all’ordine secondo il quale noi afferriamo spiritualmente Cristo.

Lo stesso ordine perfetto si trova nell’ “oblazione di fior di farina”. Quando un’anima è giunta a gustare la dolcezza della comunione spirituale con Cristo, quando sa nutrirsi di Lui in pace e riconoscenza alla presenza di Dio, essa si sente spinta da un ardente desiderio di conoscere maggiormente i gloriosi misteri della Sua Persona, e Dio, nella Sua grazia, risponde a questo desiderio nell’oblazione di fior di farina, tipo perfetto dell’umanità di Cristo.

Dopo tutti questi sacrifici viene infine “l’olocausto”, il coronamento di tutta la figura dell’opera di Cristo, compiuta sotto lo sguardo diretto di Dio, che è l’espressione dell’immutabile devozione del cuore di Cristo. Studieremo in dettaglio tutti questi sacrifici in seguito; qui stiamo solo considerando l’ordine relativo in cui sono posti, un ordine davvero ammirevole, da qualunque parte lo guardiamo, che inizia e finisce con la croce. Se scendiamo da Dio a noi e, secondo l’ordine esteriore, iniziamo con l’olocausto, vediamo, in questa offerta, Cristo sulla croce che compie la volontà di Dio, fa l’espiazione, dona Sé stesso interamente per la gloria di Dio. Se, al contrario, seguiamo l’ordine interiore da noi verso Dio e iniziamo con l’offerta per la colpa, vediamo, in questa offerta, Cristo sulla croce che porta i nostri peccati e li cancella, secondo la perfezione del Suo sacrificio espiatorio: dovunque, nell’insieme come nei dettagli, risplende l’eccellenza, la bellezza e la perfezione della divina e adorabile Persona del Salvatore. Tutto è fatto per risvegliare nei nostri cuori un profondo interesse per lo studio di queste preziose figure, che sono l’ombra della realtà che è in Cristo. Possa Dio, che ci ha dato questo libro del Levitico, fornirci anche la spiegazione per mezzo dello Spirito, in modo che, dopo averlo percorso, benediciamo il Suo nome per le tante sorprendenti figure, della Persona e dell’opera del nostro benedetto Signore e Salvatore Gesù Cristo, al quale sia la gloria, ora e sempre. Amen.

L’olocausto apre questo libro e ci presenta una figura di Cristo che offre “Sé stesso puro di ogni colpa a Dio” (Ebrei 9:14) ed è per questo che lo Spirito Santo gli assegna il primo posto. Se il Signore Gesù si è presentato per compiere l’opera gloriosa dell’espiazione, è perché l’oggetto supremo che ricercava ardentemente in quest’opera, era la gloria di Dio: “Ecco, io vengo! … Dio mio, desidero fare la tua volontà” (Salmo 40:6-8). Queste parole erano la sublime divisa del Signore in ogni atto, in ogni circostanza della Sua vita e non trovano una più completa e toccante espressione che nell’opera della croce. Qualunque fosse la volontà di Dio, Cristo è venuto per compierla. Dio sia benedetto che noi sappiamo qual è la nostra parte nel compimento di questa “volontà”, perché “In virtù di questa «volontà» noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre” (Ebrei 10:10). Dunque, l’opera di Cristo si riferisce prima di tutto a Dio. Cristo trovava la sua gioia a compiere, su questa terra, la volontà di Dio. È quello che nessun uomo aveva mai fatto. Per la grazia qualcuno aveva fatto “ciò che è giusto agli occhi del SIGNORE” (1 Re 15:5, 11; 14:8), ma nessuno aveva mai fatto la volontà di Dio sempre, perfettamente, invariabilmente, senza esitazione. Il Signore Gesù fu l’Uomo ubbidiente, “ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce” (Filippesi 2:8). “Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme” (Luca 9:51) e, più tardi, andando dal Getsemani alla croce del Calvario esprimeva la devozione più assoluta del Suo cuore espressa nelle parole: “Non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?” (Giovanni 18:11)

C’era sicuramente un profumo di odore soave in questa assoluta devozione del Signore a Dio. Un Uomo perfetto sulla terra, che aveva compiuto la volontà di Dio fino alla morte, era per il cielo un oggetto degno del più alto interesse. Chi poteva sondare le profondità di questo cuore devoto che si manifestava sotto lo sguardo di Dio alla croce? Certamente nessun altro che Dio, perché in questo, come in tutto quello che concerne il mistero della Sua gloriosa Persona, è vero che “nessuno conosce il Figlio, se non il Padre” (Matteo 11:27) e nessuno può conoscere quello che è il Figlio se non è il Padre a rivelarglielo. Lo spirito dell’uomo può cogliere in qualche misura un qualunque soggetto della scienza “sotto il sole”. La scienza umana appartiene alla sfera dell’intelligenza dell’uomo, ma nessuno conosce il Figlio se non è il Padre che Lo rivela per la potenza dello Spirito Santo, e per la Parola scritta. Lo Spirito Santo prende piacere a rivelare il Figlio, a prendere le cose del Signore Gesù ed a mostrarcele e queste cose noi le possediamo in tutta la loro bellezza e nella loro pienezza nelle Scritture. Non possiamo avere nessuna nuova rivelazione perché lo Spirito ricorda “ogni cosa” alla memoria degli apostoli e li “guiderà in tutta la verità” (Giovanni 14:26; 16:13). Non c’è niente di più da sapere che “tutta la verità”, ogni pretesa di una nuova rivelazione, vale a dire non contenuta nel canone dei libri ispirati, non è che un inutile sforzo dell’uomo che vorrebbe aggiungere qualcosa a quello che Dio chiama “tutta la verità”. Lo Spirito Santo può, senza dubbio, sviluppare ed applicare, con una potenza nuova e straordinaria, la verità contenuta nella Parola, ma questo è, in modo evidente, qualcosa di totalmente differente dall’empia presunzione che abbandona il campo della rivelazione divina per trovare altrove dei principi, delle idee o dei dogmi che abbiano autorità sulla coscienza.

Nei vangeli Cristo ci è presentato sotto i diversi aspetti del Suo carattere, della Sua persona e della Sua opera e da quando esistono questi documenti, i figli di Dio, in ogni tempo, hanno trovato il piacere di ricorrervi e ad abbeverarsi alle loro rivelazioni riguardo a Cristo che è l’oggetto del loro amore, della loro fiducia ed al quale devono tutto, per il tempo e l’eternità. Ma è relativamente piccolo il numero di coloro che sono giunti a considerare i riti e le cerimonie dell’economia levitica pieni delle istruzioni più dettagliate sullo stesso glorioso argomento. Le offerte del Levitico, in particolare, sono state considerate come dei documenti antiquati, riguardanti il costume giudaico, senza alcun valore per noi e non impartendo luce spirituale alla nostra mente. Bisogna comprendere pertanto che le pagine del Levitico, in apparenza così poco attraenti e così piene di dettagli cerimoniali, hanno, come i sublimi oracoli di Isaia, il loro posto tra ciò “che fu scritto per nostra istruzione” (Romani 15:4). Senza dubbio, bisogna che noi studiamo il contenuto di questo libro con uno spirito umile, in una rispettosa dipendenza dall’insegnamento di Colui che ci parla, prestando un’attenzione costante al grande scopo, alla portata e alle analogie generali dell’insieme della rivelazione, dominando la nostra immaginazione perché non si smarrisca in qualche slancio profano. Ma se, per la grazia di Dio, noi entriamo nello studio dei tipi del Levitico, troveremo, in queste figure, una miniera profonda e una delle più ricche.

Passiamo perciò adesso ad esaminare l’olocausto che, come abbiamo sottolineato, presenta Cristo che offre Sé stesso, senza macchia, a Dio.

Se la sua offerta è un olocausto di bestiame grosso, offrirà un maschio senza difetto” (1:3). La realtà più profonda della Persona di Cristo forma la base del cristianesimo. Cristo comunica questa dignità e questa gloria, che Gli appartiene, a tutto quello che Lui fa e ad ogni funzione che occupa. Nessuna funzione poteva aggiungere niente a Colui “che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno” (Romani 9:5), che è Dio “manifestato in carne” (1 Timoteo 3:16), il glorioso “Emmanuele… Dio con noi” (Matteo 1:23; Isaia 7:14), “la Parola” eterna, “il Creatore”, Colui “che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza” (Ebrei 1:3). Tutte le funzioni di Cristo si riallacciano, lo sappiamo, alla Sua umanità. Nel prendere questa umanità, scende dalla gloria che aveva presso il Padre prima della fondazione del mondo. Scende così in mezzo ad una realtà in cui tutto Gli è contrario, allo scopo di glorificare perfettamente Dio. Viene quaggiù per essere “divorato” da un santo ed inestinguibile zelo per la gloria di Dio (Salmo 69:9) e per effettuare il compimento dei Suoi consigli eterni.

Un “maschio”, “senza difetto”, “di un anno”. È la figura del Signore Gesù che offre Se stesso per il perfetto compimento della volontà di Dio. Questa offerta non doveva avere niente che denotasse debolezza o imperfezione. Per l’olocausto occorreva “un maschio dell’anno” (cfr. Esodo 12:5). Quando esamineremo le altre offerte, vedremo che era permesso, in certi casi, offrire una femmina. Non che Dio potesse tollerare mai un difetto nell’offerta, perché le offerte, tutte e sempre, dovevano essere “senza difetto”, ma Dio lasciava un margine che non faceva che esprimere l’imperfezione legata all’intelligenza dell’adoratore. L’olocausto era un’offerta dell’ordine più elevato, perché rappresentava Cristo che offre Sé stesso a Dio, Cristo nella Sua interezza ed esclusivamente per l’occhio ed il cuore di Dio. È questo un punto che bisogna afferrare bene. Dio solo poteva stimare, nel suo giusto valore, la persona e l’opera di Cristo, solo Lui poteva apprezzare pienamente la croce e la devozione perfetta di Cristo di cui era l’espressione. La croce, raffigurata nell’olocausto, conteneva qualcosa che solo la mente divina poteva comprendere; aveva delle profondità che nessun mortale né angelo potevano sondare, faceva udire una voce che era solo per le orecchie del Padre e che si indirizzava direttamente ed esclusivamente a Lui. C’erano delle comunicazioni tra la croce del Calvario ed il trono di Dio che sorpassavano di molto le più alte capacità delle intelligenze create.

“L‘offrirà all’ingresso della tenda di convegno, per ottenere il favore del SIGNORE” (1:3 – cfr. Levitico 22:18-19). Il carattere dell’olocausto, che la Parola fa risaltare qui, ci fa contemplare la croce sotto un aspetto non sempre sufficientemente compreso. Noi siamo troppo inclini a considerare la croce semplicemente come il luogo in cui la grande questione del peccato fu trattata e regolata, tra la giustizia eterna e la vittima senza difetto; come il luogo in cui il nostro crimine fu espiato e in cui Satana fu gloriosamente vinto. La croce è tutto questo, ma è ancora di più: è il luogo in cui l’amore di Cristo per il Padre fu manifestato ed espresso in un linguaggio che solo il Padre poteva comprendere. È sotto quest’ultimo aspetto che la croce è presentata, in figura, nell’offerta dell’olocausto, che è un’offerta essenzialmente volontaria.

Se si fosse trattato solo dell’imputazione del peccato e del sopportare l’ira di Dio a causa del peccato, l’offerta, moralmente, non avrebbe potuto essere lasciata alla volontà di colui che la offriva, ma sarebbe stata necessariamente e assolutamente obbligatoria. Il Signore Gesù non poteva desiderare di “diventare peccato” (2 Corinzi 5:21), desiderare di sopportare l’ira di Dio ed essere privato della purezza del Suo volto e già questo fatto ci mostra, nella maniera più evidente, che l’offerta dell’olocausto non rappresenta Cristo sulla croce che porta il peccato, ma Cristo sulla croce che fa la volontà di Dio.

Cristo stesso, con le Sue parole, ci insegna che contemplava la croce sotto questi due differenti aspetti. Quando contemplava la croce come il luogo dell’espiazione del peccato, quando anticipava le sofferenze che si legavano a questo aspetto gridava: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!” (Luca 22:42), colto dal timore davanti a quello che la Sua opera prevedeva per Lui. La Sua anima santa e pura indietreggiava al pensiero di essere fatto peccato ed il Suo cuore amorevole dal perdere, anche se per un momento, la luce dal volto di Dio.

Ma la croce aveva anche un altro aspetto per Cristo. Gli appariva come il luogo in cui poteva rivelare i profondi segreti del Suo amore per il Padre, come il luogo in cui, di Sua spontanea volontà, intenzionalmente, poteva prendere il calice che il Padre Gli avrebbe dato da bere e berlo fino alla feccia. Senza dubbio, l’intera vita di Cristo esalava un profumo di odore soave che saliva senza posa verso il trono del Padre. Egli faceva sempre le cose che piacevano al Padre, faceva sempre la volontà di Dio, ma l’olocausto non ci presenta Cristo nella Sua vita, per quanto prezioso sia ogni singolo atto di questa vita, ma Cristo nella morte e non come Colui che è “divenuto maledizione per noi” (Galati 3:13), ma come Colui che presentava al cuore del Padre un profumo infinitamente gradito.

Questa verità riveste la croce di un’attrattiva particolare per l’uomo spirituale e dà alle sofferenze del nostro amato Salvatore un interesse particolare. Il peccatore colpevole trova alla croce la risposta di Dio ai bisogni più profondi, ed ai desideri più ardenti del suo cuore e della sua coscienza. Il vero credente trova alla croce quello che cattura tutti gli affetti del suo cuore e che colpisce tutto il suo essere morale. Gli angeli, alla croce, trovano un soggetto di continua ammirazione che “bramano penetrare con i loro sguardi” (1 Pietro 1:11-12). Tutto questo è vero, ma c’è qualcosa nella croce che supera di gran lunga le più alte concezioni dei santi o degli angeli e cioè la profonda devozione del cuore del Figlio, offerta al cuore del Padre e da Lui apprezzata. È questo l’aspetto della croce che è prefigurato in modo così vivido nell’offerta dell’olocausto.

Sottolineerò qui che se noi ammettiamo, come alcuni fanno, che Cristo ha portato il peccato per tutta la vita, la bellezza peculiare dell’offerta dell’olocausto andrebbe completamente persa. Il carattere “volontario” dell’offerta scomparirebbe, perché come potrebbe esserci un atto volontario nell’abbandono della Sua vita in qualcuno che, per necessità stessa della Sua posizione, fosse obbligato a lasciarla? Se Cristo avesse portato il peccato durante la Sua vita, sicuramente la Sua morte sarebbe diventata un atto necessario e non quello che è: un atto volontario. Si può dire, inoltre, che non c’è nessun’altra offerta la cui integrità e bellezza sia stata così svilita dalla dottrina falsa e fatale di Cristo che porta il peccato nella sua vita. L’olocausto, lo ripetiamo e non smetteremo di dargli una così grande importanza, non ci presenta Cristo che porta il peccato o che incontra la collera di Dio, ma Cristo nella Sua devozione volontaria manifestata nella morte della croce. Il Figlio di Dio compiva, per mezzo dello Spirito, la volontà di Dio; lo faceva con estremo piacere, secondo quello che è detto di Lui: “Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla” (Giovanni 10:17-18). Isaia, contemplando però Cristo come offerta per il peccato, dice: “La sua vita è stata tolta dalla terra” (Atti 8:33 – [Versione dei Settanta di Isaia 53:8]). Cristo parlava di portare i peccati o di espiazione quando diceva della Sua vita “Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me”? “Nessuno” Gliela porta via: né uomini, né angeli né demoni o qualsiasi altra cosa. Rinunciare alla propria vita è stato un atto volontario da parte Sua: l’ha lasciata per riprenderla. “Dio mio, desidero fare la tua volontà” (Salmo 40: 8). Questo era il linguaggio di Colui che, prefigurato nell’olocausto, trovò la Sua gioia nell’offrire Se stesso senza macchia a Dio per mezzo dello Spirito eterno.

Ora, è della massima importanza capire chiaramente qual è l’obiettivo principale che Cristo persegue nell’opera di redenzione e la pace del credente non potrà che essere rafforzata da questo. Adempiere la volontà di Dio per stabilire i consigli di Dio, per manifestare la gloria di Dio, era il primo e profondo pensiero del cuore devoto del Salvatore, che considerava e stimava tutte le cose in relazione a Dio. Cristo non si ferma mai per sapere in quale modo un atto o una circostanza Lo avrebbero influenzato. “Svuotò sé stesso”, “umiliò sé stesso” (Filippesi 2:7-8), ha rinunciato a tutto. Per questo, alla fine della Sua corsa, ha potuto alzare gli occhi al cielo e dire: “Ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai data da fare” (Giovanni 17:4). È impossibile contemplare l’aspetto dell’opera di Cristo, di cui parliamo qui, senza che il cuore sia attratto e riempito dai più dolci affetti per la Sua persona. Capire che Cristo aveva Dio come Suo primo oggetto nell’opera della croce non influisce sul nostro sentimento verso il Suo amore per noi, al contrario! Questo amore e la nostra salvezza non potevano che essere fondati sulla gloria di Dio, che Egli ha stabilito nella Sua morte. La gloria di Dio deve essere il solido fondamento di ogni cosa: “Come è vero che io vivo, tutta la terra sarà piena della gloria del SIGNORE” (Numeri 14:21). Noi sappiamo che questa gloria eterna di Dio e la felicità eterna della creatura sono inseparabilmente unite nei consigli divini, così che, se la prima è assicurata, anche la felicità della creatura deve necessariamente esserlo.

Poserà la mano sulla testa dell’olocausto, e il SIGNORE lo accetterà come espiazione [1]” (1:4)

L’atto delle imposizioni delle mani è l’espressione di una completa identificazione. Con quest’atto significativo, l’offerta e colui che la presentava diventavano uno e, nell’olocausto, questa unità rendeva gradito colui che l’offriva secondo l’intero valore e l’accettazione dell’offerta che esso portava. L’applicazione di questo a Cristo ed ai credenti mette in luce una delle verità più preziose ampiamente sviluppata nel Nuovo Testamento: conoscere l’identificazione eterna del credente con Cristo e la sua accettazione in Lui: “Qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo” (1 Giovanni 4:17; 5:20). Per la nostra felicità eterna non abbiamo bisogno di niente più di questo. Colui che non è in Cristo è nei suoi peccati. Non c’è via di mezzo: o voi siete di Cristo o siete lontani da Lui nei vostri peccati. Non si può essere parzialmente di Cristo. Se tra voi e Cristo ci fosse anche solo lo spessore di un capello, voi siete in uno stato di effettiva condanna e di collera, ma se, al contrario, voi siete in Lui, voi siete davanti a Dio: “Come egli è” e siete considerati tali in presenza della santità infinita. “Voi avete tutto pienamente in lui” (Colossesi 2:10), e siete “a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio” (Efesini 1:6), “membra del suo corpo” (Efesini 5:30), “chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui” (1 Corinzi 6:17). Questo è l’insegnamento chiaro e semplice della Parola di Dio. Per questo, non è possibile che il “Capo” e le Sue membra siano accettate in maniera diversa. La Testa e le membra sono uno. Dio li considera uno e, di conseguenza, lo sono. Questa verità è, allo stesso tempo, il fondamento della fiducia più alta e dell’umiltà più profonda, perché dà la più grande delle certezze: “Nel giorno del giudizio abbiamo fiducia” (1 Giovanni 4:17), considerando che è impossibile che qualsiasi cosa sia messa nuovamente su Colui al quale siamo uniti. Questo ci dà anche un profondo senso della nostra nullità, poiché la nostra unione con Cristo si basa sulla morte della natura umana e la completa abolizione di tutti i suoi diritti e rivendicazioni.

Poiché dunque la Testa e le membra sono considerate gradite insieme e come occupanti la stessa posizione nel favore di Dio, è evidente che tutti i membri hanno parte ad una medesima salvezza, ad una stessa vita, ad una stessa giustizia, ad uno stesso favore. Non ci sono gradi nella giustificazione e nell’adozione. Un bambino in Cristo ha la stessa giustificazione che ha un padre nella fede. Uno è in Cristo come lo è anche l’altro e poiché questo è l’unico fondamento su cui poggia la vita è anche l’unico fondamento su cui poggia la giustificazione. Non ci sono né due tipi di vita, né due tipi di giustificazione, sebbene ci siano, senza dubbio, vari gradi di godimento di questa giustificazione, vari gradi nella conoscenza della sua pienezza ed estensione, vari gradi di gioia ed una più o meno grande intelligenza e capacità di manifestarne la potenza nel cuore e nella vita. Il godimento della giustificazione viene spesso confuso con la giustificazione stessa, che, in quanto divina, è necessariamente eterna, assoluta, invariabile, immune dalle fluttuazioni dei sentimenti e delle esperienze umane.

Inoltre, quello che si chiama “progresso” nella giustificazione è una cosa che non esiste. Il credente non è più giustificato oggi di quanto non lo fosse ieri e non lo sarà certamente di più domani di quanto non lo sia oggi. Colui che è “in Cristo Gesù” è perciò completamente giustificato quaggiù quanto lo è davanti al trono di Dio. È “pienamente in lui”, “come” Cristo secondo la testimonianza del Signore stesso è: “purificato tutto quanto” (Giovanni 13:10). Cosa potrebbe essere di più prima di entrare nella gloria? Potrà fare, e se camminerà per lo Spirito li farà, dei progressi nella conoscenza e nella gioia di questa gloriosa realtà; tuttavia, per quanto riguarda la cosa in questione, finché per la potenza dello Spirito Santo, qualcuno crede all’Evangelo, egli è passato da uno stato di ingiustizia e di condanna a uno stato di rettitudine e accettazione, basato sulla perfezione divina dell’opera di Cristo. Esattamente come nell’olocausto, l’accettazione dell’adoratore era basata sul valore della sua offerta. Non c’era dubbio su cosa fosse; ma qual era il suo sacrificio. “Per ottenere il favore del SIGNORE. … e il SIGNORE lo accetterà come espiazione[Vedi NdT 2].

Poi sgozzerà il vitello davanti al SIGNORE e i sacerdoti, figli d’Aaronne, offriranno il sangue e lo spargeranno sull’altare, da ogni lato, all’ingresso della tenda di convegno” (1:5). Studiando la dottrina dell’olocausto non bisogna mai dimenticare che la grande verità messa in luce in quest’offerta, non è l’espiazione che Cristo ha fatto per rispondere ai bisogni della coscienza del peccatore, ma è la presentazione a Dio di quello che Gli era infinitamente gradito: l’offerta volontaria che Cristo ha fatto di Se stesso a Dio e che diventava un motivo nuovo per l’amore del Padre (Giovanni 10:17). La morte di Cristo, così com’è presentata nell’olocausto, non manifesta la natura odiosa del peccato, ma appare come l’espressione della devozione inalterabile e determinata di Cristo per il Padre. Cristo non è presentato come Colui che porta il peccato sotto il peso della collera divina, ma come l’oggetto della soddisfazione assoluta del Padre nell’offerta volontaria e di odore soave che ha fatto di Se stesso. La “propiziazione”, nell’olocausto non è soltanto proporzionata alle esigenze della coscienza dell’uomo, ma al desiderio ardente del cuore di Cristo che, a prezzo del sacrificio della Sua vita, ha voluto compiere la volontà di Dio ed assicurare l’esecuzione dei Suoi consigli.

Nessuna potenza, né umana né demoniaca, ha potuto distogliere Cristo dal perseguire questo desiderio. A Pietro, che nella sua ignoranza e con parole di falsa tenerezza ha cercato di dissuaderLo dall’affrontare la vergogna e l’obbrobrio della croce, ha detto: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Matteo 16:22-23). Allo stesso modo, in un’altra occasione, ha detto ai discepoli: “Io non parlerò più con voi per molto, perché viene il principe di questo mondo. Egli non può nulla contro di me; ma così avviene affinché il mondo conosca che amo il Padre e opero come il Padre mi ha ordinato” (Giovanni 14:30-31).

Il posto e le funzioni che sono assegnate ai figli di Aaronne nell’olocausto sono in perfetto accordo con quello che stiamo dicendo sul significato speciale dell’offerta dell’olocausto. Essi “offriranno il sangue e lo spargeranno”, “metteranno del fuoco sull’altare”, “disporranno della legna sul fuoco”, “disporranno quei pezzi, la testa e il grasso, sulla legna messa sul fuoco che è sull’altare” (5-8). Queste sono azioni ben definite e costituiscono un aspetto fondamentale dell’offerta dell’olocausto quando la paragoniamo al sacrificio per il peccato nel quale i figli di Aaronne non sono nemmeno menzionati. I figli di Aaronne rappresentano la Chiesa, non come corpo, ma come casa spirituale o famiglia sacerdotale. Questo è facile da comprendere perché, se Aaronne è un tipo di Cristo, la casa di Aaronne è un tipo della casa di Cristo. Per questo, in Ebrei 3:6 leggiamo: “Ma Cristo lo è come Figlio, sopra la sua casa” ed ancora: “Ecco me e i figli che Dio mi ha dati” (Isaia 8:18 – Ebrei 2:13). È un privilegio della Chiesa, finché è condotta e istruita dallo Spirito Santo, contemplare questo aspetto di Cristo che ci viene presentato, in figura, nel primo di questi sacrifici e di trovarci il suo piacere. “La nostra comunione è con il Padre” (1 Giovanni 1:3) che, nella Sua bontà, ci chiama a condividere i Suoi pensieri riguardo a Cristo. Non possiamo, è vero, mai elevarci a tutta l’altezza di questi pensieri, ma possiamo esservi partecipi per mezzo dello Spirito Santo che dimora in noi.

I sacerdoti, figli d’Aaronne, offriranno il sangue e lo spargeranno sull’altare, da ogni lato, all’ingresso della tenda di convegno” (1:5). Anche qui troviamo un tipo della Chiesa intesa come casa sacerdotale, che porta la memoria di un sacrificio compiuto. E lo presentano là dove il semplice adoratore aveva accesso. Ma il sangue che i sacerdoti offrono qui, non dimentichiamolo, è il sangue dell’olocausto e non quello dell’offerta per il peccato. È la Chiesa entrata per la potenza dello Spirito nel pensiero della profonda e perfetta devozione che Cristo ha manifestato verso Dio e non si tratta qui di un peccatore condannato che ha afferrato il valore del sangue di Colui che ha portato il suo peccato. Inutile dire che la Chiesa, è composta da peccatori e peccatori condannati; tuttavia, “i figli di Aaronne” non rappresentano i peccatori condannati per il peccato, ma impersonano i santi che adorano; è come “sacerdoti” che si occupano dell’olocausto.

Molti si sbagliano su questo punto. Immaginano che quando un uomo, per la grazia di Dio e per lo Spirito Santo che gli permette di farlo, prende il suo posto come adoratore, rifiuta così di riconoscere che è un peccatore povero e indegno. Questo è un grosso errore. In se stesso, il credente è “nessuno“, ma in Cristo è un adoratore purificato. Ha diritto di entrare nel santuario, non come un peccatore colpevole, ma come un sacerdote che adora in “vesti di gloria“. Riconoscere la mia colpevolezza alla presenza di Dio è, da parte mia come cristiano, umiltà per ciò che mi riguarda, ma incredulità riguardo al sacrificio.

Comunque sia, il lettore ha potuto convincersi che l’idea d’imputazione del peccato non rientra nell’ordinanza dell’olocausto e che Cristo, in quest’offerta, non appare come Colui che porta il peccato, sotto il peso della collera divina. Sta scritto: “Il SIGNORE lo accetterà come espiazione” è vero, ma qui “l’espiazione” è misurata, non lo ripeteremo mai abbastanza, non con le profondità e l’enormità della colpevolezza dell’uomo, ma con la perfezione della rinuncia che Cristo ha fatto di Se stesso a Dio, e per l’infinita soddisfazione che Dio trova in Colui che si è così offerto. Questo ci dà l’idea più elevata dell’espiazione. Se contemplo Cristo come offerta per il peccato, io vedo l’espiazione fatta secondo le esigenze della giustizia divina a riguardo del peccato ma, se guardo l’olocausto, l’opera di espiazione mi appare rivestita di tutta la perfezione della volontà e della capacità di Cristo a compiere la volontà di Dio, cosi come di tutta la perfezione del piacere di Dio verso Cristo e la Sua opera. Come non potrebbe essere perfetta un’espiazione che è il frutto della dedizione di Cristo a Dio! Potrebbe esserci qualcosa che vada oltre a questa devozione del Figlio ed a questa soddisfazione del Padre? Certamente no! Questo è un soggetto degno di tenere occupata per sempre la famiglia sacerdotale, quando è riunita nei cortili dell’Eterno.

Poi scuoierà l’olocausto e lo taglierà a pezzi” (1:6). L’atto cerimoniale di “scuoiare” è particolarmente espressivo. Consiste nel togliere la parte esteriore della vittima affinché ciò che era interiore sia pienamente messo in evidenza. Non bastava che la vittima fosse “senza difetto” all’esterno, ma bisognava che anche l’interno, con tutti i suoi legamenti e tutte le giunture, fosse messo in evidenza. Questo atto è ordinato in modo speciale solo per l’olocausto ed è in perfetta armonia con tutto l’insieme della figura, poiché tende a far risaltare in maniera particolare le perfezioni della dedizione di Cristo verso il Padre. La Sua opera deriva dalle profondità del Suo essere e più queste sono esaminate, più i segreti della Sua vita interiore sono messi allo scoperto, più è evidente che una devozione incondizionata alla volontà del Padre e una ricerca sincera della Sua gloria siano i motivi che hanno fatto agire il Signore nella sua offerta come olocausto. Lui era certamente un olocausto completo.

E lo taglierà a pezzi” (6). Questo atto presenta una verità un po’ analoga a quella insegnata riguardo agli aromi ridotti “in minutissima polvere” e a “l’incenso aromatico polverizzato” (Esodo 30:34-38 – Levitico 16:12). Lo Spirito Santo prende piacere nel soffermarsi a lungo su quello che costituisce il profumo ed il buon odore del sacrificio di Cristo, non solo considerandolo come un tutt’uno, ma anche tenendo conto dei più piccoli dettagli. Così come, nelle sue diverse parti e nel suo insieme, l’olocausto è senza imperfezioni, così è di Cristo.

I figli del sacerdote Aaronne metteranno del fuoco sull’altare e disporranno della legna sul fuoco. Poi i sacerdoti, figli d’Aaronne, disporranno quei pezzi, la testa e il grasso, sulla legna messa sul fuoco che è sull’altare;” (1:7-8). Questo è un grande privilegio per la casa sacerdotale. L’olocausto era totalmente offerto a Dio, era interamente bruciato [2] sull’altare. L’uomo non vi aveva nessuna parte, ma i figli di Aaronne, che erano loro stessi sacerdoti, hanno qui un posto attorno all’altare di Dio, per contemplare la fiamma di un sacrificio gradito a Dio, da cui si alza per Lui un profumo di odore soave. È una posizione gloriosa, una comunione gloriosa, un servizio glorioso per i sacerdoti, una figura toccante di quello che Dio ha dato alla Chiesa che ha comunione con Lui, in quello che riguarda il compimento perfetto della Sua volontà nella morte di Cristo.

Quando contempliamo la croce del Signore Gesù come peccatori convinti di peccato, noi vediamo in quella croce ciò che risponde a tutti i nostri bisogni e, sotto questo punto di vista, la croce dà alla coscienza una pace perfetta. Noi possiamo, come sacerdoti e come adoratori purificati, considerare la croce sotto un’altra luce, nel il compimento della santa determinazione che Cristo aveva preso per fare la volontà del Padre, anche fino alla morte. Come peccatori convinti di peccato, noi siamo davanti all’altare di rame e troviamo la pace nel sangue dell’espiazione che è stato sparso sull’altare, ma come sacerdoti siamo là per contemplare ed ammirare la perfezione di questo olocausto: il perfetto abbandono e la perfetta offerta che Cristo, l’Uomo senza macchia, ha fatto di Se stesso a Dio.

Avremmo un’idea molto incompleta del mistero della croce se non vi vedessimo che quello che corrisponde ai bisogni dell’uomo peccatore. Ci sono, nella morte di Cristo, delle profondità che sono fuori della portata dell’uomo e che Dio solo ha potuto investigare. È dunque importante notare che quando lo Spirito Santo ci offre delle rappresentazioni figurative della croce ci presenti, in primo luogo, quella che ce la mostra sotto l’aspetto che ha Dio per oggetto. L’uomo può arrivare a questa sorgente di delizie, la può esplorare ed abbeverarsi sempre, può trovarvi la soddisfazione dei desideri più elevati della sua anima e delle facoltà della sua nuova natura, ma, alla fine di tutto, c’è nella croce qualcosa che solo Dio può conoscere ed apprezzare. Ecco perché l’offerta dell’olocausto ha il primo posto nell’ordine dei sacrifici. Oltre a questo, il fatto stesso che Dio abbia istituito un tipo della morte di Cristo che rivela ciò che questa morte significa per Lui, rappresenta un ammaestramento profondo per l’uomo spirituale.

Nessun uomo, nessun angelo può sondare fino in fondo il mistero della morte di Cristo, ma noi vi possiamo discernere almeno alcune caratteristiche che, da sole, rendono già preziosa questa morte, al di là di tutte le parole, per il cuore di Dio. È dalla croce che Dio raccoglie la più ricca messe di gloria. In nessun’altra maniera avrebbe potuto essere glorificato come Lo è stato attraverso la morte di Cristo. È nella rinuncia volontaria che Cristo ha fatto di Se stesso a Dio che la gloria divina brilla in tutto il suo splendore; è in questa offerta, che Cristo ha fatto di Se stesso, che fu posto il solido fondamento di tutti i consigli divini. La creazione non bastava per questo scopo. La croce ha anche fornito all’amore divino un canale nel quale può scorrere con giustizia ed inoltre, sempre per essa, Satana è stato confuso per sempre e “i principati e le potenze”, sono diventate un “pubblico spettacolo”, perché Cristo ha trionfato “su di loro per mezzo della croce” (Colossesi 2:15). Sono questi i gloriosi frutti della croce e quando ce ne interessiamo, vediamo che era utile che ci fosse una figura della croce che la presentasse come è stata esclusivamente per Dio, e che è anche appropriato che questa figura occupi il primo posto, in testa a tutte le altre.

Ma laverà con acqua le interiora e le zampe, e il sacerdote farà fumare ogni cosa sull’altare, come olocausto, sacrificio di profumo soave, consumato dal fuoco per il SIGNORE” (1:9). Il lavaggio, che è ordinato qui, rendeva il sacrificio, in figura, ciò che Cristo era nella realtà più profonda: rendeva il sacrificio puro, interiormente ed esteriormente. In Cristo, c’era sempre il più perfetto accordo tra i motivi interiori e la Sua condotta esteriore: questa era sempre l’espressione dei Suoi motivi interiori. Tutto in Lui tendeva ad una sola cosa: la gloria di Dio. Le membra del Suo corpo obbediscono perfettamente al Suo cuore devoto, e soddisfano i consigli di quel cuore che batteva solo per Dio e per la Sua gloria, nella salvezza degli uomini. I sacerdoti potevano, per questo, fare “fumare ogni cosa sull’altare”. Tutto, nella figura, era puro e destinato solo ad essere presentato a Dio sull’altare. Era solo per Dio. I sacerdoti potevano disporre le legna, il fuoco e guardare salire la fiamma. Questo era un grande privilegio per loro, ma non potevano mangiare del sacrificio. Dio solo era l’oggetto di Cristo in questo aspetto della Sua morte, che è presentato nell’olocausto, e noi non possiamo prendere le cose con leggerezza. Dal momento in cui il maschio senza difetto era volontariamente presentato all’ingresso della tenda di convegno, fino a che non era ridotto in cenere sull’altare per l’azione del fuoco, noi possiamo contemplare Cristo che offre Se stesso senza macchia a Dio. In quest’opera che Cristo ha compiuto, Dio ha la Sua vera gioia, una gioia in cui nessuna intelligenza creata potrebbe entrare e questo ci è confermato nella “legge dell’olocausto” di cui adesso ci occuperemo.

Il SIGNORE parlò ancora a Mosè, e disse: “Dà quest’ordine ad Aaronne e ai suoi figli, e di’ loro: “Questa è la legge dell’olocausto. L’olocausto rimarrà sulla legna accesa sopra l’altare tutta la notte, fino al mattino; e il fuoco dell’altare sarà tenuto acceso. Il sacerdote indosserà la sua tunica di lino e si metterà delle mutande di lino a contatto con la pelle; toglierà la cenere dell’olocausto consumato dal fuoco sull’altare e la metterà accanto all’altare. Poi si spoglierà delle vesti e ne indosserà delle altre e porterà la cenere fuori dal campo, in un luogo puro. Il fuoco sarà mantenuto acceso sull’altare e non si lascerà spegnere; il sacerdote vi brucerà della legna ogni mattina, vi disporrà sopra l’olocausto, e sopra vi brucerà il grasso dei sacrifici di riconoscenza. Il fuoco dev’essere mantenuto sempre acceso sull’altare, e non lo si lascerà spegnere” (Levitico 6:1-6). Il fuoco sull’altare consumava l’olocausto ed “il grasso dei sacrifici di riconoscenza”. Era la giusta espressione della santità divina che trovava in Cristo e nel Suo sacrificio l’energia adatta. Il fuoco non doveva mai spengersi, perché quello che rappresentava l’azione della santità divina in giudizio doveva sempre essere alimentato. Il fuoco ardeva sull’altare di Dio in mezzo alle veglie oscure e silenziose della notte.

Il sacerdote indosserà la sua tunica di lino …”. Qui il sacerdote prende, in figura, il posto di Cristo, la cui giustizia pratica è rappresentata dalla tunica di lino. Cristo, avendo dato Se stesso alla morte in croce allo scopo di compiere la volontà di Dio, è salito al cielo nella Sua giustizia eterna, portando con Sé quello che era il memoriale dell’opera che ha compiuta. Le ceneri testimoniavano che il sacrificio era consumato e che era stato accettato da Dio; erano messe a lato dell’altare per testimoniare che il fuoco aveva consumato il sacrificio, che non era stato solo consumato, ma che era stato anche accettato. Le ceneri dell’olocausto proclamavano l’accettazione del sacrificio; le ceneri dell’offerta per il peccato proclamavano il giudizio sul peccato.

Molti punti, sui quali ci siamo soffermati, li ritroveremo più avanti nel proseguo del nostro studio e così avremo una maggiore chiarezza, più valore e potenza. Il confronto delle varie offerte, una con l’altra, mette ciascuna di esse in rilevo. Considerate nel loro insieme, ci forniscono una vista completa di Cristo. Sono come tanti specchi, disposti in maniera da riflettere, sotto i diversi aspetti, l’immagine del vero e solo perfetto sacrificio. Nessun modello avrebbe potuto rappresentare Cristo nella Sua pienezza.

Bisogna che noi possiamo contemplarLo nella Sua vita e nella Sua morte, come uomo e come vittima, in rapporto con Dio ed in rapporto con noi: è così che le offerte del Levitico ce Lo presentano in figura. Dio ha misericordiosamente risposto in questo modo ai bisogni delle nostre anime. Possa, ora, darci anche l’intelligenza di cui abbiamo bisogno per cogliere ciò che ha preparato per noi, affinché possiamo goderne.

L’oblazione di fior di farina – Capitolo 2

Dobbiamo ora esaminare “l’oblazione di fior di farina” che presenta, in maniera molto precisa, “l’Uomo Gesù Cristo”. Se l’olocausto ci presenta Cristo nella Sua morte, l’oblazione di fior di farina ce Lo presenta nella Sua vita, ma in nessuno dei due casi si tratta dell’atto di portare il peccato. Nell’olocausto vediamo la propiziazione, ma niente sul peccato espiato, nessuna imputazione di peccato, nessuna manifestazione della collera a causa del peccato; quello che lo dimostra è il fatto che è tutto consumato sull’altare. Se vi fosse stato anche un minimo peccato da espiare, la vittima avrebbe dovuto essere bruciata fuori del campo. (Levitico 4:11-12 – cfr. Ebrei 13:11).

Anche nell’oblazione di fior di farina non c’è aspersione: del sangue. in questa vediamo una bella figura di Cristo, vivo che cammina e serve quaggiù sulla terra. Questo è già di per sé sufficiente per obbligare il credente spirituale a riflettere su questa offerta con una seria attenzione ed uno spirito di preghiera. La pura e perfetta umanità del nostro Signore è un soggetto che richiede un esame coscienzioso da parte di tutti i credenti. Dobbiamo fare attenzione ai molti pensieri superficiali che vengono espressi in relazione a questo santo mistero perché, a volte, le espressioni che si sentono o si leggono sono sufficienti a provare che la dottrina fondamentale dell’Incarnazione non è compresa o accettata come la Parola ce la presenta. 

Certe espressioni derivano, molto probabilmente, da una inesatta stima della natura reale delle relazioni di Cristo e del vero carattere delle Sue sofferenze; tuttavia, qualunque sia la loro origine, esse devono essere giudicate alla luce delle Sacre Scritture e, quindi, respinte. Senza dubbio, molti di coloro che usano questi termini indietreggerebbero con orrore e indignazione se questa dottrina fosse esposta davanti a loro secondo quello che queste espressioni indicano o sostengono. Guardiamoci quindi di accusare d’infedeltà un credente in relazione ad una qualunque verità cristiana quando, forse, non c’è che una sola imprecisione di linguaggio.

C’è però una considerazione che deve avere un peso rilevante negli apprezzamenti morali di ogni cristiano, intendo il carattere vitale della dottrina dell’umanità di Cristo. Essa sta alla base stessa del cristianesimo, ed è questo esattamente il motivo per cui Satana, sin dall’inizio, si è sempre preso tanta pena per fuorviare le anime su questo argomento. Quasi tutte le eresie più importanti che sono entrate nella chiesa professante tradiscono l’intenzione satanica di minare la verità sulla persona di Cristo. È anche accaduto spesso che uomini pii, pur volendo combattere questi errori, siano caduti essi stessi in errori opposti. Questo ci mostra la necessità di tenerci stretti ai termini stessi che lo Spirito Santo ha usato per sviluppare un mistero che è allo stesso tempo così sacro e così profondo.

Anzi, credo che, in ogni caso, la sottomissione all’autorità delle Sacre Scritture e l’energia della vita divina nell’anima si riveleranno la migliore salvaguardia contro ogni tipo di errore. Per essere in grado di proteggersi dall’errore nella dottrina di Cristo, l’anima non ha bisogno di una profonda conoscenza teologica: se la Parola di Cristo abita riccamente in essa e lo Spirito di Cristo vi sviluppa la Sua efficacia, allora Satana non troverà luogo dove possa far penetrare i suoi oscuri e orribili suggerimenti. Se il cuore si compiace del Cristo rivelato dalle Scritture, certamente rifiuterà tutti i falsi cristi che Satana vorrebbe introdurre. Se ci nutriamo delle realtà di Dio, rifiuteremo senza esitazione le contraffazioni di Satana. Questo è il miglior modo per sfuggire alle trappole dell’errore, qualunque sia la forma che assume. “Le pecore ascoltano la sua voce, … le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei”, “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Giovanni 10:3-5, 27). Non è assolutamente necessario conoscere la voce degli estranei per allontanarsi da loro, è sufficiente conoscere la voce del “buon Pastore”, e questo ci preserverà dall’influenza seduttrice di ogni voce estranea. Inoltre, pur sentendomi chiamato a proteggere i miei lettori da qualsiasi voce estranea relativa al mistero divino dell’umanità di Cristo, non mi sembra necessario discutere le loro azzardate o false affermazioni. Preferisco cercare, con la grazia di Dio, di dare ai miei fratelli le armi contro di loro, sviluppando la dottrina della Scrittura su questo argomento.

Mantenere una energica comunione con la perfetta umanità del nostro Signore Gesù Cristo è uno dei lati più debole e più imperfetto del nostro cristianesimo. Deriva da questo se mostriamo tante lacune, aridità, agitazione e smarrimento nel nostro cammino. Ah! se potessimo comprendere questa verità, grazie ad una fede più semplice: che è un Uomo vero quello seduto alla destra della Maestà nel cielo, un Uomo che simpatizza perfettamente con noi, il cui amore è incomprensibile, la cui potenza è senza limite le cui risorse sono inesauribili, le cui ricchezze sono insondabili, il cui orecchio è aperto ad ogni nostro sospiro, la cui mano è aperta per tutti i nostri bisogni, il cui cuore è pieno di una tenerezza ineffabile. Allora quanto saremmo, a nostra volta, più felici e più elevati rispetto alle cose visibili, quanto saremmo più indipendenti da tutto quello che proviene dalla creazione, indipendentemente da quale sia il canale che ce lo comunica! Tutto quello a cui il nostro cuore può ambire, noi lo possediamo in Gesù Cristo. Sospiriamo ricercando qualche simpatia? Dove mai potremo trovarla se non in Colui che univa le Sue lacrime a quelle delle sorelle di Betania? Aspiriamo alla gioia di un vero affetto? Dove mai potremmo trovarla in modo completo se non nel cuore che esprime il Suo amore sudando grumi di sangue in Getsemani? Cerchiamo la protezione di un potere efficiente? Dobbiamo solo guardare a Colui che ha creato i mondi. Sentiamo il bisogno di una saggezza per essere diretti? Avviciniamoci a Colui che è la saggezza personificata e “che da Dio è stato fatto per noi sapienza” (1 Corinzi 1:30). In una parola, noi abbiamo tutto in Cristo. Il pensiero divino e gli affetti divini hanno trovato un oggetto perfetto nell’Uomo Gesù Cristo (1 Timoteo 2:5) e certamente se in Cristo vi è quello che può perfettamente soddisfare Dio, c’è anche tutto quello che dovrebbe soddisfare noi e ci soddisfa nella proporzione in cui, per grazia dello Spirito Santo, camminiamo in comunione con Dio.

Il Signore Gesù Cristo è stato il solo Uomo perfetto che abbia mai calpestato il suolo della terra. Era perfetto in tutto: perfetto nei pensieri, perfetto nelle parole, perfetto nell’operare. In Lui si incontravano tutte le qualità morali che si armonizzavano con la divinità e, di conseguenza, in una perfetta proporzione. Nessun lato del Suo carattere predominava a spese degli altri. In Lui si univano amabilmente una maestà che ispirava un rispettoso timore e una dolcezza che metteva completamente a proprio agio in Sua presenza. Gli Scribi ed i Farisei odono i Suoi pesanti rimproveri, così come la povera Samaritana e la donna “peccatrice” (Luca 7.37) si sentivano, forse senza rendersene conto, irresistibilmente attratte da Lui. Sì, tutto in Lui era in una perfetta armonia, ed è questo che si evidenzia in tutte le scene della Sua vita quaggiù. Per esempio, Egli poteva dire: “Date loro voi da mangiare!” a cinquemila uomini affamati e poi quando furono sazi dire: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda” (Giovanni 6:12). La beneficenza e l’economia qui sono perfette, senza che l’una superi l’altra: ciascuna brilla nel suo ambito. Il Signore non poteva mandare via digiuni coloro che avevano fame e Lo seguivano, ma non poteva neppure permettere che un solo frammento di “tutto quel che Dio ha creato” (1 Timoteo 4.4) andasse sprecato. La stessa mano, sempre largamente aperta per sovvenire a tutti i bisogni dell’uomo, era rigorosamente chiusa ad ogni prodigalità.

È una lezione per noi che, frequentemente, facciamo degenerare la beneficenza in una profusione inesauribile e, dall’altro lato, quanto spesso accade che la nostra parsimonia manifesti uno spirito di avarizia! Spesso anche i nostri cuori parsimoniosi rifiutano di aprirsi largamente alla vista di un bisogno che si presenta davanti a noi, così come, altre volte, dissipiamo, per vanità o per stravaganza, quello che avrebbe potuto alleviare molti nostri simili nel bisogno. Caro lettore, studiamo con cura il quadro divino che ci offre la vita dell’Uomo Cristo Gesù. Come è di ristoro e fortificante per “l’uomo interiore” essere occupato di Colui che fu perfetto in tutte le Sue vie, “affinché in ogni cosa abbia il primato” (Colossesi 1:18).

Guardatelo nel giardino di Getsemani. È prostrato in una così profonda umiltà di cui Lui solo poteva dare un esempio, ma, in presenza della folla col traditore, mostra una calma ed una maestà che li fa indietreggiare e cadere a terra. Davanti a Dio, la Sua attitudine è quella di essere prostrato, ma davanti ai Suoi giudici e a i Suoi accusatori, ecco una dignità indescrivibile. Anche là, tutto è perfetto, tutto è divino.

La stessa perfezione è messa in evidenza nel modo ammirabile in cui si conciliano in Lui la Sua relazione con Dio e le Sue relazioni umane. Poteva dire: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?”. E allo stesso tempo poteva scendere a Nazaret dove fu un modello di sottomissione all’autorità dei genitori (Luca 2:49-51). Poteva dire a Sua madre: “Che c’è fra me e te, o donna?” (Giovanni 2:4) e tuttavia, sulla croce in mezzo ad una inesprimibile agonia, mostrare tutta la tenerezza d’affetto che aveva per la madre, affidandola alle cure del discepolo che amava (Giovanni 19:26). Nel primo caso, Cristo, nello spirito di un perfetto nazireo, si separava da tutto per compiere la volontà del Padre così come, nel secondo, dava slancio ai sentimenti d’affetto di un cuore umano perfetto. La devozione del Nazireo, come le affezioni dell’Uomo, era perfetta, l’una non andava a svantaggio dell’altra, ma entrambe brillavano di una luminosità eccezionale, ciascuna nella propria sfera.

Adesso, l’ombra di quest’Uomo perfetto si offre a noi nella figura del “fior di farina” che era la base dell’oblazione di fior di farina. Non c’era in essa niente di grossolano, niente di irregolare, niente di ruvido al tatto. Quale che fosse la pressione esercitata dall’esterno, la superficie rimaneva sempre uniforme. Cristo non fu mai turbato dalle circostanze, non fu mai imbarazzato, mai esitante o nell’agitazione, mai deluso nelle Sue aspettative. Quali che fossero gli avvenimenti che sopraggiungevano, vi entrava sempre con questa perfetta uniformità, così straordinariamente rappresentata dal “fior di farina”.

Inutile dire che, in tutte queste cose, Cristo presenta un contrasto evidente con i servitori anche più onorati e devoti. Mosè, per esempio, “era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra” (Numeri 12:3), tuttavia in un impulso di collera “egli parlò senza riflettere” (Salmo 106:33). In Pietro troviamo uno zelo ed un’energia che talvolta passano la misura, ma altre volte è di una vigliaccheria che gli fa abbandonare la posizione di testimonianza per paura della vergogna. Era pronto a fare delle manifestazioni di devozione, ma quando era il momento di manifestarle, erano sparite. Giovanni, che più di ogni altro respirava l’atmosfera dell’intima vicinanza di Cristo, manifesta, più di una volta, uno spirito settario, intollerante, ambizioso (Luca 9:49, 52-55 – Marco 10:35-37). In Paolo, il più devoto dei servitori, scopriamo anche delle grandi disparità. Indirizza ai capi sacerdoti delle parole ingiuriose che deve in seguito ritrattare (Atti 23), scrive ai Corinti una lettera di cui prima si pente e poi non si pente più (2 Corinzi 7:8). In tutti vediamo qualche difetto, eccetto in Colui che “si distingue fra diecimila” (Cantico dei cantici 5:10).

Studiando l’oblazione di fior di farina e volendo dare ai nostri pensieri maggior semplicità e chiarezza, sarà bene considerare, prima di tutto, gli elementi che la compongono, in secondo luogo le diverse forme sotto le quali era presentata ed infine le persone vi partecipavano.

Quanto agli elementi, “il fior di farina” può essere visto come la base dell’offerta ed in essa, come lo abbiamo visto, abbiamo un tipo dell’umanità di Cristo in cui si trovano tutte le perfezioni. Lo Spirito Santo prende piacere a sviluppare le glorie della Persona di Cristo, a presentare la Sua eccellenza incomparabile, a metterLo davanti a noi in contrasto con tutto il resto. Lo mette in contrapposizione con Adamo anche nel suo stato di innocenza e di onore, perché è scritto: “Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo” (1 Corinzi 15:47). Il primo Adamo, anche prima della caduta, era “terrestre (tratto dalla terra)”, ma il secondo Uomo era “dal cielo”.

Nell’oblazione di fior di farina, “l’olio” è una figura dello Spirito Santo. Quest’olio, impiegato in due maniere diverse, ci presenta lo Spirito Santo sotto un doppio aspetto in connessione con l’incarnazione del Figlio. Il fior di farina era “impastato” con l’olio e dell’olio vi era “versato” sopra. Questa era la figura, ma nella realtà vediamo il Signore Gesù Cristo prima “concepito” dallo Spirito Santo, poi “unto” dallo Spirito Santo (cfr. Matteo 1:18, 23 con 3:16). L’esattezza, che è evidente, è meravigliosa. C’è un solo ed unico Spirito che segnala gli ingredienti di questa offerta e che ci riporta i fatti della realtà. Colui che ci ha dato, con una precisione sorprendente, le figure e le ombre del libro del Levitico, ci ha anche descritto il glorioso soggetto di queste immagini nei racconti dei Vangeli. È lo stesso Spirito che aleggia attraverso le pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento e che ci rende capaci di vedere con quale esattezza l’uno corrisponda all’altro.

La concezione del corpo del Signore, per lo Spirito Santo nel seno della vergine Maria, è uno dei più profondi misteri che possa essere presentato all’attenzione di un’intelligenza rinnovata. È pienamente rivelato nel vangelo di Luca e ciò è particolarmente caratteristico, perché da una parte all’altra di questo vangelo lo scopo principale dello Spirito Santo sembra essere quello di mostrarci, sotto tutti gli aspetti e in maniera impressionante, “l’Uomo Cristo Gesù”. In Matteo, noi abbiamo “il Figlio d’Abraamo”, “il Figlio di Davide”. In Marco vediamo il divino Servitore, il celeste Operaio. Infine, in Giovanni, abbiamo “il Figlio di Dio”, “la Parola eterna”, “la Vita”, “la Luce”, Colui per mezzo del quale ogni cosa è stata fatta. Ma il grande soggetto del vangelo di Luca è: il Figliol dell’uomo.

Quando l’angelo Gabriele ebbe annunciato a Maria il favore che stava per esserle conferito, relativamente alla grande opera dell’incarnazione, Maria, in uno spirito di onesta ignoranza, piuttosto che dubitare chiede: “Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?” (Luca 1:34). Dunque, certamente pensava che la nascita di un glorioso Personaggio, che era sul punto di apparire, doveva aver luogo secondo il corso ordinario della natura e a questo pensiero Dio, nella Sua grande bontà, dà modo al messaggero celeste di aggiungere qualche parola che getta una luce preziosa sulla verità fondamentale dell’incarnazione. Così, la risposta dell’angelo alla domanda della vergine è di un grande interesse e non può essere meditata troppo in profondità: “Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio” (Luca 1:35).

Questo bel versetto ci dice che il corpo umano che riveste il Figlio eterno di Dio fu formato per “la potenza dell’Altissimo”. “Tu mi hai preparato un corpo” (Ebrei 10:5). Era un vero corpo umano, realmente “carne e sangue”. Non c’è niente qui che possa prestare un fondamento qualsiasi alle vane e disgustose teorie dello gnosticismo o del misticismo, niente che autorizzi le fredde astrazioni del primo né le deboli del secondo. Qui tutto è profondamente, solidamente, divinamente reale. Questo è anche quello di cui i nostri cuori avevano bisogno e questo è quello che Dio ci ha dato. La più antica delle promesse aveva dichiarato che la progenie della donna avrebbe schiacciato la testa del serpente e questa predizione non poteva essere compiuta che da un uomo reale, un essere la cui natura umana fosse tanto reale quanto pura ed incorruttibile. “Tu concepirai” dice l’angelo Gabriele “e partorirai un figlio[3]. Poi, per non lasciare nessuno spazio ad equivoci relativamente alle modalità del concepimento, aggiunge alcune parole che provano, senza ombra di dubbio, che quella “carne e sangue”, a cui il Figlio Eterno “ha partecipato”, pur essendo assolutamente reali, erano assolutamente incapaci di contrarre o comunicare la minima contaminazione. L’umanità del Signore Gesù era, nel vero senso della parola, quella “santa Cosa” o quell’ “Essere santo“. E poiché era interamente senza macchia, di conseguenza, non c’era in Lui nessun principio di morte. Noi non possiamo concepire la mortalità in un altro modo se non in connessione col peccato, e l’umanità di Cristo non aveva niente in comune con il peccato, sia personalmente, sia relativamente. Il peccato gli fu imputato sulla croce dove fu “fatto peccato” per noi. L’offerta dell’oblazione di fior di farina non è una figura di Cristo come di Colui che porta il peccato, ma rappresenta la Sua vita perfetta in questo mondo, vita nella quale senza dubbio ha sofferto, ma non come colui che porta il peccato, non come nostro sostituto, non da parte di Dio. È importante comprendere bene questo punto. Né l’olocausto né l’oblazione di fior di farina ci presentano Cristo come Colui che si è caricato dei nostri peccati. In quest’ultima Lo vediamo vivente e, nell’altra morente, ma in nessuna delle due si tratta di nessuna imputazione di peccato, né di incontrare la collera di Dio a causa del peccato. In una parola, presentare Cristo come sostituto dei peccatori, in altro luogo che alla croce che sulla croce, è spogliare la Sua vita di tutta la bellezza e di tutte le eccellenze divine; è togliere alla croce il suo carattere ed il suo posto. Inoltre, questo getterebbe una confusione inestricabile sulle figure del Levitico.

A questo riguardo, vorrei poter persuadere tutti i miei lettori che potrebbero non avere una gelosia così santa della verità vitale della Persona e dei rapporti del Signore Gesù Cristo. Se si è nell’errore su questo, tutto il resto del cristianesimo è compromesso. Dio non può approvare nulla che non abbia questa verità come base per la Sua presenza. La Persona di Cristo è il centro vivente, il centro divino, attorno al quale lo Spirito Santo compie tutte le sue operazioni. Se voi abbandonate le verità intorno a Cristo, siete come una nave che gira intorno alla sua ancora, trasportata, senza timone e senza bussola, sull’oceano immenso e tempestoso ed in imminente pericolo di schiantarsi sugli scogli dell’arianesimo, dell’infedeltà o dell’ateismo. Mettete in dubbio l’eternità di Cristo come Figlio di Dio, mettete in dubbio la Sua divinità, mettete in dubbio la Sua umanità immacolata e aprirete la porta a ondate distruttive ed errori mortali. Nessuno pensi che questo sia un punto adatto solo a servire come argomento di discussione a dotti teologi, o una curiosa questione, un mistero astruso, un dogma su cui siamo padronissimi di avere punti di vista diversi. No, è una verità vitale, fondamentale, che deve essere conservata con la potenza dello Spirito Santo, che deve essere salvaguardata, anche a scapito di tutto il resto, che deve essere confessata in ogni momento e in tutti i casi, quali che ne siano le conseguenze.

Dunque, dobbiamo ricevere semplicemente nei nostri cuori, per la grazia dello Spirito Santo, la rivelazione che il Padre ci fa del Figlio. Allora le nostre anime saranno efficacemente preservate dai lacci del nemico, sotto qualunque forma esse si presentino. Possono nascondersi sotto le esche dell’arianesimo o del socinianesimo [4], come erba e foglie di un sistema interpretativo allo stesso tempo capzioso, plausibile e seducente; ma il cuore veramente pio scopre presto che questo sistema tende a disonorare il Salvatore al quale deve tutto e, senza esitazione, lo rifiuta e lo restituisce alla fonte impura da cui palesemente procede. Possiamo fare a meno delle teorie umane, ma non possiamo assolutamente fare a meno di Cristo, il Cristo di Dio, il Cristo dell’affetto di Dio, il Cristo dei consigli di Dio, il Cristo della Parola di Dio.

Il Signore Gesù Cristo, Figlio eterno di Dio, Dio manifestato in carne, Dio su tutte le cose benedetto in eterno, ha preso un corpo che era intrinsecamente e divinamente puro, incapace di contrarre alcuna macchia, interamente esente da tutti i principi di peccato e di morte. L’umanità di Cristo era tale che se fosse stato possibile (va da sé che non lo era) guardare solo al Suo interesse personale, avrebbe potuto in ogni momento tornare in cielo, da dove era venuto e al quale apparteneva. Nel dire questo, ignoro i decreti eterni dell’amore redentore o dell’amore immutabile del cuore del Signore, del Suo amore per Dio, del Suo amore per gli eletti di Dio o del lavoro che era necessario per ratificare il patto eterno di Dio con la posterità di Abraamo e con tutta la creazione. Cristo stesso ci insegna che “avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno” (Luca 24:46). Era necessario che soffrisse per la manifestazione e il perfetto compimento del grande mistero della redenzione. Questo misericordioso Redentore voleva “condurre molti figli alla gloria” (Ebrei 2.10). Non voleva “essere lasciato solo”, per questo, come “granello di frumento“, ha voluto “cadere in terra e morire” (Giovanni12:24). Più comprendiamo questa verità sulla Persona di Cristo, più comprendiamo e apprezziamo la Sua opera di grazia.

Quando l’autore dell’epistola agli Ebrei parla di Cristo come “reso perfetto” dalle cose che soffrì, Lo considera come “autore della loro salvezza” (Ebrei 5:9; 2:10) e non come il Figlio eterno che, per quello che riguarda la Sua personalità e la Sua natura, era divinamente puro, senza che fosse possibile aggiungervi una cosa qualunque. Allo stesso modo quando il Signore Gesù dice: “Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato” (Luca 13:32) fa allusione alla Sua risurrezione, in potenza, per mezzo della quale sarà manifestato come il “compitore” dell’intera opera della redenzione. Per quanto Lo concerne personalmente poteva dire, uscendo dal giardino di Getsemani: “Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni d’angeli? Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?” (Matteo 26:53-54).

È bene che l’anima sia sicura di tutto questo. È bene sentire l’armonia che secondo Dio esiste tra i passi che ci presentano Cristo nella dignità essenziale della Sua Persona, e nella divina purezza della Sua Natura, e quelli che ce Lo presentano nelle relazioni col Suo popolo e come chi va a compiere la grande opera della redenzione. Accade che, qualche volta, troviamo questi due aspetti differenti vicini e combinati insieme come, per esempio, quando leggiamo: Cristo, “benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna” (Ebrei 5:8-9). Pertanto, non perdiamo mai di vista nessuna di queste relazioni nelle quali Cristo entra volontariamente, sia per manifestare l’amore di Dio verso un mondo perduto, sia come Servitore dei consigli divini. No, nessuna cosa, di qualunque grado fosse, poteva avere niente a che fare con la purezza essenziale, l’eccellenza e la gloria del Suo essere. “Lo Spirito Santo verrà” sulla vergine e “la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio”. Che magnifica rivelazione del profondo mistero della pura e perfetta umanità di Cristo, la vera realtà del “fior di farina impastata con l’olio”!

Notiamo qui l’impossibilità di ogni unione tra l’umanità, così com’essa appare in Gesù Cristo e l’umanità così com’è in noi: quello che è puro non può mai unirsi a quello che è impuro. C’è una incompatibilità assoluta tra ciò che è corruttibile e quello che è incorruttibile. Lo spirituale e il carnale, il celeste ed il terrestre non potrebbero mai combinarsi insieme. Da questo risulta che l’incarnazione non è, come taluni osano pretendere, Cristo che prende la nostra natura decaduta unita con la Sua natura divina. Se così fosse la morte della croce non sarebbe stata necessaria. In questo caso, non si capirebbe perché il Salvatore si sarebbe sentito “angosciato” finché questo sanguinoso battesimo non fosse stato compiuto (Luca 12:50), non si capirebbe perché “il granello di frumento” sia dovuto cadere in terra e morire. È della massima importanza, che ogni cristiano spirituale capisca bene questo: era del tutto impossibile per Cristo unirsi alla nostra umanità peccatrice. Ascoltate ciò che l’angelo disse a Giuseppe nel primo capitolo del Vangelo di Matteo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo” (1:20). Così la naturale suscettibilità di Giuseppe, come la pia ignoranza di Maria, hanno dato luogo a un ulteriore sviluppo del santo mistero dell’umanità di Cristo, e allo stesso tempo diventa l’occasione per salvaguardare questa umanità contro tutti gli attacchi blasfemi da parte del nemico.

Come fa il credente ad essere unito a Cristo? È nella Sua incarnazione o nella Sua risurrezione? Senza dubbio nella Sua risurrezione, come lo prova questo versetto: “Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo” (Giovanni 12:24). Prima della morte di Cristo, non c’era nessun punto di unione tra Lui ed il suo popolo, ma è nella potenza di una nuova vita che i credenti sono uniti al Signore. Loro erano morti nei peccati e Lui, nella Sua grazia perfetta, è sceso dal cielo e, benché fosse puro e senza peccato, è stato “fatto peccato”, è morto “al peccato”, l’ha abolito, è risuscitato trionfante dal peccato e da tutto quello che vi si lega e, in risurrezione, è divenuto il Capo di una nuova creazione. Adamo era il capo della vecchia creazione che morì con lui. Cristo, morendo, ha preso su di Sé il fardello che pesava sui Suoi e avendo perfettamente risposto a tutto quello che era contro di loro, vittorioso su tutto, è risuscitato e li ha introdotti con Sé nella nuova creazione di cui è il centro ed il glorioso Capo. Ecco perché leggiamo: “Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù” (Efesini 2:4-6). “Poiché siamo membra del suo corpo” (Efesini 5:30). “Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati” (Colossesi 2:13).

Potremmo moltiplicare i versetti, ma quelli citati sono ampiamente sufficienti per dimostrare che non era nell’incarnazione, ma nella morte che Cristo ha preso una posizione nella quale i credenti potessero essere “vivificati con Lui”. Al lettore, questa sembra una questione di poca importanza? In tal caso, che la esamini alla luce delle Scritture e nel suo rapporto con la Persona di Cristo, la Sua vita, la Sua morte, il nostro stato naturale nella vecchia creazione e il nostro posto, per grazia, nella nuova. Che valuti bene tutti questi lati dell’argomento e sono convinto che non lo considererà più irrilevante. Può almeno essere certo di una cosa: chi scrive queste pagine non avrebbe tracciato una sola riga a sostegno di questa dottrina, se non l’avesse ritenuta tale da portare alle conseguenze più gravi. La rivelazione divina è un complesso così unito, così ben adattato dalla mano di Dio per formare un tutto, così armonioso in tutte le sue parti, che se una verità venisse rimossa dall’insieme, tutto il resto andrebbe fuori posto. Questa considerazione dovrebbe essere sufficiente per proteggere il cristiano da qualsiasi attacco, che potrebbe danneggiare questo magnifico edificio, dove ogni pietra deve essere lasciata nel luogo che Dio ha fissato. Ora, senza dubbio, la verità relativa alla Persona di Cristo è la chiave di volta.

Dopo aver cercato di sviluppare la verità, rappresentata dal “fior di farina impastata con olio“, arriviamo ad un altro punto di grande interesse, che è collegato a queste parole: “Vi verserai sopra dell’olio”. Qui abbiamo un’immagine dell’unzione del Signore Gesù Cristo per opera dello Spirito Santo. Non solo il corpo del Signore Gesù fu formato, misteriosamente dallo Spirito Santo, ma questo vaso puro e santo fu anche unto per il servizio, dalla stessa potenza. “Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato; e, mentre pregava, si aprì il cielo, e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo: “Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto” (Luca 3:21-22).

L’unzione del Signore Gesù per mezzo dello Spirito Santo, prima che entrasse nel Suo ministero pubblico, è di una grande importanza pratica per tutti coloro che desiderano sinceramente essere dei fedeli e benedetti servitori di Dio. Benché fosse stato, quanto alla Sua umanità, concepito per lo Spirito Santo, benché fosse, nella Sua personalità, “Dio manifestato in carne”, benché tutta la pienezza della deità abitasse corporalmente in Lui, occorre notare che, quando si presentò, come Uomo, per fare sulla terra la volontà di Dio, indipendentemente da quale fosse: annunciare la buona novella, insegnare nelle sinagoghe, guarire i malati, purificare i lebbrosi, cacciare i demoni, nutrire coloro che avevano fame o risuscitare i morti, faceva tutto per mezzo dello Spirito Santo. Questo vaso santo e celeste, nel quale il Figlio di Dio si compiacque di manifestarsi quaggiù, era formato, riempito unto e condotto dalla Spirito Santo.

È per noi una lezione santa e profonda, indispensabile e salutare. Noi siamo inclini a correre senza essere stati inviati, ad agire con la solo energia della nostra carne. Spesso un ministero evidente non è che l’attività inquieta e non santificata di una natura che non è mai stata identificata e giudicata alla presenza di Dio e per questo abbiamo bisogno di studiare attentamente la nostra divina “oblazione di fior di farina”, per comprendere più esattamente il significato dell’oblazione di fior di farina“unta d’olio”. Noi abbiamo bisogno di meditare prima di tutto su Cristo che, benché possedesse in Se stesso la potenza divina, nondimeno ha compiuto tutte le Sue opere, ha operato tutti i Suoi miracoli e, finalmente, per lo Spirito eterno ha offerto “Se stesso puro di ogni colpa a Dio” (Ebrei 9:14), lui che poteva dire: “È con l’aiuto dello Spirito di Dio che io scaccio i demoni” (Matteo 12:28).

Niente ha un valore reale, se non quello che è compiuto per la potenza dello Spirito Santo. Un uomo può scrivere, ma se non è guidato dalla potenza dello Spirito santo, le sue opere non produrranno nessun risultato duraturo. Un uomo può parlare con eloquenza, ma se le sue labbra non hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo, le sue parole non metteranno radici nei cuori. Questo è un pensiero molto serio che, se altrettanto seriamente considerato, ci porterà a vegliare prima di tutto su noi stessi ed a vivere in una più abituale dipendenza dallo Spirito Santo. Ciò che ci occorre è essere interamente svuotati di noi stessi, per lasciare il posto allo Spirito Santo per agire su di noi e per mezzo di noi. È impossibile che un uomo pieno di sé possa essere il vaso dello Spirito Santo. Quando consideriamo il ministero del Signore Gesù, vediamo che in tutte le circostanze agiva per la potenza immediata dello Spirito Santo. Avendo preso un posto quaggiù come Uomo, il Signore ha mostrato che l’uomo non doveva solo vivere della Parola, ma anche agire per lo Spirito di Dio. Anche se come Uomo la Sua volontà era perfetta quanto i Suoi pensieri, le Sue parole e le Sue opere, tuttavia non avrebbe mai agito se non per l’autorità della Parola e la potenza dello Spirito Santo. Se anche noi, in questo come in tutto il resto, seguissimo le Sue orme più da vicino e più fedelmente, il nostro ministero sarebbe più efficace, la nostra testimonianza produrrebbe frutti migliori ed il nostro cammino sarebbe completamente alla gloria di Dio.

Un altro ingrediente dell’oblazione di fior di farina che attira ora la nostra attenzione è “l’incenso”. Abbiamo visto che il fior di farina era la base dell’offerta e l’olio e l’incenso ne erano i principali accessori. La connessione esistente tra questi due ultimi elementi è molto istruttiva. “L’olio” è figura della potenza del ministero di Cristo, mentre “l’incenso” rappresenta l’oggetto. Il primo ci insegna che il Signore faceva tutto per la potenza dello Spirito di Dio, il secondo che faceva tutto alla gloria di Dio. L’incenso ci offre quello che, nella vita di Cristo, era esclusivamente per Dio. Questo viene chiaramente indicato nel versetto 2 del nostro capitolo: “La porterà ai sacerdoti figli d’Aaronne; il sacerdote prenderà una manciata piena del fior di farina spruzzata d’olio, con tutto l’incenso, e farà bruciare ogni cosa sull’altare, come ricordo. Questo è un sacrificio di profumo soave, consumato dal fuoco per il SIGNORE”. E fu così della vera offerta di fior di farina: l’Uomo Cristo Gesù. Nella Sua vita santa c’era sempre ciò che era esclusivamente per Dio. Tutti i Suoi pensieri, tutte le sue parole, tutti i Suoi sguardi, tutti i Suoi atti esalavano un profumo che si elevava direttamente a Dio. Come nel SIMBOLO, era il “fuoco dell’altare” che faceva SCATURIRE l’odore dell’incenso, così nella persona del Signore, più era “provato” in tutte le circostanze della Sua vita, più era manifesto che nella Sua umanità non c’era niente che non poteva far salire un profumo di odore soave fino al trono di Dio. Se, nell’olocausto, contempliamo Cristo che si offre senza macchia a Dio, in quest’offerta lo vediamo presentare a Dio tutta l’eccellenza intrinseca della Sua natura umana e delle Sue azioni. Un Uomo perfetto ed obbediente che sulla terra faceva la volontà di Dio, agendo per l’autorità della Parola e per la potenza dello Spirito Santo, era come un odore soave che era necessariamente gradito a Dio. Il fatto che “tutto l’incenso” fosse consumato sull’altare ne determina la portata e il significato.

Ora ci resta solo da considerare un ultimo elemento inseparabile dall’oblazione di fior di farina: “il sale”. “Condirai con sale ogni oblazione e non lascerai la tua oblazione priva di sale, segno del patto del tuo Dio. Su tutte le tue offerte metterai del sale” (2:12). L’espressione: “sale, segno del patto” esprime il carattere permanente di questo patto. Lo ha ordinato Dio stesso in tutti gli aspetti dell’offerta, in modo tale che niente potrà alterarlo, che nessuna influenza possa mai corromperlo. Da un punto di vista spirituale e pratico non sarebbe mai sufficientemente apprezzato questo elemento. “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale” (Colossesi 4:6). Ogni parola dell’Uomo perfetto manifestava la potenza di questo principio; non erano solo parole di grazia ma anche parole di una penetrante efficacia, parole divinamente adatte a preservare da ogni contaminazione e da ogni influenza corruttrice. Non ha mai pronunciato una sola parola che non fosse impregnata dell’odore de “l’incenso” e, allo stesso tempo, “condita con sale”. Il primo era il più gradito a Dio, il secondo, il più utile all’uomo.

Ricordiamoci bene che il cuore corrotto ed il gusto alterato dell’uomo non potrebbero sopportare la durezza dell’offerta dell’oblazione divinamente salata, prova ne sia, per esempio, la scena che si svolge nella sinagoga di Nazaret (Luca 4:16-29). In quell’occasione tutti potevano renderGli “testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”, ma quando aggiunse alle Sue parole del sale, così necessario per preservare i Suoi uditori dalle influenze deleterie del loro orgoglio nazionale, furono tutti pieni di collera e volevano precipitarLo dalla scarpata della montagna sulla quale la loro città era costruita.

Allo stesso modo, in Luca 14, le Sue parole di grazia avevano attirato una grande folla presso di Lui, ma poi le condisce con sale, esponendo con santa fedeltà quello che attendeva quaggiù coloro che Lo avrebbero seguito. “Venite, perché tutto è già pronto” sono le parole di grazia, ma poi ecco quello che era il sale: “Ognuno di voi, che non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo”. La grazia è attraente ma “il sale, certo, è buono”. I discorsi che presentano la grazia possano essere popolari, ma i discorsi “conditi con sale” non lo saranno mai. In certi momenti ed in certe circostanze il puro evangelo della grazia di Dio può essere, per un tempo, ricercato dalla moltitudine, ma quando il “sale”, applicato con zelo e fedeltà, si fa sentire, i ranghi si diradano e restano solo quelli che sono stati toccati dalla potenza della Parola.

Così, dopo aver esaminato gli ingredienti che costituiscono quest’offerta di fior di farina, spendiamo qualche parola su quelli che ne erano esclusi.

Il primo era “il lievito”. “Qualunque oblazione offrirete al SIGNORE sarà senza lievito” (2:11). Da un estremo all’altro della Parola, senza una sola eccezione, il “lievito” è sempre presentato come il simbolo del male. Al capitolo 7:13, come lo vedremo più avanti, del pane lievitato fa parte dell’offerta che accompagna il sacrificio di riconoscenza poi, al capitolo 23 troviamo ancora del pane lievitato nei due pani offerti il giorno della Pentecoste ma, quanto all’oblazione di fior di farina, il lievito era assolutamente escluso. Non ci doveva essere niente di acido, niente che facesse gonfiare, niente che esprimesse il male in quell’offerta che rappresentava “l’Uomo Gesù Cristo”. In Lui non c’era né asprezza né esagerazione morale. In Lui tutto era puro, solido, sincero. Talvolta le Sue parole potevano colpire nel vivo, ma non erano mai né aspre né orgogliose. I Suoi passi testimoniavano sempre che camminava realmente in presenza di Dio.

Purtroppo, sappiamo molto bene che, in coloro che per fede appartengono a Cristo, spesso il lievito si mostra in tutte le sue proprietà e in tutti i suoi effetti. C ’è stato sulla terra un solo Essere che abbia realizzato l’offerta di fior di farina perfettamente senza lievito e, Dio sia benedetto, questa offerta è per noi, per nutrirci nel santuario della presenza divina, in comunione con Dio. Nessun esercizio può essere così realmente edificante e ristoratore per la mente rinnovata, come quello di meditare sulla perfezione senza lievito dell’umanità di Cristo, di contemplare la vita ed il ministero di Colui che fu assolutamente ed essenzialmente senza lievito nei Suoi pensieri, nei Suoi affetti, nei Suoi desideri. Egli fu costantemente l’Uomo perfetto, senza colpa né macchia e più saremo in grado, per la potenza dello Spirito, di comprendere queste cose, più sarà profonda e benedetta l’esperienza che faremo della grazia che ha portato questo Essere perfetto a mettersi, Lui stesso, sotto tutte le conseguenze dei peccati del Suo popolo, come ha fatto alla croce. Ma quest’ultima considerazione è strettamente connessa con il punto di vista col quale l’offerta per il peccato ci presenta il nostro Signore. Nell’offerta di fior di farina non si prende in considerazione il peccato. Essa non è la figura di una vittima per il peccato, ma quella di un Uomo reale, perfetto, senza difetto, concepito ed unto dallo Spirito Santo, che possiede una “natura senza lievito”, e che ha “vissuto una vita senza lievito”, facendo salire verso Dio il profumo della propria e personale eccellenza e conservando, in mezzo agli uomini, un cammino caratterizzato dalla “grazia condita con sale”.

C’è anche un altro ingrediente sempre escluso dall’oblazione di fior di farina oltre al lievito: “il miele”. “Non farete bruciare nulla che contenga lievito o miele, come sacrificio consumato dal fuoco per il SIGNORE” (2:11). Ora, come il lievito è l’espressione di quello che è positivamente malvagio nella sua natura, possiamo considerare “il miele” come la figura di tutto ciò che significa, in apparenza, quello che è dolce ed attraente. Né l’uno né l’altro sono graditi a Dio, tutti e due sono incompatibili con l’altare. Gli uomini possono anche fare, come per esempio Saul, delle distinzioni tra ciò che ai loro occhi appare “senza valore ed inutile” (1 Samuele 15:9) e quello che è prezioso, ma il giudizio di Dio mette il brillante e grazioso Agag sullo stesso piano dell’ultimo dei figli di Amalec. Senza dubbio, ci sono spesso nell’uomo delle buone qualità morali, di cui si deve tener conto secondo quello che valgono. “Se trovi del miele, prendine quanto ti basta” (Proverbi 25:16), ma ricordiamo che non c’era spazio per questo elemento nell’offerta di fior di farina né in Colui che essa rappresentava. Qui, c’era la pienezza dello Spirito Santo, c’era il buon odore dell’incenso, c’era l’azione preservatrice del “sale del patto”. Tutte queste cose accompagnavano “il fior di farina” nella Persona della vera “oblazione di fior di farina”, ma non il miele.

Che lezione per noi, che quantità di sante istruzioni abbiamo in questo! Il Signore Gesù sapeva dare alla natura ed alle relazioni naturali il posto che conveniva. Sapeva qual era la quantità di miele che “bastava”. Poteva dire a Sua madre: “Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?” (Luca 2:49). E, tuttavia, poteva anche dire al discepolo che amava: “Ecco tua madre” (Giovanni 19:27). In altri termini, i diritti della natura non dovrebbero mai estendere alla devozione a Dio di tutte le energie della perfetta umanità di Cristo.

Maria, e altri con lei, avrebbero potuto pensare che la loro parentela con il Salvatore desse loro qualche diritto o qualche influenza, basata su motivi puramente naturali. “Giunsero sua madre e i suoi fratelli; e, fermatisi fuori, lo mandarono a chiamare. Una folla gli stava seduta intorno, quando gli fu detto: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle là fuori che ti cercano” (Marco 3:31-32)

Qual è stata la risposta di Colui che rappresentava l’offerta dell’oblazione di fior di farina in modo perfetto? Sacrifica immediatamente il Suo servizio a favore dei richiami della natura? Assolutamente no! Se lo avesse fatto, avrebbe mescolato del “miele” con l’offerta, cosa che non poteva avvenire.

Il miele fu fedelmente rifiutato, in questa occasione e in tutte le altre nelle quali dovevano essere prima di tutto salvaguardati i diritti di Dio e, in cambio, la potenza dello Spirito, il buon profumo dell’incenso e le virtù del sale risaltarono in modo benedetto. “Egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” Girando lo sguardo su coloro che gli sedevano intorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre” (Marco 3: 31-35) [5].

Sono poche le cose che il servo di Dio trova più difficili, nella pratica, della correttezza spirituale, necessaria per regolare i diritti delle relazioni naturali, affinché non violino i diritti del Maestro. Nel nostro Signore, lo sappiamo, queste si conciliavano in maniera divina, ma, quanto a noi, accade spesso che i doveri, veramente secondo Dio, siano apertamente sacrificati per ciò che immaginiamo essere il servizio di Cristo. La dottrina di Dio è spesso trascurata in vista di un’apparente opera evangelica. Ora, non dobbiamo mai perdere di vista il fatto che il punto di partenza della vera devozione è sempre posto in modo tale da salvaguardare pienamente tutti i diritti della pietà. Se occupo un posto di lavoro che richiede i miei servizi dalle dieci del mattino fino alle quattro del pomeriggio, non mi è permesso, durante quelle ore, di uscire per una visita cristiana o per predicare l’evangelo. Se sono nel commercio sono obbligato a farlo fedelmente e piamente. Non posso e non devo correre qua e là per evangelizzare, mentre il mio compito è in ufficio a mettere in fila i numeri; sarebbe esporre la santa dottrina del mio Dio al biasimo. “Mi sento”, dirà qualcuno, “chiamato a predicare l’evangelo e trovo il mio lavoro o la mia attività un peso e un ostacolo”. Bene! Se siete chiamati e qualificati da Dio per l’opera dell’evangelo e non riuscite a conciliare le due cose, allora rinunciate al lavoro, riducete o abbandonate gli affari, in modo veramente ubbidiente, e andate nel nome del Signore. Questa è dedizione, questa è devozione secondo Dio. Al di fuori di questo, anche con buone intenzioni, non c’è davvero altro che confusione. Grazie a Dio, abbiamo, davanti a noi, un esempio perfetto nella vita del Signore Gesù, così come abbiamo, nella Parola di Dio, un’ampia guida per l’uomo nuovo, per poter camminare senza smarrirci nelle varie posizioni che la divina Provvidenza può chiamarci ad occupare, e nei vari obblighi che il governo morale di Dio ha legato a queste relazioni.

Il secondo punto che dobbiamo considerare è il modo in cui l’offerta era preparata. Come leggiamo, questa preparazione avveniva per l’azione del fuoco. L’oblazione era cottanel forno” (2:4), “alla piastra” (2:5) o “in padella” (2:7) e l’atto del cuocere suggerisce l’idea di sofferenza. Ma, posto che viene detto che l’offerta dell’oblazione è “un soave odore”, termine che non è mai impiegato per il sacrificio per i peccati o per la colpa, è evidente che qui non si tratta assolutamente dell’idea di soffrire per il peccato, di soffrire sotto l’ira di Dio a causa del peccato, di soffrire da parte della Giustizia infinita come sostituto del peccatore. Queste due idee: “in odore soave” e “sofferenze per il peccato” sono assolutamente incompatibili secondo la dispensazione levitica. Vorrebbe dire distruggere completamente la figura di questa offerta, se si introducesse in essa l’idea della sofferenza per il peccato.

Meditando sulla vita del Signore Gesù, che, come lo abbiamo già detto, è il soggetto speciale dell’offerta dell’oblazione di fior di farina, possiamo notare tre generi distinti di sofferenza cioè: sofferenza per la giustizia, sofferenze in virtù della simpatia e sofferenze per anticipazione.

Come Servitore, il Giusto di Dio soffriva in mezzo ad una scena in cui Gli era tutto contrario, ma questo era l’opposto che soffrire per il peccato. È estremamente importante distinguere bene questi due modi di soffrire. Soffrire come un Giusto, vivente in mezzo a degli uomini per amore di Dio, è una cosa; soffrire al posto degli uomini da parte di Dio è tutt’altra cosa. Il Signore Gesù ha sofferto per la giustizia durante la Sua vita; ha sofferto per il peccato alla Sua morte. Durante la Sua vita gli uomini di Satana fecero ogni sforzo contro di Lui ed anche alla croce hanno mostrato tutta la loro forza, ma quando ebbero fatto tutto quello che era in loro potere, quando, nella loro fatale inimicizia, arrivarono al limite estremo dell’opposizione umana e diabolica, al di là di tutto questo, c’era ancora una regione d’impenetrabile oscurità e di orrore che Colui che portava i peccati dovette attraversare per il compimento della Sua opera. Durante la Sua vita, ha camminato sempre nella luce, senza ombre, della faccia di Dio, ma sul legno maledetto le ombre tenebrose del peccato Lo hanno sovrastato nascondendo questa luce, facendo uscire dalla Sua bocca quel grido misterioso: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questo è un momento eccezionale negli annali dell’eternità. In vari momenti, durante la vita di Cristo quaggiù, il cielo si è aperto per fare posto all’espressione di piacere di Dio in Lui, ma, sulla croce, Dio Lo abbandona perché aveva offerto la sua anima in oblazione per il peccato. Se Cristo avesse portato i peccati durante tutta la Sua vita, allora non ci sarebbe nessuna differenza tra la croce e la Sua esistenza precedente sulla terra. Perché non fu mai abbandonato da Dio prima della croce? Qual era la differenza tra Cristo sulla croce e Cristo sul monte santo della trasfigurazione? Sulla montagna era stato abbandonato da Dio? Portava i peccati in quel momento? Queste sono semplici domande a cui dovrebbero rispondere coloro che sostengono che Cristo fu oppresso dai nostri peccati durante tutta la Sua vita.

Il fatto è semplicemente che niente, assolutamente niente, sia nell’umanità di Cristo, sia nelle Sue diverse relazioni, poteva portarLo all’unione col peccato o con la collera di Dio o con la morte. Fu fatto peccato sulla croce, dove sopportò la collera di Dio, e lasciò la Sua vita come espiazione pienamente sufficiente per il peccato; ma non si tratta di questo nell’immagine dell’oblazione di fior di farina. Noi vediamo, è vero, l’azione del cuocere, l’azione del fuoco, ma qui non si tratta della collera di Dio. Questa non è un’oblazione offerta per il peccato, ma un’offerta di “soave odore”. Così il significato è ben definito e, inoltre, un’interpretazione sana e corretta di questa figura aiuterà a farci ricordare costantemente, con santa gelosia, la preziosa verità dell’umanità incontaminata di Cristo. Far di Lui, unicamente a causa della Sua nascita, un portatore di peccato e, per questo fatto, metterLo sempre sotto la maledizione della legge e sotto l’ira di Dio, significa metterLo in contraddizione con l’intera verità divina relativa all’incarnazione, verità proclamata dall’angelo e ripetuta frequentemente nella Parola. Inoltre, è distruggere il carattere e lo scopo della vita di Cristo, è spogliare la croce della sua gloria distintiva, è sminuire la nozione di peccato e quella di espiazione. In breve, è rimuovere la chiave di volta dell’arco della rivelazione e lasciare tutto intorno a noi in una rovina e una confusione irreparabili.

Il Signore poi ha anche sofferto “per simpatia” e questo genere di sofferenza ci fa penetrare nell’intimità del Suo cuore pieno di tenerezza. I dolori e le miserie umane facevano sempre vibrare una corda nella profondità del Suo amore. Era impossibile per un cuore umano perfetto non simpatizzare, secondo le Sue divine capacità, con le miserie che il peccato aveva legato alla discendenza di Adamo. Benché personalmente fosse esente da causa e effetto, sebbene appartenesse al cielo e vivesse una vita celeste sulla terra, scese nondimeno, per il potere di una profonda simpatia, negli abissi più profondi della sofferenza umana; sì, Egli sentiva la sofferenza molto più acutamente di chi la sopportava e questo proprio perché la Sua umanità era perfetta. Inoltre, era in grado di valutare sia la sofferenza che la sua causa, esattamente secondo la loro natura e grado, alla presenza di Dio. Sentiva come nessun altro lo aveva mai fatto. I Suoi sentimenti, i Suoi affetti, le Sue simpatie, tutto il suo Essere morale e mentale, erano perfetti; inoltre, nessun uomo può dire o anche solo concepire ciò che deve aver sofferto un simile Essere, mentre attraversava un mondo come il nostro. Vedeva la famiglia umana lottare sotto il peso opprimente della colpa e della miseria; vedeva tutta la creazione gemere sotto il giogo; il grido dei prigionieri giungeva al Suo orecchio; le lacrime delle vedove si presentavano ai Suoi occhi; miseria e povertà toccavano il Suo cuore sensibile; la malattia e la morte Lo facevano fremere “nel suo spirito” (Giovanni 11:33); le Sue sofferenze per simpatia superavano ogni comprensione umana.

Ecco un passo che mi sembra utile a far risaltare questo carattere delle sofferenze di cui stiamo parlando: “Poi, venuta la sera, gli presentarono molti indemoniati; ed egli, con la parola, scacciò gli spiriti e guarì tutti i malati, affinché si adempisse quel che fu detto per bocca del profeta Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e ha portato le nostre malattie” (Matteo 8:16-17). Questa era pura simpatia. Era la capacità di avere compassione che era in Lui perfetta. In Lui non c’erano né malattie né infermità, ma è per simpatia, una perfetta simpatia, che “Egli ha preso le nostre infermità e ha portato le nostre malattie” (Matteo 8:7). È questo ciò che solo un Uomo perfetto poteva fare. Noi possiamo simpatizzare gli uni per gli altri, ma solo Gesù Cristo ha potuto prendere su di Sé le infermità e le malattie umane.

Ora, se avesse portato questi dolori in virtù della Sua nascita o delle Sue relazioni con Israele e con gli uomini in generale, noi perderemmo tutta la bellezza ed il valore della simpatia volontaria. Non ci sarebbe più spazio per un’azione volontaria, se fosse stato messo sotto una necessità assoluta. Ma, d’altro canto, quando Lo vediamo completamente esente, sia nella Persona che nell’opera, da tutte le miserie umane e da quelle che ne sono le cause, possiamo comprendere, almeno in qualche misura, questa grazia e questa compassione perfette che Lo hanno spinto aa assumersi le nostre infermità ed a portare le nostre malattie, in una vera e potente simpatia. È dunque ben evidente la differenza tra il Cristo sofferente perché simpatizza volontariamente con le miserie umane e il Cristo sofferente come sostituto dei peccatori. Le sofferenze del primo tipo appaiono attraverso tutta la vita del Redentore, quelle del secondo tipo sono limitate alla Sua morte.

Consideriamo infine le sofferenze di Cristo per anticipazione. Noi vediamo la croce proiettare la sua ombra funesta su tutta la Sua vita, producendo un genere di vive sofferenze che però devono essere distinte dalle sofferenze espiatorie, così come dalle sofferenze per la giustizia o dalle sofferenze per simpatia. Citiamo un passo in appoggio a questa asserzione: “Poi, uscito, andò, come al solito, al monte degli Ulivi; e anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate di non entrare in tentazione”. Egli si staccò da loro circa un tiro di sasso e postosi in ginocchio pregava, dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta”. Allora gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo. Ed essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra” (Luca 22:39-44) e leggiamo anche: “E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a essere triste e angosciato. Allora disse loro: “L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me”. … Di nuovo, per la seconda volta, andò e pregò, dicendo: “Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” (Matteo 26:37-38, 42).

È evidente, da questi passi, che il Signore in quel momento prevedeva qualche cosa che non aveva mai incontrato prima. Per Lui c’era un “calice” pieno che non era stato ancora bevuto. Se in tutta la Sua vita fosse stato carico dei nostri peccati, da dove poteva venire questa “angoscia” prodotta dal pensiero di essere messo in contatto con il peccato e di dover incontrare la collera di Dio proprio a causa del peccato? Che differenza ci sarebbe stato, tra il Cristo del Calvario ed il Cristo del Getsemani se nella sua vita fosse stato un peccatore? C’era sicuramente, tra queste due posizioni una differenza essenziale derivante proprio dal fatto che Cristo non ha portato il peccato durante tutta la Sua vita. La differenza è questa: nel Getsemani anticipava la croce; al Calvario ha sofferto realmente la croce. Nel Getsemani “gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo” (Luca 22:42) al Calvario, è stato abbandonato da tutti, lì non c’era il ministero degli angeli. Nel Getsemani, si è rivolto a Dio come a suo “Padre“, godendo così pienamente della comunione di questa relazione ineffabile; ma al Calvario ha gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Alla croce, Colui che ha portato i nostri peccati guarda in alto e cede il trono della giustizia eterna avvolto in una profonda oscurità ed il volto della Santità eterna che si è allontanato da Lui perché era stato fatto “peccato per noi” (2 Corinzi 5:21).

Io spero che i lettori comprenderanno senza problemi quello di cui parliamo studiando questo soggetto personalmente. Potranno seguire nel dettaglio i tre tipi di sofferenze della vita del Signore e distinguerle dalle sofferenze della Sua morte o dalle sofferenze per il peccato. Si convinceranno che anche dopo che gli uomini e Satana ebbero fatto i loro ultimi sforzi contro Cristo, restava ancora un tipo di sofferenza assolutamente unico, cioè quella di soffrire da parte di Dio a causa del peccato, sì, soffrire come il rappresentante dei peccatori. Prima della croce poteva sempre riguardare al cielo e gioire della luce del volto del Padre. Anche nelle ore più cupe, Egli trovava sempre forza e consolazione in alto. Il Suo cammino quaggiù era difficile e penoso. Come avrebbe potuto essere altrimenti in questo mondo dove tutto era in opposizione alla Sua natura pura e santa? Non era compreso, si interpretavano male le sue parole o i Suoi atti, si approfittava di Lui, Lo si tradiva, era accusato di essere insensato, di avere un demonio. Fu tradito, rinnegato, abbandonato, deriso, oltraggiato, schiaffeggiato, schernito, coronato di spine, rigettato, condannato, inchiodato, su una croce tra due malfattori. Tutte queste cose le ha ricevute da parte degli uomini, insieme a tutti gli indicibili terrori con i quali Satana cercava di opprimere la Sua anima. Ma, ripeteremo nuovamente con ancora più sicurezza, che quando l’uomo e Satana ebbero fatto tutto quello che era in loro potere, il nostro Salvatore e Signore è dovuto passare per una sofferenza il cui prezzo era superiore a tutto il resto; sofferenze che consistevano nel fatto che il volto di Dio Gli veniva nascosto e nel fatto che durante quelle tre ore di tenebre ed orribile oscurità, ebbe da sopportare quello che solo Dio poteva conoscere.

Ora, quando le Scritture parlano della nostra comunione con le sofferenze di Cristo, questo si rapporta unicamente alle sue sofferenze per la giustizia, alle Sue sofferenze da parte degli uomini. Cristo ha sofferto per il peccato, affinché noi non avessimo a soffrirne. Ha sopportato la collera di Dio, affinché non fossimo noi a doverla sopportare: è questo il fondamento della nostra pace. Ma, relativamente alle sofferenze da parte degli uomini, noi sperimenteremo che più cammineremo fedelmente sulle orme di Cristo, più anche noi avremo da soffrire a questo riguardo. Però questo è, per il credente, un dono, un privilegio, un favore, una dignità (cfr. Filippesi 1:29-30). Seguire le orme di Cristo, avere la stessa sorte che ebbe Lui, essere messi in grado di simpatizzare con Lui, sono dei privilegi di un ordine più elevato. Piacesse a Dio che fossimo tutti più intimamente spronati a questo!

Ma, purtroppo, ci accontentiamo troppo spesso di farne a meno o, come Pietro, che: “lo seguiva da lontano” (Matteo 26:58), di tenerci a distanza da un Cristo disprezzato e sofferente. Questa tiepidezza è incontestabilmente una grande perdita per noi; se la comunione con le sofferenze del Salvatore ci fosse più familiare, la corona apparirebbe di un chiarore più splendido davanti agli occhi della nostra anima. Quando evitiamo questa comunione con le sofferenze di Cristo, ci priviamo della gioia viva e profonda che condividono quelli che Lo seguono, insieme alla forza morale della speranza della Sua prossima gloria.

Dopo aver esaminato gli ingredienti che componevano l’oblazione di fior di farina e le diverse forme in cui si poteva offrire, non ci resta che occuparci delle persone che ne godevano: erano i capi ed i membri della famiglia sacerdotale: “Ciò che rimarrà dell’oblazione sarà per Aaronne e per i suoi figli; è cosa santissima tra i sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE.” (2:10). Come nell’olocausto abbiamo visto che i figli di Aaronne sono presentati come figura di tutti i veri credenti, ma non come peccatori tormentati, bensì come sacerdoti che adorano, così nel sacrificio dell’oblazione li vediamo nutrirsi dei resti di quello che era stato, per così dire, servito sulla tavola del Dio d’Israele (cfr. 1:7). È un privilegio distintivo e santo di cui solo i sacerdoti potevano gioire, come è dichiarato nella “legge dell’oblazione” che citeremo per intero: “Questa è la legge dell’oblazione. I figli di Aaronne l’offriranno davanti al SIGNORE, di fronte all’altare. Si prenderà una manciata di fior di farina con il suo olio e tutto l’incenso che è sull’oblazione, e si farà bruciare ogni cosa sull’altare come sacrificio di profumo soave, come un ricordo per il SIGNORE. Aaronne e i suoi figli mangeranno quello che rimarrà dell’oblazione; lo si mangerà azzimo, in luogo santo; lo mangeranno nel cortile della tenda di convegno. Non lo si cocerà con lievito; è la parte che ho data loro dei sacrifici per me, consumati dal fuoco. È cosa santissima, come il sacrificio espiatorio e come il sacrificio per la colpa. Ogni maschio tra i figli d’Aaronne ne potrà mangiare. È la parte dei sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE, assegnata a voi per sempre di generazione in generazione. Chiunque toccherà quelle cose sarà santificato” (Levitico 6:7-11).

Qui, ci viene offerta una bella figura della Chiesa che si nutre, “in luogo santo”, delle perfezioni dell’Uomo Cristo Gesù con la potenza della santità pratica. Questa è, per la grazia di Dio, la nostra parte, ma ricordiamoci che deve essere mangiata “senza lievito”. Non possiamo nutrirci di Cristo se ci compiacciamo in un qualunque peccato: “Chiunque toccherà quelle cose sarà santificato” ed inoltre questo deve essere fatto “in luogo santo”. La nostra posizione, il nostro cammino, la nostra persona, le nostre relazioni, i nostri pensieri devono essere santi se vogliamo poterci nutrire dell’offerta dell’oblazione. Inoltre, “ogni maschio tra i figli d’Aaronne ne potrà mangiare”, ciò vuol dire che per godere di questa santa porzione è necessaria una vera energia sacerdotale, secondo la Parola. I figli di Aaronne esprimono l’idea di energia nell’azione sacerdotale, così come le figlie esprimono la debolezza (cfr. Numeri 18:8-13). C’erano delle cose che i figli potevano mangiare, mentre le figlie non potevano. I nostri cuori dovrebbero ardentemente desiderare la misura più alta dell’energia sacerdotale, in modo da poter essere in grado di svolgere le più alte funzioni e partecipare al più alto ordine di nutrimento sacerdotale.

In conclusione, aggiungerò che, come per grazia siamo stati fatti “partecipi della natura divina”, possiamo, se viviamo nell’energia di questa natura, camminare sulle orme di Colui che è simboleggiato nell’offerta di oblazione; se solo rinunciamo a noi stessi, se ci spogliamo dell’io, ogni nostra azione può spandere un odore gradito a Dio. È così che Paolo intendeva la liberalità dei Filippesi a suo riguardo (Filippesi 4:18). I servizi più semplici, come quelli più evidenti, possono, per la potenza dello Spirito Santo, spargere l’odore di Cristo: fare una visita, scrivere una lettera, esercitare il ministero pubblico della Parola, dare un bicchiere d’acqua fresca ad un discepolo, una moneta ad un povero ed anche gli atti più comuni come mangiare e bere, tutto può spandere un soave profumo del Nome e della grazia di Cristo.

Quindi, ancora una volta, se la natura o la carne sono mantenute nello stato di morte, siamo in grado di manifestare principi ed elementi incorruttibili come, ad esempio, delle parole condite con sale, di comunione abituale con Dio. Ma se in tutte queste cose noi inciampiamo e manchiamo, rattristiamo lo Spirito Santo di Dio con il nostro cammino. Noi siamo inclini a ricercare noi stessi o a ricercare l’approvazione degli uomini, anche nei nostri migliori servizi, e ci dimentichiamo di “condire” la nostra conversazione. Da questo viene il fatto che manchiamo costantemente di olio, incenso e sale, mentre, allo stesso tempo, si manifesta in noi la tendenza a far apparire ed agire il lievito o il miele della nostra natura. C’è solo una perfetta “oblazione di fior di farina” ma, Dio sia benedetto, siamo accetti e resi graditi in Colui che l’ha realizzata perfettamente. Siamo la famiglia del vero Aaronne, il nostro posto è nel santuario, dove possiamo godere della nostra santa porzione. Felice posizione! Felice parte! Che possiamo avvalercene molto di più di quanto abbiamo mai fatto! Che possiamo avere i cuori più profondamente allontanati dal mondo e più attaccati a Cristo! Che possiamo tenere gli occhi fissi su di Lui, abitualmente, in modo che le vanità intorno a noi non abbiano più attrazione; non permettiamo più a noi stessi di essere preoccupati o agitati dalla moltitudine di circostanze quotidiane che dobbiamo attraversare. Che possiamo rallegrarci nel Signore in ogni momento, sia nei giorni di sole che nei giorni di oscurità; quando le dolci brezze estive ci rinfrescano e quando i temporali invernali infuriano intorno a noi; quando navighiamo sulla superficie di un lago tranquillo o quando siamo sballottati in un mare in tempesta. Grazie a Dio, abbiamo trovato Colui (cfr. Giovanni 1:45) che è e sarà eternamente la nostra parte pienamente sufficiente a soddisfare tutti i nostri bisogni. Passeremo l’eternità contemplando le perfezioni divine del Signore Gesù. I nostri occhi non distoglieranno mai più lo sguardo da Lui, non appena Lo “vedremo come egli è” (1 Giovanni 3:2).

Che lo Spirito di Dio operi potentemente in noi per rafforzarci “nell’uomo interiore” (Efesini 3:16), che ci permetta di nutrirci con questa offerta perfetta, che ci parla di Colui che ha pienamente soddisfatto Dio stesso! Questo è il nostro santo, gioioso privilegio. Che possiamo ottenerlo sempre di più, sempre meglio!

I sacrifici di riconoscenza – Capitolo 3

Più esaminiamo attentamente le offerte, più ci convinciamo che nessuna di esse da sola presenta un tipo completo di Cristo. È solo mettendole tutte insieme che si può formare un’idea piuttosto corretta. Ogni offerta, come ci si può aspettare, ha le sue caratteristiche uniche. Il sacrificio di riconoscenza differisce sotto molti aspetti, dall’olocausto. Una chiara e corretta comprensione dei punti in cui questa immagine differisce dalle altre ci aiuterà molto a coglierne il significato speciale.

Così, paragonando l’olocausto con il sacrificio di riconoscenza vediamo che il triplice atto di “scuoiare”la vittima, di “tagliarla a pezzi” e di “lavare le interiora e le zampe” manca del tutto in quest’ultima e questo si comprende. Nell’olocausto, come abbiamo visto, troviamo Cristo che si offre completamente a Dio e viene accolto; l’immagine quindi doveva rappresentare Cristo che si dava interamente a Dio, così come Cristo accettava di essere conosciuto fin nelle profondità dell’anima dal fuoco della giustizia divina. Nel sacrificio di riconoscenza, il pensiero principale è la comunione dell’adoratore. Qui non si tratta di Cristo oggetto esclusivo del piacere di Dio, ma di Cristo che diventa oggetto di godimento per l’adoratore, in comunione con Dio. Ecco perché tutta l’azione qui è meno intensa. Nessuna anima, per quanto grande sia il suo amore, potrebbe raggiungere l’apice della completa devozione di Cristo a Dio, o dell’accettazione di Cristo da parte di Dio. Solo Dio poteva contare le pulsazioni del cuore che batteva nel seno del Signore Gesù, ed è per questo che era necessaria una figura che rappresentasse questo aspetto della morte di Cristo, cioè la Sua resa totale e volontaria a Dio. Questo tipo lo abbiamo nell’olocausto, l’unico sacrificio in cui vediamo la triplice azione menzionata più sopra.

È lo stesso per quanto riguarda il carattere del sacrificio. Nell’olocausto ci doveva essere “un maschio senza difetto“, mentre nell’offerta di prosperità poteva essere “un maschio o una femmina“, benché ugualmente “senza difetto“. La natura di Cristo deve sempre essere la stessa, sia che ne goda solo Dio o l’adoratore in comunione con Dio. Questa natura non può cambiare. L’unico motivo per cui si poteva prendere “una femmina” per il sacrificio della prosperità era che qui si trattava di rappresentare la capacità dell’adoratore di godere di questo Essere benedetto che, in Se stesso, è “lo stesso ieri, oggi e in eterno” (Ebrei 13:8).

Inoltre, nell’olocausto si legge: “Il sacerdote farà fumare ogni cosa“, mentre nell’offerta di prosperità è solo una parte che viene bruciata, ossia “il grasso che copre le interiora”, “i due rognoni” e “la rete del fegato” (3:3-4). Ecco quello che rende tutto questo estremamente semplice. La parte migliore del sacrificio è messa sull’altare dell’Eterno. Le interiora, le energie nascoste, le tenere simpatie del Signore Gesù, erano solo per Dio, il solo che poteva goderne appieno. Aaronne ei suoi figli potevano mangiare “Il petto … come offerta agitata” e “la coscia destra[6] (Leggere attentamente Levitico 7:28-36)

Tutti i membri della famiglia sacerdotale, in comunione con il loro capo, avevano ciascuno la propria parte del sacrificio di riconoscenza, così come ora tutti i veri credenti, che sono stati fatti sacerdoti a Dio per grazia, possono nutrirsi degli affetti e della forza del vero sacrificio di riconoscenza, possono godere della felice certezza di avere il Suo cuore amorevole e la Sua potente spalla per consolarli e supportarli continuamente [7]. “Questa è la parte spettante ad Aaronne e ai suoi figli, dei sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE, dal giorno in cui saranno presentati per esercitare il sacerdozio del SIGNORE. Il SIGNORE ha ordinato ai figli d’Israele di dar loro questo dal giorno della loro unzione. È una parte che è loro dovuta per sempre, di generazione in generazione” (Levitico 7:35-36).

Tutti questi punti fanno una differenza importante tra l’olocausto e l’offerta di riconoscenza, ma se vengono messi insieme, presentano le due offerte con grande chiarezza davanti agli occhi dello spirito. C’è qualcosa di più nel sacrificio di riconoscenza della perfetta sottomissione di Cristo alla volontà di Dio: viene introdotto l’adoratore e non solo per guardare, ma per mangiare. Questo è ciò che conferisce a questa offerta un carattere molto chiaro. Quando considero il Signore Gesù nell’olocausto, vedo in Lui un Essere il cui cuore aveva in vista solo la gloria di Dio e il compimento della Sua volontà. Ma se lo considero nel sacrificio della prosperità, trovo un Amico, che ha un posto nel Suo cuore amorevole e sulla Sua potente spalla, per un peccatore indegno e miserabile. Nell’olocausto, il petto, la spalla, le zampe, le interiore e il grasso venivano bruciati sull’altare, tutti facendo salire un buon odore all’Eterno. Invece nel sacrificio di riconoscenza, la parte che mi si addice di più è lasciata a me e non è da solo che devo nutrirmi di ciò che soddisfa le mie esigenze individuali. Assolutamente. Lo mangio in comunione, in comunione con Dio e in comunione con coloro che sono sacerdoti come me. Mangio, nella piena e felice consapevolezza che lo stesso sacrificio che nutre la mia anima, ha già ristorato il cuore di Dio e che la stessa porzione che nutre me, nutre anche tutti coloro che adorano come me. Qui è rappresentata la comunione, la comunione con Dio, la comunione dei santi. Non c’era solitudine nel sacrificio di riconoscenza. Dio aveva la Sua parte e la famiglia sacerdotale aveva la sua.

Questo è anche il caso di Cristo visto come sacrificio di riconoscenza. Il Signore stesso, oggetto della gioia del cielo, è fonte di gioia, forza e consolazione per ogni cuore credente e non solo per ogni singolo cuore, ma anche per tutti quelli che sono in comunione nell’Assemblea di Dio. Dio, nella Sua grazia ineffabile, ha dato al Suo popolo lo stesso oggetto che ha Lui: “La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo” (1 Giovanni 1:3). È vero che i nostri pensieri sul Signore Gesù non possono mai elevarsi al livello dei pensieri di Dio. La nostra stima della Sua Persona dovrà sempre rimanere molto più bassa della Sua, ed è per questo che, in figura, la famiglia di Aaronne non poteva mangiare il grasso. Sebbene non possiamo mai elevarci alla misura dell’apprezzamento divino della Persona e del sacrificio di Cristo, siamo tuttavia occupati dello stesso oggetto di Dio e, quindi, i figli di Aaronne potevano mangiare “Il petto … come offerta agitata” e “la coscia destra”. Tutto questo si presta bene a consolare e rallegrare il cuore. Il Signore Gesù Cristo, Colui che “era morto” ma che è “vivo per i secoli dei secoli” (Apocalisse 1.18), è ora l’unico oggetto davanti agli occhi e alla mente di Dio il quale, nella Sua grazia perfetta, ci ha dato una parte in quello stesso glorioso Salvatore. Cristo è anche il nostro oggetto, l’oggetto del nostro cuore e il soggetto del nostro canto. “Avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce” (Colossesi 1:20), salì al cielo e inviò lo Spirito Santo, un “altro consolatore“, il cui potente ministero permette di nutrirci con il “petto” e la “coscia” del nostro divino “Sacrificio di riconoscenza”. Egli è, infatti, la nostra pace ed è per noi una gioia sapere che tale è il piacere che Dio prende in ciò che sostiene la nostra pace, che il buon odore del nostro sacrificio di riconoscenza rallegra il Suo cuore. Questo è ciò che conferisce a questa immagine un fascino tutto speciale. Cristo, come olocausto, suscita l’ammirazione del cuore; Cristo, in quanto sacrificio di riconoscenza, stabilisce la pace della coscienza e risponde ai grandi, numerosi e tanti bisogni dell’anima. I figli di Aaronne potevano stare intorno all’altare degli olocausti, potevano vedere la fiamma dell’offerta salire al Dio d’Israele, potevano vedere il sacrificio ridotto in cenere; a questa vista potevano chinare il capo e adorare, ma non ottenevano nulla per loro. Non era così nel sacrificio di riconoscenza nella quale vedevano un’offerta che non solo era un profumo gradito a Dio, ma forniva loro anche una porzione di cibo sostanziale, della quale potevano nutrirsi in una comunione felice e santa.

Sicuramente è un grande piacere per ogni vero sacerdote sapere (per usare il linguaggio della nostra immagine) che prima di ricevere il petto e la coscia, Dio ha avuto la sua parte. Questo pensiero dà tono ed energia, unzione e dignità all’adorazione e alla comunione. Ci rivela la straordinaria grazia di Dio, che ci ha donato lo stesso oggetto e lo stesso soggetto di felicità, la stessa gioia che ha Lui stesso. Nient’altro, niente meno di questo poteva soddisfarLo. Il Padre vuole che il figliol prodigo mangi il vitello ingrassato in comunione con lui, non vuole che prenda un posto diverso che non sia il suo tavolo, né che abbia una porzione diversa da quella di cui lui stesso si nutre. Il sacrificio di riconoscenza è la traduzione di queste parole: “Bisognava mangiare e rallegrarsi”. Tale è la preziosa grazia di Dio! Senza dubbio, abbiamo motivo di essere felici di partecipare a una tale grazia; ma quando possiamo sentire Dio che dice: “Mangiamo e facciamo festa“, i nostri cuori dovrebbero traboccare di lode e ringraziamento. La gioia di Dio nella salvezza dei peccatori e la Sua gioia nella comunione dei santi sono molto adatte a suscitare l’ammirazione degli uomini e degli angeli per tutta l’eternità.

Dopo aver paragonato il sacrificio di riconoscenza con l’olocausto, consideriamolo ora in relazione all’oblazione di fior di farina. Qui, la differenza principale è che nell’offerta di riconoscenza c’era spargimento di sangue, mentre non c’era nell’oblazione. Tuttavia, entrambe erano offerte di odore soave e strettamente correlate, come vediamo nel versetto 12 del capitolo 7. Queste relazioni e contrasti sono molto istruttivi e importanti.

È solo in comunione con Dio che l’anima può gioire nel contemplare la perfetta umanità del Signore Gesù Cristo. Lo Spirito Santo deve comunicare, così come deve dirigere, attraverso la Parola, la nostra capacità di guardare verso “l’uomo Cristo Gesù“. Avrebbe potuto essere rivelato “in carne simile a carne di peccato” (Romani 8:3); avrebbe potuto vivere e lavorare su questa terra; avrebbe potuto brillare in mezzo alle tenebre di questo mondo con tutta la radiosità celeste che apparteneva alla Sua Persona; avrebbe potuto passare rapidamente come una meteora luminosa sull’orizzonte di questo mondo e, con tutto ciò, essere al di là della portata e della vista del peccatore.

L’uomo non poteva assaporare la gioia profonda che dona la comunione con tutto questo, semplicemente perché non c’era alcuna base su cui questa comunione potesse appoggiarsi. Nel sacrificio di riconoscenza, questa base così necessaria è pienamente e chiaramente stabilita. “Poserà la mano sulla testa della sua offerta, la sgozzerà all’ingresso della tenda di convegno e i sacerdoti, figli d’Aaronne, spargeranno il sangue sull’altare da ogni lato” (3: 2). Qui troviamo ciò che l’offerta dell’oblazione non fornisce, vale a dire una solida base per la comunione dell’adoratore con tutta la pienezza, il valore e la bellezza di Cristo, e come quell’adoratore è abilitato, per mezzo dell’energia dello Spirito Santo, a entrare in questa comunione. Tenendoci sul terreno elevato del “prezioso sangue di Cristo“, possiamo percorrere, con cuori tranquilli e spirito di adorazione, le meravigliose scene che riguardano l’umanità del Signore Gesù Cristo. Se avessimo solo l’immagine di Cristo come ci viene presentata dall’oblazione del fior di farina, non avremmo il diritto e il fondamento in virtù del quale possiamo contemplarLo e goderne. Se non ci fosse spargimento di sangue, non ci sarebbe alcun diritto o fondamento per il peccatore. Ma Levitico 7:12 lega l’offerta dell’oblazione con il sacrificio di riconoscenza: in questo modo ci insegna che quando le nostre anime hanno trovato riconoscenza, possiamo deliziarci in Colui che “ha fatto la pace” e che è “la nostra pace “.

Ma sia chiaro che, pur avendo nel sacrificio di prosperità lo spargimento e l’aspersione del sangue, questo non esprime l’atto di portare il peccato. Quando consideriamo Cristo nel sacrificio di prosperità, non ci appare come Colui che ha portato i nostri peccati, come fa nel sacrificio per il peccato e per la colpa, ma (avendoli portati) ci appare come il fondamento della nostra felice e pacifica comunione con Dio. Se si trattasse di portare il peccato, non sarebbe detto: “ Questo è un sacrificio di profumo soave, consumato dal fuoco per il SIGNORE” (3: 5 rispetto a: 4:10-12). Tuttavia, sebbene qui non si tratti del peccato che viene portato, vi è comunque un ‘ampia riserva per chi si riconosce peccatore, senza la quale non potrebbe avere alcuna parte. Per avere comunione con Dio, dobbiamo essere “nella luce” e come possiamo esserci? Solo in virtù di questa preziosa verità: “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1 Giovanni 1:7). Più viviamo nella luce, meglio riconosceremo e sentiremo tutto ciò che è contrario a questa luce, ed apprezzeremo meglio anche il valore di questo sangue che ci qualifica per essere lì. Più saremo vicini a Dio, più conosceremo “le insondabili ricchezze di Cristo” (Efesini 3:8).

È necessario essere ben sicuri in questa verità: siamo alla presenza di Dio solo come partecipi della vita e della giustizia divina. Il Padre poteva ricevere il figliol prodigo alla sua tavola solo con “la veste più bella” e dopo che era stata riallacciata la relazione di figlio in cui lo vedeva. Se il figliol prodigo avesse tenuto i suoi stracci o fosse stato fatto entrare in casa come “un servo“, non avremmo mai sentito queste dolci parole: “Mangiamo e facciamo festa; perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato”. È lo stesso con tutti i veri credenti. La loro vecchia natura non è riconosciuta come ancora esistente davanti a Dio, che la considera morta ed altrettanto dovrebbero fare loro. È morta per Dio, è morta per chi ha fede. Occorre tenerla esattamente là dove si mettono i morti. Non è migliorando la nostra vecchia natura che arriviamo alla presenza divina, ma vi giungiamo come possessori di una nuova natura. Non fu rammendando gli stracci della sua prima condizione che il figliol prodigo ottenne un posto alla tavola del padre, ma lo acquisì essendo vestito con una veste che non aveva mai visto e a cui non aveva mai pensato prima. Non ha portato questa veste dal “paese lontano“, neanche se l’è comprata per strada, ma il padre l’aveva per lui a casa sua. Il figliol prodigo non se l’è fatta o ha aiutato a farla, ma è il padre che l’ha fornita e lui è stato felice di vederla. Così si sono seduti insieme a tavola a mangiare “il vitello ingrassato” in gioiosa comunione.

Veniamo ora alla “legge del sacrificio di riconoscenza”, in cui troveremo del nuovo materiale di grande interesse. Lo cito per intero: “Questa è la legge del sacrificio di riconoscenza, che si offrirà al SIGNORE. Se qualcuno lo offre come ringraziamento, offrirà il sacrificio di ringraziamento con l’aggiunta di focacce azzime intrise con olio, gallette senza lievito unte con olio e fior di farina cotto in forma di focacce intrise d’olio. Oltre alle focacce, potrà offrire pane lievitato, in occasione del suo sacrificio di ringraziamento e di riconoscenza. Di ognuna di queste offerte si presenterà una parte come oblazione elevata al SIGNORE; essa sarà del sacerdote che avrà fatto l’aspersione del sangue del sacrificio di riconoscenza. La carne del sacrificio di ringraziamento e di riconoscenza sarà mangiata il giorno stesso in cui esso è offerto; non se ne lascerà nulla fino alla mattina. Ma se il sacrificio che uno offre è votivo o volontario, la vittima sarà mangiata il giorno che egli la offrirà, e quel che ne rimane dovrà essere mangiato l’indomani; ma quello che sarà rimasto della carne del sacrificio fino al terzo giorno dovrà essere bruciato. Se uno mangia della carne del suo sacrificio di riconoscenza il terzo giorno, colui che l’ha offerto non sarà gradito; dell’offerta non gli sarà tenuto conto; quella carne è immonda e colui che ne avrà mangiato porterà la pena della sua iniquità. La carne che sarà stata a contatto con qualcosa di impuro, non sarà mangiata; sarà bruciata. Quanto alla carne che si mangia, chiunque è puro ne potrà mangiare; ma la persona che, impura, mangerà della carne del sacrificio di riconoscenza che appartiene al SIGNORE, sarà tolta via dalla sua gente. Se uno toccherà qualcosa di impuro, un’impurità umana, un animale impuro o qualsiasi cosa abominevole, immonda, e mangerà della carne del sacrificio di riconoscenza che appartiene al SIGNORE, sarà tolto via dalla sua gente” (Levitico 7:11-21).

È della massima importanza fare una distinzione tra il peccato nella carne e il peccato nella coscienza. Se confondiamo queste due cose, la nostra anima sarà inevitabilmente turbata e la nostra adorazione indebolita. Un attento esame di 1 Giovanni 1:8-10 getterà luce su questo argomento che è così essenziale da comprendere appieno per poter apprezzare completamente l’intera dottrina del sacrificio di riconoscenza e soprattutto il particolare argomento a cui siamo arrivati. Nessuno si accorgerà del peccato che è in lui tanto, quanto l’uomo che cammina nella luce. “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi “. Nel versetto precedente leggiamo: “Il sangue di Gesù Cristo, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato”. Qui la distinzione tra il peccato in noi e il peccato su di noi è ben marcata e stabilita. Affermare che c’è ancora peccato sul credente alla presenza di Dio è dubitare dell’efficacia del sangue di Gesù e negare la verità della Parola divina. Se il sangue di Gesù Cristo può purificare perfettamente, la coscienza del credente è perfettamente purificata. È così che la Parola di Dio presenta la questione e dobbiamo sempre ricordare che è da Dio stesso che dobbiamo imparare quella che, ai Suoi occhi, è la vera condizione del credente. Siamo più disposti a dire a Dio quello che siamo in noi stessi che a lasciare che Lui ci dica cosa siamo in Cristo. In altre parole, siamo più preoccupati dei sentimenti che abbiamo in noi, che della rivelazione che Dio fa di se stesso. Dio ci parla in virtù di ciò che è in Se stesso e di ciò che ha compiuto in Cristo. Tale è la natura di questa rivelazione che la fede afferra e che riempie l’anima di pace perfetta. La rivelazione di Dio è una cosa, i miei sentimenti su me stesso sono tutt’altra cosa. Ma la stessa Parola che ci dice che non abbiamo peccato su di noi ci dice, con altrettanta forza e chiarezza, che abbiamo il peccato dentro di noi. “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Chi ha “la verità” in sé saprà anche che ha “il peccato” in lui perché la verità rivela tutto così com’è. Quindi cosa dovremmo fare? Nella forza della nuova natura abbiamo il privilegio di poter camminare in modo tale che “il peccato” che abita in noi non si manifesti sotto forma di “peccati”. La posizione del cristiano è una posizione di vittoria e libertà. È liberato non solo dalla colpa del peccato, ma anche dal peccato come principio dominante della sua vita. “Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto è libero dal peccato … Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze … infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia”. Il peccato è là in tutta la sua originaria bruttezza ma il credente è “morto al peccato“. Come? È morto in Cristo. Per natura era morto nel peccato. Per grazia è morto al peccato. Quali diritti possiamo avere su un uomo morto? Nessuno! Cristo è morto, “il suo morire fu un morire al peccato” e il credente è morto in lui. “Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio”. Cosa ne risulta per i credenti? “Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù”. Questa è la posizione inalterabile davanti a Dio del credente che ha così il santo privilegio di godere della liberazione dal peccato sia come dominatore su di lui sia come peccato che abita ancora in lui (leggere: Romani 6:6-14).

Ma allora, “se qualcuno ha peccato“, cosa c’è da fare? A questa domanda, l’apostolo ispirato dà una delle risposte più chiara e benedetta: “Se confessiamo i nostri peccati, è fedele e giusto per perdonarci i nostri peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9). È attraverso la confessione che la coscienza deve essere liberata. Giovanni non dice: “Se chiediamo perdono, Dio è abbastanza buono e abbastanza misericordioso da perdonarci”. Senza dubbio c’è una grande dolcezza in un figlio che confida i suoi bisogni a suo padre, che gli della sua debolezza, gli confessa le sue follie, i suoi difetti e le sue colpe. Tutto questo è perfettamente vero, ed è anche vero che nostro Padre è abbastanza tenero e misericordioso da rispondere a tutta la debolezza e ignoranza dei suoi figli ma, sebbene tutto questo sia vero, lo Spirito Santo dichiara, per bocca dell’apostolo, che “se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto per perdonarci“. La confessione è quindi ciò che Dio chiede. Un cristiano, che avesse peccato in pensieri, parole o atti, potrebbe pregare per giorni e mesi per chiedere perdono e tuttavia non avere la certezza, basata su 1 Giovanni 1:9, di essere perdonato; mentre, dal momento in cui confessa sinceramente il suo peccato davanti a Dio, è solo una questione di fede sapere che è perfettamente perdonato e purificato.

C’è un’enorme differenza morale tra pregare per il perdono e confessare i nostri peccati, sia che consideriamo la cosa in rapporto con il carattere di Dio, con il sacrificio di Cristo o con lo stato dell’anima. È del tutto possibile che la preghiera di un cristiano possa contenere, nella sostanza, se non nella forma, una confessione del suo peccato, qualunque esso sia, e quindi si arriva alla stessa cosa ma è sempre meglio attenersi strettamente alla Scrittura in ciò che pensiamo, diciamo e facciamo. È ovvio che quando lo Spirito Santo parla di confessione, non intende con questa parola la preghiera, ed è anche evidente che sa bene che ci sono elementi spirituali nella confessione e dei risultati pratici della confessione, che non appartengono alla preghiera. Accade infatti spesso che l’abitudine di assillare Dio per ottenere il perdono dei peccati testimoni l’ignoranza di come Dio si è rivelato nella Persona e nell’opera di Cristo, quanto alla relazione in cui il sacrificio di Cristo ha messo il credente, e quanto al mezzo divino per avere la coscienza alleggerita dal peso e purificata dalla colpa del peccato.

Dio è perfettamente soddisfatto dalla croce di Cristo per tutti i peccati del credente. Su questa croce venne offerta la piena espiazione, per ogni minimo dettaglio, riguardo al peccato nella natura del credente e sulla sua coscienza. Quindi Dio non ha bisogno di nessun’altra propiziazione. Non gli occorre altro per indirizzare il Suo cuore verso colui che crede. Non dobbiamo implorarlo di essere “fedele e giusto“, quando la Sua fedeltà e giustizia sono state così gloriosamente dimostrate, manifestate e soddisfatte nella morte di Cristo. I nostri peccati non possono mai arrivare alla presenza di Dio, poiché Cristo li portò tutti e li tolse via, al nostro posto. Ma se pecchiamo, la nostra coscienza lo sentirà, dovrà sentirlo! Sì, lo Spirito Santo ce lo farà sentire. Non potrà lasciare che nemmeno un solo lieve pensiero passi attraverso i nostri cuori senza essere giudicato. E allora? Il nostro peccato si è aperto una strada alla presenza di Dio? Ha trovato il suo posto nella pura luce del luogo santissimo? Dio non voglia! Il nostro “Avvocato” è là, “Gesù Cristo il giusto“, per mantenere, in tutta la loro integrità, le relazioni in cui siamo. Ma, sebbene il peccato non possa influenzare i pensieri di Dio su di noi, influisce nei nostri pensieri su Dio [8].

Sebbene non possa arrivare alla Sua presenza, il peccato può raggiungere noi nel modo più triste e umiliante. Sebbene non possa nascondere l’Avvocato a Dio, può nasconderlo a noi. Si ammassa come una nuvola scura e densa sul nostro orizzonte spirituale, in modo che le nostre anime non possano gioire alla luce benedetta del volto del Padre. Non può alterare il nostro rapporto con Dio, ma può alterare seriamente il nostro godimento di esso. E allora cosa dobbiamo fare? La Parola risponde: “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto per perdonarci i nostri peccati e purificarci da ogni iniquità“. Con la confessione la nostra coscienza è scaricata, il dolce sentimento del nostro rapporto ristabilito, la nuvola scura dissipata; l’influenza gelida e sterile messa a distanza e i nostri pensieri su Dio sono purificati. Questo è il metodo divino e possiamo dire, con piena certezza, che il cuore che sa cosa vuol dire aprirsi alla confessione, sentirà tanto più la potenza divina delle parole di Giovanni: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate” (1 Giovanni 2:1). Inoltre, c’è un modo di pregare per chiedere perdono, che mostra che si è perso di vista il perfetto fondamento del perdono che è stato posto dal sacrificio della croce. Se Dio perdona i peccati, deve essere “fedele e giusto” nel farlo. Ma è abbastanza evidente che le nostre preghiere, per quanto sincere e ferventi possano essere, non potrebbero costituire la base della fedeltà e della giustizia di Dio nel perdonare i nostri peccati. Niente, tranne l’opera della croce, può farlo. È là che la fedeltà e la giustizia di Dio sono state pienamente stabilite e questo in rapporto diretto con i peccati commessi, così come in relazione alla radice del peccato nella nostra natura. Dio ha già giudicato i nostri peccati nella Persona di Colui che ci ha sostituito “sul legno” e nell’atto della confessione giudichiamo noi stessi. La confessione è essenziale per godere del senso del perdono divino e della restaurazione. Il più piccolo peccato che rimane sulla coscienza non confessato e non giudicato, interromperà completamente la nostra comunione con Dio. Il peccato in noi non ha necessariamente questo effetto; ma se permettiamo al peccato di rimanere su noi, non possiamo avere comunione con Dio. Egli ha cancella i nostri peccati in modo tale da poterci avere alla Sua presenza e finché restiamo alla Sua presenza, il peccato non ci turba. Ma se ci allontaniamo da Lui e pecchiamo, anche nel pensiero, la nostra comunione è necessariamente sospesa finché, per mezzo della confessione, non ci siamo liberati del nostro peccato. Tutto questo, non ho neppure bisogno di dirlo, si basa interamente sul perfetto sacrificio e sulla giusta intercessione del Signore Gesù Cristo.

Infine, per quanto riguarda la differenza che esiste tra preghiera e confessione, relativamente allo stato del cuore davanti a Dio ed al sentimento che Egli ha dell’odioso peccato, questa differenza non può essere sopravvalutata. È molto più facile chiedere in generale il perdono dei nostri peccati che confessarli. La confessione implica il giudizio di se stessi; chiedere perdono non sempre lo implica. Questo da solo sarebbe sufficiente per mostrarne la differenza. Il giudizio di sé è uno degli esercizi più preziosi e benefici nella vita cristiana, e quindi tutto ciò che porta ad esercitarlo dovrebbe essere altamente stimato da ogni cristiano serio.

La differenza tra chiedere il perdono e confessare il peccato è sempre evidente nei nostri rapporti con i bambini. Se un bambino ha fatto del male, avrà molti meno problemi a chiedere a suo padre di perdonarlo che a confessare il suo sbaglio con franchezza e senza riserva. Chiedendo perdono, il bambino può avere in mente molte cose che tendono a ridurre il sentimento della sua colpa; potrebbe pensare, in segreto, che dopotutto non è tanto da biasimare, anche se è giusto che chieda a suo padre di perdonarlo; mentre nel confessare la propria colpa c’è solo una cosa: il giudizio di sé. Inoltre, nel chiedere perdono, il bambino può essere soprattutto influenzato dal desiderio di sfuggire alle conseguenze del male che ha fatto, mentre i genitori giudiziosi, cercheranno di produrre una corretta valutazione del male commesso, che può essere realizzata solo con una piena confessione della colpa legata ad un esame di se stessi.

Così si comporta Dio con i Suoi figli quando sono in colpa: vuole che ogni peccato Gli sia messo davanti e pienamente giudicato. Vuole non solo che temiamo le conseguenze del peccato, che sono immense, ma che odiamo il peccato stesso, perché è odioso ai Suoi occhi. Se, quando pecchiamo, potessimo essere perdonati semplicemente chiedendo perdono, il nostro sentimento e la nostra avversione per il peccato non sarebbero così intensi e, a sua volta, il nostro apprezzamento per la comunione che godiamo non sarebbe così alto. L’effetto morale di tutto ciò sullo stato generale della nostra disposizione spirituale, così come su tutta la nostra condotta e nel cammino pratico, deve essere evidente a qualsiasi cristiano esperto [9].

Tutta questa catena di pensieri è intimamente legata e pienamente giustificata dai due grandi principi, stabiliti nella “legge per il sacrificio di riconoscenza“.

In Levitico 7:13 leggiamo: “potrà offrire pane lievitato, in occasione del suo sacrificio” e tuttavia nel versetto 20 è detto: “la persona che, impura, mangerà della carne del sacrificio di riconoscenza che appartiene al SIGNORE, sarà tolta via dalla sua gente”.

Abbiamo qui molto chiaramente le due cose, vale a dire, il peccato in noi e il peccato su di noi. “Il lievito” era permesso, perché c’era il peccato nella natura dell’adoratore. “L’impurità” era proibita, perché non doveva esserci peccato sulla coscienza dell’adoratore. Se si tratta del peccato, non può più essere questione di comunione. Dio ha provveduto con il sangue dell’espiazione per ciò che riguarda il peccato, che sa essere in noi; ed è per questo che si parla del pane lievitato nel sacrificio di riconoscenza: “Di ognuna di queste offerte si presenterà una parte come oblazione elevata al SIGNORE; essa sarà del sacerdote che avrà fatto l’aspersione del sangue del sacrificio di riconoscenza” (14). In altre parole, il “lievito” nella natura dell’adoratore era perfettamente bilanciato dal “sangue” del sacrificio. Il sacerdote, a cui appartiene il pane lievitato, deve essere colui che versa il sangue. Dio ha rimosso i nostri peccati dalla Sua vista per sempre. Sebbene il peccato sia in noi, i suoi occhi non si posano su di esso. Vede solo il sangue, ed è per questo che può procedere con noi e permetterci la più intima comunione con lui. Ma se permettiamo al peccato, che è in noi, di svilupparsi sotto forma di peccati, allora ci devono essere confessione, perdono e purificazione, prima di poter mangiare di nuovo della carne del sacrificio di riconoscenza. Mettere così con le spalle al muro il fedele a causa delle contaminazioni cerimoniali, ora corrisponde all’esclusione del credente dalla comunione, a causa dei peccati non confessati. Cercare di avere comunione con Dio restando nei nostri peccati implicherebbe l’idea blasfema che Dio può camminare in compagnia del peccato. “Se diciamo che abbiamo comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1 Giovanni 1:6).

Alla luce di questa verità, capiremo facilmente in quale errore siamo caduti quando pensiamo che sia un segno di spiritualità interessarsi dei nostri peccati. Il peccato o i peccati potrebbero mai essere il fondamento o il soggetto della nostra comunione con Dio? Certamente no. Abbiamo appena visto, al contrario, che finché il peccato è davanti a noi, la comunione può esistere solo “nella luce” e, naturalmente, non c’è peccato nella luce. In essa non si vede nulla tranne il sangue che ha tolto i nostri peccati e ci ha riconciliati e l’Avvocato che ci tiene vicini a Dio. Il peccato è stato cancellato per sempre dal luogo elevato in cui Dio e l’adoratore stanno in santa intimità. Cosa ha costituito la base della comunione tra il padre e il figliol prodigo? Erano gli stracci di quest’ultimo? Erano questi i baccelli del “paese lontano“? Affatto. Non era niente di quello che il figliol prodigo aveva portato con sé. È stata la ricca riserva dell’amore del padre: “il vitello ingrassato“. È lo stesso con Dio ed ogni vero adoratore. Si nutrono insieme, in santa ed elevata comunione, di Colui il cui prezioso sangue li ha associati per sempre, in quella luce a cui nessun peccato potrà mai avvicinarsi. Non dobbiamo pensare che la vera umiltà si mostri o si sviluppi considerando e approfondendo i nostri peccati. Questo produrrebbe un carattere oscuro e malinconico, senza vera santità; ma l’umiltà più profonda viene da un’altra fonte. Quand’è che il figliol prodigo è stato più umile? È stato quando è “rientrato in sé” nel paese lontano, o quando il padre gli si è gettato al collo ed è entrato nella casa del padre? Non è ovvio che la grazia, che ci eleva alle più alte vette della comunione con Dio, è l’unica capace di portarci alle più basse profondità della vera umiltà? Senza dubbio l’umiltà che scaturisce dal perdono dei nostri peccati sarà sempre più profonda di quella che scaturisce dalla scoperta di questi peccati. Il primo ci mette in contatto con Dio; il secondo ha a che fare con l’ego. Per essere veramente umili, dobbiamo camminare con Dio nell’intelligenza e nella potenza della relazione in cui ci ha posti. Ci ha fatti Suoi figli; e purché camminiamo come tali, saremo umili.

Prima di lasciare questa parte del nostro argomento, desidero fare un’osservazione riguardo alla Cena del Signore che, essendo un atto importante della comunione della Chiesa, può anche essere considerata in connessione con la dottrina del sacrificio di riconoscenza. La celebrazione intelligente della Cena del Signore dipenderà sempre dalla conoscenza del suo carattere puramente eucaristico o di rendimento di grazie. È soprattutto una festa di azioni di grazie, di ringraziamento per una completa redenzione. “Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo?” (1 Corinzi 10:16). Inoltre, un’anima, piegata sotto il pesante fardello del peccato, non può, con intelligenza spirituale, prendere la cena del Signore, poiché questa festa esprime la completa rimozione del peccato attraverso la morte di Cristo: “Voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1 Corinzi 11:26). La morte di Cristo è, per fede, la fine di tutto ciò che apparteneva al nostro stato nella vecchia creazione. Ora, poiché l’Ultima Cena “annuncia” questa morte, deve essere considerata come il monumento del fatto glorioso che il peso del peccato del credente è stato portato da Colui che lo ha eliminato per sempre. Dichiara che la catena dei nostri peccati, che una volta ci legava, è stata eternamente spezzata dalla morte di Cristo e non sarà mai più in grado di legarci di nuovo. Ci riuniamo intorno alla Tavola del Signore in tutta la gioia di vincitori. Guardiamo indietro alla croce, dove la battaglia è stata combattuta e vinta ed attendiamo con ansia la gloria, dove entreremo nei risultati pieni ed eterni della vittoria.

È vero che abbiamo del “lievito” in noi, ma non abbiamo “contaminazionisu di noi. Non dobbiamo fissare il nostro sguardo sui nostri peccati, ma su Colui che li ha portati alla croce e li ha tolti via per sempre. Non dobbiamo “ingannare noi stessi” con il pensiero vano “di essere senza peccato“, ma nemmeno dovremmo negare la verità della Parola di Dio e l’efficacia del sangue di Cristo, rifiutandoci di rallegrarci nella preziosa verità che non abbiamo il peccato su di noi, perché “il sangue di Gesù Cristo, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato”. È davvero deplorevole vedere quale nuvola oscura copre la tavola del Signore nel giudizio di così tanti cristiani di professione. Questo fatto, insieme a molti altri, mostra quanto si possa cadere nell’ignoranza riguardo alle verità fondamentali dell’evangelo. Sappiamo, infatti, che quando prendiamo la cena per qualsiasi motivo, diverso da quello della conoscenza della salvezza, del godimento del perdono o del sentimento della liberazione, l’anima si avvolge di nubi sempre più spesse. Quello che non è che un memoriale di Cristo viene usato per metterLo da parte, e quello che ricorda una redenzione compiuta viene utilizzato come mezzo per ottenerla. È così che si ha il cattivo uso delle regole e le anime sono immerse nell’oscurità, nella confusione e nell’errore.

Quanto è diversa la bella ordinanza del sacrificio di riconoscenza! Quest’ultimo, inteso nel suo significato tipico, ci mostra che, dal momento in cui il sangue era stato versato, Dio e l’adoratore potevano nutrirsi insieme in una felice e pacifica comunione. Non era necessario altro per questo. La pace era stabilita dal sangue, e da questa base che procedeva la comunione. Un solo dubbio sulla realtà della riconoscenza, della prosperità o della pace [10] può essere il colpo mortale della comunione. Se siamo impegnati in vani sforzi per fare la pace con Dio, siamo totalmente estranei sia alla comunione sia all’adorazione. Se il sangue del sacrificio di riconoscenza non è stato versato, non c’è modo che possiamo nutrirci del “petto (agitato)” o della “coscia destra“. Ma, da un altro lato, se il sangue è stato versato, allora la pace è già stata fatta. L’ha fatta Dio stesso per fede e questo è sufficiente; e quindi, mediante la fede, abbiamo comunione con Dio, nella comprensione e nella gioia di una redenzione completa. Noi gustiamo la dolcezza della gioia stessa di Dio in ciò che ha fatto. Ci nutriamo di Cristo in tutta la pienezza e la gioia della presenza di Dio.

Quest’ultimo punto è legato ad un’altra importante verità affermata nella “legge per l’offerta di riconoscenza”. “La carne del sacrificio di ringraziamento e di riconoscenza sarà mangiata il giorno stesso in cui esso è offerto; non se ne lascerà nulla fino alla mattina” (7:15). Questo ci dice che la comunione dell’adoratore non deve mai essere separata dal sacrificio su cui questa comunione si basa. Finché c’è abbastanza energia spirituale per mantenere questa connessione, l’adorazione e la comunione rimarranno piacevoli e accettabili, ma non di più. Dobbiamo stare vicini al sacrificio, nelle intenzioni della nostra mente, negli affetti del nostro cuore e nell’esperienza della nostra anima. Questo è ciò che darà potenza e durata alla nostra adorazione. Possiamo iniziare qualche atto di adorazione con il cuore completamente occupato da Cristo e tuttavia prima di finire potremmo essere interessati a quello che facciamo, che diciamo, o di coloro che ci ascoltano. In questo modo cadiamo in quello che viene così definito: “Porterà la pena della sua iniquità” (7:18). Tutto ciò è molto solenne e dovrebbe renderci molto attenti. Possiamo iniziare la nostra adorazione nello Spirito e terminarla nella carne. Dobbiamo sempre stare attenti a continuare nell’energia dello Spirito ogni singolo istante per il momento presente, poiché lo Spirito ci manterrà sempre direttamente interessati a Cristo. Se lo Spirito Santo produce “cinque parole” di adorazione o di ringraziamento, diciamo quelle cinque parole e poi restiamo in silenzio. Se continuiamo, mangeremo la carne del nostro sacrificio oltre il tempo stabilito ed invece di essere “gradita” sarà, in realtà, “immonda”. Ricordiamoci di questo e stiamo in guardia. Non lasciamo però che questo ci preoccupi. Dio vuole che siamo guidati dallo Spirito e quindi pieni di Cristo in tutta la nostra adorazione. Dio può accettare solo ciò che è divino e per questo motivo vuole che Gli presentiamo solo ciò che è divino.

Ma se il sacrificio che uno offre è votivo o volontario, la vittima sarà mangiata il giorno che egli la offrirà, e quel che ne rimane dovrà essere mangiato l’indomani” (Levitico 7:16). Quando l’anima si eleva a Dio in un atto di adorazione volontaria, quest’adorazione deriva da una misura più abbondante di energia spirituale rispetto a quando si tratta semplicemente di una grazia speciale ricevuta sul momento. Se uno ha ricevuto un favore dalla mano del Signore, immediatamente l’anima si eleverà in azioni di grazie. In questo caso, il culto è suscitato da questa grazia ed è legato a questa grazia, qualunque essa sia, e non va oltre. Ma quando il cuore è portato dallo Spirito Santo a qualche espressione di lode volontaria o deliberata, l’adorazione avrà un carattere più duraturo; in ogni caso, l’adorazione spirituale riguarderà sempre il prezioso sacrificio di Cristo.

Ma quello che sarà rimasto della carne del sacrificio fino al terzo giorno dovrà essere bruciato. Se uno mangia della carne del suo sacrificio di riconoscenza il terzo giorno, colui che l’ha offerto non sarà gradito; dell’offerta non gli sarà tenuto conto; quella carne è immonda e colui che ne avrà mangiato porterà la pena della sua iniquità” (7:17-18). Niente ha valore agli occhi di Dio tranne ciò che è intimamente legato con Cristo. Può esserci molto di ciò che ha l’apparenza di un’adorazione ma che, dopo tutto, è solo l’eccitazione e l’espressione di sentimenti naturali. Può esserci una grande devozione apparente ma che è fondamentalmente solo pietismo carnale. La carne può essere eccitata, religiosamente parlando, da una varietà di cose, come lo sfarzo e lo splendore delle cerimonie, i canti e gli atteggiamenti, i paramenti e le vesti sfarzose, un’eloquente liturgia e da tutte le varie attrattive di uno splendido rituale, e non esserci, in tutto questo, una vera adorazione spirituale. Capita anche abbastanza spesso che gli stessi sensi, che sono eccitati e appagati dalle forme pompose di un cosiddetto culto religioso, trovino ancora più nutrimento all’opera o ad un concerto.

Coloro che desiderano ricordare che “Dio è spirito; e quelli che lo adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità” (Giovanni 4:24), dovrebbero stare attenti a tutto questo. Ciò che oggi chiamiamo religione si riveste del suo fascino più potente.

Rifiutando la grossolanità del Medioevo, chiama in aiuto tutte le risorse di un gusto raffinato, di un secolo colto e illuminato. La scultura, la musica e la pittura versano i loro ricchi tesori nel suo seno, in modo che, con i loro mezzi, possa preparare un potente narcotico per cullare le moltitudini ignoranti in un sonno che sarà interrotto solo dagli orrori inesprimibili della morte, del giudizio e dello stagno di fuoco. Questa religione può ben dire: “Dovevo fare un sacrificio di riconoscenza; oggi ho sciolto i miei voti … Ho abbellito il mio letto con morbidi tappeti; con coperte ricamate con filo d’Egitto; l’ho profumato di mirra, di aloè e di cinnamomo” (Proverbi 7:14; 16-17). È così che una religione corrotta attrae, con la sua potente influenza, coloro che non vogliono ascoltare la voce celeste della Saggezza.

Lettore, guardati da tutte queste cose. Assicurati che la tua adorazione sia indissolubilmente legata all’opera della croce. Veglia affinché Dio sia il fondamento, Cristo il canale e lo Spirito Santo la potenza della tua adorazione. Fai attenzione che i tuoi atti esteriori dell’adorazione non vadano oltre questa potenza interiore. Ci vuole molta vigilanza per evitare questo male, poiché le sue trame segrete di questo male sono molto difficili da scoprire e da combattere. Possiamo iniziare un inno nel vero spirito di adorazione e, per debolezza spirituale, prima che siamo alla fine, possiamo cadere nel male che risponde all’atto cerimoniale di mangiare, il terzo giorno, la carne del sacrificio di riconoscenza. La nostra unica salvaguardia è stare vicino al Signore Gesù. Se eleviamo i nostri cuori in “azioni di grazie“, per qualche favore speciale, facciamolo nella potenza del Nome e del sacrificio di Cristo. Se le nostre anime si spandono in una adorazione “volontaria“, lo facciano nell’energia dello Spirito Santo. In questo modo, la nostra adorazione avrà quella freschezza, quella fragranza, quella profondità e quell’altezza morale, che derivano dall’avere il Padre come oggetto, il Figlio come base e lo Spirito Santo come potenza dell’adorazione.

Possa essere così, o Signore, di tutti coloro che Ti adorano, finché non saremo noi stessi, corpo, anima e spirito, al sicuro nella Tua presenza eterna, al di là della portata di ogni influenza malvagia della falsa adorazione e di una religione corrotta, ed anche al di là della portata dei vari impedimenti che vengono da questi corpi di peccato e di morte che ci portiamo dietro!

NOTA – È interessante notare che sebbene il sacrificio di riconoscenza sia messo al terzo posto, tuttavia “la legge” che lo riguarda viene data dopo tutte le altre. Questo fatto non è banale. In nessuna delle offerte la comunione dell’adoratore è così pienamente sviluppata tranne che nel sacrificio di riconoscenza. Nell’olocausto è Cristo che offre Se stesso a Dio. Nell’offerta dell’oblazione abbiamo la perfetta umanità di Cristo. Quindi, passando al sacrificio per il peccato, vediamo che risponde perfettamente al peccato, alla sua radice. Nell’offerta per la colpa c’è una risposta piena e completa per tutti i peccati presenti della vita. Ma la dottrina della comunione tra adoratori non è sviluppata in nessuna di queste offerte. Spettava al “sacrificio di riconoscenza” farlo e questo spiega, credo, il posto della legge di questo sacrificio. Viene alla fine di tutte le altre, insegnandoci così che quando si tratta dell’anima che si nutre di Cristo, deve essere un Cristo considerato in tutta l’interezza delle possibili fasi della Sua vita, del Suo carattere, della Sua persona, della sua opera, delle Sue funzioni. Inoltre, quando avremo finito per sempre con il peccato e i peccati, ci diletteremo in Cristo e ci ciberemo di Lui per tutta l’eternità. Mi sembra che il nostro studio dei sacrifici sarebbe incompleto se omettessimo una circostanza degna di nota come questa. Se la legge del “sacrificio di riconoscenza” fosse data nell’ordine in cui avviene il sacrificio stesso, verrebbe immediatamente dopo la legge dell’offerta dell’oblazione; ma invece, “la legge del sacrificio per il peccato” e “la legge dell’offerta per il sacrificio per la colpa ” vengono date prima. Poi “la legge del sacrificio di riconoscenza” pone fine a tutto.

Il sacrificio per il peccato e il sacrificio per la colpa – Capitoli 4, 5:1-13

Dopo aver considerato le offerte “di odore soave“, arriviamo ora ai sacrifici “per il peccato“. Erano divisi in due classi, cioè le offerte per il peccato e le offerte per la colpa. C’erano tre livelli nelle offerte: la prima era l’offerta per “il sacerdote che ha ricevuto l’unzione” poi c’era quella per “tutta la comunità d’Israele” ed infine quella per il singolo: “uno dei capi” o “qualcuno del popolo” (4:22-26 e 27-35). I primi due erano simili nei loro riti cerimoniali (confrontare: 4:3-12 con 4:13-21). Il risultato era lo stesso sia che fosse il rappresentante dell’assemblea o l’assemblea stessa a peccare. In entrambi i casi tre cose erano essenziali: il santuario di Dio in mezzo all’assemblea, l’adorazione dell’assemblea e la coscienza individuale. Ora, poiché tutte e tre le cose dipendevano dal sangue, vediamo che nel primo grado delle offerte per il peccato tre cose venivano fatte con il sangue. Si faceva l’aspersione del “sangue sette volte davanti al SIGNORE di fronte alla cortina del santuario” (6). Ciò garantiva le relazioni dell’Eterno con il popolo e la Sua dimora in mezzo a loro. Poi leggiamo: “Il sacerdote quindi metterà di quel sangue sui corni dell’altare dell’incenso aromatico, altare che è davanti al SIGNORE nella tenda di convegno” (7a) e questo assicurava l’adorazione dell’assemblea. Mettendo il sangue “sull’altare d’oro” veniva salvaguardato la vera base dell’adorazione, in modo che la fiamma dell’incenso e il suo buon profumo potessero salire continuamente. Infine: “spargerà tutto il sangue del toro ai piedi dell’altare degli olocausti, che è all’ingresso della tenda di convegno” (7b) ed in questo abbiamo ciò che soddisfa pienamente le esigenze della coscienza di ogni individuo poiché l’altare di rame era il luogo a cui tutti avevano accesso. Questo era il luogo in cui Dio ha incontrato il peccatore.

Negli altri due casi: per “uno dei capi“, o per “qualcuno del popolo“, era solo questione di coscienza individuale; ecco perché si faceva una cosa sola col sangue. Era interamente steso “ai piedi dell’altare dell’olocausto” (confrontare: 4:7 con: 4:25 e 30). C’è una precisione divina in tutto questo, che richiede la piena attenzione del lettore, se desidera cogliere appieno i meravigliosi dettagli di questo tipo [11].

L’effetto del peccato individuale non poteva estendersi oltre la coscienza dell’individuo. Il peccato di “uno dei capi” o di uno “qualsiasi del paese” non poteva influenzare l’altare dell’incenso, il luogo di adorazione del sacerdote, né poteva raggiungere “la cortina”, il limite sacro dell’abitazione di Dio in mezzo al Suo popolo. Questo fatto deve essere considerato bene. Non dovremmo mai sollevare una questione di peccato o una caduta personale, nell’ambito del culto o nell’assemblea ma ciò deve essere regolato là dove tutti possano avvicinarsi di persona. Molti si sbagliano a questo riguardo. Vengono all’assemblea, o al luogo evidente del culto sacerdotale con la coscienza contaminata e così indeboliscono l’intera assemblea e disturbano la sua adorazione. Si dovrebbe prestare molta attenzione a non farlo. Abbiamo bisogno di grande vigilanza, in modo che la nostra coscienza possa essere sempre nella luce. E quando inciampiamo, come, ahimè! lo facciamo in molte cose, rivolgiamoci prima a Dio, in segreto, riguardo alla nostra caduta, in modo che la vera adorazione e la giusta condizione dell’assemblea possa essere sempre mantenuta pienamente e chiaramente davanti all’anima.

Dopo aver esposto ciò che riguarda i tre gradi del sacrificio per il peccato, esaminiamo in dettaglio i principi inclusi nel primo. Facendolo, arriveremo, in qualche misura, a un’idea giusta dei principi di tutti gli altri. Tuttavia, prima di iniziare questo esame, desidero attirare l’attenzione dei miei lettori su un punto molto importante, affermato nel versetto 2 di questo quarto capitolo che contiene questa espressione: “Quando qualcuno avrà peccato per errore“. Questo ci presenta una verità preziosissima relativa all’espiazione effettuata dal Signore Gesù Cristo. Meditando su questa espiazione, vediamo in essa infinitamente di più della semplice soddisfazione delle esigenze della coscienza, anche se questa coscienza ha raggiunto il più alto grado di estrema sensibilità. In questa espressione abbiamo il privilegio di vedere ciò che ha pienamente soddisfatto tutti i diritti della santità divina, della giustizia divina e della maestà divina. La santità della dimora di Dio e la base della Sua comunione con il Suo popolo non avrebbero mai potuto essere regolate dalla misura della coscienza dell’uomo, per quanto alta potesse essere quella misura. Ci sono molte cose che la coscienza umana ometterebbe, molte cose che potrebbero sfuggire alla conoscenza dell’uomo, molte cose che il cuore dell’uomo potrebbe considerare lecite, ma che Dio non potrebbe tollerare e che, quindi, verrebbero ad interporsi tra l’uomo e Dio, per impedirgli di avvicinarsi ed adorarLo. Pertanto, se l’espiazione di Cristo si applicasse solo ai peccati che l’uomo può discernere e riconoscere, ci troveremmo molto lontani dal vero fondamento della pace. Abbiamo bisogno di capire che il peccato è stato espiato secondo la giustizia di Dio, che i diritti del Suo trono sono stati perfettamente soddisfatti, che il peccato, visto alla luce della Sua inflessibile santità, è stato divinamente giudicato. È questo quello che dà all’anima una pace duratura. Un’espiazione completa è stata fatta per i peccati per errore o d’ignoranza del credente, così come per i suoi peccati conosciuti. Il sacrificio di Cristo pone le basi per le sue relazioni e la comunione con Dio, secondo l’apprezzamento che Dio ne fa.

Comprendere questo in maniera chiara ha un valore inesprimibile. A meno che questo aspetto dell’espiazione non sia pienamente compreso, non ci può essere una pace assicurata, né si sentirà l’estensione e la pienezza dell’opera di Cristo, né la vera natura delle relazioni ad esso collegate. Dio sapeva cosa era necessario fare affinché un uomo potesse stare alla Sua presenza senza paura, e vi ha provveduto perfettamente tramite la croce. Non ci sarebbe mai potuta essere comunione tra Dio e l’uomo, se Dio non avesse messo fine al peccato a modo Suo, perché anche se la coscienza dell’uomo fosse stata soddisfatta, ci sarebbe sempre stata quest’altra domanda: “Dio è soddisfatto?”. E se a questa domanda non fosse stato possibile rispondere affermativamente, la comunione non sarebbe mai esistita [12]. Il cuore si sarebbe sempre ripetuto che nei dettagli della vita si manifestano certe cose che la santità divina non può tollerare. È vero che possiamo fare queste cose “per errore“, ma questo non cambierebbe il loro carattere agli occhi di Dio, poiché a Lui tutto è noto. Ci sarebbero stati quindi continui dubbi, apprensioni, paure. A tutte queste cose risponde in modo divino il fatto che il peccato è stato espiato, non secondo la nostra ignoranza, ma secondo la saggezza di Dio. Questa certezza dà pace all’anima e alla coscienza. Tutte le esigenze di Dio su di noi sono state soddisfatte dalla Sua stessa opera. Lui stesso ha trovato il rimedio, quindi sempre più sensibile diventa la coscienza del credente sotto l’azione combinata della Parola e dello Spirito di Dio, e sempre meglio comprende, attraverso una mente divinamente illuminata, tutto ciò che è moralmente appropriato al santuario; diventa più sensibile a tutto ciò che è incompatibile con la presenza divina ed afferra meglio e sempre con più chiarezza la profondità, la forza ed il valore infinito di questo sacrificio per il peccato, che non solo va oltre gli estremi limiti della coscienza umana, ma che risponde anche, con assoluta perfezione, a tutte le esigenze della santità divina.

Niente può mostrare con più forza l’incapacità dell’uomo di discutere sul peccato del fatto che ci sono “peccati di ignoranza”. Come potrebbe ragionare su ciò che non conosce? Come potrebbe disporre, a suo piacimento, di ciò che non è mai entrato neppure nei limiti della sua coscienza? Impossibile. L’ignoranza dell’uomo riguardo al peccato prova la sua totale incapacità di liberarsene. Se non lo conosce, cosa può fare a suo riguardo? Niente. È tanto debole quanto ignorante. E non è tutto. Il fatto che esista un “peccato di ignoranza” dimostra, in modo più chiaro, l’incertezza che deve accompagnare ogni tentativo di risolvere la questione del peccato, la quale non potrebbe mai essere applicata a nozioni superiori a quelle che possono risultare dalla coscienza umana più delicata. Non ci potrà mai essere una pace duratura su questa base. Rimarrà sempre la dolorosa preoccupazione che su tutto questo c’è del male.

Se il cuore non è portato a uno stato di pace permanente dalla testimonianza della Scrittura che i diritti inflessibili della giustizia divina sono stati soddisfatti, ci sarà, inevitabilmente, un senso di disagio e qualsiasi sentimento di questo genere è un ostacolo alla nostra adorazione, alla nostra comunione e alla nostra testimonianza. Se sono inquieto quanto alla soluzione della questione del peccato, non posso adorare, non posso godere né della comunione con Dio, né quella con il Suo popolo, né posso essere un testimone di Cristo intelligente o benedetto. Il cuore deve essere tranquillo davanti a Dio, in una perfetta remissione dei peccati prima che possiamo “adorarlo in spirito e verità“. Se il sentimento della colpevolezza pesa sulla coscienza, deve esserci terrore nel cuore e sicuramente, un cuore pieno di paura, non può essere un cuore felice nell’adorazione. È solo con un cuore pieno di quel dolce e santo riposo che il sangue di Cristo procura, che la vera e gradita adorazione può salire al Padre. Lo stesso principio si applica alla nostra comunione con il popolo di Dio, al nostro servizio e alla nostra testimonianza tra gli uomini. Tutto deve poggiare sul fondamento di una pace ben stabilita, e questa pace poggia sul fondamento di una coscienza perfettamente purificata. Quanto a questa coscienza purificata, essa poggia sul fondamento della perfetta remissione di tutti i nostri peccati, siano conosciuti o ignorati.

Confrontiamo ora l’offerta per il peccato con l’olocausto, che ci offrirà due aspetti molto diversi di Cristo. Nonostante questa differenza, è lo stesso Cristo; ecco perché, in entrambi i casi, il sacrificio era “senza difetto“. Questo è facile da capire. In qualunque aspetto contempliamo il Signore Gesù, Egli è sempre lo stesso Essere perfetto, puro, santo e senza difetto. È vero che nella Sua infinita grazia ha voluto caricarsi del peccato del Suo popolo, ma anche allora era un Cristo perfetto e senza difetto; e non ci vorrebbe niente di meno che un’empietà diabolica per cogliere l’occasione della profondità della Sua umiliazione, per offuscare la gloria personale di Colui che così si umiliava. L’eccellenza intrinseca, la purezza inalterabile e la gloria divina del nostro amato Signore appaiono pienamente nell’offerta per il peccato come nell’olocausto. Qualunque sia l’aspetto che ci viene presentato, qualunque ufficio svolga, qualunque opera faccia, qualunque posizione occupi, le Sue glorie personali risplendono in tutto il loro divino splendore.

Questa verità di un unico e medesimo Cristo, sia nell’olocausto che nel sacrificio per il peccato, si vede non solo nel fatto che in entrambi i casi l’offerta era “senza difetto” ma anche nella “legge del sacrificio per il peccato“, dove leggiamo: “Questa è la legge del sacrificio espiatorio. Nel luogo dove si sgozza l’olocausto, sarà sgozzata, davanti al SIGNORE, la vittima espiatoria. È cosa santissima” (Levitico 6:18). Le due figure rappresentano lo stesso grande antitipo, sebbene lo presentino in aspetti molto diversi della Sua opera. Nell’olocausto, Cristo risponde agli affetti di Dio; nell’offerta per il peccato, soddisfa le profondità dei bisogni dell’uomo. Uno ci presenta Colui che compie la volontà di Dio, l’altro Colui che porta il peccato dell’uomo. Nel primo impariamo il valore del sacrificio; nel secondo, qual è l’odiosità del peccato. Questo è quanto appare a un esame generale; ma un attento esame dei dettagli non farà che confermare sempre meglio questa asserzione generale.

Prima, quando abbiamo affrontato l’olocausto, abbiamo visto che si trattava di un’offerta volontaria: “Quando qualcuno di voi vorrà portare un’offerta al SIGNORE” (1:2) o, secondo altre versioni: “di sua spontanea volontà[13]. Ora, non c’è “disponibilità” o “volontà” nell’offerta per il peccato, ed è esattamente ciò che ci aspetteremmo. Ciò è in perfetta armonia con lo scopo speciale dello Spirito Santo nell’olocausto: rappresentarlo come un’offerta volontaria. Erano il cibo e la bevanda di Cristo fare la volontà di Dio, qualunque essa fosse. Non gli venne mai in mente di chiedere cosa ci fosse nel calice che il Padre gli stava mettendo davanti. Gli bastava che il Padre l’avesse preparato. Tale era il Signore Gesù rappresentato dall’offerta dell’olocausto. Ma nell’offerta per il peccato si sviluppa un lato diverso della verità. Quest’immagine ci presenta Cristo, non come Colui che compie “volontariamente” la volontà di Dio, ma come Colui che sopporta quella cosa terribile chiamata “peccato”, come Colui che ne sopporta tutte le spaventose conseguenze, compresa la più terribile che per Lui era che Dio gli nascondesse la faccia. Perciò l’espressione: “volontariamente”, non sarebbe in armonia con lo scopo dello Spirito nell’offerta per il peccato. Sarebbe del tutto fuori posto in questo tipo come è divinamente al suo posto riguardo all’olocausto. La sua presenza e la sua assenza sono ugualmente divine, ed entrambe testimoniano la perfetta e divina precisione delle figure del Levitico.

Questo punto di contrasto che abbiamo appena considerato spiega, o meglio armonizza, due espressioni usate dal Signore Gesù. In un’occasione Egli disse: “Non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?” (Giovanni 18:11) e altrove: “Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice!” (Matteo 26:39).

 La prima di queste espressioni era il perfetto adempimento delle parole con le quali aveva iniziato la Sua carriera: “Ecco, vengo per fare la tua volontà” (Ebrei 10:9) e inoltre è l’espressione di Cristo come offerta in olocausto. La seconda, al contrario, è l’esclamazione di Cristo, quando contempla cosa ne sarà di Lui, come sacrificio per il peccato. Vedremo più avanti quale fosse questa posizione e quello che l’attendeva prendendola, ma è interessante e istruttivo trovare l’intera dottrina di queste due offerte contenuta, in qualche modo, nel fatto che una sola parola introdotta in una è omessa nell’altra. Se nell’olocausto vediamo la perfetta disposizione del cuore con cui Cristo ha offerto Se stesso per compiere la volontà di Dio, nell’offerta per il peccato vediamo con quale totale sottomissione ha preso su di Sé tutte le conseguenze del peccato dell’uomo. Il Signore prendeva piacere nel fare la volontà di Dio e temeva di perdere, per un istante, la luce del Suo volto benedetto. Nessuna offerta, presa da sola, avrebbe potuto rappresentarLo nei due aspetti. Avevamo bisogno di un tipo che ce Lo mostrasse come Colui che si compiaceva nel fare la volontà di Dio e avevamo bisogno di un tipo che ce Lo mostrasse come Colui la cui natura santa si ritraeva dalle conseguenze che il peccato Gli addebitava. Sia benedetto Dio che abbiamo entrambi i tipi in queste due offerte. Pertanto, più approfondiremo la devozione del cuore di Cristo a Dio, più capiremo il Suo orrore per il peccato e viceversa. Ciascun di queste due immagini dà risalto all’altra e l’uso dell’aspetto della “volontarietà, e l’essere in uno e non nell’altro, fissa il carattere principale di ciascuno.

Ma si potrebbe dire: “Non era la volontà di Dio che Cristo offrisse Se stesso come sacrificio per il peccato?” E se è così, come potrebbe avere la minima riluttanza a compiere questa volontà? Sicuramente è stato secondo il “consiglio eterno” di Dio che Cristo ha sofferto e, inoltre, è stata la gioia di Cristo fare la volontà di Dio. Ma come dobbiamo intendere l’espressione: “Se è possibile, passi oltre da me questo calice!”. Non è questo il grido di Cristo? E non c’è un tipo speciale per Colui che lo ha spinto? Certamente. Ci sarebbe stata una grave lacuna nelle figure della dispensazione mosaica, se non ce ne fosse una che rappresentasse il Signore Gesù nell’esatto atteggiamento morale segnalato da questa esclamazione. Ma non è l’olocausto che ce Lo presenta in questo modo. Non c’è una sola circostanza collegata a questa offerta che possa corrispondere ad un tale linguaggio. Solo l’offerta per il peccato fornisce il tipo appropriato al il Signore Gesù, come Colui che spande questi accenti di intensa agonia, poiché è solo in esso che troviamo le circostanze che hanno evocato tali accenti dal profondo della Sua anima senza macchia. L’ombra terribile della croce, con la sua ignominia, la sua maledizione e la sua esclusione dalla luce del volto di Dio, passò davanti allo spirito del Signore che non poteva certamente contemplarla senza gridare: “Se è possibile, passi oltre da me questo calice!”. Ma appena ha pronunciato queste parole, la Sua profonda sottomissione è dimostrata da queste parole: “Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi”. Che amaro “calice” è quello che ha potuto tirare fuori da un cuore perfettamente sottomesso le parole: “Se è possibile, passi oltre da me questo calice!”. Quale perfetta sottomissione quando, in presenza di un calice così amaro, il cuore poteva gridare: “Sia fatta la tua volontà!” (Matteo 26:42).

Consideriamo ora l’atto tipico della “imposizione delle mani“. Questo atto si compiva sia nel sacrificio dell’olocausto sia nell’offerta per il peccato. Nel primo identificava la persona che offriva il sacrificio con un’offerta senza difetto; nel secondo questo atto comportava il trasferimento del peccato dalla persona che offre al capo dell’offerta. Così è stato con la figura e quando consideriamo l’Antitipo apprendiamo una verità molto confortante ed edificante. Una verità che, se meglio compresa e realizzata, fornirebbe una pace molto più stabile di quella generalmente goduta.

Allora qual è l’insegnamento che esprime l’atto dell’imposizione delle mani? È questo: Cristo è stato “fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui” (2 Cor. 5:21). Ha preso la nostra posizione con tutte le sue conseguenze, in modo che potessimo avere la Sua con tutte le sue conseguenze. Fu trattato come “peccato” sulla croce, in modo che potessimo essere trattati come “giustizia” in presenza dell’infinita santità. Fu respinto dalla presenza di Dio, perché per imputazione aveva il peccato su di Sé, affinché potessimo essere ricevuti nella casa di Dio e nel Suo seno, perché per imputazione abbiamo una giustizia perfetta. Ha dovuto sopportare che Dio gli nascondesse il Suo volto, in modo che noi potessimo rallegrarci alla luce di quel volto. Ha dovuto attraversare tre ore di tenebre in modo che noi potessimo entrare nella luce eterna. È stato abbandonato da Dio per un po’ in modo che potessimo godere della Sua presenza per sempre. Tutto ciò che era dovuto a noi, in quanto peccatori perduti, fu messo su di Lui, affinché tutto ciò che Gli era dovuto per aver compiuto l’opera di redenzione potesse diventare la nostra parte. Tutto fu contro di Lui quando era appeso al legno maledetto in modo che niente potesse essere contro di noi. Si era identificato con noi, nella realtà della morte e del giudizio, in modo che potessimo essere identificati con Lui, nella realtà della vita e della giustizia. Ha bevuto la coppa dell’ira, la coppa del terrore, in modo che noi potessimo bere la coppa della salvezza, la coppa della grazia infinita.

Questa è la meravigliosa verità illustrata dall’atto cerimoniale dell’imposizione delle mani. Quando l’adoratore ha messo la mano sulla testa della vittima per l’olocausto, non era più questione di ciò che era o di ciò che si meritava ma solo di ciò che era l’offerta allo sguardo dell’Eterno. Se la vittima era perfetta, lo era anche la persona che la offriva; se la vittima veniva accettata, era accettato anche il donatore. Erano perfettamente identificati. L’atto dell’imposizione delle mani li rendeva uno solo agli occhi di Dio, che vedeva l’adoratore attraverso l’offerta. Era così nel caso dell’olocausto ma, nell’offerta per il peccato, quando l’adoratore metteva la mano sulla testa della vittima, la domanda a cui rispondere era chi fosse l’adoratore e che cosa meritasse. La vittima è stata trattata come il donatore meritava. Erano perfettamente identificati. L’atto dell’imposizioni delle mani li rendeva uno agli occhi di Dio. Nell’offerta per il peccato, abbiamo a che fare con il peccato di colui che offre; nell’olocausto, era accettato colui che lo offriva. Questo fa la grande differenza. Ecco perché, sebbene l’atto dell’imposizione delle mani fosse comune ad entrambi i tipi e questo atto esprimesse in entrambi i casi l’identificazione, le conseguenze erano così diverse: il Giusto trattato come ingiusto, gli ingiusti accettati nel Giusto: “Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio” (1 Pietro 3:18). Questa è la dottrina: i nostri peccati hanno portato Cristo alla croce, ma Lui ci ha portati a Dio. E se Cristo ci porta a Dio è perché è stato accettato come risorto dai morti dopo aver tolto i nostri peccati secondo la perfezione della Sua opera. Ha portato i nostri peccati lontano dal santuario di Dio in modo che Dio potesse avvicinarsi a noi e ci introduce anche nel santuario con piena certezza del cuore, avendo la coscienza purificata da ogni macchia di peccato, per mezzo del Suo sangue prezioso.

Ora, più confronteremo tutti i dettagli dell’olocausto e del sacrificio per il peccato, meglio capiremo la verità di ciò che abbiamo detto sull’atto dell’imposizione delle mani e dei suoi risultati in entrambi i casi.

Nel primo capitolo di questo libro abbiamo sottolineato che “i figli di Aaronne” sono menzionati nell’olocausto, ma non nell’offerta per il peccato. Come sacerdoti avevano il privilegio di stare intorno all’altare e vedere la fiamma di un sacrificio gradito all’Eterno, che saliva verso di Lui. Ma nel sacrificio per il peccato si trattava prima di tutto del giudizio solenne del peccato, e non dell’adorazione dei sacerdoti, ed è per questo che i figli di Aaronne non compaiono. È come peccatori convinti che abbiamo a che fare con Cristo, l’antitipo dell’offerta per il peccato. È come sacerdoti che adorano, rivestiti con le vesti della salvezza, che vediamo Cristo, l’antitipo dell’olocausto.

Inoltre, i lettori noteranno che la vittima dell’olocausto è stata “scuoiata“, mentre la vittima per il peccato no. La vittima dell’olocausto era “fatta a pezzi“, ma non la vittima per il peccato. Le “interiora e le zampe” dell’olocausto erano “lavate con acqua“, atti che sono completamente omessi nel sacrificio per il peccato. Infine, l’olocausto era bruciato sull’altare, mentre l’offerta per il peccato era bruciata fuori dal campo. Questi sono altrettanti punti importanti di differenza, derivanti semplicemente dalla particolarità delle offerte. Sappiamo che non c’è niente nella Parola di Dio che non abbia un significato particolare, e ogni lettore intelligente e attento delle Scritture noterà questi punti di dissomiglianza e, avendoli notati, cercherà naturalmente di comprenderne il vero significato. Potrebbe esserci ignoranza riguardo a queste cose, ma non dovrebbe mai esserci indifferenza. Tralasciare un solo punto delle pagine ispirate, in generale e nei particolari, e specialmente di quelle di cui ci occupiamo, che sono così ricche di insegnamenti, significherebbe disonorare l’Autore divino e privare la nostra anima di un grande profitto spirituale. Dobbiamo soffermarci sui più piccoli dettagli, per adorare la saggezza di Dio che essi manifestano o per confessare e umiliarci della nostra ignoranza su di essi. Passarci sopra, con spirito di indifferenza è, in un certo senso, affermare che lo Spirito Santo si è preoccupato di scrivere cose che non riteniamo degne di cercare di essere comprese. Questo è ciò che nessun cristiano veramente pio oserebbe pensare. Se lo Spirito, nel darci la legge del sacrificio per il peccato ha omesso i vari riti sopra menzionati, riti che sono essenziali nella legge per l’olocausto, ci deve essere sicuramente una buona ragione e un significato importante per questo. Questo è ciò che dobbiamo cercare di capire. Senza dubbio queste differenze sono dovute allo scopo speciale che la mente di Dio aveva in vista in ogni offerta. L’offerta per il peccato mostra il lato dell’opera in cui Cristo è visto prendere il posto che moralmente spettava a me. Per questo non potevamo aspettarci di ritrovarvi quell’intensa espressione di chi era, in tutti i motivi segreti che Lo facevano agire, simboleggiata nel tipico atto dello “scuoiare“. Né poteva esserci quell’ampia esposizione di chi Egli era in tutto il Suo essere e in ogni tratto del Suo carattere, che si vede nell’atto di “fare a pezzi” l’olocausto. E infine, non poteva esserci la manifestazione di ciò che Egli era nella persona e nell’opera intimamente rappresentata dall’atto molto significativo del lavare “con acqua le interiora e le zampe”.

Tutte queste cose appartenevano all’aspetto dell’olocausto nella morte del nostro amato Signore e solo in questo aspetto, perché è lì che Lo vediamo che offre Se stesso agli occhi, al cuore e sull’altare dell’Eterno, senza che vi sia nessuna questione del peccato, della collera o del giudizio. Al contrario, nell’offerta per il peccato, invece di avere come idea preminente cosa sia Cristo, abbiamo cos’è il peccato. Invece del valore del Signore Gesù, abbiamo l’odiosità del peccato. Nell’olocausto, poiché è Cristo stesso che si offre a Dio ed è accetto, abbiamo tutto ciò che si può fare per manifestare ciò che Egli era a tutti gli effetti. Nell’offerta per il peccato, poiché è fatto peccato e giudicato da Dio, troviamo esattamente l’opposto. È tutto così semplice che non ci vuole nessuno sforzo di intelligenza per capirlo. Ciò deriva naturalmente dal carattere distintivo della figura.

Tuttavia, sebbene lo scopo principale del sacrificio per il peccato sia quello di dimostrare ciò che Cristo è diventato per noi e non ciò che era quanto a Se stesso, c’è nondimeno un atto relativo a questa figura che esprime nel modo più espressivo quanto personalmente fosse gradito a Dio. Questo rito è indicato dalle seguenti parole: “Toglierà dal toro del sacrificio per il peccato tutto il grasso, il grasso che copre le interiora e vi aderisce, i due rognoni e il grasso che c’è sopra e che copre i fianchi, la rete del fegato, da staccarsi insieme ai rognoni, nello stesso modo in cui queste parti si tolgono dai bovini del sacrificio di riconoscenza; il sacerdote le farà bruciare sull’altare degli olocausti” (4:8-10).

Così, l’eccellenza intrinseca di Cristo non viene omessa, nemmeno nell’offerta per il peccato. Il grasso bruciato sull’altare è la giusta espressione dell’apprezzamento divino del valore di Cristo, qualunque posizione Egli possa assumere nella Sua grazia perfetta per noi o al nostro posto; è stato fatto peccato per noi e l’offerta per il peccato è la figura divina che Lo rappresenta in quest’aspetto. Ora, come il Signore Gesù Cristo, l’Eletto di Dio, il Figlio santo, perfettamente puro ed eterno, fu fatto peccato, il grasso del sacrificio per il peccato era bruciato sull’altare come sostanza perfettamente adatta a questo fuoco che rappresenta così bene la santità divina.

Ma anche a questo riguardo vediamo quale contrasto ci sia tra il sacrificio per il peccato e l’olocausto. In quest’ultimo non era solo il grasso, ma l’intera vittima che veniva bruciata sull’altare, perché era Cristo, senza che si trattasse di alcun peccato da Lui portato. Nel sacrifico per il peccato era solo il grasso che doveva essere bruciato sull’altare, perché si trattava di portare il peccato, anche se era Cristo che lo portava. Le glorie divine della Persona di Cristo risplendono anche in mezzo alle ombre più scure di quel legno maledetto, al quale ha acconsentito di essere inchiodato e fatto maledizione per noi. L’odiosità del peccato al quale, nell’esercizio del Suo amore divino, associa la Sua persona benedetta sulla croce, non poteva impedire al profumo di odore soave delle Sue perfezioni di salire fino al trono di Dio. È così che ci è rivelato questo profondo mistero del volto di Dio nascosto a Cristo fatto peccato, e del cuore di Dio che si rallegra per quello che Cristo era in Se stesso. Questo è ciò che conferisce al sacrificio per il peccato un fascino speciale. I raggi luminosi della gloria personale di Cristo risplendono nelle cupe tenebre del Calvario: il Suo valore personale che emerge anche dalle più basse profondità della Sua umiliazione; la gioia di Dio in Colui al quale, in virtù della Sua incrollabile giustizia e santità, dovette nascondere la Sua faccia. Tutto questo è espresso dal fatto che il grasso del sacrificio espiatorio veniva bruciato sull’altare.

Dopo aver cercato di indicare, in primo luogo, cosa si fa con “il sangue” e poi cosa si fa con “il grasso“, ora dobbiamo considerare cosa facciamo con “la carne“. “Ma la pelle del toro e tutta la sua carne, con la testa, le gambe, le interiora e gli escrementi, cioè tutto il resto del toro, lo porterà fuori dell’accampamento, in un luogo puro, dove si gettano le ceneri e lo brucerà con il fuoco, su della legna sopra il mucchio delle ceneri” (11-12). Abbiamo in questo atto la caratteristica essenziale del sacrificio per il peccato, ciò che la distingueva sia dall’olocausto che dal sacrifico di riconoscenza. La sua carne non era bruciata sull’altare, come quella dell’olocausto, né mangiata dal sacerdote o dall’adoratore, come nel sacrificio di riconoscenza ma era completamente bruciato fuori dal campo [14]. “Non mangerete nessuna vittima espiatoria il cui sangue viene portato nella tenda di convegno per fare l’espiazione nel santuario. Essa sarà bruciata” (Levitico 6:23). “Infatti i corpi degli animali il cui sangue è portato dal sommo sacerdote nel santuario, quale offerta per il peccato, sono arsi fuori dell’accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città” (Ebrei 13:11-12).

Confrontando ciò che veniva fatto del “sangue” con ciò che veniva fatto della “carne” o della vittima, due grandi gruppi di verità si presentano ai nostri occhi, vale a dire l’adorazione e lo stato del discepolo. Il sangue portato nel santuario è il fondamento della prima. La vittima bruciata fuori dal campo è la base della seconda. Prima di poter adorare, in piena pace di coscienza e libertà di cuore, dobbiamo sapere, mediante l’autorità della Parola e la potenza dello Spirito, che l’intera questione del peccato è stata regolata per sempre dal sangue del sacrificio per il peccato; che questo sangue è stato perfettamente sparso davanti all’Eterno; che tutte le richieste di Dio e tutti i nostri bisogni, come peccatori perduti e colpevoli, sono stati per sempre soddisfatti.

È questo che dà una pace perfetta ed è nel godimento di questa pace che rendiamo la nostra adorazione a Dio. Quando l’israelita di quel tempo offriva il suo sacrificio per il peccato, la sua coscienza era tranquilla, per quanto quel sacrificio gli potesse dare riposo. È vero che questa era solo una pace temporanea, poiché era il risultato di un sacrificio temporaneo. Ma è chiaro che qualunque fosse il genere di pace che il sacrificio era destinato a portare, l’offerente poteva goderne. Pertanto, essendo il nostro sacrificio divino ed eterno, anche la nostra pace è divina ed eterna. Come è il sacrificio, così è la pace di cui è il fondamento. Un israelita non ha mai avuto una coscienza purificata per sempre, perché non ha avuto un sacrificio eternamente efficace. Poteva, in un certo senso, purificarsi la coscienza per un giorno, un mese o un anno, ma non poteva purificarla per sempre. “Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurare la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!” (Ebrei 9:11-14).

Abbiamo qui un’esposizione completa ed esplicita della dottrina: il sangue di capri e di tori procurava una redenzione temporanea, ma il sangue di Cristo porta la redenzione eterna. Il primo purificava esternamente, il secondo internamente. Il primo purificava la carne per un tempo, il secondo purifica la coscienza per sempre. L’intera questione non dipende dal carattere o dalla condizione di colui che offre, ma dal valore del sacrificio. Non si tratta di sapere se un cristiano sia migliore di un ebreo, ma se il sangue di Cristo sia migliore del sangue di un toro. Sicuramente è migliore, infinitamente migliore! Il Figlio di Dio comunica il pieno valore della Sua persona divina al sacrificio che ha offerto e se il sangue di un toro ha purificato la carne per un anno, “quanto più” il sangue del Figlio di Dio purificherà per sempre la coscienza? Se uno toglie qualche peccato, l’altro toglierà “tutto“.

Ora, come accadeva che l’anima di un israelita fosse in pace per un po’, dopo che aveva offerto la sua offerta per il peccato? Come sapeva che proprio il peccato per il quale aveva offerto il suo sacrificio era stato perdonato? Perché Dio aveva detto: “Sarà perdonato“. La pace della sua anima riguardo a questo particolare peccato riposava sulla testimonianza del Dio di Israele e sul sangue della vittima. Allo stesso modo ora, la pace del credente rispetto a tutti i peccati riposa sull’autorità della Parola di Dio e sul “sangue prezioso di Cristo“. Se un israelita avesse peccato e avesse trascurato di offrire la sua offerta per il peccato, sarebbe stato “tolto via dalla sua gente“; ma quando ha preso il suo posto come peccatore, quando ha messo la mano sulla testa di una vittima per il peccato, allora la vittima è stata “tolta via” al suo posto, ed è stato liberato, secondo il valore del sacrificio. La vittima è stata trattata come meritava colui che l’aveva offerta e quindi se quest’ultimo non avesse saputo che il suo peccato gli era stato perdonato, avrebbe fatto di Dio un bugiardo, e avrebbe trattato come inutile il sangue del sacrificio divinamente ordinato.

E se questo era vero per uno che poteva riposare solo sul sangue di un capro, “quanto più” si applica a chi può riposare sul prezioso sangue di Cristo? Il credente vede in Cristo Colui che fu giudicato per tutti i suoi peccati; Colui che, appeso alla croce, portò tutto il peso dei suoi peccati; Colui che, avendo portato tutti questi peccati, non poteva essere dove ora è, se l’intera questione del peccato non fosse stata risolta secondo le esigenze della giustizia infinita.

Cristo ha preso il posto del credente sulla croce. Il credente è così pienamente identificato con Lui. Tutti i peccati del credente sono stati allora completamente imputati a Lui, tanto che qualsiasi questione sulla colpevolezza del credente, ogni idea di giudizio o d’ira, a cui era esposto, è stata eternamente messo da parte [15]. È stato tutto regolato sul legno maledetto, tra la giustizia divina e la Vittima senza difetto. Ora, il credente è perfettamente identificato con Cristo sul trono, come Cristo è stato identificato con lui sulla croce. La giustizia non ha più alcun debito da pretendere dal credente, perché non ha alcun debito da pretendere contro Cristo. È così per sempre. Se un’accusa potesse essere valida contro il credente, questo metterebbe in discussione la realtà dell’identificazione di Cristo con il credente sulla croce e la perfezione dell’opera di Cristo a suo favore. Se, quando l’adoratore israelita tornava a casa dopo aver offerto la sua offerta per il peccato, qualcuno lo avesse accusato dello stesso peccato per il quale la sua vittima era stata uccisa, quale sarebbe stata la sua risposta? Semplicemente questa: “Il peccato è stato tolto via dal sangue della vittima, e l’Eterno ha pronunciato queste parole: “Egli sarà perdonato“. La vittima era morta al suo posto e lui viveva al posto della vittima.

Questa era la figura. Per quanto riguarda l’antitipo, quando l’occhio della fede si posa su Cristo come sacrificio per il peccato, vede in Lui Colui che, avendo preso una perfetta vita umana, ha lasciato quella vita sulla croce, perché il peccato, in quel momento, era stato imputato a Lui. Ma vede anche in Cristo Colui che, avendo in Sé la potenza della vita eterna e divina, è uscito dal sepolcro, e ora comunica la Sua vita di risurrezione, la Sua vita divina ed eterna a tutti coloro che credono nel Suo nome. Il peccato è stato tolto via, perché la vita a cui era legato è stata portata via. E ora, invece della vita a cui era attaccato il peccato, tutti i veri credenti hanno la vita alla quale è legata la giustizia. La questione del peccato non può mai più essere sollevata, relativamente alla vita risorta e vittoriosa di Cristo, ed è questa la vita che hanno i credenti. Non c’è altra vita. Al di fuori tutto è morte, perché tutto ciò che è fuori è sotto il potere del peccato. “Chi ha il Figlio ha la vita” (1 Giovanni 5:12) e chi ha la vita ha anche la giustizia. Le due cose sono inseparabili, perché Cristo è l’una e l’altra. Se il giudizio e la morte di Cristo erano una realtà, allora la vita e la giustizia del credente sono realtà. Se il peccato imputato era una realtà per Cristo, la giustizia imputata è una realtà per il credente. Uno è reale come l’altro, perché se non fosse così, Cristo sarebbe morto invano. Il vero e incrollabile fondamento della pace è questo: che le esigenze della natura di Dio, quanto al peccato, sono state perfettamente soddisfatte. La morte del Signore Gesù le ha soddisfatte tutte e per sempre. Cosa c’è per dimostrarlo, in modo da calmare una coscienza risvegliata? Il grande fatto della risurrezione. Un Cristo risorto proclama la completa liberazione del credente, la sua perfetta liberazione da ogni possibile accusa. “Il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Romani 4:25). Un cristiano che non sa che il suo peccato è stato tolto e tolto via per sempre, fa poco caso al sangue della sua offerta divina per il peccato. Nega o dimentica che c’è stata la presentazione perfetta del sangue: l’aspersione del sangue fatta sette volte davanti all’Eterno.

E ora, prima di lasciare questo punto fondamentale di cui ci siamo interessati, vorrei rivolgere un serio appello al cuore e alla coscienza del lettore. Ti chiedo, caro amico, ti sei riposato su questo santo e felice fondamento? Sai che la questione del tuo peccato e dei tuoi peccati è stata risolta per sempre? Hai posto la tua mano, per fede, sulla testa della vittima del peccato? Hai visto il sangue espiatorio di Gesù Cristo allontanare da te tutta la tua colpa e gettarla nelle acque profonde dell’oblio di Dio? La giustizia divina ha ancora qualcosa da esigere nei tuoi confronti? Sei liberato dagli indicibili tormenti di una coscienza colpevole? Ti prego, non concederti alcun riposo finché non sarai in grado di dare una risposta positiva a queste domande. Sii certo che il gioioso privilegio del più debole “figliolo” in Cristo sta nel rallegrarsi in una remissione piena ed eterna dei suoi peccati, in virtù di una perfetta espiazione e, di conseguenza, chiunque insegni qualcos’altro sminuisce il sacrificio di Cristo al livello di quelli di “tori e capri”. Se non possiamo sapere che i nostri peccati sono perdonati, allora dov’è la buona notizia del Vangelo? Il cristiano non ha alcun vantaggio sull’israelita riguardo all’offerta per il peccato? Quest’ultimo aveva il privilegio di sapere che per lui la propiziazione era stata fatta per un anno, dal sangue di un sacrificio annuale. Poteva esserne certo? Sì, senza dubbio. Bene! Se c’era una certezza per lui, allora deve esserci per noi una certezza eterna, poiché si basa su un sacrificio eterno.

Questo, e solo questo, è la base dell’adorazione. La perfetta certezza del peccato che è stato tolto produce non uno spirito di fiducia in se stessi, ma uno spirito di lode, ringraziamento e adorazione. Non produce uno spirito di soddisfazione personale, ma di soddisfazione in Cristo, che, Dio sia benedetto, è lo spirito che caratterizzerà i redenti per tutta l’eternità. Esso ci porta non a tenere in poco conto il peccato, ma a tenere in grande considerazione la grazia che lo ha perfettamente perdonato, ed il sangue che lo ha perfettamente cancellato. È impossibile che si possa contemplare la croce, che si possa vedere il posto che Cristo ha preso su di essa, meditare sulle sofferenze che ha sopportato, pensare a quelle tre terribili ore di tenebre e allo stesso tempo considerare il peccato come qualcosa di poca importanza. Quando tutte queste cose sono state comprese, per mezzo della potenza dello Spirito Santo, ne devono derivare due risultati, vale a dire l’orrore del peccato in tutte le sue forme e l’amore sincero per Cristo, per il Suo popolo e per la Sua causa.

Consideriamo ora cosa è stato fatto del “corpo” o del “resto” della vittima, in cui troviamo, come abbiamo già detto, la vera base dello stato del discepolo. “Tutto il resto del toro, lo porterà fuori dell’accampamento, in un luogo puro, dove si gettano le ceneri e lo brucerà con il fuoco, su della legna” (4.12). Questo atto dovrebbe essere considerato da due punti di vista: primo, come espressione del posto che il Signore Gesù ha preso per noi nel portare il peccato; secondo, come manifestazione del luogo in cui è stato scacciato da un mondo che Lo aveva rifiutato. È su quest’ultimo punto che vorrei richiamare ora l’attenzione del mio lettore.

La lezione che possiamo trarre dall’epistola agli Ebrei, cioè che Cristo “soffrì fuori dalla porta“, è profondamente pratica. ” Usciamo quindi fuori dall’accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio” (Ebrei 13:12-13). Se le sofferenze di Cristo ci hanno assicurato l’ingresso nel cielo, il luogo in cui ha sofferto esprime il nostro allontanamento dal mondo. La sua morte ci ha dato una città in cielo; il luogo in cui è morto ci priva di una città sulla terra [16]. “Soffrì fuori della porta”, e così mise da parte Gerusalemme come centro delle operazioni divine. Ora non esiste più un luogo consacrato sulla terra. Cristo ha preso il Suo posto come vittima al di fuori dei confini della religione di questo mondo, della sua politica e di tutto ciò che gli appartiene. Il mondo Lo ha odiato e rifiutato. Ecco perché dice: “Usciamo”. Questo riguarda tutto ciò che gli uomini innalzano quaggiù sotto forma di “campo“, in qualunque forma sia. Se gli uomini erigono “una città santa”, dovete cercare un Cristo rigettato “fuori dalla porta“. Se gli uomini formano un campo religioso con qualunque nome tu possa chiamarlo, devi “uscirne” per trovare un Cristo rifiutato. La cieca superstizione può cercare nelle rovine di Gerusalemme le reliquie di Cristo. Lo ha fatto e lo farà di nuovo. Ostenterà di aver scoperto e onorato la posizione della Sua croce e quella del Suo sepolcro. Anche la concupiscenza naturale, approfittando della superstizione per secoli, ha commerciato proficuamente, con l’astuto pretesto di onorare i cosiddetti luoghi santi dell’antichità. Ma un solo raggio di luce dalla divina lampada della Redenzione sarà sufficiente per mostrarvi che dobbiamo “uscire” da tutto, per trovare un Cristo rifiutato e godere della Sua comunione.

Tuttavia, il lettore dovrà ricordare che il grido imperativo: “Uscite” implica molto di più della semplice rimozione delle rozze assurdità della superstizione ignorante o dei trucchi di una intelligente avidità. Molti possono parlare con forza ed eloquenza di tutte queste cose, ma sono ben lungi dall’essere disposti a obbedire a questo comando. Quando gli uomini formano un “campo” e si radunano attorno a uno bandiera, avendo come stemma qualche vero e importante dogma o qualche eccellente istituzione, quando possono fare appello a un credo ortodosso, a un piano di dottrina avanzato e illuminato, a uno splendido rito capace di soddisfare le più ardenti aspirazioni della natura devota dell’uomo, quando una o più di queste cose coesistono, ci vuole una grande intelligenza spirituale per discernere la vera forza e la vera applicazione di questa parola: “Usciamo”, e molta energia e decisione spirituale per obbedire. Ma è necessario saper discernere e obbedire, poiché è perfettamente certo che l’atmosfera di un campo (qualunque sia il suo fondamento o la sua bandiera) è contraria alla comunione personale con un Cristo rifiutato. Nessun presunto vantaggio religioso potrà mai compensare la perdita di questa comunione. È la tendenza del nostro cuore a cadere in certe forme fredde e stereotipate. È sempre stato così nella chiesa professante. Queste forme potrebbero essere state davvero potenti all’inizio. Possono essere state il risultato positivo dell’azione dello Spirito di Dio, ma il pericolo è stereotipare la forma, quando lo spirito e la potenza se ne sono andati. Questo è, in linea di principio, stabilire un campo. Il sistema ebraico poteva vantare un’origine divina. Un israelita poteva mostrare con orgoglio il tempio, con il suo pomposo sistema di adorazione, il suo sacerdozio, i suoi sacrifici, tutti i suoi ornamenti e utensili, e dimostrare che tutto era stato ordinato dal Dio di Israele. Poteva, come si dice, citare il capitolo e il versetto, per tutto ciò che aveva a che fare con il sistema a cui era attaccato. Qual è il sistema dell’antichità, del Medioevo o dei tempi moderni, che può avanzare pretese così alte e potenti, o parlare al cuore con un’autorità così imponente? Eppure, l’ordine era: “Usciamo”.

Questo è un argomento molto serio che ci riguarda tutti, perché siamo tutti inclini a scivolare dalla comunione con un Cristo vivente a una routine morta. Da qui la forza pratica di queste parole: “Andiamo a Lui“. Non è: usciamo da un sistema per entrare in un altro, lasciamo alcune opinioni per abbracciarne altre, lasciamo una comunità ed uniamoci a un’altra. No, è: usciamo, da qualunque cosa si possa chiamare un “campo”, per andare a Colui che “ha sofferto fuori della porta“. Il Signore Gesù è fuori dalla porta ora come lo era quando soffrì duemila fa. Da chi è stato messo fuori dalla porta? Dal mondo religioso di allora; e il mondo religioso allora era, nello spirito e in linea di principio, il mondo religioso di oggi. Il mondo è sempre il mondo. “Non c’è niente di nuovo sotto il sole“. Cristo e il mondo non sono uno. Il mondo ha rivestito il mantello del cristianesimo, ma è solo così che il suo odio contro Cristo può svilupparsi in forme più pericolose. Non illudiamoci. Se dobbiamo camminare con un Cristo rifiutato, dobbiamo essere un popolo rifiutato. Se il nostro Maestro “ha sofferto fuori dalla porta”, non possiamo aspettarci di regnare dentro la porta. Se seguiamo le sue orme, dove ci condurranno? Certamente non nelle alte posizioni di questo mondo senza Dio e senza Cristo.

Lontano da ogni gioia terrena,

il sentiero che percorro mi conduce sempre presso la croce!

È un Cristo disprezzato, un Cristo rifiutato, un Cristo “fuori dal campo”. Perciò usciamo a Lui, cari lettori cristiani, portando il Suo obbrobrio. Non indulgiamo nel favore di questo mondo, visto che ha crocifisso e odia ancora con odio implacabile l’Amato, al quale dobbiamo tutto quaggiù e nell’eternità, e che ci ama di un amore che le grandi acque non hanno potuto estinguere. Non sosteniamo, né direttamente né indirettamente, quelle cose che si adornano del sacro nome di Cristo, ma che in realtà manifestano odio per la Sua Persona, le Sue vie, la Sua verità, il solo accenno alla Sua venuta. Restiamo fedeli a un Signore nel cielo. Viviamo per Colui che è morto per noi. Avendo le nostre coscienze in pace per mezzo del Suo sangue, possano gli affetti del nostro cuore stringersi intorno alla Sua Persona, in modo che la nostra separazione dal “presente secolo malvagio” non sia solo una questione di freddi principi, ma una separazione diligente anche se l’oggetto del nostro affetto non è presente. Che il Signore ci salvi dall’influenza di quell’egoismo consacrato e prudente così comune oggi, che non vuole essere senza religione, ma è comunque nemico della croce di Cristo. Ciò di cui abbiamo bisogno per resistere con successo a questa terribile forma di male non sono punti di vista particolari, principi speciali, teorie singolari o fredda ortodossia intellettuale. Ciò di cui abbiamo bisogno è una profonda dedizione alla Persona del Figlio di Dio; una completa e zelante consacrazione di noi stessi, corpo, anima e spirito, al Suo servizio; un ardente desiderio per la Sua gloriosa apparizione. Questi, cari lettori, sono i bisogni particolari dei tempi in cui viviamo. Quindi unitevi a noi nel rispondere, dal profondo del vostro cuore, al grido: “O Signore! Affretta la tua opera! Completa il numero dei tuoi eletti! Vieni, Signore Gesù!

Il sacrificio per la colpa – Capitolo 5:14-26

Questi versetti contengono le istruzioni per i sacrifici per la colpa, che erano divisi in due classi distinte, vale a dire colpe contro Dio e colpe contro l’uomo. “Quando qualcuno commetterà un’infedeltà e peccherà involontariamente riguardo a ciò che dev’essere consacrato al SIGNORE, porterà al SIGNORE, come sacrificio per la colpa, un montone senza difetto, preso dal gregge, in base alla tua valutazione in sicli d’argento secondo il siclo del santuario” (5:15). Qui, abbiamo il caso di un torto commesso in relazione alle cose sante che appartenevano all’Eterno e, sebbene commesso “involontariamente“, non poteva essere ignorato. Dio può perdonare qualsiasi tipo di offesa, ma non può permettere che si passi impunemente sopra a una sola virgola o una singola lettera della legge. La Sua grazia è perfetta e quindi può perdonare tutto. La sua santità è perfetta e quindi non può lasciar passare nulla. Non può tollerare l’iniquità, ma può cancellarla, e ciò secondo la perfezione della Sua grazia e secondo le perfette esigenze della Sua santità.

È un grave errore credere che un uomo, a condizione che segua le indicazioni della sua coscienza, sia sulla strada giusta e al sicuro. La pace che poggia su tali basi sarà eternamente distrutta, quando la luce del trono del giudizio risplenderà sulla coscienza. Dio non può abbassare i Suoi diritti a un tale livello. La bilancia del santuario è impostata su una scala di valori molto diversa da quella che anche la coscienza più sensibile può fornire. Abbiamo già avuto occasione di sottolineare questo pensiero parlando del sacrificio per il peccato, per questo non ci soffermeremo oltre. Due cose sono importanti: in primo luogo, una corretta percezione di cosa sia realmente la santità di Dio, e poi un’idea chiara delle basi per la pace del credente alla presenza divina.

Che siano la mia posizione o la mia condotta, la mia natura o le mie azioni, solo Dio può essere il giudice di ciò che si addice a Lui e di ciò che si adatta alla Sua santa presenza. L’ignoranza umana può presentare scuse quando si tratta di richieste divine? Dio non le vuole. È stato fatto un torto alle cose “consacrate al SIGNORE“, ma la coscienza dell’uomo non se ne è accorta. E allora? Non ce ne preoccuperemo più? Possiamo disporre con tanta leggerezza di ciò che appartiene a Dio? Decisamente no. Sarebbe sovvertire ogni relazione con Dio. I giusti sono chiamati a lodare la memoria della santità di Dio (Salmo 97:12). Come possono farlo? Perché la loro pace è stata assicurata sulla base dell’intera giustificazione e della perfetta inalterabilità di questa santità. Quindi, più le loro idee di questa santità sono elevate, più profonda e sicura potrà essere la loro pace. Questa è una verità preziosissima. L’uomo che non è nato di nuovo non potrà mai gioire della santità divina. Se non poteva ignorarla del tutto, il suo desiderio sarebbe stato di sminuirla il più possibile. Un tale uomo si consolerà con il pensiero che Dio è buono, che Dio è misericordioso, che Dio è paziente, ma non lo si vedrà mai gioire nel pensare che Dio è santo. Tutti i suoi pensieri sulla bontà di Dio, sulla Sua grazia e Sulla sua misericordia sono profani. Vorrebbe trovare nei vari attributi di Dio una scusa per continuare a vivere nel peccato.

Il credente, al contrario, è felicissimo al pensiero della santità di Dio. Ne vede la piena espressione nella croce del Signore Gesù Cristo. È questa santità che ha posto le fondamenta della sua pace, e non solo questo, ma ne è reso partecipe e ne gode, mentre odia il peccato di un odio perfetto. Gli istinti della natura divina detestano il peccato e aspirano alla santità. Sarebbe impossibile godere della vera pace e libertà di cuore, se non si sapesse che tutte le esigenze, connesse con le cose “consacrate al SIGNORE“, sono state perfettamente soddisfatte dal nostro sacrificio per la colpa. Sorgerebbe sempre nel cuore la dolorosa sensazione che queste richieste siano state ignorate e offese dalle nostre numerose infermità e mancanze. Il meglio dei nostri servizi, i nostri momenti più santi, gli esercizi più santificati, possono essere mescolati di colpevolezza nelle cose “consacrate al SIGNORE”, con le “cose che il SIGNORE ha vietato di fare”. Quante volte le nostre ore di culto pubblico e devozione speciale sono disturbate dall’aridità spirituale e dalla distrazione! Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno della certezza che le nostre trasgressioni siano state tutte divinamente cancellate dal prezioso sangue di Cristo. Troviamo così, nel Signore Gesù, Colui che è disceso fino alla piena misura dei nostri bisogni, peccatori per natura e colpevoli di fatto. Troviamo in Lui la risposta perfetta a tutti i bisogni di una coscienza sporca e a tutte le esigenze della santità infinita, relativamente a tutti i nostri peccati e a tutte le nostre offese affinché il credente possa stare, con la coscienza pulita e il cuore sollevato, nella piena luce di quella santità troppo pura per vedere l’iniquità o per guardare al peccato.

Risarcirà il danno fatto al santuario, aggiungendovi un quinto in più, e lo darà al sacerdote. Il sacerdote farà per lui l’espiazione con il montone offerto come sacrificio per la colpa e gli sarà perdonato” (5:16).

Oltre al “quinto”, di cui si parla qui, abbiamo un carattere del vero sacrificio per la colpa che temo sia poco apprezzato. Quando pensiamo a tutte le colpe e le offese che abbiamo commesso contro il Signore, e quando ricordiamo quanto Dio sia stato leso nei Suoi diritti da questo mondo malvagio, possiamo contemplare con maggiore interesse l’opera della croce nella quale Dio non solo ha recuperato ciò che era perduto ma ne ha anche tratto profitto. Ha guadagnato di più con la redenzione di quanto avesse perso con la caduta. Ha raccolto una messe di gloria, onore e lode nei campi della redenzione più ricca di quanto avrebbe mai potuto fare nei campi della creazione. “I figli di Dio” potevano intonare un inno di lode più magnifico intorno alla tomba vuota del Signore Gesù di quanto non lo avessero fatto quando contemplavano l’opera compiuta del Creatore. Non solo il peccato era perfettamente espiato, ma un beneficio eterno era stato ottenuto tramite l’opera della croce. È una verità meravigliosa. Dio guadagna qualcosa dall’opera del Calvario! Chi l’avrebbe mai immaginato? Quando contempliamo l’uomo e la creazione di cui era signore, giacente in rovina ai piedi del nemico, come possiamo concepire che in mezzo a queste rovine Dio avrebbe raccolto spoglie più ricche e nobili, di quelle che il nostro mondo avrebbe potuto dargli prima della caduta? Sia benedetto il nome del Signore Gesù per tutto questo! È a Lui che lo dobbiamo. È stato per mezzo della Sua preziosa croce che si è potuta enunciare una verità così sorprendente e così divina. Certamente questa croce contiene una saggezza misteriosa “che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Corinzi 2:8). Non sorprende quindi che gli affetti dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri e dei santi siano sempre stati attaccati a questa croce e a Colui che vi fu appeso. Non sorprende che lo Spirito Santo abbia pronunciato questo giudizio solenne, ma giusto: “Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema. Marana tha” (1 Corinzi 16:22). Il cielo e la terra riecheggeranno con un amen grande ed eterno a questo anatema. Non sorprende che Dio abbia irrevocabilmente ordinato che “nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre” (Filippesi 2:10-11).

La stessa legge in relazione al “quinto” si applica nel caso di una infedeltà commessa contro un uomo, poiché si legge: “Quando uno peccherà e commetterà un’infedeltà verso il SIGNORE [17] negando al suo prossimo un deposito da lui ricevuto, o un pegno messo nelle sue mani, o una cosa che ha rubato o estorto con frode al prossimo, o una cosa smarrita che ha trovata, e mentendo a questo proposito e giurando il falso circa una delle cose nelle quali l’uomo può peccare, quando avrà così peccato e si sarà reso colpevole, restituirà la cosa rubata o estorta con frode, o il deposito che gli era stato affidato, o l’oggetto smarrito che ha trovato, o qualunque cosa circa la quale abbia giurato il falso. Farà la restituzione per intero e vi aggiungerà un quinto in più, consegnando ciò al proprietario il giorno stesso in cui offrirà il suo sacrificio per la colpa” (5:20-24).

L’uomo, come Dio, beneficia positivamente della croce. Contemplando questa croce, il credente può dire: “Malgrado tutti i torti che mi sono stati fatti, tutte le colpe che sono state commesse contro di me, benché sia stato ingannato e mi sia stato fatto del male, dalla croce ne traggo un guadagno. Non ho solo recuperato tutto ciò che avevo perduto, ma molto di più”.

Quindi, sia che pensiamo alla persona offesa o all’offensore, in ogni caso siamo ugualmente colpiti dai gloriosi trionfi della redenzione e dai grandi risultati pratici che derivano da questo evangelo che riempie l’anima con la felice certezza che tutte le trasgressioni sono perdonate e che la radice da cui queste trasgressioni è stata giudicata “il vangelo della gloria del beato Dio” (1 Timoteo 1:11), è il solo che può far ritornare un uomo in mezzo a un mondo che ha assistito ai suoi peccati, alle sue trasgressioni e ingiustizie; il solo che può rimandarlo a tutti coloro che hanno sofferto da parte sua in molte maniere; che può rimandarlo indietro armato di grazia, non solo per riparare i suoi torti, ma anche per far sgorgare il flusso della generosità pratica in tutte le sue azioni, per amare i suoi nemici, per fare del bene a coloro che lo odiano e pregare per coloro che lo danneggiano e lo perseguitano. Questa è la preziosa grazia di Dio, che opera di concerto con il nostro grande Sacrificio per la colpa. Sono questi i frutti ricchi, rari e dissetanti!

Quale risposta trionfante per il sofista che avrebbe detto: “Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi?” (Romani 6:1).

La grazia non solo taglia il peccato alle radici, ma trasforma il peccatore; da maledizione quale lui era, lo trasforma in benedizione; di una peste morale ne fa un canale di misericordia divina; di un emissario di Satana, un messaggero di Dio; di un figlio delle tenebre, un figlio della luce; di un egoista alla ricerca di piaceri, un uomo che rinuncia a se stesso e che ama Dio; di uno schiavo delle sue concupiscenze carnali, uno zelante servitore di Cristo; di un avaro dal cuore freddo, un benefico ministro dei bisogni dei suoi simili. Quindi lungi da noi le frasi banali e trite come: “Non abbiamo niente da fare? È un modo molto comodo e molto semplice per essere salvato. Secondo questo vangelo, possiamo vivere come vogliamo”.

Che tutti coloro che usano questo linguaggio considerino il ladro trasformato in un generoso donatore e tacciano per sempre (cfr. Efesini 4:28). Certe persone non sanno cosa significhi grazia. Non ne hanno mai sentito le alte e santificanti influenze. Dimenticano che, cosi come il sangue della vittima per il peccato purifica la coscienza, la legge di questo sacrificio rimanda il colpevole a colui al quale ha fatto il torto, con “l’intero” e “un quinto in più“. Generosa testimonianza della grazia e della giustizia dell’Iddio d’Israele! Bellissimo emblema dei risultati di questo meraviglioso piano di redenzione, per mezzo del quale il colpevole è perdonato e l’offeso diventa il vincente. Se la coscienza è stata messa in pace dal sangue della croce, relativamente ai diritti di Dio, è necessario che anche la sua condotta sia regolata dalla santità della croce, relativamente ai diritti della giustizia pratica. Queste cose non devono mai essere separate. Dio le ha unite l’uomo non le separi. Mai un cuore, governato da una morale puramente evangelica, avrà l’idea di sciogliere questa santa unione. Ahimè! è facile professare i principi della grazia e negarne completamente la pratica e la forza. È facile dire che ci si affida al sangue del sacrificio per la colpa, ma poi trattenere sia “l’intero” che “il quinto in più“. È una cosa inutile, più che inutile. “Chiunque non pratica la giustizia non è da Dio” (1 Giovanni 3:10).

Niente disonora di più la pura grazia di dell’Evangelo del supporre che un uomo possa appartenere a Dio mentre la sua condotta ed il suo carattere non portano traccia di santità pratica. “Tuttavia il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: «Il Signore conosce quelli che sono suoi», e «Si ritragga dall’iniquità chiunque pronuncia il nome del Signore»” (2 Timoteo 2:19). Non abbiamo il diritto di presumere che un malvagio appartenga a Dio. i santi istinti della natura divina si ribellano ad una tale supposizione. Spesso e difficile spiegare certe opere malvagie da parte di coloro che non possono fare a meno di vedersi come cristiani, ma è la Parola di Dio che decide la questione in modo chiaro e perentorio così da non lasciare dubbi: “In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chiunque non pratica la giustizia non è da Dio; come pure chi non ama suo fratello” (1 Giovanni 3:10). È bene di ricordarsi di questo in questo tempo di rilassamento e indulgenza personale. C’è una vasta professione facile e poco influente contro la quale il vero credente è chiamato a resistere con fermezza, ed a testimoniare severamente con una testimonianza che risulti dalla manifestazione costante dei “frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Filippesi 1:11). È deplorevole vedere così tanti seguire il sentiero più frequentato, la strada larga e ben praticabile della professione religiosa, senza che nessuno mostri la minima traccia di amore e di santità nella condotta. Lettore cristiano, rimaniamo fedeli. Rimproveriamo, attraverso una vita di rinuncia e di sincera devozione, l’egoismo e la colpevole inattività di una professione evangelica ma mondana. Voglia Dio dare al Suo vero popolo una grazia abbondante per queste cose.

Ora, confrontiamo i due casi del sacrificio per la colpa, vale a dire l’offerta per la trasgressione nelle “cose consacrate al SIGNORE” e quella che si riferisce ad un’offesa commessa nelle transazioni o nelle relazioni ordinarie della vita umana. Mettendole a confronto, troveremo uno o due punti che richiedono la nostra attenzione.

Innanzitutto, l’espressione: “peccherà involontariamente”, che si trova nel primo è omessa nel secondo e la ragione è evidente. I diritti che sono in connessione con le cose sante dell’Eterno, sono infinitamente al di sopra della più grande sensibilità umana. Questi diritti possono essere costantemente trascurati, costantemente violati senza che l’autore del reato se ne renda conto. La convinzione dell’uomo non può mai essere quella che detta le regole nel santuario di Dio. È una grazia inesprimibile. Solo la santità di Dio deve determinare la misura quando si tratti dei diritti di Dio.

D’altro lato, la coscienza umana può facilmente abbracciare, nel suo insieme, un’esigenza umana e può riconoscere prontamente qualsiasi cosa relativa a tale esigenza. Quante volte abbiamo offeso Dio nel Sue cose sante, senza averne preso nota nella nostra coscienza, senza nemmeno avere avuto la capacità di notarla (vedi: Malachia 3:8)? Tuttavia, non è la stessa cosa quando si tratta dei diritti dell’uomo. La coscienza umana può prendere consapevolezza del torto che l’occhio umano può vedere e che il cuore umano può sentire. Un uomo poteva, per ignoranza delle leggi che regolavano anticamente il santuario, recare un’offesa contro queste leggi senza rendersene conto fino a quando una maggior luce non avesse illuminato la sua coscienza, ma un uomo non poteva “involontariamente” dire una menzogna, giurare il falso, commettere un atto di violenza, ingannare il suo prossimo o trovare una cosa perduta e negarlo. Tutti questi atti erano evidenti e tangibili, alla portata della soglia minima della sensibilità. Ecco perché l’espressione: “involontariamente”, è introdotta in relazione alle “cose sante al SIGNORE” ed omessa per le questioni umane. Che benedizione sapere che il prezioso sangue di Cristo ha risolto tutte le questioni, sia verso Dio che verso gli uomini, i nostri peccati per ignoranza e quelli conosciuti! Ecco il fondamento profondo ed incrollabile della pace del credente: la croce ha divinamente risposto a tutto.

Inoltre, quando si trattava di offesa “nelle cose sante al SIGNORE”, era menzionata per prima l’offerta senza difetto poi il risarcimento e il quinto in più; ma quest’ordine era invertito quando si trattava degli affari ordinari della vita (cfr. 5:15-16 con 5:24-25) ed il motivo è ovvio. Quando i diritti divini erano violati il sangue dell’espiazione doveva essere la preoccupazione principale, invece, quando erano i diritti umani ad essere violati la restituzione era la prima cosa che veniva in mente, ma poiché la relazione dell’anima con Dio era coinvolta anche in questo caso, così come nel primo, il sacrificio viene introdotto anche lì, benché all’ultimo posto. Se faccio torto al mio prossimo, questo torto interromperà la mia comunione con Dio e questa comunione non può essere ristabilita se non in virtù del sangue. La sola restituzione del danno non sarebbe sufficiente. Potrebbe soddisfare l’offesa ma non potrebbe essere la base di una comunione ristabilita con Dio. Io posso rendere “l’intero” e “un quinto” mille volte, e tuttavia non essere liberato dal mio peccato perché “senza spargimento di sangue, non c’è perdono” (Ebrei 9:22); però, se si tratta di un torto fatto al mio prossimo la restituzione deve precedere: “Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta” (Matteo 5:23-24) [18].

L’ordine divino prescritto nel sacrificio per la colpa è molto più importante di quanto non sembri a prima vista. I doveri che risultano dai nostri rapporti con gli uomini non devono essere trascurati, ma devono sempre avere il posto adeguato nel cuore e questo è quello che c’insegna chiaramente il sacrificio per la colpa. Quando un israelita aveva turbato con un atto colpevole la sua relazione con l’Eterno, l’ordine di condotta era: il sacrificio e poi la restituzione; invece, quando aveva turbato il suo rapporto col prossimo, l’ordine di condotta era: restituzione e poi sacrificio. Chi osa dire che questa distinzione sia irrilevante? Il capovolgimento dell’ordine di queste cose non ci offre una lezione che, essendo divina, deve essere importante? Senza nessun dubbio. Tutti i dettagli hanno il loro significato purché lasciamo che lo Spirito Santo li spieghi ai nostri cuori, e non cerchiamo di coglierne il significato con la nostra povera immaginazione. Ogni offerta presenta un aspetto speciale e caratteristico del Signore Gesù e della Sua opera, e ciascuno di questi aspetti è presentato nell’ordine caratteristico che gli è proprio. Possiamo tranquillamente dire che è sia un dovere che una gioia, per un cuore spirituale, comprenderli. Colui che non tenesse conto dell’ordine particolare di ciascuna offerta, metterebbe da parte anche l’idea di un aspetto particolare di Cristo in ogni singola offerta. Negherebbe che ci sia una differenza tra l’olocausto, l’offerta per il peccato e l’offerta per la colpa o tra uno di questi e l’offerta di riconoscenza. Così ne conseguirebbe che i primi sette capitoli del Levitico non sono che un inutile eccesso di dettagli. Ognuno di questi capitoli ripeterebbe successivamente lo stesso argomento. Chi potrebbe ammettere qualcosa di così orribile? Quale mente cristiana non soffrirebbe se si facesse un simile insulto alle pagine sacre? Solo un razionalista o un neologista potrebbe portare avanti un’idea così frivola e detestabile, ma coloro che hanno imparato da Dio a credere che “ogni Scrittura è ispirata da Dio”, saranno portati a esaminare queste diverse figure nella loro disposizione specifica come tanti scrigni di varia forma nei quali lo Spirito Santo custodisce con cura, per il popolo di Dio “le insondabili ricchezze di Cristo”. Non ci sono ripetizioni noiose né superflue. È tutta una ricca varietà divina e celeste. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è conoscere l’Antitipo per capirne la bellezza e cogliere le delicate sfumature di ogni tipo. Dal momento in cui il cuore comprende che è Cristo che abbiamo in ogni tipo, può soffermarsi, con interesse spirituale sui molteplici dettagli e vedere in tutti un senso e una bellezza. In ognuna trova Cristo. Come nel regno della natura, il telescopio e il microscopio presentano all’occhio umano le loro meraviglie speciali, è lo stesso della Parola di Dio. Che la consideriamo nel suo insieme o che ne esaminiamo una singola parte troviamo sempre qualcosa che produce lode e ringraziamento nei nostri cuori.

Lettori cristiani, possa il Nome del Signore Gesù diventare sempre più prezioso al nostro cuore! Allora apprezzeremo tutto quello che parla di Lui, tutto quello che Lo rappresenta, tutto quello che getta una nuova luce sulla Sua eccellenza e la Sua incomparabile bellezza.

Leggi relative ai sacrifici – Capitoli 6 e 7

I capitoli 6 e 7 contengono le leggi delle varie offerte di cui abbiamo già parlato, ma la legge del sacrificio per il peccato e per la colpa presentano tuttavia alcuni punti che meritano la nostra attenzione prima di lasciare questa importante sezione del nostro libro.

La santità di Cristo non è presentata in nessuna offerta in modo così evidente come nel sacrificio per il peccato. “Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di’ loro: “Questa è la legge del sacrificio espiatorio. Nel luogo dove si sgozza l’olocausto, sarà sgozzata, davanti al SIGNORE, la vittima espiatoria. È cosa santissima. … Ogni cosa che toccherà la carne sarà santificata … Soltanto i maschi delle famiglie dei sacerdoti ne potranno mangiare; è cosa santissima” (6:18-23). Allo stesso modo parlando dell’oblazione di fior di farina leggiamo: “È cosa santissima, come il sacrificio espiatorio e come il sacrificio per la colpa” (6:10). È davvero notevole! Lo Spirito Santo non aveva bisogno, nell’olocausto, di mettere una tale gelosia per salvaguardare la santità di Cristo ma, per paura che l’anima perdesse di vista quella santità, contemplando il posto che il Signore ha preso nel sacrificio per il peccato le parole: “È cosa santissima”, sono ripetute più volte per ricordarcelo. È veramente edificante e di conforto vedere la santità divina e sostanziale della Persona di Cristo che risplende in mezzo alle profonde ed orribili ore di tenebre del Calvario. La stessa idea si vede nel “sacrificio per la colpa” (7:1-6). Il Signore Gesù non fu mai presentato come “il santo di Dio” in maniera così evidente come quando “fu fatto peccato” sul legno della croce. L’odiosità e l’oscurità con cui si identificava sulla croce non servivano che a rendere più evidente che Egli era “Santissimo”. Pur sopportando il peccato, era senza peccato. Pur sostenendo l’ira di Dio era la gioia del Padre. Sebbene privo della luce di Dio, abitava nel seno del Padre. Prezioso mistero! Chi ne sonderà le immense profondità? E che meraviglia trovarLo così accuratamente presentato nella legge del “sacrificio espiatorio”.

Inoltre, i miei lettori, dovrebbero cercare di capire il significato dell’espressione: “Soltanto i maschi delle famiglie dei sacerdoti”. L’atto cerimoniale del mangiare la vittima del sacrificio per il peccato o per la colpa, era l’espressione della piena identificazione. Ma per mangiare la vittima del sacrificio per il peccato, per fare dei peccati di un altro i suoi, era richiesto un alto grado di energia sacerdotale come è espresso nelle parole: “Soltanto i maschi delle famiglie dei sacerdoti”. “Il SIGNORE disse ancora ad Aaronne: “Ecco, di tutte le cose consacrate dai figli d’Israele io ti do quelle cose che mi sono offerte per elevazione: io le do a te e ai tuoi figli come diritto di unzione, per legge perenne. Questo ti apparterrà fra le cose santissime non consumate dal fuoco: tutte le loro offerte, vale a dire ogni oblazione, ogni loro sacrificio per il peccato e ogni loro sacrificio per la colpa che mi presenteranno; sono tutte cose santissime che apparterranno a te e ai tuoi figli. Le mangerai in luogo santissimo: ne mangerà ogni maschio; per te saranno cose sante. Anche questo ti apparterrà: i doni che i figli d’Israele presenteranno per elevazione e tutte le loro offerte agitate; io le do a te, ai tuoi figli e alle tue figlie con te, per legge perenne. Chiunque sarà puro in casa tua ne potrà mangiare” (Numeri 18:8-11).

Occorreva una misura più abbondante di energia sacerdotale per mangiare la vittima del sacrificio per il peccato e per la colpa che per avere parte alle offerte presentate “per elevazione” e “agitate” come dono. Le “figlie” di Aaronne potevano mangiare di queste ultime, ma solo i figli potevano mangiare le altre. In generale la parola “maschio” esprime qualcosa relativo all’idea divina, mentre la parola “femmina” ha a che fare con lo sviluppo umano. La prima presenta la cosa in tutta la sua forza, la seconda nella sua imperfezione. Quanto sono pochi tra noi quelli con sufficiente energia sacerdotale che li rende capaci di appropriarsi dei peccati e delle colpe di un altro! Il Signore lo ha fatto perfettamente. Si è appropriato dei peccati del Suo popolo e ne ha sopportato la pena sulla croce. Lui si è così totalmente identificato con noi, con così piena e gioiosa certezza, che la questione del peccato e della colpa è stata divinamente risolta. Se l’identificazione di Cristo è stata perfetta, allora anche il risultato sia stato perfetto e che sia stato perfetto lo proclama la scena del Calvario. Tutto è compiuto. Il peccato, le colpe, le esigenze di Dio, le esigenze dell’uomo, tutto è stato eternamente regolato; ora una pace perfetta è la parte di tutti coloro che, per grazia, ricevono come vera la testimonianza di Dio. È la cosa più semplice che Dio potesse fare e l’anima che crede è resa felice. La pace e la felicità del credente dipendono interamente dalla perfezione del sacrificio di Cristo. Qui non è questione di come si riceve, di cosa si pensa o di quello che si sente al riguardo, si tratta semplicemente di ricevere, mediante la fede, la testimonianza di Dio resa al valore del sacrificio. Sia benedetto i Signore per il Suo cammino di pace, così semplice e così perfetto. Possano molte anime turbate capire questo per mezzo dello Spirito Santo!

Concludiamo qui le nostre meditazioni su una delle più ricche porzioni della Parola. Siamo riusciti a raccogliere solo poche spighe, siamo appena penetrati sotto la superficie di una miniera inesauribile. Tuttavia, se il lettore è stato portato per la prima volta a considerare i sacrifici come tante diverse rappresentazioni del grande Sacrificio e se si è gettato ai piedi del grande Dottore per conoscere meglio queste profondità vivificanti, allora sarà stato raggiunto l’obiettivo per il quale dobbiamo essere vivamente riconoscenti.

Il sacerdozio levitico – Capitoli 8 e 9

Dopo aver considerato la dottrina dei sacrifici, così come è sviluppata nei primi sette capitoli di questo libro, arriviamo ora al sacerdozio. Questi due soggetti sono intimamente legati. Il peccatore ha bisogno di un sacrificio, il credente ha bisogno di un sacerdote. Noi abbiamo l’uno e l’altro in Cristo che, dopo aver offerto Se stesso a Dio, senza macchia, è entrato nelle funzioni del Suo ministero sacerdotale nel santuario celeste. Noi non abbiamo bisogno di nessun altro sacrificio né di nessun altro sacerdote. Il Signore Gesù è divinamente sufficiente. Egli comunica la dignità ed il valore della Sua Persona a tutti gli uffici che adempie, a tutte le opere che compie. Quando Lo vediamo come sacrificio, sappiamo di avere in Lui tutto quello che un sacrificio poteva essere, e quando Lo vediamo come sacerdote sappiamo che tutte le funzioni del sacerdozio sono perfettamente compiute da Lui. Come sacrificio, Egli introduce i credenti in una relazione intima con Dio e, come sacerdote, ve li mantiene, secondo la perfezione di quello che Egli è. Il sacerdozio è per coloro che hanno già certi rapporti con Dio. In quanto peccatori, per natura e di fatto, noi siamo “stati avvicinati mediante il sangue di Cristo” (Efesini 2:13), siamo messi in relazione positiva con Lui. Siamo davanti a Lui come i frutti della Sua opera. Egli ha tolto i nostri peccati in una maniera degna di Lui, affinché noi potessimo essere davanti a Lui, a lode del Suo nome come un monumento di quello che Egli può compiere per la potenza della Sua morte e risurrezione.

Nonostante il fatto che siamo così completamente liberati da tutto quello che poteva essere contro di noi, benché perfettamente accetti nel Diletto, benché così perfetti in Cristo, benché così sovranamente elevati, siamo, per tutto il tempo che viviamo quaggiù, delle povere e deboli creature sempre pronte a smarrirci, a cadere, esposte alle diverse tentazioni, insidie ed imboscate. Come tali, abbiamo bisogno del ministero incessante del nostro “grande sommo Sacerdote” (Ebrei 4:14) la cui presenza, nel santuario celeste, ci mantiene in tutta l’integrità della posizione e della relazione in cui siamo per grazia “dal momento che vive sempre per intercedere” per noi (Ebrei 7:25). Noi non potremmo stare in piedi un solo istante quaggiù, se non fosse, lassù, vivente per noi. “Perché io vivo e voi vivrete” (Giovanni 14:19). “Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Romani 5:10). La “morte” e la “vita” sono inseparabilmente legate nella dispensazione della grazia ma sottolineiamo che questa vita viene dopo la morte. È la vita di Cristo risuscitato dai morti e non la Sua vita quaggiù, a cui Paolo fa allusione nel versetto che abbiamo citato. Questa distinzione è degna dell’attenzione del nostro lettore. La vita del Signore Gesù sulla terra è stata infinitamente preziosa, inutile dirlo, ma Cristo non entra nella sfera delle Sue funzioni sacerdotali prima di aver compiuto l’opera della redenzione. Non poteva essere altrimenti perché “è noto infatti che il nostro Signore è nato dalla tribù di Giuda, per la quale Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio” (Ebrei 7:14). “Infatti, ogni sommo sacerdote è costituito per offrire doni e sacrifici; è perciò necessario che anche questo sommo sacerdote abbia qualcosa da offrire. Ora, se fosse sulla terra, egli non sarebbe neppure sacerdote, poiché vi sono coloro che offrono i doni secondo la legge” (Ebrei 8:3-4). “Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna … Infatti Cristo non è entrato in un luogo santissimo fatto da mano d’uomo, figura del vero; ma nel cielo stesso, per comparire ora alla presenza di Dio per noi” (Ebrei 9:11-12, 24).

È nel cielo e non sulla terra la sfera del ministero sacerdotale di Cristo, che vi è entrato quando si è offerto Lui stesso a Dio, senza macchia. Non entrerà mai nel tempio terrestre come sacerdote. Il Signore è salito spesso al tempio [19] per insegnare ma mai per sacrificare o offrire profumi. Nessuno fu mai stabilito da Dio per esercitare l’incarico del sacerdozio sulla terra, se non Aaronne ed i suoi figli. “Ora, se fosse sulla terra, egli non sarebbe neppure sacerdote”. Questo è un punto di grande interesse e di grande valore in connessione con la dottrina del sacerdozio. Il cielo è la sfera e la redenzione è la base del sacerdozio di Cristo; salvo nel senso che tutti i credenti sono dei sacerdoti (1 Pietro 2:5) non ci sono altri sacerdoti o ministri sulla terra. A meno che un uomo non possa provare che discende da Aaronne, a meno che non possa far risalire la sua genealogia fino a questa antica origine, non ha alcun diritto di esercitare l’ufficio sacerdotale. La stessa successione apostolica, anche se si potesse provare, qui non avrebbe assolutamente alcun valore, poiché gli stessi apostoli non erano sacerdoti, se non nel senso appena ricordato. Il membro più debole della famiglia della fede è un sacerdote tanto quanto lo è l’apostolo Pietro stesso. È un sacerdote spirituale, adora in un tempio spirituale, sta davanti ad un altare spirituale, offre un sacrificio spirituale, è rivestito di vesti spirituali. “Anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2:5). “Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome. Non dimenticate poi di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace” (Ebrei 13:15-16).

Se un discendente diretto della famiglia di Aaronne si convertisse a Cristo, egli entrerebbe in un genere interamente nuovo del servizio sacerdotale. Sottolineiamolo bene: i versetti che abbiamo citato presentano le due classi di sacrifici spirituali che il sacerdote spirituale ha il privilegio di offrire. C’è il sacrificio di lode a Dio e la beneficenza davanti agli uomini. Un doppio flusso esce continuamente dal credente che realizza il suo carattere ed il suo ufficio di sacerdote: un flusso di lodi riconoscenti che salgono verso il trono di Dio ed un altro, di attività benefiche, che scendono verso i miserabili ed i poveri. Il sacerdote spirituale tiene una mano alzata verso Dio presentando il profumo della lode e della gratitudine e l’altra aperta per alleviare, con sincera carità, tutte le miserie umane. Se queste cose fossero meglio comprese, quale santa elevazione e quale grazia morale non darebbero al carattere cristiano? Elevazione, perché il cuore sarebbe sempre diretto verso la sorgente divina di tutto quello che può elevare; grazia morale, perché il cuore sarebbe sempre aperto a tutto quello che reclama la sua simpatia. Queste due cose sono inseparabili. Il contatto immediato del cuore con Dio deve necessariamente elevarsi ed elargire. Ma se, al contrario, si cammina distanti da Dio, il cuore si chiuderà e languirà. Una comunione intima con Dio e la realizzazione abituale della nostra dignità di sacerdoti sono il solo rimedio efficace contro le tendenze avvilenti ed egoistiche della nostra vecchia natura.

Dopo queste riflessioni generali sul sacerdozio, esaminato sotto questi due aspetti, principale e secondario, veniamo all’esame del contenuto dei capitoli 8 e 9 del libro del Levitico.

“Il SIGNORE parlò ancora a Mosè, e disse: Prendi Aaronne e i suoi figli con lui, i paramenti, l’olio dell’unzione, il toro del sacrificio espiatorio, i due montoni e il paniere dei pani azzimi; e convoca tutta la comunità all’ingresso della tenda di convegno” Mosè fece come il SIGNORE gli aveva ordinato e la comunità fu convocata all’ingresso della tenda di convegno” (8:1-4).

Scopriamo qui una grazia speciale. Tutta l’assemblea è convocata all’entrata della tenda di convegno affinché tutti potessero avere il privilegio di vedere colui al quale sta per essere affidata la responsabilità dei loro interessi più importanti. I capitoli 28 e 29 dell’Esodo ci insegnano la stessa verità generale a riguardo delle vesti sacerdotali, ma nel Levitico è introdotta l’assemblea e le è permesso di seguire coi propri occhi ogni dettaglio del solenne ed imponente servizio di consacrazione. Il membro più umile dell’assemblea aveva, qui, il suo posto. Ciascuno, l’ultimo come il primo, poteva contemplare la persona del sommo sacerdote, il sacrificio che offriva e le vesti che indossava. Ciascuno aveva il suo bisogno particolare e il Dio di Israele voleva che tutti vedessero e sapessero che era ampiamente provvisto di tutto per mezzo dei vari attributi del sommo sacerdote che era davanti lui. Le vesti sacerdotali erano, in figura, l’espressione di questi attributi. Ogni parte della veste era destinata ed adeguata a rappresentare qualche qualifica speciale adatta ad interessare profondamente l’assemblea intera e ciascun membro in particolare. “Un pettorale, un efod, un manto, una tunica lavorata a maglia, un turbante e una cintura …  l’Urim e il Tummim …  una piastra d’oro puro” (Esodo 28:4, 30, 36) tutto dichiarava le diverse virtù, qualifiche ed affezioni di colui che doveva rappresentare l’assemblea e sostenerne gli interessi alla presenza di Dio. È così che con l’occhio della fede, il credente può contemplare il suo grande sommo Sacerdote nel cielo. E vedere in Lui le realtà divine di cui tutte le vesti di Aaronne erano delle ombre. Il Signore Gesù Cristo è il Santo, l’Unto, Colui che porta le sante vesti. E tutto ciò non in virtù di vesti esteriori che si possono mettere o togliere, ma in virtù delle bellezze eterne e divine della Sua Persona, dell’immutabile efficacia della Sua opera, e dell’azione perpetua dei suoi sacri uffici. È questo quello che rende così particolarmente prezioso lo studio dei tipi della dispensazione mosaica. L’occhio, rischiarato dallo Spirito Santo, vede Cristo. Il sangue del sacrificio e le vesti del sommo sacerdote lo mostrano entrambi e sono state destinate da Dio a raffigurarLo. Se sorge una questione di coscienza, il sangue del sacrificio vi risponde secondo le giuste esigenze del santuario. La grazia ha soddisfatto le richieste della santità, mentre se il bisogno è in rapporto con la posizione del credente quaggiù, vede tutto soddisfatto nelle vesti ufficiali del sommo sacerdote.

Qui, direi che ci sono due modi di contemplare la posizione del credente, due aspetti sotto i quali questa posizione è presentata nella Parola e bisogna tenerne conto per poter cogliere con intelligenza la vera lezione del sacerdozio. Il credente è rappresentato come facente parte di un corpo del quale Cristo è la Testa. Questo corpo, con Cristo come Testa, è presentato come un solo uomo, completo sotto tutti gli aspetti. È stato vivificato con Cristo, risuscitato con Cristo e seduto in Cristo nel cielo. È uno con Lui, completo in Lui, accetto in Lui: possiede la Sua vita, è nel Suo favore davanti a Dio, tutti i peccati sono cancellati. Non c’è nessuna macchia. Tutto è bello ed amabile agli occhi di Dio (cfr. 1 Corinzi 12:12-13 – Efesini 2:5-10 – Colossesi 2:6-15 – 1Giovanni 4:17).

Poi, il credente è considerato nella sua posizione di bisogno, di debolezza, di dipendenza quaggiù in questo mondo. È sempre esposto alle tentazioni, portato ad allontanarsi, soggetto a fermarsi ed a cadere. Ha così costante bisogno della perfetta simpatia e del potente ministero del Sommo Sacerdote, che si tiene sempre alla presenza di Dio nel pieno valore della Sua Persona e della Sua opera, rappresenta il credente e difende la sua causa davanti al trono.

È necessario considerare attentamente questi due aspetti del credente, per vedere non solo quale posto elevato e privilegiato occupa con Cristo lassù, ma anche quali rimedi ci siano per soddisfare tutte le sue necessità e infermità di quaggiù. Questa distinzione potrebbe ancora essere formulata in questo modo: il credente è rappresentato come appartenente alla Chiesa e nel regno. Nel primo caso, il cielo è la sua dimora, la sua porzione, la sede dei suoi affetti. Nel secondo è sulla terra un luogo di prova, responsabilità e lotta. Ecco perché il sacerdozio è una risorsa divina per coloro che, pur essendo della Chiesa e appartenenti al cielo, sono tuttavia nel regno e camminano sulla terra. Questa distinzione è molto semplice e, se compresa correttamente, spiega molti passaggi della Scrittura che presentano grandi difficoltà per molti [20].

Studiando i capitoli che sono sotto i nostri occhi, notiamo tre cose che sono messe in evidenza: conoscere l’autorità della Parola, il valore del sangue, la potenza dello Spirito. Questi sono dei soggetti importanti, di importanza inesprimibile, soggetti che devono essere considerati da tutti i credenti, come incontestabilmente e sostanzialmente vitali.

Per prima cosa, quanto all’autorità della Parola, è molto interessante vedere che nella consacrazione dei sacerdoti, come in tutta la serie di sacrifici, siamo messi immediatamente sotto l’autorità della Parola di Dio. “Mosè disse alla comunità: “Questo è quello che il SIGNORE ha ordinato di fare” (8:5). “Mosè disse: “Questo è quello che il SIGNORE vi ha ordinato; fatelo e la gloria del SIGNORE vi apparirà” (9:6). Prestiamo attentamente l’orecchio a queste parole, pensiamoci con cura ed in preghiera. Sono parole di un valore inestimabile: “Questo è quello che il SIGNORE ha ordinato di fare”. Non ci viene detto: “Questo è quello che è opportuno e che conviene fare” né: “Questo è quello che è stato ordinato dalla voce dei vostri padri, o per decreto degli anziani o per l’opinione di dottori”. Mosè non conosce nessuna di queste sorgenti dell’autorità. Per lui, l’autorità non ha che una sorgente, santa, elevata, sovrana: è la Parola dell’Eterno e voleva che ogni membro dell’assemblea fosse messo in contatto diretto con questa sorgente benedetta. Questo dava sicurezza al cuore e stabilità a tutti i pensieri. Non c’era più spazio per la tradizione dalla voce incerta né per l’uomo con i suoi dubbi e le sue discussioni. Tutto era chiaro, conclusivo, perentorio. L’Eterno aveva parlato e tutto quello che c’era da fare era ascoltare ciò che aveva detto e obbedire. Né la tradizione né gli espedienti trovano posto in un cuore che ha imparato ad apprezzare, onorare e obbedire alla Parola di Dio.

E quale dovrebbe essere il risultato di questa stretta adesione alla Parola di Dio? Un risultato veramente benedetto: “La gloria del SIGNORE vi apparirà”. Se la Parola non fosse stata ascoltata, la gloria non sarebbe apparsa. Queste due cose erano intimamente legate. La minima deviazione dal “così dice l’Eterno” avrebbe impedito ai raggi della gloria divina di brillare davanti all’assemblea di Israele. Se si fosse introdotto un solo rito o una sola cerimonia non ordinata dalla Parola, se si fosse omessa una qualunque cosa di quello che la Parola aveva ordinato, l’Eterno non avrebbe manifestato la Sua gloria. Non poteva approvare, con la gloria della Sua presenza, la negligenza o il rigettamento della sua parola. Può sopportare l’ignoranza o la debolezza, ma non può autorizzare la disobbedienza.

Ah, se tutto questo fosse considerato più seriamente in questo secolo di tradizioni e di espedienti! Vorrei, con tutto l’affetto possibile e nel vivo sentimento della mia responsabilità personale verso il lettore, esortarlo a fare bene attenzione all’importanza di una e direi una più rigorosa adesione e una rispettosa sottomissione alla parola di Dio. Che ognuno verifichi tutte le cose con questa regola e rigetti tutto ciò che non si uniformi con essa, che pesi tutto su questa bilancia e metta da parte ciò che non ha il giusto peso; se potessi essere il mezzo per portare un’anima a comprendere bene quale posto appartiene alla Parola di Dio, non avrei scritto questo libro invano.

Lettore, fermati e, in presenza di colui che investiga i cuori, poniti questa semplice domanda: “Approvo con la mia presenza o nella mia condotta qualche deviazione o qualche dimenticanza della Parola di Dio?”. Fai di questo una questione solenne e personale davanti al Signore. Certamente questo è della massima importanza e se scopri di essere stato in qualche modo coinvolto in qualcosa che non porta il carattere distintivo dell’impronta divina, rifiutalo ora e per sempre. Sì, rifiutalo, anche se si presentasse rivestito dell’imponente manto del passato, accreditato dalla voce della tradizione e spinto dai motivi imperiosi della convenienza. Se non puoi dire di tutto ciò in cui sei impegnato: “Questo è ciò che il Signore ha comandato”, allora respingilo senza esitazione, rinunciaci per sempre. Ricorda queste parole: “L’Eterno ha comandato di fare così come è stato fatto oggi”. Sì, ricorda il “così” ed il “come”; veglia che siano collegati nei tuoi modi, nel tuo cammino e nei tuoi pensieri, e non lasciarli mai separati.

“Aaronne e i suoi figli fecero tutte le cose che il SIGNORE aveva ordinato per mezzo di Mosè” (8:36)

“Mosè e Aaronne entrarono nella tenda di convegno; poi uscirono e benedissero il popolo; e la gloria del SIGNORE apparve a tutto il popolo. Un fuoco uscì dalla presenza del SIGNORE e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi; tutto il popolo lo vide, emise grida di esultanza e si prostrò con la faccia a terra” (9:23-24).

Qui abbiamo una scena “dell’ottavo giorno”, una scena della gloria della risurrezione. Aaronne aveva offerto il sacrificio, elevato le sue mani per benedire il popolo, poi Aaronne e Mosè entrano nel tabernacolo e spariscono, mentre tutto il popolo aspetta fuori. Infine, Mosè ed Aaronne, che rappresentano Cristo nel doppio aspetto di Sacerdote e Re, escono e benedicono il popolo. La gloria appare in tutto il suo splendore, il fuoco consuma l’olocausto e tutta l’assemblea adora e si prostra davanti alla presenza del SIGNORE di tutta la terra.

Tutto questo accadde alla lettera al momento della consacrazione di Aaronne e dei suoi figli. Di più, tutto questo fu il risultato di una stretta adesione alle parole dell’Eterno. Ma prima di lasciare questa parte del soggetto, ricordo al lettore che tutto il contenuto di questi capitoli non è che “solo un’ombra dei beni futuri” (Ebrei 10:1). Aaronne ed i suoi figli insieme rappresentano Cristo e la Sua famiglia sacerdotale. Aaronne da solo rappresenta Cristo nella Sua funzione di Sommo Sacerdote e di Intercessore; Mosè ed Aaronne insieme rappresentano Cristo come Re e Sacerdote. “L’ottavo giorno” rappresenta il giorno glorioso della risurrezione in cui il Suo popolo, Israele, vedrà il Messia assiso sul Suo trono come Sacerdote e Re, e nel quale la gloria dell’Eterno riempirà tutta la terra, come le acque coprono il mare. Queste verità sublimi sono ampiamente sviluppate nelle Scritture. Esse brillano come dei gioielli di un chiarore celeste da un capo all’altro delle pagine ispirate ma, per paura che qualche lettore le prenda come una novità sospetta, ecco di seguito una serie di passi come prova scritturale: Numeri 14:21 – Isaia 9:6-7; 11; 25:6-12; 32:1-2; 35; 37:31-32; 40:1-5; 54; 59:16-21, 60-66 – Geremia 23:5-8; 30:14-24; 33:6-22 – Ezechiele 48:35 – Daniele 7:13-14 – Osea 14:4-9 – Sofonia 3:14-20 – Zaccaria 3:8-10; 6:12-13; 14.

Veniamo ora al secondo punto del nostro soggetto: conoscere l’efficacia del sangue. È un argomento ampiamente sviluppato ed occupa un posto importante. Sia che consideriamo la dottrina del sacrificio o quella del sacerdozio possiamo vedere che l’aspersione del sangue ha un ruolo importante.

Fece quindi avvicinare il toro del sacrificio espiatorio, e Aaronne e i suoi figli gli posarono le mani sulla testa. Mosè lo sgozzò, ne prese del sangue, lo mise con il dito sui corni dell’altare da ogni lato, e purificò l’altare; poi sparse il resto del sangue ai piedi dell’altare e lo consacrò per fare su di esso l’espiazione” (8:14-15)

Fece quindi avvicinare il montone dell’olocausto e Aaronne e i suoi figli posarono le mani sulla sua testa. Mosè lo sgozzò e sparse il sangue sull’altare da ogni lato” (8:18-19)

Poi fece avvicinare il secondo montone, il montone della consacrazione; Aaronne e i suoi figli posarono le mani sulla testa del montone. Mosè lo sgozzò, ne prese del sangue e lo mise sull’estremità dell’orecchio destro d’Aaronne, sul pollice della sua mano destra e sull’alluce del suo piede destro. Poi Mosè fece avvicinare i figli d’Aaronne, e mise di quel sangue sull’estremità del loro orecchio destro, sul pollice della loro mano destra e sull’alluce del loro piede destro; e sparse il resto del sangue sull’altare da ogni lato” (8:22-24)

Il significato dei diversi sacrifici è stato, in qualche misura, sviluppato nei primi capitoli di questo libro, ma i passaggi sopra citati fanno emergere l’importante spazio che il sangue occupa nella consacrazione dei sacerdoti. Bisogna avere un orecchio asperso dal sangue per ascoltare le comunicazioni divine, una mano tinta di sangue per esercitare i servizi del santuario e un piede macchiato di sangue per camminare nei cortili della casa dell’Eterno. Tutto questo è perfettamente al suo posto. L’aspersione del sangue era il fondamento di tutti i sacrifici per il peccato ed il sangue era anche in relazione con tutti gli utensili del santuario e con tutte le funzioni sacerdotali. In tutto l’insieme del servizio levitico, notiamo il valore, l’efficacia, la potenza e la larga applicazione del sangue. “Secondo la legge, quasi ogni cosa è purificata con sangue” (Ebrei 9:22). Cristo è entrato col proprio sangue nel cielo stesso. Lo vediamo sul trono della maestà nel cielo in virtù di tutto quello che ha compiuto alla croce. La Sua presenza sul trono attesta il valore e l’accettazione del Suo sangue espiatorio. È là per noi. Benedetta sicurezza! È sempre vivente, non cambia mai e noi siamo in Lui e come Lui è. Egli ci presenta al Padre nella Sua perfezione eterna, e il Padre si compiace in noi, presentati in questo modo, così come prende piacere in Colui che ci presenta. Questa identificazione è rappresentata, in figura, da “Aaronne ed i suoi figli” che posano le loro mani sulla testa di ciascuna delle vittime. Essi avevano davanti a Dio il valore dello stesso sacrificio. Che fosse “il toro del sacrificio espiatorio”, “il montone dell’olocausto” o “il montone della consacrazione” essi posavano le mani su tutti. È vero che solo Aaronne era unto prima dell’aspersione del sangue, che era rivestito delle vesti del suo ufficio ed unto dall’olio santo prima che i figli lo fossero, ma la ragione è evidente: Aaronne, quando è solo, è una figura di Cristo nella sua eccellenza incomparabile e nella Sua dignità personale, e noi sappiamo che Cristo apparve in tutto il valore della Sua persona e fu unto dallo Spirito Santo prima di compiere l’opera espiatoria. In tutte le cose Egli deve avere il primo posto (Colossesi 1:18). Però, più tardi, vi è la più bella identificazione tra Aaronne ed i suoi figli, come vi è quella di Cristo e il Suo popolo: “colui che santifica sia quelli che sono santificati provengono tutti da uno” (Ebrei 2:11). La distinzione personale accresce il valore dell’unità.

Questa verità della distinzione ed allo stesso tempo dell’unità del Capo (Testa) e delle membra ci porta ovviamente al terzo ed ultimo punto: conoscere la potenza dello Spirito Santo. Possiamo sottolineare tutto quello che accade tra l’unzione di Aaronne e quella dei suoi figli con lui. Il sangue è sparso, il grasso consumato sull’altare ed il petto agitato davanti all’Eterno. In altri termini, il sacrificio è compiuto, l’odore soave è salito fino a Dio e Colui che l’ha offerto sale, per la potenza della risurrezione, e prende il Suo posto in cielo. Tutto questo avviene tra l’unzione della Testa e l’unzione delle membra.

Leggiamo e facciamo la comparazione di questi passi. Quando si tratta di Aaronne da solo leggiamo:

“Poi rivestì Aaronne della tunica, lo cinse della cintura, gli mise addosso il manto, gli mise l’efod e lo cinse della cintura artistica dell’efod, con la quale gli fissò l’efod addosso. Gli mise pure il pettorale, e sul pettorale mise l’urim e il tummim. Poi gli mise in capo il turbante e sul davanti del turbante pose la lamina d’oro, il santo diadema, come il SIGNORE aveva ordinato a Mosè. Poi Mosè prese l’olio dell’unzione, unse il tabernacolo e tutte le cose che vi si trovavano e le consacrò. Fece sette aspersioni sull’altare, lo unse con tutti i suoi utensili, la conca e la sua base, per consacrarli. Versò dell’olio dell’unzione sul capo d’Aaronne e unse Aaronne, per consacrarlo” (8:7-12).

Qui, abbiamo Aaronne da solo. L’olio dell’unzione è sparso sulla sua testa ed allo stesso tempo su tutti gli utensili del tabernacolo. Tutto il popolo ha visto rivestire il sommo sacerdote delle vesti ufficiali e della tiara poi ricevere l’unzione. E non solo questo ma, nella misura in cui ogni parte di questi paramenti era indossata, si compiva un atto, si celebrava una cerimonia e il popolo poteva constatare che tutto era direttamente basato sull’autorità della Parola. Non c’era niente di incerto, arbitrario, niente che venisse dall’immaginazione umana. Tutto era divinamente stabilito. Tutto era ampiamente fornito per i bisogni del popolo e provveduto in modo tale che ognuno poteva dire: “Questo è quello che l’Eterno ha comandato di fare”.

Pertanto, nell’unzione di Aaronne da solo, prima dello spargimento del sangue, abbiamo un tipo di Cristo che, fino a quando non offrì Se stesso sulla croce, era completamente solo. Non poteva esserci unione tra Lui e il suo popolo se non in base al principio della Sua morte e risurrezione. Questa importantissima verità è già stata menzionata e in una certa misura sviluppata in relazione all’argomento del sacrificio; ma acquista ancora più forza e interesse quando la vediamo così distintamente presentata, in relazione alla questione del sacerdozio. Senza spargimento di sangue non c’era remissione: il sacrificio non era completo. Allo stesso modo, senza spargimento di sangue, Aaronne ed i suoi figli non potevano essere unti insieme. Lettore, nota questo fatto che, ovviamente, merita la massima attenzione. Stiamo sempre attenti a non lasciarci sfuggire alcun dettaglio dell’economia levitica; ognuno di essi ha un significato speciale, e solo Colui che ha disegnato e sviluppato la disposizione di queste cose può spiegare al cuore e alla mente il significato di quest’ordine.

Mosè prese quindi dell’olio dell’unzione e del sangue che era sopra l’altare; spruzzò Aaronne e i suoi paramenti, i suoi figli e i loro paramenti; così consacrò Aaronne e i suoi paramenti, i suoi figli e i loro paramenti con lui” (8:30)

Perché i figli di Aaronne non sono unti con lui al versetto 12? Semplicemente perché il sangue non era ancora stato sparso. Era solo quando il sangue e l’olio potevano essere associati che Aaronne ed i suoi figli poterono essere unti e santificati insieme e non prima. “Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità” (Giovanni 17:19). Il lettore, che passasse alla leggera su una circostanza così importante o dire che non ha alcun significato, deve ancora imparare a conoscere le figure dell’Antico Testamento, le “ombre dei futuri beni”. D’altro canto colui che ammette che c’è un significato nascosto sotto tutti questi dettagli, ma che rifiuta di cercarli e di comprenderli fa una grande torto alla sua anima mostrando poco interesse per i preziosi oracoli di Dio.

Poi Mosè disse ad Aaronne e ai suoi figli: “Fate cuocere la carne all’ingresso della tenda di convegno; la mangerete lì con il pane che è nel paniere della consacrazione, come ho ordinato, dicendo: Aaronne e i suoi figli la mangeranno. Quel che rimane della carne e del pane lo brucerete. Per sette giorni non vi allontanerete dall’ingresso della tenda di convegno, finché non siano compiuti i giorni della vostra consacrazione; poiché la vostra consacrazione durerà sette giorni. Ciò che si è fatto oggi è stato ordinato dal SIGNORE, per fare espiazione per voi. Rimarrete dunque sette giorni all’ingresso della tenda di convegno, giorno e notte, e osserverete il comandamento del SIGNORE, affinché non moriate; poiché così mi è stato ordinato” (8:31-35).

Questi versetti ci offrono una bella figura di Cristo e del Suo popolo che si nutrono insieme dei risultati dell’espiazione compiuta. Aaronne ed i suoi figli, essendo stati unti insieme in virtù del sangue sparso, ci sono presentati qui, fermi per “sette giorni”, all’ingresso della tenda di convegno. Figura della posizione attuale di Cristo e delle membra del suo corpo, durante tutto il periodo dell’attuale dispensazione, in comunione con Dio, aspettando la manifestazione della gloria. Posizione benedetta! Eredità benedetta! Beata speranza! Essere associati con Cristo, in intimità con Dio, aspettare il giorno della gloria, nutrirsi delle ricchezze della grazia divina, essere nella potenza della santità, sono tutte benedizioni tra le più preziose, tra i privilegi più elevati. Ah! se fossimo capaci di afferrarle meglio, se avessimo a cuore di gioirne di più ed un sentimento più profondo della loro importanza! Che i nostri cuori possano essere distaccati da tutto ciò che appartiene a questo presente secolo malvagio per poterci nutrire del “paniere della consacrazione” che è il nostro vero alimento, in quanto sacerdoti nel santuario di Dio.

L’ottavo giorno, Mosè chiamò Aaronne, i suoi figli e gli anziani d’Israele, e disse ad Aaronne: “Prendi un vitello giovane per un sacrificio espiatorio, e un montone per un olocausto, entrambi senza difetto, e offrili al SIGNORE. Dirai così ai figli d’Israele: “Prendete un capro per un sacrificio espiatorio, un vitello e un agnello entrambi di un anno, senza difetto, per un olocausto, un bue e un montone per un sacrificio di riconoscenza, per sacrificarli davanti al SIGNORE, e un’oblazione intrisa d’olio; perché oggi il SIGNORE vi apparirà” (9:1-4)

I “sette giorni”, durante i quali Aaronne ed i Suoi figli erano all’interno della tenda di convegno, sono trascorsi e tutta l’assemblea è ora introdotta sulla scena; la gloria dell’Eterno si manifesta e questo fatto completa la scena. Così, le ombre “dei futuri beni” passano davanti a noi nel loro ordine divino. “L’ottavo giorno” è la figura di quel bel mattino millenario che sorgerà su questa terra quando il popolo d’Israele vedrà il vero Sacerdote uscire dal santuario (dove è adesso nascosto agli occhi degli uomini), accompagnato dal corpo dei sacerdoti, compagni del Suo ritiro, ed associati alla Sua manifestazione in gloria. In una parola, come ombre o figure, non poteva esserci niente di più completo. In primo luogo, Aaronne ed i suoi figli lavati con l’acqua, figura di Cristo e della Sua Chiesa vista nei consigli eterni di Dio, santificati insieme (8:6). Poi abbiamo il modo e l’ordine nel quale questo scopo doveva essere portato avanti. Aaronne è vestito ed unto da solo, figura di Cristo santificato, mandato nel mondo e unto di Spirito Santo (8:7-12 – cfr. Luca 3:21-22 – Giovanni 10:36; 12:24). In seguito, abbiamo la presentazione e l’accettazione del sacrificio, in virtù del quale Aaronne ed i suoi figli erano unti e sacrificati insieme (8:14-29), figura della croce, nella sua applicazione a coloro che ora costituiscono la famiglia sacerdotale di Cristo, che sono uniti a Lui, unti con Lui, nascosti con Lui e che aspettano con Lui la manifestazione “dell’ottavo giorno” in cui sarà manifestato con loro nel chiarore della gloria che Gli appartiene, secondo il consiglio eterno di Dio (Giovanni 14:19 – Atti 2:33; 19:1-7 – Colossesi 3:1-4). Infine, noi abbiamo Israele portato alla piena gioia dei risultati dell’espiazione compiuta. Sono insieme davanti all’Eterno: “Poi Aaronne alzò le mani verso il popolo e lo benedisse; e, dopo aver fatto il sacrificio espiatorio, l’olocausto e i sacrifici di riconoscenza, scese giù dall’altare” (9:22).

Potremmo, giustamente, chiedere: “Che resta più da fare?”. Unicamente questo: che l’ultima delle pietre, sia posata con grida di vittoria e di inni di lode. “Mosè e Aaronne entrarono nella tenda di convegno; poi uscirono e benedissero il popolo; e la gloria del SIGNORE apparve a tutto il popolo. Un fuoco uscì dalla presenza del SIGNORE e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi; tutto il popolo lo vide, emise grida di esultanza e si prostrò con la faccia a terra” (9:23-24). È il grido di vittoria, l’adorazione. Tutto è compiuto.

Il sacrificio, il sacerdote con le sue vesti e la sua tiara, la famiglia sacerdotale associata al suo Capo, la benedizione sacerdotale, l’apparizione del Re e Sacerdote, insomma: non manca niente ed è perciò che la gloria divina si manifesta e tutto il popolo si prostra in adorazione. È nel suo insieme una scena veramente magnifica, una figura meravigliosamente bella dei futuri beni. Non dimentichiamo che tutto quello che qui è rappresentato da figure sarà, fra non molto tempo, pienamente realizzato. Il nostro Sommo Sacerdote è entrato nei cieli, nella piena virtù e nella piena potenza di una espiazione compiuta. Ora è nascosto nel cielo e con Lui anche tutti coloro che sono membri della famiglia sacerdotale, ma quando “il settimo giorno” sarà terminato e un “ottavo giorno” getterà i suoi raggi sulla terra, allora il residuo d’Israele, popolo pentito che Lo attende, saluterà, con un grido di vittoria, la presenza visibile del Regale Sacerdote. In una intima comunione con Lui si vedrà una moltitudine di adoratori che occupano la posizione, più elevata. Ecco quali sono le belle “cose a venire”, cose che sicuramente vale la pena di attendere, cose degne di Dio che le dona, cose nelle quali sarà eternamente glorificato ed il Suo popolo eternamente benedetto.

Il fuoco estraneo di Nadab e Abiu – Capitolo 10

Le pagine della storia dell’umanità sono sempre state deplorevolmente infangate. Sono, dall’inizio alla fine, gli annali delle cadute, degli errori, dei crimini dell’uomo. In mezzo alle delizie del giardino dell’Eden, l’uomo ha prestato orecchio alle menzogne del tentatore (Genesi 3). Dopo essere stato preservato dal giudizio dalla mano d’amore e dal consiglio di Dio ed introdotto in una terra rinnovata, l’uomo si rendeva colpevole del peccato di intemperanza (Genesi 9). Quando fu portato nel paese di Canaan dalle braccia stese dell’Eterno “abbandonarono il SIGNORE e servirono Baal e gli idoli di Astarte” (Giudici 2:13). Messo nel più alto grado della gloria terrestre, avendo ricchezze incredibili ai suoi piedi e tutte le risorse del mondo a sua disposizione, dona il suo cuore alle “donne straniere” (1 Re 11:1). Non appena le verità dell’evangelo furono promulgate, fu necessario che lo Spirito Santo mettesse i santi in guardia contro i “lupi rapaci”, “l’apostasia” ed ogni specie di peccato (Atti 20:29; 1 Timoteo 4:1-3; 2 Timoteo 3:1-5; 2 Pietro 2; Giuda). E, per colmare la misura di tutto ciò, abbiamo la testimonianza profetica dell’apostasia umana in mezzo a tutti gli splendori della gloria millenaria (Apocalisse 20:7-10).

È così: l’uomo guasta tutto. Mettetelo in una posizione di suprema dignità e lui si degraderà. Accordategli i più grandi privilegi ed egli ne abuserà. Spandete con profusione le benedizioni attorno di lui e si mostrerà ingrato. Mettetelo in mezzo alle migliori istituzioni per fare impressione sul cuore e si corromperà. Questo è l’uomo. Tale è la natura umana sotto le più belle forme e nelle circostanza più favorevoli!

Siamo dunque, in qualche modo, preparati a ricevere, senza troppe sorprese, le parole che aprono questo capitolo:

Nadab e Abiu, figli d’Aaronne, presero ciascuno il suo turibolo, vi misero dentro del fuoco, vi posero sopra dell’incenso, e offrirono davanti al SIGNORE del fuoco estraneo, diverso da ciò che egli aveva loro ordinato” (10:1).

Che contrasto con la scena con la quale era terminato il capitolo precedente. Là tutto era stato fatto “nel modo in cui Mosè aveva ordinato” (9:21) ed il risultato era stato la manifestazione della gloria. Qui, qualche cosa viene fatta in modo “diverso da ciò che egli (il SIGNORE) aveva loro ordinato” ed il risultato è il giudizio. Non appena è cessato l’ultimo suono di grida di vittoria, si manifestano gli elementi di un culto corrotto prendono il via. Appena la posizione secondo Dio è stata occupata in quanto tale, essa viene abbandonata, deliberatamente, per negligenza del comando divino. Appena questi sacerdoti sono stati insediati mancano gravemente nello svolgimento delle loro sante funzioni!

In cosa consiste il loro errore? Erano dei falsi sacerdoti? Erano degli usurpatori di questo santo ufficio? Assolutamente no! Essi erano figli di Aaronne, membri della famiglia sacerdotale, dei sacerdoti correttamente ordinati, i turiboli per il loro servizio come le loro vesti ufficiali sembravano essere nell’ordine voluto da Dio. Allora, in cosa avevano peccato? Avevano contaminato di sangue umano le cortine del tabernacolo o profanato il cortile con qualche reato che offende il senso morale? Non abbiamo nessun motivo per crederlo. Ci viene solo detto: “Offrirono davanti al SIGNORE del fuoco estraneo, diverso da ciò che egli aveva loro ordinato”. Ecco qual è stato il loro peccato. Nel loro servizio si sono allontanati dalla semplice parola, dall’ordine formale dell’Eterno che li aveva chiaramente istruiti sulla natura e sulle modalità di questo servizio. Abbiamo già detto quanto era divinamente completa e sufficiente la parola dell’Eterno relativamente a tutti i dettagli del servizio sacerdotale. Era tutto così ben determinato che non c’era nessuna lacuna che l’uomo avesse bisogno di riempire, inventandosi qualche rito che gli sembrasse conveniente. “Questo è quello che il SIGNORE vi ha ordinato” (9:6), ecco quello che era perfettamente sufficiente e rendeva tutto molto chiaro e molto semplice. Da parte dell’uomo non si pretendeva niente, se non uno spirito di implicita obbedienza ai comandamenti divini. Ma è proprio in questo la mancanza. L’uomo ha sempre mostrato della ripugnanza a camminare nel sentiero angusto di una stretta adesione alla semplice Parola di Dio. Le vie traverse sembrano sempre avere un fascino irresistibile per il povero cuore umano. Le acque rubate sono dolci, il pane mangiato di nascosto è delizioso” (Proverbi 9:17). Tale è il linguaggio del nemico, ma il cuore umile ed obbediente sa perfettamente che il cammino della sottomissione alla Parola di Dio è il solo che porta a delle “acque” che sono realmente “dolci” o a del “pane” che può essere veramente definito: “delizioso”. Nadab ed Abiu potevano pensare che un certo “fuoco” fosse buono quanto un altro, ma non stava a loro decidere su questo punto. Essi avrebbero dovuto attenersi alla parola dell’Eterno invece di fare di testa loro e raccogliere i frutti amari della propria volontà. “Ma egli non sa che là sono i defunti, che i suoi convitati giacciono in fondo al soggiorno dei morti” (Proverbi 9:18).

Allora un fuoco uscì dalla presenza del SIGNORE e li divorò; così morirono davanti al SIGNORE” (10:2).

Questo fatto è serio e solenne! L’Eterno abitava in mezzo al Suo popolo per governare, giudicare e agire secondo i diritti della Sua natura. Alla fine del capitolo precedente leggiamo: “Un fuoco uscì dalla presenza del SIGNORE e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi” (9:24) lì, era l’Eterno che manifestava la piena accettazione del vero sacrificio, ma nel nostro capitolo è il fuoco del Suo giudizio che cade sui sacerdoti ribelli. È una doppia azione dello stesso fuoco. L’olocausto sale come un profumo di odore soave, ma il fuoco estraneo è rigettato come un’abominazione. Nel primo l’Eterno era glorificato, ma sarebbe stato per Lui un disonore accettare il secondo. La divina grazia gradiva quello che era un tipo del prezioso sacrificio di Cristo e vi prendeva piacere; la divina santità rigettava quello che era il frutto della volontà corrotta dell’uomo, volontà che non è mai più odiosa ed abominevole di quando si occupa delle cose di Dio.

Allora Mosè disse ad Aaronne: “Questo è quello di cui il SIGNORE ha parlato, quando ha detto: “Io sarò santificato per mezzo di quelli che mi stanno vicino e sarò glorificato in presenza di tutto il popolo” (10:3).

La dignità e la gloria dell’intera dispensazione dipendevano dalla rigorosa conservazione dei giusti diritti di Dio. Se questi diritti fossero stati disconosciuti o dimenticati, tutto sarebbe stato perduto. Se fosse stato permesso all’uomo di contaminare la presenza divina con “un fuoco estraneo” cosa sarebbe stato fatto per il resto? Niente doveva salire dall’incensiere del sacerdote se non un fuoco puro acceso sull’altare di Dio ed alimentato dall’incenso aromatico polverizzato (Levitico 16:12). Bella figura, questa, del vero culto santo del quale il Padre è l’oggetto, Cristo il canale e lo Spirito Santo la potenza. Non può essere permesso all’uomo di introdurre le sue idee o le sue invenzioni nel culto di Dio. Tutti gli sforzi dell’uomo non riescono che alla presentazione di un “fuoco estraneo”, di un incenso impuro, di un culto falso. Quello che l’uomo può fare di meglio in questo genere di cose non è che un’abominazione agli occhi di Dio.

Non parlo degli sforzi onesti di uno spirito serio che cerca la pace con Dio, degli sforzi sinceri di coscienze rette, benché non rischiarate, per arrivare alla conoscenza del perdono dei peccati per mezzo delle opere della legge o per mezzo di ordinanze di sistemi religiosi. Tali sforzi avranno senza dubbio come risultato, per l’infinita bontà di Dio, la visione chiara di una salvezza conosciuta ed apprezzata. Queste cose provano, con molta chiarezza, che la pace è seriamente ricercata, anche se attestano con chiarezza che la pace non è ancora stata trovata. Non c’è nessuno che abbia sinceramente seguito il debole barlume che rischiara la sua intelligenza senza riceverne di più a tempo debito. “A chiunque ha sarà dato” (Matteo 13:12). “Il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va sempre più risplendendo, finché sia giorno pieno” (Proverbi 4:18).

Tutto ciò è semplice quanto incoraggiante, ma non ha niente a che fare con la questione della volontà dell’uomo e delle sue empie invenzioni nell’ambito del servizio e dell’adorazione rivolta a Dio. Tali invenzioni dovranno, prima o poi, attirare inevitabilmente il giudizio di un Dio giusto, che non può tollerare che i Suoi diritti siano disprezzati: (Io) sarò santificato per mezzo di quelli che mi stanno vicino e sarò glorificato in presenza di tutto il popolo”. Gli uomini saranno trattati in conformità alla loro professione. Coloro che cercano con rettitudine, troveranno certamente, ma quando degli uomini si avvicineranno come adoratori non dovranno essere più considerati come di coloro che cercano, ma come coloro che fanno professione di avere trovato. Se nei loro incensieri sacerdotali brucia un fuoco estraneo, se offrono a Dio gli elementi di un culto falso, se fanno professione di mettere i piedi nei Suoi cortili non essendo né lavati, né santificati, né umiliati, se mettono sul Suo altare i prodotti della loro volontà corrotta, quale sarà il risultato? Il giudizio. Sì, prima o poi il giudizio arriverà. Forse tarderà un po’ ma arriverà. Non può essere altrimenti. E il giudizio non arriverà soltanto alla fine ma, in ogni caso, il cielo rigetterà immediatamente ogni culto che non ha il Padre per oggetto, Cristo per canale e lo Spirito Santo per potenza. La santità di Dio è così pronta a rigettare ogni “fuoco estraneo” quanto la Sua grazia è disposta ad accettare il più debole dei sospiri di un cuore sincero. Dio bisogna che giudichi ogni falso culto perché “Egli non triterà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante” (Matteo 12:20). Questo pensiero è molto solenne, quando ricorda le migliaia di incensieri fumanti per un fuoco estraneo nel vasto dominio della cristianità. Voglia il Signore, nella Sua abbondante grazia, aumentare il numero dei veri adoratori che adorano il Padre in spirito e verità (Giovanni 4). È infinitamente più bello pensare al vero culto che si eleva da cuori onesti fino al trono di Dio che fermarsi, non fosse che per un istante, sul culto corrotto che attirerà, fra non molto tempo, i giudizi divini. Tutti coloro che conoscono, per grazia, il perdono dei loro peccati in virtù del sangue espiatorio di Gesù Cristo, possono adorare il padre in spirito e verità. Essi conoscono il vero principe, il vero oggetto, la vera forza del culto. Queste cose non possono essere conosciute che in modo divino. Esse non sono uscite da un cuore naturale né dalla terra, ma sono cose spirituali e celesti. Una gran parte di ciò che gli uomini fanno passare come culto a Dio non è, dopo tutto, che un “fuoco estraneo”. Là non c’è nessun fuoco puro, né incenso puro; per questo motivo il cielo non potrebbe accettarlo e se il giudizio divino non cade immediatamente su coloro che offrono un tale culto, come nel caso di Nadab ed Abiu, è soltanto perché “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe” (1 Corinzi 5:19). Questo non accade perché Dio gradisce questo culto, ma perché Dio è misericordioso [21]. Tuttavia, si avvicina sempre più rapidamente il tempo in cui il fuoco estraneo sarà spento per sempre, il trono di Dio non sarà più oltraggiato da nuvole di incenso impuro che sale da adoratori impuri; il tempo in cui tutto ciò che è falso sarà abolito, il tempo in cui l’universo intero non sarà che un vasto e magnifico tempio, nel quale il solo vero Dio, Padre, Figlio, e Spirito Santo, sarà adorato nei secoli dei secoli.

È questo che attendono i riscattati e, benedetto sia Dio, solo un po’ di tempo ancora ed i loro ardenti desideri saranno pienamente soddisfatti e soddisfatti in tale maniera che ognuno di loro griderà come la regina di Seba: “… non me n’era stata riferita neppure la metà” (1 Re 10:7). Voglia il Signore affrettare questo beato momento!

Ma ritorniamo al nostro capitolo e cerchiamo di trarne qualcun’altra delle sue salutari istruzioni, perché sono veramente necessarie in un tempo come il nostro in cui “il fuoco estraneo” abbonda intorno a noi.

C’è qualcosa di straordinariamente toccante ed avvincente nella maniera in cui Aaronne riceve il duro colpo del giudizio di Dio: “Aaronne tacque”. Era una scena solenne: i suoi due figli colpiti dal fuoco del giudizio di Dio [22]. Li aveva appena visti delle loro vesti di gloria e bellezza, lavati, abilitati ed unti. Erano stati con lui davanti all’Eterno per essere insediati e consacrati nel loro ufficio di sacerdoti. Avevano offerto, in accordo con lui, i sacrifici ordinati. Avevano visto i raggi della gloria divina uscire dal Santuario, avevano visto cadere il fuoco sul sacrificio e consumarlo. Avevano udito il grido di trionfo lanciato dall’assemblea degli adoratori. Tutto questo era passato sotto i suoi occhi ed ora, ahimè, i suoi due figli giacevano davanti a lui colpiti a morte. Il fuoco dell’Eterno, che era stato nutrito da poco da un sacrificio accettevole, ora era caduto su di loro e che poteva dire? Niente: “Aaronne tacque” (Levitico 10:3). “Sto in silenzio, non aprirò bocca, perché sei tu che hai agito” (Salmo 39:9). È la mano di Dio, e benché possa apparire molto pesante al giudizio della carne e del sangue, non poteva che abbassare la testa in silenzio, in un rispettoso silenzio. “Io sto in silenzio … sei tu che hai agito”. È questa la giusta attitudine in presenza di un esame divino. Aaronne probabilmente sente che i pilastri stessi della sua famiglia erano scossi sotto i colpi del giudizio divino e per questo non poteva che tenersi in un silenzioso sbalordimento in mezzo a questa scena travolgente. Un padre, privato dei suoi due figli e in tale modo ed in simili circostanze, non era proprio un fatto ordinario. È un commento estremamente vivo delle parole del salmista: “Dio è terribile nell’assemblea dei santi, e tremendo fra quanti lo circondano” (Salmo 89:7). “Chi non temerà, o Signore e chi non glorificherà il tuo nome?” (Apocalisse 15:4). Che possiamo imparare a camminare quietamente nella presenza di Dio, a percorrere i cortili dell’Eterno a piedi scalzi ed in tutta riverenza. Possano i nostri incensieri di sacerdoti contenere sempre ciò che li alimenta: l’incenso tritato, ovvero le varie perfezioni di Cristo, e possa la nostra fiamma santa essere accesa dalla potenza dello Spirito. Ogni altra cosa è non solo senza valore ma malvagia. Tutto ciò che viene dall’energia naturale, tutto ciò che è il risultato dello sforzo della volontà umana, l’incenso più soave immaginato dall’uomo, l’ardore più intenso di una devozione naturale, tutto questo finirà per essere “un fuoco estraneo” ed attirerà il solenne giudizio del Signore Dio Onnipotente. Che possiamo avere sempre dei cuori veramente sinceri ed uno spirito di adorazione in presenza del nostro Dio e Padre!

Però occorre che un cuore retto, ma timido, non si lasci scoraggiare o allarmare. Accade fin troppo spesso che coloro che dovrebbero essere allarmati non prendano in considerazione la cosa, mentre coloro per i quali lo Spirito di grazia non avrebbe che parole di consolazione e d’incoraggiamento applichino, a torto, i severi avvertimenti delle sacre Scritture. Nessun dubbio che il cuore umile e contrito, che trema a quello che il Signore dice, non sia in un buono stato, ma dobbiamo ricordarci che un padre avverte i suoi figli, non perché non li veda più come suoi figli, ma proprio per l’esatto contrario e una delle prove migliori di questa relazione è la disposizione a ricevere l’avvertimento e metterlo in pratica. La voce del padre, anche quando è una voce che ammonisce, raggiungerà il cuore del figlio, ma certamente non per fargli sorgere dei dubbi sulla relazione parentale con colui al quale si rivolge. Se un figlio dubitasse di questa relazione ogni volta che suo padre lo riprende, sarebbe in uno stato davvero pietoso. Il giudizio che era caduto sulla famiglia di Aaronne non gli fece dubitare di essere un vero sacerdote, ma ebbe solo l’effetto di fargli capire come doveva comportarsi in questa alta e santa posizione.

Mosè disse ad Aaronne, a Eleazar e a Itamar, suoi figli: “Non andate a capo scoperto e non vi stracciate le vesti, affinché non moriate, e il SIGNORE non si adiri contro tutta la comunità; ma i vostri fratelli, tutta quanta la casa d’Israele, facciano pure cordoglio per quelli che il SIGNORE ha bruciati. Non vi allontanate dall’ingresso della tenda di convegno, altrimenti morirete; perché l’olio dell’unzione del SIGNORE è su di voi”. Ed essi fecero come Mosè aveva detto” (10:6-7).

Aaronne, Eleazar ed Itamar dovevano rimanere fermi nella loro posizione elevata, nella loro sacra dignità, nella loro posizione di santità sacerdotale. Né la colpa né il giudizio, che ne era stata la conseguenza, doveva influenzare coloro che portavano le vesti sacerdotali e sui quali era “l’olio dell’unzione del SIGNORE”. Questo olio santo li aveva messi in una posizione sacra dove le influenze del peccato, della morte o del giudizio non potevano raggiungerli. Quelli che erano fuori, a distanza del santuario, quelli che non avevano la posizione di sacerdoti potevano “fare pure cordoglio” (10:6) ma quanto ad Aaronne e ai suoi figli essi dovevano continuare a compiere le sante funzioni come se niente fosse accaduto. I sacerdoti del Tabernacolo non dovevano piangere come in presenza della morte, ma chinare la loro testa unta in presenza del giudizio divino. “Il fuoco del SIGNORE” usciva per fare la sua opera solenne di giudizio, ma per un sacerdote fedele poco importava quello che questo “fuoco” era uscito per fare: sia che avesse espresso l’approvazione divina consumando un sacrificio sia che fosse venuto per esprimere il dispiacere divino consumando coloro che avevano offerto un “fuoco estraneo”. Il sacerdote doveva solo adorare. Questo “fuoco” era una manifestazione ben conosciuta della presenza divina in mezzo ad Israele e sia che fosse in grazia o in giudizio, il dovere di tutti i sacerdoti fedeli era quello di adorare: “Canterò la bontà e la giustizia; a te, o SIGNORE, salmeggerò” (Salmo 101:1).

C’è, per l’anima, una santa e seria lezione in tutto questo. Coloro che sono stati portati a Dio, per effetto del sangue e per l’unzione dello Spirito Santo, devono muoversi in una sfera fuori dalla portata delle influenze naturali. La prossimità a Dio dà all’anima una tale intuizione di tutte le Sue vie, un tale sentimento della giustizia di tutti Suoi doni, che ci permettono di rendere l’adorazione in Sua presenza, anche quando un colpo della Sua mano ci ha tolto l’oggetto della nostra più tenera affezione. Forse si chiederà: “Dobbiamo essere stoici?”. A mia volta io chiederei: “Aaronne ed i suoi figli erano stoici?”. No, erano dei sacerdoti. Non si sentivano come gli altri uomini? Sì, ma essi adoravano come sacerdoti. È una concetto molto profondo. Questo apre un orizzonte di pensieri, di sentimenti e d’esperienze nei quali l’uomo naturale non saprebbe muoversi, di cui non conosce assolutamente nulla, malgrado tutte le finezze e i sentimenti di cui si vanta. Bisogna che camminiamo con la vera energia del sacerdote, nel santuario di Dio, per poter comprendere la profondità, il senso e la forza di questi santi misteri.

Il profeta Ezechiele fu chiamato a sua volta ad apprendere questa difficile lezione. “La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: “Figlio d’uomo, ecco, con un colpo improvviso io ti tolgo la delizia dei tuoi occhi; ma tu non fare lamento, non piangere, non versare lacrime. Sospira in silenzio; non portare lutto per i morti, copri il capo con il turbante, mettiti i calzari ai piedi, non ti coprire la barba, e non mangiare il pane che la gente ti manda”. … La mattina dopo feci come mi era stato comandato” (Ezechiele 24:15-18). Si dirà che tutto questo è un “segno” per Israele. È vero, ma questo prova che, nella testimonianza profetica, così come nel servizio sacerdotale, noi dobbiamo elevarci al di sopra di tutte le esigenze e di tutte le influenze della natura e della terra. I figli di Aaronne e la moglie di Ezechiele erano stati portati via in un attimo e tuttavia né i sacerdoti né il profeta dovevano scoprirsi il capo o versare una lacrima.

Caro lettore, che progresso abbiamo fatto io e voi in questo profondo silenzio? Il lettore e colui che scrive hanno senza dubbio la stessa umiliante confessione da fare. Troppo spesso, ahimè, camminiamo come gli uomini e mangiamo il pane “della gente”! Fin troppo spesso ci lasciamo spogliare dei nostri privilegi di sacerdoti per i raggiri della natura e le influenze della terra. Occorre vegliare per guardarsi da queste influenze. Niente, salvo la coscienza della vicinanza di Dio, in quanto sacerdoti, può preservare il cuore dalla potenza del male e farci mantenere la spiritualità. Tutti i credenti sono sacerdoti di Dio e niente può togliere loro questa posizione. Ma, benché non possano perderla, possono mancare gravemente nel compimento delle loro funzioni. Spesso, non si fa la giusta distinzione tra queste due cose. Qualcuno non vede che la preziosa verità della sicurezza del credente, dimenticando la possibilità dei suoi errori nel compiere le sue funzioni sacerdotali, altri, al contrario, guardano soprattutto alle loro mancanze, osando mettere in dubbio la sicurezza.

Io desidero che il mio lettore si guardi da entrambi gli errori. Per questo occorre che sia ben fondato sulla dottrina della salvezza eterna di tutti i membri della famiglia sacerdotale, ma deve anche ricordarsi che è fortemente suscettibile di fare delle cadute ed ha quindi bisogno costantemente di vegliare e pregare per non cadere. Possano tutti coloro che sono stati portati a conoscere l’alta posizione del sacerdozio davanti a Dio essere preservati dalla Sua grazia, da tutte le esperienze di errore e di peccato che consistono in contaminazioni personali o nella presentazione di un qualsiasi genere di “fuoco estraneo”, cose che abbondano nella professione cristiana.

Il SIGNORE parlò ad Aaronne, e disse: Tu e i tuoi figli non berrete vino né bevande alcoliche quando entrerete nella tenda di convegno, altrimenti morirete; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; e questo, perché possiate discernere ciò che è santo da ciò che è profano e ciò che è impuro da ciò che è puro, e possiate insegnare ai figli d’Israele tutte le leggi che il SIGNORE ha date loro per mezzo di Mosè” (10:8-11).

L’effetto del vino è quello di eccitare la carne e tutte le eccitazioni di questo genere compromettono quella condizione di calma e di buon equilibrio dell’anima che è essenziale per compiere convenientemente l’ufficio di sacerdote. Lungi dall’impiegare dei mezzi per eccitare la natura, dovremmo piuttosto trattarla come qualcosa che non esiste. Solo allora saremo nello stato morale per servire nel santuario, per dare un giudizio imparziale tra quello che è contaminato e quello che è puro e per capire e comunicare il pensiero di Dio. Ciascuno deve per se stesso giudicare quello che nel suo caso particolare agirebbe come “vino” o “bevande alcoliche[23]. Le cose che eccitano la nostra natura, in verità, sono di diverso genere: la fortuna, l’ambizione, la politica, i numerosi soggetti di emulazione del mondo intorno a noi … Tutte queste cose agiscono con una potenza eccitante sulla nostra natura e ci rendono completamente inadeguati ad ogni servizio sacerdotale. Se il cuore è gonfio di sentimenti d’orgoglio, di concupiscenza o d’invidia, è impossibile gioire dell’aria pura del santuario o compiere le sacre funzioni del ministero sacerdotale. Gli uomini parlano della versatilità dello spirito umano o della facilità con la quale passa prontamente da una cosa all’altra. Ma il genio, anche il più versatile che un uomo abbia mai posseduto, non potrebbe renderlo capace di passare da un circolo profano di discussioni letterarie, commerciali o politiche, al santuario, il santo luogo di incontro con la presenza divina né rendere l’occhio oscurato dall’influenza di tali cose, capace di discernere con la precisione del sacerdote “ciò che è santo da ciò che è profano e ciò che è impuro da ciò che è puro”. No, cari lettori, i sacerdoti di Dio dovevano tenersi lontani dal “vino” e dalle “bevande alcoliche”. Il loro cammino è un cammino di separazione e di sobrietà. Dovevano essere elevati ben al di sopra delle influenze delle gioie terrene, esattamente come dalle influenze dei dolori terreni. La sola cosa che dovevano fare “di vino puro” era una libazione da fare all’Eterno nel luogo santo (Numeri 28:7). In altri termini la gioia dei sacerdoti di Dio non è la gioia della terra ma la gioia del cielo, la gioia del santuario: “perché la gioia del SIGNORE è la vostra forza” (Neemia 8:10).

Piacesse a Dio che queste sante istruzioni fossero più considerate da tutti noi! Ne abbiamo sicuramente tutti un grande bisogno. Se dimentichiamo le nostre responsabilità di sacerdoti tutto ne risentirà. Quando noi consideriamo l’accampamento di Israele, vediamo tre cerchi, e quello più interno aveva come centro il tabernacolo. Il più esterno era il cerchio degli uomini di guerra (Numeri 1 e 2), poi il cerchio dei Leviti, tutti intorno al tabernacolo (Numeri 3 e 4), ed infine il cerchio più interno, quello dei sacerdoti che officiavano nel luogo santo. Ora, ricordiamoci che il credente è chiamato a muoversi in tutti e tre questi cerchi e dopo esservi entrato, lotta e combatte come un soldato (Efesini 6:11-17 – 1 Timoteo 1:18; 6:12 – 2 Timoteo 4:7); serve, come un levita in mezzo ai suoi fratelli secondo la misura della sua sfera di competenze (Matteo 25:14-15 – Luca 19:12-13); infine sacrifica e adora come sacerdote nel luogo santo. Questo ultimo ufficio durerà per sempre. Inoltre, è solo quando siamo messi in grado di muoverci come si conviene in questo sacro cerchio che tutte le altre relazioni e responsabilità saranno debitamente soddisfatte. Pertanto, tutto ciò che ostacola le nostra funzioni sacerdotali, tutto ciò che ci allontana dal centro di questa cerchia ristretta, dove abbiamo il privilegio di stare, in una parola tutto ciò che tende ad alterare il nostro rapporto di sacerdoti o ad oscurare la nostra visione di sacerdoti ci rende inevitabilmente inadatti al servizio che siamo chiamati a rendere e alla guerra che siamo chiamati a combattere.

Queste sono considerazioni importanti. Soffermiamoci su esse seriamente. Noi dobbiamo avere un cuore retto, una coscienza pura, un occhio semplice, una visione spirituale serena. Gli interessi dell’anima nel luogo santo devono essere ricercati fedelmente e con zelo, altrimenti tutto andrà male. La comunione particolare con Dio deve essere conservata perché, senza questa, noi saremo inutili come servitori e vinti come uomini di guerra. È inutile che ci agitiamo e corriamo qua e là in quello che noi chiamiamo servizio o che formuliamo tante belle frasi sull’armatura ed il combattimento del credente, se non manteniamo i nostri paramenti sacerdotali incontaminati e se non facciamo caso a tutto quello che eccita la nostra natura: certamente cadremo. I sacerdoti devono guardare il loro cuore con cura, altrimenti il levita fallirà e il soldato sarà sconfitto.

Lo ripeto, è compito di ciascuno rendersi chiaramente conto di quello che, per lui, è il “vino” e le “bevande alcoliche”, cioè di quello che lo eccita, di quello che affievolisce le sue percezioni spirituali o turba la sua visione sacerdotale. Potrebbe essere un’operazione commerciale, una condotta, un giornale. Può trattarsi di una qualunque cosa di poco conto. Non importa quello che è, ma se questo ci eccita ci renderà inadatti al ministero di sacerdoti, e se non siamo qualificati come sacerdoti non lo siamo più nemmeno per il resto, perché i nostri successi, sotto ogni aspetto e per tutti i dettagli, del nostro servizio dipenderanno sempre dalla misura in cui coltiveremo il nostro spirito di adorazione.

Esercitiamo dunque uno spirito di giudizio su noi stessi, uno spirito di vigilanza sulle nostre abitudini, sul nostro modo di essere, sui nostri pensieri, sui nostri gusti e sulle nostre compagnie e quando, per grazia, scopriremo qualunque minima cosa che abbia la tendenza a distrarci dai nostri santi esercizi del santuario, rigettiamole a qualunque costo. Non lasciamoci rendere schiavi di una abitudine. La comunione con Dio dovrebbe essere più cara ai nostri cuori di ogni altra cosa e nella proporzione in cui apprezzeremo questa comunione, veglieremo e pregheremo e staremo in guardia contro tutto ciò che potrebbe privarcene, contro tutto quello che potrebbe eccitare, turbare o farci vacillare [24].

Poi Mosè disse ad Aaronne, a Eleazar e a Itamar, i due figli che restavano ad Aaronne: “Prendete fra i sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE quello che rimane dell’oblazione e mangiatelo azzimo, presso l’altare, perché è cosa santissima. Lo mangerete in luogo santo: è la parte che spetta a te e ai tuoi figli, dei sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE; poiché così mi è stato ordinato” (10:12-13).

Ci sono poche cose che sono più difficili di quella di mantenerci nella misura divina, quando la debolezza umana si è manifestata. Noi siamo come Davide quando Dio fece una breccia nella persona di Uzzia, quando stese la sua mano verso l’arca: “Davide in quel giorno, ebbe paura di Dio, e disse: “Come farò a portare a casa mia l’arca di Dio?” (1 Cronache 13:12). È estremamente difficile piegarsi davanti al giudizio e, allo stesso tempo, mantenere i principi divini. Il pericolo è di abbassare la misura morale, di scendere da quell’altezza fino al livello umano. Dobbiamo accuratamente guardarci da questo male, tanto più quando riveste la forma della modestia, della diffidenza di sé stesso e dell’umiltà. Malgrado tutto ciò che era accaduto, Aaronne ed i suoi figli dovevano mangiare l’oblazione presso l’altare, non perché tutto fosse terminato, ma “è la parte che spetta a te e ai tuoi figli” e “poiché così mi è stato ordinato” dall’Eterno.

Sebbene ci fosse stato il peccato, tuttavia il loro posto era nel tabernacolo, e quelli che erano lì avevano certe cose assegnate loro per ordine divino. Anche se un uomo aveva fallito mille e mille volte, la parola dell’Eterno non poteva essere trascurata. Questa parola assicurava a tutti i sacerdoti fedeli alcuni privilegi di cui avevano diritto di godere. I sacerdoti di Dio non dovevano avere niente da mangiare, niente cibo sacerdotale, perché era stata commessa una colpa? Quelli che erano rimasti avrebbero dovuto avere fame, perché Nadab e Abihu avevano offerto “fuoco estraneo”? Decisamente no. Dio è fedele e non permetterà mai a nessuno di restare a mani vuote alla Sua benedetta presenza. Il figliol prodigo può smarrirsi, vagare, spendere tutti i suoi averi e cadere nella miseria, ma sarà sempre vero che nella casa di suo padre c’è pane in abbondanza.

Il petto dell’offerta agitata e la coscia dell’offerta elevata li mangerete tu, i tuoi figli e le tue figlie con te, in luogo puro; perché vi sono stati dati come parte dei sacrifici di riconoscenza dei figli d’Israele, spettante a te e ai tuoi figli. Oltre ai grassi da bruciare si porteranno la coscia dell’offerta elevata e il petto dell’offerta agitata, perché siano agitati davanti al SIGNORE; anche questo apparterrà a te e ai tuoi figli con te, per diritto perenne, come il SIGNORE ha ordinato” (10:14-15).

Quale forza e che stabilità abbiamo qui! Tutti i membri della famiglia sacerdotale, “le figlie” ed “i figli”, tutti, indipendentemente da quale sia la misura della loro energia o della loro capacità, dovevano nutrirsi della “coscia” e del “petto” tipi della forza e delle affezioni del vero Sacrificio di riconoscenza, in quanto risuscitato dai morti e presente davanti a Dio. Questo prezioso privilegio gli appartiene in quanto era stato dato loro “per diritto perenne, come il SIGNORE ha ordinato”. Questo rende tutto “sicuro e fermo” qualunque cosa possa accadere. Gli uomini potevano mancare e peccare, “il fuoco estraneo” essere offerto, ma la famiglia sacerdotale di Dio non deve mai essere privata della ricca e misericordiosa porzione che l’amore divino gli ha procurato e che la fedeltà divina gli ha garantito “per diritto perenne”. Tuttavia, dobbiamo distinguere tra i privilegi che appartenevano a tutti i membri della famiglia di Aronne, “figlie” e “figli“, e quelli di cui poteva godere solo la parte maschile della famiglia. Abbiamo già accennato a questo punto nelle note sulle offerte. Certe benedizioni sono comuni a tutti i credenti semplicemente perché tali, ma ce ne sono altre che richiedono una misura maggiore di conoscenza spirituale ed energia sacerdotale per essere comprese e gustate. È del tutto inutile ed anche colpevole pretendere che vi sia della gioia in questa grande misura quando, in realtà, non la possediamo. Una cosa è tenere fermi i privilegi che ci sono stati “dati” da Dio e che non possono mai essere tolti e un’altra cosa è pretendere un livello spirituale che non abbiamo mai raggiunto. Senza dubbio dobbiamo desiderare la più alta misura di comunione sacerdotale, l’ordine più elevato dei privilegi sacerdotali, ma c’è molta differenza tra desiderare una cosa e pretendere di averla.

Questo pensiero getterà luce sull’ultima parte di questo capitolo.

Mosè si mise alla ricerca del capro del sacrificio espiatorio, ma esso era stato bruciato; allora egli si adirò contro Eleazar e contro Itamar, i figli che erano rimasti ad Aaronne, e disse: “Perché non avete mangiato il sacrificio espiatorio nel luogo santo? È cosa santissima. Il SIGNORE ve l’ha dato perché portiate l’iniquità della comunità, e perché ne facciate l’espiazione davanti a lui. Ecco, il sangue della vittima non è stato portato dentro il santuario. Voi avreste dovuto mangiarla nel santuario, come io avevo ordinato”. E Aaronne disse a Mosè: “Ecco, oggi essi hanno offerto il loro sacrificio espiatorio e il loro olocausto davanti al SIGNORE; e, dopo le cose che mi sono successe, se oggi avessi mangiato la vittima del sacrificio espiatorio, sarebbe ciò piaciuto al SIGNORE?”. Quando Mosè udì questo, rimase soddisfatto” (10:16-20).

Alle “figlie” di Aaronne non era consentito mangiare del “sacrifico per il peccato”, questo grande privilegio apparteneva solo ai “figli” e questo è figura della forma più elevata del servizio sacerdotale. Mangiare del sacrificio per il peccato era l’espressione più completa di identificazione con colui che l’offriva. E questo richiedeva una misura di capacità sacerdotale ed una energia che, in figura, si trovava solo “nei figli di Aaronne”. In questa occasione, però, è evidente che Aaronne ed i suoi figli non erano stati all’altezza della misura divina. Avrebbero dovuto esserlo, ma non lo erano stati. “Dopo le cose che mi sono successe”, dice Aaronne. Senza dubbio era un fatto deplorevole, ma non per questo “Quando Mosè udì questo, rimase soddisfatto”. Vale molto più essere sinceri nella confessione delle nostre cadute e delle nostre negligenze che avere la pretesa di avere una forza spirituale che di fatto è priva di ogni fondamento.

Così, questo decimo capitolo del levitico si apre con un peccato evidente e termina con un peccato di omissione. Nadab ed Abiu offrono del “fuoco estraneo”, Eleazar ed Itamar sono incapaci di mangiare l’offerta per il peccato. Il peccato attira il giudizio divino, la colpa è trattata con indulgenza divina. Per il “fuoco estraneo” non poteva esseri indulgenza, era sfidare apertamente un comandamento formale di Dio. C’è, evidentemente, una grande differenza tra la trasgressione deliberata di un comandamento effettivo e la semplice incapacità di elevarsi all’altezza di un privilegio divino. Nel primo caso si tratta di un disonore fatto a Dio, nel secondo è un torto che si fa a se stessi, privandosi di una propria benedizione. Né l’una né l’altra cosa dovrebbero mai accadere, ma la differenza tra le due è facile da capire. Possa il Signore, nella Sua grazia infinita, farci sempre abitare nel luogo appartato della Sua santa presenza, dimorare nel Suo amore e nutrirci della Sua verità. Solo così saremo preservati dal “fuoco estraneo” e dalle “bevande alcoliche”, cioè da ogni falso culto e dall’eccitazione carnale sotto tutte le sue forme. Solo così saremo resi capaci di comportarci rettamente in tutti i dettagli del ministero sacerdotale e di gioire di tutti i privilegi della nostra posizione come sacerdoti. La comunione del credente è molto sensibile. È facilmente influenzata dalle dure suggestioni di un mondo malvagio. Si svilupperà sotto l’azione benefica dell’atmosfera del cielo, ma dovrà essere risolutamente chiusa al soffio gelido del mondo e dei sensi. Ricordiamoci queste cose e cerchiamo di rimanere sempre nel sacro luogo della presenza divina. Lì tutto è puro, felice e sicuro.

Gli animali puri ed impuri – Capitolo 11

Il libro del Levitico può essere, a buon diritto, chiamato: “la guida del sacerdote” perché ne ha di fatto tutto il carattere. È ricco di principi guida per coloro che desiderano vivere nella gioia della vicinanza sacerdotale di Dio. Se Israele avesse continuato a camminare con Dio, secondo la grazia con la quale li aveva fatti uscire dall’Egitto, sarebbe stato “un regno di sacerdoti, una nazione santa” (Esodo 19:6), ma non è quello che Israele ha fatto. È rimasto lontano e si è messo sotto la Legge che non poteva osservare. Per questo, l’Eterno ha dovuto scegliere una tribù, in mezzo a questa tribù una famiglia ed in mezzo a questa famiglia un uomo. È a lui che fu accordato il grande privilegio di avvicinarsi a Dio come sacerdote.

Ora, i privilegi di una tale posizione erano immensi, ma c’era anche una grave responsabilità che esigeva l’esercizio incessante di uno spirito di discernimento. “Infatti le labbra del sacerdote sono le custodi della scienza e dalla sua bocca si ricerca la legge, perché egli è il messaggero del SIGNORE degli eserciti” (Malachia 2:7). Il sacerdote non doveva soltanto portare il giudizio dell’assemblea davanti all’Eterno, ma doveva anche spiegare le leggi dell’Eterno all’assemblea. Doveva essere l’intermediario sempre pronto a fare da tramite tra l’Eterno ed il popolo. Doveva conoscere non solo per se stesso i pensieri di Dio, ma doveva poterli anche esporre al popolo. Tutto questo richiedeva necessariamente una vigilanza continua, un’attenzione continuo, uno studio costante delle pagine ispirate per assimilare bene tutti i precetti, i giudizi, gli statuti, i comandamenti e tutte le leggi e le ordinanze del Dio d’Israele, per essere in grado di istruire la congregazione in “tutte le cose che il SIGNORE aveva ordinato” (Levitico 8:36).

Non c’era nessuno spazio per l’immaginazione, per l’introduzione di possibili congetture da parte dell’uomo o di abili accomodamenti di convenienze umane, ma tutto era prescritto con precisione divina e l’autorità perentoria di un: “Così dice l’Eterno”. Minuziosa e completa così com’era la spiegazione dei sacrifici, dei riti e delle cerimonie non lasciavano spazio alla elaborazione della mente umana.  All’uomo non era nemmeno permesso di decidere quale specie di sacrificio doveva essere offerto in una certa occasione e neppure in che modo questo sacrificio doveva essere presentato. L’Eterno si prendeva cura di tutto. Né l’assemblea né il sacerdote avevano la minima autorità per decidere, compiere o suggerire un solo dettaglio in tutta questa lunga serie di ordinanze della dispensazione mosaica. La parola dell’Eterno ordinava tutto, l’uomo doveva solo obbedire.

Per un cuore obbediente tutto questo non è che una grazia inesprimibile. Non si apprezza mai abbastanza il privilegio d’avere la facilità di ricorrere agli oracoli di Dio e di trovarvi, giorno dopo giorno, le più ampie direzioni su tutti i dettagli della fede e del servizio. Quello che occorre è una volontà spezzata, uno spirito umile, un occhio semplice. La Guida divina è la più completa che possiamo desiderare. Non abbiamo bisogno di nient’altro. Credere, per un istante, che resti qualunque cosa che la saggezza umana possa fare o rimediare, deve essere considerato come un insulto fatto ai sacri Libri. Nessuno può leggere il Levitico senza essere toccato dall’estrema cura data dal Dio d’Israele per procurare al Suo popolo le istruzioni più dettagliate su tutto quello che si rapporta al Suo servizio ed al Suo culto. Il lettore più impreparato può almeno trovarci questa toccante ed interessante lezione.

Sicuramente, se mai vi fu un tempo in cui questa stessa lezione debba d’essere ripetuta alle orecchie della cristianità, è proprio ora. Da ogni parte si alzano dei dubbi sulla divina sufficienza delle Sacre Scritture. In qualche caso questi dubbi sono espressi apertamente e volutamente, in altri con meno coraggio vengono segretamente insinuati, presentati con allusioni o con distacco. Si dice, direttamente o indirettamente, ai “navigatori” cristiani che la “mappa divina” non è sufficiente per tutti i dettagli complicati del viaggio, che ci sono stati, nel corso del tempo, tanti cambiamenti “nell’oceano” della vita, durante la formazione di queste “mappe”, che, in molti casi, sono totalmente inadeguate per i bisogni della navigazione moderna. Si dice che le correnti, le maree, le coste, le spiagge e gli approdi di questo oceano ora sono del tutto differenti da quelli di qualche secolo fa e che di conseguenza bisogna fare ricorso ai mezzi forniti dal progresso nella navigazione, per sopperire a ciò che manca nella vecchia mappa, di cui tuttavia si conviene che era perfetta ai tempi in cui fu redatta.

Il mio più fermo desiderio è che il lettore cristiano possa, in tutta sicurezza, rispondere a questo insulto fatto al prezioso volume ispirato, di cui ogni parola proviene dal Padre sotto la guida dello Spirito Santo. Desidero che possa rispondere, sia che gli venga proposta la cosa sotto forma di audace blasfemia, sia sotto quella di una sapiente e plausibile argomentazione. Di qualunque mantello essa si copra trae la sua origine dal nemico di Cristo, della Bibbia, dal nemico delle nostre anime. Infatti, se la Parola di Dio non è sufficiente, allora dove siamo? Da che parte andremo? A chi ci rivolgeremo quando avremo bisogno di soccorso e di luce, se il libro del Padre è, in qualche modo, difettoso? Dio dice che questo Libro può renderci “completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:17). L’uomo dice di no, che nella Bibbia ci sono molte cose su cui essa tace, che però abbiamo bisogno di sapere. A chi credere? A Dio o all’uomo? La nostra risposta a chiunque metta in dubbio l’autorità delle Scritture è semplicemente questa: “O voi non siete degli uomini di Dio o la cosa che voi dite essere mancante di garanzia si riferisce al fatto che la Bibbia non è un “buon libro! Tutto è molto chiaro: nessuno potrebbe vederla diversamente considerando accuratamente 2 Timoteo 3:17”.

Che possiamo avere un sentimento più profondo della pienezza, della maestà e dell’autorità della Parola di Dio! Abbiamo bisogno di essere fortificati a questo riguardo. Abbiamo bisogno di un sentimento più vivo, profondo e costante dell’autorità del canone sacro e della sua completa sufficienza per tutti tempi, ad ogni latitudine, in ogni occasione, in ogni condizione: personale, sociale, ecclesiastica, per poter resistere a tutti gli attacchi del nemico, per abbassare il valore di questo inestimabile tesoro. Che i nostri cuori possano essere più all’unisono con le parole del salmista: “La somma della tua parola è verità;
tutti i tuoi giusti giudizi durano in eterno
” (Salmo 119:160).

Questo fiume di pensieri è stato portato dall’esame del capitolo 11 del Levitico dove troviamo che Dio fa, con minuziosi dettagli, la descrizione di quadrupedi, uccelli, pesci e rettili, dando al Suo popolo diversi segni per mezzo dei quali dovevano riconoscere quelli che erano puri da quelli impuri. Gli ultimi due versetti di questo notevole capitolo ce ne danno un riassunto completo: “Questa è la legge riguardante i quadrupedi, gli uccelli, ogni essere vivente che si muove nelle acque e ogni essere che striscia sulla terra, perché sappiate discernere ciò che è impuro da ciò che è puro, l’animale che si può mangiare da quello che non si deve mangiare” (11:46-47).

Risguardo ai quadrupedi, due cose erano essenziali perché fossero dichiarati puri: dovevano ruminare e avere l’unghia spartita: “Mangerete ogni animale che ha l’unghia spartita, il piede forcuto, e che rumina” (11:3). Ciascuno di questi segni distintivi, da solo, sarebbe stato del tutto insufficiente a costituire la purezza cerimoniale. Le due caratteristiche dovevano andare insieme. Così come queste due caratteristiche erano pienamente sufficienti all’israelita per distinguere gli animali puri ed impuri, indipendentemente dal senso o dal motivo di queste caratteristiche, il credente deve, per sé, ricercare la verità spirituale contenuta in questa ordinanza cerimoniale.

Perciò, cosa ci insegnano queste due caratteristiche di un quadrupede puro? La facoltà di ruminare è l’atto che esprime il digerire interiormente quello che si mangia, così come l’unghia spartita rappresenta il carattere del cammino esteriore. C’è, lo sappiamo, un intimo rapporto tra le due cose nella vita del credente. Colui che pascola nei verdeggianti pascoli della Parola di Dio e digerisce quello di cui si nutre, colui che unisce la calma meditazione allo studio con preghiera, manifesterà, senza dubbio, il carattere di un cammino che è a lode di Colui che ha voluto darci la Sua Parola per dirigere le nostre vie e formare le nostre abitudini.

C’è però da temere che molti di coloro che leggono la Bibbia non digeriscano la Parola. Tra le due cose c’è un’immensa differenza. Si può leggere capitolo dopo capitolo, libro dopo libro e non digerirne un solo rigo. Possiamo leggere la Bibbia come se compissimo una fredda ed inutile routine, ma per mancanza della facoltà di ruminare, dell’organo digestivo, non ne traiamo nessun profitto effettivo. È a questo che dobbiamo fare molta attenzione. L’animale che bruca l’erba verde può insegnarci un’utile lezione. Esso raccoglie prima in modo diligente la rigogliosa pastura, poi si sdraia tranquillamente per ruminarla. Bella e toccante immagine di un credente che si nutre dei preziosi contenuti del Libro ispirato e poi lo digerisce interiormente. Piacesse a Dio che questo accadesse di più in mezzo a noi! Se fossimo più abituati a fare della Parola il nutrimento necessario e giornaliero delle nostre anime, saremmo sicuramente in uno stato più vigoroso e più sano. Guardiamoci dal fare della lettura della Bibbia una formalità inutile, un freddo dovere, un affare di routine religiosa.

La stessa precauzione è necessaria quando si espone la Parola in pubblico. Coloro che spiegano la Parola se ne nutrano e la digeriscano prima per se stessi. Leggano e ruminino non solo per gli altri, ma prima per se stessi. È triste vedere un uomo continuamente occupato a procurare del nutrimento per altri, mentre lui muore di fame. Coloro che, invece, assistono al ministero pubblico della Parola non lo facciano macchinalmente e solo per abitudine, ma con un sincero desiderio di apprendere e di digerire interiormente quello che hanno udito. Così, colui che insegna e coloro che sono istruiti saranno in buono stato, la vita spirituale sarà nutrita e sostenuta ed il vero carattere del cammino sarà manifestato.

Ma ricordiamoci che l’azione del ruminare non deve mai essere separata dalla presenza dell’unghia spartita. Un uomo che non avesse conosciuto che imperfettamente “la guida del sacerdote”, inesperto dei divini ordinamenti, vedendo un animale ruminare, avrebbe potuto, in modo superficiale, dichiararlo puro, cosa che sarebbe stata un grave errore. Un più accurato studio della norma divina gli avrebbe subito mostrato che doveva esaminare il cammino dell’animale, osservare bene le orme lasciate da ogni suo movimento, cercare il risultato dell’unghia spartita: “Ma tra quelli che ruminano e tra quelli che hanno l’unghia spartita, non mangerete questi: il cammello, perché rumina, ma non ha l’unghia spartita; lo considererete impuro … (ecc.)” (11:4-6).

Allo stesso modo l’unghia spartita non era sufficiente se non era accompagnata dalla ruminazione: “Il porco, perché ha l’unghia spartita e il piede forcuto, ma non rumina; lo considererete impuro” (11:7). In una parola, queste due cose erano inseparabili per un animale puro e, quanto all’applicazione spirituale, è della più alta importanza dal punto di vista pratico. La vita interiore ed il cammino pratico devono procedere insieme. Un uomo può fare professione di amare la Parola di Dio e di nutrirsene, cioè studiarla e ruminarla, di farne il cibo della sua anima, ma se le tracce del suo cammino sul sentiero della vita non sono come richiede la Parola allora non è puro. D’altra parte, può sembrare che un uomo si comporti con puntualità farisaica, ma se il suo cammino non è il risultato della sua vita nascosta, alla fine non vale niente. Bisogna che abbia nel suo intimo il principio divino che prende e digerisce la ricca pastura della Parola di Dio, senza la quale il suo cammino non varrà niente. Il valore di ciascuno di questi due elementi dipende dal legame inseparabile che hanno l’uno con l’altro.

Questo ci ricorda, inevitabilmente, un versetto molto serio della prima epistola di Giovanni nel quale l’apostolo ci parla dei due segni dai quali possiamo riconoscere coloro che sono di Dio: “In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chiunque non pratica la giustizia non è da Dio; come pure chi non ama suo fratello” (1 Giovanni 3:10). Abbiamo qui i due grandi tratti caratteristici della vita eterna che possiedono tutti i veri credenti, vale a dire: “la giustizia” e “l’amore”, il segno esteriore ed il segno interiore. I due caratteri devono sussistere insieme. Alcuni credenti sono tutti per quello che chiamano “amore”, altri per quella che chiamano “giustizia”, ma, secondo Dio, l’una non può essere senza l’altro. Se quello che qualcuno chiama “amore” esiste, ma senza una giustizia pratica, non sarà, in realtà, che una disposizione mentale debole e rilassata che tollererà ogni specie d’errore e di male. E se quella che qualcuno chiama “giustizia” esiste ma senza l’amore, questa non sarà che una disposizione d’animo severa, orgogliosa, farisaica, egoista che si accontenta del miserabile piedistallo della reputazione personale. Ma là, dove la vita divina agisce con energia, si troverà sempre la carità interiore, unita ad una sincera giustizia pratica. Questi due elementi sono essenziali alla formazione del vero carattere cristiano. Deve esserci amore che si manifesta per tutto ciò che è di Dio e, allo stesso tempo, santità che si ritrae con orrore da tutto ciò che è di Satana.

Vediamo ora, tutto quello che il cerimoniale levitico esigeva riguardo a “tutti gli animali acquatici”. Anche qui troviamo due segni distintivi: “Voi potrete mangiare questi. Mangerete tutto ciò che ha pinne e squame nelle acque, tanto nei mari quanto nei fiumi. Ma tutto ciò che non ha né pinne né squame, sia nei mari sia nei fiumi, fra tutto ciò che si muove nelle acque e tutto ciò che vive nelle acque, lo considererete abominevole” (11:9-10). Due cose erano necessarie per rendere un pesce puro: avere “pinne e squame” che evidentemente rappresentavano una certa attitudine per l’elemento in cui l’animale doveva muoversi.

Ma c’era di più. Credo che abbiamo il privilegio di poter discernere, nelle proprietà naturali che Dio ha donato alle Sue creature che vivono nelle acque, certe qualità spirituali che appartengono alla vita spirituale. Se ha dotato i pesci delle “pinne” per muoversi nell’acque e delle “scaglie” per resistere all’azione di questo elemento, anche il credente ha bisogno di questa forza spirituale che lo metta in grado di camminare in avanti nel mondo che lo circonda ed allo stesso tempo di resistere alla sua influenza, di non lasciarsi penetrare, di tenerlo fuori da sé. Sono qualità preziose. Le pinne e le scaglie sono piene di significati, piene di istruzioni pratiche per il credente. Ci presentano, in figura, due cose di cui abbiamo particolarmente bisogno: l’energia spirituale per andare in avanti attraverso l’elemento che ci attornia e la forza per preservarci dalla sua azione. L’una non servirà a niente senza l’altra. È inutile possedere la capacità di attraversare il mondo, se non siamo in grado di superare la prova dell’influenza del mondo e, sebbene possiamo sembrare capaci di proteggerci dal mondo, tuttavia se non abbiamo la forza per andare avanti, siamo in difetto.

Tutta la condotta di un credente dovrebbe mostrarlo come pellegrino e straniero quaggiù. La sua divisa dovrebbe essere: “avanti!”, sempre e soltanto in avanti. Quali che siano le circostanze, i suoi occhi dovrebbero essere fissi su una dimora al di là di questo mondo passeggero. Egli è dotato, per grazia, della facoltà spirituale di superare energicamente tutti gli ostacoli e di realizzare le ardenti aspirazioni di un’anima nata dall’alto che lo spinge così vigorosamente in avanti, e mentre si fa strada verso il cielo, deve mantenere il suo uomo interiore corazzato tutt’intorno e accuratamente chiuso a tutte le influenze esterne.

Che possiamo sentire di più questo bisogno di andare avanti, queste aspirazioni verso il cielo, non fissiamo la nostra anima quaggiù e non allontaniamoci da quella luce. Avremo motivi di benedire il Signore per le nostre meditazioni sulle figure cerimoniali del Levitico se, facendolo, saremo indotti a desiderare più ardentemente quelle benedizioni, che, sebbene così poveramente presentate, sono tuttavia così necessarie per noi.

Dal versetto 13 a 24 del nostro capitolo abbiamo le norme riguardanti gli uccelli e gli insetti alati. Tutti quelli che in genere erano carnivori, cioè quelli che si cibavano di carne, erano impuri. Gli onnivori, cioè coloro che mangiavano di tutto, erano anch’essi impuri. Tutti quelli che, benché dotati della facoltà di alzarsi verso il cielo, restavano a terra erano impuri. Quanto a quest’ultima classe c’era qualche caso eccezionale (cfr. 11:21-22), ma la regola generale, il principio fisso, l’ordinanza immutabile era la più esplicita possibile: “Avrete in abominio pure ogni insetto alato che cammina su quattro piedi” (11:20). Tutto questo ha un insegnamento molto semplice per noi. Gli uccelli che potevano nutrirsi di carne, quelli che potevano inghiottire qualunque cosa si presentasse loro e tutti gli insetti alati che strisciavano dovevano essere impuri per l’Israele di Dio, perché il Dio d’Israele li aveva dichiarati tali ed il cuore spirituale non avrà difficoltà a riconoscere la correttezza di tale prescrizione. Non solo possiamo vedere nelle abitudini delle tre classi qui menzionate il saggio motivo che li faceva dichiarare impuri, ma vediamo in essi anche la rappresentazione sorprendente di ciò da cui ogni vero cristiano dovrebbe assolutamente guardarsi. Deve rifiutare tutto ciò che è di natura carnale e inoltre non può nutrirsi di tutto ciò che gli capita. Deve “distinguere ciò che è meglio” (Romani 2:18), deve applicarsi “ancora di più alle cose udite” (Ebrei 2.1), deve tenere esercitato uno spirito di discernimento, di giudizio spirituale, di gusti celesti. Infine, deve usare le sue ali; bisogna che si alzi con quelle della fede e trovi il suo posto nella sfera celeste a cui appartiene. In una parola, nel cristiano non dovrebbe esserci niente di strisciante, niente di confuso, niente di contaminato [25].

Quanto ai rettili ecco quelle che erano le regole generali: “Ogni cosa che striscia sulla terra è abominevole; non se ne mangerà” (11:41). Quant’è ammirabile pensare alla grazia piena di condiscendenza dell’Eterno che si abbassava a dare delle direttive a riguardo di un rettile strisciante. Non voleva lasciare il Suo popolo nell’indecisione quanto alla più piccola cosa. La “guida del sacerdote” conteneva le più ampie istruzioni su tutti i punti. Dio voleva che il Suo popolo si conservasse puro da ogni contaminazione risultante da un contatto con quello che era impuro. Non erano lasciati a se stessi e di conseguenza non dovevano agire come sembrava loro bene. Appartenevano all’Eterno, il Suo Nome era stato invocato su di loro, erano identificati in Lui. Le Sue parole dovevano essere, in ogni cosa, la loro regola di condotta. Era in quelle che dovevano imparare a giudicare lo stato degli animali, degli uccelli, dei pesci e dei rettili. Non dovevano per nulla, in nessuna maniera, appoggiarsi sui loro pensieri, esercitare le loro facoltà di ragionamento o lasciarsi guidare dalla propria immaginazione. La Parola di Dio doveva essere la loro unica guida. Le altre nazioni potevano mangiare quello che volevano, ma Israele godeva del privilegio di mangiare solo quello che piaceva a Dio.

Non era solo dall’atto di mangiare quello che era impuro che il popolo di Dio si doveva accuratamente guardare, anche il semplice contatto era vietato (cfr. 11:8, 24, 26-28, 31-41). Era impossibile che un membro dell’Israele di Dio toccasse qualcosa di impuro, senza rimanerne contaminato. Questo principio è largamente sviluppato nella Legge e nei profeti: “Così parla il SIGNORE degli eserciti: “Domanda ai sacerdoti che cosa dice la legge su questo argomento: Se uno porta nel lembo della sua veste della carne consacrata, e con quel suo lembo tocca del pane, una vivanda cotta, del vino, dell’olio o qualsiasi altro cibo, quelle cose diventeranno forse consacrate?” I sacerdoti risposero e dissero: “No”. Aggeo disse: “Se uno è impuro per aver toccato un cadavere e tocca qualcuna di quelle cose, questa diventerà impura?”. I sacerdoti risposero e dissero: “Sì, diventerà impura” (Aggeo 2:11-13). L’Eterno voleva che il Suo popolo fosse santo sotto tutti gli aspetti. Non si doveva né mangiare né toccare nulla che fosse impuro: “Non vi rendete abominevoli a causa di uno di questi animali che strisciano e non vi rendete impuri per causa loro e non lasciatevi contaminare da loro”. Poi veniva l’importante ragione di questa severa separazione: “Poiché io sono il SIGNORE, il vostro Dio; santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo. Non contaminate le vostre persone per mezzo di uno qualsiasi di questi animali che strisciano sulla terra. Poiché io sono il SIGNORE che vi ho fatti salire dal paese d’Egitto, per essere il vostro Dio. Siate dunque santi, perché io sono santo”. (43-45).

È bene notare che la santità personale dei servitori di Dio, la loro totale separazione da ogni specie di contaminazione, scaturisce dalla loro relazione con Dio. Non è sul principio: “Fatti in là, non ti avvicinare perché io sono più santo di te” (Isaia 65:5), ma semplicemente su quello: “Dio è santo” e perciò tutti quelli che sono messi in rapporto con Lui devono essere santi. È cosa degna di Dio che il suo popolo sia santo sotto tutti gli aspetti: “I tuoi statuti sono perfettamente stabili; la santità s’addice alla tua casa, o SIGNORE, per sempre” (Salmo 93:5). Cosa c’è che si addice alla casa dell’Eterno più della santità? Se si fosse chiesto ad un Israelita: “Perché indietreggi così davanti ad un rettile che striscia sul sentiero?” egli avrebbe risposto: “L’Eterno è santo ed io Gli appartengo. Lui ha detto: “Non toccarlo!”. Allo stesso modo se oggi si domanda ad un credente perché si tiene lontano da tante cose alle quali gli uomini del mondo partecipano, la sua risposta dovrebbe semplicemente essere: “Mio Padre è santo”. È questo il vero principio della santità personale. Più contempliamo il carattere divino e comprendiamo la potenza della nostra relazione con Dio, in Cristo per l’energia dello Spirito Santo, più nella pratica saremo, necessariamente, santi. Non possono esserci progressi nella posizione di santità nella quale il credente è introdotto, ma c’è e devono esserci nell’apprezzamento, nell’esperienza e nella manifestazione pratica di questa santità. Queste cose non devono mai essere confuse. Tutti i credenti sono nella stessa condizione di santità o di santificazione, ma la loro misura pratica può variare enormemente. Questo è facile da capire: la nostra condizione è il risultato del nostro avvicinamento a Dio attraverso il sangue della croce; la misura pratica dipende da questo: sapere se ci teniamo vicini a Dio mediante la potenza dello Spirito. Non è pretendere qualcosa al di là della nostra portata, avere un grado di santità personale più elevato di altri, ad essere, in qualche modo, migliore del prossimo. Tali pretese sono del tutto disprezzabili agli occhi di ogni persona intelligente. Ma se Dio, nella Sua grazia infinita, si abbassa fino a noi e ci eleva alla santa altezza della Sua presenza benedetta, associati a Cristo, non ha il diritto di prescrivere anche quale deve essere il nostro carattere, essendo di coloro che Gli sono vicini? Chi oserebbe mettere in dubbio una verità così evidente? Inoltre, non siamo tenuti a cercare di conservare il carattere che prescrive? Dobbiamo essere accusati di presunzione se lo facciamo? Era una presunzione per un Israelita rifiutarsi di toccare “un rettile”? No, ma sarebbe stata una audace e pericolosa presunzione il farlo. Poteva accadere, è vero, che non si potesse far capire ed apprezzare ad uno straniero incirconciso il motivo della propria condotta, ma questo non era importante. L’Eterno aveva detto: “Non lo toccare”, non perché un Israelita era di per sé più santo di uno straniero, ma perché l’Eterno era santo ed Israele Gli apparteneva. Occorreva l’occhio ed il cuore di un discepolo, circonciso dalla legge di Dio, per discernere quello che era netto e ciò che non lo era, perché uno straniero non avrebbe visto nessuna differenza. Deve sempre essere così. Non possono che essere i figli della Saggezza che possono giustificare ed approvare le Sue celesti vie.

Prima di lasciare il capitolo 11 del Levitico possiamo, con profitto per le nostre anime, confrontarlo con il capitolo 10 del Libro degli Atti, versetti da 11 a 16. Quanto ha dovuto sembrare strano a Pietro, che era stato allevato fin dalla sua infanzia nei principi del rituale mosaico, vedere discendere dal cielo “un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo” e non soltanto vedere questa tovaglia con questi animali, ma udire anche quella voce che diceva: “Alzati, Pietro, uccidi e mangia!”. Che cosa meravigliosa! Cosa? Nessun esame di unghie o delle altre caratteristiche? Non ce n’era nessun bisogno: quella tovaglia veniva dal cielo. Era abbastanza. I Giudei potevano trincerarsi dietro le barriere esteriori delle loro ordinanze e gridare: “No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo”, ma le onde della grazia divina si elevano maestose al di sopra di queste barriere, per abbracciare, nel suo insieme, oggetti di ogni genere e per innalzarli al cielo, con il potere e l’autorità di queste preziose parole: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano”. Poco importava di quello che la tovaglia conteneva se Dio l’aveva purificato. L’Autore del libro del Levitico portava i pensieri del Suo servitore al disopra delle barriere, che il Levitico aveva eretto, fino a tutta la magnificenza della grazia celeste. Egli voleva insegnare che la vera purezza, quella che il cielo richiede, non doveva più consistere nell’atto di ruminare, nell’avere l’unghia spartita o in questa o quella caratteristica cerimoniale, ma nell’essere lavati nel sangue dell’Agnello che purifica da ogni peccato e rende il credente così netto da poter calcare il pavimento di zaffiro dei cortili celesti (cfr. Esodo 24:10).

Era una bella lezione da dare ai Giudei. È una lezione divina, alla luce della quale le ombre del Vecchio Testamento dovevano svanire, la mano della grazia sovrana ha aperto la porta del regno, ma non per farvi entrare qualcosa di impuro. Niente di impuro può entrare nel cielo. Ora, il criterio della purezza non deve essere più “un’unghia spartita”, ma unicamente questo: “Ciò che Dio ha purificato”. Quando Dio purifica un uomo, questo è certamente netto. Pietro stava per essere inviato ad aprire il regno ai Gentili come lo aveva già aperto ai Giudei, ed il suo cuore di Giudeo doveva essere allargato. Aveva bisogno di elevarsi al di sopra delle ombre di un tempo che non c’era più, nella luce abbagliante che irradiava da un cielo aperto, in virtù di un sacrificio compiuto e perfetto. Aveva bisogno di uscire dalla stretta corrente del pregiudizio giudaico ed essere portato all’interno di questo oceano di grazia che andava a spandersi su tutto un mondo perduto. Doveva anche imparare che la misura che doveva determinare la vera purezza non era più carnate, cerimoniale, terrena ma spirituale, morale e celeste. Noi possiamo ben dire che era una grande lezione quella che l’apostolo della circoncisione aveva ricevuto sul tetto della casa di Simone il cuoiaio. Essa aveva certamente lo scopo evidente di addolcire, dilatare ed elevare uno spirito che era stato allevato in mezzo all’influenza limitata del sistema giudaico. Noi benediciamo il Signore per questa preziosa lezione. Lo benediciamo per la bella e ricca posizione in cui ci ha messi per mezzo del sangue della croce. Noi Lo benediciamo di quello perché non siamo più ostacolati da “Non toccare, non assaggiare, non maneggiare” (Colossesi 2:21), Lo benediciamo perché la sua Parola ci dice: “Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera” (1 Timoteo 4:4-5).

La rovina dell’uomo ed il rimedio di Dio – Capitolo 12

Questo corto capitolo del libro del Levitico ci dà, a suo modo, la doppia lezione della rovina dell’uomo ed il rimedio di Dio. Ma, sebbene la forma sia particolare, la lezione è più chiara e adatta per fare colpo. È sia profondamente umiliante che divinamente consolante. L’effetto di qualsiasi passo della Scrittura, spiegato direttamente e applicato alla nostra anima dalla potenza dello Spirito Santo, è quello di condurci al di fuori di noi stessi, a Cristo. Comunque si guardi la nostra natura decaduta, e non importa in quale punto della sua storia la consideriamo, nel concepimento, alla nascita o in qualche altra fase lungo tutta la sua esistenza, dal grembo materno alla bara, porta la doppia impronta di infermità e contaminazione. Questo è ciò che a volte viene dimenticato in mezzo allo splendore, allo sfarzo, alle ricchezze e agli splendori della vita umana. Il cuore dell’uomo è ricco di mezzi per coprire la sua umiliazione. Cerca, in vari modi, di adornare, di coprire la sua nudità e di rivestire apparenze di forza e gloria; ma è tutta vanità. Basta vederlo quando entra nel mondo, come una povera e debole creatura o quando lo lascia, per prendere il suo posto sotto le zolle della terra, per avere la prova più convincente del nulla di tutto il suo orgoglio e della vanità di tutta la sua gloria. Coloro il cui cammino attraverso questo mondo è stato illuminato da ciò che l’uomo chiama gloria, vi sono entrati nella nudità e nella debolezza e lo hanno lasciato nella malattia e nella morte.

E questo non è tutto. L’eredità dell’uomo, quello cioè che lo caratterizza alla sua entrata nella vita, non è soltanto infermità perché c’è anche la contaminazione: “Ecco”, dice il salmista, “io sono stato generato nell’iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato” (Salmo 51:5) e: “Come può essere puro il nato di donna?” (Giobbe 25:4). Dal capitolo che è sotto i nostri occhi apprendiamo che il concepimento e la nascita di un “figlio maschio” comportavano “sette giorni” di impurità cerimoniale per la madre con trentatré giorni di esclusione dal santuario e che questo periodo era raddoppiato nel caso di una “figlia”. Non vuol dirci niente questo? Non possiamo trarne una lezione umiliante? Tutto questo non ci dice, in un linguaggio facile da comprendere, che l’uomo è “una cosa impura” e che ha bisogno del sangue dell’espiazione per essere purificato? L’uomo pensa di poter fare con la sua giustizia, vantandosi orgogliosamente della dignità della natura umana. Può prendere un’aria altezzosa e un portamento arrogante calcando la scena di questo mondo, ma se volesse darsi la pena di rientrare un momento in sé e meditare su questo capitolo del Levitico, il suo orgoglio, la sua vanità, la sua dignità e la sua giustizia svanirebbero prontamente e, al loro posto, potrebbero trovare la solida base di tutta la vera dignità ed il solido fondamento della divina giustizia nella croce del nostro Signore Gesù Cristo.

In questo capitolo l’ombra della croce passa davanti a noi in un duplice aspetto: il primo nella circoncisione del “figlio maschio” con la quale egli diventava un membro dell’Israele di Dio e, il secondo, nell’olocausto e nel sacrifico per il peccato, per mezzo dei quali la madre era purificata da ogni impurità e resa nuovamente idonea ad avvicinarsi al santuario e ad essere messa in contatto con le cose sante: “Quando i giorni della sua purificazione, per un figlio o per una figlia, saranno terminati, porterà al sacerdote, all’ingresso della tenda di convegno, un agnello di un anno come olocausto, e un giovane piccione o una tortora come sacrificio per il peccato. Il sacerdote li offrirà davanti al SIGNORE e farà l’espiazione per lei; così ella sarà purificata del flusso del suo sangue. Questa è la legge relativa alla donna che partorisce un maschio o una femmina” (12:6-7). La morte di Cristo, con i suoi due grandi aspetti, è qui presentata ai nostri pensieri come la sola cosa che poteva rispondere all’impurità relativa alla nascita naturale dell’uomo e toglierla di mezzo in modo perfetto. L’olocausto rappresenta la morte di Cristo secondo l’apprezzamento divino; il sacrificio per il peccato, sotto l’altro aspetto, ci presenta la morte di Cristo in rapporto con i bisogni del peccatore.

Se non ha mezzi per offrire un agnello, prenderà due tortore o due giovani piccioni: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio per il peccato. Il sacerdote farà l’espiazione per lei, ed ella sarà pura” (12:8). Solo lo spargimento di sangue poteva purificare. La croce è l’unico rimedio per l’infermità e l’impurità dell’uomo. Perciò, quando quest’opera grandiosa è compresa per mezzo della fede, si gioisce di una purificazione completa. Questa percezione però può essere debole, la fede può essere vacillante, le esperienze minime, ma il lettore si ricordi, per la gioia e la consolazione della sua anima, che non è la profondità delle sue esperienze, la stabilità della sua fede o la forza della sua comprensione che purificano, ma unicamente il valore divino, l’immutabile efficacia del Sangue di Cristo. Questo dona un grande riposo all’anima. Il sacrificio della croce è lo stesso per ogni membro dell’Israele di Dio, indipendentemente dalla sua posizione nell’assemblea. Le tenere valutazioni del Dio di misericordia si vedono nel fatto che il sangue di una tortora era sufficiente per il povero, come un agnello lo era per il ricco. Il pieno valore dell’opera espiatoria era ugualmente mantenuto e dimostrato dalle due offerte. Se non fosse stato così, l’umile Israelita, implicata in questa contaminazione cerimoniale, avrebbe potuto gridare considerando il numeroso gregge del suo vicino: “Come farò? Come sarò purificata? Come potrò riacquistare il mio posto in mezzo alla congregazione? Io non ho né pecore né buoi, sono povera e miserabile!”. Ma, benedetto sia Iddio, che aveva previsto il caso di una persona in quelle circostanze e vi aveva provveduto. Un giovane piccione o una tortora erano perfettamente sufficienti. La stessa grazia, perfetta ed ammirabile, si mostra anche nel caso del lebbroso al capitolo 14 del nostro libro: “Se quel tale è povero e non può procurarsi queste cose, prenderà … Poi sacrificherà una delle tortore o uno dei due giovani piccioni che ha potuto procurarsi … Questa è la legge relativa a colui che è affetto da piaga di lebbra, e non ha i mezzi per procurarsi ciò che è richiesto per la sua purificazione” (Levitico 14: 21, 30, 32).

La grazia trova il miserabile in qualunque luogo ed in qualunque stato. Il sangue espiatorio è messo alla portata del più umile, del più povero, del più debole. Tutti coloro che ne hanno bisogno possono averlo. “Se è povero”, e allora? Che sia respinto? No! Il Dio d’Israele non poteva comportarsi così con i poveri e gli indigenti. C’è un grande incoraggiamento per tutti gli ultimi nella bella espressione: “Secondo i suoi mezzi … che ha potuto procurarsi”. Che grazia perfetta! “Il vangelo è annunciato ai poveri” (Matteo 11.5). Nessuno può dire: “Il sangue di Cristo non è alla mia portata”. Ad ognuno si può chiedere: “A che distanza volete che vi sia portato?” e il Signore risponde: “Io faccio avvicinare la mia giustizia; essa non è lontana” (Isaia 46:13). Fino a che punto è “vicina”? È così vicina che è per “chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio” (Romani 4:5) e ancora: “La parola è vicino a te” ma quanto “vicina”? Così vicina che: “se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato” (Romani 10:8-9). E poi ancora questo bello e toccante invito: “Voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro” (Isaia 55:1).

Che grazia incomparabile in queste belle espressioni: “Chi non opera ma crede” e “voi che non avete denaro”. Sono così conformi alla natura di Dio che sono opposte a quella dell’uomo. La salvezza è gratuita come l’aria che respiriamo. Siamo noi che abbiamo creato l’aria? Siamo noi che abbiamo combinato gli elementi che la compongono? No, ma ne godiamo e godendone possiamo vivere ed agire per Colui che l’ha creata. È la stessa cosa per quello che riguarda la salvezza. Noi la riceviamo senza avere fatto niente. Gioiamo delle ricchezze di un altro, ci riposiamo sull’opera compiuta da un altro e, ancor di più, è nutrendocene e riposando in essa che siamo resi capaci di lavorare per Colui che è l’autore dell’opera nella quale ci riposiamo e di cui godiamo le ricchezze. Questo è un grande paradosso dell’evangelo, assolutamente inspiegabile per il legalismo, ma mirabilmente semplice per la fede. La grazia divina si diletta nel provvedere ai bisogni di colui che “non ha i mezzi per procurarsi” il necessario, provvedendo lei stessa.

Nel capitolo 12 del Levitico troviamo un’altra preziosa lezione. Non soltanto vediamo la grazia di Dio verso i poveri ma, confrontando gli ultimi versetti del nostro capitolo con Luca 2:24, apprendiamo fino a quale straordinaria profondità Dio scenda per manifestare questa grazia. Il Signore Gesù Cristo, Dio manifestato in carne, l’Agnello senza difetto né macchia, il Santo, Colui che non ha conosciuto peccato, è “nato da donna” (Galati 4:4); questa donna, meraviglioso mistero, dopo aver portato nel suo seno e messo al mondo “ciò che in lei è generato” (Matteo 1:20), puro, perfetto, santo e senza macchia dovette sottomettersi alla cerimonia ordinaria e compiere i giorni della sua purificazione secondo la Legge di Mosè. E non soltanto vediamo la grazia divina nel fatto che dovette purificarsi, ma anche nella maniera in cui fu fatto: “E per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore, di un paio di tortore o di due giovani colombi”. Questa semplice circostanza ci fa sapere che i genitori putativi del Signore Gesù erano poveri al punto tale da essere obbligati ad approfittare della toccante possibilità accordata a coloro che non avevano i mezzi per offrire “un agnello per l’olocausto”. Che pensiero! Il Signore della gloria, Dio Onnipotente, possessore del cielo e della terra, Colui al quale appartengono “il bestiame che sta sui monti a migliaia” (Salmo 50:10) e tutte le ricchezze dell’universo, apparve in questo mondo, che le Sue mani avevano creato, nelle circostanze difficili di un umile vita. La dispensazione levitica faceva delle concessioni ai poveri e la madre di Gesù se ne è servita. C’è in questo una grande lezione per il cuore umano. Il Signore Gesù non fa la Sua entrata nel mondo in mezzo ai grandi ed ai nobili. Egli fu, particolarmente, un uomo povero, e prese posto in mezzo ai poveri. “Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi” (2 Corinzi 8:9).

Che possiamo sempre nutrirci con gioia di questa preziosa grazia del Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale siamo stati arricchiti per il presente e per l’eternità! Egli si è spogliato di tutto quello che l’amore poteva dare affinché noi ne fossimo ripieni. Si è spogliato affinché noi fossimo rivestiti, è morto perché potessimo vivere. Nella grandezza della Sua grazia è disceso dall’alto della gloria divina fino alle profondità della povertà umana, perché potessimo essere elevati dal “letame” della rovina naturale per prendere il nostro posto tra i principi del suo popolo per sempre (Salmo 113:7-8). Che il sentimento di questa grazia, prodotto nei nostri cuori dalla potenza dello Spirito Santo, ci costringa ad abbandonarci completamente a Colui al quale dobbiamo la nostra felicità presente ed eterna, la nostra ricchezza, la nostra vita e tutto quanto!

La lebbra e la purificazione dalla lebbra – Capitoli 13 e 14

Di tutte le funzioni che, secondo la legge di Mosè, il sacerdote doveva compiere, nessuna esigeva un’attenzione più paziente, una più stretta adesione alla “guida divina”, che il riconoscimento e il trattamento adatto alla lebbra. Questo fatto balza evidente davanti agli occhi di tutti coloro che studiano, con un po’ d’attenzione, questa importante sezione del libro del Levitico alla quale siamo arrivati.

Due cose esigevano una sollecita vigilanza del sacerdote: conoscere la purezza dell’assemblea e la grazia che non poteva ammettere l’esclusione di un membro qualunque, a meno che non vi fossero dei motivi ben chiaramente definiti. La santità non poteva permettere a nessun uomo, che doveva essere escluso, di rimanere nella congregazione; e, d’altra parte, la grazia non voleva che qualcuno fosse messo fuori se doveva rimanere dentro. È per questo che il sacerdote aveva un assoluto bisogno di vigilanza, calma, saggezza, pazienza, tenerezza ed una grande esperienza. Certe piaghe potevano sembrare di poca importanza, mentre erano realmente gravi ed altre potevano sembrare lebbra senza esserlo per niente. Occorrevano la più grande attenzione ed il più grande sangue freddo. Un giudizio precipitoso, una conclusione affrettata potevano portare alle più serie conseguenze sia per l’assemblea che per un singolo dei suoi membri.

Questo spiega la frequente ripetizione delle seguenti espressioni: “Il sacerdote esaminerà”, “il sacerdote isolerà per sette giorni colui che ha la piaga. Il settimo giorno, il sacerdote lo esaminerà (di nuovo)”, “lo isolerà per altri sette giorni. Il settimo giorno, il sacerdote lo esaminerà di nuovo” (13:3-6). Nessun caso doveva essere giudicato con precipitazione. Non ci si doveva formare nessuna opinione. L’esame personale, il discernimento sacerdotale, la calma riflessione, la stretta adesione alla parola scritta, il ricorso alla “Guida” santa ed infallibile, queste erano tutte cose formalmente pretese in un sacerdote, se voleva farsi un buon giudizio su ogni caso. Non doveva lasciarsi guidare dai propri pensieri, dai suoi sentimenti, dalla sua saggezza in una qualunque cosa. Aveva ampie direttive nella Parola, a condizione che vi si sottomettesse. Ogni dettaglio, ogni punto, ogni movimento, ogni variante, ogni sfumatura e ogni sintomo particolare, tutto era previsto con una previdenza divina, in modo tale che il sacerdote non aveva che da conoscere bene la Parola e conformarvisi in ogni dettaglio per evitare il minimo errore.

Questo è quello che riguardava il sacerdote e le sue sante responsabilità.

Consideriamo ora la malattia della lebbra, sviluppata in un individuo, in un indumento o in una casa.

Dal punto di vista fisico, niente poteva essere più disgustoso di questa malattia e poiché era del tutto incurabile, quando si trattava di un uomo, offriva l’immagine più vivida e spaventosa del peccato, del peccato in noi, del peccato nelle nostre circostanze, del peccato in un’assemblea. Che lezione per l’anima che una malattia così terribile e umiliante sia usata per rappresentare il male morale, sia in un membro dell’assemblea di Dio che nelle circostanze di uno dei suoi membri o nell’assemblea stessa!

Prima di tutto, per quanto riguarda la lebbra in un individuo o in altre parole, per quanto riguarda l’azione del male morale o ciò che potrebbe apparire male in qualche membro dell’assemblea, è una cosa molto grave e seria, una questione che richiede la massima vigilanza e preoccupazione da parte di tutti coloro che hanno a cuore il bene delle anime e la gloria di Dio, che è interessato al benessere e alla purezza della Sua Assemblea come un corpo e di ciascuno dei suoi membri in particolare.

È importante sottolineare che, come i principi generali della lebbra e della sua purificazione si applicano, in un senso più generale, a tutti i peccatori, tuttavia nei capitoli di cui ci stiamo occupando, il soggetto è presentato in rapporto con quello che era il popolo riconosciuto di Dio. L’individuo, che vediamo qui sottoposto all’esame del sacerdote, è un membro dell’assemblea di Dio. È bene comprendere questo: l’Assemblea di Dio deve essere conservata pura perché è la Sua abitazione. Nessun lebbroso può restare nel recinto sacro della dimora dell’Eterno.

Osserviamo, per questo, le cure, la vigilanza, la profonda pazienza raccomandate al sacerdote per la paura che qualche cosa che non fosse lebbra fosse trattata come tale o che qualche cosa che era realmente lebbra fosse tollerata. Diverse malattie potevano apparire “nella pelle”, il posto in cui si manifestavano, “una piaga di lebbra”, le quali, dopo una paziente indagine del sacerdote, si constatava che erano solo superficiali. È per questo che occorreva un’accurata attenzione. Qualche “pustola” poteva apparire in superficie e, benché richiedesse le cure di colui che agiva da parte di Dio, non era realmente una contaminazione.

Tuttavia, quella che sembrava essere solo una pustola superficiale avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di più profondo della pelle, qualcosa sotto la superficie, qualcosa che colpisce le parti nascoste della costituzione del corpo. Tutto ciò richiedeva la massima cura da parte del sacerdote (cfr. 13:2-11). Un po’ di negligenza, una leggera svista avrebbero portato a conseguenze disastrose. Ciò avrebbe potuto far sì che la congregazione venisse contaminata dalla presenza di un vero lebbroso o portare all’espulsione, per qualche infermità superficiale, di un vero membro dell’Israele di Dio.

In tutto questo c’è una ricca e profonda lezione per il popolo di Dio. C’è una differenza tra le infermità personali e la positiva energia del male, tra i difetti e le imperfezioni nella condotta e l’attività del peccato nei membri. Senza dubbio, bisogna vegliare sulle nostre infermità, perché se non stiamo in guardia nei loro confronti e se non le giudichiamo, queste possono diventare la sorgente di un male certo (cfr. 13:14-28). Tutto quello che riguarda la nostra natura deve essere giudicato e respinto. Non dobbiamo avere nessuna indulgenza per le infermità personali che sono in noi, mentre dobbiamo averne molta quando si tratta di quelle degli altri. Prendiamo per esempio un carattere irascibile: in me lo devo giudicare, in un altro lo devo scusare. Come per il “tumore bianco”, nel caso dell’israelita (13:19-20), che poteva diventare la sorgente di una vera contaminazione e causa di una esclusione dall’assemblea. Ogni debolezza, indipendentemente da quale carattere abbia, deve essere tenuta sotto controllo per paura che possa diventare un’occasione di peccato. Una testa calva non era indice di lebbra, ma la lebbra poteva manifestarvisi e, di conseguenza, bisognava stare in guardia. Possono esservi migliaia di cose che non sono malvagie in se stesse, ma che possono diventare un’occasione di peccato, se non si presta molta attenzione e non si tratta, a mio avviso, solo di quello che viene chiamato macchia, difetto, debolezza personale, ma anche di quello che i nostri cuori possono essere disposti a fare per glorificare sé stessi. L’umorismo, la vivacità di spirito, il piacere possono diventare la sorgente ed il centro della contaminazione. Ognuno ha qualcosa da cui deve guardarsi, qualcosa che fa e deve tenere sempre sotto osservazione. Che gioia quella di poter contare sul cuore di un Padre, riguardo a tutte queste cose. Abbiamo il privilegio di poter entrare, in ogni tempo, nella potenza di questo amore infaticabile, sempre accessibile, che non riposa mai e non fa rimproveri, per esprimere tutto quello che abbiamo nel cuore, ottenere grazia, per essere aiutati e riportare una completa vittoria su tutto. Non abbiamo motivo di essere scoraggiati per molto tempo quando vediamo questa iscrizione sulla porta della camera del tesoro del nostro Padre: “Egli dona una immensa grazia”. Che preziosa iscrizione! Una grazia che non ha limiti: è senza fondo e non ha limiti.

Andiamo ora a considerare quello che doveva essere fatto nei casi in cui la piaga della lebbra era riconosciuta senza alcun dubbio. Il Dio d’Israele poteva sopportare le infermità, i difetti e le macchie, ma dal momento in cui il caso diventava un caso di contaminazione che fosse della testa, della barba, della fronte e di qualunque altra parte, non poteva essere tollerato all’interno della santa assemblea: “Il lebbroso, affetto da questa piaga, porterà le vesti strappate e il capo scoperto; si coprirà la barba e griderà: “Impuro! Impuro!” Sarà impuro tutto il tempo che avrà la piaga; è impuro; se ne starà solo; abiterà fuori del campo” (13:45-46). Ecco, questa era la condizione del lebbroso, l’occupazione del lebbroso, il luogo del lebbroso. Le vesti strappate, il capo scoperto, la barba coperta, il grido: “Impuro! Impuro!”, abitare fuori dal campo nella solitudine del deserto grande e terribile. Cosa ci poteva essere di più umiliante, di più opprimente di questo: “Se ne starà solo”? Era indegno della comunione e della compagnia dei suoi simili, era escluso dalla cerchia di quel mondo interiore dove la presenza dell’Eterno era conosciuta e gustata.

Lettore, considera nel povero e solitario lebbroso, la figura toccante di colui nel quale lavora il peccato. È veramente questo il suo significato. Questo non è, come lo vedremo più avanti, un peccatore perduto, debole, colpevole e condannato in cui il peccato e la miseria sono stati interamente scoperti e che di conseguenza è un soggetto più che qualificato per l’amore di Dio e per il sangue di Cristo. No, in questo lebbroso messo fuori dal campo, noi troviamo un uomo nel quale il peccato agisce efficacemente, un uomo in cui c’è effettivamente l’energia del male. Qui, c’è quello che contamina ed esclude dalla presenza di Dio e dalla comunione coi santi, perché quando il peccato agisce non ci può essere comunione né con Dio né col popolo. “Se ne starà solo, abiterà fuori del campo”. Fino a quando? Per “tutto il tempo che avrà la piaga”. Questa è una grande verità pratica. L’energia del male è il colpo mortale alla comunione. Si possono avere delle apparenze esteriori, del puro formalismo, una fredda professione, ma non può esserci comunione finché l’energia del male è presente. Non importa la misura o il carattere del male. Se avesse anche il solo peso di una piuma, se non fosse che un leggero pensiero, per tutto il tempo che continua ad agire, impedisce la comunione e la sospende per un tempo. È quando si forma la pustola, quando sale in superficie, quando si manifesta nella sua interezza che può essere curata e tolta via del tutto dalla grazia di Dio e dal sangue dell’agnello.

Questo ci porta ad uno dei punti più interessanti in rapporto con la lebbra, ad un punto che potrà sembrare un vero paradosso a tutti, fuorché che per coloro che comprendono la maniera in cui Dio agisce verso i peccatori: “Se la lebbra produce delle eruzioni sulla pelle in modo da coprire tutta la pelle dell’uomo che ha la piaga, dal capo ai piedi, dovunque il sacerdote guardi, il sacerdote lo esaminerà; e quando avrà visto che la lebbra copre tutto il corpo, dichiarerà puro colui che ha la piaga. Egli è diventato tutto quanto bianco, quindi è puro” (13:12-13). Dal momento che un peccatore è nella giusta posizione davanti a Dio, l’intera questione è regolata. Dal momento in cui il suo vero carattere è pienamente manifestato non c’è più nessuna difficoltà. Prima di arrivare a questo può essere passato per delle penose esperienze, esperienze che sono state il risultato del rifiuto di prendere la sua vera posizione, di confessare “tutta la verità” su quello che lui è, ma dall’istante in cui è portato a dire con tutto il suo cuore: “Io sono questo”, la grazia gratuita di Dio, discende fino a lui. “Finché ho taciuto, le mie ossa si consumavano tra i lamenti che facevo tutto il giorno. Poiché giorno e notte la tua mano si appesantiva su di me, il mio vigore inaridiva come per arsura d’estate”. Per quanto tempo è durata questa pena? Fino a che tutto questo lavoro interno non è venuto apertamente in superficie: “Davanti a te ho ammesso il mio peccato, non ho taciuto la mia iniquità. Ho detto: “Confesserò le mie trasgressioni al SIGNORE”, e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato” (Salmo 32:3-5).

È molto interessante notare il seguito di ciò che Dio diceva per il lebbroso, dal momento in cui i sospetti erano resi evidenti da certi sintomi all’interno della manifestazione, fino al momento in cui la malattia copriva l’uomo interamente “dal capo ai piedi”. Non c’era né fretta né indifferenza. Dio entra sempre nel giudizio a passo lento e misurato, ma quando vi entra deve agire secondo i diritti della Sua natura. Può esaminare con pazienza, può attendere “sette giorni” e se nei sintomi si mostra la più leggera variazione, può attendere ancora altri “sette giorni”, ma dal momento che è provato che si tratta dell’azione positiva della lebbra non può più essere tollerante: “abiterà fuori del campo”. Fino a quando? Fino a che la malattia non sia interamente venuta in superficie. Quando si vedrà “che la lebbra copre tutto il corpo dichiarerà puro colui che ha la piaga”. È questo il punto più prezioso ed interessante. La più piccola macchia di lebbra era intollerabile agli occhi di Dio, però quando l’uomo ne era ricoperto dalla testa ai piedi era dichiarato netto, cioè un soggetto qualificato per aver parte alla grazia di Dio ed al sangue dell’espiazione.

È sempre la stessa cosa con il peccatore. “Tu, (Dio) che hai gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male, e che non puoi tollerare lo spettacolo dell’iniquità” (Abacuc 1:13) e tuttavia dal momento che un peccatore prende il suo vero posto in quanto completamente perduto, colpevole, impuro, in quanto non ha un solo punto sul quale l’occhio dell’infinita santità di Dio possa posarsi con piacere, in quanto è un essere così malvagio che non potrebbe esserlo di più, da quell’istante tutta la questione è immediatamente, perfettamente e divinamente risolta. La grazia di Dio ha a che fare con i peccatori e quando mi riconosco tale, mi riconosco in uno di coloro che Cristo è venuto a salvare. Più qualcuno mi proverà chiaramente che sono un peccatore, più stabilirà in maniera altrettanto chiara il mio diritto all’amore di Dio ed all’opera di Cristo. “Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio” (1 Pietro 3:18). Ora, se io sono “ingiusto” sono uno di coloro per i quali Cristo è morto ed ho diritto di beneficiare della Sua morte. “Certo, non c’è sulla terra nessun uomo giusto” (Ecclesiaste 7:20) e poiché io sono “sulla terra”, è evidente che sono “ingiusto” ed è altrettanto evidente che Cristo è morto per me, che ha sofferto per i miei peccati. Dunque, poiché Cristo è morto per me, io ho il grande privilegio di entrare nella gioia immediata dei frutti del Suo sacrificio. È anche evidente che, affinché questo sia possibile, non si richiede alcuno sforzo. Io non sono chiamato ad essere, in un qualunque modo, diverso da quello che sono. La Parola di Dio mi assicura che Cristo è morto per me così come sono e se Lui è morto per me io sono al sicuro come lui. Non c’è niente contro di me. Cristo ha soddisfatto tutto. Non solo ha sofferto per “i miei peccati“, ma “ha abolito il peccato“. Ha abolito l’intero sistema in cui mi trovavo come figlio del primo Adamo, e mi ha introdotto in una nuova posizione, unito a Lui, ed ora mi trovo davanti a Dio, liberato da ogni accusa di peccato e da ogni timore del giudizio.

Così qual ero: pieno di peccato.

Ma per il sangue che Tu hai versato

E per l’invito fatto al cuor mio

O Agnello di Dio, fui tratto a Te!

Come posso sapere che il Suo sangue è stato versato per me? Per mezzo delle Scritture. Sorgente benedetta, sicura, eterna di conoscenza! Cristo ha sofferto per i peccati. Io ho dei peccati e Cristo è morto, Lui “il giusto per gli ingiusti”. Io sono ingiusto. Dunque la morte di Cristo si applica a me in maniera così completa, così immediata ed in modo così divino anche se fossi l’unico peccatore sulla terra. Non si tratta del mio appropriarmene, di realizzazione o dei miei sentimenti. Molte anime sono tormentate per questo. Quante volte sentiamo dire: “Si, io credo che Cristo è morto per i peccatori, ma io non riesco a realizzare che i miei peccati sono perdonati. Non riesco ad applicarlo a me stesso, non posso appropriarmene, non riesco a sperimentare il beneficio della morte di Cristo”. Tutto questo viene dal mio io e non da Cristo, dal sentimento e non dalle Scritture. Se noi cerchiamo da un capo all’altro della Parola, non vi troveremo una sillaba che dica che siamo salvati per la realizzazione, l’esperienza o l’approvazione. L’evangelo si rivolge a tutti coloro che si riconoscono perduti ed è esattamente questo ciò che sono. Per questo è morto per me. Come lo so? È la Parola che me lo dice: “Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture” (1 Corinzi 15:3-4). Tutto è “secondo le Scritture”. Se fosse per i nostri sentimenti saremmo veramente dei miserabili, perché i nostri sentimenti raramente sono gli stessi durante l’arco della giornata, ma la Parola è sempre la stessa: “Per sempre, SIGNORE, la tua parola è stabile nei cieli … tu hai reso grande la tua parola oltre ogni fama” (Salmo 119:89, 138:2).

Senza dubbio è molto bello realizzare, sentire e sperimentare, ma se mettiamo queste cose al posto di Cristo, non avremo né queste cose né Cristo che ce le dona. Se sono occupato di Cristo sarò felice, ma se metto la mia gioia al posto di Cristo, non avrò né l’una né l’altro. È la triste condizione morale di migliaia di persone. Invece di riposare sulla ferma autorità della Parola guardano sempre al loro cuore e questo fa sì che siano sempre incerti e, di conseguenza, sempre infelici. Uno stato di dubbio è uno stato di tortura. Ma come posso uscire dai miei dubbi? Molto semplicemente: credendo alla divina autorità della Parola. Di chi rendono testimonianza le Scritture? Di Cristo (Giovanni 5:39). Esse dichiarano che Cristo è morto per i nostri peccati, e che è risuscitato per la nostra giustificazione (Romani 4:25) e questo è tutto! La stessa Parola che mi dice che sono “ingiusto” mi dice anche che Cristo è morto e questo è quello che mi occorre e si applica divinamente a me. Se sono occupato di quello che sono o che riguarda me, è chiaro che non ho colto tutta l’applicazione spirituale di Levitico 13:12-13, non sono venuto all’agnello di Dio “così quale ero”. È quando il lebbroso è coperto dalla lebbra dalla testa ai piedi che è come deve essere; è allora, e solo allora, che la grazia può incontrarlo. “Il sacerdote lo esaminerà; e quando avrà visto che la lebbra copre tutto il corpo, dichiarerà puro colui che ha la piaga. Egli è diventato tutto quanto bianco, quindi è puro”. Che verità! “Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata” (Romani 5:20). Finché penso che ci sia un punto che non è coperto dalla terribile malattia, non ho finito con me stesso. È quando il mio vero stato mi viene completamente rivelato che capisco veramente cosa significa la salvezza per grazia.

Comprenderemo meglio la forza di tutto questo quando esamineremo le ordinanze relative alla purificazione del lebbroso nel capitolo 14 del nostro libro, mentre ora diremo qualche pensiero sulla questione della lebbra sui vestiti menzionata nei versetti 47-59 del capitolo 13.

I vestiti e la pelle suggeriscono allo spirito l’idea delle circostanze o delle abitudini di un uomo. È un punto di vista estremamente pratico. Dobbiamo stare in guardia contro gli sviluppi del male nel modo di vivere, così come dal male in noi stessi. Noi possiamo vedere la stessa paziente ricerca riguardo ad un vestito come riguardo ad una persona. Non c’è nessuna precipitazione così come nessuna indifferenza: “Il sacerdote esaminerà la macchia, e isolerà sette giorni l’oggetto con la macchia” (13:50). Non deve avere né noncuranza né negligenza. Il male si può insinuare in mille modi nelle nostre abitudini e nelle circostanze della nostra vita e, per questo, tutto quello che percepiamo come di natura sospetta dobbiamo sottoporlo ad una indagine sacerdotale calma e paziente. Bisogna che sia “isolato sette giorni” affinché vi sia tempo sufficiente perché si manifesti nella sua completezza.

Il settimo giorno esaminerà la macchia; se si sarà allargata sulla veste, sul tessuto, sulla maglia, sul cuoio o sull’oggetto fatto di pelle per un uso qualunque, è una macchia di muffa maligna; è cosa impura. Egli brucerà quella veste” (13:51-52). La cattiva abitudine deve essere abbandonata subito, nel momento in cui la scopro. Se vengo a trovarmi in una cattiva situazione devo lasciarla. L’azione di bruciare i vestiti esprime il giudizio del male sia nelle abitudini che nelle circostanze di un uomo. Il sacerdote “ordinerà che si lavi l’oggetto su cui è la macchia e lo isolerà per altri sette giorni” (13:54). Occorre un’attesa paziente per assicurarsi degli effetti della Parola: “Il sacerdote esaminerà la macchia, dopo che sarà stata lavata; se vedrà che la macchia non ha cambiato colore, benché non si sia allargata, è un oggetto immondo: lo brucerai” (13:55). Quando c’è qualcosa di radicalmente e di irrimediabilmente malvagio nella nostra posizione come nelle nostre abitudini, non c’è altra cosa da fare che rinunciarvici interamente. “Se il sacerdote, esaminandola, vede che la macchia, dopo essere stata lavata, è diventata pallida, la strapperà dalla veste” (13:56). La Parola può avere abbastanza effetto da far sì che ciò che è cattivo, sia nella condotta di un uomo sia nella sua posizione, venga abbandonato e quindi il male sia tolto; ma se, nonostante tutto, il male continua, deve essere condannato, con tutte quelle che possono essere le conseguenze e totalmente messo da parte.

C’è una miniera abbondante di istruzioni pratiche in tutto questo. Dobbiamo fare attenzione alla posizione che occupiamo, alle circostanze nelle quali viviamo, alle abitudini che noi prendiamo, al carattere che assumiamo. C’è un grande bisogno di vegliare. Qualsiasi sintomo sospetto dovrebbe essere osservato attentamente, per evitare che in seguito la cosa “si sia allargata” o si trasformi in “muffa maligna“, motivo per cui noi e molti altri verremo contaminati. Potremmo trovarci in una posizione alla quale sono connesse certe cose malvagie che possono essere abbandonate senza lasciare del tutto questa posizione, ma possiamo anche trovarci in una situazione in cui è impossibile “abitare con Dio”. Se l’occhio è semplice, il percorso sarà chiaro. Se l’unico desiderio del cuore è godere della presenza divina, scopriremo facilmente quali sono le cose che tendono a privarci di questa grazia inesprimibile.

Che possiamo cercare una maggiore intimità con Dio e guardarci attentamente da qualsiasi forma di contaminazione, sia nelle nostre persone sia nelle nostre abitudini o nelle nostre relazioni!

…………………

Adesso consideriamo le belle e significative ordinanze relative alla purificazione del lebbroso, le quali ci offrono in figura alcune delle verità più preziose dell’evangelo.

Il Signore aggiunse a Mosè: “Questa è la legge da applicare per il lebbroso per il giorno della sua purificazione. Egli sarà condotto al sacerdote. Il sacerdote uscirà dall’accampamento …” (14:1-3). Abbiamo già visto il posto occupato dal lebbroso: “fuori dal campo”, a distanza da Dio, dal Suo santuario e dalla Sua assemblea. Inoltre, viveva in un’arida solitudine, in una condizione di contaminazione. Era fuori dalla portata di ogni soccorso umano e, quanto a se stesso, non poteva che diffondere la contaminazione a tutti coloro che lo toccavano. Era dunque, in modo evidente, impossibile che potesse fare una qualunque cosa per purificarsi. Se, per mezzo del contatto, non poteva che trasmettere la sua contaminazione, come avrebbe potuto purificare se stesso? Come avrebbe potuto contribuire o cooperare alla sua giustificazione? Come lebbroso impuro non poteva fare niente per se stesso, ma tutto doveva essere fatto per lui. Non poteva aprirsi una via fino a Dio, ma Dio poteva aprirsi una via verso di lui. Per lui non c’era nessun mezzo di soccorso né in se stesso né nei suoi simili. È chiaro che un lebbroso non poteva purificarne un altro ed è altrettanto chiaro che se un lebbroso toccava una persona netta la rendeva impura. La sua sola risorsa era Dio, era debitore della grazia per ogni cosa.

È per questo che leggiamo: “Il sacerdote uscirà dall’accampamento” e non: “Il lebbroso si recherà dal sacerdote”, perché era fuori da ogni logica. A che sarebbe servito dire al lebbroso di andare o di fare? Era esiliato fuori dal campo nella solitudine del deserto, dove poteva andare? Era coperto di piaghe incurabili, che poteva fare? Poteva desiderare la compagnia dei suoi simili e desiderare di essere purificato, ma i suoi desideri erano quelli di un lebbroso isolato e senza forza. Poteva fare degli sforzi per purificarsi, ma i suoi sforzi non avevano altro risultato che mostrarlo contaminato e contribuire a propagare la contaminazione. Prima di poter essere dichiarato “puro”, bisognava che un’opera fosse compiuta per lui, opera che non poteva né fare né aiutare a compiere, opera che doveva essere interamente compiuta da un altro. Il lebbroso doveva “stare fermo” e guardare il sacerdote mentre faceva l’opera in virtù della quale la lebbra poteva essere interamente purificata. Il sacerdote faceva tutto; il lebbroso non faceva niente.

Il sacerdote “ordinerà che si prendano, per la persona da purificare, due uccelli vivi, mondi, legno di cedro, panno scarlatto e issopo. Il sacerdote ordinerà di immolare uno degli uccelli in un vaso di terracotta con acqua viva” (14:4-5). Nel sacerdote che esce fuori del campo, uscendo dalla dimora di Dio, vediamo una figura del Signore, che discende dal seno del Padre, la sua dimora eterna, sulla terra contaminata dove viviamo affondati nell’avvilente lebbra che è il peccato. Simile al buon Samaritano, viene verso di noi là dove siamo. Non fa solo mezza strada e non fa nemmeno i nove decimi del percorso verso di noi, ma fa tutta la strada. Questo è indispensabile. Viste le sante esigenze del trono di Dio, non avrebbe potuto comandare alla lebbra di lasciarci se fosse rimasto nel seno del Padre. Poteva creare i mondi per mezzo della parola della Sua bocca, ma quando si trattava di purificare dei peccatori lebbrosi occorreva qualcosa di più. “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio” (Giovanni 3:16). Quando si è trattato di creare i mondi Dio non ha avuto bisogno che di “dire”, ma quando si è trattato di salvare i peccatori ha dovuto “dare” il Suo unigenito Figliolo: “In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (1 Giovanni 4:9-10).

Ma l’invio e l’incarnazione del Figlio erano lungi dall’essere tutto quello che occorreva. Se il sacerdote non avesse fatto altro che uscire fuori dal campo e guardare la miserabile condizione del lebbroso, questo non sarebbe servito a granché. Lo spargimento del sangue era assolutamente necessario perché la lebbra potesse essere tolta, occorreva la morte di una vittima senza macchia: “Senza spargimento di sangue, non c’è perdono” (Ebrei 9:22). Notiamo che lo spargimento del sangue era la base reale della purificazione del lebbroso. Non era una circostanza accessoria che, di concerto con altre, contribuivano alla purificazione del lebbroso. Assolutamente. Il sacrificio della vita era il fatto principale e di tutta importanza. Fatto questo, la strada era aperta, ogni barriera tolta, e Dio poteva agire in perfetta grazia verso il lebbroso. Bisogna ritenere fermamente questo punto se si vuole comprendere bene la gloriosa dottrina del sangue.

Il sacerdote ordinerà di immolare uno degli uccelli in un vaso di terracotta con acqua viva”. Abbiamo qui la figura riconoscibile della morte di Cristo che “mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio”, “fu crocifisso per la sua debolezza” (Ebrei 9:14 – 2 Corinzi 13:4). L’opera più grande, la più importante, la più gloriosa, che fosse mai stata fatta nel vasto universo di Dio, fu compiuta “in debolezza”. Lettori, che cosa terribile deve essere stato il peccato nella valutazione di Dio perché il Suo unico Figlio dovesse scendere dal cielo ed essere inchiodato al legno maledetto come spettacolo agli uomini, agli angeli e alle forze della malvagità, affinché noi potessimo essere salvati! E che figura del peccato abbiamo nella lebbra! Chi avrebbe mai pensato che questa piccola “macchia bianca”, che appare su una qualsiasi persona dell’assemblea, avesse delle così gravi conseguenze? Ma questa piccola “macchia bianca” non era nientemeno che l’energia del male che stava per manifestarsi. Era indice del terribile lavoro del peccato nella nostra natura e, prima che questa persona potesse essere qualificata per occupare nuovamente un posto nell’assemblea dove poter gioire nuovamente della comunione con un Dio santo, il Figlio di Dio ha dovuto lasciare il cielo e scendere nei luoghi più bassi della terra per poter fare una completa espiazione per quello che si mostrava solo come una piccola “macchia bianca”. Ricordiamocelo questo. Il peccato è una cosa terribile agli occhi di Dio. Non avrebbe tollerato il benché minimo pensiero colpevole e prima che questo pensiero potesse essere perdonato, Cristo è dovuto morire sulla croce. Il più piccolo dei peccati, ammesso che un peccato possa essere definito piccolo, richiedeva nientedimeno che la morte del Figlio eterno di Dio. Ma, gloria a Dio, che quello che il peccato esigeva, l’amore redentore l’ha gratuitamente dato ed ora Dio è infinitamente glorificato, più per mezzo del perdono del peccato di quanto non Lo sarebbe potuto essere se Adamo fosse rimasto nell’innocenza originale. Dio è più glorificato nella salvezza, nel perdono, nella giustificazione, nella conservazione e nella glorificazione finale dell’uomo peccatore di quello che avrebbe potuto esserlo mantenendo un uomo innocente nella gioia delle benedizioni della creazione. Questo è il prezioso mistero della redenzione. Possano i nostri cuori, per la potenza dello Spirito Santo, conoscere e approfondire questo meraviglioso mistero!

Poi prenderà l’uccello vivo, il legno di cedro, il panno scarlatto e l’issopo e li immergerà, con l’uccello vivo, nel sangue dell’uccello sgozzato sopra l’acqua viva. Ne aspergerà sette volte colui che deve essere purificato dalla lebbra; lo dichiarerà mondo e lascerà andare libero per i campi l’uccello vivo” (14:6-7). Il sangue era sparso ed il sacerdote poteva entrare immediatamente e pienamente nel suo servizio. Fino a qui abbiamo letto: “Il sacerdote ordinerà”, ma ora si tratta di lui. La morte di Cristo è la base del Suo servizio sacerdotale. Essendo entrato nel luogo santo col suo proprio sangue, ora agisce come nostro grande Sommo Sacerdote, applicando alle nostre anime tutti i preziosi risultati della Sua opera espiatoria, mantenendoci nella piena e divina integrità della posizione in cui il sacrificio ci ha introdotti: “Infatti, ogni sommo sacerdote è costituito per offrire doni e sacrifici; è perciò necessario che anche questo sommo sacerdote abbia qualcosa da offrire. Ora, se fosse sulla terra, egli non sarebbe neppure sacerdote” (Ebrei 8:3-4).

Difficilmente potremmo avere un’immagine più perfetta della risurrezione di Cristo di quella che ci viene presentata nell’uccello vivo che viene lasciato libero nel campo. Non è stato lasciato andare fino alla morte del suo compagno, perché i due uccelli rappresentano un solo Cristo, in due momenti della Sua opera benedetta, cioè la Sua morte e la Sua risurrezione. Migliaia di uccelli lasciati liberi non sarebbero stati di alcuna utilità per il lebbroso. Era questo uccello vivo, che si innalzava nei cieli portando sulle sue ali il segno significativo dell’espiazione compiuta, che proclamava il grande fatto che l’opera era compiuta, il terreno sgombrato, le fondamenta gettate. È lo stesso con il nostro Signore Gesù Cristo. La Sua risurrezione dichiara il glorioso trionfo della redenzione: “È stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Corinzi 15:4), “è stato giustificato per la nostra giustificazione” (Romani 4:25). Questo è ciò che solleva il cuore oppresso e rende tranquilla la coscienza tormentata. Le Scritture mi assicurano che il Signore Gesù fu inchiodato sulla croce, carico dei miei peccati, ma le stesse Scritture mi assicurano anche che uscì dalla tomba senza nessuno di questi peccati su di Lui. E non è tutto. Le stesse scritture mi assicurano che tutti coloro che mettono la loro fiducia in Gesù Cristo sono liberi da ogni imputazione di peccato come Lui, che non c’è più collera o condanna per loro come per Lui, che sono in Lui, uno con Lui, accettati in Lui, vivificati, risorti, seduti insieme a Lui. Questa è la bella testimonianza della Parola di verità. È la testimonianza del Dio che non può mentire (cfr. Romani 6:6-11; 8:1-4; 2Corinzi 5:21; Efesini 2:5-6; Colossesi 2:10-15; 1Giovanni 4:17).

Un’altra verità, molto importante, ci viene presentata al versetto 6 del capitolo 14. Non soltanto vediamo la nostra totale liberazione dalla colpa e dalla condanna, mirabilmente presentate in figura dall’uccello vivo lasciato andare, ma vediamo anche la nostra completa liberazione da tutte le attrazioni della terra e da tutte le influenze naturali. Lo “scarlatto” è l’espressione che si riferisce alla prima verità, mentre “il legno di cedro” e “l’issopo” ben rappresentano la seconda. La croce è la fine di tutte le glorie di questo mondo. Dio ce la presenta così e il credente la riconosce come tale: “Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo” (Galati 6:14).

Quanto al “legno di cedro e l’issopo” essi ci offrono, per così dire, i due estremi del vasto dominio della natura. Salomone “parlò degli alberi, dal cedro del Libano all’issopo che spunta dalla muraglia” (1 Re 4:33). Dal cedro del Libano, fino al minuscolo issopo, due estremi e tutto quello che vi è in mezzo, la natura in tutte le sue ramificazioni, tutto è portato sotto la potenza della croce in modo che il credente veda, nella morte di Cristo, la fine di tutta la sua colpevolezza, la fine di tutta la sua gloria terrena, la fine di tutto il sistema naturale, l’intera vecchia creazione. E di cosa deve invece essere occupato? Di Colui che è rappresentato attraverso questo uccello vivo dalle ali macchiate di sangue che si innalza nel cielo aperto. Che oggetto prezioso, glorioso e perfettamente soddisfacente ai bisogni dell’anima. Un Cristo risuscitato, salito al cielo portando nella Sua sacra persona i segni dell’espiazione compiuta. È con Lui che abbiamo a che fare, siamo custoditi in Lui, Lui è l’oggetto esclusivo dell’amore del Padre, è il centro della gioia del cielo, il tema del canto degli angeli. Non abbiamo bisogno di nessuna delle glorie terrene, di nessuna delle attrattive della natura terrena. Noi possiamo vederle messe da parte, insieme ai nostri peccati, per mezzo della morte di Cristo, possiamo facilmente fare a meno della terra e della natura, poiché abbiamo ricevuto al loro posto “le insondabili ricchezze di Cristo” (Efesini 3:8).

Aspergerà sette volte colui che deve essere purificato dalla lebbra; lo dichiarerà puro e lascerà l’uccello vivo andare libero per i campi” (14:7). Più studieremo a fondo il contenuto del capitolo 13, meglio vedremo quanto è impossibile per il lebbroso fare qualsiasi cosa per la sua purificazione. Tutto quello che poteva fare è “coprirsi la barba” e quello che poteva dire era: “Impuro! Impuro” (13:45). Spettava a Dio ed a Lui solo, di decretare e compiere un’opera per mezzo della quale la lebbra poteva essere perfettamente purificata e, ancor di più, spettava a Lui solo dichiarare “puro” il lebbroso. Per questo è scritto: “Il sacerdoteaspergerà … e lo dichiarerà puro” e non: “Il lebbroso farà l’aspersione e si dichiarerà puro, o s’immaginerà di essere puro”. Questo non poteva farlo o dirlo. Dio era il Giudice, il Medico, il Purificatore. Lui solo sapeva che cos’era la lebbra, come poteva essere tolta e quando il lebbroso poteva essere dichiarato puro. Il lebbroso avrebbe potuto passare la sua intera vita coperto di lebbra, ignorando completamente quella che era la sua malattia. Era la Parola di Dio, la Parola di verità, la testimonianza divina che dichiarava tutta la verità riguardo alla lebbra e niente altro che questa stessa autorità poteva dichiarare il lebbroso puro, e questo solo sul fermo e solido principio della morte e della risurrezione. C’è un prezioso legame tra le tre cose del versetto 7: il sangue è asperso, il lebbroso dichiarato puro e l’uccello vivo rilasciato nel cielo. Non c’è una sola parola su quello che il lebbroso doveva fare, dire, pensare o sentire, ma era sufficiente che fosse un lebbroso, un lebbroso dichiarato, interamente giudicato, coperto di lebbra dalla testa ai piedi. Per il lebbroso era questo che occorreva, il resto era affare di Dio.

È molto importante per colui che cerca ansiosamente la pace, conoscere bene la verità sviluppata in questa parte del nostro soggetto. Molte anime sono provate e si immaginano o sentono affermare che si tratta si sentire, di realizzare, di appropriarsi invece di vedere, come nel caso del lebbroso, che l’aspersione del sangue era divina ed indipendente da lui, come lo spargimento del sangue. Non ci viene detto: “Il lebbroso si applicherà, si approprierà o realizzerà ed allora sarà purificato”. Assolutamente. Il piano della liberazione era divino. Il sacrificio necessario per questo era divino, lo spargimento del sangue era divino, l’aspersione era divina, il risultato era divino. In una parola tutto era divino.

Questo non vuol dire che dobbiamo disprezzare la realizzazione o, per parlare più correttamente, la comunione per mezzo dello Spirito Santo con tutti i preziosi risultati dell’opera di Cristo per noi. Lungi da questo. Vedremo, più avanti, quale posto è assegnato allo Spirito Santo nella dispensazione attuale, ma noi non siamo salvati per mezzo della “realizzazione” più di quanto lo fosse il lebbroso dalla lebbra. Il Vangelo che ci salva è: “Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture” (1 Corinzi 15:3-4). Non c’è niente da “realizzare” in questo, ma senza dubbio è bello realizzarlo. Qualcuno che è stato sul punto di annegare è felice di realizzare di essere sulla scialuppa di salvataggio, ma è evidente che è stato salvato dalla scialuppa e non dalla sua realizzazione. È la stessa cosa per il peccatore che crede al Signore Gesù: è salvato per la Sua morte e risurrezione. È perché lo realizza? No, è perché Dio lo ha detto. È “secondo le Scritture”. Cristo è morto e risuscitato e, su questo principio, Dio dichiara il peccatore purificato.

Ecco, quello che dona all’anima una pace perfetta: avere a che fare con la semplice testimonianza di Dio, che non può essere smossa da niente. È una testimonianza in rapporto all’opera stessa di Dio. È Lui stesso che ha fatto tutto quello che era necessario affinché io fossi dichiarato puro ai Suoi occhi. Il perdono non dipende dalla mia realizzazione di “opere giuste compiute“ e così, come non dipende dalle mie opere di giustizia, meno che mai può dipendere dalla quantità dei miei peccati. Insomma, dipende esclusivamente dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Come lo so? Dio me lo dice. È “secondo le Scritture“.

Ci sono poche cose che mostrano, in maniera così toccante, la legalità radicata nei nostri cuori di questo fatto, così spesso sollevato, della realizzazione. Noi vogliamo avere qualcosa di noi stessi e turbiamo crudelmente la nostra pace e la nostra libertà in Cristo. È soprattutto per questa ragione che mi soffermo così a lungo sulla bella ordinanza della purificazione del lebbroso e particolarmente sulla verità contenuta in Levitico 14:7. È il sacerdote che fa l’aspersione del sangue ed è sempre il sacerdote che dichiara che il lebbroso è puro. È la stessa cosa per il peccatore. Dall’istante in cui è sul suo vero terreno, il sangue di Cristo e la testimonianza di Dio si applicano da loro stesse senza altre richieste o difficoltà qualunque, ma, dall’istante che sollevo la questione della realizzazione, la pace è turbata, il cuore è abbattuto, l’anima confusa. Più chiudo con il mio io e più mi occupo di Cristo, così come è presentato “nelle Scritture”, più la mia pace è resa stabile. Se il lebbroso avesse guardato a se stesso quando il sacerdote lo dichiarava netto, avrebbe potuto trovare una ragione per questa dichiarazione? Certamente no! L’aspersione del sangue era alla base della dichiarazione divina e non qualcosa nel lebbroso o in rapporto con lui. Al lebbroso non veniva chiesto come si sentisse o che cosa pensasse, non veniva chiesto se avesse un sentimento profondo della bruttura della sua malattia. Era un lebbroso dichiarato tale e questo era sufficiente. Era per lui che il sangue era stato sparso e questo sangue lo purificava. Come lo sapeva? Era perché “lo sentiva”? No, era perché il sacerdote glielo aveva dichiarato da parte di Dio e con l’autorità di Dio. Il lebbroso era dichiarato puro sullo stesso principio sul quale l’uccello vivo era stato rilasciato. Lo stesso sangue, che macchiava le piume dell’uccello vivo, era asperso sul lebbroso. Era questo il perfetto regolamento di tutta la questione e questo in una maniera del tutto indipendente dal lebbroso, dai pensieri del lebbroso, dei suoi sentimenti e dalla loro realizzazione. Tale è l’immagine e quando passiamo dalla figura alla realtà vediamo che il Signore Gesù Cristo è entrato nel cielo e ha messo sul trono di Dio l’eterna attestazione di un’opera compiuta, in virtù della quale lo è anche il credente. È una verità gloriosa, divinamente adatta a scacciare da ogni cuore inquieto ogni specie di dubbio, ogni timore, ogni pensiero angosciante, ogni domanda imbarazzante. Un Cristo risuscitato è l’oggetto esclusivo di Dio ed è in Lui che Egli vede ogni credente. Che ogni anima risvegliata trovi questa pace duratura che ristora.

Colui che si purifica si laverà le vesti, si raderà completamente i peli, si laverà nell’acqua e sarà puro. Dopo potrà entrare nell’accampamento, ma resterà sette giorni fuori della sua tenda” (14:8). Il lebbroso, essendo stato dichiarato puro, può iniziare a fare quello che non avrebbe potuto osare prima: sapere come lavarsi, lavare le sue vesti, rasarsi ogni pelo e, dopo aver fatto tutto questo, poteva riprendere il suo posto nell’accampamento, il luogo dichiarato e riconosciuto delle relazioni pubbliche con il Dio d’Israele, la cui presenza nel campo rendeva necessaria l’espulsione del lebbroso. Dopo che il sangue era stato applicato con la sua virtù espiatoria, veniva il lavaggio dell’acqua che ci parla dell’azione della Parola sul carattere, le abitudini e la condotta, per rendere l’individuo moralmente e praticamente adatto ad occupare un posto nell’assemblea pubblica, non solo agli occhi di Dio, ma anche a quelli della congregazione.

Occorre però osservare che l’uomo, benché asperso di sangue e lavato con acqua e perciò avente diritto ad un posto nell’assemblea pubblica, non aveva ancora il permesso di entrare nella propria tenda. Non poteva entrare nella pienezza della gioia di questi privilegi particolari e personali che appartenevano alla sua condizione personale e privata nel campo. In altri termini, benché conoscesse la redenzione per mezzo dello spargimento del sangue e riconoscesse la Parola come la regola di ogni suo modo di agire, doveva essere ancora portato, per la potenza dello Spirito, ad una consapevolezza totale e intelligente del suo posto speciale, della sua parte e dei suoi privilegi in Cristo.

Io parlo secondo la dottrina espressa nell’immagine, sentendo quanto sia importante comprendere bene la verità che vi si lega e che si dimentica fin troppo spesso. Ci sono molte anime che riconoscono il sangue di Cristo come la sola base per il perdono e la Parola di Dio come la sola che deve purificare e regolare il cammino, ma che però sono lontani dall’essere, per la potenza dello Spirito Santo, in comunione con il valore e l’eccellenza di Colui il cui sangue ha tolto i loro peccatati e la cui Parola deve purificare la loro vita pratica. Essi sono in relazioni visibili ed attuali, ma non nella potenza della comunione personale. È perfettamente vero che tutti i credenti sono in Cristo e che, come tali, hanno diritto di gioire delle verità più elevate.; di più, hanno lo Spirito Santo come potenza della comunione. Tutto questo è divinamente vero, ma in questo non c’è tutto quell’intero allontanamento da ciò che appartiene alla carne e che è assolutamente essenziale alla potenza della comunione con Cristo, sotto tutti gli aspetti del Suo carattere e della Sua opera. In realtà quest’ultima non sarà completamente gustata fino all’ “ottavo giorno“, il glorioso giorno della risurrezione, quando conosceremo come siamo stati conosciuti. Poi, ciascuno personalmente e tutti insieme, entreremo nella piena e intera potenza della comunione con Cristo, in tutti gli aspetti preziosi della Sua Persona e nei tratti del Suo carattere, sviluppati dal versetto 10 al versetto 20 del nostro capitolo. Questa è la speranza che ci attende, ma anche adesso, per fede e per la potente energia dello Spirito che dimora in noi, nella misura in cui realizziamo la morte della carne e tutto ciò che è in essa, possiamo nutrirci e godere di Cristo come la parte delle nostre anime, nella comunione individuale.

Il settimo giorno si raderà completamente i peli, il capo, la barba, le ciglia: si raderà insomma tutti i peli, si laverà le vesti e si laverà il corpo nell’acqua, e sarà puro” (14:9). È chiaro che il lebbroso era puro agli occhi di Dio il primo giorno, quando era stata fatta su di lui l’aspersione del sangue per sette volte, cioè con un’efficacia perfetta, come il settimo ed allora in cosa consisteva la differenza? Non nella sua condizione o posizione attuale, ma nella sua comunione o intelligenza personale. Il settimo giorno era chiamato ad iniziare a distruggere interamente tutto quello che era nella sua natura. Era chiamato a capire che non soltanto la lebbra doveva essere tolta dalla sua carne, ma anche tutte le cose superflue della carne, tutto ciò che apparteneva alla sua natura, tutto quello che apparteneva alla sua vecchia condizione.

Una cosa è sapere, come principio, che Dio mi vuole morto quanto alla vecchia natura e tutt’altra cosa è “considerarmi come morto”, spogliarmi nella pratica del vecchio uomo e delle sue concupiscenze, mortificare le mie membra che sono sulla terra. Probabilmente è questo ciò che intendono certe persone pie, quando parlano di “santificazione progressiva”. La cosa è buona in se stessa, benché non la comprendano esattamente come le Scritture la espongono. Il lebbroso era dichiarato puro dall’istante in cui il sangue era asperso su di lui, e tuttavia doveva purificarsi. Perché questo? Nel primo caso era puro secondo il giudizio di Dio, nel secondo doveva essere puro in pratica, secondo il suo giudizio personale e nel suo carattere pubblico. È la stessa cosa per i credenti che sono stati, in quanto uno con Cristo, “lavati, … santificati, …giustificati” (1 Corinzi 6:11), “ci ha resi graditi” (Efesini 1:6 – [versione Diodati]) ed abbiamo “tutto pienamente” (Colossesi 2:10). Questi sono i caratteri della posizione del credente davanti a Dio. È perfettamente santificato e giustificato perché Cristo, secondo la Parola, è la misura dell’una e dell’altra cosa, ma poi la realizzazione di tutto questo nell’anima del credente e la dimostrazione che ha nel suo cammino e nella sua testimonianza, aprono un altro campo di riflessioni. È per questo che è scritto: “Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio” (2 Corinzi 7:1). È perché Cristo ci ha purificati per mezzo del Suo sangue prezioso che siamo chiamati a purificarci, applicando a noi stessi la Parola di Dio per mezzo dello Spirito Santo: “Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, cioè Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che ne rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e i tre sono concordi” (1 Giovanni 5:6-8). Abbiamo in questo l’espiazione per mezzo del sangue, la purificazione per mezzo della Parola e la potenza dello Spirito Santo: tutte fondate sulla morte di Cristo e distintamente tipificate nelle ordinanze relative alla purificazione del lebbroso.

L’ottavo giorno prenderà due agnelli senza difetto, un’agnella di un anno senza difetto, tre decimi di fior di farina, come oblazione, intrisa d’olio, e un log di olio. Il sacerdote che fa la purificazione presenterà colui che si purifica e quelle cose davanti al SIGNORE, all’ingresso della tenda di convegno. Il sacerdote prenderà uno degli agnelli e l’offrirà come sacrificio per la colpa, con il log d’olio, e li presenterà come offerta agitata davanti al SIGNORE” (14:10-12). Qui vengono presentate tutta una serie di offerte, ma è la vittima “per la colpa” che è offerta per prima, perché il lebbroso è considerato come un vero trasgressore. È vero in tutti i casi. Avendo tutti peccato contro Dio, noi abbiamo bisogno di Cristo come Colui che ha espiato le nostre colpe sulla croce: “Egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce” (1 Pietro 2:24). Il primo aspetto sotto il quale Cristo si presenta al peccatore è come anti-tipo dell’offerta per la colpa.

Il sacerdote prenderà del sangue del sacrificio per la colpa e lo metterà sull’estremità dell’orecchio destro di colui che si purifica, sul pollice della sua mano destra e sull’alluce del suo piede destro” (14:14). L’orecchio, quest’organo colpevole, che era stato molto spesso un canale di comunicazione per la vanità, la follia e l’impurità, doveva essere purificato dal sangue dell’offerta per la colpa. Così facendo tutta la colpevolezza che avevo acquisito è perdonata, secondo la stima che Dio fa del sangue di Cristo. La mano destra, che così spesso era stata stesa per commettere atti di vanità, di follia e d’impurità, doveva essere purificata dal sangue dell’offerta per la colpa. Così facendo tutta la colpevolezza che avevo acquisito per mezzo di questo membro è perdonata, secondo la stima che Dio fa del sangue di Cristo. Il piede, che aveva così spesso corso su un sentiero di vanità, di follia e d’impurità, doveva essere purificato dal sangue dell’offerta per la colpa in modo che tutta la colpevolezza che avevo acquisito per mezzo di questo membro è perdonata, secondo la stima che Dio fa del sangue di Cristo. Sì, tutto, tutto, tutto è perdonato, tutto è tolto, tutto è dimenticato, tutto è gettato come del piombo nelle profonde acque dell’eterno oblio. Chi le riporterà in superficie? Gli angeli, gli uomini, i demoni potranno immergersi in queste acque sconosciute ed insondabili per riprendere queste trasgressioni dell’orecchio, della mano e del piede che l’amore redentore ha gettato laggiù? Certamente no, e di questo sia benedetto Dio. Esse sono state tolte e tolte per sempre. Io sono molto più felice di Adamo quando non aveva ancora peccato. Che verità preziosa! Essere purificati dal sangue vale molto di più che essere rivestiti d’innocenza.

Ma Dio non poteva accontentarsi solo dell’espiazione dei peccati per mezzo del sangue espiatorio di Cristo. Questa era una grande cosa, ma c’è qualcosa di più grande ancora.

Poi il sacerdote prenderà dell’olio del log e lo verserà nella sua mano sinistra; quindi intingerà il dito della sua destra nell’olio che avrà nella sinistra, e con il dito farà sette aspersioni di quell’olio davanti al SIGNORE. Del rimanente dell’olio che avrà in mano, il sacerdote ne metterà sull’estremità dell’orecchio destro di colui che si purifica, sul pollice della sua mano destra e sull’alluce del suo piede destro, sopra il sangue del sacrificio per la colpa. Il resto dell’olio che avrà in mano, il sacerdote lo metterà sul capo di colui che si purifica; così il sacerdote farà per lui l’espiazione davanti al SIGNORE” (14:15-18). Così le nostre membra non sono solo purificate dal sangue di Cristo, ma anche consacrate a Dio nella potenza dello Spirito. L’opera di Dio non è soltanto negativa, ma anche positiva. L’orecchio non deve più essere il canale per comunicare la contaminazione, ma deve essere “pronto ad ascoltare” la voce del Buon Pastore. La mano non deve più essere impiegata come strumento d’ingiustizia, ma deve essere stesa per atti di giustizia, di grazia e di vera santità. I piedi non devono più calcare i sentieri della follia, ma correre nelle vie dei santi comandamenti di Dio. Infine, l’uomo tutto intero deve essere consacrato a Dio per l’energia dello Spirito Santo.

È molto interessante notare che “l’olio” viene messo “sopra il sangue del sacrificio per la colpa”. Il sangue di Cristo è la base divina dell’opera dello Spirito Santo. Il sangue e l’olio vanno insieme. In quanto peccatori, noi non possiamo conoscere niente dell’olio se non sulla base del sangue. L’olio non avrebbe potuto essere messo sul lebbroso prima che fosse applicato il sangue della vittima del sacrificio per la colpa. “Avendo creduto in lui (Cristo), avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso” (Efesini 1:13). La divina esattezza dell’allegoria risveglia l’ammirazione di un cuore rigenerato e più la scrutiamo attentamente, più vi dirigiamo la luce della Parola, più vi vediamo la bellezza, la forza e la precisione. Come ci si poteva aspettare, tutto è in perfetta armonia con l’intera analogia della Parola di Dio. Non c’è bisogno di nessuno sforzo mentale. Prendiamo Cristo come la chiave per aprire i ricchi tesori delle figure, esploriamone i preziosi contenuti alla luce della lampada celeste del Libro ispirato, e che lo Spirito sia l’Interprete e non mancheremo di edificazione, chiarezza e benedizione.

Poi il sacerdote offrirà il sacrificio per il peccato e farà l’espiazione per colui che si purifica della sua impurità” (14:19). Qui abbiamo una figura di Cristo non solo come Colui che ha portato i nostri peccati, ma anche come Colui che ha messo fine al peccato, radice e rami, come Colui che ha distrutto tutto il sistema peccato: “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (Giovanni 1:29), “Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2). Come offerta per la colpa, Cristo ha tolto tutti i miei peccati. Come offerta per il peccato, Cristo ha colpito la grande radice da cui provenivano questi peccati. Ha soddisfatto tutto, ma io Lo conosco prima come offerta per la colpa, perché ho bisogno di Lui sotto questo carattere. È prima di tutto la coscienza dei miei peccati che mi turba, ma la preziosa Offerta per la colpa vi ha divinamente provveduto. Poi, andando avanti, scopro che tutte queste colpe avevano una radice, un tronco ed io trovo in me questa radice e questo tronco. Anche a questo ha provveduto il divino Sacrificio per il peccato. L’ordine, presentato nel caso del lebbroso, è perfetto, è esattamente lo stesso ordine che noi ritroviamo nell’esperienza di ogni anima: prima il sacrificio per la colpa poi il sacrificio per il peccato.

Quindi scannerà l’olocausto” (14:19). Quest’offerta ci presenta l’aspetto più elevato della morte di Cristo. È Cristo stesso che si offre a Dio senza macchia, senza avere niente a che fare con la colpa o col peccato. Cristo va verso la croce con una devozione volontaria e là offre Sé stesso in sacrificio di odore soave a Dio.

Il sacerdote offrirà l’olocausto e l’oblazione sull’altare; farà per quel tale l’espiazione, ed egli sarà puro” (14:20). L’oblazione rappresenta l’uomo Gesù Cristo nella perfezione della Sua vita sulla terra. Nel caso del lebbroso purificato è intimante legata all’olocausto ed è così anche nell’esperienza di tutti i peccatori perdonati. È quando sappiamo che le nostre colpe sono perdonate e che la radice o il principio del peccato è giudicato che possiamo, ciascuno secondo la propria misura e nella potenza dello Spirito Santo, gioire della comunione con Dio riguardo a questa Persona benedetta, che ha vissuto quaggiù una vita umana perfetta e poi si è offerto, Lui stesso senza macchia, a Dio sulla croce. Così le quattro classi dei sacrifici, vale a dire: il sacrificio per la colpa, il sacrificio per il peccato, l’olocausto e l’oblazione sono messi davanti a noi nel loro ordine divino, nella purificazione del lebbroso ciascuno mostrando un aspetto particolare della diletta Persona del nostro Signore Gesù Cristo.

Termina qui l’esposizione delle disposizioni dell’Eterno riguardo al lebbroso. Che esposizione meravigliosa! Quale sviluppo del carattere estremamente odioso del peccato, della grazia e della santità di Dio, del valore della persona di Gesù Cristo e dell’efficacia della Sua opera. Niente sarebbe più interessante dell’osservare le orme della grazia divina che esce dal cortile sacro del santuario per andare fino al luogo contaminato in cui si trova il lebbroso con la testa nuda, le labbra coperte, i vestiti stracciati. Dio visita il lebbroso là dove si trova, ma non lo lascia là. Avanza verso di lui pronto a compiere un’opera in virtù della quale può portare il lebbroso in una posizione più elevata, ad una comunione più intima di quella cha mai avesse conosciuta prima. Sul principio di quest’opera il lebbroso era portato dal suo luogo di contaminazione e solitudine fino all’ingresso stesso della tenda d’assegnazione, dimora del sacerdote, per gioirvi dei privilegi sacerdotali (cfr. Esodo 29:20-21, 32). Come poteva arrivare ad una simile elevazione? Impossibile da solo. Per quel che dipendeva da lui, egli avrebbe languito e sarebbe morto nella sua lebbra, se la sovrana grazia del Dio d’Israele non si fosse abbassata fino a lui per rialzare “il povero dal letame, per farlo sedere con i prìncipi, con i prìncipi del suo popolo” (Salmo 113:7-8). Se mai ci fosse un caso in cui la questione degli sforzi umani, dei meriti e della giustizia dell’uomo potesse essere completamente messa alla prova e perfettamente risolta, questo è senza dubbio il caso del lebbroso. Sarebbe persino una perdita di tempo discutere una questione del genere in presenza di un caso simile. Risulta evidente, anche per il lettore più superficiale, che niente, salvo la gratuita grazia di Dio che regna per la giustizia, poteva rispondere alla condizione ed ai bisogni del lebbroso e come questa grazia agisse in una maniera gloriosa e trionfante. Essa giungeva alle più basse profondità, allo scopo di elevare il lebbroso fino alle altezze più elevate. Considerate quello che il lebbroso perdeva e considerate quello che guadagnava. Perdeva tutto quello che era nella sua natura e guadagnava, nella figura, il sangue dell’espiazione e la grazia dello Spirito. Un guadagno veramente incalcolabile. Era infinitamente più ricco di quanto non lo fosse stato prima di essere messo fuori del campo. Questa era la grazia di Dio. Questa è la potenza ed il valore, la virtù e l’efficacia del sangue di Gesù Cristo!

Quanto tutto questo ci ricorda il figliol prodigo di Luca 15! Anche in lui la lebbra aveva lavorato ed era salita in superfice. Era andato in un paese lontano, contaminato, dove i suoi peccati e l’estremo egoismo delle persone che lo circondavano avevano creato il vuoto intorno a lui. Ma, benedetto sia sempre l’amore tenero e profondo del Padre. Sappiamo come finisce la storia: il figliol prodigo trova un posto più elevato, gusta una comunione più elevata come non aveva mai conosciuto prima. In precedenza “il vitello ingrassato” non era mai stato ucciso per lui, “la veste più bella” non gli era mai stata fatta indossare prima, e tutto questo da cosa proveniva? Si trattava dei meriti del figliol prodigo? Certamente no! Si trattava solo dell’amore del padre.

Caro lettore, ti chiedo: puoi leggere queste disposizioni di Dio per il lebbroso in Levitico 14 o quello della condotta del padre nei confronti del figliol prodigo in Luca 15 e non avere un sentimento più intenso dell’amore che è nel seno di Dio, che scaturisce dalla Persona e per l’opera di Cristo, che è rivelata nelle Scritture e che è sparsa nei cuori dei credenti per mezzo dello Spirito Santo? Signore, dacci una comunione più intima e più costante con Te!

Dal versetto 21 al versetto 32 abbiamo: “La legge relativa a colui che è affetto da piaga di lebbra, e non ha i mezzi per procurarsi ciò che è richiesto per la sua purificazione”. Questo è relativo ai sacrifici “dell’ottavo giorno” e non ai “due uccelli vivi, puri” (14:4). In nessun caso ci si poteva esentare da questi, perché rappresentavano la morte e la risurrezione di Cristo come il solo fondamento su cui Dio può ricevere un peccatore che viene a Lui. D’altra parte, i sacrifici “dell’ottavo giorno”, legati alla comunione dell’anima, dovevano in qualche misura essere influenzati dal grado di realizzazione. Ma, qualunque sia questo grado, la grazia di Dio può provvedere con queste parole particolarmente toccanti: “secondo i suoi mezzi” (22) e inoltre, “le due tortore” conferiscono “ai poveri” gli stessi privilegi che i due agnelli conferivano ai ricchi, poiché entrambi indicavano il “prezioso sangue di Cristo“, che è di un’efficacia infinita, inalterabile ed eterna nel giudizio di Dio. Noi siamo tutti davanti a Dio sul principio della morte e della risurrezione, siamo stati tutti avvicinati, ma non tutti gioiscono dello stesso grado di comunione, non tutti realizzano allo stesso livello il valore di Cristo in tutti gli aspetti della Sua opera. Potrebbero, se volessero, ma si lasciano distogliere da svariate cose: il mondo, la carne con le loro rispettive influenze che agiscono su di loro in maniera dannosa. Lo Spirito è contristato, non si gioisce di Cristo come si potrebbe. Se viviamo secondo i nostri cuori naturali, è del tutto inutile credere che possiamo nutrirci di Cristo. No, se vogliamo nutrirci abitualmente di Cristo, bisogna che rinunciamo a noi stessi, che ci giudichiamo e che diciamo: “Non sono più io che vivo” (Galati 2:20). Non si tratta di salvezza. Non si tratta del lebbroso introdotto nel campo, il luogo dove Dio è riconosciuto. Assolutamente. Si tratta semplicemente della comunione dell’anima e della sua gioia in Cristo. Per quanto riguarda questo, è messa alla nostra portata la misura più grande. Noi possiamo pervenire alla conoscenza delle verità più elevate, ma se la nostra misura è piccola, la grazia del cuore del Padre nostro non ci rimprovera, ma ci sussurra queste dolci parole: “Ognuno secondo i suoi mezzi”. I diritti di ciascuno sono gli stessi, ma la nostra portata può variare e, benedetto sia Dio, quando entriamo in Sua presenza i desideri più ardenti della nuova natura sono soddisfatti. Tutte le grandi capacità della nuova natura entrano in gioco. Che possiamo sperimentare queste cose giorno per giorno nella gioiosa esperienza delle nostre anime!

Termineremo questi capitoli toccando brevemente il soggetto della lebbra nelle case.

  • Il lettore constaterà che nel caso della lebbra su una persona o un vestito, questa poteva riscontrarsi nel deserto, ma per quanto riguardava una casa bisognava necessariamente essere nel paese di Canaan: “Quando sarete entrati nel paese di Canaan, che io vi do come vostro possesso, se mando la macchia della muffa in una casa del paese che possederete, il padrone della casa andrà a dichiararlo al sacerdote, dicendo: “Mi pare che in casa mia ci sia qualcosa di simile alla muffa”. Allora il sacerdote ordinerà che si sgomberi la casa prima che egli vi entri per esaminare la macchia, affinché tutto quello che è nella casa non diventi impuro. Dopo questo, il sacerdote entrerà per esaminare la casa. Esaminerà la macchia; se vedrà che la macchia che è sui muri presenta cavità verdastre o rossastre più profonde dell’intonaco, il sacerdote uscirà dalla casa; e, giunto alla porta, farà isolare la casa per sette giorni” (14:34-38).

Considerando la casa, come figura di un’assemblea, troviamo qui dei principi importanti sul metodo divino di trattare il male morale o i sintomi del male in una assemblea. Notiamo che riguardo alla casa vi è la stessa calma e la stessa perfetta pazienza che per l’individuo e le vesti. Non c’è fretta né indifferenza sia che si tratti di una casa, un vestito o un individuo. L’uomo che teneva alla sua casa non doveva trattare con noncuranza nessun sintomo sospetto che si mostrasse tra le pareti domestiche, come non doveva essere lui a pronunciare un giudizio su questi sintomi. Esaminare e giudicare era un affare che riguardava il sacerdote. Dall’istante in cui si manifestava un qualunque sospetto, il sacerdote assumeva un’ attitudine giudiziaria nei confronti della casa. La casa era sotto giudizio, anche se non era ancora condannata. Prima che si potesse prendere una decisione dovevano passare i termini stabiliti. I sintomi potevano essere superficiali, il che non avrebbe richiesto nessuna azione.

Il settimo giorno, il sacerdote vi ritornerà; e se, esaminandola, vedrà che la macchia si è allargata sulle pareti della casa, il sacerdote ordinerà che se ne rimuovano le pietre sulle quali è la macchia e che si gettino in luogo immondo, fuori dalla città. Farà raschiare tutto l’interno della casa e si butteranno i calcinacci raschiati fuori dalla città, in luogo impuro” (14:39-41). Non occorreva condannare l’intera abitazione, ma prima bisognava provare a togliere le pietre colpite dalla lebbra.

Se la macchia riappare nella casa dopo averne rimosse le pietre e dopo che essa è stata raschiata e intonacata, il sacerdote entrerà a esaminare la casa; e se vedrà che la macchia si è allargata, nella casa c’è della muffa maligna; la casa è impura. Perciò si demolirà la casa; se ne porteranno le pietre, il legname e i calcinacci fuori della città, in luogo impuro” (14:43-45). La casa era in condizione disperate, il male incurabile e tutta l’abitazione era demolita.

“Inoltre, chiunque sarà entrato in quella casa durante tutto il tempo che è stata isolata, sarà impuro fino alla sera. Chi avrà dormito in quella casa, si laverà le vesti, e chi avrà mangiato in quella casa, si laverà le vesti” (14:46-47). Si tratta di una verità molto seria: il contatto contamina. Ricordiamocene. È un principio ampiamente inculcato nella dispensazione levitica e, certamente, non è meno applicabile oggi.

Ma se il sacerdote che è entrato nella casa e l’ha esaminata vede che la macchia non si è allargata nella casa dopo che essa è stata intonacata, dichiarerà la casa pura, perché la macchia è sparita” (14:48). L’aver tolto le pietre contaminate e tutto il resto aveva fermato il progredire del male e rendeva superfluo ogni giudizio ulteriore. La casa non doveva essere più considerata sotto giudizio ma, essendo stata resa pura dall’applicazione del sangue, era di nuovo pronta per essere abitata.

Ora veniamo alla morale di tutto questo. È contemporaneamente interessante, solenne e pratico. Prendiamo, per esempio, il caso dell’assemblea di Corinto. Era una “casa spirituale” composta da pietre spirituali, ma, ahimè, l’occhio d’aquila di Paolo discerne sui suoi muri certi sintomi di natura molto sospetta. Rimase indifferente? Certo che no. Era troppo influenzato dallo spirito del Padrone di casa per trascurare un istante di più questo stato increscioso, ma non fu precipitoso né indifferente: ordinò che si rimuovesse la pietra lebbrosa e che si raschiasse a fondo la casa. Poi, avendo agito con questa fedeltà, attese pazientemente il risultato. Quale fu il risultato? Tutto quello che il suo cuore poteva ricercare: “Ma Dio, che consola gli afflitti, ci consolò con l’arrivo di Tito; e non soltanto con il suo arrivo, ma anche con la consolazione da lui ricevuta in mezzo a voi. Egli ci ha raccontato il vostro vivo desiderio di vedermi, il vostro pianto, la vostra premura per me; così mi sono più che mai rallegrato …  In ogni maniera avete dimostrato di essere puri in questo affare” (cfr. 1 Corinzi 5 con 2 Corinzi 7: 6-7, 11). È un bell’esempio. Le zelanti cure dell’apostolo erano debitamente ricompensate, la piaga arrestata e l’assemblea liberata dall’influenza corruttrice del male morale non giudicato.

Prendiamo un altro esempio: “All’angelo della chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice colui che ha la spada affilata a due tagli: “Io conosco dove tu abiti, cioè là dov’è il trono di Satana; tuttavia tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me, neppure ai giorni in cui Antipa, il mio fedele testimone, fu ucciso fra voi, là dove Satana abita. Ma ho qualcosa contro di te: hai alcuni che professano la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac il modo di far cadere i figli d’Israele, inducendoli a mangiare carni sacrificate agli idoli e a fornicare. Così anche tu hai alcuni che professano similmente la dottrina dei Nicolaiti. Ravvediti dunque, altrimenti fra poco verrò da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca” (Apocalisse 2: 12-16). Il divino Sacerdote si tiene qui di fronte alla “casa” di Pergamo in un atteggiamento giudiziario. Non poteva rimanere indifferente riguardo a dei sintomi così allarmanti, ma usa pazienza e grazia e dà loro del tempo per ravvedersi. Se gli avvertimenti, le riprensioni e la disciplina non fossero serviti a niente allora il giudizio avrebbe seguito il suo corso.

Queste cose sono piene di istruzioni pratiche relativamente alla dottrina dell’assemblea. Le sette chiesa dell’Asia offrono diverse illustrazioni interessanti della casa sotto il giudizio sacerdotale. Dovremmo studiarle accuratamente ed in preghiera. Sono di un immenso valore. Non dovremmo mai sentirci a nostro agio finché nell’assemblea si constata qualcosa di natura sospetta. Potremmo essere tentati di dire: “La cosa non mi riguarda”. Ma è dovere di tutti coloro che amano il Padrone della “casa” avere una cura gelosa e pia di questa casa; se ci tiriamo indietro dall’esercitare questo nostro dovere, ciò non andrà a nostro onore e profitto nel giorno del Signore.

Non svilupperò ulteriormente questo argomento in queste pagine e dirò solo, chiudendo questa sezione, che non ho dubbi che l’intero argomento della lebbra abbia un grande significato dispensazionale, non solo per la casa d’Israele ma anche per la chiesa professante [26].

La legge relativa all’impurità dell’uomo e della donna – Capitolo 15

Questo capitolo tratta una categoria di contaminazioni cerimoniali di natura molto meno grave della lebbra. Quest’ultima sembrerebbe essere presentata come un’espressione della profonda energia malvagia della nostra natura, mentre il capitolo 15 enumera una serie di cose che sono semplicemente infermità inevitabili, ma che è come se provenissero, in qualche misura, dalla natura umana e sporcassero rivendicando le risorse della grazia divina. La presenza di Dio in mezzo all’assemblea richiedeva un alto grado di santità e purezza morale. Ogni atto della natura umana doveva essere combattuto. Le cose stesse che nell’uomo potevano sembrare infermità inevitabili avevano un’influenza contaminante e richiedevano la purificazione, perché l’Eterno era nel campo. Niente di nocivo, niente di sconveniente, niente di indecente, doveva essere sopportato nella vicinanza pura e sacra della presenza del Dio di Israele. Le nazioni incirconcise intorno non avrebbero capito nulla di queste sante ordinanze ma l’Eterno voleva che Israele fosse santo, perché lo era il Dio d’Israele. Se dovevano essere così distinti e privilegiati da godere della presenza di un Dio santo, dovevano essere un popolo santo.

Niente è più adatto a suscitare l’ammirazione dell’anima della gelosa sollecitudine dell’Eterno per tutte le abitudini e le pratiche del Suo popolo. Li proteggeva in casa e fuori, addormentati o svegli, giorno e notte. Vegliava sul loro cibo, sui loro vestiti, sui più piccoli dettagli dei loro affari privati. Se una leggera macchia compariva sulla persona, era necessario esaminarla subito attentamente. In poche parole, nulla era trascurato di quello che potesse in qualche modo influire sul benessere o sulla purezza di coloro ai quali l’Eterno si era unito e tra i quali abitava. Si interessava alle loro questioni più banali. Controllava attentamente tutto ciò che li riguardava, sia pubblicamente, socialmente o individualmente.

Per un incirconciso tutto questo sarebbe stato un peso insopportabile. Avere un Dio di una santità infinita nel cammino durante il giorno e intorno al suo letto di notte, sarebbe stato per lui una costrizione intollerabile; ma, per chi amava veramente la santità, per chi amava Dio, niente poteva essere più delizioso. Un tale uomo si rallegra della dolce certezza che Dio è sempre vicino e si compiace della santità che è richiesta e garantita dalla presenza di Dio.

Lettori, è così anche per voi? Amate la presenza divina e la santità che questa presenza richiede? Vi permettete qualcosa che sia incompatibile con la santità della presenza di Dio? I vostri pensieri, i vostri sentimenti e le vostre azioni sono in armonia con la purezza e il livello del santuario? Mentre leggete questo capitolo 15 del Levitico, ricordatevi che è stato scritto per la vostra istruzione. Dovete leggerlo guidati dallo Spirito, perché per voi ha un’applicazione spirituale. Leggerlo in un altro modo significa distorcerne il significato a propria perdizione o, per usare una frase cerimoniale, è far “cuocere un capretto nel latte di sua madre” (Deuteronomio 14:21).

Forse vi starete chiedendo: “Quali istruzioni posso prendere da questa parte della Scrittura? Che applicazione posso farne?”. Per prima cosa vi chiedo: “Ammetti che è stato scritto per la tua istruzione?”. Spero che non ne dubiti, visto che Paolo afferma espressamente che “Tutto ciò che fu scr5itto nel passato, fu scritto per nostra istruzione” (Romani 15: 4). Molti sembrano dimenticare questa importante dichiarazione, almeno per quanto riguarda il libro del Levitico. Non riescono a credere di dover imparare qualcosa dai riti e dalle cerimonie di un tempo che non c’è più, e specialmente dai riti e dalle cerimonie come quelli riportati in questo capitolo 15. Ma se ci ricordiamo che è stato lo Spirito Santo che ha fatto sì che questo capitolo fosse scritto, che ogni paragrafo, ogni verso, ogni riga “è divinamente ispirato e utile“, questo dovrebbe spingerci a ricercarne il significato. Sicuramente un figlio di Dio deve leggere ciò che Dio ha scritto. Senza dubbio ci vuole forza spirituale per sapere come e saggezza spirituale per sapere quando leggere un capitolo come questo; ma questo si può anche dire di qualsiasi capitolo. Una cosa è certa, se fossimo sufficientemente spirituali, sufficientemente celesti, sufficientemente staccati dalla nostra natura ed elevati al di sopra della terra, trarremmo solo idee e principi puramente spirituali da questo capitolo e da altri capitoli simili. Se un angelo dal cielo leggesse queste parti delle Scritture, come le vedrebbe? Solo in una luce spirituale e celeste; solo come contenente la moralità più pura e più alta. Perché non dovremmo fare lo stesso? Credo che non abbiamo idea del disprezzo evidente che gettiamo sul Libro sacro, trascurando completamente una parte di esso come lo è stato il libro del Levitico. Se questo libro non doveva essere letto, sicuramente non avrebbe dovuto essere scritto. Se non è “utile“, sicuramente non avrebbe dovuto trovare posto nel canone dell’ispirazione divina; ma, poiché è piaciuto a Dio “il solo saggio” dettarequesto Libro [27], sicuramente i Suoi figlioli dovrebbero trovare piacere a leggerlo.

Senza dubbio la saggezza spirituale, il santo discernimento e quello squisito senso morale che solo la comunione con Dio può dare saranno necessarie per poter giudicare quando un tale capitolo dovrebbe essere letto. Dubiteremmo molto del giudizio e del tatto di un uomo che si è alzato in piedi per leggere Levitico capitolo 15 nel mezzo di un’assemblea ordinaria. Ma perché? È perché non è “divinamente ispirato” e come tale “utile“? Affatto, ma perché forse la maggior parte degli ascoltatori non sarebbe abbastanza spirituale da comprenderne le lezioni pure e sante.

Allora, cosa dobbiamo imparare da questo capitolo? In primo luogo, ci insegna a vigilare, con santa gelosia, su tutto ciò che proviene dalla natura umana. Ogni movimento, ogni emanazione della nostra natura contamina. La natura umana decaduta è una sorgente impura e tutto ciò che ne deriva è impuro. Non può produrre nulla di puro, santo o buono. Questa è una lezione frequentemente esposta nel libro del Levitico e insegnata specialmente in questo capitolo.

Ma sia benedetta la grazia che ha provveduto così ampiamente alle contaminazioni della carne! I mezzi con cui ella provvede sono presentati in due forme distinte in tutta la Parola di Dio, e specialmente nella parte di questa Parola di cui ci occupiamo; sono “acqua e sangue“. Entrambi riguardano la morte di Cristo. Il sangue espiatorio e l’acqua purificatrice sgorgarono dal costato trafitto di un Cristo crocifisso (cfr. Giovanni 19:34 con 1 Giovanni 5:6). “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1 Giovanni 1:7). E la Parola di Dio purifica le nostre abitudini, la nostra condotta e le nostre vie (Salmo 119:9; Efesini 5:25-26). Siamo così mantenuti in uno stato adatto alla comunione ed al servizio, pur attraversando un mondo dove tutto è contaminato e portando in noi una natura di cui ogni movimento lascia una traccia dietro di sé.

Abbiamo già osservato che il nostro capitolo tratta di una categoria di contaminazioni cerimoniali, di carattere meno grave della lebbra. Questo spiega perché l’espiazione è rappresentata qui non da un vitello o da un agnello, ma dal minimo grado di sacrificio, cioè da “due tortore“. Ma, d’altra parte, la virtù purificatrice della Parola è costantemente richiamata dall’atto cerimoniale del lavaggio. “Come potrà il giovane render pura la sua via?” Sarà: “Badando a essa mediante la tua parola”. “Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola”. L’acqua occupava un posto molto importante nel sistema di purificazione levitico e come tipo della Parola niente poteva essere più interessante e informativo.

Leggendo Levitico 15 possiamo quindi raccogliere dei preziosi concetti. Apprendiamo, in modo sorprendente, l’estrema santità della presenza divina. Nessuna cosa sudicia, nessuna macchia può essere tollerata per un solo momento in questo luogo tre volte santo. “Terrete lontani i figli d’Israele da ciò che potrebbe contaminarli, affinché non muoiano a causa della loro impurità, qualora contaminassero il mio tabernacolo che è in mezzo a loro” (31).

Impariamo anche che la natura umana è una fonte inesauribile di contaminazioni. È disperatamente contaminata e non solo è contaminata, ma infetta. Sveglia o addormentata, seduta, in piedi o sdraiata, la nostra natura è contaminata e contaminante. Il suo stesso tocco comunica la contaminazione. È una lezione profondamente umiliante per un’umanità orgogliosa, ma è così. Il Levitico è uno specchio fedele davanti alla nostra natura. Non lascia alla “carne” niente in cui vantarsi. Gli uomini possono vantarsi della loro civiltà, del loro senso morale, della loro dignità. Studino il terzo libro di Mosè e lì vedranno cosa significa veramente tutto nel giudizio di Dio.

Infine apprendiamo, ancora una volta, il valore espiatorio del sangue di Cristo e la virtù purificatrice e santificatrice della preziosa Parola di Dio. Quando pensiamo alla purezza irreprensibile del santuario e riflettiamo sull’incurabile contaminazione della nostra natura, ci chiediamo: “Come possiamo entrarvi e rimanervi?”, la risposta si trova nel “sangue e acqua” che sono fuoriusciti dal costato di un Cristo crocifisso, di un Cristo che ha dato la Sua vita alla morte per noi, affinché potessimo vivere per mezzo di lui. “Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue” e, sia benedetto Dio, che “i tre sono concordi” (1 Giovanni 5:7-8).

Possiamo dunque dire che Levitico 15 sia stato “scritto per nostra istruzione”? Non ha il suo posto distinto e utile nel canone divino? Certamente. Ci sarebbe una lacuna se fosse stato omesso. È qui che impariamo ciò che non potremmo imparare allo stesso modo, da nessun’altra parte. È vero che tutte le Scritture ci insegnano la santità di Dio, l’impurità della nostra natura, l’efficacia del sangue, il valore della Parola, ma il capitolo che abbiamo appena studiato presenta queste grandi verità alla nostra mente e le imprime nei nostri cuori in un modo che è molto particolare.

Possa ogni porzione del volume del nostro Padre essere preziosa per i nostri cuori! Possa ciascuna delle sue testimonianze essere “più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi” e possa ognuno dei Suoi “giusti giudizi avere nelle nostre anime il posto che merita” (cfr. Salmo 19:9-10).

La festa delle espiazioni – Capitolo 16

Questo capitolo sviluppa alcuni dei principi più importanti di cui una mente rigenerata può occuparsi. Presenta la dottrina dell’espiazione con una forza ed una pienezza senza pari. In breve, dobbiamo considerare Levitico 16 come una delle parti più preziose e importanti dell’ispirazione, se solo fosse lecito fare distinzioni dove tutto è divino.

Considerando nei fatti questo capitolo, esso ci offre un resoconto delle azioni fatte, in Israele, nel gran giorno dell’espiazione mediante le quali era stabilita e mantenuta la relazione dell’Eterno con l’assemblea e tutti i peccati, i difetti e le infermità del popolo erano perfettamente espiati, in modo che l’Eterno Dio potesse dimorare in mezzo a loro.

 Il sangue versato in quel giorno solenne costituiva la base del trono dell’Eterno in mezzo alla congregazione. In virtù di questo sangue, un Dio santo poteva avere la Sua dimora in mezzo al popolo, nonostante tutte le loro impurità. “Nel settimo mese, il decimo giorno del mese” (29) era un giorno unico in Israele. Non c’era un altro giorno simile durante tutto l’anno. I sacrifici di quel giorno erano il fondamento delle vie di Dio in grazia, misericordia, pazienza e lunga sopportazione.

Inoltre, da questa porzione della storia ispirata impariamo “che la via al santuario non era ancora manifestata” (Ebrei 9:8). Dio era nascosto dietro una cortina e l’uomo era tenuto a distanza. “Il SIGNORE parlò a Mosè dopo la morte dei due figli d’Aaronne, i quali morirono quando si presentarono davanti al SIGNORE. Il SIGNORE disse a Mosè: “Parla ad Aaronne, tuo fratello, e digli di non entrare in qualsiasi tempo nel santuario, di là dalla cortina, davanti al propiziatorio che è sull’arca, affinché non muoia; poiché io apparirò nella nuvola sul propiziatorio” (1-2).

Non era ancora aperta la via perché l’uomo potesse avvicinarsi, in ogni momento, alla presenza divina; né c’era, in tutto il cerimoniale della legge mosaica, nessun mezzo per assicurarsi che si potesse rimanere lì ininterrottamente. Dio era rinchiuso dentro, lontano dall’uomo, e teneva fuori l’uomo. “Il sangue di tori e capri”non poteva aprire un luogo di vicinanza permanente. Questo richiedeva un sacrificio di un ordine superiore e del sangue più prezioso. “La legge, infatti, possiede solo un’ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose. Perciò con quei sacrifici, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, essa non può rendere perfetti coloro che si avvicinano a Dio. Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, se coloro che rendono il culto, una volta purificati, avessero sentito la loro coscienza sgravata dai peccati? Invece in quei sacrifici viene rinnovato ogni anno il ricordo dei peccati; perché è impossibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati” (Ebrei 10:1-4).

Né il sacerdozio levitico né i sacrifici levitici potevano portare la perfezione. L’insufficienza gravava su questi ultimi, l’infermità sui primi, l’imperfezione su entrambi. Un uomo imperfetto non potrebbe essere un sacerdote perfetto e un sacrificio imperfetto non potrebbe rendere perfetta una coscienza. Aaronne non era né competente né qualificato per avere un posto al di là della cortina e i sacrifici che offriva non potevano strappare quel velo.

Dal punto di vista storico del nostro capitolo questo è sufficiente. Consideriamolo ora da un punto di vista figurativo.

Aaronne entrerà nel santuario in questo modo: prenderà un toro per un sacrificio per il peccato e un montone per un olocausto” (3). Anche qui abbiamo i due grandi aspetti dell’opera espiatoria di Cristo: quella che salvaguarda perfettamente la gloria divina e soddisfa perfettamente i più grandi bisogni dell’uomo. Non si fa menzione, in tutte le azioni di questo giorno solenne e unico, né di una oblazione o di un sacrificio di riconoscenza. La vita perfetta del Signore non viene presentata o raffigurata qui, e la comunione dell’anima con Dio, come conseguenza della Sua opera, non si trova sviluppata. In poche parole: l’unico argomento di questo capitolo è “l’espiazione” e questo in modo duplice: primo per soddisfare tutti i diritti di Dio, i diritti della Sua natura, del suo carattere, del Suo trono; e poi, come perfettamente rispondente a tutta la colpevolezza dell’uomo e tutti i suoi bisogni. Dobbiamo tenere a mente questi due punti se vogliamo farci un’idea chiara della verità presentata in questo capitolo o della dottrina del “gran giorno dell’Espiazione”. “Aaronne entrerà nel santuario in questo modo” con l’espiazione, che salvaguardava la gloria di Dio sotto tutti gli aspetti, sia in relazione ai Suoi consigli di amore redentore verso la Chiesa, verso Israele e verso l’intera creazione, sia relativamente a tutti i diritti della sua amministrazione morale, e con l’espiazione che rispondeva perfettamente alla condizione colpevole e miserabile dell’uomo. Questi due aspetti dell’espiazione saranno presenti costantemente davanti a noi mentre studiamo questo prezioso capitolo. Non si darà mai loro un’importanza adeguata.

Indosserà la tunica sacra di lino, indosserà sotto la tunica i calzoni di lino; si metterà la cintura di lino, e si coprirà il capo con il turbante di lino. Questi sono i paramenti sacri; egli li indosserà dopo essersi lavato il corpo nell’acqua” (4).

Aaronne, lavato con acqua pura e rivestito di vesti di lino bianche, ci offre un tipo straordinario e toccante di Cristo che compie l’opera della redenzione. Si mostra, personalmente e in tutto il Suo carattere, puro e senza macchia. “Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità” (Giovanni 17:19). È particolarmente prezioso essere chiamati a guardare, per così dire, alla Persona del nostro divino Sacerdote, in tutta la Sua essenziale santità. Lo Spirito Santo si compiace di tutto quello che mostra Cristo agli occhi del suo popolo e, sotto qualunque aspetto lo contempliamo, vediamo in Lui lo stesso Gesù perfetto, puro, glorioso e incomparabile, “Si distingue tra diecimila”, “tutta la sua persona è un incanto” (Cantico dei cantici 5:10, 16). Lui non doveva fare o indossare nulla per essere puro e immacolato, non aveva bisogno di acqua o di lino fine. Era in modo intrinseco e pratico “il Santo di Dio” (Giovanni 6:69) Ciò che Aaronne faceva e ciò che indossava, lavarsi e rivestire certi vestiti, non sono che deboli ombre di ciò che Cristo è. La legge aveva solo “l’ombra” e “non la realtà stessa” (Ebrei 10:1). Sia benedetto Dio che noi non abbiamo solo l’ombra ma la divina ed eterna realtà: Cristo stesso.

Dalla comunità dei figli d’Israele prenderà due capri per un sacrificio per il peccato e un montone per un olocausto. Aaronne offrirà il suo toro del sacrificio per il peccato e farà l’espiazione per sé e per la sua casa” (5-6). Aaronne e la sua casa rappresentano la Chiesa, non come “il corpo” ma come una casa sacerdotale. Non è la Chiesa come la vediamo presentata nelle epistole agli Efesini e ai Colossesi, ma piuttosto come la troviamo nella prima epistola di Pietro, in questo brano ben noto: “Anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2:5) e, allo stesso modo nella lettera agli Ebrei: “Ma Cristo lo è come Figlio, sopra la sua casa; e la sua casa siamo noi se manteniamo ferma sino alla fine la nostra franchezza e la speranza di cui ci vantiamo” (Ebrei 3:6). Ci dobbiamo ricordare che non c’è rivelazione del mistero della Chiesa nell’Antico Testamento. Ci sono tipi e figure, ma non ci sono rivelazioni positive. Questo mistero di Israele e dei gentili che formano “un corpo“, “un uomo nuovo“, unito a un Cristo glorificato nel cielo, non poteva essere rivelato in modo chiaro prima che Cristo prendesse il Suo posto in cielo. Paolo, in maniera particolare, è stato l’amministratore di questo mistero, come ci dice Efesini 3:1-12, un brano che suggerisco alla seria attenzione del lettore cristiano.

“Poi prenderà i due capri e li presenterà davanti al SIGNORE all’ingresso della tenda di convegno. Aaronne tirerà a sorte per vedere quale dei due debba essere del SIGNORE e quale di Azazel. Poi Aaronne farà avvicinare il capro che è toccato in sorte al SIGNORE, e l’offrirà come sacrificio per il peccato; ma il capro che è toccato in sorte ad Azazel sarà messo vivo davanti al SIGNORE, perché serva a fare l’espiazione per mandarlo poi ad Azazel nel deserto” (7-10). In questi “due capri” abbiamo i due aspetti, già menzionati dell’espiazione. Uno tocca “in sorte all’Eterno”, e l’altro tocca “in sorte” al popolo.

Nel caso del primo, non era questione di persone o di peccati che dovevano essere perdonati, né dei consigli di grazia di Dio ai suoi eletti. Queste cose, non ho nemmeno bisogno di dirlo, sono di importanza infinita, ma non sono comprese nel caso del “ capro che è toccato in sorte al SIGNORE”. Questo rappresenta la morte di Cristo, come quella in cui Dio fu perfettamente glorificato, relativamente al peccato in generale. Questa grande verità è pienamente illustrata dalla straordinaria espressione: “ in sorte al SIGNORE “. Dio ha una parte speciale nella morte di Cristo, una parte molto distinta, una parte che rimarrebbe eternamente giusta, anche se nessun peccatore fosse mai stato salvato. Per comprendere la forza di questa affermazione, bisogna ricordare quanto Dio sia stato disonorato in questo mondo. La Sua verità è stata disprezzata; la Sua autorità è stata disprezzata; la Sua maestà è stata trascurata; la Sua legge è stata infranta; i Suoi diritti sono stati dimenticati; il Suo Nome è stato bestemmiato; il Suo carattere falsato.

Ora, la morte di Cristo ha provveduto a tutto questo. Ha glorificato Dio perfettamente nel luogo stesso in cui sono state commesse tutte queste cose. Ha riabilitato perfettamente la maestà, la verità, la santità, il carattere di Dio. Ha divinamente soddisfatto tutti i requisiti del Suo trono. Ha espiato il peccato. Ha fornito un rimedio divino per tutto il male che il peccato ha portato nell’universo. Fornisce una base sulla quale Dio può agire in grazia, in misericordia ed in amore verso tutti. Dà una garanzia per l’eterna cacciata e perdizione “del principe di questo mondo”. Costituisce il fondamento eterno del governo morale di Dio. In virtù della croce, Dio può agire secondo la propria sovranità. Dio può mostrare le glorie incomparabili del Suo carattere e gli attributi adorabili della Sua natura. Nell’esercizio di una giustizia inflessibile, avrebbe potuto destinare la famiglia umana allo stagno di fuoco con il diavolo e i suoi angeli ma, in questo caso, dove sarebbero il Suo amore, la Sua grazia, la Sua misericordia, la Sua tolleranza, la Sua compassione, la Sua pazienza, la Sua perfetta bontà?

E, d’altra parte, se questi preziosi attributi fossero stati esercitati in assenza dell’espiazione, dove sarebbero la giustizia, la verità, la maestà, la santità, i diritti, insomma, l’intera gloria morale di Dio.? Come potevano “bontà e verità” “incontrarsi”? Come poteva la verità “germogliare dalla terra” o la “giustizia” “guardare dal cielo” (Salmo 85:10-11)? Impossibile. Niente tranne l’espiazione del nostro Signore Gesù Cristo potrebbe glorificare pienamente Dio; e Lo ha glorificato. Essa rifletteva tutta la gloria del carattere divino come non avrebbe mai potuto esserlo di più, tra gli scintillanti splendori di una creazione innocente. In prospettiva e in ricordo di questo sacrificio, Dio è stato paziente verso questo mondo per quasi seimila anni. In virtù di questo sacrificio, i più empi e malvagi dei figli degli uomini vivono, si muovono ed esistono; mangiano, bevono e dormono. Lo stesso pezzo di pane che il bestemmiatore infedele si porta alla bocca, lo deve al sacrificio che non conosce, ma che mette in ridicolo. Il sole e le piogge che fertilizzano i campi dell’ateo arrivano a lui in virtù del sacrificio di Cristo. Sì, lo stesso respiro che l’infedele e l’ateo impiegano per bestemmiare la Parola di Dio, o per negare la Sua esistenza, lo devono al sacrificio di Cristo. Se non fosse per questo prezioso sacrificio, invece di bestemmiare sulla terra, sarebbero all’inferno.

Che il mio lettore non si inganni, qui non sto parlando del perdono o della salvezza degli individui. Questa è un’altra cosa e si riferisce, come ogni vero cristiano sa, alla confessione del Nome di Gesù e alla ferma convinzione che Dio lo ha risuscitato dai morti (Romani 10). Questo è abbastanza ovvio e perfettamente compreso, ma non è in alcun modo coinvolto nel punto di vista dell’espiazione, di cui ora abbiamo a che fare e che è così perfettamente tipificato dal “capro che è toccato in sorte al SIGNORE“. Dio che perdona e accetta il peccatore è una cosa; il sostegno che usa verso quest’uomo e le benedizioni temporali di cui lo riempie, sono tutt’altra cosa. Entrambi si svolgono in virtù della croce, ma sotto un aspetto ed un’applicazione completamente diverso della croce.

Questa distinzione è tutt’altro che irrilevante. Al contrario, è così importante che, quando la si perde di vista, ne scaturisce della confusione riguardo alla piena dottrina dell’espiazione. E non è tutto. Una chiara comprensione delle vie di Dio in governo, nel passato, nel presente o nel futuro, dipenderà sempre da questo punto profondamente interessante. E infine, vi troveremo la chiave di un gran numero di passaggi che presentano notevoli difficoltà a molti cristiani. Citerò due o tre di questi passaggi come esempi.

Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (Giovanni 1:29); a cui è collegato un passaggio simile nella prima epistola di Giovanni, dove si parla del Signore Gesù Cristo come “Egli è il sacrificio propiziatorio … per quelli di tutto il mondo [28]” (1Giovanni 2:2). In entrambi questi passi, si parla del Signore Gesù come di Colui che ha perfettamente glorificato Dio in relazione al “peccato” e al “mondo“, nella più ampia accettazione di queste parole. È visto qui come il grande antitipo del “ il capro che è toccato in sorte al SIGNORE“. Questo ci dà una visione più preziosa dell’espiazione fatta da Cristo, che è troppo spesso trascurata o mal compresa. Quando la questione degli individui e del perdono dei peccati viene sollevata in connessione con questi e altri passi della Scrittura, la mente rischia di rimanere imbarazzata da difficoltà insormontabili.

È lo stesso con tutti quei passi, in cui la grazia di Dio è presentata al mondo in generale. Si basano su questo punto di vista speciale dell’espiazione, di cui ci occupiamo principalmente qui: “Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura” (Marco 16:15). “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Giovanni 3:16-17). “Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato sé stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo” (1 Timoteo 2:1- 6). “Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata” (Tito 2:11). “Però vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti” (Ebrei 2:9). “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento” (2 Pietro 3:9).

Non c’è bisogno di cercare di cambiare il senso così chiaro di questi versetti. Essi sono una testimonianza chiara e inequivocabile della grazia divina verso tutti, senza il minimo accenno alla responsabilità umana da un lato, o ai consigli eterni di Dio dall’altro. Queste verità sono così chiaramente, così pienamente, così inconfondibilmente insegnate nella Parola! L’uomo è responsabile e Dio è sovrano. Chiunque si sottometta alle Scritture lo ammette. Ma, allo stesso tempo, è della massima importanza riconoscere la piena estensione della grazia di Dio e della croce di Cristo. Questo glorifica Dio e lascia l’uomo completamente senza scuse. Si ragiona mettendo in rilievo

Talvolta si ragiona sottolineando i decreti di Dio e l’incapacità dell’uomo di credere senza l’intervento divino. Questi argomenti provano che non ci importa di Dio; poiché se uno ha bisogno di Dio, Egli è abbastanza vicino da essere trovato da coloro che Lo cercano. La grazia di Dio e l’espiazione di Cristo sono vaste più di quanto si possa desiderare. “Ogni“, “chiunque“, “tutti“, sono termini che Dio stesso usa, e vorrei sapere: chi è escluso? Se Dio invia un messaggio di salvezza a un uomo, certamente intende che sia per lui; e cosa può esserci di più empio che rifiutare la grazia di Dio, renderLo bugiardo e poi dare come scusa per un tale atto i misteriosi disegni di Dio? Un uomo simile farebbe meglio a dire francamente: “Il punto è che non credo alla Parola di Dio e non voglio la Sua grazia o la Sua salvezza”. Sarebbe più semplice e potrebbe essere capito; ma coprire l’odio per Dio e la Sua verità sotto il mantello di una falsa teologia, perché non si vede che un lato della verità, è il più alto grado di empietà e lo è fino al punto da farci sentire che il diavolo non è mai più cattivo di quando si manifesta con una Bibbia in mano.

Se è vero che agli uomini è impedito dal consiglio e decreti di Dio di ricevere l’evangelo che Egli stesso ha comandato di annunciare, allora, secondo quale principio di giustizia saranno “puniti di eterna rovina” “coloro che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signor Gesù Cristo” (2 Tessalonicesi 1:6-10)? Esiste, tra tutte le ragioni più oscure addotte dai perduti una sola anima che potrà, secondo il consiglio di Dio, respingere il motivo che li rende tali? Oh! no, Dio ha provveduto così ampiamente a tutto attraverso il sacrificio di Cristo, non solo per la salvezza di coloro che credono, ma anche per la presentazione della Sua grazia a coloro che rifiutano l’evangelo, che non ci saranno scuse. Non è perché un uomo non può, ma perché non vuole credere che subirà il giudizio della “eterna rovina”. Non c’è un errore più fatale di quello commesso da un uomo che si rifugia dietro i decreti di Dio, rifiutando, deliberatamente e consapevolmente, la grazia di Dio; questo è tanto più pericoloso in quanto può essere visto come un sistema basato sui dogmi di una teologia unilaterale. La grazia di Dio è gratuita per tutti. Se chiediamo: “Com’è possibile?”, la risposta è che: “in sorte al SIGNORE” è toccata la vera vittima, affinché Dio fosse perfettamente glorificato quanto al peccato, nel suo aspetto più esteso, e fosse libero di agire in grazia verso tutti e di fare predicare “il vangelo ad ogni creatura”. Questa grazia e questa predicazione devono avere un solido fondamento e questo fondamento si trova nell’espiazione e, anche quando l’uomo le rigetta, Dio è glorificato dall’esercizio della grazia e dall’offerta di salvezza, a causa del fondamento su cui entrambe poggiano. È glorificato e sarà glorificato per tutta l’eternità. “Ora, l’animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome!”. Allora venne una voce dal cielo: “L’ho glorificato, e lo glorificherò di nuovo!” … Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12: 27-28; 31-32).

Finora ci siamo occupati solo del: “capro che è toccato in sorte al SIGNORE “; e un lettore superficiale potrebbe pensare che ciò che deve seguire immediatamente è ciò che si riferisce al capro “che è toccato in sorte ad Azazel” che ci dà l’altro grande aspetto della morte di Cristo, o la sua applicazione ai peccati del popolo. Ma no; prima di arrivare a questo, abbiamo una piena conferma di questa preziosa verità che ci è stata offerta, nel fatto che il sangue del capro sgozzato, così come quello del giovane toro, era asperso sopra e davanti al propiziatorio, per mostrare che tutte le esigenze di questo propiziatorio erano soddisfatte dal sangue dell’espiazione e che era stata data una risposta completa a tutte le richieste dell’amministrazione morale di Dio.

Aaronne offrirà dunque il suo toro del sacrificio espiatorio e farà l’espiazione per sé e per la sua casa. Sgozzerà il toro del sacrificio per il peccato per sé. Poi prenderà un turibolo pieno di carboni accesi, tolti dall’altare davanti al SIGNORE, e due manciate di incenso aromatico polverizzato; e porterà ogni cosa di là dalla cortina. Metterà l’incenso sul fuoco davanti al SIGNORE, affinché la nuvola dell’incenso copra il propiziatorio che è sulla testimonianza e non morirà” (11-13). Abbiamo qui una figura ben chiara e molto toccante. Il sangue dell’espiazione è portato al di là della cortina, nel luogo santissimo, e la viene asperso sul propiziatorio del Dio d’Israele. La nuvola della presenza divina era lì e, affinché Aaronne potesse comparire alla presenza immediata della gloria e non morire, “la nuvola dell’incenso” si alza e “copre il propiziatorio“, su cui si doveva fare l’aspersione “sette volte”. “L’incenso aromatico polverizzato” esprime il buon odore della Persona di Cristo, il soave odore del Suo prezioso sacrificio.

Poi prenderà del sangue del toro, aspergerà col dito il propiziatorio verso oriente, e farà sette aspersioni del sangue col dito, davanti al propiziatorio. Poi sgozzerà il capro del sacrificio per il peccato, che è per il popolo, e ne porterà il sangue di là dalla cortina; farà con questo sangue quello che ha fatto con il sangue del toro: ne farà l’aspersione sul propiziatorio e davanti al propiziatorio” (14-15). “Sette” è il numero perfetto e le sette aspersioni del sangue fatte davanti al propiziatorio ci insegnano che qualunque sia l’applicazione del sacrificio di Cristo a cose, luoghi o individui, è pienamente apprezzata alla presenza divina. Il sangue che assicura la salvezza della Chiesa, “la casa” del vero Aaronne, il sangue che assicura la salvezza della “assemblea di Israele”, il sangue che assicura la restaurazione finale e la benedizione di tutta la creazione, è questo sangue che è stato offerto davanti a Dio, asperso e accettato, secondo tutta la perfezione, il buon odore e il valore di Cristo. Per mezzo del potere di questo sangue, Dio può adempiere tutti i Suoi eterni consigli di grazia. Può salvare la Chiesa e innalzarla alle più alte vette di gloria, a dispetto di tutta la potenza del peccato e di Satana. Può riportare indietro le tribù disperse di Israele, può unire Giuda ed Efraim, può mantenere tutte le promesse fatte ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Può salvare e benedire innumerevoli milioni di Gentili. Può restaurare e benedire la vasta creazione. Può diffondere i raggi della sua gloria per illuminare l’universo per sempre. Può mostrare, agli occhi di angeli, uomini e demoni, la Sua gloria personale ed eterna, la gloria del Suo carattere, la gloria della Sua essenza, la gloria delle Sue opere, la gloria del Suo governo. Tutto questo Dio lo può fare e lo farà; ma l’unica base su cui poggerà per sempre questo immenso edificio di gloria è il sangue della croce, quel sangue prezioso, caro lettore cristiano, che ha parlato di pace, di una pace divina ed eterna, alla tua anima e alla tua coscienza, alla presenza della Santità infinita. Il sangue, con cui è fatta l’aspersione sulla coscienza del credente, è stato asperso “sette volte” davanti al propiziatorio di Dio. Più ci avviciniamo a Dio, più vediamo l’importanza e il valore attribuito al sangue di Gesù Cristo. Se guardiamo “l’altare di rame” vi troviamo il sangue; se guardiamo la “conca di rame” vi troviamo il sangue; se guardiamo “l’altare d’oro” vi troviamo il sangue; se guardiamo “la cortina del tabernacolo” vi troviamo il sangue: ma da nessuna parte troviamo tante cose grandi in relazione al sangue come “al di là della cortina”, “davanti al propiziatorio” dell’Eterno, nella presenza immediata della gloria divina.

Così farà l’espiazione per il santuario, a causa delle impurità dei figli d’Israele, delle loro trasgressioni e di tutti i loro peccati. Lo stesso farà per la tenda di convegno che è tra di loro, in mezzo alle loro impurità” (16). Ovunque troviamo la stessa verità. Dobbiamo provvedere ai diritti del santuario. Bisogna che i cortili dell’Eterno, così come il propiziatorio, rendano testimonianza al valore del sangue. Il tabernacolo, in mezzo alle contaminazioni d’Israele, doveva essere protetto tutt’intorno dalle risorse divine dell’espiazione. In tutte le cose Dio si prende cura della propria gloria. I sacerdoti e il loro servizio, il luogo di culto e tutto ciò che vi era contenuto, sussistevano in virtù del sangue. Il Santo non avrebbe potuto restare un solo istante in mezzo all’assemblea, se non fosse stato per la potenza del sangue. È questo che ha permesso a Dio di dimorare, agire e governare in mezzo a un popolo colpevole.

Nella tenda di convegno, quando egli entrerà nel santuario per farvi l’espiazione, non ci sarà nessuno, finché egli non sia uscito e non abbia fatto l’espiazione per sé, per la sua casa e per tutta la comunità d’Israele” (17). Bisognava che Aaronne offrisse un sacrificio per i propri peccati, così come per i peccati del popolo. Poteva entrare nel santuario solo in virtù del sangue. Nel versetto 17 abbiamo una figura dell’espiazione fatta da Cristo nella sua applicazione alla Chiesa e al popolo d’Israele. La Chiesa è ora “nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù” (Ebrei 10:19). Per quanto riguarda Israele, il velo rimane ancora sul loro cuore (2 Corinzi 3:15). Sono ancora lontani, sebbene, alla croce, sia stato provveduto ampiamente al loro perdono e al loro ristabilimento quando si volgeranno nuovamente al Signore. A rigor di termini, l’intera dispensazione attuale è per loro il giorno dell’espiazione. Il vero Aaronne è entrato nel Cielo stesso con il proprio sangue, per comparire alla presenza di Dio per noi. Presto uscirà, per portare l’assemblea di Israele in tutti i risultati della Sua opera compiuta. Nel frattempo, la Sua casa, cioè tutti i veri credenti, sono associati a Lui, avendo la certezza di poter entrare nel luogo santissimo, avvicinati dal sangue di Gesù.

Egli uscirà verso l’altare che è davanti al SIGNORE e farà l’espiazione per esso; prenderà del sangue del toro e del sangue del capro, e lo metterà sui corni dell’altare da ogni lato. Farà sette aspersioni del sangue, con il dito, sull’altare; così lo purificherà e lo santificherà a causa delle impurità dei figli d’Israele” (18-19). Pertanto, era fatta l’aspersione del sangue dal propiziatorio al di là della cortina fino all’altare che era nel cortile del tabernacolo.

Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con questi mezzi. Ma le cose celesti stesse dovevano essere purificate con sacrifici più eccellenti di questi. Infatti, Cristo non è entrato in un luogo santissimo fatto da mano d’uomo, figura del vero; ma nel cielo stesso, per comparire ora alla presenza di Dio per noi; non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel luogo santissimo con sangue non suo. In questo caso, egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla creazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine dei secoli, è stato manifestato per annullare il peccato con il suo sacrificio. Come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio, così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a coloro che lo aspettano per la loro salvezza” (Ebrei 9:23-28).

C’è solo una via per entrare nel Luogo Santissimo, ed è una via aspersa di sangue. È inutile cercare di entrarvi per un’altra strada. Gli uomini possono sforzarsi di aprirsi una strada con le loro opere, le loro preghiere, il loro denaro; di entrarvi, in una parola, per la via delle forme e delle ordinanze, o, forse, per un sentiero fatto per metà di forme e per metà di Cristo; ma è inutile. Dio parla di una via, di una sola e quella via fu aperta attraverso la cortina lacerata del corpo del Salvatore. Questo è il percorso che hanno percorso i milioni di salvati, di secolo in secolo. Patriarchi, profeti, apostoli, martiri, santi di tutte le epoche, da Abele ai giorni nostri, hanno seguito questa via benedetta e hanno trovato attraverso di essa un accesso sicuro e senza riserve. L’unico sacrificio della croce è divinamente sufficiente per tutti. Dio non chiede di più e non può accettare di meno. Aggiungervi qualunque cosa significa disonorare ciò che Dio ha detto riguardo a ciò in cui trova piacere, quello in cui è infinitamente glorificato. Togliere qualsiasi cosa significa negare la colpa e la rovina dell’uomo e insultare la giustizia e la maestà dell’eterna Trinità.

Quando avrà finito di fare l’espiazione per il santuario, per la tenda di convegno e per l’altare, farà avvicinare il capro vivo. Aaronne poserà tutte e due le mani sul capo del capro vivo, confesserà su di lui tutte le iniquità dei figli d’Israele, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li metterà sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo che ha questo incarico, lo manderà via nel deserto. Quel capro porterà su di sé tutte le loro iniquità in una regione solitaria; esso sarà lasciato andare nel deserto” (20-22).

Qui abbiamo il secondo grande pensiero legato alla morte di Cristo, cioè il perdono completo e definitivo del popolo. Se la morte di Cristo costituisce la base della gloria di Dio, costituisce anche la base del perfetto perdono dei peccati di tutti coloro che confidano in essa. Quest’ultima applicazione dell’espiazione è secondaria e inferiore, Dio sia benedetto, anche se i nostri poveri cuori possono essere inclini a considerarla come l’aspetto più elevato della croce, o a vedervi prima di tutto che toglie tutti i nostri peccati. È un errore.

 La gloria di Dio è in primo piano, la nostra salvezza in secondo. Il primo, l’oggetto più caro al cuore di Cristo, era il mantenimento della gloria di Dio. Questo obiettivo L’ha perseguito dall’inizio alla fine, senza mai deviare dal Suo scopo e con immancabile fedeltà. “Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi” (Giovanni 10:17). “Ora il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio è glorificato in lui. Se Dio è glorificato in lui, Dio lo glorificherà anche in se stesso e lo glorificherà presto” (Giovanni 13:31-32). “Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti! Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre. Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, mi ha nascosto nell’ombra della sua mano; ha fatto di me una freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra, e mi ha detto: “Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria” (Isaia 49:1-3).

La gloria di Dio era quindi l’oggetto principale del Signore Gesù Cristo nella Sua vita e nella Sua morte, Egli visse e morì per glorificare il nome del Padre. La Chiesa perde qualcosa in questo? No. E Israele? No. E i gentili? No. La loro salvezza e la loro benedizione non potrebbero in alcun modo essere assicurate meglio che essendo secondarie rispetto alla gloria di Dio. Ascoltate la risposta divina a Cristo, il vero Israele, in questo splendido passo: “È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra” (Isaia 49:6).

E non è prezioso sapere che Dio è glorificato dall’eliminazione dei nostri peccati? Possiamo chiederci: dove sono i nostri peccati? Tolti via. Da cosa? Da quell’atto di Cristo sulla croce, con il quale Dio è stato glorificato eternamente. È così. I due capri nel giorno dell’Espiazione esprimo noi due lati di un solo atto. In uno vediamo la gloria di Dio mantenuta, nell’altro i peccati messi da parte ed uno è perfetto come l’altro. Tramite la morte di Cristo siamo del tutto perdonati, come Dio è perfettamente glorificato. C’è un solo aspetto della croce in cui Dio non sia stato glorificato? Assolutamente no. Non c’è un solo punto su cui non siamo completamente perdonati. Dico “noi”, perché sebbene l’assemblea di Israele sia in primo piano nella bellissima e sorprendente ordinanza del capro Azazel, tuttavia si applica pienamente anche a ogni anima che crede nel Signore Gesù Cristo, che crede di essere così perfettamente perdonata come Dio è perfettamente glorificato dal sacrificio della croce. Quanti peccati di Israele ha portato via la capra Azazel? “Tutti “. Parola preziosa! Nessuno è stato lasciato. E dove li portava? “Nel deserto“, una terra dove non si potrebbero mai ritrovare, perché non ci sarebbe nessuno a cercarli. Quale figura potrebbe essere più perfetta? Sarebbe possibile avere un’immagine più vivida del sacrificio compiuto da Cristo, in questi due aspetti? Impossibile. Possiamo guardare un dipinto del genere con intensa ammirazione e mentre lo guardiamo gridare: “Veramente, è il pennello del Maestro!“.

Lettore, fermati qui e rispondi: “Sai che tutti i tuoi peccati sono perdonati in virtù della perfezione del sacrificio di Cristo? Sai che se credi anche solo nel Suo nome, sono perdonati, sono stati portati via tutti e per sempre?”. Non dire, come tante anime preoccupate: “Temo di non realizzarlo“. In tutto il vangelo non troverai quella parola: “realizzare” una sola volta. Non siamo salvati dalla realizzazione, ma da Cristo e per avere Cristo in tutta la Sua pienezza e valore, bisogna credere, “solo credere!“. E quale sarà il risultato? Gli adoratori, una volta purificati, avrebbero “sentito la loro coscienza sgravata dai peccati” (Ebrei 10:2).Rifletti su questo: “Sgravata dai peccati”. Deve essere questo il risultato, poiché il sacrificio di Cristo è perfetto, così perfetto che Dio ne è glorificato. Ora, è evidente che l’opera di Cristo non ha bisogno che tu vi aggiunga la tua realizzazione per essere resa perfetta. Altrimenti si potrebbe giustamente affermare che l’opera della creazione non fu completa finché Adamo non la realizzò nel Giardino dell’Eden. È vero che ha ottenuto qualcosa, ma cosa? Un’opera perfetta. Che sia così con la tua anima ora, se non lo era prima. Possa tu ora e sempre riposare in tutta semplicità su Colui che “con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (Ebrei 10:14). E come sono santificati? Dalla realizzazione? Affatto, e come allora? “Per fede” (Atti 26:18).

Avendo provato, se pur debolmente, a sviluppare la dottrina di questo meraviglioso capitolo, secondo la luce che Dio mi ha dato a questo riguardo, c’è un altro punto su cui desidero richiamare l’attenzione del mio lettore, prima di chiudere questa sezione. È contenuto nella seguente citazione: “Questa sarà per voi una legge perenne: nel settimo mese, il decimo giorno del mese, vi umilierete e non farete nessun lavoro, né colui che è nativo del paese, né lo straniero che abita fra di voi. Poiché in quel giorno si farà l’espiazione per voi, per purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti al SIGNORE. È per voi un sabato di riposo solenne e vi umilierete; è una legge perenne” (29-31).

Questo avrà presto il suo pieno compimento nel residuo fedele di Israele come ha predetto il profeta Zaccaria: “Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione; essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito. In quel giorno ci sarà un gran lutto in Gerusalemme, pari al lutto di Adadrimmon nella valle di Meghiddo”.… In quel giorno vi sarà una fonte aperta per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme, per il peccato e per l’impurità. … In quel giorno non ci sarà più luce; gli astri brillanti ritireranno il loro splendore. Sarà un giorno unico, conosciuto dal SIGNORE; non sarà né giorno né notte, ma verso sera ci sarà luce. In quel giorno delle sorgenti usciranno da Gerusalemme; metà delle quali volgerà verso il mare orientale e metà verso il mare occidentale, tanto d’estate quanto d’inverno. Il SIGNORE sarà re di tutta la terra; in quel giorno il SIGNORE sarà l’unico e unico sarà il suo nome. … In quel giorno si leggerà sui sonagli dei cavalli: Santità al SIGNORE! … In quel giorno non ci saranno più Cananei nella casa del SIGNORE degli eserciti” (Zaccaria 10:10-11; 13:1; 14:6-9; 20a; 21b).

Che giorno straordinario sarà quello! Non c’è da stupirsi che sia menzionato così spesso in questi versetti di Zaccaria. Sarà un bellissimo “riposo sabatico” (Ebrei 4:9) quando il residuo fedele in lutto e nello spirito della vera penitenza, si riunirà intorno alla fonte aperta ed entrerà nel risultato completo e finale del grande giorno dell’espiazione. Senza dubbio “faranno cordoglio” perché, come potrebbero fare altrimenti, quando fisseranno il loro sguardo pentito su “Colui che essi hanno trafitto” (Zaccaria 12:10). Ma che sabato avranno! Gerusalemme avrà una coppa traboccante di salvezza dopo la sua lunga e triste notte di dolore. Le sue precedenti desolazioni saranno dimenticate e i suoi figli, ristabiliti nella loro antiche case, riprenderanno le loro cetre appese ai salici (Salmo 137:2)e canteranno di nuovo i dolci canti di Sion all’ombra pacifica delle loro vigne e dei loro alberi di fico.

Sia benedetto Dio che quel tempo è vicino. Ogni volta chi il sole tramonta ci avvicina di più a questo felice sabato. Sì. Egli dice: “Ecco, vengo presto” (Apocalisse 22:7) e tutto intorno a noi sembra dirci che “si avvicinano i giorni in cui si realizzerà ogni visione” (Ezechiele 12:23). Che possiamo essere “sobri”per dedicarci“alla preghiera” (1 Pietro 4:7). Che possiamo mantenerci puri dal mondo, per essere così, nello spirito delle nostre menti, negli affetti dei nostri cuori e nell’esperienza delle nostre anime, pronti per l’incontro con lo Sposo celeste! Per il momento il nostro posto è fuori dal campo e grazie a Dio che è così! Sarebbe una perdita inesprimibile essere nel campo. La stessa croce che ci ha portati al di là della cortina ci ha messi fuori dal campo. Anche Cristo fu messo fuori, ed eccoci con lui; ma Lui fu accolto in cielo e noi siamo là con Lui. Non è una grazia essere separati da tutto ciò che ha rifiutato il nostro Signore e Maestro? Certamente, e più conosciamo il Signore Gesù, più conosciamo questo presente secolo malvagio, più saremo grati di trovare il nostro posto fuori da tutto, con Lui.

Il luogo destinato ai sacrifici – Capitolo 17

Il lettore troverà in questo capitolo due concetti particolari: primo, che la vita appartiene al Signore e, secondo: che il potere dell’espiazione è nel sangue. L’Eterno attribuiva particolare importanza a queste due soggetti e voleva che fossero impressi nella mente di ogni membro del popolo d’Israele.

Il SIGNORE disse ancora a Mosè: “Parla ad Aaronne, ai suoi figli e a tutti i figli d’Israele e di’ loro: “Questo è quello che il SIGNORE ha ordinato: Se un uomo qualsiasi della casa d’Israele scanna un bue, un agnello o una capra dentro l’accampamento o fuori dell’accampamento e non lo conduce all’ingresso della tenda di convegno, per presentarlo come offerta al SIGNORE davanti al tabernacolo del SIGNORE, sarà considerato come colpevole di spargimento di sangue; ha sparso del sangue. Quest’uomo sarà eliminato dal mezzo del suo popolo” (1-4). Era una cosa solenne. Possiamo chiederci: “Cosa comportava l’offerta di un sacrificio, in modo diverso da quello qui prescritto?”. Non era niente di meno che derubare il Signore dei Suoi diritti e offrire a Satana ciò che era dovuto a Dio. Un uomo potrebbe dire: “Non posso offrire un sacrificio in un luogo così come in un altro?”. La risposta è: “La vita appartiene a Dio e i diritti Gli devono essere riconosciuti nel luogo da Lui designato: davanti al tabernacolo dell’Eterno”. Era questo l’unico luogo di incontro tra Dio e l’uomo. Fare sacrifici altrove dimostrava che il cuore non voleva Dio.

La morale di questo è abbastanza semplice. C’è un luogo che Dio ha stabilito per incontrare il peccatore e questo luogo è la croce, l’antitipo dell’altare di rame. È là, e solo là, che i diritti di Dio sulla vita sono stati debitamente riconosciuti e rifiutare questo punto di incontro significa attirare un giudizio su se stessi; è calpestare i giusti diritti di Dio ed arrogarsi il diritto alla vita che tutti hanno perso. Questo è ciò che è importante riconoscere.

Il sacerdote ne spargerà il sangue sull’altare del SIGNORE, all’ingresso della tenda di convegno, e farà bruciare il grasso come un profumo soave per il SIGNORE” (6). Il sangue e il grasso appartenevano a Dio. Questo è ciò che il Signore Gesù riconobbe pienamente. Ha dato la Sua vita a Dio, al quale era consacrata anche tutta la Sua forza interiore. Si avvicinò volentieri all’altare e lì rinunciò alla Sua preziosa vita ed il buon odore della Sua intrinseca eccellenza ascese al trono di Dio. Amato Salvatore, è dolce ricordarci di Te ad ogni passo.

Il secondo punto, a cui abbiamo accennato sopra, è chiaramente affermato nel versetto 11: “Poiché la vita della carne è nel sangue. Per questo vi ho ordinato di porlo sull’altare per fare l’espiazione per le vostre persone; perché il sangue è quello che fa l’espiazione, per mezzo della vita

La connessione tra questi due punti è molto interessante. Quando l’uomo prende il suo posto riconoscendo di non avere alcun diritto sulla vita, quando riconosce pienamente i diritti che Dio ha su di lui, allora il messaggio divino è: “Vi ho donato la vita per fare l’espiazione per le vostre anime”. Sì, la propiziazione è il dono di Dio all’uomo; e, attenzione, questa propiziazione è nel sangue, e solo nel sangue. “Il sangue è quello che fa l’espiazione”. Non il sangue e qualcos’altro. La Parola non può essere più esplicita di così. Attribuisce la propiziazione esclusivamente al sangue. “Senza spargimento di sangue non c’è perdono” (Ebrei 9:22). È stata la morte di Cristo a squarciare la cortina. È “per mezzo del sangue di Gesù” che abbiamo la “libertà di entrare nel luogo santissimo” (Ebrei 10:19). “In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati” (Efesini 1:7 – Colossesi 1:14). “Avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce” (Colossesi 1:20). “Voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo” (Efesini 2:13). “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1 Giovanni 1:7). “Essi hanno lavato le loro vesti, e le hanno imbiancate nel sangue dell’Agnello” (Apocalisse 7:14). “Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello” (Apocalisse 12:11).

Vorrei richiamare seriamente l’attenzione dei miei lettori sulla preziosa e vitale dottrina del sangue. Voglio che la vedano al posto giusto. Il sangue di Cristo è la base di tutto. È il principio della giustizia di Dio nel giustificare un peccatore empio, che crede nel Nome del Figlio di Dio, ed è il principio della fiducia del peccatore per avvicinarsi a un Dio santo, i cui occhi sono troppo puri per vedere il male. Dio sarebbe giusto se condannasse il peccatore ma, proprio per la morte di Cristo, può essere giusto e giustificare coloro che credono: un Dio giusto e Salvatore. La giustizia è un attributo che appartiene all’essenza di Dio, in armonia con la rivelazione del Suo carattere. Quindi, se non fosse stato per la croce, questo spirito coerente in Dio avrebbe necessariamente richiesto la morte e il giudizio del peccatore ma, alla croce, questa morte e questo giudizio sono stati sopportati dal Sostituto del peccatore, così che Dio, sebbene santo e giusto, è perfettamente coerente mentre giustifica un peccatore per fede. Tutto questo è per mezzo del sangue di Gesù, niente di meno, niente di più, niente d’altro. “Perché il sangue è quello che fa l’espiazione“. Questo è decisivo. Questo è il semplice piano di Dio per la giustificazione. Il piano dell’uomo è molto più complicato, molto meno accessibile e non solo è complicato e difficile, ma attribuisce la giustizia a qualcosa di completamente diverso da ciò che troviamo nella Parola. Dal terzo capitolo della Genesi, fino alla fine dell’Apocalisse, vediamo il sangue di Cristo presentato come l’unico fondamento della giustizia. È con il sangue e solo con il sangue, che otteniamo perdono, pace, vita, giustizia. L’intero libro del Levitico, e in particolare il capitolo appena trattato, è un commento alla dottrina del sangue. Sembra strano dover sottolineare un fatto così ovvio a un lettore semplice e imparziale delle Scritture, ma è così perché i nostri cuori sono portati a deviare dalla semplice testimonianza della Parola. Siamo pronti ad adottare opinioni, senza esaminarle con calma alla luce delle testimonianze divine. In questo modo cadiamo nella confusione, nel buio e nell’errore.

Impariamo come dare al sangue di Cristo il suo posto. È così prezioso agli occhi di Dio che non soffre se nulla viene aggiunto o mescolato con esso. “Poiché la vita della carne è nel sangue. Per questo vi ho ordinato di porlo sull’altare per fare l’espiazione per le vostre persone; perché il sangue è quello che fa l’espiazione, per mezzo della vita” (11).

Santità personale e purezza morale – Capitoli 18, 19 e 20

Questi capitoli del levitico ci mostrano in maniera straordinaria, quello che l’Eterno esigeva in fatto di santità personale e purezza morale da parte di coloro che aveva voluto accettare in rapporto con Sé e, allo stesso tempo, ogni capitolo ci offre un quadro molto umiliante degli eccessi di cui la natura umana è capace.

“Il SIGNORE disse ancora a Mosè: Parla ai figli d’Israele e di’ loro: “Io sono il SIGNORE vostro Dio” (18:1-2). Qui, abbiamo tutta la struttura della condotta morale che questi capitoli presentano. Le opere degli Israeliti dovevano regolarsi sul fatto che l’Eterno era il loro Dio, ed erano chiamati a comportarsi in maniera degna di una posizione così alta e così santa. Dio aveva il diritto di ordinare il carattere speciale e la linea di condotta conveniente ad un popolo al quale si era degnato di associare il Suo nome. Per questo troviamo spesso la ripetizione di questa espressione: “Io sono il SIGNORE”, “Io sono il SIGNORE vostro Dio”, “Io, il SIGNORE vostro Dio, sono santo”. L’Eterno era il loro Dio ed era santo e di conseguenza anche loro erano chiamati ad essere santi. Il Suo nome era coinvolto nel loro carattere e nella loro condotta.

È questo il vero principio della santità per i figli di Dio, in tutti i tempi. Devono essere governati e caratterizzati dalla rivelazione che Lui ha fatto di Se stesso. La loro condotta deve dipendere da quello che Lui è e non da quello che sono loro. Questo mette interamente da parte il principio espresso da queste parole: “Non ti avvicinare perché io sono più santo di te” (Isaia 65:5), principio giustamente respinto da ogni anima sensibile. Qui non si tratta di confrontare un’anima con un’altra, ma è una semplice esposizione della linea di condotta che Dio si aspetta da coloro che Gli appartengono. “Non farete quello che si fa nel paese d’Egitto dove avete abitato, né quello che si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, e non seguirete i loro costumi” (18:3). Gli Egiziani ed i Cananei erano immersi nel male. Come poteva saperlo Israele? Chi glielo diceva? E come sapere che tutti avevano torto e loro ragione? Queste sono delle domande interessanti e la risposta è semplice quanto le domande sono importanti. La Parola di Dio era la regola sulla quale tutte le questioni riguardanti il bene ed il male dovevano essere definitivamente risolte nel giudizio di tutti i membri dell’Israele di Dio. Non era assolutamente il giudizio di un Israelita messo in opposizione con un giudizio di un Egiziano o di un Cananeo, ma era il Giudizio di Dio su tutti. L’Egitto e Canaan potevano avere le loro pratiche e le loro opinioni ma Israele doveva avere le opinioni e le pratiche prescritte nella Parola di Dio: “Metterete in pratica le mie prescrizioni e osserverete le mie leggi, per conformarvi a esse. Io sono il SIGNORE vostro Dio. Osserverete le mie leggi e le mie prescrizioni, per mezzo delle quali chiunque le metterà in pratica vivrà. Io sono il SIGNORE” (18:4-5).

Desidero che il lettore abbia una intelligenza chiara, profonda, piena e pratica di questa verità. È la Parola di Dio a decidere ogni questione morale ed a governare ogni coscienza. Le sue solenni decisioni devono essere senza appello. Quando Dio parla, tutti i cuori devono piegarsi. Gli uomini posso formarsi e sostenere le loro opinioni, possono adottare e difendere le loro pratiche ma uno dei più bei caratteri “dell’Israele di Dio”, è un profondo rispetto ed una sottomissione implicita per “tutto quello che procede dalla bocca del SIGNORE” (Deuteronomio 8:3). La manifestazione di questi preziosi modi di comportarsi li esporrà forse ad essere accusati di dogmatismo, di presunzione, di sufficienza da parte di coloro che non hanno mai soppesato seriamente questo soggetto ma, in verità, niente assomiglia meno al dogmatismo che la semplice soggezione alla chiara verità di Dio; niente assomiglia meno alla presunzione che il rispetto degli insegnamenti della Parola di Dio; niente assomiglia meno alla sufficienza della sottomissione all’autorità divina delle Sacre Scritture.

È anche vero che ci sarà sempre bisogno di essere prudenti quanto al modo e al tono con cui rendiamo conto delle nostre convinzioni e della nostra condotta. Bisogna che sia, per quanto possibile, evidente che siamo interamente diretti non dalle nostre opinioni ma dalla Parola di Dio. C’è un grande pericolo a dare dell’importanza ad una opinione unicamente perché l’abbiamo adottata. Bisogna stare in guardia su questo. L’io può insinuarsi e mostrare la sua bruttura nella difesa delle nostre opinioni, così come in tutte le altre cose, ma noi dobbiamo respingerlo sotto tutte le forme e, in tutte le cose, essere governati da: “Così dice l’Eterno”.

D’altra parte, non dovremmo aspettarci che tutti siano pronti ad ammettere la piena autorità degli statuti e dei giudizi divini. È nella misura in cui si cammina nell’integrità e nell’energia della natura divina che la parola di Dio sarà riconosciuta, apprezzata e rispettata. Un Egiziano o un Cananeo sarebbe stato del tutto incapace di comprendere il significato o di apprezzare il valore degli statuti e delle ordinanze che dovevano dirigere la condotta del popolo di Dio circonciso, ma questo non influiva in alcun modo sulla questione dell’obbedienza da parte di Israele. Era stato messo in determinate relazioni con l’Eterno e queste relazioni avevano i loro rispettivi privilegi e le loro responsabilità. “Io sono il SIGNORE vostro Dio” (Levitico 25:38). Questa doveva essere la base della loro condotta. Dovevano camminare in modo degno di Colui che era diventato il loro Dio e li aveva resi il Suo popolo e non perché fossero in alcun modo migliori degli altri popoli. Assolutamente. Gli Egiziani e i Cananei avrebbero potuto credere che gli Israeliti si presentassero come superiori a loro nel rifiutarsi di adottare le usanze di entrambe queste nazioni, ma no, il motivo della loro linea di condotta e il principio della loro particolare moralità erano stabiliti da queste parole: “Io sono il SIGNORE, il vostro Dio“.

In questo fatto di così grande importanza pratica, l’Eterno metteva davanti al Suo popolo una base di condotta incrollabile e una regola di moralità elevata e duratura quanto lo stesso trono eterno. Dal momento in cui Dio entrava in relazione con il Suo popolo, bisognava che i loro costumi rivestissero un carattere e un tono degni di Lui. Non si trattava più di chi fossero, relativamente a se stessi o in relazione agli altri, ma di ciò che Dio era nei confronti di tutti. Questo fa una differenza essenziale. Fare dell’io il principio di azione o la regola della moralità non è solo presuntuosa follia, ma il modo più sicuro per far scendere un uomo sulla scala morale. Se ho il mio io per oggetto, scenderò, necessariamente, ogni giorno sempre più in basso; ma, d’altra parte, se metto il SIGNORE davanti a me, mi eleverò sempre più in alto, poiché, per la potenza dello Spirito Santo, crescerò in conformità con questo modello perfetto che è mostrato agli occhi della fede nelle pagine sacre. Dovrò senza dubbio prostrarmi nella polvere, sentendo quanto sono ancora lontano dal modello che mi viene proposto, tuttavia non potrei mai acconsentire ad accettare una regola meno elevata e non sarò mai soddisfatto finché non mi sarò conformato, in tutte le cose, a Colui che fu il mio Sostituto sulla croce e che ora è il mio Modello nella gloria.

Questo è il grande principio dei capitoli in esame. Un principio di straordinaria importanza da un punto di vista pratico, per i cristiani. Non è necessario entrare in una esposizione dettagliata di questi statuti che si spiegano da sé nei termini più chiari. Voglio solo sottolineare che questi statuti rientrano in due classi distinte: quelli che mostrano fino a quali vergognose enormità il cuore umano possa lasciarsi andare e quelli che testimoniano la squisita tenerezza e premurosa cura del Dio di Israele.

Quanto al primo, è evidente che lo Spirito di Dio non avrebbe mai dato leggi allo scopo di prevenire crimini che non esistono. Non si costruisce una diga là dove non c’è da temere o da prevenire un’inondazione. Non si tratta di idee astratte, ma di realtà positive. L’uomo è, infatti, capace di commettere uno qualsiasi degli atroci crimini menzionati in questa precisa parte del libro del Levitico. Se così non fosse perché gli verrebbe detto di stare attento? Un tale codice non sarebbe adatto agli angeli, dal momento che sono incapaci di commettere tali peccati, ma si addice all’uomo perché ha nella sua natura il seme di questi peccati. È profondamente umiliante. È un’ulteriore dichiarazione di questa verità: l’uomo è in completa rovina. Dalla sommità della sua testa, alla pianta dei piedi, non c’è nemmeno un singolo piccolo posto moralmente sano, se visto alla luce della presenza divina. L’essere per il quale Dio ha ritenuto necessario scrivere i capitoli da 18 a 28 del Levitico, è un peccatore abominevole. Ma questo essere è l’uomo, colui che scrive e colui che legge queste righe. Quant’è quindi evidente che “quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio” (Romani 8:8)! Grazie a Dio, il credente “non è nella carne, ma nello Spirito“. È stato completamente tratto fuori dal suo stato nella vecchia creazione e portato nella nuova, dove i peccati morali, di cui si parla nei nostri capitoli, non possono esistere. Ha ancora, è vero, la vecchia natura, ma ha il felice privilegio di considerarla una cosa morta e di camminare nel potere costante della nuova creazione, dove ogni cosa è da Dio. Questa è la libertà cristiana: libertà di camminare in tutte le direzioni in questa bellissima creazione, dove non si trova alcuna traccia di male; libertà di camminare in santità e purezza davanti a Dio e agli uomini; libertà di percorrere questi alti sentieri di santità personale, sui quali i raggi del Volto divino riversano il loro fulgido splendore. Questo, lettore, è ciò che è la libertà cristiana. È la libertà, non di commettere il peccato, ma di assaporare le dolcezze celesti di una vita di vera santità ed elevazione morale. Che possiamo apprezzare, meglio di quanto abbiamo mai fatto, questa preziosa grazia del cielo: la libertà cristiana!

Una parola ora sulla seconda classe di statuti contenuti nei nostri capitoli, cioè quelli che testimoniano, in modo così toccante, la tenerezza e la sollecitudine di Dio. Prendiamo quanto segue: “Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino all’ultimo angolo il tuo campo, e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta; nella tua vigna non coglierai i grappoli rimasti, né raccoglierai gli acini caduti; li lascerai per il povero e per lo straniero. Io sono il SIGNORE vostro Dio” (19:9-10). Ritroveremo questa ordinanza nel capitolo 23 ma qui la vediamo dal suo punto di vista dispensazionale. Qui la contempliamo moralmente, mentre manifesta la preziosa grazia del Dio d’Israele che pensava al “povero” e lo“straniero” e voleva che anche il Suo popolo vi pensasse. Quando i covoni dorati e i grappoli maturi erano raccolti, l’Israele di Dio doveva ricordarsi del povero e dello straniero perché l’Eterno era il Dio di Israele. Il mietitore e il vendemmiatore non dovevano essere dominati da uno spirito di avara cupidigia, che avrebbe spogliato gli angoli del campo e i tralci della vite, ma piuttosto essere mosso da uno spirito di larga e sincera benevolenza, che lasciava delle spighe e dei grappoli “per il povero e per lo straniero“, affinché anche loro potessero rallegrarsi dell’infinita bontà di Colui i cui sentieri stillano il grasso (cfr. Salmo 65:11) e sulla cui mano aperta tutti i poveri possono guardare con fiducia.

Nel libro di Ruth troviamo un ottimo esempio di uomo che ha praticato alla lettera questa pietosa ordinanza. “Poi, al momento del pasto, Boaz le disse: “Vieni qua, mangia del pane, e intingi il tuo boccone nell’aceto”. E lei si mise seduta accanto ai mietitori. Boaz le porse del grano arrostito, e lei ne mangiò, si saziò, e ne mise da parte gli avanzi. Poi si alzò per tornare a spigolare, e Boaz diede quest’ordine ai suoi servi: “Lasciatela spigolare anche fra i mannelli, e non offendetela! Strappate anche, per lei, delle spighe dai covoni; e lasciatele lì perché le raccolga, e non la sgridate!” (Rut 2:14-16). Che grazia commovente! È bene che i nostri poveri cuori egoisti vengano messi in contatto con tali principi e pratiche. Questo era il vero desiderio di questo nobile Israelita: che la “straniera” trovasse grano in abbondanza, e questo, più come frutto del suo lavoro di spigolatura che come risultato della sua stessa beneficenza. Era davvero una delicatezza. Era per metterla in contatto immediato con il Dio d’Israele e per farla dipendere da Colui che aveva provveduto ai bisogni della “spigolatrice“. Boaz ha adempiuto a questa legge di misericordia di cui Ruth ha raccolto i frutti. La stessa grazia che aveva dato il campo a Boaz, ha dato le spigolature alla giovane straniera. Erano entrambi debitori di grazia. Lei era l’oggetto felice della bontà dell’Eterno, Lui era l’amministratore più onorato di questa bella istituzione del Signore. Tutto era nell’ordine morale più ammirevole. La creatura è stata benedetta e Dio è stato glorificato. Chi non riconoscerà che è bene per noi poter respirare un’atmosfera del genere?

Ora, consideriamo un’altra delle ordinanze della nostra sezione: “Non opprimerai il tuo prossimo, e non gli rapirai ciò che è suo; il salario dell’operaio al tuo servizio non ti resti in mano la notte fino al mattino” (19:13). Quale tenera sollecitudine troviamo qui! Il Signore Onnipotente che abita nell’eternità può prendere coscienza dei pensieri e dei sentimenti che sorgono nel cuore di un povero lavoratore. Tiene conto delle speranze di un tale uomo per i frutti della sua giornata di lavoro. È naturale che attenda il ​​suo salario. Il cuore dell’operaio ci conta, il pasto della famiglia dipende da questo! Non lo si può trattenere! Non si può mandare a casa l’operaio con il cuore pesante, in modo da offuscare anche il cuore della moglie e dei figli. In tutti i casi, dagli ciò per cui ha lavorato, ciò a cui ha diritto e ciò a cui il suo cuore tiene. È un marito, è un padre, ha sopportato la fatica e il caldo della giornata in modo che sua moglie e i suoi figli non andassero a letto a stomaco vuoto. Non deluderlo. Dagli ciò che gli è dovuto. È così che il nostro Dio presta attenzione anche al battito del cuore dell’operaio e fa in modo che la sua attesa non venga ingannata. Che grazia! Che amore tenero, attento e commovente! La semplice contemplazione di tali leggi è sufficiente per spingerci alla benevolenza. Qualcuno potrebbe leggere questi passi e non esserne toccato? Qualcuno potrebbe leggerle e mandar via con leggerezza un povero lavoratore, senza sapere se lui e la sua famiglia hanno abbastanza per soddisfare la loro fame?

Niente potrebbe essere più doloroso per un cuore tenero, che la mancanza di affettuosa considerazione per il povero che si trova così spesso tra i ricchi. Questi possono sedersi, per consumare i loro pasti sontuosi, dopo aver spinto fuori dalla loro porta un povero bracciante venuto a chiedere il giusto compenso per il suo onesto lavoro. Non pensano al cuore ferito di quest’uomo che deve raccontare alla sua famiglia la sua e la loro delusione. È terribile. Un tale modo di fare le cose è abominevole agli occhi di Dio e di tutti coloro che si sono, in qualche misura, abbeverati alla Sua grazia. Se vogliamo sapere cosa ne pensa Dio, non ci resta che ascoltare questi accenti di santa indignazione: “Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti” (Giacomo 5:4). “Il Signore degli eserciti” ode il grido dell’operaio addolorato e deluso nella sua attesa. Il Suo tenero amore si manifesta nelle istituzioni del Suo governo morale e, anche se il loro cuore non è sciolto dalla grazia di queste istituzioni, la loro rettitudine dovrebbe, almeno, dirigerne la condotta. Dio non tollera che i diritti dei poveri siano crudelmente messi da parte da coloro che sono induriti dall’influenza delle loro ricchezze, al punto da essere insensibili ai richiami della compassione, essendo loro stessi così al di sopra del bisogno, da non essere in grado di simpatizzare con chi deve trascorrere le proprie giornate in mezzo a lavori faticosi e in povertà. I poveri sono l’oggetto speciale della sollecitudine divina. Si occupa di loro in molte occasioni negli statuti della Sua amministrazione morale. È espressamente detto questo di Colui che prenderà, fra non molto, le redini del governo nella Sua gloria manifestata: “Poiché egli libererà il bisognoso che grida e il misero che non ha chi l’aiuti. Egli avrà compassione dell’infelice e del bisognoso e salverà l’anima dei poveri. Riscatterà le loro anime dall’oppressione e dalla violenza e il loro sangue sarà prezioso ai suoi occhi ” (Salmo 72:12-14).

Che possiamo trarre qualche vantaggio dal considerare queste verità preziose e profondamente pratiche. Che i nostri cuori possano esserne toccati e la nostra condotta influenzata! Viviamo in un mondo senza cuore e c’è molto egoismo in noi. Non siamo mai abbastanza sensibili ai bisogni degli altri. Siamo inclini a trascurare i poveri in mezzo alla nostra abbondanza. Spesso dimentichiamo che proprio le persone il cui lavoro contribuisce al nostro benessere vivono, forse, nella più grande povertà. Pensiamo a queste cose. Stiamo attenti a non “pestare la faccia agli indifesi” (Isaia 3:15). Se le leggi e le ordinanze dell’economia mosaica insegnavano a Israele a nutrire sentimenti amorevoli verso i poveri ed a trattare i figli del lavoro con affetto e benevolenza, quanto più la moralità molto più alta e più spirituale della dispensazione evangelica dovrebbe produrre nel cuore e nella vita di ogni cristiano sentimenti di grande beneficenza verso la povertà in tutte le sue forme.

È vero che sono necessarie grande prudenza e precauzione, per timore di far uscire un uomo dalla posizione onorevole che gli è stata assegnata e che gli si addice: una posizione di dipendenza dal frutto prezioso e positivo di un onesto lavoro. Sarebbe un grave errore, invece di un beneficio. L’esempio di Boaz dovrebbe servirci in questo senso. Permise a Rut di spigolare, ma si prese cura che il suo lavoro fosse redditizio per lui. Questo è un principio molto utile e molto semplice. Dio vuole che l’uomo lavori, in un modo o nell’altro, e noi andiamo contro la Sua volontà quando facciamo uscire uno dei nostri simili dalla dipendenza dei risultati del suo lavoro e lo mettiamo in quella dei risultati della falsa benevolenza. Il primo è tanto onorevole e nobile quanto il secondo è demoralizzante e spregevole. Non c’è pane così dolce come quello nobilmente guadagnato, ma quelli che si guadagnano il pane dovrebbero averne abbastanza. Un uomo nutre e si prende cura dei suoi cavalli; quanto più deve fare altrettanto per il suo prossimo, che lavora per lui dal lunedì mattina fino al sabato sera!

Qualcuno dirà: “Bisogna considerare due lati in questa faccenda”. Senza dubbio, si vedono nei poveri tante cose che tendono a indurire il cuore e a chiudere la mano ma una cosa è certa: è meglio essere ingannati novantanove volte su cento, piuttosto che rifiutare la compassione a un solo disgraziato che ne è degno. Il nostro Padre celeste fa sorgere il suo sole “sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Matteo 5:45). Gli stessi raggi, che rallegrano il cuore di qualche devoto servitore di Cristo, sono sparsi anche sul sentiero di qualche empio peccatore; e lo stesso acquazzone che cade sul campo di un vero credente, arricchisce anche i solchi di qualche bestemmiatore infedele. Questo è ciò che dovrebbe essere il nostro modello: “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5:48). È solo mettendo il Signore davanti a noi e camminando nella forza della Sua grazia che possiamo camminare, giorno dopo giorno, e provvedere con cuore compassionevole e mano aperta, a tutte le forme della miseria umana. È solo quando beviamo dall’inesauribile fonte dell’amore e della bontà divina, che possiamo continuare ad alleviare i bisogni dei nostri simili, senza lasciarci scoraggiare dalle frequenti manifestazioni della depravazione umana. Le nostre povere sorgenti sarebbero presto prosciugate, se non fossero tenute in rapporto ininterrotto con la sorgente sempre zampillante.

La prescrizione che ci viene data subito dopo, testimonia ancora di più e in modo toccante, la tenera cura del Dio d’Israele. “Non maledirai il sordo, e non metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il SIGNORE” (19:14). Qui viene eretta una barriera per frenare le ondate di impazienza che una natura indisciplinata non mancherebbe di manifestare di fronte a un sordo. Possiamo capirlo bene! All’uomo naturale non piace dover ripetere le sue parole, come esige la sordità. L’Eterno ci aveva pensato e provveduto. E con quali mezzi? “Temerai il tuo Dio“. Quando la tua pazienza è messa alla prova da una persona sorda, ricorda il Signore e guarda a Lui per avere la grazia di poter calmare il tuo carattere.

La seconda parte di questo versetto rivela un grado umiliante della malvagità della natura umana. Mettere una pietra d’inciampo sulla via del cieco è la crudeltà più codarda che si possa immaginare. Eppure, l’uomo ne è capace, altrimenti non sarebbe esortato in questo modo. Senza dubbio questo, come molte altre prescrizioni, può avere anche un’applicazione spirituale, ma ciò non toglie nulla al senso letterale del principio esposto. L’uomo è capace di mettere un ostacolo davanti a un cieco. Questo è l’uomo! Certo, il Signore sapeva cosa c’era nell’uomo quando scrisse gli statuti e le sentenze del Libro del Levitico.

Lascerò il mio lettore meditare da solo sulla fine della nostra sezione, che vedrà che ogni ordinanza contiene una doppia lezione: una lezione sulle tendenze malvagie della nostra natura e anche una lezione sull’amorevole cura del Signore [29].

Le esigenze divine – Capitoli 21 e 22

Questi capitoli mostrano in ogni dettaglio quali fossero i requisiti divini per coloro che avevano il privilegio di avvicinarsi, come sacerdoti, “per offrire il pane del suo Dio” (21:17). Qui, come nella sezione precedente, abbiamo la condotta come risultato, non come causa che ha determinato le relazioni. Questo è quello che dobbiamo ricordare bene. I figli di Aaronne, in virtù della loro nascita, erano sacerdoti di Dio. Erano tutti in questa relazione con lui, uno come l’altro. Non era una posizione da acquisire, una questione di progresso, qualcosa che uno aveva e un altro no. Tutti i figli di Aaronne erano sacerdoti. Erano nati, ma la loro capacità di comprendere e apprezzare la posizione e i privilegi che ne derivavano, era tutt’altra cosa. Uno poteva essere solo un bambino piccolo e un altro poteva aver raggiunto la maturità, il vigore dell’uomo fatto. Il primo, ovviamente, non poteva mangiare cibo sacerdotale, essendo un bambino piccolo, perché aveva bisogno di “latte” e non di “cibo solido“; ma era altrettanto un vero membro della famiglia sacerdotale come l’uomo che poteva calpestare con piede fermo i cortili della casa dell’Eterno ed essere nutrito dal “petto dell’offerta agitata” e dalla “coscia dell’offerta elevata” (Levitico 7:34).

Questa distinzione è facile da comprendere nel caso dei figli di Aaronne e, di conseguenza, servirà come illustrazione molto semplice della verità relativa ai membri della vera casa sacerdotale, su cui governa il nostro grande Sommo Sacerdote ed a cui appartengono tutti i veri credenti (Ebrei 3:6). Ogni figlio di Dio è un sacerdote. È arruolato al servizio della casa sacerdotale di Cristo. Potrebbe ignorare molte cose, ma la sua posizione di sacerdote non si basa sulla conoscenza, ma sulla vita. Le sue capacità possono essere molto limitate, ma il suo ruolo come sacerdote non dipende dalle sue capacità, ma dalla vita. Le sue capacità possono essere molto limitate, ma i suoi rapporti di sacerdote non derivano da vaste conoscenze, ma dalla vita. È nato da Dio, nella posizione e nei rapporti di sacerdote. Non ci è entrato da solo. Non è stato per i suoi sforzi che è diventato sacerdote. È un sacerdote per nascita. Il sacerdozio spirituale, con tutte le funzioni spirituali ad esso annesse, è appannaggio obbligatorio della nascita spirituale. La capacità di godere dei privilegi e di svolgere le funzioni di una posizione non deve essere confusa con quella della posizione stessa; queste cose devono essere chiaramente distinte. Una cosa è la relazione; un’altra cosa è la capacità.

Inoltre, considerando la famiglia di Aaronne, vediamo che nulla potrebbe rompere il legame tra lui e i suoi figli. Molte cose potevano ostacolare il pieno godimento dei privilegi connessi a questi legami di parentela. Un figlio di Aaronne avrebbe potuto rendersi “impuro in mezzo al suo popolo per il contatto con un morto” (21:1). Poteva contaminarsi attraverso un’unione profana. Avrebbe potuto avere qualche “deformità”. Poteva essere “cieco” o “zoppo”, poteva essere “gobbo”. Ognuna di queste infermità avrebbe influenzato materialmente il suo godimento dei privilegi e l’adempimento dei doveri, che appartenevano a questo rapporto di parentela, poiché leggiamo: “Nessun uomo tra i discendenti del sacerdote Aaronne, che abbia qualche deformità, si avvicinerà per offrire i sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE. Ha un difetto: non si avvicini quindi per offrire il pane del suo Dio. Egli potrà mangiare il pane del suo Dio, le cose santissime e le cose sante; ma non si avvicinerà alla cortina, e non si avvicinerà all’altare, perché ha una deformità. Non profanerà i miei luoghi santi, perché io sono il SIGNORE che li santifico” (21:21-23).

Ma nessuna di queste cose poteva intaccare la questione delle relazioni, basate sui principi della natura umana. Se un figlio di Aaronne aveva un difetto corporale, era comunque figlio di Aaronne. È vero che era privato di molti dei preziosi privilegi, di molte delle alte dignità appartenenti al sacerdozio ma, qualunque cosa avesse, era il figlio di Aaronne. Non poteva gioire dello stesso grado di comunione, né svolgere le stesse funzioni di servizio sacerdotale, come colui che aveva raggiunto la statura perfetta dell’uomo fatto, ma era un membro della famiglia sacerdotale e come tale gli era permesso “mangiare il pane del suo Dio“. La relazione era reale, anche se lo sviluppo era così imperfetto.

L’applicazione spirituale di tutto questo è tanto semplice quanto pratica. Una cosa è essere un figlio di Dio e un’altra cosa è essere nel godimento della comunione e dell’adorazione dei sacerdoti. Quest’ultima è, ahimè! spesso turbata in vari modi. Noi permettiamo alle circostanze, ai nostri pensieri, all’ambiente in cui viviamo di agire su di noi con un’influenza perniciosa. Non possiamo pretendere che tutti i cristiani sperimentino, nella pratica, la stessa elevatezza del cammino, la stessa intimità di comunione, la stessa vicinanza cosciente a Cristo. Ahimè! no. Molti di noi devono riconoscere i propri difetti spirituali. C’è lo zoppicare nel cammino, il senso della vista difettoso, la crescita stentata o ci permettiamo di essere contaminati dal contatto con il male, o indeboliti e ostacolati da relazioni profane. In breve, come i figli di Aaronne, sebbene sacerdoti per nascita, erano tuttavia privati ​​di molti privilegi a causa di contaminazioni cerimoniali e difetti fisici, così anche noi, sebbene sacerdoti di Dio, per nascita divina, siamo privati ​​di molti dei grandi e sacri privilegi della nostra posizione a causa di contaminazioni morali e infermità spirituali. Siamo privati ​​di molti aspetti della nostra dignità da uno sviluppo spirituale difettoso. Ci manca un occhio semplice, un vigore spirituale, una dedizione completa e calorosa Siamo salvati dalla libera grazia di Dio, in virtù del perfetto sacrificio di Cristo. Siamo “tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù” (Galati 3:26) ma la salvezza e la comunione sono due cose molto diverse. La relazione filiale è una cosa e l’obbedienza è tutt’altro.

Questo è ciò che deve essere attentamente distinto. La sezione che ora studiamo mostra questa differenza con grande forza e chiarezza. Se uno dei figli di Aaron avesse avuto qualche frattura ai piedi o alle mani, sarebbe stato privato della sua relazione di figlio? Certamente no! Anzi, ecco cosa viene dichiarato: “Egli potrà mangiare il pane del suo Dio, le cose santissime e le cose sante” (21:22). Che cosa stava perdendo con la sua infermità fisica? Non gli era più permesso di svolgere alcune delle più alte funzioni di servizio e dell’adorazione sacerdotale: “non si avvicinerà alla cortina, e non si avvicinerà all’altare” (21:23)

Si trattava di gravi privazioni e sebbene si potesse sostenere che un uomo non poteva fare nulla con la maggior parte di questi difetti fisici, questo non cambiava la questione. L’Eterno non poteva avere un sacerdote menomato davanti al Suo altare, né un sacrificio difettoso sul Suo altare. Bisognava che sia il sacerdote sia il sacrificio fossero perfetti. “ Nessun uomo tra i discendenti del sacerdote Aaronne, che abbia qualche deformità, si avvicinerà per offrire i sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE” (21:21). “Non offrirete nulla che abbia qualche difetto, perché non sarebbe gradito” (22:20).

Ora, noi abbiamo sia il sacerdote perfetto che il sacrificio perfetto nella Persona del nostro amato Salvatore Gesù Cristo. Avendo offerto “Se stesso puro di ogni colpa a Dio” (Ebrei 9:14), è entrato, come nostro grande Sommo Sacerdote, nel cielo, dove vive eternamente per intercedere per noi. L’epistola agli Ebrei tratta nel dettaglio questi due punti. Questa epistola mette nettamente in contrasto il sacrificio e il sacerdozio del sistema mosaico con il sacrificio e il sacerdozio di Cristo nel quale abbiamo la perfezione divina, sia come Vittima che come Sacerdote. In Lui abbiamo tutto ciò che Dio richiede e tutto ciò di cui l’uomo aveva bisogno. Il Suo sangue prezioso ha tolto tutti i nostri peccati e la Sua potente intercessione ci mantiene in tutta la perfezione del luogo in cui il Suo sangue ci ha messi. Abbiamo “tutto pienamente in lui” (Colossesi 2:10) eppure, da soli, siamo così deboli e così traballanti, così pieni di difetti e infermità, così inclini a vagare e inciampare nell’avanzare nel nostro cammino, che non potremmo rimanere in piedi un solo momento se non fosse perché “vive sempre per intercedere” per noi (Ebrei 7:25). Ci siamo già soffermati su questo nei primi capitoli di questo libro, quindi è inutile ritornarci sopra. Coloro che comprendono in qualche misura le grandi verità fondamentali del cristianesimo e che hanno una certa esperienza della vita cristiana, capiranno anche com’è che, sebbene abbiano “tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potenza” hanno tuttavia bisogno, mentre sono quaggiù in mezzo alle debolezze, alle lotte ed i combattimenti della terra, della potente intercessione del loro adorabile e divino Sommo Sacerdote. Il credente è “lavato … santificato … giustificato” (1 Corinzi 6:11), è stato reso gradito in Lui (Efesini 1:6 – Versione Diodati). Quanto alla sua persona, non può venire in giudizio (cfr. Giovanni 5:24, che afferma: “giudizio” (krisin) e non “condanna” (katakrisin). La morte e il giudizio sono dietro di lui, perché è unito a Cristo che è passato attraverso entrambi per lui, al suo posto. Tutte queste cose sono divinamente vere per il membro più debole, più ignorante, più inesperto della famiglia di Dio. Tuttavia, poiché porta con sé una natura così disperatamente malvagia e così completamente rovinata che nessuna disciplina può correggere, e nessun rimedio può guarire e poiché dimora anche in un corpo di peccato e di morte, in che è circondato da tutte le parti da influenze ostili, ed è chiamato a lottare continuamente con le forze unite del mondo della carne e del diavolo, non avrebbe mai potuto mantenere la sua posizione, tanto meno progredire, se non fosse stato sostenuto dalla potente intercessione del suo grande Sommo Sacerdote, che porta i nomi del Suo popolo sul Suo petto e sopra la Sua spalla.

So che molti trovano difficile conciliare l’idea della posizione perfetta del credente in Cristo con la necessità di un sacerdozio. “Se è perfetto” dicono, “che bisogno ha di un sacerdote?”. Le due cose sono insegnate nella Parola tanto chiaramente quanto sono compatibili e comprese nell’esperienza di ogni cristiano sincero e istruito. È della massima importanza cogliere con chiarezza e accuratezza la perfetta armonia di questi due aspetti della verità. Il credente è perfetto in Cristo, ma quanto a se stesso è una creatura povera e debole, sempre in pericolo di cadere. Da qui l’ineffabile felicità di avere alla destra della Maestà, nel cielo, qualcuno che si prenda cura di tutto ciò che lo riguarda, qualcuno che lo sostiene continuamente con la mano destra della Sua giustizia, qualcuno che non lo abbandonerà mai, qualcuno che può salvare perfettamente e fino alla fine, qualcuno che è “lo stesso, ieri, oggi e in eterno” (Ebrei 13:8), qualcuno che lo farà passare in trionfo attraverso tutte le difficoltà e tutti i pericoli che lo circondano, e che, infine, lo farà “comparire irreprensibile e con gioia davanti alla sua gloria” (Giuda 24). Sia benedetta per sempre la grazia che ha provveduto così ampiamente a tutti i nostri bisogni per mezzo del sangue di una vittima senza difetto né macchia e dall’intercessione di un divino Sommo Sacerdote!

Caro lettore cristiano, sforziamoci di camminare in modo tale da “conservarsi puri dal mondo” (Giacomo 1:27)e da tenerci lontani da tutti i cattivi pensieri e relazioni, in modo da poter gioire dei più grandi privilegi e adempiere ai più alti uffici della nostra posizione di membri della famiglia sacerdotale, di cui Cristo è il Capo. Abbiamo “la libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù”, abbiamo “un grande sacerdote sopra la casa di Dio” (Ebrei 10:19, 21). Niente può toglierci questi privilegi, ma la nostra comunione può essere turbata, la nostra adorazione ostacolata, le nostre sante funzioni possono venire trascurate. Questi argomenti cerimoniali, dai quali vengono messi in guardia i figli di Aaronne in questi passi, hanno i loro antitipi nella dispensazione cristiana. Se sono stati esortati a tenersi lontani da ogni contatto contaminante, lo siamo anche noi; se sono stati esortati a guardarsi dall’avere relazioni illecite, lo siamo anche noi. Se sono stati ammoniti a stare attenti a tutti i tipi di contaminazione cerimoniale, anche noi siamo avvertiti di stare attenti e guardarci “da ogni contaminazione di carne e di spirito” (2 Corinzi 7:1). Se dovevano essere privati ​​del godimento dei loro maggiori privilegi a causa di difetti fisici o per una crescita imperfetta, anche noi lo saremo a causa delle nostre imperfezioni morali e di una crescita spirituale imperfetta.

Qualcuno oserà mettere in dubbio l’importanza pratica di questi principi? Non è ovvio che più apprezzeremo le benedizioni legate a questa casa sacerdotale di cui siamo stati fatti membri, in virtù della nostra nascita spirituale, più ci guarderemo attentamente da tutto ciò che potrebbe tendere, in qualsiasi modo, a portarci via il nostro godimento? Senza dubbio, e questo è ciò che rende lo studio accurato di questa parte della Parola così pratico. Possiamo sentirne la forza, attraverso l’azione dello Spirito Santo! Allora gioiremo del nostro ruolo di sacerdoti. Adempiremo fedelmente le nostre funzioni di sacerdoti: potremo “presentare i nostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio” (Romani 12:1) e potremo offrire “continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Ebrei 13:15). Come membri della “casa spirituale” e del “sacerdozio santo“, saremo in grado di “offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2:5). Saremo in grado di anticipare, in una certa misura, quel giorno felice in cui gli “alleluia” di una fervente ed intelligente adorazione saliranno da una creazione redenta al trono di Dio e dell’Agnello per tutta l’eternità.

Le feste solenni dell’Eterno – Capitolo 23

Siamo arrivati ​​a uno dei capitoli più profondi e completi del Libro ispirato e questo richiede il nostro studio serio e meditato. Esso contiene la descrizione delle sette grandi feste o solennità annuali, che dividevano l’anno in Israele. In altre parole, ci offre una panoramica perfetta delle dispensazioni di Dio per Israele, durante tutto il periodo della sua storia così tormentata.

Prendendo le feste separatamente, abbiamo: il sabato, la Pasqua ebraica, la festa dei pani azzimi, la festa delle primizie, la Pentecoste, la festa delle trombe, il giorno dell’espiazione e la festa dei tabernacoli. Ciò fa otto in tutto, ma è abbastanza evidente che il sabato occupa un posto unico e indipendente. Viene menzionato per primo e viene spiegato il suo carattere peculiare e le circostanze che l’accompagnano, poi si legge: “Queste sono le solennità del SIGNORE, le sante convocazioni che proclamerete ai tempi stabiliti” (4), in modo che, a rigor di termini, il lettore attento noterà che la prima festa solenne d’Israele era la Pasqua e la settima la festa dei tabernacoli. Cioè, tenendo conto della loro forma figurativa, abbiamo, prima la redenzione e, infine, la gloria millenaria. L’agnello pasquale rappresentava la morte di Cristo (1 Corinzi 5:7) mentre la festa dei tabernacoli simboleggiava i “tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall’antichità per bocca dei suoi santi profeti” (Atti 3:21).

Una era la festa che apriva, l’altra era quella che chiudeva l’anno giudaico. L’espiazione è la base, la gloria la vetta più alta e, tra questi due punti abbiamo: la risurrezione di Cristo (10-14); il rapimento della Chiesa (15-21); il risveglio di Israele nel sentimento della sua gloria perduta (24-25); il suo pentimento e la calorosa accoglienza del Messia (27-32). E poi, affinché nel simbolo non manchi nessuna caratteristica a questa grande presentazione, abbiamo il modo, per i Gentili, di entrare alla fine della mietitura e spigolare nei campi di Israele (22). Tutto ciò rende questa immagine divinamente perfetta e risveglia la più profonda ammirazione nei cuori di tutti coloro che amano le Scritture. Cosa potrebbe esserci di più completo? Il sangue dell’Agnello e la santità pratica che vi si lega, la risurrezione di Cristo dai morti e la Sua ascensione al cielo, la discesa dello Spirito Santo in potenza per formare la Chiesa alla Pentecoste, il risveglio del residuo fedele, il suo pentimento e restaurazione, la benedizione del “povero e dello straniero“, la manifestazione della gloria, il riposo e la beatitudine del regno. Queste sono le cose contenute in questo capitolo davvero meraviglioso. Ora lo esamineremo in dettaglio. Possa essere lo stesso Spirito Santo il nostro Dottore!

“Il SIGNORE disse ancora a Mosè: “Parla ai figli d’Israele e di’ loro: “Ecco le solennità del SIGNORE, che voi celebrerete come sante convocazioni. Le mie solennità sono queste. Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è sabato, giorno di completo riposo e di santa convocazione. Non farete in esso nessun lavoro; è un riposo consacrato al SIGNORE in tutti i luoghi dove abiterete”

La collocazione accordata qui al sabato è grande di interesse. L’Eterno sta per dare, al suo popolo, un’immagine di tutte le Sue dispensazioni in grazia ma, prima di iniziare, presenta il sabato come l’espressione significativa di quel riposo che rimane per il popolo di Dio. Era veramente un giorno solenne, che doveva essere osservato da Israele ma era anche un tipo di ciò che deve ancora venire, quando tutte le grandi e gloriose opere, prefigurate in questo capitolo, avranno trovato compimento. Questo è il riposo di Dio, nel quale possono entrare già da ora, in spirito, tutti coloro che credono, ma che deve ancora aspettare, per il suo pieno e vero adempimento (Ebrei 4).

Adesso lavoriamo, ma presto ci riposeremo. In un certo senso il credente entra nel riposo, in un altro senso lavora per entrarci. Ha trovato il suo riposo in Cristo; lavora per entrare nel riposo nella gloria. Ha trovato la completa pace dello spirito in ciò che Cristo ha fatto per lui, e il suo sguardo si ferma su quell’eterno Sabato in cui entrerà, quando tutte le sue fatiche e tutte le sue battaglie nel deserto saranno finite. Non può riposare in mezzo a un mondo di peccato e miserie. Riposa in Cristo, il Figlio di Dio, che ha preso la forma di Servo. E, mentre riposa in tal modo, è chiamato a lavorare, come servo di Dio, nella piena certezza che, quando tutto il suo lavoro sarà completato, godrà di un riposo perfetto ed eterno in quelle dimore di luce e felicità inalterabile là, dove il lavoro e il dolore non possono entrare. Beata speranza! Possa risplendere sempre di più agli occhi della nostra fede! Che tutti noi possiamo lavorare in modo molto più fedele poiché ci viene assicurato questo prezioso riposo alla fine! C’è, è vero, un’anticipazione dell’eterno sabato, ma questo ci fa solo desiderare più ardentemente la beata realtà. Questo sabato che non sarà mai interrotto, questa “santa convocazione” che non sarà mai revocata.

Abbiamo già notato che il sabato occupa un posto a parte e indipendente in questo capitolo. Ciò è evidente dalle parole di apertura del quarto versetto, dove il Signore sembra ricominciare da capo con questa espressione: “ Ecco le solennità del SIGNORE“, come per lasciare il sabato completamente da parte dalle sette feste che seguono, sebbene siano, in realtà, la figura di quel riposo in cui queste feste ci introducono.

Queste sono le solennità del SIGNORE, le sante convocazioni che proclamerete ai tempi stabiliti. Il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sull’imbrunire, sarà la Pasqua del SIGNORE” (4-5). Abbiamo qui la prima delle sette feste solenni: il sacrificio dell’agnello pasquale il cui sangue aveva protetto l’Israele di Dio dalla spada dell’angelo distruttore, in quella terribile notte in cui tutti i primogeniti degli Egiziani erano morti. Questa è un’immagine ben conosciuta della morte di Cristo ed è per questo che ha il suo posto all’inizio di questo capitolo. Costituisce la base di tutto. Non possiamo conoscere nessun riposo, nessuna santità, nessuna comunione, se non sulla base della morte di Cristo. È particolarmente interessante e sorprendente osservare che non appena si parla del riposo di Dio, subito dopo viene introdotto il sangue dell’Agnello pasquale. Come a dire: “Là c’è il riposo, ma qui c’è il tuo diritto al riposo“. Senza dubbio il lavoro ci renderà capaci di godere del riposo, ma è il sangue che ci dà il diritto di godercelo.

Il quindicesimo giorno dello stesso mese sarà la festa dei Pani azzimi in onore del SIGNORE; per sette giorni mangerete pane senza lievito. Il primo giorno avrete una santa convocazione; non farete in esso nessun lavoro ordinario; per sette giorni offrirete al SIGNORE dei sacrifici consumati dal fuoco. Il settimo giorno si avrà una santa convocazione, non farete nessun lavoro ordinario” (6-8). Il popolo è raccolto intorno all’Eterno, in questa santità pratica, fondata su una redenzione compiuta e, mentre sono così radunati, il buon odore del sacrificio sale dall’altare d’Israele fino al trono del Dio d’Israele. Questo ci offre una bella immagine della santità che Dio cerca nella vita dei suoi riscattati. Essa si basa sul sacrificio e sale, intimamente legato al buono e gradevole odore della Persona di Cristo. “Non farete in esso nessun lavoro ordinario; per sette giorni offrirete al SIGNORE dei sacrifici consumati dal fuoco”. Che contrasto! L’opera di servizio, compiuta dalla mano dell’uomo, e il soave profumo del sacrificio di Cristo! La santità pratica del popolo di Dio non è lavoro ordinario. È la manifestazione vivente di Cristo in loro, per la potenza dello Spirito Santo. “Per me, vivere è Cristo“. Questa è la vera realtà. Cristo è la nostra vita; e ogni manifestazione di questa vita è, a giudizio di Dio, impregnata del buon odore di Cristo. Può sembrare poca cosa a giudizio dell’uomo ma finché la nostra vita è un raggio di Cristo, per Dio, è infinitamente preziosa. Essa sale a Dio e non potrà mai essere dimenticata. I “frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo” (Filippesi 1:11), sono prodotti nella vita del credente e nessuna potenza, sulla terra o nell’inferno, può impedire loro di salire come soave odore al trono di Dio.

È necessario notare bene tra: “il lavoro ordinario” e il risultato della vita di Cristo. La figura è molto sorprendente. C’era la cessazione totale di tutto il lavoro manuale nell’assemblea ma il soave odore dell’olocausto saliva a Dio. Questi dovevano essere i due caratteri principali della festa dei pani senza lievito: il lavoro dell’uomo cessava e si alzava il profumo del sacrificio, figura della vita di santità pratica del credente. Che risposta convincente c’è qui per il legalista, da un lato, e per l’antinomiano [30], dall’altro! Il primo viene messo a tacere dalle parole: “ Non farete in esso nessun lavoro ordinario “; il secondo è confuso da queste parole: “Offrirete al SIGNORE dei sacrifici consumati dal fuoco“. Le opere più perfette dell’uomo sono “lavoro ordinario” ma il più piccolo grappolo di “frutti di giustizia” è a gloria e lode di Dio. Durante tutta la vita del credente non dovrebbero esserci “lavori ordinari”, niente che assomigli all’elemento odioso e degradante del legalismo. Deve esserci solo la presentazione continua della vita di Cristo, sviluppata e manifestata per la potenza dello Spirito Santo. Durante i “sette giorni” della seconda festa solenne d’Israele, non doveva esserci “nessun lievito“, ma piuttosto il dolce profumo di un “sacrificio fatto col fuoco” doveva essere presentato all’Eterno. Che ci sia dato di comprendere pienamente le istruzioni pratiche di questa figura così importante!

“Il SIGNORE disse ancora a Mosè: “Parla ai figli d’Israele e di’ loro: “Quando sarete entrati nel paese che io vi do e ne mieterete la raccolta, porterete al sacerdote un fascio di spighe, come primizia della vostra raccolta; il sacerdote agiterà il fascio di spighe davanti al SIGNORE, perché sia gradito per il vostro bene; l’agiterà il giorno dopo il sabato. Il giorno che agiterete il fascio di spighe, offrirete un agnello di un anno, che sia senza difetto, come olocausto al SIGNORE. L’oblazione che l’accompagna sarà di due decimi di efa di fior di farina intrisa d’olio, come sacrificio consumato dal fuoco, di profumo soave per il SIGNORE; la libazione sarà di un quarto di hin di vino. Non mangerete pane, né grano arrostito, né spighe fresche, fino a quel giorno, fino a che abbiate portato l’offerta al vostro Dio. È una legge perenne, di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete” (9-14).

Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti” (1 Corinzi 15:20). La bella ordinanza della presentazione del fascio di spighe delle primizie fa pensare alla risurrezione di Cristo il quale, “dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana” (Matteo 28:1) uscì trionfante dalla tomba, dopo aver compiuta la gloriosa opera di redenzione. La Sua risurrezione era una “risurrezione dai morti” e tramite essa abbiamo la caparra e la figura della risurrezione del suo popolo. “Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta” (1 Corinzi 15:23). Quando Cristo verrà il Suo popolo risorgerà “dai morti” (ek nekron), cioè quelli del Suo popolo, quelli che si sono addormentati in Cristo. “Gli altri morti non tornarono in vita prima che i mille anni fossero trascorsi” (Apocalisse 20:5). Quando il Signore, subito dopo la Sua trasfigurazione disse che sarebbe “risuscitato dai morti“, i discepoli chiesero cosa significasse (Marco 9:9). Ogni ebreo ortodosso credeva nella dottrina della “risurrezione dei morti” (anastasin nekrôn) (cfr. Giovanni 11:24). Ma l’idea di una “risurrezione dai morti” (anastasin ek nekron) non poteva essere compresa dai discepoli; e senza dubbio molti discepoli, da allora, hanno incontrato grandi difficoltà nei confronti di un mistero così profondo.

Tuttavia, se il mio lettore vuole studiare e confrontare, in preghiera, 1 Corinzi 15 con 1 Tessalonicesi 4:13-18, troverà preziose istruzioni su questa verità pratica e interessante. Può anche aggiungere Romani 8:11: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti (ek nekron) abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” e vedrà, da questi passi che la risurrezione dei santi avverrà esattamente in base agli stessi principi della risurrezione di Cristo. La Scrittura dichiara che sia il Capo (testa) che il corpo risuscitarono “dai morti“. Il primo fascio di spighe e tutti i covoni che seguono sono collegati moralmente.

Apparirà ovvio, a chiunque rifletta su questo argomento alla luce delle Scritture, che c’è una differenza essenziale tra la risurrezione del credente e la risurrezione del non credente. Entrambi risorgeranno ma Apocalisse 20:5 mostra che trascorrerà un periodo di mille anni tra questi due eventi, in modo che differiscano, sia in linea di principio che nel tempo. Alcuni vedono una difficoltà a questo riguardo nel fatto che il Signore, in Giovanni 5:28, dice: “Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori” e chiedono: “Come può esserci un intervallo di mille anni tra le due risurrezioni, visto che dice che entrambe avverranno in “un’ora“? La risposta è abbastanza semplice: nel versetto 25, si parla del risveglio delle anime morte, come avvenuto in un ‘”ora“. Quest’opera è stata fatta per più di duemila anni. Ora, se un periodo di quasi duemila anni può essere rappresentato dalla parola “ora”, quale obiezione può esserci all’idea che mille anni siano rappresentati nella stessa maniera? Nessuno sicuramente, soprattutto quando si afferma positivamente che “gli altri morti non tornarono in vita prima che i mille anni fossero trascorsi” (Apocalisse 20:5).

Inoltre, visto che si parla di una “prima risurrezione“, non è ovvio che non tutti dovrebbero essere risuscitati allo stesso tempo? Perché parlare di una “prima” se ce n’è una sola? Si potrebbe dire che “la prima risurrezione” si riferisce all’anima, ma dov’è un passo nella Scrittura a sostegno di questa affermazione? Questo fatto solenne avviene come segue: Quando “voce d’arcangelo”e “la tromba di Dio” saranno udite i credenti che si sono addormentati in Cristo saranno risuscitati per incontrarlo nella gloria. I malvagi morti, chiunque essi siano, dai giorni di Caino fino alla fine, rimarranno nelle loro tombe per i mille anni di benedizione millenaria e, alla fine di questo periodo glorioso e benedetto, usciranno e compariranno davanti al “grande trono bianco“, per essere giudicati … secondo le loro opere” (Apocalisse 20:12) per passare, dal trono del giudizio, allo stagno di fuoco. Pensiero spaventoso!

Lettore, dove sei in rapporto alla tua preziosa anima? Hai visto, con l’occhio della fede, il sangue dell’Agnello pasquale, versato per proteggerti da quest’ora terribile? Hai visto il prezioso fascio delle primizie, mietuto e raccolto nel granaio celeste, come garanzia che anche tu sarai raccolto lassù a suo tempo? Queste sono domande serie, estremamente serie. Non respingerle. Vedi se sei ora al sicuro per il sangue di Gesù Cristo. Ricorda che non puoi raccogliere una sola spiga nei campi della redenzione finché non hai visto il fascio di spighe portato davanti a Dio. “Non mangerete pane, né grano arrostito, né spighe fresche, fino a quel giorno, fino a che abbiate portato l’offerta al vostro Dio” (14). Il raccolto non poteva essere toccato finché non fosse stato offerto il fascio delle primizie e con esso un olocausto e un’oblazione.

Dall’indomani del sabato, dal giorno che avrete portato l’offerta agitata del fascio di spighe, conterete sette settimane intere. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al SIGNORE una nuova oblazione. Porterete dai luoghi dove abiterete due pani per un’offerta agitata, i quali saranno di due decimi di un efa di fior di farina e cotti con lievito; sono le primizie offerte al SIGNORE” (15-17). È la festa della Pentecoste, figura del popolo di Dio, raccolto dallo Spirito Santo e presentato davanti a Lui, in rapporto con tutto il prezioso valore di Cristo. Nella Pasqua abbiamo la morte di Cristo, nel fascio delle primizie abbiamo la risurrezione di Cristo, e nella festa della Pentecoste abbiamo la discesa dello Spirito Santo per formare la Chiesa. È tutto divinamente perfetto. La morte e la risurrezione di Cristo dovevano avvenire prima che la Chiesa potesse essere formata. Il fascio di primizie fu offerto e poi il pane fu impastato.

E attenzione: erano “cotti con lievito“. Perché? Perché dovevano rappresentare coloro che, sebbene pieni di Spirito Santo e adornati dei Suoi doni e delle Sue grazie, nondimeno avevano il male che dimorava in loro. La Chiesa nel giorno di Pentecoste, completamente al beneficio del sangue di Cristo, e coronata con i doni dello Spirito Santo ma c’era ancora del lievito. Nessuna potenza dello Spirito poteva annullare il fatto che il male era ancora nei ai figli di Dio. Si poteva combatterlo o nasconderlo, ma era lì. Questo fatto è rappresentato, nella figura, dal lievito dei due pani, e trova la sua espressione nella storia della Chiesa poiché, sebbene lo Spirito Santo fosse presente nell’Assemblea, la carne era ancora lì, per mentire allo Spirito Santo. La carne è carne e non farà mai niente altro. Lo Spirito Santo non è disceso il giorno di Pentecoste per migliorare o risanare la natura umana, o per annullare il suo male incurabile, ma per battezzare i credenti in un solo corpo e per legarli al loro Capo vivente che è nel cielo.

Abbiamo già fatto allusione, nel capitolo sul sacrificio di riconoscenza, al fatto che il lievito era permesso in ciò che lo riguardava. Era Dio che riconosceva l’esistenza del male nell’adoratore. Allo stesso modo era ordinato che i “due pani per un’offerta agitata” dovevano essere “cotti con lievito“, a causa del male, che ancora restava nell’antitipo.

Ma, sia benedetto Dio, per il male che riconosceva, aveva divinamente provveduto. Questo è ciò che dà pace e consolazione all’anima. È confortante sapere che Dio sa cosa c’è di peggio in noi e, inoltre, che ha provveduto a tutto, secondo la Sua conoscenze e non semplicemente secondo la nostra. “Con quei pani offrirete sette agnelli dell’anno, senza difetto, un toro e due montoni, che saranno un olocausto al SIGNORE insieme alla loro oblazione e alle loro libazioni; sarà un sacrificio consumato dal fuoco, di profumo soave per il SIGNORE” (18). Qui abbiamo, in connessione immediata con i pani lievitati, l’offerta di un sacrificio senza difetto a caratterizzare la grande e importante verità che è la perfezione di Cristo, e non la nostra colpa, che è sempre davanti agli occhi di Dio. Notate in particolare queste parole: “ Con quei pani offrirete sette agnelli dell’anno, senza difetto”. Preziosa verità! Assolutamente preziosa, anche se sotto forma di una figura! Sia dato al lettore di comprenderlo, di appropriarsene, di farne il sostegno della sua coscienza, il nutrimento e il ristoro del suo cuore, le delizie di tutta la sua anima! Non più io, ma Cristo.

Forse si obietterà che il fatto che Cristo sia l’Agnello senza difetto non è sufficiente per rimuovere il peso della colpa da una coscienza contaminata; che un’offerta di profumo soave di per sé non sarebbe di alcuna utilità a un peccatore. A questa possibile obiezione, la nostra figura risponde pienamente e la elimina completamente. È vero che un olocausto non sarebbe bastato quando si trattava di “lievito“; ecco perché è aggiunto: “E offrirete un capro come sacrificio per il peccato e due agnelli dell’anno come sacrificio di riconoscenza” (19). “Il sacrificio per il peccato” era la risposta al “lievito” dei due pani, la “prosperità” o “pace[31] era assicurata, in modo che la comunione potesse essere gustata; e tutto saliva in unione immediata con “il soave odore dell’olocausto”, all’Eterno.

Allo stesso modo, il giorno di Pentecoste, la Chiesa è stata presentata in tutto il valore e l’eccellenza di Cristo, per la potenza dello Spirito Santo. Sebbene, abbia in sé il lievito della vecchia natura, questo lievito non è preso in considerazione, perché l’Offerta divina per il peccato gli aveva perfettamente risposto. La potenza dello Spirito Santo non aveva tolto il lievito, ma il sangue dell’Agnello l’aveva espiato. Questa è una distinzione molto interessante e importante. L’opera dello Spirito nel credente non toglie il male che abita in lui. Gli permette di scoprire, giudicare e dominare il male, ma nessuna misura del potere spirituale può negare il fatto che il male è lì, sebbene, la coscienza sia in perfetta pace, poiché il sangue della nostra Offerta per il peccato ha risolto l’intera questione per sempre. Di conseguenza, il male che è in noi, invece di essere davanti agli occhi di Dio, è stato scacciato per sempre dalla Sua vista, e gli siamo graditi secondo tutta l’accettazione di Cristo, che ha offerto Se stesso, in sacrificio di odore soave, a Dio in modo che possa glorificarLo perfettamente in ogni cosa ed essere, per sempre, il nutrimento del Suo popolo.

Dopo la Pentecoste passa un lungo periodo, senza che ci sia movimento nel popolo. C’è però l’allusione “ai poveri e allo straniero” in questa bella ordinanza che abbiamo già considerato dal punto di vista morale. In questo particolare possiamo considerarla nel suo aspetto dispensazionale. “Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino ai margini il tuo campo e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta; lo lascerai per il povero e per lo straniero. Io sono il SIGNORE vostro Dio (22). Qui è previsto che lo straniero possa spigolare nei campi d’Israele. I gentili devono essere resi partecipi della traboccante bontà di Dio. Quando i granai e i torchi d’Israele saranno stati abbondantemente riempiti, ci saranno per i Gentili preziosi covoni e ricchi grappoli da raccogliere.

Tuttavia, non dobbiamo pensare che siano le benedizioni spirituali, di cui la Chiesa è dotata nei luoghi celesti in Cristo, che sono rappresentate nella figura dello straniero che spigola nei campi di Israele. Queste benedizioni sono nuove per la discendenza di Abraamo come lo sono per i pagani. Non sono le spigolature di Canaan, ma le glorie del Cielo, le glorie di Cristo. La Chiesa non è solo benedetta da Cristo, ma con Cristo e in Cristo. La sposa di Cristo non sarà mandata a raccogliere, come una straniera, le spighe e l’uva alle estremità dei campi d’Israele e dai tralci delle vigne d’Israele. No, ha come sua parte grazie più grandi, gioie più ricche, onori più alti, di qualsiasi cosa Israele abbia mai conosciuto. Non deve spigolare sulla terra come una straniera, ma godersi la sua ricca e felice dimora del cielo a cui appartiene. Sono quel “qualcosa di meglio” che Dio nella Sua saggezza e grazia “aveva in vista” (Ebrei 11:40) per lei. Senza dubbio sarà un felice privilegio per lo “straniero” poter raccogliere, dopo che la messe d’Israele sarà stata raccolta, ma la parte della Chiesa è incomparabilmente più bella, poiché è la sposa del Re d’Israele, che condividerà il Suo trono, le Sue gioie, i Suoi onori e le Sue glorie; che è come Lui e sarà con Lui per sempre. Le dimore eterne della casa del Padre lassù e non gli angoli non mietuti dei campi d’Israele quaggiù, devono essere la parte della Chiesa. Che possiamo averlo sempre in mente e vivere, anche se in piccola misura, degni di un destino così santo e nobile!

Il SIGNORE disse ancora a Mosè: “Parla ai figli d’Israele e di’ loro: “Il settimo mese, il primo giorno del mese avrete un riposo solenne, che sarà ricordato con il suono della tromba, una santa convocazione. Non farete nessun lavoro ordinario e offrirete al SIGNORE dei sacrifici consumati dal fuoco” (23-25). Un nuovo argomento è introdotto qui dalle parole: “Il SIGNORE disse ancora a Mosè“, che, tra l’altro, sono di interessante utilità per classificare gli argomenti del capitolo e del libro in generale. Quindi, il sabato, la Pasqua ebraica e la festa dei pani azzimi sono indicati come una prima comunicazione; il fascio di spighe ed i due pani come offerte agitate per una seconda, poi abbiamo un lungo intervallo di cui non si dice nulla e infine arriva la commovente festa delle trombe, il primo giorno del settimo mese. Questa solennità ci porta al tempo, che si sta rapidamente avvicinando, in cui il rimanente di Israele “suonerà le sue trombe” per un memoriale, ricordando la gloria perduta da tempo e sarà entusiasta di cercare l’Eterno.

La festa delle trombe è strettamente connessa con un’altra grande solennità, ovvero “il giorno delle espiazioni”. “Il decimo giorno di questo settimo mese sarà il giorno delle espiazioni; avrete una santa convocazione, vi umilierete e offrirete al SIGNORE dei sacrifici consumati dal fuoco. In quel giorno non farete nessun lavoro; poiché è un giorno di espiazione, destinato a fare espiazione per voi davanti al SIGNORE, che è il vostro Dio. Poiché, ogni persona che non si umilierà in quel giorno, sarà tolta via dalla sua gente. Ogni persona che farà in quel giorno un lavoro qualsiasi, io la distruggerò dal mezzo del suo popolo. Non farete nessun lavoro. È una legge perenne, di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Sarà per voi un sabato, giorno di completo riposo, e vi umilierete; il nono giorno del mese, dalla sera alla sera seguente, celebrerete il vostro sabato” (27-32).

Quindi, dopo l’annuncio del memoriale di giubilo, c’è un intervallo di otto giorni. Poi, abbiamo il giorno dell’espiazione, a cui sono legate l’afflizione dell’anima, la propiziazione per il peccato e la cessazione del lavoro. Tutte queste cose troveranno presto il loro posto nella storia futura del residuo giudeo. “La mietitura è finita, l’estate è trascorsa,
e noi non siamo salvati
” (Geremia 8:20). Tale sarà il commovente lamento del rimanente quando lo Spirito di Dio inizierà a toccare i loro cuori e le loro coscienze. “Essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito. In quel giorno ci sarà un gran lutto in Gerusalemme, pari al lutto di Adadrimmon nella valle di Meghiddo. Il paese farà cordoglio, ogni famiglia per proprio conto” (Zaccaria 12:10-14).

Quale profondo lutto, quale immensa afflizione, quale sincero pentimento ci sarà, sotto la potente azione dello Spirito Santo, quando le coscienze del residuo ricorderanno i peccati del passato, la negligenza del sabato, le violazioni della legge, l’uccisione dei profeti, la crocifissione del Figlio, la loro resistenza allo Spirito! Tutte queste cose si schiereranno nella coscienza illuminata ed esercitata, producendo una profonda afflizione dell’anima.

Ma il sangue espiatorio risponderà a tutto. “In quel giorno vi sarà una fonte aperta per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme, per il peccato e per l’impurità” (Zaccaria 13:1). Gli sarà dato di sentire la loro colpa ed esserne addolorati. Saranno anche portati a vedere l’efficacia del sangue ed a trovare la pace perfetta: un sabato di riposo per le loro anime.

Ora, quando l’ultimo giorno, questi risultati saranno stati raggiunti da Israele, cosa dobbiamo aspettarci da loro? Certamente la gloria. Quando “l’accecamento” sarà tolto ed il “velo” rimosso (Giovanni 12:40; 2Corinzi 3:16), quando i cuori del rimanente si saranno rivolti al Signore, allora i raggi brillanti del “Sole della giustizia” (Malachia 4:2) risplenderanno con una potente efficace di guarigione, di ristabilimento e di salvezza, su un povero popolo afflitto e veramente pentito. Ci vorrebbe un intero volume per trattare in dettaglio questo argomento. Le esperienze, le lotte, le prove, le difficoltà e le benedizioni finali del rimanente giudaico sono ampiamente descritte nei Salmi e nei Profeti. Bisogna riconoscere in modo chiaro l’esistenza di questo residuo, prima di poter studiare i Salmi ei Profeti in modo intelligente e veramente proficuo. Non che non abbiamo molto da imparare da queste parti del volume ispirato, perché “ogni Scrittura è utile” (2 Timoteo 3:16). Ma il modo più sicuro per fare buon uso di qualsiasi parte della Parola di Dio è comprenderne l’applicazione principale. Se, quindi, applichiamo alla Chiesa, o corpo celeste, passi che si riferiscono, in senso stretto, al residuo giudaico, o corpo terreno, incapperemo in un grave errore riguardo ad entrambi. Infatti, accade spesso che si ignori completamente l’esistenza di un corpo come il residuo e si perdano completamente di vista la vera posizione e la speranza della Chiesa. Questi errori sono così gravi che il mio lettore dovrebbe cercare attentamente di evitarli. Non pensi neppure per un momento che queste siano solo teorie, fatte solo per occupare l’attenzione dei curiosi e prive di valore pratico. Non ci potrebbero essere supposizioni più false. E allora? Non ha alcuna importanza pratica per noi se apparteniamo al cielo o alla terra? È davvero senza importanza per noi se ci godremo il riposo nelle dimore di lassù o se passeremo attraverso i giudizi apocalittici sulla terra? Chi potrebbe ammettere un pensiero così irragionevole? Il punto è che sarebbe difficile citare un ordine di verità più pratico di quelli che descrivono i rispettivi destini del Rimanente terrestre e della Chiesa celeste. Non dirò di più qui su questo argomento, ma il lettore lo troverà degno di uno studio attento e preciso. Concluderemo questa sezione con uno sguardo alla Festa dei Tabernacoli, l’ultima solennità dell’anno giudaico.

Il SIGNORE disse ancora a Mosè: “Parla ai figli d’Israele, e di’ loro: “Il quindicesimo giorno di questo settimo mese sarà la festa delle Capanne, durerà sette giorni, in onore del SIGNORE. …  Il quindicesimo giorno del settimo mese, quando avrete raccolto i frutti della terra, celebrerete una festa al SIGNORE, per sette giorni; il primo giorno sarà di completo riposo e l’ottavo di completo riposo. Il primo giorno coglierete dagli alberi dei frutti di bell’aspetto, dei rami di palma, rami di mortella e rami di salici di torrente, e vi rallegrerete davanti al SIGNORE Dio vostro, per sette giorni. Celebrerete questa festa in onore del SIGNORE per sette giorni, ogni anno. È una legge perenne, di generazione in generazione. La celebrerete il settimo mese. Abiterete in capanne per sette giorni; tutti quelli che saranno nativi d’Israele abiteranno in capanne, affinché i vostri discendenti sappiano che io feci abitare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Io sono il SIGNORE, il vostro Dio” (33-34; 39-43).

Questa festa ci mostra, in anticipo, il tempo della gloria di Israele nell’ultimo giorno e quindi essa termina, e non potrebbe farlo in modo migliore, l’intera serie di feste. La mietitura era compiuta, tutto era finito, i granai erano pieni e l’Eterno voleva che il Suo popolo esprimesse la propria gioia con una festa. Ma ecco che sembra difficile che riescano a capire il pensiero divino in relazione a questa sublime ordinanza. Hanno perso di vista il fatto di essere stati stranieri e pellegrini e da qui è arrivata la loro lunga dimenticanza di questa festa. Dai giorni di Giosuè fino al tempo di Neemia, la Festa dei Tabernacoli è stata celebrata una sola volta. Fu riservato al piccolo rimanente che tornava dalla cattività di Babilonia fare ciò che non era stato fatto, negli splendidi giorni di Salomone. “Così tutta l’assemblea di quanti erano tornati dall’esilio si fece delle capanne, e abitò nelle capanne. Dal tempo di Giosuè, figlio di Nun, fino a quel giorno, i figli d’Israele non avevano più fatto così. E ci fu grandissima gioia” (Neemia 8:17). Come doveva essere bello per coloro che avevano appeso le loro arpe ai salici di Babilonia (Salmo 137:2) trovarsi all’ombra dei salici di Canaan! Fu un dolce assaggio del tempo di cui la Festa dei Tabernacoli era una figura, quando le tribù restaurate d’Israele riposeranno sotto i tabernacoli milleniali, che la mano fedele dell’Eterno erigerà per loro nel paese che giurò di dare ad Abraamo e alla sua discendenza per sempre. Immensamente felici, quando il celeste e il terrestre si incontreranno, come è detto, nel “primo giorno” e “nell’ottavo giorno” della Festa dei Tabernacoli. “Risponderò al cielo, ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà al grano, al vino, all’olio, e questi risponderanno a Izreel” (Osea 2:21-22).

C’è un bellissimo passaggio nell’ultimo capitolo di Zaccaria che dimostra chiaramente che la vera celebrazione della Festa dei Tabernacoli appartiene alla gloria della fine. “Tutti quelli che saranno rimasti di tutte le nazioni venute contro Gerusalemme, saliranno di anno in anno a prostrarsi davanti al Re, al SIGNORE degli eserciti, e a celebrare la festa delle Capanne (o: Tabernacoli)” (14:16). Che scena! Chi vorrebbe tentare di togliergli la sua caratteristica bellezza, con un vago sistema di interpretazione chiamato erroneamente spirituale? Certamente Gerusalemme significa Gerusalemme; nazioni significa nazioni e la Festa dei Tabernacoli significa Festa dei Tabernacoli. C’è qualcosa qui a cui è impossibile credere? Certamente no, tranne che per la ragione umana, che allontana qualsiasi cosa che va al di là della sua debole portata. La Festa dei Tabernacoli sarà celebrata di nuovo nel paese di Canaan e là saliranno i salvati delle nazioni per prendere parte a queste sante e gloriose solennità. Allora le guerre contro Gerusalemme saranno finite, il rumore delle battaglie sarà terminato. La lancia e la spada si trasformeranno in pacifici strumenti agricoli; Israele riposerà all’ombra rinfrescante delle sue vigne e dei suoi fichi, e tutta la terra gioirà sotto il regno del “Principe della pace“. Questa è la prospettiva che ci viene offerta nelle pagine infallibili della Parola ispirata. I tipi lo presentano, i profeti lo annunciano, la fede ci crede e la speranza lo anticipa.

NOTA – Alla fine del nostro capitolo leggiamo: ” Così Mosè diede ai figli d’Israele le istruzioni relative alle solennità del SIGNORE” (44).

Questo era il loro vero carattere, il loro nome originale ma, nel Vangelo di Giovanni, sono chiamate le “feste dei Giudei“. Da tempo avevano cessato di essere le feste dell’Eterno. Lui era stato escluso. Non lo volevano; ecco perché in Giovanni 7, quando i fratelli di Gesù gli chiedono di salire alla “festa dei Giudei, detta delle Capanne risponde: “Il mio tempo non è ancora venuto” e quando vi salì Lo fece “come di nascosto” per prendere il Suo posto lontano da tutto e gridare ad ogni anima assetata di venire a Lui e bere. Questa è una lezione molto seria.

Le istituzioni divine sono presto deteriorate nelle mani dell’uomo. Ma che gioia sapere che l’anima assetata, che sente il vuoto e l’aridità di un sistema di fredde formalità religiose, non deve fare altro che rifugiarsi presso il Signore Gesù, abbeverarsi gratuitamente alle sue inesauribili font, e diventare così un canale di benedizioni per altri.

Del continuo davanti a Dio – Capitolo 24

Ci sono molte cose, in questo breve capitolo, di grande interesse per l’uomo spirituale. Abbiamo visto nel capitolo 23 la storia delle dispensazioni di Dio riguardo a Israele, dal sacrificio del vero Agnello pasquale al riposo e alla gloria del regno milleniale. Nel capitolo davanti a noi abbiamo ora due grandi concetti: il primo riguarda la testimonianza e il memoriale delle dodici tribù, tenute continuamente davanti a Dio, per la potenza dello Spirito e per l’efficienza del sacerdozio di Cristo; poi, l’apostasia di Israele secondo la carne e il giudizio divino che ne deriva. Occorre conoscere bene il primo, per capire il secondo.

“Il SIGNORE disse ancora a Mosè: Ordina ai figli d’Israele di portarti dell’olio di oliva puro, vergine, per il candelabro, per tenere le lampade sempre accese. Aaronne lo preparerà nella tenda di convegno, fuori della cortina che sta davanti alla testimonianza, perché le lampade ardano sempre, dalla sera alla mattina, davanti al SIGNORE. È una legge perenne, di generazione in generazione. Egli le disporrà sul candelabro d’oro puro, perché ardano sempre davanti al SIGNORE” (1-4). “L’olio d’oliva puro, vergine” rappresenta la grazia dello Spirito Santo, basata sull’opera di Cristo, rappresentata nella figura dal candeliere “d’oro puro“. L'”oliva” doveva essere schiacciata per dare “l’olio“, e l’oro doveva essere “battuto” per essere reso “puro” e poter formare il candelabro. In altre parole, la grazia e la luce dello Spirito si fondano sulla morte di Cristo e sono mantenute nella loro chiarezza e potenza dal sacerdozio di Cristo. Il candelabro d’oro diffondeva la sua luce in tutto il cortile del santuario durante le lunghe ore della notte, quando le tenebre regnavano sul popolo e tutti erano profondamente addormentati. In tutto questo abbiamo una vivida rappresentazione della fedeltà di Dio verso il Suo popolo, qualunque fosse la sua condizione esteriore. L’oscurità e il sonno potevano diffondersi su di loro, ma la lampada doveva bruciare “continuamente“. Il sommo sacerdote aveva il compito di assicurare che la luce costante della testimonianza ardesse durante le tristi ore della notte. “ Aaronne lo preparerà nella tenda di convegno, fuori della cortina che sta davanti alla testimonianza”. Il mantenimento di questa luce non era affidato alle cure di Israele, Dio aveva provveduto affinché qualcuno fosse incaricato di vegliare su di essa continuamente.

Ma più avanti leggiamo: “Prenderai pure del fior di farina e ne farai cuocere dodici focacce; ogni focaccia sarà di due decimi di efa. Le metterai in due file, sei per fila, sulla tavola d’oro puro davanti al SIGNORE. Metterai dell’incenso puro sopra ogni fila, e sarà sul pane come un ricordo, come un sacrificio consumato dal fuoco per il SIGNORE. Ogni sabato si disporranno i pani davanti al SIGNORE, sempre; essi saranno forniti dai figli d’Israele; è un patto perenne. I pani apparterranno ad Aaronne e ai suoi figli ed essi li mangeranno in luogo santo; poiché saranno per loro cosa santissima tra i sacrifici consumati dal fuoco per il SIGNORE. È una legge perenne” (5-9). Non si parla di lievito in questi pani. Rappresentano, non ho dubbi, Cristo, in rapporto immediato con “le dodici tribù di Israele”. Essi erano esposti nel santuario davanti al Signore sulla tavola d’oro puro per sette giorni, dopo di che diventavano il nutrimento di Aronne e dei suoi figli, offrendoci così un’immagine nuova e sorprendente della condizione di Israele agli occhi dell’Eterno, qualunque fosse il suo aspetto esteriore. Le dodici tribù erano continuamente davanti a Lui, il loro ricordo restava per sempre; esse erano disposte secondo un ordine divino, nel santuario, coperte del puro incenso di Cristo e riflesse nella tavola d’oro puro su cui erano disposte, sotto i raggi abbaglianti di queste lampade d’oro che brillano di luce inalterabile durante le ore più buie della notte morale della nazione.

È bene assicurarsi di non sacrificare un sano giudizio o la verità divina, sull’altare dell’immaginazione, quando ci proponiamo di interpretare in questo modo gli utensili del santuario. Impariamo da Ebrei 9:23 che tutte queste cose erano “simboli delle realtà celesti” e da Ebrei 10:1, che erano “un’ombra dei futuri beni”. Quindi ci è permesso credere che ci sono delle “cose ​​nei cieli” che rispondono a “figure” cioè, che c’è una sostanza che risponde ad una “ombra“. In breve, ci è permesso credere che ci sia, “nei cieli“, qualcosa corrispondente al “candelabro“, alla “tavola d’oro” e ai “dodici pani“. Non è un’invenzione umana, ma una verità divina che la fede ha nutrito da sempre. Cosa significava l’altare di Elia, costruito con “dodici pietre” in cima al Monte Carmelo? Non era altro che l’espressione della sua convinzione in questa verità di cui i “dodici pani” erano “l’immagine” o “l’ombra”. Credeva nell’unità indissolubile della nazione, mantenuta davanti a Dio nell’eterna immutabilità della promessa fatta ad Abramo, Isacco e Giacobbe, qualunque fosse la condizione esteriore del popolo. L’uomo potrebbe cercare invano la manifestazione dell’unità delle dodici tribù, ma la fede potrà sempre guardare nel sacro cortile del santuario e vedervi i dodici pani, ricoperti di puro incenso; e anche quando tutto fuori era avvolto dalle ombre della notte, la fede, alla luce delle sette lampade d’oro del candelabro, poteva scorgere nella figura la stessa grande verità, cioè: l’unità indissolubile delle dodici tribù.

Come era allora, così è oggi. La notte è triste e buia. Non c’è, in questo mondo, un solo raggio che possa permetterci di vedere l’unità delle tribù d’Israele. Sono disperse tra le nazioni e disperse agli occhi degli uomini. Ma la loro memoria è davanti all’Eterno. La fede le riconosce, perché sa che “tutte le promesse di Dio hanno il loro “sì” in lui; perciò pure per mezzo di lui noi pronunciamo l’Amen alla gloria di Dio” (2 Corinzi 1:20). Vede, alla luce perfetta dello Spirito, la memoria delle dodici tribù fedelmente conservate nel santuario. Ascoltiamo questi nobili accenti di fede: “E ora sono chiamato in giudizio per la speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri; della quale promessa le nostre dodici tribù, che servono con fervore Dio notte e giorno, sperano di vedere il compimento. Per questa speranza, o re, sono accusato dai Giudei!” (Atti 26:6-7).Ora, se il re Agrippa avesse chiesto a Paolo: “Dove sono le dodici tribù?” Avrebbe potuto mostrargliele? No. Ma perché? Era perché non si potevano vedere? No, ma perché Agrippa non aveva occhi per vederle. Le dodici tribù erano ben oltre la portata della visione di Agrippa. Ci voleva l’occhio della fede e la luce dello Spirito di Dio per poter discernere i dodici pani, disposti sulla tavola d’oro puro nel santuario di Dio. Erano lì, e Paolo le vedeva lì, anche se il momento in cui ha espresso la sua sublime convinzione era uno dei più oscuri nella storia delle dodici tribù. La fede non si lascia governare dalle apparenze. Ella si pone sull’alta roccia della parola eterna di Dio e, in tutta la calma e la sicurezza di questa santa elevazione, si nutre della parola immutabile di Colui che non può mentire. L’incredulità può guardare stupidamente qua e là e chiedere: “Dove sono le dodici tribù?” oppure: “Come possono essere trovate e ristabilite? È impossibile rispondere. Non perché non ci sia risposta da dare, ma perché l’incredulità è totalmente incapace di arrivare all’altezza in cui la risposta può essere compresa. La fede è certa che il ricordo delle dodici tribù d’Israele è davanti agli occhi del Dio d’Israele, così come è certo il fatto che i dodici pani erano esposti ogni sabato sulla tavola d’oro. Ma chi potrebbe convincere lo scettico o l’infedele di tutto questo? Chi farà credere una tale verità a coloro che si lasciano governare, in tutto, dalla ragione o dal buon senso, e che non sanno cosa vuol dire sperare contro ogni speranza? La fede trova certezze divine ed eterne realtà in mezzo a cose dove la ragione ed il senso comune non vedono assolutamente nulla. Oh! che possiamo avere una fede più profonda! Che possiamo cogliere, con più intenso fervore, ogni parola che esce dalla bocca del Signore, e nutrircene con tutta la semplicità di un bambino!

Arriviamo ora al secondo punto del nostro capitolo: conoscere l’apostasia di Israele secondo la carne ed il giudizio divino che ne fu la conseguenza.

Il figlio di una donna israelita e di un Egiziano, trovandosi in mezzo a degli Israeliti, venne a diverbio con un figlio d’Israele. Il figlio della israelita bestemmiò il nome del SIGNORE e lo maledisse; perciò fu condotto da Mosè. … Lo misero in prigione, in attesa di sapere che cosa il SIGNORE ordinasse di fare. E il SIGNORE parlò a Mosè, e gli disse: “Conduci quel bestemmiatore fuori dal campo; tutti quelli che lo hanno udito posino le mani sul suo capo e tutta la comunità lo lapidi. … Mosè parlò ai figli d’Israele, i quali portarono quel bestemmiatore fuori dal campo e lo lapidarono. Così i figli d’Israele fecero quello che il SIGNORE aveva ordinato a Mosè” (10-23).

Il posto speciale dato a questa storia dallo scrittore ispirato è toccante ed interessante. Non ho dubbi che sia messo qui per darci l’altro lato del quadro presentato nei primi versetti del capitolo. L’Israele secondo la carne ha gravemente fallito e ha peccato contro l’Eterno. Il nome dell’Eterno è stato bestemmiato tra i gentili. L’ira è venuta sulla nazione, ed i giudizi di un Dio offeso sono caduti su di lei. Ma si avvicina il giorno in cui l’oscura e densa nube del giudizio si dissolverà e allora, le dodici tribù nella loro indissolubile unità, si presenteranno davanti a tutte le nazioni come un monumento stupefacente della fedeltà e della bontà dell’Eterno. “In quel giorno dirai: “Io ti lodo, SIGNORE! Infatti, dopo esserti adirato con me, la tua ira si è calmata, e tu mi hai consolato. Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, e non avrò paura di nulla; poiché il SIGNORE, il SIGNORE è la mia forza e il mio cantico; egli è stato la mia salvezza”. Voi attingerete con gioia l’acqua dalle fonti della salvezza, e in quel giorno direte: “Lodate il SIGNORE, invocate il suo nome, fate conoscere le sue opere tra i popoli, proclamate che il suo nome è eccelso! Salmeggiate al SIGNORE, perché ha fatto cose grandiose; siano esse note a tutta la terra! Abitante di Sion, grida, esulta, poiché il Santo d’Israele è grande in mezzo a te” (Isaia 12). “Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: “Il liberatore verrà da Sion. Egli allontanerà da Giacobbe l’empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati”. Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, così anch’essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch’essi misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti. Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! Infatti “chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?”. Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen” (Romani 11:25-36).

Si potrebbero moltiplicare i passi per dimostrare che, sebbene Israele sia sotto il giudizio di Dio a causa del peccato, tuttavia “i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili”; e, sebbene il bestemmiatore venga lapidato fuori dal campo, i dodici pani rimangono intatti nel santuario. La voce dei profeti proclama e la voce degli apostoli ripete la gloriosa verità che “tutto Israele sarà salvato” e non perché non abbiano peccato, ma “perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili”. I cristiani si guardino dal disprezzare “le promesse fatte ai padri”. Se queste promesse vengono dimenticate o mal applicate, il nostro senso morale della divina integrità e correttezza dell’intera Scrittura ne risulterà sicuramente indebolito. Se possiamo tralasciare una parte, possiamo fare lo stesso con un’altra. Se un passo può essere interpretato vagamente, lo stesso si può fare con un altro; e così accadrebbe che finiremmo per perdere quella beata certezza che costituisce il nostro riposo riguardo a tutto ciò che il Signore ha dichiarato. Diremo di più su questo trattando gli ultimi capitoli del nostro Libro.

Il paese di Canaan conservato per Israele – Capitolo 25

Il lettore intelligente noterà una grande connessione morale tra questo capitolo e il precedente. Nel capitolo 24 apprendiamo che la casa d’Israele è custodita per la terra di Canaan. Nel capitolo 25 apprendiamo che la terra di Canaan è riservata alla casa d’Israele. Mettendo insieme i due aspetti abbiamo la dichiarazione di una verità, che nessuna potenza sulla terra o all’inferno può cancellare: “Tutto Israele sarà salvato” (Romani 11:26) e “la terra non sarà venduta per sempre” (cfr. vrs. 23). La prima di queste affermazioni stabilisce un principio che è rimasto come una roccia in mezzo a un mare di interpretazioni diverse, mentre la seconda afferma un fatto che molte nazioni incirconcise hanno cercato invano di ignorare.

Il lettore noterà senza dubbio il modo peculiare in cui si apre il nostro capitolo: “Il SIGNORE parlò ancora a Mosè sul monte Sinai” (25:1). La maggior parte delle comunicazioni contenute nel libro del Levitico sono “dalla tenda di convegno” e ciò è facilmente spiegabile. Queste comunicazioni avevano un rapporto speciale con il servizio, la comunione e il culto dei sacerdoti, o con lo stato morale del popolo, e per questo venivano fatte con molta naturalezza dalla “tenda del convegno“, questo grande centro di tutto ciò che apparteneva, in qualsiasi modo, al servizio sacerdotale. Qui, tuttavia, la comunicazione avviene da un luogo completamente diverso: “Il SIGNORE parlò ancora a Mosè sul monte Sinai”. Ora, noi sappiamo che nella Scrittura ogni frase ha un significato speciale e proprio e ci è permesso aspettarci dal “Monte Sinai” un tipo di comunicazione diverso da quello che ci viene dalla “tenda di convegno“. Infatti, il ​​capitolo a cui siamo giunti tratta dei diritti dell’Eterno come SIGNORE di tutta la terra. Non si tratta più del servizio e della comunione di una casa sacerdotale, o dei regolamenti interni della nazione, ma dei diritti di Dio in governo, del diritto che ha di dare, a un certo popolo, una certa porzione della terra, che essi devono occupare come inquilini. Insomma, non è l’Eterno della “tenda di convegno”, luogo di culto; ma l’Eterno del “Monte Sinai“, sede del governo.

“Il SIGNORE parlò ancora a Mosè sul monte Sinai, e gli disse: “Dirai così ai figli d’Israele: “Quando sarete entrati nel paese che io vi do, la terra dovrà avere il suo tempo di riposo consacrato al SIGNORE. Per sei anni seminerai il tuo campo, per sei anni poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; ma il settimo anno sarà un sabato, un riposo completo per la terra, un sabato in onore del SIGNORE; non seminerai il tuo campo, né poterai la tua vigna. Non mieterai quello che nascerà da sé dal seme caduto nella tua raccolta precedente e non vendemmierai l’uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra. Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo, servirà di nutrimento a te, al tuo servo, alla tua serva, all’operaio e al tuo forestiero che stanno da te, al tuo bestiame e agli animali che sono nel tuo paese; tutto il suo prodotto servirà per loro nutrimento” (1-7).

Ecco dunque il tratto caratteristico della terra dell’Eterno. Voleva che si godesse un anno sabbatico, e in quell’anno ci sarebbe stata la prova della ricca profusione con cui avrebbe benedetto coloro che erano i suoi inquilini. Vassalli felici e privilegiati! Che onore dipendere direttamente dall’Eterno! Nessun affitto, niente imposte, niente tasse! Si potrebbe dire giustamente: “Beato il popolo che è in tale stato, beato il popolo il cui Dio è il SIGNORE” (Salmo 144:15). Lo sappiamo, ahimè! che gli Israeliti non riuscirono a prendere il pieno possesso di quella terra fortunata, di cui l’Eterno aveva loro fatto dono. Gliela aveva donata interamente ma ne hanno preso possesso solo una parte, e questo per un po’ di tempo. Tuttavia, è ancora lì; la proprietà c’è, anche se per il momento i tenutari sono rigettati. “Le terre non si venderanno per sempre; perché la terra è mia e voi state da me come stranieri e ospiti” (25:23). Cosa significa questo se non che Canaan appartiene in modo speciale all’Eterno e vuole che le tribù d’Israele lo occupino per Lui? È vero che tutta “la terra è dell’Eterno” ma questa è un’altra cosa. È evidente che si è compiaciuto, nei Suoi insondabili consigli, di prendere un possesso speciale della terra di Canaan, e sottoporre quella terra a un trattamento speciale, separarla da tutti gli altri paesi chiamandola Sua, e distinguerla da giudizi, ordinanze e feste solenni periodiche, la cui sola contemplazione illumina l’intelligenza e tocca il cuore. Dove leggiamo che c’è una terra in tutto il mondo che gode di un anno di completo riposo, un anno della più ricca abbondanza? Il razionalista chiederà: “Come si possono fare queste cose?” Lo scettico dubiterà che siano possibili, ma la fede riceve una risposta soddisfacente dalla stessa bocca del Signore: “Se dite: “Che mangeremo il settimo anno, visto che non semineremo e non faremo raccolta?”. Io disporrò che la mia benedizione venga su di voi il sesto anno ed esso vi darà una raccolta sufficiente per tre anni. L’ottavo anno seminerete e mangerete della vecchia raccolta fino al nono anno; mangerete della raccolta vecchia finché sia venuta la nuova” (20-22). L’uomo naturale avrebbe potuto dire: “ Che mangeremo … visto che non semineremo?” La risposta di Dio era: “ Io disporrò che la mia benedizione venga su di voi”. La “benedizione” di Dio è mille volte migliore della “semina” dell’uomo (Proverbi 10:22). Non voleva lasciarli affamati nell’anno sabbatico. Dovevano nutrirsi dei frutti della Sua benedizione mentre celebravano il Suo anno di riposo, l’anno che rappresentava il sabato eterno che resta per il popolo di Dio (Ebrei 4:9).

Conterai pure sette settimane di anni: sette volte sette anni; e queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Poi, il decimo giorno del settimo mese farai squillare la tromba; il giorno delle espiazioni farete squillare la tromba per tutto il paese” (8-9). È particolarmente interessante osservare in quanti modi diversi il riposo millenario fosse rappresentato nell’economia giudaica. Ogni settimo anno era un anno sabbatico, e dopo sette volte sette anni c’era un giubileo. Ognuna di queste tipiche solennità e tutte queste solennità presentavano all’occhio della fede la beata prospettiva di un tempo in cui il lavoro e la fatica sarebbero cessati, quando “il sudore della fronte” non sarebbe stato più necessario per soddisfare i bisogni della fame, ma dove una terra millenaria, arricchita dalle abbondanti piogge della grazia divina, e fecondata dai raggi fulgidi del sole di giustizia, avrebbe riversato la sua abbondanza nei granai e nei tini del popolo di Dio. Tempi felici, gente felice! Com’è dolce essere certi che queste cose non sono quadri fantasiosi, o giochi di fantasia, ma verità reali della rivelazione divina, che devono essere godute dalla fede, che è “certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1).

Di tutte le solennità ebraiche, il giubileo sembra essere stato il più commovente e il più gioioso. Era in connessione immediata con il grande “giorno dell’espiazione. Fu quando il sangue della vittima fu sparso, che il suono di liberazione della tromba giubilare si udì sulle colline e nelle valli della terra di Canaan. Questo suono tanto desiderato era destinato a risvegliare la nazione al cuore stesso del suo essere morale, di scuotere l’anima nelle sue profondità più segrete e di far scorrere un fiume brillante di gioia divina e ineffabile da un capo all’altro del paese: “il giorno delle espiazioni farete squillare la tromba per tutto il paese”.

Ogni angolo del paese doveva essere visitato dal quel gioioso suono. L’aspetto del giubileo era vasto quanto l’aspetto della propiziazione, su cui si fondava il giubileo.

Santificherete il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e ognuno di voi tornerà nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non seminerete e non raccoglierete quello che i campi produrranno da sé, e non vendemmierete le vigne incolte. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; mangerete quel che i campi hanno prodotto in precedenza. In questo anno del giubileo ciascuno tornerà in possesso del suo” (10-13).

Tutte le classi e tutte le condizioni del popolo potevano sentire l’influenza santa e benefica di questa nobile istituzione. L’esiliato tornava in patria; il prigioniero era liberato; il debitore è sciolto dal debito; ogni famiglia riapriva il proprio seno per accogliere nuovamente i membri che erano stati allontanati da tempo; ogni eredità o possesso trovava il suo proprietario. Al suono della tromba, segnale desiderato ed atteso, il prigioniero fu libero; lo schiavo gettò via da lui le catene; l’assassino involontario riprese la strada di casa; i poveri e coloro che si erano rovinati ripresero possesso delle eredità perdute. Non appena il suono tanto desiderato della tromba fu udito, il potente flusso di benedizioni si levò maestoso e fece sentire i suoi echi di gioia anche nei luoghi più remoti della terra favorita dell’Eterno.

Se vendete qualcosa al vostro prossimo o se comprate qualcosa da lui, nessuno inganni il suo prossimo. Quando comprerai del terreno dal tuo prossimo, stabilirai il prezzo in base agli anni passati dall’ultimo giubileo, ed egli venderà a te in ragione degli anni in cui si potrà avere raccolto. Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; e quanto minore sarà il tempo, tanto calerai il prezzo, poiché egli ti vende il numero delle raccolte. Nessuno di voi danneggi il suo prossimo, ma temerai il tuo Dio; poiché io sono il SIGNORE vostro Dio” (14-17). L’anno del giubileo ricordava sia al compratore che al venditore che la terra apparteneva al Signore e non doveva essere venduta. Si poteva vendere “il raccolto“, ma era tutto qui. L’Eterno non avrebbe ceduto la terra a nessuno. È importante far entrare questo pensiero nella mente. Se la terra di Canaan non deve essere venduta, se l’Eterno dichiara che è Sua per sempre, allora per chi la vuole? Chi dovrebbero essere i suoi tenutari? Coloro ai quali l’ha data con un patto eterno, di possederla “finché dura la luna”, cioè di generazione in generazione (Salmo 72:5).

In tutta la terra, a giudizio di Dio, non c’è un luogo come il paese di Canaan. Là l’Eterno stabilì il Suo trono e il Suo santuario; là officiavano continuamente i Suoi sacerdoti davanti a Lui; era lì che si udiva la voce dei Suoi profeti, che annunziavano la rovina presente, la restaurazione e la gloria futura; è lì che Giovanni Battista iniziò, continuò e terminò la sua carriera di precursore del Messia; lì, da una donna, nacque il Salvatore; lì fu battezzato, predicò e insegnò; lì operò e morì; di là salì trionfante alla destra di Dio; fu lì che lo Spirito Santo discese con potenza nel giorno di Pentecoste; di là il vangelo si diffuse fino ai confini della terra; è là che presto discenderà il Signore della gloria e “in quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi” (Zaccaria 14:4). È lì che il Suo trono sarà ristabilito e la sua adorazione restaurata. Insomma, i Suoi occhi e il Suo cuore sono ancora lì. La polvere di Gerusalemme Gli è preziosa, è il centro di tutti i Suoi pensieri e di tutte le Sue opere in relazione a questa terra, ed è Sua intenzione farne qualcosa di una eccellenza eterna, la gioia di migliaia di generazioni.

Lo ripeto: è estremamente importante cogliere queste interessanti verità sulla terra di Canaan. L’Eterno ha detto di questa terra: “È mia“. Chi gliela prenderà? Dov’è il re o l’imperatore, dov’è il potere umano o diabolico che può strappare questa “deliziosa proprietà” (Geremia 12:10) al possente abbraccio dell’Eterno? È vero che è stata una fonte di dibattito, il pomo della discordia per tutte le nazioni. È stata, e continuerà ad essere il teatro e il centro di crudeli guerre e carneficine, ma, ben al di sopra del rumore delle battaglie e delle contese delle nazioni, queste parole si fanno udire con divina chiarezza e potenza, all’orecchio della fede: “Questa terra è mia“. L’Eterno non può abbandonare questa terra, né queste “dodici tribù“, per mezzo delle quali le erediterà per sempre. Che il mio lettore pensi a questo e che ci pensi seriamente. Si guardi da ogni idea di indifferenza e da ogni vaga interpretazione su questo argomento. Dio non ha rigettato il Suo popolo né la terra che ha giurato di dare loro in possesso perpetuo. “I dodici pani” del capitolo 24 del Levitico testimoniano la verità di questa prima affermazione e “il giubileo” di Levitico 25 testimonia la verità della seconda. Il memoriale delle “dodici tribù d’Israele” è ancora davanti al Signore, e si avvicina rapidamente il tempo in cui la tromba giubilare suonerà sulle montagne della Palestina. Allora, nella realtà, il prigioniero getterà via da lui le catene ignominiose che ha portato così a lungo, allora l’esule tornerà in quel paese felice, da cui è stato bandito per tanto tempo. Allora, ogni debito sarà cancellato, ogni fardello sarà tolto e ogni lacrima sarà asciugata. “Poiché così parla il SIGNORE: “Ecco, io dirigerò la pace verso di lei (Gerusalemme) come un fiume, la ricchezza delle nazioni come un torrente che straripa, e voi sarete allattati, sarete portati in braccio, accarezzati sulle ginocchia. Come un uomo consolato da sua madre così io consolerò voi, e sarete consolati in Gerusalemme”. Voi lo vedrete; il vostro cuore gioirà, le vostre ossa, come l’erba, riprenderanno vigore; la mano del SIGNORE si farà conoscere in favore dei suoi servi, e la sua indignazione, contro i suoi nemici. Poiché ecco, il SIGNORE verrà nel fuoco, e i suoi carri saranno come l’uragano per dare la retribuzione della sua ira furente, per eseguire le sue minacce con fiamme di fuoco. Poiché il SIGNORE eserciterà il suo giudizio con fuoco e spada, contro ogni carne; gli uccisi dal SIGNORE saranno molti. … “Io conosco le loro opere e i loro pensieri; il tempo è giunto per raccogliere tutte le nazioni e tutte le lingue; esse verranno e vedranno la mia gloria. Io metterò un segnale tra di loro, e manderò alcuni dei loro scampati alle nazioni, a Tarsis, a Pul e a Lud che tirano d’arco, a Tubal e a Iavan, alle isole lontane, che non hanno mai udito la mia fama e non hanno mai visto la mia gloria; essi proclameranno la mia gloria tra le nazioni. Ricondurranno tutti i vostri fratelli, da tutte le nazioni, come un’offerta al SIGNORE, su cavalli, su carri, su lettighe, su muli, su dromedari, al mio monte santo, a Gerusalemme”, dice il SIGNORE, “nel modo in cui i figli d’Israele portano le loro offerte in un vaso puro alla casa del SIGNORE. In mezzo a loro ne sceglierò come sacerdoti e come Leviti”, dice il SIGNORE. “Infatti, come i nuovi cieli e la nuova terra che io sto per creare rimarranno stabili davanti a me”, dice il SIGNORE, “così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome. Avverrà che, di novilunio in novilunio e di sabato in sabato, ogni carne verrà a prostrarsi davanti a me”, dice il SIGNORE” (Isaia 66:12-23).

Ed ora, consideriamo per un momento l’effetto pratico del giubileo, la sua influenza sulle transazioni da uomo a uomo. “Se vendete qualcosa al vostro prossimo o se comprate qualcosa da lui, nessuno inganni il suo prossimo. Quando comprerai del terreno dal tuo prossimo, stabilirai il prezzo in base agli anni passati dall’ultimo giubileo, ed egli venderà a te in ragione degli anni in cui si potrà avere raccolto “ (14-15).

La scala dei prezzi doveva essere regolata dal giubileo. Se questo glorioso evento era vicino, il prezzo era basso; se era lontano, il prezzo era alto. Tutti i contratti umani riguardanti la terra furono annullati nell’istante in cui suonò la tromba del giubileo poiché la terra era nelle mani dell’Eterno ed il giubileo riportò ogni cosa alla sua condizione originale.

Questo ci insegna una grande lezione. Se i nostri cuori nutrono la speranza costante del ritorno del Signore, daremo poco valore a tutte le cose terrene. È moralmente impossibile che possiamo essere nell’atteggiamento di attesa del Figlio che viene dal cielo e non essere distaccati da questo mondo. “La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino” (Filippesi 4:5). Si può adottare “la dottrina del millennio” o, come si dice, “la dottrina della seconda venuta”, ed essere ancora occupati di questo mondo ma colui che vive nell’attesa abituale dell’apparizione di Cristo deve essere separato da ciò che sarà giudicato e distrutto quando verrà. Non si tratta della brevità e dell’incertezza della vita umana, cose del tutto vere; né della natura transitoria e insoddisfacente delle cose di quaggiù, anche queste vere. È qualcosa di molto più potente e di maggiore influenza di tutto questo, ed è: “Il Signore è vicino“. Possano i nostri cuori essere toccati e la nostra condotta influenzata in ogni cosa da questa preziosa e santificante verità!

Benedizioni e maledizioni – Capitolo 26

Questo capitolo richiede poche spiegazioni. Contiene un resoconto solenne e commovente delle benedizioni dell’obbedienza da un lato e delle terribili conseguenze della disobbedienza dall’altro. Se Israele avesse camminato in obbedienza, sarebbe stato invincibile: “Io farò sì che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; farò sparire dal paese le bestie feroci e la spada non passerà per il vostro paese. Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi per la spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila, e i vostri nemici cadranno davanti a voi per la spada. Io mi volgerò verso di voi, vi renderò fecondi e vi moltiplicherò e manterrò il mio patto con voi. Voi mangerete il raccolto dell’anno precedente e, quando sarà vecchio, lo tirerete fuori per fare posto a quello nuovo. Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi detesterò. Camminerò tra di voi, sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo. Io sono il SIGNORE vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta” (6-13).

La presenza di Dio sarebbe sempre stata il loro riparo ed il loro scudo. Nessuna arma forgiata contro di loro avrebbe avuto successo, ma la presenza divina non poteva essere posseduta che da un popolo obbediente. L’Eterno non poteva sanzionare la disobbedienza e la malvagità con la Sua presenza. Le nazioni idolatre tutt’intorno potevano contare sul loro valore e sulle loro risorse militari, ma Israele poteva solo riposare sul braccio dell’Eterno, e quel braccio non poteva mai essere allargato per proteggere l’empietà e la ribellione. La loro forza era quella di camminare con Dio in uno spirito di dipendenza e obbedienza. Finché camminavano in questo modo, c’era un muro di fuoco intorno a loro per proteggerli da tutti i nemici e pericoli.

Ma purtroppo Israele ha fallito sotto tutti gli aspetti. Nonostante il quadro solenne e spaventoso messo davanti ai loro occhi nei versetti da 14 a 33 di questo capitolo, hanno abbandonato l’Eterno ed hanno servito altri dei e così hanno portato su di sé i terribili giudizi con cui erano stati minacciati e la cui sola lettura basta a far venire i brividi. Sono ancora, in questo momento, sotto il peso di questi giudizi. Dispersi e depredati, consumati ed esiliati, sono monumenti dell’inflessibile giustizia e verità dell’Eterno. Ovviamente insegnano a tutte le nazioni della terra una seria lezione sull’argomento del governo morale di Dio, lezione che queste nazioni farebbero bene a studiare attentamente, una lezione che i nostri stessi cuori dovrebbero approfondire.

Siamo facilmente inclini a confondere due cose che sono chiaramente distinte nella Parola, vale a dire, il governo di Dio e la grazia di Dio. Questa confusione porta a spiacevoli risultati. Indebolisce in noi il sentimento della maestà e solennità del governo, come pure quello della purezza, della pienezza e dell’elevazione della grazia. È vero che, nel suo governo, Dio si riserva il diritto sovrano di agire con pazienza, longanimità e misericordia ma l’esercizio di questi attributi, in relazione al Suo trono di governo, non deve mai essere confuso con gli atti incondizionati della grazia pura e assoluta.

Il capitolo davanti a noi è come un resoconto sul governo divino, e tuttavia vi troviamo clausole come questa: “Confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, l’iniquità delle trasgressioni commesse contro di me e della resistenza oppostami, peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro e deportarli nel paese dei loro nemici; ma allora se il cuore loro incirconciso si umilierà e se accetteranno la punizione della loro iniquità, io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, mi ricorderò del mio patto con Isacco e del mio patto con Abraamo, e mi ricorderò del paese; poiché il paese sarà abbandonato da loro e si godrà i suoi sabati mentre rimarrà desolato, senza di loro. Essi sconteranno la loro colpa per aver detestato le mie prescrizioni e avere avuto in avversione le mie leggi. Ma, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li prenderò in avversione fino al punto d’annientarli del tutto e di rompere il mio patto con loro; poiché io sono il SIGNORE loro Dio; ma per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto, sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il SIGNORE” (40-45).

Qui vediamo Dio in governo, che risponde con paziente misericordia ai primi e più deboli sospiri di un cuore spezzato e pentito. La storia dei giudici e dei re presenta molti esempi dell’esercizio di questo benedetto attributo del governo divino. Più volte l’anima dell’Eterno si addolorò per amore di Israele (Giudici 10:16), e mandò loro liberatore dopo liberatore, finché alla fine non rimase più speranza e l’onore del Suo trono richiese la loro espulsione dal paese che erano del tutto indegni di occupare.

Tutto questo riguarda il governo, ma presto Israele entrerà in possesso della terra di Canaan in virtù della grazia immutabile e ineffabile, una grazia esercitata nella giustizia divina, mediante il sangue della croce. Non sarà per le opere della legge, né per le istituzioni di una dispensazione transitoria, ma per questa grazia che regna “mediante la giustizia … per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Romani 5:21). Questo è il motivo per cui non saranno mai più cacciati dai loro possedimenti. Nessun nemico li disturberà di più. Godranno di un riposo perfetto dietro lo scudo del favore dell’Eterno. Il loro possesso della terra sarà secondo l’eterna stabilità della grazia divina e l’efficacia del sangue del patto eterno. Saranno salvati “dal SIGNORE mediante una salvezza eterna” (Isaia 45:17).

Possa lo Spirito di Dio portarci a una comprensione più vasta della verità divina e dotarci di una maggiore capacità di giudicare le cose che differiscono e di esporle correttamente, o come è scritto: “che tagli rettamente la parola della verità” (2 Timoteo 2:15).

I voti e le decime – Capitolo 27

Quest’ultima parte del nostro libro tratta del “voto” cioè dell’atto volontario con cui una persona consacra se stesso o ciò che era suo, all’Eterno. “Il SIGNORE disse ancora a Mosè: Parla ai figli d’Israele e di’ loro: “Se qualcuno farà un voto per consacrare una persona al SIGNORE, tu ne stimerai il costo …  la tua stima sarà … secondo il siclo del santuario” (1-3).

Ora, nel caso di una persona che dedicasse se stessa, o uno dei suoi animali o la sua casa, o il suo campo all’Eterno, era evidentemente una questione di capacità o di valore; ecco perché c’era una certa scala di valutazione, a seconda dell’età. Mosè, come rappresentante dei diritti di Dio, era chiamato a stimare, in ogni caso, secondo la regola del santuario. Se un uomo si impegnava a fare un voto, doveva essere messo alla prova per mezzo della misura della giustizia e inoltre, in ogni caso, bisogna distinguere tra capacità e diritto. In Esodo 30:15 leggiamo, riguardo al denaro del riscatto: “Il ricco non darà di più, né il povero darà meno di mezzo siclo, quando si darà l’offerta al SIGNORE per il riscatto delle vostre vite”. Quando si trattava di riscatto erano tutti sullo stesso livello e deve sempre essere così. Nobili e popolani, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, vecchi e giovani, hanno tutti un requisito in comune: “Non c’è differenza“. Tutti, sussistono allo stesso modo sul principio del valore infinito del sangue di Cristo. Ci può essere un’enorme differenza di capacità, ma nel requisito non ce n’è. Ci può essere un’enorme differenza nelle esperienze, ma per quanto riguarda il requisito non ce n’è. Può esserci un’enorme differenza nella conoscenza, nei doni e nei frutti ma nel requisito non ce n’è. Il germoglio e il grande albero, il bambino e il padre, il convertito di ieri e il credente affermato sono tutti sullo stesso piano. “Il ricco non darà di più, né il povero darà meno”. Non si poteva dare di più, non si poteva ricevere nulla di meno. “Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù” (Ebrei 10:19). Questo è il nostro requisito per entrare. Una volta entrati, la nostra capacità di adorare dipenderà dalla nostra energia spirituale. Cristo è il nostro requisito; lo Spirito Santo è la nostra capacità; e l’io non ha nulla a che fare, né con l’uno né con l’altro. Che grazia! Entriamo per il sangue di Gesù e, per lo Spirito Santo, godiamo in ciò che troviamo. Il sangue del Signore Gesù apre la porta; lo Spirito Santo ci conduce nella casa. Il sangue del Signore Gesù apre lo scrigno; lo Spirito Santo distribuisce il prezioso contenuto. Il sangue del Signore ci dona lo scrigno; lo Spirito Santo ci rende capaci di apprezzarne i rari e preziosi gioielli.

Ma in Levitico 27 ​​è solo una questione di mezzi, capacità o di valore. Mosè aveva una certa misura, che non poteva abbassare. Aveva una certa regola, dalla quale non poteva deviare. Se qualcuno poteva ottenerlo, era un bene; in caso contrario, doveva prendere il suo posto come conseguenza.

Che cosa si doveva fare allora, nei confronti della persona che non poteva essere all’altezza dei diritti espressi dal rappresentante della giustizia divina? Ascoltate la consolante risposta: “Se chi ha fatto il voto è troppo povero per pagare la somma fissata da te, lo si farà presentare al sacerdote, il quale lo tasserà. Il sacerdote farà una stima, in proporzione dei mezzi di colui che ha fatto il voto” (27:8). In altre parole, se si tratta di sforzi da parte dell’uomo per soddisfare le esigenze della giustizia, allora egli deve soddisfarle. Ma, d’altra parte, se un uomo si sente del tutto incapace di soddisfare queste esigenze, non gli resta che volgersi alla grazia, che lo riceverà così com’è. Mosè è il rappresentante dei diritti della giustizia divina; il sacerdote è il donatore delle risorse della grazia divina. Il povero, che non poteva stare davanti a Mosè, cadeva tra le braccia del sacerdote. Ed è ancora così. Se non possiamo “zappare la terra” (Luca 16:3)possiamo solo “mendicare” e, non appena prendiamo la posizione di mendicante, non si tratta più di ciò che possiamo guadagnare, ma di ciò che Dio è disposto a dare. La grazia coronerà l’opera di Cristo per tutta l’eternità. Quanto siamo felici di essere debitori della grazia! Quanto siamo felici di ricevere, quando Dio è glorificato nel dare! Quando si tratta dell’uomo, è infinitamente meglio zappare la terra che mendicare; ma quando si tratta di Dio, è esattamente l’opposto.

Aggiungerò ancora un pensiero. Penso che l’intero capitolo si riferisca in un modo molto speciale alla nazione di Israele. È strettamente legato ai due capitoli precedenti. Gli israeliti avevano fatto “un voto” ai piedi del monte Horeb, ma non furono assolutamente capaci di soddisfare le esigenze della legge: erano molto “più poveri di quanto li stimasse Mosè” ma, sia benedetto Dio, essi parteciperanno alle ricche provvigioni della grazia divina. Avendo appreso della loro totale incapacità di “zappare la terra“, non si “vergogneranno di mendicare” ed allora sperimenteranno l’immensa felicità che c’è nell’avere a che fare con la grazia sovrana dell’Eterno, che si estende eternamente come una catena d’oro. È bene essere poveri, quando la conoscenza della nostra povertà serve solo a sviluppare davanti a noi le ricchezze inesauribili della grazia divina. Questa grazia non lascia mai nessuno a mani vuote. Non dice mai a nessuno che è troppo povero. Può soddisfare i più grandi bisogni dell’uomo, e non solo, ma è glorificata nel soddisfarli. Questo è vero per ogni singolo peccatore, ed è vero per quanto riguarda Israele che, essendo stato stimato dal legislatore, è stato trovato “più povero della sua stima“. La grazia è la grande e unica risorsa di tutti. È la base della nostra salvezza, la base di una vita di pietà pratica e la base di quelle speranze immortali che ci incoraggiano in mezzo alle prove e alle lotte di questo mondo immerso nel peccato. Che possiamo nutrire un più profondo senso di grazia e un più profondo anelito della gloria!

Termineremo qui le nostre meditazioni su questo Libro così importante e così prezioso. Se Dio userà queste pagine per suscitare in qualche lettore un interesse per questa porzione della Scrittura, che è stata sempre troppo trascurata dalla Chiesa, non saranno state scritte invano.


[1] Ndt – Il termine più corretto è: “propiziazione” (cfr. Ezechiele 45:17b).

[2] NOTA – Qui può essere utile informare il lettore che la parola ebraica resa con “bruciare”, nell’ordinanza dell’olocausto, è completamente differente da quella che è impiegata con “bruciare” nell’ordinanza del sacrificio per il peccato. Questo soggetto è di un interesse particolare e citerei alcuni passi nei quali si trova questa parola. La parola ebraica impiegata, quando si tratta dell’olocausto, significa: “incenso” o “bruciare l’incenso” e si trova, con uno di questi significati nei passi seguenti: “Sarà fatta bruciare (o: fumare) per intero” (Levitico 6:15), “Mettono l’incenso sotto le tue narici e l’olocausto sopra il tuo altare” (Deuteronomio 33:10), “Farai pure un altare per bruciarvi sopra il profumo” (Esodo 30:1), “… e il profumo di montoni” (Salmo 66:15), “I profumi che avete offerti nelle città di Giuda” (Geremia 44:21), “Profumata di mirra e d’incenso” (Cantico dei cantici 3:6). I passi si potrebbero moltiplicare, ma quelli citati sono sufficienti per far comprendere quale sia l’impiego della parola della quale parliamo nell’ordinanza dell’olocausto.

La parola ebraica resa con “bruciare”, in rapporto con l’offerta per il peccato, significa bruciare in generale e si trova nei seguenti passi: “Facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!” (Genesi 11:3), “Mosè si mise alla ricerca del capro del sacrificio espiatorio, ma esso era stato bruciato” (Levitico 10:16), “Ne bruciarono una grandissima quantità” (2 Cronache 16:14). È da questo verbo che deriva la parola “Serafini” letteralmente: “Coloro che bruciano” (Isaia 6) e la stessa parola indica anche i “serpenti velenosi (o: ardenti)” (Numeri 21:6 – Ndt – cfr. Versione Diodati).

Così, non soltanto l’offerta per il peccato era bruciata in un luogo differente da quella per l’olocausto, ma lo Spirito santo impiega anche un diverso termine per esprimere l’atto con il quale era consumato. Questa distinzione non è affatto da poco e credo che lo Spirito Santo si manifesti anche nell’impiego che fa dei due termini di cui parliamo e anche su questo punto fa risaltare la differenza che esiste tra le due offerte. Il lettore spirituale attribuirà a questa distinzione il valore che gli appartiene.

[3] NOTA – Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Galati 4:4). Questo è uno dei versetti più importanti in quanto presenta il nostro Signore come Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo: “Dio mandò suo Figlio, nato da donna”. Che preziosa testimonianza!

[4] NdT – Il socinianesimo è una forma di antitrinitarianismo o unitarianismo, che prende nome dai pensatori e riformatori senesi Lelio e Fausto Sozzini (o Socini).

[5] NOTA – È importante comprendere, in questo bel passo, che la volontà di Dio porta l’anima ad una relazione con Cristo. È quello che i fratelli secondo la carne non conoscevano ancora. Essi non andavano a Lui che per motivi puramente naturali. È vero, relativamente a loro come relativamente a tutti gli altri, che “se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3:3). Il solo fatto di essere la madre di Gesù non avrebbe potuto salvarla. Occorreva una fede personale in Cristo così come a tutti gli altri membri della famiglia decaduta di Adamo. Ella doveva, nascendo di nuovo, passare dalla vecchia creazione a quella nuova. Conservando le parole di Cristo nel suo cuore, questa donna benedetta fu salvata. Senza dubbio ella fu onorata del “grande favore di Dio” essendo stata scelta come un vaso per questo scopo salvifico ma, in seguito, come peccatrice perduta, ha dovuto “rallegrarsi in Dio Salvatore” allo stesso modo di ogni altra anima. È sullo stesso terreno, lavata dallo stesso sangue, rivestita della stessa giustizia e canterà lo stesso cantico di liberazione di tutti gli altri riscattati del Signore.

Questo semplice fatto darà più forza e chiarezza ad una considerazione che abbiamo già espresso, cioè, sapere che l’incarnazione non consiste, per Cristo, di prendere la nostra natura unita a Se stesso. Questa verità vale la pena di essere seriamente pesata. Essa scaturisce da 2 Corinzi 5:14-17: “Infatti l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; e ch’egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Quindi, da ora in poi, noi non conosciamo più nessuno da un punto di vista umano, e, se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così. Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove”.

[6] Nota: “Il petto” e “la coscia destra” sono la figura rispettivamente dell’amore e della potenza, degli affetti e della forza.

[7] Nota: C’è molta forza e bellezza in Levitico 7:31: “Il petto sarà di Aaronne e dei suoi figli”. Tutti i veri credenti hanno il privilegio di potersi nutrire degli affetti di Cristo, dell’amore immutabile di questo cuore che batte per loro in un amore immutabile ed eterno.

[8] NOTA – Il lettore ricorderà che il soggetto qui trattato lascia interamente intatta l’importante e pratica verità insegnata in Giovanni 14:21-23 vale a dire l’amore particolare del Padre per un figlio obbediente e la comunione tutta speciale di un figlio con il Padre ed il Figlio. Possa questa verità essere impressa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo.

[9] NOTA – Il caso di Simon Mago può presentare qualche difficoltà al lettore. Ma è chiaro che un uomo che era “pieno d’amarezza e prigioniero d’iniquità” (Atti 8:23) non può essere preso come esempio per i figlioli di Dio. Il suo caso non ha nulla a che fare con la dottrina di 1 Giovanni 1:9. Non era nella relazione di figliolo e quindi non era oggetto dell’intercessione di Cristo. Aggiungerò inoltre che l’argomento della preghiera del Signore non è affatto coinvolto in quanto detto sopra. Desidero restare nei limiti del passo su cui siamo occupati. Dobbiamo evitare di stabilire regole ferree. Un’anima può gridare a Dio in qualsiasi momento per chiedere ciò di cui ha bisogno. Egli è sempre pronto ad ascoltare e a rispondere.

[10] NOTA – La versione inglese rende: “sacrifico di pace” quello che la versione francese rende “sacrificio di prosperità”.  NdT – Nelle versioni italiane: “sacrificio di riconoscenza”; per questo le menzioniamo tutte e tre.

[11] NOTA – C’è questa differenza tra l’offerta per “uno dei capi” e quella per “qualcuno del popolo: che nella prima era “un maschio senza difetto” e nella seconda “una femmina senza difetto”. Il peccato di uno dei capi del popolo deve necessariamente avere un’influenza maggiore di quella di una persona comune; quindi, era necessaria un’applicazione più potente del valore del sangue. Nel capitolo 5:13, troviamo casi che richiedevano un’applicazione ancora inferiore del sacrificio per il peccato, come i casi di giuramento o l’aver toccato una cosa contaminata, per i quali “la decima parte di un’efa di fior di farina” era accettata come offerta per il peccato (cfr. 5:11-13). Che contrasto tra l’espiazione offerta per mezzo di un capro per uno dei capi e la manciata di farina di un povero! Eppure, in questo, come nell’altro, viene detto: “Sarà perdonato“.

Il lettore osserverà che il capitolo 5:1-13, fa parte dello stesso soggetto del capitolo 4. Entrambi sono contenuti sotto lo stesso titolo e presentano la dottrina del sacrificio per il peccato in tutte le sue applicazioni: dal capro alla manciata di fior di farina. Ogni classe di queste offerte è annunciata da queste parole: “Il SIGNORE disse ancora a Mosè” (così come, per esempio, le offerte di odore soave (capitoli 1-3) hanno come introduzione queste parole: “Il SIGNORE chiamò Mosè“). Queste parole non vengono ripetute fino al capitolo 4:1, dove introducono le offerte per il peccato e le ritroviamo nel capitolo 5:14, dove servono come introduzione alle offerte per le infedeltà ed i peccati involontari “riguardo a ciò che dev’essere consacrato al SIGNORE” ed ancora nel capitolo 5:20, dove introducono le offerte per le offese commesse contro il prossimo.

Questa classificazione è mirabilmente semplice e aiuterà il lettore a comprendere le varie classi di offerte. Quanto ai diversi gradi di ogni classe, che si tratti di un “ toro“, di una “capra“, di un “agnello“, di un “uccello” o di “una manciata di fior di farina“, sembrano essere tante applicazioni diverse della stessa grande verità.

[12] NOTA – Voglio in modo particolare che si ricordi che tutto ciò che è affermato nel testo riguarda l’espiazione. Il lettore cristiano sa perfettamente, non ho dubbi, che possedere la “natura divina” è essenziale per la comunione con Dio. Ho bisogno non solo del diritto di avvicinarmi a Dio, ma anche di una natura che possa goderne. L’anima che crede “nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Giovanni 3:18) ha entrambi (cfr. Giovanni 1:12, 13; 3:36; 5:24; 20:31; 1Giovanni 5:11-13).

[13] NOTA – Alcune persone potrebbero trovarlo difficile, in quanto l’espressione “volontariamente” si riferisce all’adoratore e non al sacrificio; ma questo non può in alcun modo influenzare la dottrina esposta nel testo, che si basa sul fatto che una parola speciale, usata nell’offerta dell’olocausto, è omessa nell’offerta per il peccato. Il contrasto rimane, sia che applichiamo questa parola all’offerente sia che la applichiamo all’offerta.

[14] NOTA – Quanto detto qui riguarda solo i sacrifici per il peccato, il cui sangue era portato nel luogo santo. C’erano altre offerte per il peccato che Aaronne e i suoi figli mangiavano (vedi: Levitico 6:19, 22; Numeri 18: 9, 10).

[15] NOTA – Abbiamo un bell’esempio dell’esattezza delle Scritture in 2 Corinzi 5:21 dove leggiamo: “lo ha fatto diventare peccato per noi (hamartian), affinché noi diventassimo (ginometha) giustizia di Dio in lui

[16] NOTA – L’Epistola agli Efesini offre la visione più elevata della Chiesa e questo non solo quanto ai diritti ma anche nel modo. Il diritto è assicurato dal sangue; ma il modo è così espresso: “Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù” (Efesini 2:4-6).

[17] NOTA – Nell’espressione: “verso il SIGNORE” è contenuto un principio bellissimo. Sebbene la questione fosse un danno fatto al prossimo, tuttavia l’Eterno lo considerava un’offesa contro di Lui. Tutto deve essere considerato in relazione a Dio. Poco importa chi riguarda direttamente, Dio deve venire per primo. Così, quando la coscienza di Davide fu trafitta dalla freccia della convinzione in ciò che aveva fatto a Uria, gridò: “Ho peccato contro il SIGNORE” (2 Samuele 12:13). Questo principio non indebolisce in alcun modo i diritti dell’uomo offeso.

[18] NOTA – Confrontando Matteo 5:23-24 con Matto 18:21:22 impariamo in modo chiaro come dovevano essere risolti i torti e le ingiustizie tra due fratelli. Colui che offendeva viene mandato indietro dall’altare per fare prima i conti con l’offeso questo perché non ci può essere comunione col Padre finché mio fratello ha “qualcosa contro di me”. Notate, poi, quanto è meraviglioso quello che si insegna all’offeso quando si presenta l’offensore: “Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?” E Gesù a lui: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Questa è la maniera divina di risolvere tutte le questioni tra fratelli: “Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi” (Colossesi 3:16).

[19] NOTA – Il Nuovo Testamento distingue in modo esatto il tempio propriamente detto (naos), la casa stessa, divisa in luogo santo in cui i sacerdoti entravano tutti i giorni per fare il servizio (Luca 1:9), ed il luogo santissimo in cui solo il sommo sacerdote entrava una volta all’anno, nel gran giorno dell’espiazione (Ebrei 9:7) e l’insieme e tutti i cortili e gli edifici consacrati, intorno al tempio (hieron – Matt. 21:23, Atti 3:1, 2, 3, ecc.). Tenendo conto di questa differenza, come avrebbero dovuto fare tutte le traduzioni, vediamo che il Signore Gesù non è mai entrato nella casa stessa (naos), perché non era un sacerdote secondo la Legge (Nota del trad.).

[20] NOTA – La comparazione dell’epistola agli Efesini con la prima epistola di Pietro darà al lettore una istruzione preziosa relativamente al doppio aspetto della posizione del credente. La prima lo mostrerà come seduto nel cielo, la seconda come un pellegrino sofferente sulla terra.

[21] NOTA – “Non posso astenermi dal vedere in questo un’allusione allo stesso fatto ed alla stessa verità di Ebrei 12:28-29: “… siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore! Perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante”. Il nostro servizio ed il nostro culto non possono essere graditi a Dio, non possono testimoniare del nostro rispetto per Lui e la nostra sottomissione ai Suoi pensieri se non riteniamo la grazia, cioè l’amore di Dio manifestato nel dono del Suo Figliolo e versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato. Ogni servizio ed ogni culto al di fuori della grazia deve avere a che fare con Dio, il nostro Dio che allora è: un fuoco consumante non per distruggere gli adoratori (accade talvolta che Suoi giudizi arrivino fino alla morte del corpo, questo allo scopo di non condannarci col mondo) ma per consumare e per distruggere tutto quello che in questo servizio ed in questo culto non sono secondo la grazia (cfr. 1 Corinzi 3:11-15).

[22] NOTA Temendo che qualche lettore trovi difficoltà relativamente alle anime di Nadab ed Abiu dico loro che una simile questione non dovrebbe neppure essere sollevata. Nei casi come Nadab ed Abiu (Levitico 10), di Core e di quelli che erano con lui (Numeri 16), di tutto il popolo i cui corpi caddero nel deserto ad eccezione di Giosuè, Caleb (Numeri 14 – Ebrei 3), di Acan e della sua famiglia (Giosuè 7), di Anania e Saffira (Atti 5), di coloro che furono giudicati per gli abusi commessi alla tavola del Signore (1 Corinzi 11) e di tutti i casi simili, la questione della salvezza dell’anima non è mai sollevata. Noi siamo semplicemente chiamati a vedere gli atti solenni di Dio e del Suo governo in mezzo al Suo popolo. Questo solleva lo spirito da ogni difficoltà. In precedenza, l’Eterno abitava tra i cherubini sull’Arca per giudicare il popolo in ogni cosa, ora lo Spirito Santo abita nella Chiesa per dirigere e governare tutto in modo conforme alla Sua presenza. Egli era così realmente e personalmente presente che era a Lui che Anania e Saffira mentivano ed era Lui che esercitava il giudizio su di loro. Fu una manifestazione dei Suoi atti in governo così reale ed immediato come quello che abbiamo nel caso di Nadab ed Abiu, di Acan e di tutti gli altri. È una grande verità che bisogna conoscere: Dio non è soltanto per i servitori ma è con loro ed in loro. Si deve contare su di Lui per ogni cosa grande o piccola. È presente per consolare e per alleviare le pene come è là per punire e giudicare. È là per rispondere ai bisogni del momento. È pienamente sufficiente. Che la nostra fede conti su di Lui: “Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Matteo 18:20), e sicuramente, là dov’è Lui noi abbiamo tutto quello che ci abbisogna.

[23] NOTA – Qualcuno pensa che, visto il posto che occupa qui questa direttiva sul vino, Nadab ed Abiu forse potrebbero essere stati sotto l’influenza di queste bevande quando hanno offerto il “fuoco estraneo”. Sia come sia noi dobbiamo essere riconoscenti di trovare qui un principio prezioso a riguardo della nostra condotta come sacerdoti spirituali. Noi dobbiamo astenerci da tutto quello che produce sul nostro uomo spirituale gli stessi effetti di quello che il vino produce nell’uomo naturale.

Vale la pena di dire che il credente dovrebbe essere più vigilante quanto all’uso che fa del vino o di bevande alcoliche. Tremo, vedendo un credente schiavo di un’abitudine, indipendentemente da quale sia perché questo prova che non mortifica, che non ha assoggettato il proprio corpo e corre il grosso rischio di essere “squalificato” (1 Corinzi 9:27).

[24] NOTA – Qualcuno forse potrà pensare che il passo di Levitico 10:9 permetta occasionalmente l’uso di cose che tendono ad eccitare lo spirito naturale perché è detto: “Non berrete vino né bevande alcoliche quando entrerete nella tenda di convegno”. A questo riguardo rispondiamo che il santuario, per il credente, non è un luogo che deve visitare occasionalmente ma è un luogo nel quale deve abitualmente servire ed adorare. È la sfera nella quale deve “vivere, muoversi ed essere”. Più viviamo alla presenza di Dio e più soffriremo a starne lontani; e chiunque conosca la bellezza di esservi non permetterà con leggerezza che vi sia una minima cosa che lo privi di tale presenza. Non c’è su tutta la terra un solo oggetto che, a giudizio di un cuore spirituale, possa equivalere ad un’ora di comunione con Dio.

[25] NOTA – Dovremmo sempre essere in grado di applicare spiritualmente ai cristiani questo verso di un poeta che diceva dell’uccello: “E anche quando cammina, sentiamo che ha le ali”.

[26] NOTA: Confronta, per quanto riguarda Israele ed il tempio del Signore: Levitico 14:43-45; 1 Re 9:6-9; Geremia 26:18; 52:13; Lamentazioni 4:1; Matteo 24: 2 – e quanto alla Chiesa come casa: 1 Corinzi. 3:16-17; 2 Timoteo 2:20-21; Apocalisse. 3:14-16; ecc.

[27] NOTA – Si può ben dire: “dettare” quando si tratta del Levitico perché, da un capo all’altro salvo uno o due capitoli storici (9 e 10:1-7) leggiamo queste parole ad ogni suddivisione: “L’Eterno parlò ancora a Mosè e disse …” rendendolo così la porzione più ispirata da Dio di tutte le Scritture.

[28] NOTA – Qui non si tratta dei peccati “di tutto il mondo“, come dicono erroneamente diverse versioni. La dottrina insegnata è semplicemente questa: nella prima parte del versetto, Cristo è presentato come la propiziazione per i peccati del Suo popolo; ma nella seconda, non si tratta di peccati o di persone, ma di peccato e del mondo in generale. Infatti, l’intero versetto presenta Cristo come l’antitipo dei due capri, come Colui che ha portato i peccati del Suo popolo, e anche come Colui che ha perfettamente glorificato Dio in relazione al peccato in generale, ha trovato un modo per agire in grazia verso tutto il mondo e per la liberazione e la benedizione finali di tutta la creazione.

[29] NOTA – I versetti 16 e 17 richiedono un’attenzione speciale: “Non andrai qua e là facendo il diffamatore in mezzo al tuo popolo”. Questa è una raccomandazione appropriata per i figli di Dio di tutti i tempi. Un diffamatore fa un danno incalcolabile. È stato giustamente detto che danneggia tre persone: se stesso, l’ascoltatore e quello di cui parla male. Questo è ciò che fa in modo diretto e, quanto alle conseguenze indirette, chi può enumerarle? Guardiamoci attentamente da questo orribile peccato. Non lasciamo mai che una diffamazione sfugga dalle nostre labbra e non fermiamoci mai ad ascoltare un diffamatore. Che possiamo sempre sapere come respingere con una faccia severa la lingua che diffama in segreto, “perché il vento del nord porta la pioggia” (Proverbi 25:23).

Nel versetto 17 vediamo cosa deve prendere il posto della maldicenza: “Rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a causa sua”. Invece di dire cose cattive sul mio vicino a un altro, sono chiamato ad andare direttamente da lui e riprenderlo, se necessario. Questo è il metodo divino. Il metodo di Satana è quello di fare maldicenza

[30] NdT – Vocabolo coniato da Lutero per definire i seguaci del suo discepolo Johann Agricola, che, in contrasto con il maestro, sosteneva l’abolizione dell’antica legge mosaica e quindi anche dei dieci comandamenti.

[31] NOTA – Vedi NOTA 12

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