Commentario della prima lettera ai Corinzi

di Arend Remmers

Tradotto e adattato da Bibliquest

Indice:
1 – Introduzione
1.1 – L’assemblea di Corinto
1.2 – Motivo e scopo della lettera
2 – Cap. 1
2.1 – Saluti e ringraziamenti (vv. 1-9)
2.1.1 – Saluti (vv. 1-3)
2.1.2 – Il ringraziamento (vv. 4-9)
2.2 – Il dissenso nell’assemblea: ciò che è nobile e ciò che non lo è (vv. 10-31)
2.2.1 – Divisioni (vv. 10-17)
2.2.2 – Sapienza e follia (vv. 18-25)
2.2.3 – La vera gloria (vv. 26-31)
3 – Cap. 2 – Il mistero di Dio
3.1 – La testimonianza di Dio (vv. 1-5)
3.1.1 – La vera sapienza (vv. 6-16)
3.1.2 – Le sette caratteristiche della sapienza divina
3.1.3 – La comunicazione della sapienza divina
4 – Cap. 3 – I servi e il loro servizio
4.1 – I Corinzi carnali (vv1-5)
4.2 – Lavorare per la casa di Dio (vv. 6-17)
4.3 – La cecità (vv. 18-23)
5 – Cap. 4 – Un buon servitore di Dio
5.1 – Il giusto giudizio (vv. 1-5)
5.2 – Veri servi di Dio (vv. 6-13)
5.3 – Padre o maestro (vv. 14-21)
6 – Cap. 5 – Disordine morale a Corinto
6.1 – Come affrontare un male evidente nella casa di Dio (vv. 1-8)
6.2 – L’esercizio della disciplina (vv. 9-13)
7 – Cap. 6 – Faide tra fratelli e immoralità
7.1 – Liti tra fratelli (vv. 1-11)
7.2 – Fuggire la fornicazione (vv. 12-20)
8 – Cap. 7 – Matrimonio e divorzio: sposarsi o rimanere single
8.1 – Matrimonio e divorzio (vv. 1-24)
8.1.1 – Comportamento tra coniugi (vv. 1-7)
8.1.2 – Celibi e vedovi (vv. 8-9)
8.1.3 – Separazione (vv. 10-11)
8.1.4 – “Gli altri” (vv. 12-24)
8.2 – Sposarsi o restare soli (vv. 25-40)
9 – Cap. 8 – Il forte e il debole
10 – Cap. 9 – Ministero e stipendio
10.1 – L’operaio e il suo salario (vv. 1-14)
10.2 – L’apostolo e il suo ministero (vv. 15-27)
11 – Cap. 10 – La tavola del Signore e la responsabilità che ne deriva
11.1 – L’esempio solenne del popolo d’Israele (vv. 1-13)
11.2 – La mensa del Signore (vv. 14-22)
11.3 – Mostrare considerazione per gli altri (vv. 23-33; 11:1)
12 – Cap. 11 – Le ordinanze divine
12.1 – La posizione della donna (vv. 2-16)
12.2 – L’assemblea e la cena del Signore (vv. 17-34)
12.2.1 – Spirito di partito
12.2.2 – La Cena del Signore
13 – Cap. 12 – Il Corpo di Cristo e i doni spirituali dei Suoi membri (lo Spirito di potenza)
13.1 – Manifestazioni spirituali (vv. 1-11)
13.2 – Molte membra – un solo corpo (vv. 12-31)
14 – Cap. 13 – Lo Spirito dell’amore
14.1 – L’amore deve essere presente (vv.1-3)
14.2 – L’essenza dell’amore divino nei credenti (vv. 4-7)
14.3 – L’amore è eterno (vv. 8-13)
15 – Cap. 14 – Lo spirito di autocontrollo (o del sobrio buon senso)
15.1 – Donazioni durante le riunioni
15.2 – Profezia e parlare in lingue (vv. 1-6)
15.3 – L’esigenza di intelligibilità (vv. 7-25)
15.4 – L’ordine divino nell’uso dei doni nell’assemblea (vv. 26-40)
16 – Cap. 15 – La risurrezione dei credenti
16.1 – Il Vangelo e la risurrezione di Gesù Cristo (vv. 1-11)
16.2 – Conseguenze della negazione della risurrezione (vv. 12-19)
16.3 – La risurrezione e il suo svolgimento (vv. 20-28)
16.4 – La risurrezione, speranza della fede (vv. 29-34)
16.5 – Domande e risposte stolte (vv. 35-41)
16.6 – Debolezza e potenza (vv. 42-50)
16.7 – Resurrezione e trasformazione (vv. 51-58)
17 – Cap. 16
17.1 – La colletta per i santi in Giudea (vv. 1-4)
17.2 – Programmi di viaggio (vv. 5-12)
17.3 – Esortazioni finali (vv. 13-18)
17.4 – Saluti ed esortazioni conclusive (vv. 19-24)

1 – Introduzione

1.1 – L’assemblea di Corinto

Situata sull’istmo che collega la Grecia settentrionale al Peloponneso e fiancheggiata dai due rinomati porti di Cencrea e Lechaion, Corinto era un’importante città portuale e commerciale ai tempi del Nuovo Testamento. Grazie alla sua posizione, era un centro di affari, cultura e filosofia, ma anche di piacere, idolatria e corruzione; l’immoralità dei Corinzi era proverbiale.

Fu durante il suo secondo viaggio missionario (intorno al 51-54 d.C.) che Paolo si recò per la prima volta a Corinto dove rimase per 18 mesi, perché il Signore aveva “un popolo numeroso in quella città” (At 18:10). Com’era sua abitudine, predicò il Vangelo prima ai Giudei e poi ai Gentili. La chiesa(o assemblea) formatasi in quella città, composta da Giudei e Greci, era doppiamente esposta alle influenze del mondo: per l’origine prevalentemente pagana dei credenti (1 Co 6:9-11) e per il costante contatto con un ambiente profano. La lettera ci dice che la licenziosità aveva contagiato alcuni membri della chiesa (5:1; 6:15-18). Alcuni credenti non vedevano nulla di male nel mangiare carne sacrificata agli idoli (8:10) né ad entrare nei templi degli idoli (10:14-22). Ci furono problemi anche tra i credenti: formazione di gruppi, dissensi (1:11; 3:4; 11:18), processi davanti ai tribunali del mondo (6:1-8), disordini durante le riunioni (11:20-34; 14:33) e persino la negazione della dottrina della risurrezione (15:12-34). A ciò si aggiunge il fatto che alcuni a Corinto mettevano in dubbio l’autorità apostolica di Paolo (cap. 9).

1.2 – Motivo e scopo della lettera

All’inizio e alla fine della lettera (1:1; 16:21), Paolo si presenta come autore e, al v. 15 del cap. 4, ricorda di aver condotto i Corinzi alla fede nel Signore Gesù. Durante il suo soggiorno triennale a Efeso, oltre ai fatti già citati, aveva appreso altri dettagli sulla chiesa di Corinto. Aveva saputo da quelli della casa di Cloe che c’era dissenso tra loro (1:11), e i Corinzi gli avevano scritto una lettera ponendogli varie domande (7:1; 8:1; 16:1).

Verso la fine del suo soggiorno a Efeso (16:8), probabilmente nell’anno 57, Paolo, con un gran peso sul cuore, si impegnò a scrivere, sotto la guida dello Spirito Santo, questa severa lettera alla chiesa di Corinto. L’ipotesi, spesso espressa, che ci siano state altre lettere o visite dell’apostolo ha origine nel v. 9 di 1 Co 5. Tuttavia, si tratta di una semplice ipotesi. Quando Paolo scrisse la prima lettera, intendeva visitare i Corinzi una seconda volta (4:19; 11:34; 16:5-7). Sapendo che tale visita avrebbe portato ad uno scontro, data la triste condizione di quei credenti, vi rinunciò per risparmiarli (2 Co 1:15, 23; 2:1) e inviò loro il fratello Tito. Quando Tito tornò (2 Co 2:1; 7:6-7), Paolo scrisse la seconda lettera, nella quale ricorda più volte la tristezza che aveva provato nello scrivere la prima (2:4; 7:8). Quando, in 2 Co 12:14 e 13:1, parla di una “terza volta”, si riferisce alla sua terza intenzione di andare da loro, e questa sarebbe stata la sua seconda visita effettiva. Secondo At 20:2-3, questa visita ebbe luogo durante il suo soggiorno di tre mesi in Grecia. È a Corinto che Paolo scrisse la lettera ai Romani, dove cita Febe, “diaconessa della chiesa di Cencrea”, e il fratello Gaio (Ro 16:1, 23; 1 Co 1:14).

La prima e la seconda Lettera ai Corinzi sono le uniche due Lettere del Nuovo Testamento indirizzate “alla chiesa di Dio” in quanto tale e, solo nel caso della prima, anche a “tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro” (1:2). Questa lettera riguarda quindi tutti coloro che confessano di appartenere al Signore. Per questo motivo il titolo “Signore” è usato più spesso che in qualsiasi altra Lettera del Nuovo Testamento. La portata universale della dottrina dell’apostolo Paolo è affermata non solo nel v. 2 del primo capitolo, ma anche in diversi altri passi: 4:17; 7:17; 11:16; 14:33; 16:1.

La prima Lettera ai Corinzi contiene istruzioni dettagliate sull’ordine interno e sulla condotta collettiva della Chiesa di Dio, e fa spesso appello alla responsabilità dei credenti. Ad esempio, l’espressione “Non sapete?” è ripetuta ben dieci volte.

Nella prima parte della lettera (cap. da 1 a 9), la Chiesa è presentata come “l’edificio di Dio”, un tempio santo (Cfr. 3:9-17). L’ordine divino deve regnare nella casa di Dio. Per questo motivo vengono evidenziate la nostra responsabilità nella Chiesa (“l’edificio di Dio” cap. 3) e la disciplina nella chiesa locale (cap. 5).

La seconda parte (capp. da 10 a 16) è più incentrata sulla Chiesa di Dio vista come corpo di Cristo (10:17; 12:12-13, 27); il pensiero principale è l’unità. Le molte membra del corpo, con le loro diverse funzioni, non rappresentano un ostacolo a questa unità, ma costituiscono piuttosto una ricchezza viva e permanente.

2 – Cap. 1

2.1 – Saluti e ringraziamenti (vv. 1-9)

2.1.1 – Saluti (vv. 1-3)

1:1 Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sostene, 1:2 alla chiesa di Dio che è in Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati santi, con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro: 1:3 grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

Come spesso fa nelle sue lettere, Paolo inizia presentandosi come apostolo, cioè come inviato da Gesù Cristo; era stato chiamato a questa carica e a questo servizio non da uomini, ma da Dio stesso, Colui che chiama tutti i Suoi servi (Cfr. Galati 1:1). Era associato al fratello Sostene, forse il capo della sinagoga di Corinto (Atti 18:17).

Paolo nomina come destinatario della lettera la: “chiesa di Dio che è in Corinto”.

Si noti che la parola “Chiesa” o “assemblea” (in greco: ekklesia) è usata nel Nuovo Testamento con tre significati diversi:

  • La chiesa di Dio in una località è l’insieme di tutti i figli di Dio in quel luogo. È così anche oggi, sebbene molti credenti siano nella pratica separati gli uni dagli altri.
  • La chiesa locale è l’unica espressione possibile della Chiesa di Dio; ha la missione di agire nel nome del Signore Gesù.
  • La Chiesa universale di Dio comprende tutti i membri del corpo di Cristo che vivono in un determinato momento sulla terra (Cfr. 1 Co 15:9; 1 Ti 3:15).
  • La Chiesa secondo il consiglio di Dio comprende tutti i credenti dal giorno di Pentecoste (At 2) e non sarà completa finché il Signore Gesù non verrà a prenderla e a portarla in cielo (Mt 16:18; Ef 1:22).

Paolo chiama anche i Corinzi “santificati in Cristo Gesù” e “chiamati santi”. Attraverso la fede nel Signore Gesù, essi erano stati uniti a Lui e quindi erano stati santificati, erano diventati santi. Così, per grazia, ogni cristiano è santificato, cioè messo a parte per Lui. Dio è santo e tutto ciò che è legato a Lui deve essere santo.

Poi Paolo estende il suo saluto a “tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro”. La lettera assume così una portata universale, perché non si rivolge solo alla chiesa di Corinto, ma a tutti gli abitanti della terra che si confessano cristiani. In primo luogo, si tratta di coloro che invocano il Signore “con un cuore puro” (2 Ti 2:22), ma è possibile che tra loro ci siano persone che lo invocano solo esteriormente e le cui opere non dimostrano che sono nate di nuovo. Nonostante la portata universale di questa lettera, gli insegnamenti della prima Lettera ai Corinzi sui doni di grazia e di servizio, sull’ordine nella chiesa e sulla posizione della donna cristiana, sono spesso trascurati nel cristianesimo.

Quando l’apostolo augura “grazia a voi e pace” ai destinatari della lettera, lo intende in modo molto pratico. Tutti i figli di Dio sono ingrazia di Dio e hanno pace con Lui. Ma nella nostra vita quotidiana di fede e nei nostri rapporti reciproci, spesso manchiamo di grazia e di pace. È desiderio del nostro Dio e Padre e del nostro Signore Gesù Cristo che non ci manchi la grazia di Dio, che la sua pace abiti nei nostri cuori e che siamo in pace gli uni con gli altri.

2.1.2 – Il ringraziamento (vv. 4-9)

1:4 Io ringrazio sempre il mio Dio per voi, per la grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù; 1:5 perché in lui siete stati arricchiti di ogni cosa, di ogni dono di parola e di ogni conoscenza, 1:6 essendo stata confermata tra di voi la testimonianza di Cristo; 1:7 in modo che non mancate di alcun dono, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. 1:8 Egli vi renderà saldi sino alla fine, perché siate irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. 1:9 Fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, nostro Signore.

In tutte le sue lettere (tranne quella ai Galati), Paolo inizia ringraziando per tutto ciò che la grazia di Dio ha prodotto nei credenti. Ma mentre in altre lettere può elogiare la fede, l’amore e le buone opere dei destinatari, qui si limita a rendere grazie per ciò che Dio ha fatto per e nei Corinzi. Come vedremo, c’erano molte cose penose in loro e poche cose degne di lode. Perciò l’apostolo ringrazia qui solo per la grazia di Dio che era stata data loro in Cristo, per la ricchezza della verità e della conoscenza e per i molti doni che avevano ricevuto. I Corinzi erano davvero abbondantemente benedetti. Ma erano carnali e non rispondevano ai grandi privilegi che avevano ricevuto.

Per questo Paolo non parla qui della venuta del Signore per “rapire” i credenti, ma ricorda loro la Sua apparizione, cioè l’evento con cui si manifesterà sulla terra nella gloria di Figlio dell’uomo, circondato dai Suoi santi, per instaurare il Suo regno millenario. I credenti saranno allora manifestati con Lui (Cl 3:4) e tutti coloro che hanno servito fedelmente il Signore potranno rallegrarsi di aver contribuito un poco alla gloria del loro amato Signore (2 Te 1:10; 2 Ti 4:8). La rivelazione – o apparizione – del Signore ci ricorda la nostra responsabilità, per stimolarci alla fedeltà e alla devozione.

Il Signore non vuole che siamo in ansia per la nostra responsabilità. È Lui che ci rafforza “fino alla fine”. Non chiede nulla a quelli del Suo popolo senza dar loro la capacità e la forza di portare a termine il loro compito, fino alla fine. Senza di Lui non possiamo fare nulla, ma se ci affidiamo a Lui saremo irreprensibili nel “giorno del Signore nostro Gesù Cristo”.

Non solo il Signore Gesù, ma anche Dio, nella Sua fedeltà, viene in nostro aiuto. Non siamo soli, ma per grazia ci troviamo nella comunione di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, nostro Signore. I quattro titoli o nomi del Signore contenuti in quest’ultimo versetto caratterizzano questa comunione a cui Dio ci ha chiamati. Se, in pratica, viviamo nella consapevolezza e nel godimento di questa comunione con il Signore, ci guarderemo da ogni conformità con il mondo e da ogni egoismo.

2.2 – Il dissenso nell’assemblea: ciò che è nobile e ciò che non lo è (vv. 10-31)

Il male principale della chiesa di Corinto era il dissenso e la partigianeria. Paolo affronta questo problema per primo. Vi ritorna costantemente nei primi quattro capitoli.

2.2.1 – Divisioni (vv. 10-17)

1:10 Ora, fratelli, vi esorto, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad aver tutti un medesimo parlare e a non aver divisioni tra di voi, ma a stare perfettamente uniti nel medesimo modo di pensare e di sentire. 1:11 Infatti, fratelli miei, mi è stato riferito da quelli di casa Cloe che tra di voi ci sono contese.1:12 Voglio dire che ciascuno di voi dichiara: «Io sono di Paolo»; «io d’Apollo»; «io di Cefa»; «io di Cristo». 1:13 Cristo è forse diviso? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete voi stati battezzati nel nome di Paolo? 1:14 Ringrazio Dio che non ho battezzato nessuno di voi, salvo Crispo e Gaio; 1:15 perciò nessuno può dire che foste battezzati nel mio nome. 1:16 Ho battezzato anche la famiglia di Stefana; del resto, non so se ho battezzato qualcun altro. 1:17 Infatti Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a evangelizzare; non con sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana.

Dopo il ringraziamento, Paolo si sente in dovere di fare subito un’esortazione. Prima, però, ricorda ai Corinzi, che considera e ama come suoi fratelli, che si rivolge a loro nel nome del loro comune Signore Gesù Cristo. Egli inizia esortandoli a parlare la stessa lingua e a evitare le divisioni. Come credenti, avevano tutti lo stesso Signore, che li aveva redenti. Nel servirlo, dovevano tutti perseguire lo stesso obiettivo: onorarlo ed essere una benedizione per coloro che li circondavano, anche se, come strumenti di Dio, avevano doti diverse. Infine, tutti possedevano lo stesso Spirito Santo con il quale erano stati battezzati in un solo corpo e dovevano conservare l’unità dello Spirito (Efesini 4:3). Se dunque le divisioni apparivano ora in mezzo a loro, l’origine poteva essere solo nella loro carnalità che agiva nella vecchia natura malvagia del credente. Per questo, Paolo li esorta ad essere perfettamente uniti nel guardare al Signore Gesù, non solo nella stessa opinione, cioè nel giudizio espresso, ma anche nello stesso sentimento, cioè nella comprensione e nel pensiero. Questo spiega anche la prima esortazione dell’apostolo: devono avere“un medesimo parlare” (v. 10). Se tutti avessero il Signore davanti agli occhi e giudicassero ogni cosa secondo la Sua valutazione, avrebbero anche lo stesso linguaggio. Non si tratta quindi di uniformità nel modo di esprimersi, ma di unità nella testimonianza resa al loro comune Signore.

Paolo dice poi molto apertamente ai Corinzi – che chiama fratelli per la seconda volta in questo paragrafo – da quale fonte aveva appreso che c’era dissenso tra loro (v. 11). Era attraverso “quelli di casa Cloe”; a quanto pare si trattava di una fedele sorella di Corinto, che soffriva per quelle dispute. L’apostolo aveva così appreso che tra i Corinzi non solo c’era un attaccamento o addirittura una preferenza per alcuni servitori del Signore, ma che, forse a loro insaputa, ne avevano fatto dei capi partito! Alcuni consideravano l’apostolo Paolo, strumento di Dio per la conversione dei Corinzi (vedere 4:15), come il loro capo. Altri sostenevano l’eloquente Apollo, che era stato molto utile ai credenti subito dopo la prima visita di Paolo (At 18:24; 19:1; 1 Co 3:4-6). Altri ancora dicevano di dipendere da Pietro (aramaico: Cefa), il più noto dei dodici apostoli di Cristo. I Corinzi erano consapevoli di minare la posizione unica del Signore Gesù? Infine, c’era un quarto gruppo che voleva fare di Cristo il capo del loro partito mettendolo così a livello di Paolo, Apollo o Pietro!

Tutti hanno dimostrato di non aver compreso il vero significato della croce di Cristo. Quando il Signore fu crocifisso per i peccatori, Dio condannò definitivamente in Lui, Uomo perfetto, il peccato e l’uomo vecchio, ma anche la sua sapienza e tutte le sue cosiddette “conquiste”. Allo stesso tempo, attraverso la croce, è stato creato un uomo nuovo e sono state gettate le fondamenta del corpo di Cristo, al quale, per opera dello Spirito Santo, appartengono tutti coloro che credono in Lui (Romani 6:6-11; Efesini 2:15-16).

Ecco perché Paolo deve porre a questi credenti la domanda: “Cristo è forse diviso?” (v. 13a). Con i loro litigi e le loro divisioni praticavano ciò che era comune nel mondo, ma in totale contraddizione con l’unità del corpo di Cristo. “Cristo” indica qui il Signore Gesù come Capo e allo stesso tempo la Chiesa come corpo a Lui unito (1 Co 12:12). Poi l’apostolo prosegue: “Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete voi stati battezzati nel nome di Paolo?” (v. 13b). I Corinzi non potevano avere dubbi sulla risposta a queste domande. Non era Paolo, ma il Signore Gesù che aveva preso per loro il posto di disprezzo alla croce, e con il battesimo non si erano identificati con un uomo straordinario, ma avevano espresso con fede di essere sepolti con il loro Salvatore, con il quale erano stati anche crocifissi ed erano morti per fede (Ro 6:2-4). Se Paolo avesse battezzato alcuni dei Corinzi, essi avrebbero potuto essere orgogliosi di questo fatto e affermare di essere dei cristiani particolarmente privilegiati, perché battezzati da un uomo così noto. Ma non era così. Anzi, Paolo ringrazia Dio di aver battezzato solo Crispo, Gaio e la casa di Stefana (vv. 14 e 16). In questo modo, nessun “partito” poteva rivendicare, con orgoglio carnale, di essere stato battezzato dal grande apostolo Paolo.

Per giustificare il fatto di aver battezzato solo alcuni dei credenti di Corinto, Paolo spiega ora che Cristo non lo ha mandato a battezzare. Questo può sorprendere molti cristiani. Paolo non attribuiva forse alcuna importanza al battesimo? Una conclusione così errata è chiaramente contraddetta da passi come Atti 19:3-5; Romani 6:3-4; Galati 3:27 ed Efesini 4:5. Paolo riconosceva pienamente il significato delle parole del Signore risorto ai Suoi discepoli: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate” (Mt 28:19-20). Ma sapeva anche che il Signore aveva istituito il battesimo mentre era ancora sulla terra e che, di conseguenza, il suo significato è legato al posto occupato sulla terra da chi chiede di essere battezzato. Ma a differenza dei dodici apostoli, Paolo era stato chiamato da un Cristo già glorificato in cielo. Il suo vangelo era il vangelo della gloria. Egli ci rivela che chiunque ha creduto nel Signore crocifisso è identificato con Lui è un membro della sua Chiesa, del Suo corpo. Questo messaggio celeste, che era stato un mistero nelle economie precedenti (Efesini 1:10-11; 3:3-11; 5:32; Colossesi 1:27), era stato affidato a Paolo più che a ogni altro, ed egli non voleva distruggerlo né con una sopravvalutazione della sua posizione sulla terra né con una “sapienza di parola” umana. L’obiettivo di questa “sapienza di parola” è quello di rendere attraente per la mente umana non solo la forma ma anche il contenuto di ciò che viene detto; ma il Vangelo non è rivolto alla “mente” umana, bensì alla “coscienza” umana.

In altri passi, Paolo parla del messaggio che il Signore gli ha affidato come “il mio Vangelo” (Romani 16:25; 2 Timoteo 2:8) e come “il Vangelo della gloria” (2 Corinzi 4:4; 1 Timoteo 1:11). Qui, però, lo chiama “la predicazione della croce” (v. 18), perché la croce di Cristo è la base di tutto. È questo che bisognava ricordare ai Corinzi.

2.2.2 – Sapienza e follia (vv. 18-25)

1:18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 1:19 infatti sta scritto:«Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti». 1:20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? 1:21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 1:22 I Giudei infatti chiedono segni miracolosi e i Greci cercano sapienza, 1:23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; 1:24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 1:25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Pur credendo nel Signore Gesù Cristo, i Corinzi erano ancora fortemente influenzati dal pensiero greco. Avevano difficoltà ad accettare la totale corruzione della natura umana. Ecco perché “la predicazione della croce” è al centro di questo paragrafo. Quando il Signore Gesù era sulla croce, si manifestava la misericordia e l’amore di Dio per gli uomini perduti, perché era per loro che il Padre aveva abbandonato il Figlio nelle mani dei peccatori. È anche sulla croce che la santità e la giustizia di Dio si sono rivelate pienamente, perché lì ha fatto cadere su di Lui il giudizio sui nostri peccati. La saggezza del consiglio di Dio si è così rivelata sulla croce. Ciò che gli uomini videro, tuttavia, fu molto diverso. Per loro non era che un uomo condannato a morte, che doveva persino subire la morte più vergognosa (la crocifissione era la più degradante delle punizioni, applicata dai Romani solo agli schiavi e agli stranieri). Secondo la visione del mondo, era quindi impossibile che quell’Uomo crocifisso fosse il Salvatore voluto da Dio. Perciò “la predicazione della croce” è pazzia per tutti coloro che periscono; soltanto chi riceve questo messaggio sperimenta che è veramente la potenza di Dio per la salvezza eterna degli uomini perduti.

Forse i Corinzi stavano pensando: “Se la fede può fare cose così grandi per dei poveri analfabeti che sviluppano doni fino ad allora sconosciuti, cosa può accadere se si aggiungono il pensiero e la saggezza umana! Che trionfo sarebbe se non solo gli uomini semplici, ma anche i sapienti e gli intelligenti confessassero il Signore Gesù!” L’apostolo si oppone a questo ragionamento carnale citando Isaia 29:14. Tutta la sapienza umana, la scienza e la retorica non hanno alcun valore agli occhi di Dio. Queste cose esaltano l’uomo naturale e sono quindi un ostacolo alla ricezione del messaggio evangelico.

Per l’uomo naturale è impossibile conoscere Dio con la propria saggezza e i propri sforzi personali, anche se dovesse raccogliere tutte le forze a sua disposizione. Nella Sua sapienza, Dio ha chiuso questa strada, in modo che nessun uomo possa vantarsi di conoscere Dio con le proprie capacità. Ma Dio si è anche compiaciuto, nella Sua sapienza, di far sembrare la predicazione del messaggio di salvezza una follia per la mente umana. Infatti, potrebbe esserci qualcosa di più inconcepibile per il pensiero umano del fatto che il Creatore del cielo e della terra sia diventato uomo e sia stato rifiutato e crocifisso dalle Sue stesse creature? Ma è proprio il fatto che il Figlio di Dio è stato crocifisso per i peccatori che costituisce il cuore del Vangelo. Solo chi crede a questo è salvato. Sia che il messaggio della croce costituisca una pietra d’inciampo per i Giudei, che chiedono segni per avere la conferma della gloria del Messia, sia che venga considerato una stoltezza dai Greci che cercano una sapienza che glorifichi il pensiero umano, la sostanza del Vangelo rimane “Cristo crocifisso” (v. 23). La potenza e la sapienza di Dio si rivelano in Cristo solo a coloro che, per fede, hanno ricevuto il messaggio della Sua grazia, siano essi Giudei o Greci. È solo per la potenza di Dio che l’uomo nasce di nuovo; è solo per la Sua sapienza che viene benedetto con ogni benedizione spirituale. La croce di Cristo, che è stoltezza e debolezza agli occhi dell’uomo naturale, supera di gran lunga nei suoi effetti i pensieri dei più saggi e le capacità dei più forti.

2.2.3 – La vera gloria (vv. 26-31)

1:26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 1:27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 1:28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 1:29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio. 1:30 Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; 1:31 affinché com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore».

Esaminando sé stessi, i Corinzi potevano confermare le parole dell’apostolo Paolo. Dio nella Sua grazia li aveva chiamati col Vangelo e li aveva benedetti abbondantemente (vv. 5-7). Ma queste benedizioni non erano dovute alla loro saggezza, forza o dignità. Al contrario, Dio aveva scelto le cose pazze, deboli, umili e disprezzate del mondo per svergognare i sapienti, i potenti e tutto ciò che l’uomo esalta in questo mondo. Nessuno di loro poteva vantarsi di aver contribuito alla propria posizione di figli di Dio o ai doni di grazia ricevuti! Eppure, i Corinzi si gloriavano di sé stessi, invece di riconoscere con gratitudine che tutto ciò che possedevano spiritualmente aveva origine in Dio ed era diventato loro in virtù della loro posizione in Cristo, che era morto e risorto per loro e che ora occupa alla destra di Dio il posto di suprema potenza e gloria. Dio che, fin dalla caduta del primo uomo, conosce le necessità del peccatore e vi provvede perfettamente in Cristo e in Lui gli dà saggezza e giustizia, lo mette in grado di condurre una vita di santità pratica per il suo bene e gli assicura la piena redenzione al termine della sua vita di fede (Efesini 4:30).

Solo Dio ha con grazia e amore provveduto a tutto per il tempo e per l’eternità. Per questo Paolo può citare il versetto dell’Antico Testamento che ripete in 2 Corinzi 10:17: “Chi si vanta, si vanti nel Signore” (v. 31). Come in altri casi, anche qui lo Spirito Santo unisce in un’unica affermazione parole tratte da diversi libri dell’Antico Testamento. In Geremia 9:24 leggiamo: “Chi si gloria, si glori in questo: che ha intelligenza…”, e in Isaia 45:25: “Nel SIGNOREsi glorierà tutta la discendenza d’Israele”. Anche in Matteo 27:9; Luca 10:27; 2 Corinzi 6:16-18 si trovano abbinati vari passi tratti da libri diversi dell’Antico Testamento.

3 – Cap. 2 – Il mistero di Dio

3.1 – La testimonianza di Dio (vv. 1-5)

2:1 E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunziarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; 2:2 poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. 2:3 Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; 2:4 la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, 2:5 affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Paolo torna ora alla sua predicazione del Vangelo, già menzionata nel primo capitolo: “… non con sapienza di parola… perché la croce di Cristo non sia resa vana” (1:17). In Atti 18, Luca racconta la prima visita dell’apostolo a Corinto. Paolo era stato ospitato da Aquila e Priscilla, una coppia di fedeli cristiani, e si guadagnava il pane fabbricando tende. Fin dall’inizio del suo soggiorno, i Giudei avevano rifiutato il suo messaggio e in seguito lo accusarono persino davanti al proconsole Gallione. Nel 1905, a Delfi fu ritrovata una pietra con un’iscrizione che menziona il nome di Gallione, proconsole dell’Acaia. Questa iscrizione, che conferma l’accuratezza del racconto di Luca e l’attendibilità della Parola, risale probabilmente al 52 d.C.

Nonostante tutto, Paolo rimase in città per un anno e mezzo per ordine del Signore.

Qui chiama il suo messaggio “testimonianza di Dio” (v. 1). Alcuni manoscritti greci leggono: “il mistero di Dio”, ma i versetti successivi, fino al cap. 3 (v. 2), mostrano che Paolo non poteva ancora comunicare questo mistero ai Corinzi, a causa della loro condizione di scarsa spiritualità.

Giovanni usa la stessa espressione nella sua prima Lettera, anche se con un significato leggermente diverso (1 Gv 5:9-11). Questa è la testimonianza più importante mai proclamata sulla terra: contiene il giudizio di Dio sull’uomo decaduto e il Suo piano di salvezza attraverso la morte di Cristo sulla croce. Questa testimonianza di Dio non ha bisogno del sostegno della retorica o della sapienza umana. L’uomo decaduto avrebbe riacquistato onore. Quando Paolo, un ebreo dotato e istruito, proveniente dalla metropoli culturale di Tarso, giunse a Corinto, una delle più grandi città della Grecia, aveva un solo obiettivo: voleva predicare un unico messaggio: “Gesù Cristo e lui crocifisso” (v. 2). Queste parole implicano certamente l’opera di redenzione. Ma soprattutto esprimono il fatto che il Signore Gesù, disprezzato e rifiutato, ha subito la morte più oltraggiosa che gli uomini di quel tempo potessero immaginare. Questo messaggio contiene quindi la più grande opposizione possibile alla ricerca umana di stima, onore e gloria.

Quando Paolo accenna al fatto di essere venuto a Corinto in debolezza, timore e grande tremore (v. 3), aveva buone ragioni per essere in ansia a causa della feroce opposizione dei Giudei. Ciò che dice qui spiega l’incoraggiamento che il Signore una notte gli aveva dato: “Non temere, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te; e nessuno ti metterà le mani addosso per farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città” (Atti 18:9-10). Quanti evangelisti e testimoni del Signore hanno fatto la stessa esperienza di Paolo! Anche oggi il Signore sostiene e incoraggia i Suoi servitori.

Tuttavia, il timore di Paolo non era dovuto solo agli attacchi del nemico. Di fronte ai presuntuosi uomini di Corinto, non poteva presentarsi con lo stesso atteggiamento. Era consapevole della propria debolezza,ma proprio in questa debolezza risiedeva la sua forza (2 Corinzi 12:10)! Il suo discorso (la forma del suo messaggio) e la sua predicazione (il suo contenuto) non erano quindi caratterizzati da un dono di persuasione e di sapienza umana. Come fedele servitore di Cristo, egli rinunciò a tutti gli artifici retorici della carne. Né il tema della predicazione (vv. 1-2), né l’atteggiamento del servo (v. 3), né la forma del messaggio (v. 4) lasciavano il minimo spazio alla carnalità.

Lo Spirito Santo, che Paolo menziona per la prima volta in questa lettera, assume un ruolo essenziale nel resto del capitolo. È chiaro che dove opera la carne, non c’è spazio per lo Spirito Santo. Affinché lo Spirito possa agire con potenza, la carne con i suoi presunti “doni e pretese” deve scomparire. Così la “dimostrazione di Spirito e di potenza” si contrappone ai “discorsi persuasivi di sapienza umana” (v. 4).

Quando, attraverso una simile predicazione del Vangelo, gli uomini sono portati a una fede viva nel Signore Gesù, è chiaro che ciò non è avvenuto grazie all’intelligenza o alla capacità umana, ma è dovuto unicamente all’opera dello Spirito Santo. Sebbene la predicazione fosse per molti apparentemente debole, in realtà manifestava la potenza di Dio. Fin dall’inizio, l’apostolo ha voluto che la fede dei credenti non poggiasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Ma questo non era solo il desiderio dell’apostolo, era l’intenzione di Dio. Chi si lascia convincere da argomentazioni intelligenti può sentirsi sicuro solo finché non arriva qualcuno con un ragionamento migliore e ribalta tutto. Ma chi si affida alla testimonianza della Parola di Dio sa che dietro ad essa si nasconde la piena potenza di Dio. Essa viene sperimentata per fede;trasporta il peccatore dalle tenebre alla meravigliosa luce di Dio, dona la vita eterna a chi era morto nelle colpe e nei peccati, e si manifesta ogni giorno nella vita del credente che confida in Lui.

3.1.1 – La vera sapienza (vv. 6-16)

2:6 Tuttavia, a quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo mondo né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati; 2:7 ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria 2:8 e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 2:9 Ma com’è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano».

Finora Paolo aveva contrapposto la semplicità e l’aspetto “folle” del messaggio evangelico alla sapienza umana tanto apprezzata dai Corinzi carnali. Ora dice loro che anche i messaggeri di Cristo avevano una sapienza da predicare, ma questa sapienza non era per l’uomo naturale, bensì per l’uomo “perfetto”. Il termine “perfetto” (greco: teleios, teleioô) ha tre significati nel Nuovo Testamento in relazione alla vita spirituale:

  • Il credente è reso perfetto dall’opera di Cristo. Questa perfezione caratterizza la sua posizione in Cristo (Ebrei 10:14) che ha ricevuto per grazia di Dio. Egli stesso non ha contribuito in alcun modo a questa perfezione.
  • Come l’uomo naturale deve crescere per raggiungere la sua piena statura, così il cristiano deve impegnarsi a conoscere la sua posizione davanti a Dio e vivere in base ad essa (1 Corinzi 2:6; Filippesi 3:15; Ebrei 5:14). Questa perfezione non è però una perfezione senza peccato, come molti insegnano.
  • Solo quando il Signore tornerà per prendere a Sé tutti i credenti, sarà introdotta la perfezione definitiva sotto tutti i punti di vista (1 Corinzi 13:10). Allora i credenti saranno resi perfetti nel corpo, nell’anima e nello spirito (Filippesi 3:12).

Le persone perfette di cui parla l’apostolo (v. 6) non sono però gli studiosi di questo mondo, ma credenti che vivono e camminano nella piena consapevolezza della loro posizione in Cristo come figli di Dio, cioè adulti nella fede! Lo stesso non si può dire dei Corinzi, come dimostrano chiaramente i vv. 1 e 2 del cap. 3.

Nei vv. da 6 a 10, l’apostolo elenca prima sette caratteristiche di questa sapienza. Poi mostra (vv. 11-16) come viene rivelata, comunicata e compresa. Ma non poteva comunicare ai Corinzi il contenuto del mistero in essa contenuto a causa dei loro pensieri carnali e per lo stesso motivo non sarebbero stati in grado di comprenderla.

3.1.2 – Le sette caratteristiche della sapienza divina

  1. La prima caratteristica della sapienza annunciata dall’apostolo è che non ha nulla in comune con la sapienza del mondo e dei governanti di questo tempo. A differenza di questa sapienza, le idee e le conquiste dei “grandi” di questo mondo sono presto dimenticate.
  2. Il secondo carattere di questa sapienza è il contrasto con la cosiddetta sapienza dei grandi di questo mondo, ma in Romani 16:27 sta scritto “Dio unico in saggezza”.
  3. In terzo luogo, si tratta di una sapienza nascosta alla comprensione naturale dell’uomo, e quindi assume la forma di un mistero. Questo mistero non era stato rivelato nell’Antico Testamento. Tuttavia, dopo che l’opera di redenzione è stata compiuta dal Signore Gesù, è pienamente esposto negli scritti di Paolo (Romani 16:25-26; Efesini 3:4-6, 9). Solo i credenti spirituali possono capirlo. I Corinzi non lo capivano. Ecco perché Paolo non poteva comunicare loro il contenuto di questo mistero: Cristo, l’uomo glorificato, è ora seduto alla destra di Dio e, come capo di tutte le cose, è anche il capo della Chiesa che, essendo il Suocorpo, sarà eternamente unita a Lui per tutta l’eternità.
  4. La quarta caratteristica di questa sapienza è che è stata prestabilita prima della fondazione del mondo nell’eterno consiglio di Dio per la gloria dei Suoi figli. L’unigenito Figlio del Padre prima della creazione dell’universo, era già preordinato a compiere, come Agnello di Dio, l’opera di redenzione mediante la quale i credenti sono eternamente benedetti in Lui (Giovanni 17:24; 1 Pietro 1:20; Efesini 1:4).
  5. La quinta caratteristica di questa sapienza è che non è stata conosciuta da nessuno dei leader intellettuali o politici di questo secolo. La prova è che hanno crocifisso il Signore Gesù. Hanno visto in Lui l’uomo disprezzato, ma non hanno capito che era il Signore della gloria.
  6. Sesto carattere: questa sapienza è inaccessibile alla comprensione dell’uomo naturale. Paolo cita Isaia 64:4 non per dimostrare che queste cose sono troppo alte per essere comprese, ma per dire da un lato che l’occhio, l’orecchio e il cuore dell’uomo naturale non possono discernerle e dall’altro che ai tempi dell’Antico Testamento non erano ancora state rivelate.
  7. Questo ci porta al settimo carattere di questa sapienza: è stata rivelata dallo Spirito di Dio; quindi poteva avvenire solo dopo la glorificazione del Signore Gesù in cielo e la discesa dello Spirito Santo sulla terra (Giovanni 7:39; 16:12-15).

3.1.3 – La comunicazione della sapienza divina

2:10 A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. 2:11 Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. 2:12 Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; 2:13 e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. 2:14 Ma l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. 2:15 L’uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli stesso non è giudicato da nessuno. 2:16 Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ora noi abbiamo la mente di Cristo.

In diretta connessione con quanto detto, nei versetti da 10 a 16 l’apostolo Paolo presenta le quattro fasi della comunicazione e dell’appropriazione di questa sapienza divina. Quando dice “noi”, intende innanzitutto, come mostra il contesto, i testimoni scelti da Dio, cioè gli apostoli e i “profeti” del Nuovo Testamento (Efesini 3:5).

  • In primo luogo, Dio aveva rivelato loro, mediante il Suo Spirito, il mistero della Sua sapienza, perché nessuno, se non Dio, poteva farlo. A differenza dei profeti dell’Antico Testamento, ora lo Spirito abitava in loro. E come solo lo spirito dell’uomo conosce le cose dell’uomo, così solo lo Spirito di Dio conosce i pensieri di Dio.
  • Se, dunque, una Persona divina, che sonda le cose profonde di Dio, abita in un uomo, allora anche quell’uomo può conoscere e comprendere le verità e le benedizioni che Dio gli ha dato. I profeti dell’Antico Testamento spesso non capivano ciò che annunciavano (1 Pietro 1:10); Paolo, invece, poteva parlare dalla sua comprensione del mistero di Cristo (Efesini 3:4).
  • La terza fase è la comunicazione di questa verità (v. 13). Le parole di Paolo alludono chiaramente a questo nei versetti da 1 a 5; da ciò si evince che si tratta della predicazione degli apostoli e non della predicazione della Parola in generale; ciò è confermato dall’affermazione: “con parole insegnate dallo Spirito”. Quando il messaggio e le parole sono dati dallo Spirito Santo, abbiamo a che fare direttamente con l’ispirazione divina. Oggi nessun servitore del Signore può affermare di essere ispirato da Dio. Ma gli apostoli e i profeti chiamati da Dio nel Nuovo Testamento hanno trasmesso la verità divina sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, in modo infallibile e ineccepibile, anche se erano, come esseri umani, imperfetti come tutti noi (2 Timoteo 3:16; 2 Pietro 1:21).
  • Il quarto e ultimo stadio è l’appropriazione della verità divina da parte di chi ascolta e legge la Parola di Dio (vv.14-16). Come abbiamo già visto nei versetti da 6 a 9, l’uomo, che non è “nato di nuovo”, non è in grado di afferrare ciò che lo Spirito Santo dice attraverso la Parola di Dio: per lui è stoltezza (Cfr. 1:18). Solo chi si lascia guidare dallo Spirito che ha ricevuto da Dio può comprendere a fondo la Sua Parola e trarne reale benedizione: è un uomo spirituale, capace di discernere e apprezzare correttamente tutte le cose. Chi non possiede lo Spirito Santo o non è “spirituale” non può giudicare un cristiano un cristiano nel quale lo Spirito agisce liberamente.

Quanto si sbagliavano, dunque, i Corinzi nel pensare che la sapienza umana potesse rendere il Vangelo ancora più grande. Può un uomo insegnare a Dio? Paolo aggiunge a questa domanda la citazione di Isaia 40:13. Egli mostra loro che si sono completamente sbagliati nel cercare la sapienza umana. La vera via è ben diversa. Infine, presenta Cristo e la mente di Cristo. Ogni cristiano ha ricevuto lo Spirito di Dio come guida e, se si lascia guidare da Lui, sarà portato a manifestare la “mente” del Suo Signore per la sua vita. Quanto erano lontani i Corinzi da questo!

4 – Cap. 3 – I servi e il loro servizio

4.1 – I Corinzi carnali (vv1-5)

3:1 Fratelli, io non ho potuto parlarvi come a spirituali, ma ho dovuto parlarvi come a carnali, come a bambini in Cristo. 3:2 Vi ho nutriti di latte, non di cibo solido, perché non eravate capaci di sopportarlo; anzi, non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali. 3:3 Infatti, dato che ci sono tra di voi gelosie e contese, non siete forse carnali e non vi comportate secondo la natura umana? 3:4 Quando uno dice: «Io sono di Paolo»; e un altro: «Io sono d’Apollo»; non siete forse uomini carnali? 3:5 Che cos’è dunque Apollo? E che cos’è Paolo? Sono servitori, per mezzo dei quali voi avete creduto; così come il Signore ha concesso a ciascuno.

L’apostolo torna ora sui dissensi tra i Corinzi già menzionati nel cap. 1 (v. 12), problema al quale aveva solo momentaneamente rivolto la sua attenzione.

Paolo doveva innanzitutto fare due precisazioni importanti:

  • la sapienza umana, che essi stimavano così tanto, è un ostacolo alla fede (1:19-2:5);
  • la sapienza di Dio può essere compresa solo da cristiani spirituali (2:6-16).

Ora i Corinzi dimostravano proprio con il loro comportamento di essere carnali, non spirituali. Non erano più uomini nel loro stato naturale senza lo Spirito Santo (Giuda v. 19), erano stati salvati per grazia e avevano ricevuto lo Spirito in virtù della loro fede nel Vangelo (Efesini 1:13). Tuttavia, non sottomettevano la loro volontà alla Sua opera, ma si lasciavano guidare da opinioni e principi umani. Per questo motivo Paolo non poteva comunicare loro la profondità della sapienza di Dio.

Qui, dunque, troviamo tre diversi stati dell’uomo davanti a Dio:

  • “Naturale” (2:14) si riferisce all’uomo non rigenerato, che vive senza la conoscenza e la comprensione dei pensieri di Dio ed è guidato dalla propria natura peccaminosa.
  • “Spirituale” si riferisce a coloro che sono nati di nuovo, che possiedono lo Spirito Santo e si lasciano guidare da Lui.
  • “Carnale” caratterizza un “credente” che non vive secondo la Parola di Dio, ma si lascia guidare nei pensieri, parole e azioni dalle tendenze malvagie della carne, la sua “vecchia natura”.

 

In generale i Corinzi non erano spirituali, ma carnali. Dando tanto spazio al pensiero umano, i Corinzi erano ancora “bambini in Cristo”. Ogni cristiano inizia con l’essere “bambino” nella fede (1 Giovanni 2:12-13); ma come avviene nel regno naturale, anche nel regno spirituale c’è una crescita; nei Corinzi però questa non era avvenuta. Durante la sua lunga permanenza tra loro, Paolo ha potuto dare loro solo i rudimenti più semplici della fede come cibo spirituale, quello che lui chiama “latte” (Cfr. Ebrei 5:12). Non erano ancora in grado di tollerare il cibo solido, cioè gli aspetti più difficili della verità, come il mistero di Cristo, così meravigliosamente sviluppato nella Lettera agli Efesini.

Nel v. 3, Paolo cita di nuovo la prova concreta del loro stato: c’erano “gelosie” e “lotte” tra di loro. Invece di servirsi a vicenda nell’amore, come dovrebbero fare i santi, si invidiavano a vicenda. Questa gelosia dava origine a partigianerie e litigi. La gelosia portò al primo omicidio della storia umana, quando Caino uccise suo fratello Abele. La gelosia portò i Giudei ad accusare il Signore Gesù e a farlo crocifiggere. Non è forse anche oggi una causa frequente di disaccordo tra i credenti?

È chiaro che la gelosia tra i Corinzi non riguardava tanto le questioni terrene, quanto piuttosto i doni spirituali e la considerazione e l’onore nella chiesa. Per ottenere un posto di rilievo, si rifugiavano dietro a leader rinomati come Apollo e Paolo, a loro insaputa. Non erano persone che aspiravano ad essere dei leader e ad attirare altri al loro seguiti, come talvolta accade, ma di credenti che cercavano di farsi notare approfittando di stimati servitori di Dio! In questo, i Corinzi si comportavano esattamente come persone del “mondo” e creavano contrasti dichiarandosi seguaci degli insegnamenti di questo o quel fratello.

Così facendo, si erano allontanati dallo spirito del cristianesimo ed erano tornati ai princìpi umani. La fede cristiana implica che l’uomo naturale è stato condannato e messo da parte dalla croce di Cristo. Il cristiano è unito al Signore risorto e ha lo Spirito Santo come fonte di forza e conduttore della sua nuova vita. Come devono essere rimasti colpiti i Corinzi, presuntuosi ma spiritualmente deboli, quando Paolo scrisse loro che, quando dicevano: “Io sono di Paolo” o “Io sono di Apollo”, camminavano “secondo la natura umana”!

Già nel cap. 1 (v. 14), Paolo aveva sottolineato di aver battezzato solo un piccolo numero di Corinzi, in modo che nessuno potesse usare questo fatto per scopi di parte. Ora chiede loro: “Che cos’è dunque Apollo? E che cos’è Paolo?” (v. 5). Questi fratelli, spirituali e dotati, che venivano elevati dai Corinzi “contro la loro volontà” alla guida di“partiti”, si consideravano semplicemente come servi di Dio e servi dei credenti. Così facendo, seguivano l’esempio del loro Signore: ai discepoli che discutevano su chi di loro fosse il più grande, Egli aveva insegnato che il più grande è colui che serve, non colui che domina. Egli stesso era stato tra i Suoi discepoli “come colui che serve”, pur essendo il Signore di tutto (Luca 22:24-27). Allo stesso modo, Paolo, Apollo e Pietro ritenevano sé stessi come semplici servi di Dio che avevano contribuito alla conversione dei Corinzi. È vero che avevano doni e servizi molto diversi, ma queste differenze erano state date dal Signore e in base a quelle avevano svolto i loro vari compiti con un medesimo spirito, come servi di Dio.

4.2 – Lavorare per la casa di Dio (vv. 6-17)

3:6 Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere; 3:7 quindi colui che pianta e colui che annaffia non sono nulla: Dio fa crescere! 3:8 Ora, colui che pianta e colui che annaffia sono una medesima cosa, ma ciascuno riceverà il proprio premio secondo la propria fatica. 3:9 Noi siamo infatti collaboratori di Dio, voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. 3:10 Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; 3:11 poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù.

Né Apollo né Paolo volevano essere visti come leader, ma piuttosto come servitori. Questo chiarimento dà all’apostolo l’opportunità di sviluppare diversi aspetti del servizio per Signore fino al v. 21 del cap. 4.

Innanzitutto, ricorda loro l’opera che lui e Apollo avevano svolto a Corinto. Il loro lavoro nel Vangelo era paragonabile a quello di un agricoltore: Paolo aveva piantato e grazie alla sua predicazione i Corinzi erano giunti alla fede nel Signore Gesù. Poi Apollo aveva innaffiato le piantine: aveva dato loro il cibo appropriato e l’aiuto spirituale di cui avevano bisogno per crescere. Da un punto di vista umano sembrerebbe che Paolo fosse il “fondatore” e Apollo il “maestro” della chiesa di Corinto entrambi, però, erano soltanto strumenti di Dio, il solo che può far crescere. Non c’è nemmeno differenza o contrasto tra chi pianta e chi innaffia. Non possono essere separati, perché lavorano per lo stesso Padrone e per la stessa opera. In questo, Paolo e Apollo erano un modello luminoso per i Corinzi divisi e litigiosi. Tuttavia, ogni servo riceverà un giorno, al tribunale di Cristo, la ricompensa per ciò che ha fatto per Lui personalmente.

Paolo e Apollo lavoravano insieme per Dio e sotto la Sua direzione. Questo è il significato dell’espressione “collaboratori di Dio” (v. 9a). I Corinzi, invece, erano “il campo di Dio” (v. 9b), nel quale i due servitori avevano lavorato. Questa immagine non è usata altrove nella Scrittura per designare la Chiesa. È vero che in altri passi l’immagine del lavoro dell’agricoltore è usata per illustrare l’attività spirituale (Cfr. 9:10; 2 Timoteo 2:6; Giacomo 5:7), ma per il resto la Chiesa è presentata solo nell’immagine del corpo, della sposa o della casa, a volte vista come un tempio o un edificio. È a quest’ultimo che l’apostolo si riferisce quando dice: “Voi siete… l’edificio di Dio”. Non sta pensando all’intera Chiesa sulla terra, ma alla chiesa locale di Corinto. Tuttavia, essa è considerata un’”espressione” della Chiesa di Dio sulla terra (Cfr. Efesini 2:21).

Paolo era consapevole della grazia che Dio gli aveva concesso (Cfr. 15:10). Che si trattasse della salvezza, dei doni ricevuti o della sua responsabilità, la grazia di Dio era sempre davanti ai suoi occhi. È in questa consapevolezza che aveva posto “come esperto architetto” le fondamenta della chiesa di Corinto. La Chiesa di Dio è quindi chiamata la Sua casa, il Suo tempio, la Sua dimora (Efesini 2:20-22); altrove è la colonna e il sostegno della verità (1 Timoteo 3:15). A questo proposito, è importante distinguere tra ciò che Cristo costruisce e ciò che è costruito da strumenti umani. Ciò che è costruito dal Signore stesso è perfetto poiché, in quanto Figlio eterno di Dio, Egli stesso è la roccia che costituisce il fondamento di questo edificio (Matteo 16:18). I materiali con cui costruisce la Sua casa sono “pietre viventi”, cioè i veri credenti (1 Pietro 2:5) e, di conseguenza, l’edificio secondo il consiglio di Dio è “ben collegato” (Efesini 2:21). Tuttavia, in 1 Corinzi 3, la casa di Dio viene considerata dal punto di vista della responsabilità dell’uomo. Lì, coloro che costruiscono sono anche uomini, di cui Dio vuole servirsi e che sono responsabili nei Suoi confronti. C’è quindi il pericolo di costruire con materiali sbagliati e persino che gli operai “guastino”il tempio santo di Dio (vv. 15 e 17).

Altri, dopo l’apostolo, avrebbero continuato a costruire su questo unico fondamento che è Gesù Cristo, come aveva fatto Apollo. Tuttavia, chiunque partecipa a quest’opera è responsabile del modo in cui costruisce. Il Signore Gesù ha posto le fondamenta con la Sua opera espiatoria sulla croce e con l’invio dello Spirito Santo sulla terra. La Chiesa poggia su di Lui, la Roccia dell’eternità. Qualsiasi altro fondamento sarebbe un’opera umana e quindi falsa.

Chi partecipa all’edificazione della casa di Dio, che si tratti di predicare il Vangelo o di insegnare ai credenti, o contribuisce alla benedizione, o causa un danno. In ogni caso c’è una domanda fondamentale: è per la gloria del Signore e la benedizione degli uomini, o ci sono altri motivi in gioco, come la gloria personale o lo spirito di partito…?

3:12 Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, 3:13 l’opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno. 3:14 Se l’opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa; 3:15 se l’opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco. 3:16 Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 3:17 Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.

Gli insegnamenti buoni: oro, argento, pietre preziose, o cattivi: legno, fieno, stoppia (v. 12) determineranno anche il carattere dei credenti che li ricevono. Quanto è serio questo per ogni credente che desidera essere impiegato nel servizio del Signore! I risultati di tale servizio non sono sempre immediatamente percepibili. Ma sta per arrivare il giorno in cui tutti i credenti saranno manifestati davanti al tribunale di Cristo. Lì, le cose più nascoste saranno portate alla luce e saranno messe alla prova e giudicate dal fuoco della santità divina. Se l’opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa;se l’opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco (vv. 14-15). Paolo stesso attendeva con ansia quel giorno, sapendo che il Signore, il giusto giudice, gli avrebbe dato la corona di giustizia che gli era “riservata” (2 Timoteo 4:8). Ma è anche possibile che il lavoro di qualcuno non regga al giusto giudizio del Signore; questo credente subirà una perdita, in quanto non riceverà alcuna ricompensa dal Suo Signore. Non si tratta di una questione di salvezza, ma della ricompensa dei servi di Cristo. Questo è chiaro da ciò che dice l’apostolo: “Egli stesso sarà salvo…”.

Infine, Paolo ricorda ai Corinzi che sono “il tempio di Dio” (v. 16). La Chiesa non è solo un edificio in costruzione fino alla venuta del Signore, ma è già ora la dimora, il tempio di Dio. Lo Spirito Santo abita in ogni credente individualmente. Così, il corpo di ogni credente è il tempio dello Spirito Santo, ma la Chiesa serve da“dimora a Dio per mezzo dello Spirito” (Efesini 2:22). La caratteristica di questo tempio è la presenza di Dio. Chi “guasta”questo tempio riceverà la giusta punizione di Dio: sarà perduto per l’eternità. Non stiamo parlando, come nei versetti precedenti, di credenti che, per motivi carnali, lavoravano nella casa di Dio, ma di falsi insegnanti increduli che diffondono false dottrine invece della Verità e che contribuivano a rovinare il carattere della Chiesa di Dio. Tali persone sono sorte in gran numero nel corso della storia del cristianesimo e hanno arrecato un danno immenso alla Chiesa.

4.3 – La cecità (vv. 18-23)

3:18 Nessuno s’inganni. Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio; 3:19 perché la sapienza di questo mondo è pazzia davanti a Dio. Infatti è scritto: «Egli prende i sapienti nella loro astuzia»; 3:20 e altrove: «Il Signore conosce i pensieri dei sapienti; sa che sono vani». 3:21 Nessuno dunque si vanti degli uomini, perché tutto vi appartiene. 3:22 Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, le cose presenti, le cose future, tutto è vostro! 3:23 E voi siete di Cristo; e Cristo è di Dio.

Paolo riprende ora il soggetto della saggezza umana già affrontato nel cap. 1, mettendo in guardia i Corinzi dalla cecità della sapienza di questo mondo, che è follia agli occhi di Dio. Il pericolo è che questa sapienza non solo ci riempia di orgoglio, ma renda vana la croce di Cristo, come Paolo ha già scritto nel v. 17 del cap. 1. Possiamo sfuggire a tale cecità solo rifiutando questa cosiddetta “sapienza”; chiunque lo fa appare sciocco agli occhi del mondo e dei suoi saggi;ma in realtà, rifiutare la sapienza di questo mondo è la condizione per acquisire la vera sapienza di Dio, perché è impossibile, attraverso la sapienza umana, conoscerlo o piacergli. Essa dà all’uomo un posto importante e non tiene conto di Dio. Ecco perché questa sapienza è stoltezza davanti a Lui.

A sostegno di questa affermazione, Paolo introduce due citazioni dell’Antico Testamento con le quali vuole raggiungere la coscienza dei Corinzi. La prima esprime come Dio tratta i sapienti di questo mondo e le loro astuzie, mentre la seconda mostra il giudizio che Egli dà sulla vanità dei loro ragionamenti. È evidente che, nel loro attaccamento alla sapienza umana, i Corinzi avevano già perso la strada a tal punto da stabilire differenze e presunte contraddizioni tra maestri noti come Paolo, Pietro e Apollo, e da usarle per nascondere abilmente il proprio errore. Questo modo di agire carnale è da condannare. Dio scruta i cuori dei Suoi figli e giudica ogni cosa in base al suo vero valore. I Corinzi dovevano imparare che la sapienza umana è solo un ostacolo nella vita di fede, che i servitori di cui si vantavano non cercavano né seguaci né partigiani, e che con questo dissenso si privavano delle benedizioni di Dio.

“Nessuno, dunque si vanti degli uomini, perché tutto vi appartiene…”, scrive Paolo alla fine di questo paragrafo (v. 21). La chiesa di Corinto era stata arricchita in ogni cosa in Cristo, ma ognuno aveva davanti agli occhi solo il proprio dono, la propria sapienza e il proprio partito senza vedere i doni dati da Dio agli altri fratelli. Il comportamento settario e individualista di questi credenti li aveva portati a perdere di vista il fatto che, nella Sua grazia, Dio aveva dato loro ogni cosa (Cfr. 1:5-7).

Questo non significa, ovviamente, che i credenti possono fare quello che vogliono con i doni di Dio. Devono riceverli dalla Sua mano con gratitudine, ma non hanno il diritto di rifiutarli o di usarli in modo carnale. Questo era infatti l’errore dei Corinzi: Paolo, Apollo e Pietro, non erano valutati allo stesso livello da tutti i membri della chiesa. Così facendo limitavano le benedizioni che Dio intendeva dare loro usando tutti e tre questi Suoi servitori. Coloro che volevano riconoscere solo Paolo dovevano sapere che Dio aveva dato loro anche Apollo e Pietro.

Ma Paolo va oltre nel suo insegnamento. I cristiani non solo hanno ricevuto benedizioni e doni spirituali dal Padre celeste, ma in realtà tutto è a loro disposizione. Anche il mondo è nostro. Come stranieri sulla terra, possiamo farne uso, ma non dobbiamo considerarlo come una proprietà duratura, “perché la figura di questo mondo passa.” (7:31). Paolo diceva di sé: “… non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa” (2 Corinzi 6:10).

Il cristiano spirituale riceve la vita e la morte dalla mano del Padre, come Egli ritiene opportuno e giusto. Così usa la sua vita mettendola a disposizione di Cristo, Suo Signore. La morte non gli fa paura, ma è il cammino che lo conduce alla presenza del Suo Signore. Paolo scriveva ai Filippesi: “Ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio” (Filippesi 1:23).

I cristiani possiedono anche il presente, il tempo in cui vivono, senza essere turbati dalle sofferenze, dalle difficoltà e dai dolori che esso comporta. Possiedono anche il futuro, per fede, perché sono eredi di Dio e coeredi di Cristo. Il credente non ha nulla e nessuno al di sopra di sé se non Cristo, e al di sotto di lui ha tutte le cose. Per questo Paolo può dire due volte: “Tutto è vostro”. Quelli a cui si rivolge sono proprietà del Signore. Egli li ha comprati a caro prezzo! Ma è Lui che è stato nominato da Dio erede di tutte le cose, Lui che ora siede sul trono alla Sua destra e che presto, come sovrano di tutte le cose, regnerà con i Suoi redenti. Tutte le cose appartengono a loro, perché sono uniti a Colui al quale Dio ha assoggettato ogni cosa. Le parole “e Cristo è di Dio” mostrano che il Signore Gesù è considerato qui non come il Figlio eterno di Dio, ma come l’Uomo glorificato. Come tale, Egli è soggetto a Dio; un pensiero profondo e misterioso che ritroviamo più avanti in questa epistola: “Ma voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo; che il capo della donna è l’uomo; e che il capo di Cristo è Dio” (11:3) e: “Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti” (15:28).

5 – Cap. 4 – Un buon servitore di Dio

5.1 – Il giusto giudizio (vv. 1-5)

4:1 Così, ognuno ci consideri servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 4:2 Del resto, quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele. 4:3 A me poi pochissimo importa di essere giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, non mi giudico neppure da me stesso. 4:4 Infatti non ho coscienza di alcuna colpa; non per questo però sono giustificato; colui che mi giudica è il Signore. 4:5 Perciò non giudicate nulla prima del tempo, finché sia venuto il Signore, il quale metterà in luce quello che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i pensieri dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio.

L’autore sembra iniziare qui un argomento del tutto nuovo, ma non dimentichiamo che i dissensi all’interno della chiesa di Corinto sono, di fatto, quelli dei capp. da 1 a 4. Spinti da pensieri carnali e dal desiderio di riconoscimenti umani, i partiti tra i Corinzi avevano scelto come leader i noti fratelli – Apollo, Paolo e Pietro – senza che loro avessero cercato questo riconoscimento!

Per questo Paolo ripete che lui e Apollo erano servi di Cristo e non volevano essere altro (vv.3-5). È vero che la parola greca per servo qui (hupéretés) non è la stessa del cap. 3: diakonos (v. 5). Ma il significato più profondo è lo stesso. Il primo dovere di un servo è quello di obbedire al suo Signore e Maestro. Tuttavia, Paolo e Apollo volevano essere riconosciuti non solo come “servi di Cristo”, ma anche come “amministratori dei misteri di Dio”. Dio aveva affidato loro dei misteri che, secondo il Suo consiglio, erano rimasti fino ad allora nascosti (Cfr. Romani 16:25-26; Efesini 3:9). Come abbiamo visto dai capp. 2:6 a 3:3, Paolo non poteva parlare ai Corinzi di questi misteri a causa del loro stato carnale. Invece, espose agli Efesini “le imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Efesini 1-9; 3:1-12). Proprio per questo, egli si dimostrò un fedele amministratore dei misteri di Dio. Come servo fu fedele al Suo Signore e come amministratore fu fedele a ciò che Dio gli aveva affidato. La fedeltà è la caratteristica più importante di un buon amministratore. Se è così tra gli uomini in questo mondo, quanto più è vero nel regno spirituale!

Spesso la lealtà di un direttore si manifesta solo quando presenta i conti al suo capo. Gli altri possono aver già valutato il suo comportamento e le sue parole, ma non la sua fedeltà. Lo stesso accade nella vita dei credenti tra di loro. Con quanta facilità emettiamo un giudizio errato su un servo del Signore. I credenti di Corinto avevano fatto su Pietro, Apollo e Paolo e sul loro servizio valutazioni molto diverse, e in parte sbagliate. Spettava ora a loro giustificarsi? Non sarebbe stato secondo la volontà di Dio.

Paolo coglie l’occasione per dare alcune serie lezioni ai Corinzi.

  1. Se si fosse trattato del suo servizio per il Signore Gesù, gli sarebbe importato molto poco il giudizio dei Corinzi, o di qualunque altro essere umano. Non sta dicendo che tale giudizio non gli interessava affatto, ma che era di minore importanza rispetto a quello del Signore. In questo modo, esprime delicatamente che non era del tutto indifferente al giudizio degli uomini, e soprattutto dei suoi fratelli.
  2. “Non mi giudico neppure da me stesso”. Questo non significa, ovviamente, che vivesse senza giudicarsi o senza confessare i propri peccati davanti al Padre. Sappiamo da altri passi del Nuovo Testamento quanto Paolo si sforzasse di avere sempre una buona coscienza davanti a Dio e agli uomini. Qui si tratta del suo servizio per il Signore. Secondo l’immagine da lui usata, in quanto amministratore non aveva il diritto di giudicare la propria fedeltà! La sua coscienza non lo condannava, ma lui si rimetteva all’insindacabile giudizio di Dio.
  3. Solo il Signore Gesù può apprezzare la fedeltà nel servizio. Egli non vede solo l’esterno, come fanno gli uomini, ma guarda il cuore (Cfr. 1 Samuele 16:7). Solo Lui sa discernere le vere motivazioni, se il motivo del servizio è l’amore per Lui o l’amore per sé stessi, se c’è zelo o indolenza, ecc.
  4. Anche per questi motivi, i Corinzi non dovevano giudicare i servitori del Signore “prima del tempo”. L’apostolo specifica quando sarà il tempo del giudizio finale, dicendo: “… finché sia venuto il Signore”. Già al momento del rapimento dei santi, i risultati del Vangelo si manifesteranno alla gloria di Dio, quando tutti i credenti saranno presi insieme per incontrare il Signore nell’aria. Ma verrà il momento in cui Egli “metterà in luce ciò che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i pensieri dei cuori”; e il Suo popolo comparirà tutto “davanti al tribunale di Dio” (Romani 14:10). Non solo l’opera di ciascuno sarà giudicata e premiata, come descritto nel cap. 3, vv. 14-15, ma anche i pensieri e i sentimenti nascosti di tutto il Suo popolo. Ognuno di noi sarà allora manifestato “davanti al tribunale di Cristo” (2 Co 5:10), e ne sarà consapevole ma, nella gloria di Dio, le debolezze e i peccati dei nostri fratelli e sorelle non ci interesseranno più! Lì, nulla che non sia in armonia con la gloria di Dio può sopravvivere. Alla luce del giudizio di Cristo, vedremo tutto ciò che ha contrassegnato la nostra vita passata come il Signore l’ha sempre vista. Saremo allora in perfetta armonia con Lui per tutta l’eternità. Che grazia poter cantare allora le sue lodi! Il nostro Signore, nella Sua grazia, ha portato il giudizio dei nostri peccati una volta per tutte sulla croce del Golgota. Ma il fatto che Egli trovi ancora, nonostante tutte le nostre mancanze, un motivo per attribuirci qualche lode: è il culmine della Sua grazia che sarà il tema della nostra adorazione eterna.

5.2 – Veri servi di Dio (vv. 6-13)

4:6 Ora, fratelli, ho applicato queste cose a me stesso e ad Apollo a causa di voi, perché per nostro mezzo impariate a praticare il non oltre quel che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio esaltando l’uno a danno dell’altro. 4:7 Infatti, chi ti distingue dagli altri? E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto? 4:8 Già siete sazi, già siete arricchiti, senza di noi siete giunti a regnare! E fosse pure che voi foste giunti a regnare, affinché anche noi potessimo regnare con voi! 4:9 Poiché io ritengo che Dio abbia messo in mostra noi, gli apostoli, ultimi fra tutti, come uomini condannati a morte; poiché siamo diventati uno spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini.

I vari partiti di Corinto onoravano i servi del Signore che avevano scelto come “capi”, a scapito degli altri. Paolo ora parla contro questo orgoglio. Innanzitutto, spiega di aver applicato le sue parole a sè stesso e ad Apollo, come se ci fosse una qualche colpa da parte loro. Invece di rimproverare i Corinzi con severità per la loro mondanità e partigianeria, si preoccupa, con amore fraterno, di non ferirli. Tuttavia, il suo scopo era quello di dare loro, con la propria condotta e quella di Apollo, un esempio da imitare. I Corinzi potevano imparare da questi fedeli servitori a non elevare i loro pensieri al di sopra degli insegnamenti delle Sacre Scritture, in cui l’orgoglio è sempre condannato e l’umiltà presentata come un sentimento gradito a Dio (Cfr. Proverbi 3:34; 16:5). Essi avevano fallito in questo senso, perché nel loro spirito di partito erano non solo divisi, ma anche orgogliosi e presuntuosi.

Usando il pronome “voi”, Paolo si rivolge ora a ciascuno dei Corinzi personalmente. Se c’erano diverse capacità spirituali tra loro, da dove derivavano? Non era forse Dio, che dà a ciascuno un dono di grazia secondo la Sua volontà? Tutti i doni spirituali che i Corinzi possedevano li avevano ricevuti da Lui, e tutto ciò che avevano imparato lo avevano appreso, per la Sua grazia, dai servi di Cristo; quindi, era solo per orgoglio che si vantavano dei loro doni o della loro conoscenza, come se li avessero acquisiti con i propri sforzi o il proprio lavoro.

Paolo deve aver visto con tristezza che erano in uno stato di autocompiacimento che rifletteva la loro vera povertà spirituale. Erano sazi, ma non di cibo spirituale; erano ricchi, ma non nel Signore; nella loro presunzione avevano già pensato di poter regnare, senza capire che quello era il momento di perseverare e soffrire per Cristo, non di regnare. C’è una certa ironia nell’espressione “senza di noi”, perché quando nel regno millenario arriverà il momento in cui i credenti regneranno, tutti regneranno con Cristo, non solo alcuni (2 Timoteo 2:12; Apocalisse 20:4-6). Ecco perché Paolo aggiunge: “…che voi foste giunti a regnare, affinché anche noi potessimo regnare con voi” (v. 8). Con queste parole si riferisce al Millennio, quando il Signore apparirà trionfalmente, accompagnato da tutti i Suoi redenti, e governerà nel Suo regno di giustizia e di pace. L’apostolo attendeva non solo la venuta del Signore per prendere a Sé la Sua Chiesa, ma anche questo regno di pace. Entrambi gli eventi devono ancora venire.

In contrasto con l’ambizione dei Corinzi di essere stimati e di avere influenza sugli altri, Paolo vede sè stesso, e gli altri apostoli con lui, uomini destinati a morire, come i prigionieri nei cortei trionfali (quando gli imperatori tornavano a Roma dopo una vittoria) che sarebbero stati uccisi nell’anfiteatro davanti alle folle di spettatori. Questo era il posto che gli apostoli occupavano in questo mondo, secondo la volontà di Dio. Sia davanti agli uomini sia davanti agli angeli, essi testimoniarono con la loro vita che non cercavano un posto di onore e di considerazione, ma prendevano il posto di disprezzo e di rifiuto che il Signore Gesù stesso aveva preso nella Sua vita e nella Sua morte.

4:10 Noi siamo pazzi a causa di Cristo, ma voi siete sapienti in Cristo; noi siamo deboli, ma voi siete forti; voi siete onorati, ma noi siamo disprezzati. 4:11 Fino a questo momento, noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora, 4:12 e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo; 4:13 siamo diventati, e siamo tuttora, come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti.

Nel v. 10, Paolo mostra il contrasto tra i “servi del Signore” e i Corinzi. Quelli erano considerati stolti per amore di Cristo (1:23), deboli e disprezzati. Quanto ai Corinzi, si poteva dire di loro, ma con una certa ironia, che erano saggi in Cristo, oltre che forti e onorevoli, perché lo erano solo nella loro immaginazione, e forse solo esteriormente, ma non agli occhi di Dio (Cfr. v. 8).

A sostegno delle sue parole, l’apostolo elenca alcune delle difficoltà di cui lui e i suoi collaboratori soffrivano continuamente: fame, sete, mancanza di vestiti, percosse, mancanza di casa, duro lavoro per il loro sostentamento. Quale dedizione al Signore avevano questi uomini per accettare tali difficoltà! Paolo prosegue menzionando altri dolori che questi servitori avevano sopportato: hanno mostrato non solo perseveranza, ma anche grazia: “ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo” (v. 12). La grazia dava loro la forza di sopportare il disprezzo più grande, quello di essere considerati “come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti” (v. 13).

5.3 – Padre o maestro (vv. 14-21)

4:14 Vi scrivo queste cose non per farvi vergognare, ma per ammonirvi come miei cari figli. 4:15 Poiché anche se aveste diecimila precettori in Cristo, non avete però molti padri; perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo. 4:16 Vi esorto dunque: siate miei imitatori.

Per evitare qualsiasi malinteso, Paolo spiega ora ai Corinzi perché sta scrivendo loro tutto questo: non per svergognarli, ma per esortarli come suoi figli amati. Non era il loro maestro, ma il loro padre. Nell’antica Grecia, come a Roma, i figli delle famiglie benestanti erano sotto la costante supervisione di un maestro (in greco: paidagogos) dall’età di circa sette anni fino ai diciassette, che li accompagnava a scuola e in tutte le loro attività, per insegnare loro un comportamento degno del loro rango e per proteggerli da influenze nocive e dalla loro stessa negligenza. A differenza dei “pedagoghi” di oggi, questo paidagogos non insegnava. Il suo ruolo era quello di mantenere i suoi protetti sottomessi. L’autorità era considerata più importante dell’amore. Anche nelle questioni spirituali è più facile presentarsi come un maestro che come un padre, ed è per questo che sono più numerosi i cristiani capaci di dire agli altri come devono comportarsi che quelli disposti ad aiutarli con amore e pazienza, in vista della loro crescita spirituale.

A Corinto c’erano ovviamente molti di questi “insegnanti”, che volevano dominare i credenti e tenerli sottomessi, ma c’erano pochi “padri” che avrebbero goduto nel vederli crescere nella grazia e nella conoscenza di Gesù Cristo. Paolo, invece, era il vero padre spirituale dei credenti di Corinto per due motivi. In primo luogo, aveva predicato loro il Vangelo (Cfr. Atti 18) e quindi li aveva portati alla conversione e alla nuova nascita; poteva quindi dire di averli generati in Cristo Gesù attraverso il Vangelo (Cfr. Filemone v. 10; Galati 4:19). Poi Paolo, essendo più avanti nella fede, poteva anche presentarsi come loro padre, che voleva aiutarli con un amore pieno di sollecitudine, lui che era stato un esempio per loro sotto ogni aspetto. Per questo ora li prega di essere suoi imitatori. L’esempio è uno dei migliori metodi di insegnamento! Nella sua esortazione: “Siate miei imitatori”, non c’è alcuna finzione, perché egli intendeva attirare l’attenzione non su di sé, ma su Cristo, di cui egli stesso era imitatore (11:1).

4:17 Appunto per questo vi ho mandato Timoteo, che è mio caro e fedele figlio nel Signore; egli vi ricorderà come io mi comporto in Cristo Gesù, e come insegno dappertutto, in ogni chiesa. 4:18 Or alcuni si sono gonfiati d’orgoglio, come se io non dovessi più venire da voi; 4:19 ma, se il Signore vorrà, mi recherò presto da voi, e conoscerò non il parlare ma la potenza di coloro che si sono gonfiati;

Poiché nella situazione attuale Paolo non poteva o non voleva andare a Corinto, vi aveva inviato Timoteo (Cfr. 16:10). Paolo conosceva questo compagno di lunga data come nessun altro e Timoteo stesso gli era devoto in un fedele attaccamento filiale, come possiamo dedurre da Filippesi 2:20-22 e da 2 Timoteo 3:10. Paolo, da parte sua, stimava molto il suo collaboratore e lo riteneva qualificato a ricordare ai Corinzi tutto ciò che, come fedele discepolo di Cristo, aveva trasmesso in parole e opere, non solo a loro ma anche in ogni chiesa. La via del Signore nella quale Paolo camminava era la stessa per ogni chiesa. La menzione di “ogni chiesa” nel v. 17 è molto notevole, perché ci mostra l’universalità dell’insegnamento affidato all’apostolo Paolo, che oggi purtroppo non è più accettato nemmeno da molti veri credenti.

Paolo sapeva che a Corinto c’erano persone che avrebbero colto ogni occasione per mettersi in buona luce, diffondendo propaganda contro di lui e minando la fiducia dei Corinzi in lui. Essi sostenevano con orgoglio che l’apostolo aveva mandato Timoteo a Corinto solo perché non osava andarci lui stesso. A questa affermazione, egli risponde che il suo progetto di recarsi a Corinto dipendeva interamente dalla volontà del suo amato Signore. Rivolgendosi a coloro che si erano gonfiati di orgoglio, accenna alla possibilità di un serio confronto, che dimostrerebbe che la vera forza spirituale si misura con la condotta pratica, non con le parole. Nel cap. 13 (v. 1), egli fa notare ai Corinzi che si può parlare come un angelo e tuttavia non essere altro che “un bronzo” o “un cembalo tintinnante”. Più tardi, quando Paolo sarebbe andato a visitarli, sarebbe stato chiaro che questi uomini orgogliosi stavano solo seducendo i credenti di Corinto con i loro discorsi.

4:20 perché il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza. 4:21 Che volete? Che venga da voi con la verga o con amore e con spirito di mansuetudine?

Infatti, aggiunge, “il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza” (v. 20). L’espressione “regno di Dio” equivale a “regno di Cristo”;le caratteristiche di questo regno sono il riconoscimento dell’autorità unica del Signore Gesù come re e l’obbedienza alla sua Parola. Il regno di Dio era già stato annunciato profeticamente nell’Antico Testamento (Cfr. Isaia 9:6-7; Daniele 9:13-14). Quando il re, Cristo, è venuto nel mondo, il Suo regno è iniziato (Matteo 12:28), ma il re è stato rifiutato e messo a morte. Di conseguenza, il governo “ufficiale” di Cristo è stato rimandato a un tempo futuro. È solo alla Sua apparizione nella gloria che egli prenderà il dominio del Suo regno ed eserciterà il potere per un periodo di mille anni (Apocalisse 20:1-6). Durante quel periodo, Satana sarà legato e il Signore condividerà il Suo potere con Israele. Per mille anni, la giustizia e la pace regneranno sulla terra, dove ora c’è tanta ingiustizia e violenza.

Dopo il rifiuto di Cristo come Re, Dio, nella Sua saggezza, ha rivelato il Suo glorioso consiglio riguardo alla Chiesa, e lo sta attuando nel tempo presente. Chi crede ora nel Signore Gesù, diventa membro del Suo corpo, della Sua Chiesa che, una volta completata, sarà riunita a Lui nella casa del Padre e lo accompagnerà alla Sua apparizione. Dalla prima venuta del Signore sulla terra, tutti coloro che credono in Lui lo hanno anche confessato come Re del Suo regno, anche se ora è nascosto agli occhi del mondo. Per questo nelle Lettere neotestamentarie si parla spesso del regno di Dio, a volte in relazione al futuro regno ufficiale del Signore, il Millennio (Cfr. 1 Corinzi 6:9), a volte anche in relazione al tempo presente.

Un carattere essenziale del regno di Dio è il riconoscimento dell’autorità del Signore Gesù, cioè l’obbedienza. Anche i credenti di oggi sono nel regno di Dio e l’obbedienza al loro Signore deve essere dimostrata non solo con le parole, ma soprattutto con le azioni.

La questione non era quindi se o quando l’apostolo sarebbe venuto a Corinto, ma “come”. Dai Corinzi dipendeva l’atteggiamento con cui sarebbe andato: o “con la verga”, cioè con autorità, o “con amore e con spirito di mansuetudine” (v. 21), come loro padre in Cristo. Abbiamo già visto (v. 14) che non voleva farli vergognare, ma servirli come un padre.

6 – Cap. 5 – Disordine morale a Corinto

La terza parte della prima Lettera ai Corinzi, che comprende i capp. 5 e 6, tratta del disordine spirituale in quella chiesa. Il cap. 5 tratta della disciplina della chiesa in caso di fornicazione, il cap. 6 delle cause giudiziarie tra fratelli e di nuovo della fornicazione.

6.1 – Come affrontare un male evidente nella casa di Dio (vv. 1-8)

5:1 Si ode addirittura affermare che vi è tra di voi fornicazione; una tale fornicazione, che non si trova neppure fra i pagani; al punto che uno si tiene la moglie di suo padre! 5:2 E voi siete gonfi, e non avete invece fatto cordoglio, perché colui che ha commesso quell’azione fosse tolto di mezzo a voi!

Non sappiamo come Paolo sia venuto a conoscenza del caso di fornicazione descritto nel cap. 5. Nelle Scritture, la fornicazione si riferisce ai rapporti sessuali tra due persone non sposate. Molti passi dell’Antico e del Nuovo Testamento mettono in guardia da questo peccato e dalle sue conseguenze. Il peccato di incesto, qui menzionato tra un figlio e la sua matrigna, era così grave che non esisteva nemmeno tra le nazioni.

Tuttavia, deve anche rimproverare seriamente i Corinzi perché si erano comportati con orgoglio (Cfr. 4:6), e non avevano pianto sul fatto che un tale peccato fosse avvenuto in mezzo a loro. Certamente non era stato ancora insegnato loro come comportarsi in un caso del genere. Ma se fossero stati spiritualmente forti, avrebbero “fatto cordoglio”per il disonore recato a Dio e, come il popolo d’Israele di un tempo (Numeri 15:32-36), avrebbero gridato a Dio e aspettato le Sue istruzioni. Invece, hanno dato prova di orgoglio. Come abbiamo già visto, a Corinto molti erano preoccupati solo di sé stessi e della propria gloria, e avevano perso di vista la santità di Dio e della Sua Chiesa.

L’apostolo Paolo era consapevole della gravità dello stato della chiesa di Corinto; per questo, al rimprovero per la loro indifferenza, aggiunge subito l’ingiunzione: “… perché colui che ha commesso quell’azione fosse tolto dimezzo a voi” (v. 2). Questo è un principio importante per la Chiesa di Dio.

Il singolo credente, così come la Chiesa nel suo insieme, non deve associarsi al peccato o rimanere indifferente ad esso. Gli occhi di Dio sono troppo puri per sopportare la vista del male (Abacuc 1:13), e anche la nuova natura che il credente ha ricevuto da Lui detesta il peccato. Ma nella carne del credente non abita il bene, ed è per questo che è necessario un “auto giudizio” quotidiano. Se questo viene trascurato, un giorno o l’altro il male che non è stato giudicato sarà reso manifesto e Dio sarà pubblicamente disonorato. La chiesa deve eliminare dal suo seno il male non giudicato di questa persona, e quindi anche la persona stessa. Questo può sembrare duro e poco caritatevole, ma non dimentichiamo che se Dio è amore è anche luce, e quindi non dobbiamo avere comunione con le opere infruttuose delle tenebre (Efesini 5:11).

5:3 Quanto a me, assente di persona ma presente in spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha commesso un tale atto. 5:4 Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo insieme riuniti voi e lo spirito mio, con l’autorità del Signore nostro Gesù, 5:5 ho deciso che quel tale sia consegnato a Satana, per la rovina della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù.

Sebbene Paolo si trovasse probabilmente a Efeso, lontano dai Corinzi, era comunque presente in spirito. Il suo giudizio apostolico, guidato dall’amore per il suo Signore e dalla preoccupazione per tutte le chiese (2 Corinzi 11:28), era già stato emesso. Non si trattava di un giudizio generale, ma riguardava questo caso particolare: con la sua personale autorità apostolica, “quel tale” doveva essere consegnato a Satana (vv. 4 e 5). Che un tale atto non potesse essere riferito alla chiesa è chiaro da 1 Timoteo 1:20, dove Paolo usa la stessa espressione per il suo intervento personale nei confronti di Imeneo e Alessandro.

D’altra parte, la chiesa, in quanto tale, ha il dovere, nel nome del Signore Gesù, di accogliere e di escludere, di legare e di sciogliere (vv. 2 e 13; 2 Corinzi 2:7-10; Cfr. Matteo 18:18-20). Essa deve essere riunita solo nel nome del Signore Gesù Cristo e può agire solo nel Suo nome. Paolo si sente talmente legato alla chiesa di Corinto che si vede riunito in spirito con loro per compiere l’atto solenne della “disciplina”, con la forza del Signore Gesù Cristo e nel Suo nome.

Uno degli scopi dell’esclusione del peccatore dalla chiesa è il ripristino della comunione interrotta della sua anima con il Signore e il ritorno del peccatore pentito in seno alla fratellanza. La chiesa non può fare nulla di più in un caso del genere, ma Dio può arrivare anche a farlo morire, affinché nel giorno del Signore Gesù si manifesti che lo spirito di un tale uomo è comunque salvato (v. 5).

5:6 Il vostro vanto non è una buona cosa. Non sapete che un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta? 5:7 Purificatevi del vecchio lievito, per essere una nuova pasta, come già siete senza lievito. Poiché anche la nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata. 5:8 Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità.

I Corinzi non solo erano gonfi di orgoglio, ma probabilmente si vantavano anche di poter sopportare il peccato qui menzionato. Per questo Paolo deve ricordare loro il fatto, allora noto a tutti, “che un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta” (v.6). Ciò significa che il peccato non può mai essere considerato in modo isolato. La chiesa è una sola e quindi è colpita dal peccato nel suo insieme. Tuttavia, non stiamo parlando dell’effetto del lievito, ma del contrasto tra “un po’ ” e “tutta la pasta”. Come i figli d’Israele dovevano togliere tutto il lievito dalle loro case prima della Pasqua e della festa degli Azzimi, così i Corinzi dovevano togliere il vecchio lievito giudicando il peccato ed eliminando il male dalla chiesa, per dimostrare nella pratica ciò che erano nella mente di Dio: “una nuova pasta” (v. 7).

Il Signore Gesù, il vero Agnello della Pasqua, era morto. I Corinzi dovevano ora, spiritualmente parlando, celebrare la festa dei pani azzimi senza avere alcun tipo di lievito in mezzo a loro. Il “vecchio lievito” era ciò in cui avevano vissuto prima della loro conversione e poteva avere un carattere di “malizia e di malvagità” rappresentando l’attività della carne nel credente. Il pane azzimo “della sincerità e della verità” si riferisce a Cristo stesso, il cibo del credente.

6.2 – L’esercizio della disciplina (vv. 9-13)

5:9 Vi ho scritto nella mia lettera di non mischiarvi con i fornicatori; 5:10 non del tutto però con i fornicatori di questo mondo, o con gli avari e i ladri, o con gl’idolatri; perché altrimenti dovreste uscire dal mondo;

Le parole del v. 9: “Vi ho scritto nella mia lettera di non mischiarvi con i fornicatori” non significano necessariamente che Paolo si stia riferendo a una lettera precedente scritta ai Corinzi. L’uso del passato anziché del presente ricorre più volte nelle Lettere del Nuovo Testamento (Galati 6:11; 1 Giovanni 2:21 e 26). Con questo modo insolito di esprimersi, l’apostolo vuole sottolineare le sue precedenti spiegazioni sulla questione e sostenere l’importanza delle parole che stava dicendo. Ciò è evidente anche dal fatto che l’ammonimento espresso qui di non avere rapporti con i fornicatori viene ripetuto e giustificato nel v. 11.

Per “relazione” si intende un contatto personale a livello sociale; non si spinge fino alla “comunione”, che esprime un rapporto stretto. Quando Paolo mette in guardia i Corinzi da qualsiasi rapporto con i fornicatori, è comprensibile che ne limiti la portata con queste parole: “Non del tutto però con i fornicatori di questo mondo, o con gli avari e i ladri, o con gli idolatri, perché altrimenti dovreste uscire dal mondo” (v. 10). Il mondo, qui, è il luogo in cui Satana ha introdotto il peccato. Il cristiano vive come uno straniero sulla terra. Certo, non può evitare di avere rapporti con fornicatori, avari, ladri e idolatri; infatti,ogni giorno può venire in contatto con loro nel quartiere dove vive, al lavoro o durante gli acquisti. Potrebbe abbandonare del tutto questa società? Questa era la strada intrapresa dagli eremiti e dai monaci del Medioevo. Come cristiani, tuttavia, non dobbiamo e non possiamo abbandonare il mondo, ma abbiamo il dovere, individualmente e collettivamente, in quanto stranieri, di testimoniare del nostro Signore e di tenerci separati da ogni male.

5:11 ma quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore, un avaro, un idolatra, un oltraggiatore, un ubriacone, un ladro; con quelli non dovete neppure mangiare.

Ripetendo l’avvertimento, Paolo aggiunge un’indicazione importante: “Ma quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore… [con lui] non dovete neppure mangiare” (v. 11). Nei vv.6-8, utilizzando l’immagine della pasta non lievitata, aveva presentato ai Corinzi la loro purezza e santità agli occhi di Dio, nonché i pericoli derivati “dall’aggiunta” del lievito. Anche se il male era comune nel mondo che li circondava, come figli di Dio non dovevano tollerarlo né in sé stessi né negli altri! Ecco perché Paolo li esorta a non avere rapporti con chi è chiamato fratello e vive nel peccato. Chi confessa di essere nato di nuovo e lo dimostra nella sua vita pratica ha il diritto di essere chiamato “fratello”. È vero che ogni fratello o sorella può cadere nel peccato. Ma quando il peccato viene confessato, c’è il perdono. Tuttavia, se qualcuno “chiamato fratello” vive pubblicamente nei peccati qui menzionati solleva la questione se possa davvero essere considerato e trattato come credente.

È chiaro che i peccati qui menzionati non sono né peccati nascosti né manifestazioni occasionali della carne, per quanto penosi possano essere. Si tratta invece di uno stato malvagio del cuore, che si manifesta in questi peccati in modo tale da rendere impossibile la comunione pratica con la persona interessata.

Le parole “non dovete neppure mangiare” (v. 11) non si limitano alla partecipazione alla Cena del Signore; anche un semplice pasto ordinario, o qualsiasi espressione di comunione, o di stretta amicizia con delle persone che disonorano il Signore Gesù con la loro evidente cattiva condotta è da evitare. Qualsiasi rapporto personale con loro potrebbe apparire un implicito riconoscimento e un’approvazione pratica del loro cattivo comportamento. È responsabilità personale di ogni figlio di Dio che abbia il desiderio di seguire fedelmente il suo Signore, di obbedire a questa grave ingiunzione!

5:12 Poiché, devo forse giudicare quelli di fuori? Non giudicate voi quelli di dentro? 5:13 Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi.

Nei vv. 12 e 13 viene tracciata una chiara linea di demarcazione tra il “dentro” e il “fuori”. Coloro che non hanno un vero rapporto di fede con Cristo come Salvatore e Signore sono “fuori”. Il cristiano deve lasciarli al giudizio di Dio, che li raggiungerà un giorno (Cfr. 11:31-32). Il “dentro”, invece, sono quelli che fanno parte della chiesa e che sono salvati dalla fede nel Signore Gesù. Lì la chiesa ha il compito di giudicare.

Per quanto riguarda la sua posizione, ogni credente è “dentro”, mentre ogni non credente è “fuori” (Cfr. Colossesi 4:5; 1 Tessalonicesi 4:12; 1 Timoteo 3:7). Nel cristianesimo, con le sue numerose istituzioni e tradizioni non bibliche, una chiara separazione tra “dentro” e “fuori”, come esisteva ai tempi dell’apostolo, non è più possibile oggi. Che mescolanza di credenti e non credenti vediamo! Quanto male morale o dottrinale viene tollerato e persino scusato dai veri cristiani! Può accadere che qualcuno che confessa di essere salvato viva pubblicamente nel peccato e tuttavia spezzi il pane in una comunità cristiana perché i principi scritturali della disciplina non vengono rispettati. Può allora un fedele figlio di Dio avere rapporti con una tale persona solo perché è accolto in una tale riunione? Assolutamente no. I principi fondamentali della Chiesa di Dio rimangono pienamente validi.

A questi principi è legato anche l’esercizio della necessaria disciplina: “Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi” (v. 13). Non si tratta più della responsabilità personale di ogni singolo credente, ma del dovere, già menzionato al v. 2, della chiesa di allontanare dal suo seno, nel nome del Signore Gesù, chiunque non voglia confessare il proprio peccato per esserne purificato. È nel Suo nome che la chiesa si riunisce, e tutto ciò che la compone dev’essere in armonia col Suo nome glorioso e santo. Questo è l’atto ultimo che una chiesa può compiere – spesso dopo molti sforzi amorevoli individuali o comuni – nel profondo dolore e nell’umiliazione, ma nella consapevolezza della propria responsabilità nei confronti del suo Capo in cielo. Ma anche allora, quando la chiesa non può fare di più, lo Spirito di Dio può produrre il pentimento, il ritorno e la riabilitazione.

7 – Cap. 6 – Faide tra fratelli e immoralità

7.1 – Liti tra fratelli (vv. 1-11)

6:1 Quando qualcuno di voi ha una lite con un altro, ha il coraggio di chiamarlo in giudizio davanti agli ingiusti anziché davanti ai santi?

Lo stato carnale che prevaleva a Corinto si manifestava anche nel fatto che molti di loro erano in disaccordo e portavano le loro dispute davanti ai tribunali di questo mondo (v. 7). Paolo condanna questo comportamento, del tutto inappropriato per i figli di Dio, ponendo la seguente domanda: “Quando qualcuno di voi ha una lite con un altro, ha il coraggio di chiamarlo in giudizio davanti agli ingiusti anziché davanti ai santi?(v. 1). Il collegamento con il v. 12 del cap. 5 è innegabile: “Non giudicate voi quelli di dentro?”. Quando si verificano ingiustizie nelle chiese di Dio, è dovere dei fratelli affrontarle con lo spirito del Signore Gesù, nella consapevolezza della Sua santità, con il desiderio di conquistare i cuori. Ma a Corinto i fratelli si affrontavano davanti ai tribunali, ovviamente con l’intento di ottenere giustizia. L’espressione “davanti agli ingiusti”, che qui si riferisce agli infedeli in generale (Cfr. 1 P 3:18) e quindi anche ai giudici, intendeva mostrare a questi fratelli che non potevano aspettarsi giustizia da uomini ingiusti. L’ultima parte del versetto afferma che le controversie tra fratelli devono essere risolte davanti ai “santi”, cioè ai credenti. Allora, non solo le esigenze della giustizia terrena saranno soddisfatte, ma anche la volontà di Dio!

6:2 Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Se dunque il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di giudicare delle cose minime? 6:3 Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare le cose di questa vita! 6:4 Quando dunque avete da giudicare su cose di questa vita, costituite come giudici persone che nella chiesa non sono tenute in alcuna considerazione. 6:5 Dico questo per farvi vergogna. È possibile che non vi sia tra di voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l’altro?

La domanda “Non sapete?” del v.2, che viene ripetuta altre cinque volte in questo capitolo (vv. 3, 9, 15, 16, 19), suggerisce sempre un certo rimprovero. Paolo sta ricordando ai destinatari della sua lettera cose che sapevano, o almeno che avrebbero dovuto sapere. Aveva già accennato al regno dei credenti con Cristo durante il Millennio (4:8); questo regno sarà preceduto dal giudizio dei vivi, al quale contribuiranno anche i credenti (Cfr. Matteo19:28; 25:31-46; Apocalisse 20:4-6). La Parola di Dio non riconosce il principio attuale della “separazione dei poteri” tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Potere e giustizia formano un tutt’uno.

Infatti, questo è l’unico passo della Scrittura che rivela che i santi giudicheranno non solo il mondo, ma anche gli angeli. Gli angeli, nell’ordine della creazione, sono al di sopra degli esseri umani. Ma a tutti coloro che credono nel Signore Gesù, e sono quindi una cosa sola con Lui, è stato dato un posto più alto degli angeli (Ebrei 1:6, 14; Efesini 1:21-23). Se, dunque, ai credenti è riservata una missione così alta nel futuro, “gli affari della vita” assumono un’importanza di gran lunga minore.

Queste parole introduttive mostrano che per il cristiano non c’è situazione nella vita quotidiana in cui possa perdere di vista la sua vocazione celeste. Dopo questo solenne richiamo, Paolo può ora indicare ai Corinzi la via spirituale da seguire per risolvere i problemi legali tra i credenti. È vero che il v. 4 è stato oggetto di molti commenti diversi, ma c’è un solo significato intelligibile che emerge dal contesto: l’apostolo invita i Corinzi a rivolgersi, per risolvere i loro conflitti, ai fratelli che erano tenuti in scarsa considerazione da quelli che stimavano così tanto sé stessi! Il motivo è semplice: per risolvere tali problemi non è necessaria una grande conoscenza della verità, né un particolare dono di grazia, ma è necessaria la sincerità, la rettitudine e l’imparzialità. Allo stesso modo, l’ingiunzione dell’apostolo tendeva a svergognare i Corinzi: era mai possibile che non ci fosse nessuno fra loro con la saggezza pratica per decidere tra due fratelli in conflitto (v. 5)? Il risultato era che i fratelli si rivolgevano ai tribunali del mondo e risolvevano le loro controversie davanti a miscredenti. Che immagine diversa vediamo in Abramo nella lite sorta tra i pastori di Lot e i suoi (Genesi 13:7-10). Si dice espressamente che i Cananei e i Ferezei vivevano allora nel paese. Che non ci sia contesa tra me e voi, perché siamo fratelli! – fu il saggio consiglio di Abramo a suo nipote Lot.

6:6 Ma il fratello processa il fratello, e lo fa dinanzi agl’infedeli. 6:7 Certo è già in ogni modo un vostro difetto che abbiate fra voi dei processi. Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno? 6:8 Invece siete voi che fate torto e danno; e per giunta a dei fratelli. 6:9 Non sapete che gl’ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, 6:10 né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.

La colpa dei Corinzi, tuttavia, non era soltanto quella di andare in giudizio davanti a degli increduli, ma il loro stato carnale (vv. 6-7). Inimicizie, litigi, gelosie, ire, intrighi e divisioni sono opere della carne (Galati 5:20) che non si addicono ai santi. Essi sono chiamati alla pace. E anche se avviene che un fratello litighi con un altro, se quest’ultimo è veramente spirituale, manifesterà, nella forza della nuova vita, i sentimenti del suo Signore, che “oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente”(1 Pietro 2:23). Lo stato carnale dei Corinzi si rivelava nel fatto che non erano disposti a sopportare l’ingiustizia con mansuetudine e umiltà, e a subire un torto; anzi, c’era chi cercava di danneggiare altri, che erano comunque suoi fratelli nel Signore.

Per la terza volta in questo paragrafo, Paolo usa questa parola di esortazione: “Non sapete” (v. 9). Gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio. Si tratta di un principio divino, sottolineato dal grave avvertimento che segue: “Non v’illudete”. Nel futuro regno di giustizia del Signore, gli ingiusti non avranno parte al regno né in terra né in cielo, ma solo coloro che sono stati lavati nel Suo sangue. È vero che un credente nato di nuovo può anche agire ingiustamente o cadere in uno dei peccati menzionati nei vv. 9 e 10, ma il caso è diverso se continua a vivere in questi peccati. Chi dimostra con la sua condotta di essere “ingiusto” non deve aspettarsi di avere un’eredità nel regno di Dio. Non abbiamo il diritto di trasformare la grazia del nostro Dio in “dissolutezza” (Giuda 4).

Questo significa forse che un vero figlio di Dio può perdersi quando pecca? Certamente no. Ma in questo passo abbiamo una nuova prova che la grazia di Dio e la responsabilità dell’uomo non devono essere confuse. Se consideriamo la grazia di Dio, chi crede nel Figlio non perirà, ma avrà la vita eterna e nessuno potrà strapparlo dalla mano del Padre (Giovanni 10:28-29). Ma se consideriamo l’uomo – compreso il cristiano – nella sua responsabilità davanti a Dio, chi confessa di appartenere al Signore deve dimostrarlo praticamente con un nuovo comportamento: “Si ritragga dall’iniquità chiunque pronuncia il nome del Signore “ (2Timoteo 2:19). Se non lo fa, non ha il diritto di rivendicare la grazia di Dio. Questo è esattamente ciò che Paolo mette davanti ai Corinzi che trattavano il peccato con tanta disinvoltura.

6:11 E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio.

Allo stesso tempo, Paolo ricorda che molti di loro avevano vissuto commettendo i peccati più gravi prima della loro conversione, ma che ora, per la fede, erano stati lavati, santificati e giustificati nel nome del Signore Gesù e dallo Spirito di Dio (v. 11). Il lavaggio è l’opera di Dio nella nuova nascita; la santificazione è l’opera dello Spirito; la giustificazione è la purificazione da ogni colpa e accusa in virtù dell’opera del Signore Gesù alla croce. Dopo il severo avvertimento precedente, lo scopo di questo richiamo è quello di porre nuovamente davanti ai Corinzi l’immensa grazia di Dio verso di loro!

7.2 – Fuggire la fornicazione (vv. 12-20)

6:12 Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla.

Il v. 12 introduce un nuovo paragrafo riguardante lo scopo del corpo del credente. Secondo una certa concezione filosofica del tempo, il corpo era la parte più bassa e quindi più insignificante dell’essere umano. Le parole iniziali: “Ogni cosa mi è lecita…”, ripetute in forma simile nel cap. 10 (v. 23), mostrano che il cristiano non è sotto una legge come l’Israelita, ma che, come uomo nuovo, è chiamato alla libertà (Ga 5:1). Chiaramente, però, i Corinzi stavano usando queste parole per giustificare il loro comportamento immorale. Paolo risponde a questo atteggiamento con il duplice avvertimento che non tutti gli usi della libertà cristiana sono utili alla vita di fede e che attraverso l’abuso di questa libertà possiamo perdere il controllo spirituale di noi stessi. Se qualcosa non è utile per la vita spirituale o ha un’eccessiva influenza su di noi, tende ad allontanarci dal Signore piuttosto che avvicinarci a lui.

6:13 Le vivande sono per il ventre, e il ventre è per le vivande; ma Dio distruggerà queste e quello. Il corpo però non è per la fornicazione, ma è per il Signore, e il Signore è per il corpo; 6:14 Dio, come ha risuscitato il Signore, così risusciterà anche noi mediante la sua potenza.

Il v. 13 evidenzia l’importante differenza tra il ventre e il corpo, che i Corinzi stavano perdendo di vista. La parola “ventre” si riferisce qui alle funzioni del corpo umano, che sono necessarie anche al credente per mantenere la sua vita naturale; esse avranno fine con la morte o alla venuta del Signore Gesù. Allo stesso modo, anche per quanto riguarda queste funzioni vitali, di per sé “neutre”, ogni credente deve chiedersi se le utilizza con autocontrollo o se si lascia dominare da esse. Nel cap. 10 (v. 31), Paolo scrive: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio”.

D’altra parte, quando parliamo del “corpo” del credente ci riferiamo alla sua umanità, attraverso la quale, come membro del corpo di Cristo, deve glorificare Dio perché è il tempio dello Spirito Santo. Mentre il “ventre” serve per mangiare, il nostro corpo appartiene al Signore e non deve essere usato per la fornicazione. I Corinzi hanno commesso il doppio errore di equiparare “corpo” e “ventre”, fornicazione e cibo. L’istinto sessuale, che Dio ha dato per la moltiplicazione e la salvaguardia dell’intero genere umano (Genesi 1:28), non è indispensabile come il cibo per il mantenimento dell’esistenza personale dell’individuo; inoltre, deve trovare il suo compimento solo nel matrimonio (Genesi 2:24) e non al di fuori di esso. Qualsiasi unione sessuale al di fuori del matrimonio è quindi designata dalle Scritture come peccato di fornicazione. Il corpo del credente dev’essere a disposizione del Signore, che provvede alla sua conservazione nel tempo presente e dal quale lo libererà alla sua venuta (Romani 8:23).

L’importanza del corpo è sottolineata nel versetto successivo. Come il nostro Signore è stato risuscitato corporalmente ed è ora seduto come Uomo glorificato alla destra di Dio, così anche noi conosceremo la potenza di Dio alla Sua venuta, quando risusciterà dai morti tutti i santi addormentati (v. 14) e muterà i corpi dei vivi (15:51). I nostri corpi mortali, ora deboli e ancora segnati dal peccato, saranno allora resi conformi al “corpo di gloria” di Cristo (Filippesi 3:21). La natura meravigliosa di questo corpo risorto e glorificato è descritta nel cap. 15 (vv. 35-50). In questo corpo glorificato, potremo vedere il nostro Signore “come egli è” (1 Giovanni 3:2) e offrirgli un’adorazione perfetta ed eterna.

6:15 Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo per farne membra di una prostituta? No di certo! 6:16 Non sapete che chi si unisce alla prostituta è un corpo solo con lei? «Poiché», Dio dice, «i due diventeranno una sola carne». 6:17 Ma chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui. 6:18 Fuggite la fornicazione. Ogni altro peccato che l’uomo commetta, è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo.

Tuttavia, il corpo del credente appartiene al Signore già ora e non solo dopo la risurrezione (v. 15). Lo Spirito Santo non solo abita in ogni credente individualmente, ma attraverso di Lui siamo battezzati in un solo corpo, la Chiesa, che è il corpo di Cristo (Cfr. 12:12-13). Infatti, i Corinzi avrebbero dovuto sapere che il corpo di Cristo sulla terra è costituito da tutti i credenti viventi; i loro corpi, in quanto strumenti della volontà di Cristo, il capo, ne costituiscono le membra. Quando un cristiano abusa del proprio corpo, “strumento” di unione spirituale con Cristo, per unirsi sessualmente con una prostituta, lo rende “membro”di una peccatrice! Questo viene spiegato nel v. 16 con l’aiuto dell’ordine della creazione: “Non sapete che chi si unisce alla prostituta è un corpo solo con lei?” Perché “i due”, si legge nella Scrittura, “saranno una stessa carne” (Genesi 2:24). Secondo la volontà di Dio, marito e moglie, nel vincolo del matrimonio, formano un’unità. Ma nel caso della fornicazione, si produce un’unità contro la volontà di Dio, al di fuori dell’ordine divino, in modo peccaminoso.

Questa colpevole unità carnale è in diretta opposizione alla nostra unità con Cristo, nostro Salvatore e Signore, che esiste in virtù della Sua opera espiatoria, della nuova nascita e della presenza dello Spirito Santo, cioè nello Spirito.

Così Paolo ammonisce i Corinzi: “Fuggite la fornicazione”. In nessun altro caso il corpo dell’uomo è attratto così tanto da diventare strumento di un peccato contro il suo destino originario (v. 18).

6:19 Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. 6:20 Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo.

L’apostolo avanza un altro argomento: il corpo del cristiano è il tempio dello Spirito Santo che abita in lui (v. 19). Non solo la Chiesa nel suo insieme è il tempio di Dio (Cfr. 3:16), ma anche il corpo di ogni singolo credente è un tempio dello Spirito Santo. Come il tempio di Gerusalemme era, sotto l’Antica Alleanza, la dimora di Dio sulla terra, dove si svolgeva il servizio divino, così il corpo del credente lo è ora. Il non credente fa quello che vuole del suo corpo. Ma il credente sa che è stato comprato a caro prezzo. Il prezzo che il Signore Gesù ha pagato alla croce è stato il Suo sangue prezioso (1 Pietro 1:18). Ecco perché siamo esortati, in conclusione, a glorificare e a onorare Dio in questo corpo, cioè a conoscere i Suoi pensieri e a compiere la Sua volontà.

8 – Cap. 7 – Matrimonio e divorzio: sposarsi o rimanere single

8.1 – Matrimonio e divorzio (vv. 1-24)

8.1.1 – Comportamento tra coniugi (vv. 1-7)

7:1 Ora quanto alle cose di cui mi avete scritto, è bene per l’uomo non toccar donna; 7:2 ma, per evitare le fornicazioni, ogni uomo abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito.

In questo contesto, comprendiamo l’osservazione di Paolo al v. 1, secondo cui è bene che un uomo sia libero da ogni legame con l’altro sesso per vivere interamente per il Signore. Ma poiché tale capacità è data a pochi, in generale è opportuno che i credenti si sposino per essere protetti dal peccato di fornicazione, cioè dalle relazioni extraconiugali.

7:3 Il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; lo stesso faccia la moglie verso il marito. 7:4 La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito; e nello stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie. 7:5 Non privatevi l’uno dell’altro, se non di comune accordo, per un tempo, per dedicarvi alla preghiera; e poi ritornate insieme, perché Satana non vi tenti a motivo della vostra incontinenza. 7:6 Ma questo dico per concessione, non per comando; 7:7 io vorrei che tutti gli uomini fossero come sono io; ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio; l’uno in un modo, l’altro in un altro.

Se però i credenti sono sposati (vv. 3-5), devono in ogni modo avere riguardo l’uno per l’altro ed essere presenti l’uno per l’altro. L’impulso della natura c’è, e i cristiani sposati non possono e non devono negarselo a vicenda. Non devono quindi privarsi l’uno dell’altro, se non di comune accordo, per un certo tempo, per dedicarsi alla preghiera (v. 5). Anche in questo caso, l’apostolo aggiunge subito un monito a non sopravvalutare la capacità di mantenere la continenza nel matrimonio. Satana, che si serve di tutte le debolezze dei credenti per indurli in tentazione e, se possibile, farli cadere, sa quanto siamo fragili in ambito sessuale. Paolo, che non era sposato (9:5), è stato comunque usato da Dio per dare ai Corinzi i suoi consigli spirituali su questo delicato argomento, senza imporsi. Egli desiderava personalmente che tutti gli uomini fossero come lui, ma allo stesso tempo esprimeva la sua comprensione per il fatto che non tutti gli uomini erano ugualmente predisposti in questo senso. Anche la capacità di vivere per il Signore senza essere sposato, come Paolo, è un dono della grazia di Dio (vv. 6-7).

8.1.2 – Celibi e vedovi (vv. 8-9)

7:8 Ai celibi e alle vedove, però, dico che è bene per loro che se ne stiano come sto anch’io. 7:9 Ma se non riescono a contenersi, si sposino; perché è meglio sposarsi che ardere.

Paolo si rivolge a quattro diversi gruppi di credenti dando consigli spirituali e ricordando anche i comandamenti del Signore. Alla base c’è il pensiero che il matrimonio, secondo l’ordine di Dio nella creazione, è cosa buona e, per la maggior parte dei credenti, necessaria per motivi naturali. Tuttavia, per coloro che sono in grado, è meglio non sposarsi a causa del servizio al Signore. Tutto ciò che viene detto a questo proposito dev’essere, inoltre, “nel vostro interesse… in vista di ciò che è decoroso, e affinché possiate consacrarvi al Signore senza distrazioni” (v. 35).

Paolo si rivolge prima ai celibi e alle vedove (v. 8) e consiglia loro di rimanere nubili, com’era lui. Ma se la natura fa valere il suo diritto, è meglio sposarsi che essere tormentati da desideri sessuali, o addirittura cadere nel peccato per questo.

8.1.3 – Separazione (vv. 10-11)

7:10 Ai coniugi poi ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito 7:11 (e se si fosse separata, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito); e che il marito non mandi via la moglie.

Tuttavia, a coloro che sono sposati (v. 10), ricorda che il divieto di separazione è un comandamento formale del Signore Gesù, che ha detto in Mt 19:6: “Quello… che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”. Secondo la Parola di Dio, non c’è alcun motivo imperativo per divorziare. Qualsiasi scioglimento del matrimonio è contrario al pensiero di Dio che ha detto: “Odio il ripudio” (Malachia 2:16). Per grazia, ogni peccato del coniuge può essere perdonato, e se la separazione è già avvenuta, deve sempre esistere la possibilità di riconciliazione (v. 11). Se non c’è riconciliazione, però, i coniugi separati devono rimanere soli, perché il matrimonio è un’unione che dura tutta la vita e non può essere sciolta, se non per l’eccezione menzionata dal Signore Gesù in Matteo 5:32 e 19:9, che qui non è presa in esame.

8.1.4 – “Gli altri” (vv. 12-24)

7:12 Ma agli altri dico io, non il Signore: se un fratello ha una moglie non credente ed ella acconsente ad abitare con lui, non la mandi via; 7:13 e la donna che ha un marito non credente, s’egli consente ad abitare con lei, non mandi via il marito; 7:14 perché il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre ora sono santi.

Con la formula “gli altri”, Paolo si rivolge ora a un terzo gruppo, che il Signore non ha menzionato durante la sua vita sulla terra: i casi in cui due persone si sono sposate quando non credevano, e poi una di loro si è convertita dopo il matrimonio (vv. 12-17). Non si tratta quindi di unioni derivanti dal matrimonio di un figlio di Dio con un non credente. Il cristiano deve sposarsi solo “nel Signore”; gli è vietato essere unito in matrimonio “in modo sbagliato” (v. 39; 2 Corinzi 6:14). Ma il nostro Dio e Padre è benevolo con i credenti che non lo erano quando si sono sposati, e vuole che anche loro siano benevoli. Se il coniuge non credente vuole continuare a vivere con quello che è diventato credente, quest’ultimo non deve provocare di sua iniziativa la separazione, anche se la vita con una persona del mondo comporta molte difficoltà. La volontà di Dio è che anche l’altro coniuge giunga alla fede. Infatti, attraverso la conversione di un coniuge, l’altro viene santificato, cioè, viene introdotto in una relazione in cui può sperimentare l’influenza della parola vivificante di Dio. I figli nati da questa unione sono addirittura santi fin dalla nascita. Qui vediamo risplendere la Sua grazia. La Parola di Dio ci insegna che, normalmente, ciò che è santo viene profanato e contaminato da ciò che è impuro, ma in questo caso eccezionale è vero il contrario.

7:15 Però, se il non credente si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono obbligati a continuare a stare insieme; ma Dio ci ha chiamati a vivere in pace; 7:16 perché, tu, moglie, che sai se salverai tuo marito? E tu, marito, che sai se salverai tua moglie?

Se il non credente si separa dal credente, il fratello o la sorella non sono schiavizzati, “obbligati a stare insieme” (v. 15). È possibile che in questa parte della frase, così come nell’eccezione di Matteo 19:9, sia espressa la possibilità che il partner innocente non sia condannato al celibato per il resto della sua vita. Come figlio di Dio, tuttavia, ha il dovere di aspirare alla pace in ogni occasione, cosa che non è sempre facile. Successivamente, l’apostolo mostra che, con una testimonianza fedele, il non credente può essere conquistato al Signore ed essere salvato (Cfr. 1 Pietro 3:1-2). Che gioia quando questo avviene!

7:17 Del resto, ciascuno continui a vivere nella condizione assegnatagli dal Signore, nella quale si trovava quando Dio lo chiamò. Così ordino in tutte le chiese. 7:18 Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non faccia sparire la sua circoncisione. Qualcuno è stato chiamato quand’era incirconciso? Non si faccia circoncidere. 7:19 La circoncisione non conta nulla, e l’incirconcisione non conta nulla; ma ciò che conta è l’osservanza dei comandamenti di Dio. 7:20 Ognuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. 7:21 Sei stato chiamato essendo schiavo? Non te ne preoccupare, ma se puoi diventar libero, è meglio valerti dell’opportunità. 7:22 Poiché colui che è stato chiamato nel Signore, da schiavo, è un affrancato del Signore; ugualmente colui che è stato chiamato mentre era libero, è schiavo di Cristo. 7:23 Voi siete stati riscattati a caro prezzo; non diventate schiavi degli uomini. 7:24 Fratelli, ognuno rimanga davanti a Dio nella condizione in cui si trovava quando fu chiamato.

Per concludere questa sezione, Paolo afferma un principio generale valido per tutte le chiese: ogni credente deve rimanere nello stato in cui il Signore lo ha posto e nel quale si trovava quando Dio lo ha chiamato (v. 17). Questo può darci tranquillità nei nostri tempi difficili. Nei vv. da 18 a 24, questo principio è illustrato da due esempi. In ambito religioso, gli Ebrei e i Gentili, peccatori perduti davanti a Dio, sono diventati “uno” attraverso la fede in Cristo, e nessuno dei due dovrebbe cercare di cambiare in alcun modo la propria condizione terrena. Socialmente, la posizione dell’uomo libero può sembrare desiderabile per uno schiavo, in quanto gli offre maggiori opportunità di servire il suo Signore. Se c’è un’opportunità di diventare libero, può sfruttarla. Ma il principio rimane: “Fratelli, ognuno rimanga davanti a Dio nella condizione in cui si trovava quando fu chiamato” (v. 24).

8.2 – Sposarsi o restare soli (vv. 25-40)

7:25 Quanto alle vergini non ho comandamento dal Signore; ma do il mio parere, come uno che ha ricevuto dal Signore la grazia di essere fedele. 7:26 Io penso dunque che a motivo della presente situazione sia bene per loro di restare come sono; poiché per l’uomo è bene di starsene così. 7:27 Sei legato a una moglie? Non cercare di sciogliertene. Non sei legato a una moglie? Non cercar moglie. 7:28 Se però prendi moglie, non pecchi; e se una vergine si sposa, non pecca; ma tali persone avranno tribolazione nella carne e io vorrei risparmiarvela.

Dal v. 25 in poi, Paolo si rivolge a un gruppo particolare di uomini e donne non sposati e vergini. Per quanto li riguarda, non può basarsi su un comandamento del Signore, ma come servo che il Signore, nella Sua grazia, ha trovato fedele, trasmette ai Corinzi la sua opinione personale. Il fatto che qui, come nei vv. 12 e 40, Paolo esprima la propria opinione personale non significa che questi passi non siano ispirati dallo Spirito Santo. L’ispirazione è la guida di Dio per mezzo dello Spirito Santo nella trascrizione infallibile della Parola da parte di “santi uomini di Dio” che non erano di per sé esenti dal peccare. (Cfr. 1 Corinzi 2:13; 2 Timoteo 3:16; 2 Pietro 1:21). L’ispirazione, tuttavia, non dev’essere confusa con la rivelazione, cioè la comunicazione divina di fatti fino ad allora nascosti. Non tutto ciò che ci è dato di conoscere nelle Sacre Scritture è basato sulla rivelazione, sebbene sia tutto ispirato dallo Spirito. Sotto questa ispirazione divina, alcuni scrittori della Parola di Dio, come Giosuè, Neemia e Marco, hanno comunicato le proprie esperienze. Luca ha riportato diverse testimonianze oculari della vita del Signore Gesù, e i salmisti hanno trascritto le loro esperienze dirette con Dio, così come Mosè ha scritto il racconto della creazione e Paolo ha comunicato il mistero riguardante Cristo e la Sua Chiesa. Quindi, quando Paolo comunica qui la sua opinione personale, come servo fedele, lo fa sotto l’ispirazione dello Spirito Santo e come tale va accettato.

Paolo ripete il consiglio già dato nei vv. 1 e 8: è bene non sposarsi. Qui ne dà anche la ragione: “la presente situazione”, cioè la gravità del rifiuto del Signore, (che si acuisce ogni giorno di più) di cui il cristiano deve tener conto. Allo stesso tempo, però, Paolo chiarisce che, consigliando il celibato, non vuole assolutamente screditare il matrimonio fra cristiani. Chi ha già preso un impegno con una donna attraverso il fidanzamento deve cercare di non rompere questo legame. D’altra parte, Paolo conferma il consiglio dato nel v. 26 con queste parole: “Sei legato a una moglie? Non cercare di sciogliertene. Non sei legato a una moglie? Non cercare moglie” (v. 27). Allo stesso tempo, possiamo vedere qui una nuova applicazione del principio enunciato nei vv. da 17 a 24, secondo il quale è bene che ognuno rimanga nello stato in cui Dio lo ha chiamato. Se, tuttavia, qualcuno ritiene di doversi sposare, non pecca nel farlo. Ma in ogni matrimonio ci sono difficoltà e occasioni di afflizione che Paolo vuole risparmiare ai credenti.

7:29 Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l’avessero; 7:30 quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; 7:31 quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.

A questo dolce monito, nei vv. da 29 a 31 aggiunge una seria considerazione delle circostanze in cui si trova il cristiano nel tempo presente. Viviamo in momenti difficili e il Signore può venire da un momento all’altro a prendere i Suoi. È solo in questo breve periodo che possiamo servirlo e testimoniare della Sua grazia e del Suo amore nel mondo che ci circonda. Per questo dobbiamo metterlo al primo posto nella nostra vita e non lasciarci prendere dalle cose terrene – anche quelle che ci sono permesse – e il matrimonio è una di queste. Se siamo sposati, non dobbiamo permettere al nostro coniuge di distrarci dall’obbedienza e dal servire il Signore Gesù. Anche la tristezza e la gioia si trovano nella vita del credente, ma le loro cause sono temporanee e per questo non dobbiamo lasciarci dominare da esse. Per quanto riguarda tutto ciò che ci viene affidato in questo mondo per il nostro uso, dobbiamo guardarci bene dal considerarlo come una nostra proprietà o addirittura come lo scopo della nostra vita. No, il nostro obiettivo permanente è il nostro Signore nella gloria eterna (Cfr. Cl 3:1-3), mentre la “figura” di questo mondo passa.

7:32 Vorrei che foste senza preoccupazioni. Chi non è sposato si dà pensiero delle cose del Signore, di come potrebbe piacere al Signore; 7:33 ma colui che è sposato si dà pensiero delle cose del mondo, come potrebbe piacere alla moglie 7:34 e i suoi interessi sono divisi. La donna senza marito o vergine si dà pensiero delle cose del Signore, per essere consacrata a lui nel corpo e nello spirito; mentre la sposata si dà pensiero delle cose del mondo, come potrebbe piacere al marito. 7:35 Dico questo nel vostro interesse; non per tendervi un tranello, ma in vista di ciò che è decoroso e affinché possiate consacrarvi al Signore senza distrazioni.

Nel suo servizio, l’apostolo Paolo ha sempre avuto a cuore il bene spirituale dei credenti. Per questo vuole che i Corinzi siano liberi dall’ansia e siano mantenuti in pace da una totale fiducia nel Signore. Nei vv. da 32 a 35 mostra loro che sia l’uomo che la donna non sposati sono in grado di dedicare “in esclusiva” al Signore il loro amore, le loro forze e i loro interessi! Ma per chi è sposato è del tutto naturale impegnarsi a piacere anche al proprio coniuge.

Sebbene Paolo si limiti a esporre i fatti, senza dare un’esplicita raccomandazione a favore del celibato o contro il matrimonio, al v. 35 chiarisce quale sia la sua intenzione nell’esprimersi in questo modo: vuole aiutare i credenti di Corinto, ma soprattutto quelli che non hanno ancora avuto contatti con l’altro sesso, a risolvere le questioni che li preoccupavano riguardo al matrimonio o al celibato. Non voleva assolutamente vincolarli con direttive umane che potevano diventare una trappola per loro. Il celibato imposto ai sacerdoti in molte chiese cristiane è una di queste trappole. Quanti di loro si sono caricati di questo giogo e poi sono caduti! No, l’apostolo Paolo ha in mente un buon proposito. Innanzitutto, vuole che i Corinzi mantengano il matrimonio e i rapporti tra uomo e donna in linea con l’ordine e la moralità che Dio comanda, ma soprattutto vuole che i credenti siano attaccati al loro Signore con un cuore non diviso. Chi, ad esempio, crede di dover rimanere celibe per amore del Signore, ma in realtà desidera sposarsi, non riesce a dedicarsi totalmente al Suo servizio; quindi è meglio che si sposi, avendo la pace interiore e servendo il Signore nella propria famiglia. Ma coloro ai quali Egli ha concesso la grazia di poter vivere non sposati e senza famiglia, possono servirlo senza distrazioni.

7:36 Ma se uno crede far cosa indecorosa verso la propria figliola nubile se ella passi il fior dell’età, e se così bisogna fare, faccia quello che vuole; egli non pecca; la dia a marito. 7:37 Ma chi sta fermo in cuor suo, e non è obbligato da necessità ma è padrone della sua volontà e ha determinato in cuor suo di serbare vergine la sua figliola, fa bene.

Nei vv. 36 e 37, Paolo affronta con grande comprensione queste questioni, che spesso causano grossi problemi proprio ai giovani credenti non ancora sposati. Se qualcuno ha il desiderio di dedicare la propria vita interamente al servizio del suo Signore, ma teme di non poter sopportare il celibato, nella Parola di Dio non c’è alcun ostacolo al matrimonio. Normalmente, nessun figlio di Dio è costretto dal Signore a rimanere celibe. Che il celibato consacrato al Signore sia piuttosto un’eccezione è chiaro dal v. 37. Solo coloro che sono saldi nel loro cuore e che non hanno problemi con la sessualità, possono tenere sotto controllo la loro volontà e sopportare la solitudine. Se questa è davvero la volontà del Signore, allora è una cosa buona. Tuttavia, la decisione rimane un fatto personale.

7:38 Perciò, chi dà la sua figliola a marito fa bene, e chi non la dà a marito fa meglio. 7:39 La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive suo marito; ma, se il marito muore, ella è libera di sposarsi con chi vuole, purché lo faccia nel Signore. 7:40 Tuttavia ella è più felice, a parer mio, se rimane com’è; e credo di avere anch’io lo Spirito di Dio.

I vv. 38 e 39 riassumono tutto ciò che è stato detto in questo capitolo sul matrimonio. Poiché il matrimonio fa parte dell’ordine della creazione di Dio e il desiderio sessuale dell’uomo non è di per sé qualcosa di riprovevole, ogni credente che si sposa “fa bene”. Ma chi, come cristiano, non sente il bisogno di sposarsi a tutti i costi ma, data la brevità del tempo e le ulteriori preoccupazioni che accompagnano ogni matrimonio e ogni famiglia, vuole servire il Signore rimanendo non sposato, “fa meglio”.

Tuttavia, quando una donna è sposata, è legata al marito finché vive. Lo stesso vale ovviamente per il marito. Solo la morte pone fine all’unione. Sebbene nel v. 8 si consigliasse alle vedove di non sposarsi, qui si stabilisce che sono libere di sposarsi. Viene posta una sola condizione:solo “nel Signore” condizione che un figlio di Dio che ama il suo Signore adempirà volentieri. Il matrimonio cristiano deve essere contratto secondo la Sua volontà e il Suo pensiero, il che implica non solo che entrambi i coniugi siano nati di nuovo, ma anche che ciascuno di loro segua fedelmente il Signore e possa veramente essere per l’altro “un aiuto … adatto a lui” (Ge 2:18).

Qui Paolo menziona ancora una volta la parte più felice, quella di rimanere non sposati, e dà questo consiglio non come volontà del Signore, valida per tutti, ma come il consiglio di un credente che aveva lo Spirito Santo come guida e che desiderava, sotto questa guida, essere d’aiuto ad altri credenti, in questo caso quelli di Corinto.

9 – Cap. 8 – Il forte e il debole

I capp. da 8 a 11 trattano della giusta applicazione – e, al contrario, dell’abuso – dei privilegi che Dio ha concesso al Suo popolo. All’inizio del cap.8, Paolo si riferisce probabilmente a una domanda posta dai Corinzi (Cfr 7:1) sul mangiare cose sacrificate agli idoli. Anche se oggi non ci troviamo più di fronte a questo problema, gli insegnamenti di questo passo possono ancora essere di grande aiuto per molte questioni che si presentano.

8:1 Quanto alle carni sacrificate agli idoli, sappiamo che tutti abbiamo conoscenza. La conoscenza gonfia, ma l’amore edifica. 8:2 Se qualcuno pensa di conoscere qualcosa, non sa ancora come si deve conoscere; 8:3 ma se qualcuno ama Dio, è conosciuto da lui.

L’apostolo inizia mettendo in guardia i Corinzi dalla conoscenza puramente intellettuale di cui evidentemente si vantavano (vv. da 1 a 3). Ogni conoscenza dei pensieri di Dio – ed è di questo che stiamo parlando – viene acquisita per mezzo dell’intelletto umano e registrata dalla memoria, e poi dev’essere applicata al cuore e alla coscienza, in modo che ci sia una crescita nella vita di fede. Se rimane una questione di intelligenza, può portare a ritenersi superiori rispetto ad altri cristiani meno istruiti. La vera conoscenza di Dio e della Sua volontà, invece, ci porta ad aiutare e servire il prossimo con amore. Il cristiano che è imbevuto della propria conoscenza dimostra di non aver ancora raggiunto quella vera. Tuttavia, più conosce e ama Dio, più è consapevole di essere nella luce e di essere conosciuto da Lui. Ai Corinzi mancava questa consapevolezza, perché la sola conoscenza intellettuale non conduce alla luce di Dio.

8:4 Quanto dunque al mangiar carni sacrificate agli idoli, sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non c’è che un Dio solo. 8:5 Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e molti signori, 8:6 tuttavia per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo. 8:7 Ma non in tutti è la conoscenza; anzi, alcuni, abituati finora all’idolo, mangiano di quella carne come se fosse una cosa sacrificata a un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata.

Paolo affronta ora la questione posta dai Corinzi. Egli sapeva bene, come anche loro, che un idolo in sé non è altro che materia inerte e che esiste un solo vero Dio quello rivelato nella Bibbia (Cfr. 1Te 1:9). I pagani credono che ci sia una moltitudine di dèi e signori in cielo e in terra, ma i credenti in Cristo sanno che c’è un solo vero Dio, il Padre, che è l’origine di tutte le cose e il fine della loro vita, e un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, per mezzo del quale ogni cosa è stata chiamata all’esistenza. In questo senso, per i credenti è poco importante se la carne che mangiano proviene o meno da un sacrificio offerto agli idoli. Ma non tutti i credenti di Corinto avevano capito che gli idoli non sono nulla. Alcuni, prima di convertirsi, erano abituati a mangiare cose sacrificate agli idoli; dopo la conversione, non si sentivano più liberi di farlo, perché la loro coscienza – molto sensibile e debole – non poteva più sopportarlo. Quando un figlio di Dio agisce contro la propria coscienza, pecca (Ro 14:23) e non può godere della comunione felice con Dio. Per altri, invece, era chiaro che un idolo non era nulla, e quindi si sentivano in colpa se mangiavano la carne di un sacrificio offerto agli idoli.

8:8 Ora non è un cibo che ci farà graditi a Dio; se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno; e se mangiamo non abbiamo nulla di più. 8:9 Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli. 8:10 Perché se qualcuno vede te, che hai conoscenza, seduto a tavola in un tempio dedicato agli idoli, la sua coscienza, se egli è debole, non sarà tentata di mangiar carni sacrificate agli idoli? 8:11 Così, per la tua conoscenza, è danneggiato il debole, il fratello per il quale Cristo è morto. 8:12 Ora, peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cristo.

Mangiare o non mangiare certi cibi non ci rende più graditi a Dio (v. 8). Colui che, in virtù della sua “conoscenza”, si sentiva libero di mangiare carne offerta agli idoli, non aveva alcun vantaggio davanti a Dio; colui che non aveva questa libertà non era da considerarsi inferiore. Davanti a Dio, quindi, non c’è differenza tra i due.

Ma i figli di Dio devono avere riguardo gli uni per gli altri nel loro comportamento e non diventare una pietra d’inciampo. È chiaro che i Corinzi non ne tenevano conto. Alcuni arrivarono persino a visitare un tempio pagano per mangiare carne offerta agli idoli (v. 10)! Un fratello debole, per il quale questo era un peccato, poteva quindi essere incoraggiato a imitarlo ed essere portato a fare ciò che la sua coscienza gli vietava. La conoscenza priva dell’amore porta ad agire senza essere consapevoli della responsabilità verso gli altri, soprattutto verso i credenti deboli. In questo modo li si spinge a fare qualcosa che considerano peccaminoso con tutte le conseguenze che ne derivano.

Non si tratta di stabilire se un figlio di Dio possa perdere la salvezza, ma della gravità della responsabilità di chi induce un credente spiritualmente debole a peccare.

Il comando di At 15:29 di astenersi dalle cose sacrificate agli idoli non è in alcun modo messo in discussione o ignorato qui. Paolo non menziona neppure la ragione di questo comandamento, ossia che dietro gli idoli si nascondono i demoni (1 Co 10:19-22). A causa della mancanza di amore fraterno tra i Corinzi, Paolo, guidato dallo Spirito Santo, si sforza in questo capitolo di toccare i loro cuori e le loro coscienze e di renderli consapevoli della loro reciproca responsabilità. Per questo risponde alla loro domanda, non ribadendo il comandamento che vale per tutti i cristiani né giustificandolo, ma in relazione al fratello debole.

I Corinzi, che avevano una grande conoscenza, ovviamente guardavano dall’alto in basso questi fratelli e sorelle deboli. Dimenticavano che il Signore Gesù era morto anche per loro. Queste anime avevano un valore infinito per Lui!

Chi induce un altro al peccato, pecca egli stesso. In questo caso particolare, il peccato sta nel fatto che la debole coscienza del fratello viene ferita (v. 12). Ma chi pecca contro i fratelli pecca anche contro Cristo, suo Signore.

8:13 Perciò, se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello.

Per svergognare i Corinzi, che volevano mantenere la loro libertà senza riguardo per i fratelli e le sorelle, Paolo si presenta nell’ultimo versetto di questo capitolo come un modello da imitare. In questo modo, egli chiarisce esaurientemente che nessun credente dev’essere una pietra d’inciampo per altri in alcun modo, nemmeno in qualcosa di così “occasionale”.

10 – Cap. 9 – Ministero e stipendio

10.1 – L’operaio e il suo salario (vv. 1-14)

In questo capitolo Paolo sembra cambiare argomento, ma in realtà sta dando ai Corinzi un esempio per l’insegnamento che ha appena dato, cioè che devono usare della grazia invece di insistere sui propri diritti. Egli applica a sé stesso il principio di amorevole considerazione che ha esposto a loro. Dio aveva ordinato che coloro che predicano il Vangelo dovessero anche vivere del Vangelo, ma Paolo non usò questo diritto a Corinto, per non essere una pietra d’inciampo per questi credenti.

9:1 Non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, il nostro Signore? Non siete voi l’opera mia nel Signore? 9:2 Se per altri non sono apostolo, lo sono almeno per voi; perché il sigillo del mio apostolato siete voi, nel Signore. 9:3 Questa è la mia difesa di fronte a quelli che mi sottopongono a inchiesta. 9:4 Non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? 9:5 Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?

La prima cosa che menziona (vv. 1-2) è la sua legittimità apostolica, che a Corinto era contestata da alcuni (2 Co 11:5; 12:11-12). Come apostolo, egli riconosceva solo l’autorità del Signore che lo aveva chiamato; nei rapporti con gli altri credenti era libero: non era soggetto ad alcuna autorità umana. Un prerequisito per il ministero degli apostoli era che essi avessero conosciuto personalmente il Signore e fossero stati testimoni della Sua risurrezione (Cfr. Atti 1:21-22). Quando il Signore risuscitò dai morti, però, Paolo non era ancora convertito e probabilmente non lo conobbe personalmente durante la Sua vita terrena. Ma il Signore risorto e glorificato era apparso anche a lui, tanto che poteva nominarsi, all’ultimo posto, nell’elenco dei sette testimoni della risurrezione di Cristo nel cap. 15 (vv. 4-8). Se altri credenti, che non conoscevano personalmente Paolo, potevano mettere in dubbio il suo apostolato, i Corinzi non avevano il diritto di farlo. Essi erano stati portati alla fede nel Signore Gesù proprio da lui ed erano quindi la conferma vivente del suo apostolato (Cfr. 4:15; 2 Co 3:2-3).

Quindi, se a Corinto c’erano persone che volevano indebitamente pretendere da lui una giustificazione, egli risponde: “Non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere?” (v. 4). Lui e gli altri servitori del Signore erano forse gli unici a cui negare il diritto di soddisfare le proprie necessità? Paolo e i suoi collaboratori erano gli unici a non potersi sposare, mentre gli altri apostoli, come Pietro (Matteo 8:14) e i fratelli del Signore, erano sposati? Paolo non era chiaramente l’unico fratello che lavorava per il Signore a non essere sposato, ma i nomi degli altri non sono riportati qui.

9:6 O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il diritto di non lavorare? 9:7 Chi mai fa il soldato a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O chi pascola un gregge e non si ciba del latte del gregge? 9:8 Dico forse queste cose da un punto di vista umano? Non le dice anche la legge? 9:9 Difatti, nella legge di Mosè è scritto: «Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano». Forse che Dio si dà pensiero dei buoi? 9:10 O non dice così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza e chi trebbia il grano deve trebbiarlo con la speranza di averne la sua parte. 9:11 Se abbiamo seminato per voi i beni spirituali, è forse gran cosa se mietiamo i vostri beni materiali? 9:12 Se altri hanno questo diritto su di voi, non lo abbiamo noi molto di più? Ma non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo al vangelo di Cristo.

Ma quando al v. 6 Paolo passa al suo vero argomento, menziona anche Barnaba, che lo aveva accompagnato nel suo primo viaggio missionario. Sembra che, a differenza degli altri apostoli, egli, come Paolo, abbia provveduto a sé stesso nel suo servizio al Signore. Questi due servi di Cristo erano forse gli unici a cui non era possibile rinunciare alla loro professione terrena per lavorare liberamente per il Signore? È addirittura possibile che gli avversari dell’apostolo abbiano usato il loro comportamento come pretesto per mettere in dubbio la loro missione divina, dato che tutti gli altri servitori del Signore si stavano avvalendo di tale diritto.

Anche Paolo e Barnaba avevano questo diritto, e Paolo lo spiega con tre esempi: il soldato è pagato da colui per cui combatte; il vignaiolo mangia il frutto della vite che ha piantato; il pastore si nutre del latte del gregge che cura (v. 7). Questo principio, valido nella vita ordinaria, si ritrova anche nella Legge di Mosè. In Deuteronomio 25:4 è scritto: “Non metterai la museruola al bue che trebbia il grano”. Oltre al suo significato letterale, questo comandamento, come quasi tutti quelli dell’Antico Testamento (Cfr. 1 Corinzi 10:6, 11; Galati 4:24), ha un significato spirituale. Nel v. 10, Paolo lo applica ai servitori del Signore, prendendo in prestito altre due immagini dalla vita quotidiana. L’agricoltore che ara lo fa nella speranza che alla semina segua il raccolto e poi, al momento della trebbiatura, spera in un raccolto abbondante che gli garantisca il sostentamento.

Quando Paolo e i suoi compagni predicavano il Vangelo a Corinto, stavano seminando un seme spirituale. Secondo il principio appena esposto, non c’era nulla di straordinario in questo, anzi era normale che ricevessero in cambio dai Corinzi dei beni materiali, cioè il necessario per il sostentamento del loro corpo.

Ma non è affatto vero che i Corinzi avessero ignorato questa ordinanza divina. Infatti, avevano dato il loro sostegno ad altri fratelli e, allo stesso tempo, riconoscevano che era loro dovuto. Ma quanto più grande era il diritto di Paolo, che ora alcuni a Corinto gli negavano! Paolo non ne aveva fatto intenzionalmente uso, per non ostacolare il Vangelo di Cristo. In Atti 18:1-3 leggiamo che Paolo viveva con una coppia di credenti, Aquila e Priscilla che, come lui, erano fabbricanti di tende. Egli aveva subito riconosciuto i tratti negativi del carattere dei credenti di Corinto e aveva quindi rinunciato fin dall’inizio a qualsiasi sostegno materiale da parte loro, mentre aveva accettato volentieri l’aiuto dei ben più poveri Filippesi (Filippesi 4:15).

9:13 Non sapete che quelli che fanno il servizio sacro mangiano ciò che è offerto nel tempio? E che coloro che attendono all’altare, hanno parte all’altare? 9:14 Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunziano il vangelo vivano del vangelo.

Nei vv. 13 e 14, Paolo spiega nuovamente il principio del sostegno materiale agli operai del Signore utilizzando l’esempio dei leviti e dei sacerdoti dell’Antico Testamento. I leviti, che servivano nel tempio, erano nutriti dalle decime che il popolo d’Israele portava al santuario (Cfr Numeri 18:24), e anche i sacerdoti che servivano all’altare ricevevano parti di alcuni sacrifici (Cfr Levitico 2:3; 6:19; 7:34). Allo stesso modo, secondo la volontà del Signore, coloro che predicano il Vangelo devono vivere del Vangelo (Luca 10:7). Il Vangelo qui non si riferisce certamente solo al messaggio proclamato ai perduti, ma comprende l’intero consiglio di Dio, come in Romani 1:15.

10.2 – L’apostolo e il suo ministero (vv. 15-27)

9:15 Io però non ho fatto alcun uso di questi diritti, e non ho scritto questo perché si faccia così a mio riguardo; poiché preferirei morire, anziché vedere qualcuno rendere vano il mio vanto. 9:16Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità me n’è imposta; e guai a me, se non evangelizzo! 9:17 Se lo faccio volenterosamente, ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volenterosamente è sempre un’amministrazione che mi è affidata.

Quando Paolo dichiara ancora una volta, al v. 15, di non aver rivendicato il suo diritto di vivere “del Vangelo”, non vuole assolutamente dare l’impressione di pretendere il sostegno dei Corinzi nonostante tutto. Non vuole in alcun modo che gli venga tolta il vanto che consisteva nel rispetto dei diritti degli altri, senza far uso dei propri.

Nel loro stato d’animo carnale, i Corinzi avrebbero potuto pensare che Paolo ritenesse un grande onore essere un noto evangelista. Ma lui la pensava diversamente. Il Signore gli aveva certamente dato un dono eccezionale, ma allo stesso tempo gli aveva dato anche il compito di esercitarlo. Paolo non aveva quindi motivo di vantarsi, ma era una necessità per lui obbedire al suo amato Signore e compiere il suo servizio. Se non l’avesse fatto, sarebbe stato un disobbediente. Le parole “guai a me se non evangelizzo” mostrano quanto Paolo considerasse seriamente la disobbedienza. Anche se il cristiano non è soggetto a una legge come l’ebreo, l’autorità di Dio non è meno grande per lui;e l’amore per il Signore dovrebbe essere un motivo di obbedienza maggiore della semplice sottomissione.

Svolgendo il suo ministero volentieri e con gioia, Paolo sapeva che sarebbe stato ricompensato dal Signore, che nella parabola dei talenti aveva detto: “Servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose” (Matteo 25:23). Se a quel servo fosse mancato l’ardore e la gioia per il servizio non avrebbe avuto scusanti,perché del servizio ricevuto dal Signore quel servo non è che un amministratore e come tale non poteva sottrarsi ai suoi doveri (Cfr. 4:1-2).

9:18 Qual è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando il vangelo, io offra il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà. 9:19 Poiché, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero;

Quello che nel v. 15 Paolo definisce “il mio vanto”, nel v. 18 è la rinuncia al “diritto che il Vangelo mi dà”, cioè la possibilità di offrirlo gratuitamente. Con queste parole, Paolo riassume ciò che vuole far capire ai Corinzi in tutto questo capitolo. Come apostolo, aveva il diritto di “vivere del Vangelo”, ma per evitare di essere una pietra d’inciampo per qualcuno, aveva deciso di rinunciare a questo diritto e di provvedere a sé stesso. La sua ricompensa era la consapevolezza che nessuno avrebbe potuto imputargli motivazioni ingiuste nel suo ministero e che egli non solo predicava la grazia, ma la praticava.

Paolo non usava questa “libertà” per porsi al di sopra degli altri, ma era pronto a farsi schiavo di tutti, cioè a sottomettersi a tutti. Questo atteggiamento lo rendeva un modello per i credenti. I Corinzi, nella loro presunta libertà, pensavano di potersi porre al di sopra dei sentimenti dei loro fratelli e sorelle più deboli. Paolo, invece, rinunciava a un vero e proprio diritto, e con quale intenzione? “Per guadagnarne il maggior numero” ovvero portare al Salvatore il maggior numero di persone. Per raggiungere questo obiettivo, era disposto a fare i più grandi sacrifici. Che esempio per noi che spesso siamo così pigri, così indifferenti e così occupati con noi stessi, senza accorgerci che in questo modo siamo un ostacolo alla diffusione del Vangelo.

9:20 con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge, mi sono fatto come uno che è sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; 9:21 con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo), per guadagnare quelli che sono senza legge. 9:22 Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli; mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni. 9:23 E faccio tutto per il vangelo, al fine di esserne partecipe insieme ad altri.

Paolo illustra ora il suo modo di agire con alcuni esempi (vv. 20-22). Si adatta il più possibile ai suoi uditori, senza tuttavia rinunciare alla sua dipendenza dal Signore. Quando predicava il Vangelo ai Giudei, lo faceva da Giudeo, quale era per nascita. Alla possibile obiezione che questo non era nulla di straordinario, risponde con il seguente esempio: “con quelli che sono sotto la legge, mi sono fatto come uno che è sotto la legge (benché io… non sia sotto la legge), per guadagnare quelli che sono sotto la Legge” (v. 20). Così aveva circonciso Timoteo per amore dei Giudei, anche se egli stesso aveva affermato che la circoncisione non significa nulla per il cristiano (Atti 16:3; 1 Corinzi 7:19). Dai Gentili non pretendeva la conoscenza della Legge, né si comportava come uno sottoposto ad essa. Comunque, sebbene non fosse più sottoposto alla Legge del Sinai come un ebreo, questo non significava che fosse senza alcuna legge, perché era soggetto a Cristo; c’era un legame stretto e forte tra lui e il suo Signore, perché era uno “schiavo” di Cristo. Come terzo esempio, cita i deboli, di cui aveva già parlato nel cap. 8. Se i Corinzi si innalzavano al di sopra dei loro fratelli deboli, Paolo si metteva alla portata dei deboli increduli, e lo faceva perché, in qualsiasi modo, le persone fossero raggiunte e salvate dal vangelo della grazia, e perché lui potesse gioire dei frutti del suo lavoro.

9:24 Non sapete che coloro i quali corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo. 9:25 Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa; e quelli lo fanno per ricevere una corona corruttibile; ma noi, per una incorruttibile. 9:26 Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; 9:27 anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato.

Con le parole “Non sapete…?” (v. 24), Paolo introduce spesso esortazioni ed argomenti che i Corinzi avrebbero dovuto conoscere (3:16; 5:6; 6:9). Qui l’apostolo ricorda loro una regola ben nota nello sport, ossia che l’unico obiettivo in una gara di corsa è vincere il premio. Ma poiché nel regno spirituale il premio non lo vince uno solo, ma tutti quelli che corrono bene, Paolo vuole incoraggiare i Corinzi ad impegnarsi a riceverlo. Nel corso del loro allenamento, gli sportivi rinunciano a molte cose che gli altri possono permettersi (v. 25) e questo per ottenere un trofeo deperibile; quanto più dovrebbe essere vero per i credenti, che riceveranno una corona incorruttibile! In questo modo, delicato e affettuoso, Paolo esorta quei Corinzi che non erano disposti a rinunciare ai loro presunti diritti per amore dei fratelli più deboli.

Ma piuttosto che rivolgersi a loro con un’esortazione diretta, Paolo si presenta – come spesso fa – come un “modello” (v. 26). A differenza di loro, che non volevano vedere la gravità della loro responsabilità, il grande apostolo viveva in una continua abnegazione, per mantenere e rafforzare la propria forza spirituale. La sua conclusione: “perché non avvenga che, dopo aver predicato ad altri, io stesso sia squalificato” non significa che temesse di perdere la salvezza, poiché un vero figlio di Dio non può perderla. Ma è possibile che qualcuno predichi per tutta la vita senza essere veramente convertito e quindi perduto. Ciò che Paolo sta presentando qui, nella sua persona, è l’impossibilità di separare la grazia dalla responsabilità. Chi confessa di essere salvato e di servire il Signore ha anche la responsabilità di vivere di conseguenza. Una semplice professione non è sufficiente, ma porta alla perdizione eterna. Questo è ciò che il v. 27 potrebbe significare anche nel caso di un predicatore non credente.

11 – Cap. 10 – La tavola del Signore e la responsabilità che ne deriva

11.1 – L’esempio solenne del popolo d’Israele (vv. 1-13)

10:1 Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, passarono tutti attraverso il mare, 10:2 furono tutti battezzati nella nuvola e nel mare, per essere di Mosè; 10:3 mangiarono tutti lo stesso cibo spirituale, 10:4 bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo. 10:5 Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque: infatti furono abbattuti nel deserto.

La responsabilità legata alla professione di appartenenza a Dio è illustrata da Paolo nella prima parte del cap. 10 con la storia del popolo di Israele quando ha attraversato il deserto. Era stato liberato dall’Egitto guidato da una “nuvola” e aveva attraversato il Mar Rosso miracolosamente incolume. La nuvola evoca la comunione con Dio; il Mar Rosso la separazione dall’Egitto, simbolo del mondo. Il “battesimo” del v. 2 non è ovviamente il battesimo cristiano. Il verbo “battezzare” è usato in modi diversi nel Nuovo Testamento. Basti pensare al battesimo praticato da Giovanni (Mr 1:4) e al “battesimo” del Signore sulla croce (Lu 12:50). Uno dei significati della nozione biblica di battesimo è l’identificazione. Attraverso il battesimo di Mosè nella nube e nel mare, i figli di Israele si erano legati a Mosè, la loro guida nel deserto.

Durante il viaggio nel deserto, gli israeliti mangiarono la manna (Esodo cap. 16) e bevvero acqua dalla roccia (Esodo cap. 17; Numeri cap. 20). Queste due cose avevano un’origine divina, innaturale, e per questo sono chiamate “carne spirituale” e “bevanda spirituale”. Il significato più profondo di questo insegnamento è chiarito dal fatto che la roccia da cui sgorgava l’acqua è un simbolo di Cristo. Egli è anche la vera manna, il pane della vita (Cfr. Gv cap. 6).

La storia del popolo d’Israele nel deserto è molto triste. Invece di viaggiare grati per la loro liberazione, con piena fiducia nel loro Dio e con la gioiosa speranza di raggiungere la terra di Canaan che aveva promesso loro, gli Israeliti mormoravano e inveivano continuamente contro Dio e contro le guide che Egli aveva dato loro. Erano increduli. Per questo motivo Dio non poteva prendere piacere in loro. I resoconti negativi di dieci delle dodici spie (Cfr Nu cap. 13) li aveva talmente spaventati che Dio impose loro quarant’anni di peregrinazioni fino alla morte di tutti quelli che erano stati liberati dall’Egitto. Solo due di loro riuscirono alla fine ad entrare nella terra di Canaan: Giosuè e Caleb.

10:6 Or queste cose avvennero per servire da esempio a noi, affinché non siamo bramosi di cose cattive, come lo furono costoro, 10:7 e perché non diventiate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto è scritto: «Il popolo si sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi». 10:8 Non fornichiamo come alcuni di loro fornicarono e ne caddero, in un giorno solo, ventitremila. 10:9 Non tentiamo il Signore, come alcuni di loro lo tentarono, e perirono, morsi dai serpenti. 10:10 Non mormorate, come alcuni di loro mormorarono, e perirono colpiti dal distruttore.

Nel v. 6 viene fatta una dichiarazione di grande significato. La storia di Israele non è solo di interesse storico, ma è stata scritta per la nostra istruzione spirituale. Le storie registrate nell’Antico Testamento hanno un significato tipico e simbolico, cioè contengono un insegnamento profondo, come abbiamo già visto con la “manna” e l'”acqua dalla roccia”, entrambi figure di Cristo.

Poi, nei vv. da 6 a 10, vengono citati cinque esempi tratti dal periodo del pellegrinaggio di Israele nel deserto, che servono da monito per noi. I primi tre mostrano principalmente i pericoli della concupiscenza della carne, mentre gli ultimi due mettono in guardia dalla ribellione a Dio.

Il primo e più frequente pericolo consiste nel desiderare “cose cattive”. In Numeri 11:4 si legge che la accozzaglia degli stranieri che era con Israele uscito dall’Egitto fu presa da peccaminose bramosie, e tutto il popolo ne fu contaminato. È vero, Dio diede loro la carne, le quaglie, secondo il loro smodato desiderio, ma “provocò in loro un morbo consumante” (Sl 106:15).

Poi Paolo ricorda l’adorazione del vitello d’oro (Es cap. 32), intorno al quale il popolo si divertiva sotto la guida di Aronne.

Poi si parla della fornicazione di Israele con donne moabite e madianite (Numeri cap. 25). La prostituzione nella Bibbia è un’immagine dell’allontanamento da Dio. Il numero di 23.000 morti di Numeri 25:9 non è in contraddizione con i 24.000 di Esodo; Esodo indica la totalità, mentre Numeri specifica “in un giorno”.

Gli ultimi due esempi ci mostrano quanto sia grave essere insoddisfatti delle vie di Dio. In Numeri cap. 21, gli israeliti erano molto vicini alla meta, ma ancora una volta si lamentarono della manna. Anche se avevano sperimentato la bontà di Dio per quarant’anni, ne dubitavano. Così mandò dei serpenti velenosi e molti morirono per il loro morso. Solo uno sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosè poté salvarli. Paolo cita infine i mormorii degli Israeliti dopo la rivolta e la morte del gruppo di Core (Nu 16:41-50). Anche in questo caso si trattava di una manifestazione di incomprensibile insoddisfazione per le vie di Dio.

10:11 Ora, queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche. 10:12 Perciò, chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere. 10:13 Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare.

Nel v. 11, Paolo spiega nuovamente che il significato simbolico di questi eventi è inteso come istruzione per noi, che viviamo alla fine di tutte le economie o epoche passate delle vie di Dio con gli uomini. Come l’appartenenza al popolo d’Israele non era sufficiente per entrare nella terra di Canaan, così oggi la semplice confessione di Dio e la conoscenza delle benedizioni e dei privilegi cristiani,se manca una vera fede nell’opera di Cristo, non sono sufficienti per partecipare alla salvezza eterna.

Nessun figlio di Dio pensi di poter contare sulle proprie forze! Chi pensa di stare in piedi da solo rischia di cadere. Ma, d’altra parte, possiamo contare sull’immensa grazia di Dio, nostro Padre. Le prove della vita permesse per mettere alla prova la nostra fede non supereranno mai le nostre forze e le capacità umane. D’altra parte, le tentazioni che il Signore ha sperimentato nel deserto (Mt cap. 4) erano in parte al di là dell’orizzonte umano. Dio è fedele ai Suoi figli e non permetterà che le prove superino le loro forze (v. 13). Egli darà aiuto al momento giusto.

11.2 – La mensa del Signore (vv. 14-22)

Paolo tratta ora un problema particolare dei credenti di Corinto. Essi vivevano tra gli idolatri e, come l’Israele di un tempo, rischiavano ancora di essere trascinati nell’idolatria. Già nel cap. 8, con un serio appello all’amore fraterno, Paolo li aveva messi in guardia dal mangiare sacrifici offerti agli idoli. Ora torna di nuovo su questo argomento, ma con il solenne esempio del popolo d’Israele e il grande privilegio della comunione con Cristo, il loro Signore.

10:14 Perciò, miei cari, fuggite l’idolatria. 10:15 Io parlo come a persone intelligenti; giudicate voi su quel che dico.

“Fuggite l’idolatria” (v. 14). Nella Parola di Dio siamo spesso esortati a fuggire (Cfr. 6:18; 1 Ti 6:11; 2 Ti 2:22), quando c’è il pericolo che la nostra carne sia attirata da tentazioni abilmente presentate dal diavolo. Paolo si appella anche al discernimento spirituale dei Corinzi, che in realtà non era molto sviluppato, ma che egli cerca sempre di stimolare (vv. 14-15).

10:16 Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo? 10:17 Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane. 10:18 Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano i sacrifici non hanno forse comunione con l’altare?

Nei versetti successivi presenta il grande privilegio della comunione col Signore, che trova la sua massima espressione alla Sua tavola. Ogni primo giorno della settimana (la Domenica Cfr. Atti 20:7) abbiamo il privilegio di riunirci attorno a Lui, di esprimere in modo visibile, partecipando al pane e al calice, la nostra comunione con Lui e tra di noi, e di offrire a Lui e al Padre il nostro culto di adorazione. Lo facciamo nella consapevolezza delle meravigliose benedizioni che abbiamo ricevuto grazie alla Sua opera di redenzione sulla croce. È probabilmente per questo motivo che qui, contrariamente all’ordine abituale, viene menzionato per primo (v. 16) “il calice della benedizione” in contrasto con il calice simbolico che il nostro Signore ha dovuto bere completamente sulla croce (Cfr. Lu 22:42).

Come nei sacrifici dell’Antico Testamento il sangue veniva prima asperso sull’altare, così qui il calice viene menzionato per la prima volta come espressione della “comunione con il sangue di Cristo”.Il prezioso sangue di Cristo, il prezzo più alto che potesse essere pagato, ci ha aperto l’accesso alla presenza di Dio e ci ha acquistato la giustificazione, la redenzione, la pace e la purificazione della coscienza (1 P 1:19; Eb 10:19; Ro 5:9; Cl 1:20; Eb 9:14)! Ogni credente partecipa alla comunione con questo sangue e a tutti i suoi effetti benedetti.

“Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo?” (v. 16b). Mangiando di questo pane, esprimiamo una duplice comunione: da un lato con il Signore Gesù, che ha dato il Suo corpo per noi, e dall’altro con gli altri credenti. È quanto spiega Paolo al v. 17, quando si trova in mezzo ai credenti di Corinto riuniti alla mensa del Signore e dichiara: tutti coloro che partecipano a quest’unico pane formano insieme l’espressione dell’unico corpo di Cristo. Secondo la Parola di Dio, il fatto che tutti i credenti viventi sulla terra siano battezzati da un solo Spirito a formare un solo corpo trova la sua espressione visibile nello spezzare il pane. Anche se oggi molte “barriere” separano i credenti gli uni dagli altri, la mente di Dio rimane quella di far sì che la mensa del Signore sia in linea di principio il punto d’incontro per tutti i membri del corpo di Cristo. Tutti coloro che vi partecipano esprimono in modo visibile la loro comunione spirituale con Cristo e tra loro. Non si tratta di una questione insignificante o secondaria. Quando l’anima e lo spirito sono occupati del Signore Gesù, è impossibile che il corpo non partecipi o agisca in modo contraddittorio. È contro questo pericolo che Paolo vuole mettere in guardia i Corinzi. Ancora una volta, ricorre all’esempio del popolo d’Israele.

Quando gli israeliti mangiavano l’offerta di riconoscenza (l’unico sacrificio che, secondo Le 7:20, in linea di principio tutti potevano mangiare), esprimevano la loro comunione con l’altare e con Dio. Dopo aver asperso il sangue sull’altare, il sacerdote doveva far fumare il grasso e questo costituiva un odore gradito a Dio: era la parte più preziosa dell’offerta, il Suo cibo, il Suo pane. I sacerdoti ricevevano il petto e la spalla destra, mentre il resto della carne poteva essere mangiato da colui che portava l’offerta e con lui da qualsiasi israelita “puro” secondo la Legge (Le capp.3 e 7:11-38). Si trattava di un atto sacro compiuto in un luogo sacro. L’altare dell’olocausto è chiamato, in Ml 1:7 e 12, “tavola del SIGNORE”, quattrocento anni prima che questa nozione si trovasse nel Nuovo Testamento. Non c’è dubbio che Paolo voglia sottolineare qui la somiglianza tra il mangiare il sacrificio di riconoscenza e il partecipare alla Cena del Signore. Sono entrambi atti esteriori, ma rappresentano molto di più perché esprimono una comunione interiore.

10:19 Che cosa sto dicendo? Che la carne sacrificata agli idoli sia qualcosa? Che un idolo sia qualcosa?

Solo ora Paolo mette in luce il vero carattere dell’idolatria pagana. Anche i pagani portavano sacrifici ai loro idoli che poi, di solito, mangiavano insieme. Paolo aveva già detto nel cap. 8 che un idolo, e quindi ciò che gli viene sacrificato, “non è nulla”. Ma ora sottolinea l’aspetto grave della comunione con i demoni, su cui i Corinzi non avevano evidentemente le idee chiare. Paolo era consapevole che i Corinzi avrebbero potuto obiettare: “Ci hai appena detto che un idolo non è nulla e ora gli dai tanta importanza?” Così li previene con una domanda retorica: “Che cosa sto dicendo? Che la carne sacrificata agli idoli sia qualcosa? Che un idolo sia qualcosa?” (v. 19), e aggiunge: “io dico che le carni che i pagani sacrificano, le sacrificano ai demòni e non a Dio” (v. 20). Da un lato, un idolo in sé non è altro che una rappresentazione senza vita, o al massimo un’opera d’arte umana, e la carne di un sacrificio fatto a un idolo non è altro che carne comune. Ma non è tutto. Il pane e il vino, e la carne di un animale puro, non sono in sé stessi cose “sacre”. Tuttavia, un’elevazione spirituale e una consacrazione sono conferite loro dal proposito santo che trova la sua espressione nella tavola del SIGNORE e,nell’Antico Testamento, nel sacrificio di riconoscenza. Lo stesso vale per i sacrifici offerti agli idoli, che le nazioni pagane offrono non agli idoli, ma ai demòni che stanno dietro di loro. Gli idoli sono la rappresentazione visibile di potenze invisibili e malvagie, ideate da stolti miscredenti la cui mente è accecata da Satana, il dio di questo mondo (Ro 1:22-23; 2 Co 4:4). Come la comunione con Dio si esprimeva un tempo nell’offerte del sacrificio di riconoscenza e oggi con la Cena alla tavola del SIGNORE, così la comunione con i demoni si esprime nel mangiare i sacrifici offerti agli idoli. Chi avesse visto dei credenti di Corinto partecipare a quei pasti sacrificali, avrebbe avuto l’impressione che ci tenessero ad avere comunione con i demòni, cosa che non corrispondeva affatto al vero. Inoltre, c’era il pericolo che, attraverso la partecipazione assidua, diventassero interiormente insensibili o addirittura venissero a sminuire la gravità del peccato di idolatria. “Non v’ingannate: le cattive compagnie corrompono i buoni costumi” (15:33).

10:20 Tutt’altro; io dico che le carni che i pagani sacrificano, le sacrificano ai demòni e non a Dio; ora io non voglio che abbiate comunione con i demòni. 10:21 Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; voi non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni. 10:22 O vogliamo forse provocare il Signore a gelosia? Siamo noi più forti di lui?

Per questo Paolo continua: “Non voglio che abbiate comunione con i demoni. Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni” (vv. 20-21). Non è giusto definire tavole di demoni certe celebrazioni cristiane della Cena del Signore tenute non in accordo con le verità della Parola di Dio. Qui stiamo parlando di gente pagana, che sacrifica ai demòni. Ma quando il Signore risponde all’esclamazione di Pietro, seppure animato da buone intenzioni, dicendo: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Mt 16:23), o quando Paolo definisce il divieto di sposarsi o di mangiare certi cibi “dottrine di demoni” (1 Ti 4:1-3), non possiamo che trarne la conclusione: ogni deviazione dall’insegnamento della Parola riguardo la tavola del Signore, anche se solo una modifica umana, debba essere attribuita all’influenza di Satana e dei suoi demoni. Tutte gli ordinamenti di Dio sono sempre il bersaglio degli attacchi del Diavolo.

Per ogni figlio di Dio è un’impossibilità morale mantenere, accanto alla comunione alla mensa del Signore, un’altra comunione che si oppone alla Parola di Dio. Chi pensa di avere questa cosiddetta libertà dev’essere consapevole che così facendo provoca la gelosia del Dio santo (Cfr. De 32:16).

11.3 – Mostrare considerazione per gli altri (vv. 23-33; 11:1)

I Corinzi avevano una concezione carnale della libertà cristiana. Per questo Paolo deve tornare su questo punto più volte nella sua epistola (6:12; 8:9 e 9:1). Allo stesso tempo, ricorda loro che Dio li ha comprati a caro prezzo e che quindi appartengono a Lui come Suoi servi (6:19-20; 7:22-23). In più di un’occasione, parla loro anche del rispetto tra fratelli (Cfr. 8:9-11).

10:23 Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica. 10:24 Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma ciascuno cerchi quello degli altri.

Nella Legge, tutta la vita dell’israelita era regolata nei minimi dettagli, mentre qui si dice: “Ogni cosa è lecita” (v. 23). Ma non dimentichiamo che la Legge è per l’uomo naturale non rigenerato, mentre gli insegnamenti dello Spirito Santo nel Nuovo Testamento sono per l’uomo nato di nuovo che si diletta “della legge di Dio secondo l’uomo interiore” (Ro 7:22)!

Ci sono ovviamente atti che trasgrediscono sempre la volontà di Dio, come il furto, la fornicazione, ecc. Ma ci sono anche atti esteriori che di per sé non sono malvagi ma possono diventare peccaminosi se commessi con cattive intenzioni. È di questo che parla l’apostolo Paolo quando dice due volte: “Ogni cosa è lecita”. I limiti che aggiunge ogni volta mostrano, tuttavia, che siamo sempre chiamati a esaminare se ciò che facciamo è “utile”, cioè se produce un reale beneficio spirituale per noi e per gli altri, e se “edifica”, cioè se serve alla crescita spirituale. Se è così, siamo liberi di farlo; se non lo è, dobbiamo rinunciarvi. Il v. 24 chiarisce che non si tratta di benefici personali: “Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma ciascuno quello degli altri”.

Paolo al v. 19 torna ancora una volta sul tema dei “sacrifici offerti agli idoli”, già toccato nei capp. 8 e 10. Ma mentre in quei due passaggi si trattava di mangiare consapevolmente sacrifici offerti agli idoli in un tempio pagano (8:10; 10:21), qui si tratta semplicemente di qualsiasi carne venduta al mercato. Sembra che presso i Greci fosse consuetudine vendere alcuni degli animali offerti agli idoli per la macellazione, mentre nei sacrifici israelitici gli animali venivano completamente bruciati o mangiati sul posto dai sacerdoti e da coloro che avevano portato l’offerta.

10:25 Mangiate di tutto quello che si vende al mercato, senza fare inchieste per motivo di coscienza; 10:26 perché al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene. 10:27 Se qualcuno dei non credenti v’invita, e voi volete andarci, mangiate di tutto quello che vi è posto davanti, senza fare inchieste per motivo di coscienza.

I cristiani non dovevano chiedersi ogni volta che compravano della carne al mercato se fosse stata sacrificata a un idolo; potevano mangiarla con la coscienza pulita (v. 25). Anche noi possiamo ricordare a ogni pasto che Dio, creatore e preservatore di tutti gli uomini, ci dà ogni cosa riccamente perché ne godiamo (1 Ti 6:17), e rendergli grazie con tutto il cuore per i Suoi doni. Lo stesso vale quando parenti, conoscenti o colleghi di lavoro non credenti ci invitano a pranzo da loro. Non dobbiamo amare il mondo né ciò che è nel mondo (1 Gv 2:15), ma ci sono situazioni in cui non possiamo evitare di accettare un tale invito. Ecco perché Paolo aggiunge questa osservazione: “… e voi volete andarci”. Se riteniamo che sia utile e edificante (ad esempio, per testimoniare per il Signore), allora possiamo mangiare qualsiasi cosa ci venga messa davanti senza preoccuparci di nulla.

10:28 Ma se qualcuno vi dice: «Questa è carne di sacrifici», non ne mangiate per riguardo a colui che vi ha avvertito e per riguardo alla coscienza; 10:29 alla coscienza, dico, non tua, ma di quell’altro; infatti, perché sarebbe giudicata la mia libertà dalla coscienza altrui? 10:30 Se io mangio di una cosa con rendimento di grazie, perché sarei biasimato per quello di cui io rendo grazie?

Ma se qualcuno (che potrebbe essere un “debole” nel senso del cap. 8:7, o forse un non credente) diceva: “Questa è carne di sacrifici”, i Corinzi non dovevano mangiarla (v. 28). Come abbiamo visto nel v. 8 del cap. 8, i cristiani sono liberi di mangiare qualsiasi carne, ma in questo caso non dovevano farlo. Il motivo non è che tale atto sia sbagliato, ma che nessuno deve usare la propria libertà per qualcosa che la coscienza di un altro potrebbe giudicare sbagliata. In tal caso devo rinunciarvi; se non lo faccio, non sono un testimone del Signore Gesù.

10:31 Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. 10:32 Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; 10:33 così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello dei molti, perché siano salvati.

Per questo Paolo aggiunge la duplice affermazione che, da un lato e in primo luogo, dobbiamo fare tutto per la gloria di Dio, e che, dall’altro, non dobbiamo dare occasione di scandalo ai Giudei, ai Gentili o alla Chiesa di Dio (vv. 31-32). Non c’è bisogno di contrapporre queste due affermazioni, perché si completano a vicenda. Come fa spesso nelle sue epistole, Paolo si presenta come un esempio: “… così come anch’io compiaccio a tutti in ogni cosa, cercando non l’utile mio ma quello di molti, perché siano salvati” (v. 33). Queste parole confermano che questi versetti riguardano principalmente la testimonianza per il Signore per portare alla salvezza i non credenti.

11:1 Siate miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo.

L’apostolo già una volta, in questa epistola, aveva incoraggiato i Corinzi a essere suoi imitatori (4:16). Il modo in cui si esprime qui chiarisce che non stava cercando di raccogliere i credenti intorno a sé o dietro di sé. No, il suo unico desiderio era quello di seguire e servire il suo amato Signore. Nonostante i suoi doni eccezionali e la sua missione, Paolo era un uomo come tutti gli altri; e non voleva che i Corinzi lo imitassero come un uomo straordinario, ma desiderava che lo vedessero come un fedele discepolo di Cristo e seguissero le sue orme.

12 – Cap. 11 – Le ordinanze divine

In questa sezione, Paolo affronta una questione che riguarda sia gli uomini che le donne. Due cose spiccano. Sebbene avesse molto da rimproverare ai Corinzi, Paolo li loda per essersi ricordati di lui e per aver osservato gli insegnamenti che aveva dato loro (Cfr. anche v. 23). Il secondo punto importante è che mette in relazione tutte le questioni vitali dei credenti con Dio e coi Suoi pensieri. Lo fa anche in altri passi, ad esempio in Ef 5:22-33, dove paragona il rapporto tra marito e moglie all’amore di Cristo per la Sua Chiesa. Questo fa capire che non esiste un’area neutra nella vita di fede, ma che tutta la nostra vita e i nostri comportamenti devono essere diretti dalle nostre relazioni spirituali e celesti.

12.1 – La posizione della donna (vv. 2-16)

11:2 Ora vi lodo perché vi ricordate di me in ogni cosa, e conservate le mie istruzioni come ve le ho trasmesse. 11:3 Ma voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, che il capo della donna è l’uomo, e che il capo di Cristo è Dio. 11:4 Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto fa disonore al suo capo;

Sembra che a Corinto ci fossero alcune sorelle che si comportavano in modo scorretto quando pregavano o profetizzavano. Paolo inizia il suo insegnamento su questo tema spostando l’attenzione dagli uomini a Dio. Nella creazione, Dio ha stabilito un ordine che, sebbene non rispettato nel mondo, deve essere sempre riconosciuto dai credenti. Cristo, Figlio di Dio divenuto uomo e Figlio dell’uomo glorificato dopo la sua opera di redenzione, è non solo il capo del corpo (cioè della Chiesa. (Ef 4:15; 5:23; Cl 1:18), ma anche il capo di ogni principato e autorità (Cl 2:10) e il sovrano di tutte le cose (Ef 1:22). Egli è quindi anche il capo invisibile di ogni uomo e di ogni donna, ma Dio ha posto l’uomo sulla terra come capo visibile della donna (Cfr. Ge 2:18; Ef 5:23). Dio stesso è esaltato come capo di tutte le cose (1 Co 29:11) ed è quindi anche il capo di Cristo visto come “Uomo” (Cfr. 15:27-28).

In Cristo, cioè nella posizione dei credenti davanti a Dio, tutte le differenze terrene sono messe da parte (Cfr. Ga 3:28). Ma finché siamo sulla terra, l’ordine divino dev’essere espresso nella nostra vita e nel nostro comportamento. Anche il silenzio delle donne nelle chiese fa parte di questo (14:34). Quindi, se qui si parla di preghiera e profezia in relazione alle donne, non si tratta di riunioni di chiesa, ma di altre occasioni, come la famiglia o la cerchia delle sorelle.

11:5 ma ogni donna che prega o profetizza senza avere il capo coperto fa disonore al suo capo, perché è come se fosse rasa. 11:6 Perché se la donna non ha il capo coperto, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se per una donna è cosa vergognosa farsi tagliare i capelli o rasare, si copra il capo. 11:7 Poiché, quanto all’uomo, egli non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo; 11:8 perché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; 11:9 e l’uomo non fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. 11:10 Perciò la donna deve, a causa degli angeli, avere sul capo un segno di autorità. 11:11 D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna. 11:12 Infatti, come la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna e ogni cosa è da Dio. 11:13 Giudicate voi stessi: è decoroso che una donna preghi Dio senza avere il capo coperto da un velo? 11:14 Non vi insegna la stessa natura che se l’uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore? 11:15 Mentre se una donna porta la chioma, per lei è un onore; perché la chioma le è data come ornamento. 11:16 Se poi a qualcuno piace essere litigioso, noi non abbiamo tale abitudine; e neppure le chiese di Dio.

Quando un uomo sta davanti a Dio in preghiera, o si alza alla presenza di Dio e profetizza, deve esprimere visibilmente il fatto che sta agendo come autorità stabilita da Dio. Non deve quindi avere il capo coperto. Se lo fa, disonora Cristo, il suo capo (v. 4). D’altra parte, se una donna prega o profetizza senza coprirsi il capo, disonora il suo capo, perché in tal caso si comporta come un uomo, cosa che non è.

Per sottolineare la serietà di questo insegnamento, Paolo avanza quattro diversi argomenti.

  • In primo luogo, spiega che tale comportamento da parte della donna equivale a radersi il capo (v. 5). In tutti i tempi e in tutte le culture, avere la testa rasata è sempre stato un segno di vergogna. Se l’assenza di una copertura sul capo di queste donne non era sentita come una vergogna, esse tuttavia capivano perfettamente che era disonorevole per loro tagliarsi i capelli o essere rasate (v. 6). L’uomo non deve coprirsi il capo, perché è stato creato a immagine di Dio e deve rappresentare Lui, il sovrano invisibile, nella creazione. La donna, che non è stata creata con questo scopo, ma è stata tratta dall’uomo come aiuto adeguato, non ha questa funzione di rappresentanza pubblica e deve, nel suo comportamento, riconoscere e onorare l’uomo come capo visibile.
  • L’origine e lo scopo della creazione dell’uomo sono menzionati come secondo motivo (vv. 8-9; Ge 2:18-25). L’uomo è stato creato da Dio per primo, mentre la donna è stata successivamente tratta da lui,per cui l’uomo non è stato creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Non possiamo discernere questo ordine nel mondo che ci circonda; possiamo vederlo solo guardando indietro all’inizio dell’umanità. Nei vv. 11-12, tuttavia, ci viene ricordata la dipendenza reciproca dell’uomo e della donna, e la loro comune dipendenza da Dio. Non è forse questo un equilibrio divino? Se ne avessero tenuto conto, i cosiddetti Paesi cristiani si sarebbero salvati, nei secoli passati, dalle deduzioni errate e carnali che hanno portato a una svalutazione della posizione della donna, che ha provocato l’attuale reazione, altrettanto errata, in direzione della parità di genere.
  • Gli angeli sono citati come terza ragione per cui la donna dovrebbe portare sul capo un segno dell’autorità sotto la quale si trova; fin dalla creazione, ma soprattutto in relazione all’opera redentrice di Cristo sulla croce, essi sono testimoni delle vie di Dio verso l’essere umano (1 P 1:12; Ef 3:10; 1 Co 4:9).
  • Infine, il quarto e ultimo argomento è un appello al sentimento naturale (vv. 13-15). Nei Paesi occidentali, dove vive la maggior parte dei nostri lettori, tutti i rapporti naturali sono ribaltati e questo sentimento non esiste più. È altrettanto inopportuno per una donna stare con il capo scoperto alla presenza di Dio quanto per un uomo portare i capelli lunghi; invece, è una gloria per la donna avere i capelli lunghi, che Dio le ha dato come velo. Come molti altri fenomeni sorti proprio in regioni da secoli impregnate di cristianesimo, la moda dei capelli corti per le donne, introdotta nel XX secolo, contraddice non solo il comportamento cristiano, ma anche l’ordine biblico nella creazione.

I Corinzi pensavano troppo a sé stessi. L’apostolo li esorta più volte con leggera ironia a questo proposito (3:8; 8:2; 11:16; 14:37). Anche qui condanna il loro modo di anteporre i propri pensieri alle comunicazioni dello Spirito Santo con questa breve osservazione: “Se poi a qualcuno piace essere litigioso, noi non abbiamo tale abitudine; e neppure le chiese di Dio” (v. 16).

12.2 – L’assemblea e la cena del Signore (vv. 17-34)

12.2.1 – Spirito di partito

11:17 Nel darvi queste istruzioni non vi lodo, perché vi radunate non per il meglio, ma per il peggio. 11:18 Poiché, prima di tutto, sento che quando vi riunite in assemblea ci sono divisioni tra voi, e in parte lo credo; 11:19 infatti è necessario che ci siano tra voi anche delle divisioni, perché quelli che sono approvati siano riconosciuti tali in mezzo a voi.

L’apostolo Paolo aveva già criticato, nei primi capitoli, la pericolosa tendenza dei Corinzi a formare gruppi e a litigare tra loro. Era quasi inevitabile che questa tendenza si manifestasse anche nelle riunioni. Ma così facendo, si perdeva lo scopo “della Chiesa”, che è proprio quello di condurre i membri del corpo di Cristo all’unità della fede. Riunirsi in un’assemblea significa che i credenti di uno stesso luogo si riuniscono in modo tale da manifestare il carattere neotestamentario della Chiesa di Dio. Il Signore Gesù è il centro (Mt 18:20). Che disonore per il Suo Nome santo e glorioso quando in una tale riunione sorgono divisioni o disaccordi (in greco: schisma, Cfr. Gv 10:19)! Si può essere ancora insieme all’esterno, mentre all’interno c’è già una spaccatura.

Satana cerca sempre di distruggere l’unità concreta e visibile dei figli di Dio. La disunione tra fratelli e sorelle non è opera dello Spirito Santo. Solo un’umiliazione profonda e sincera può sanare una tale ferita. Se ciò non avviene, il disaccordo interno alla chiesa porterà alla formazione di partiti (in greco hairesis, setta) e infine alla separazione. Solo in questo modo coloro che non possono più associarsi ai principi e allo spirito di chi fomenta il dissenso si mostreranno approvati. La Parola di Dio ci invita a sopportarci a vicenda nell’amore (Ef. 4:2), e questo va molto lontano, ma non siamo mai esortati a riconoscere o tollerare ciò che contraddice la volontà e la natura del nostro Signore.

12.2.2 – La Cena del Signore

11:20 Quando poi vi riunite insieme, quello che fate, non è mangiare la cena del Signore; 11:21 poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco. 11:22 Non avete forse le vostre case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e fate vergognare quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Devo lodarvi? In questo non vi lodo.

Sembra che nei primi tempi i cristiani avessero l’abitudine di riunirsi spesso per consumare un pasto insieme (agape, o pasto d’amore fraterno) e, allo stesso tempo e nel medesimo contesto, per celebrare la Cena del Signore (Cfr. At 2:46). È vero che il Signore aveva istituito la Cena al termine del pasto pasquale,ma le due cose sono ben distinte e pare che i Corinzi non lo avessero capito. Inoltre, sembra che la loro disunione si sia manifestata anche in queste occasioni (Gd v. 12). Mentre alcuni rimanevano con la fame perché avevano poco, altri avevano già mangiato a sazietà e si stavano addirittura ubriacando. Con indignazione, Paolo deve chiedere loro: “Non avete forse le vostre case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e umiliate quelli che non hanno nulla?” (v. 22). Il comportamento dei Corinzi mostrava del disprezzo per la santità della Chiesa di Dio, forse involontario, ma che attirava la massima condanna.

Lo Spirito Santo colse quest’occasione per ricordare ai Corinzi ciò che Paolo aveva già detto loro oralmente sulla Cena del Signore;non essendo stato presente alla sua istituzione,Paolo ne aveva ricevuto una rivelazione dal Signore stesso.

11:23 Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 11:24 e dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 11:25 Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. 11:26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

L’importanza della Cena del Signore è evidente dall’introduzione di Paolo sull’argomento: “… nella notte in cui fu tradito…”. (v. 23). In quella notte, quando la Sua vita e il Suo ministero a favore delle persone perdute si stavano avvicinando alla méta che Dio si era prefissato fin dall’eternità, e quando vedeva incombere davanti a Sé l’orrore della crocifissione, il Signore radunò per l’ultima volta intorno a Sé tutti i Suoi discepoli per mostrare loro il Suo amore. Dopo la Pasqua, che doveva trovare il suo compimento in Lui, il vero Agnello pasquale, il Signore indirizzò i cuori dei Suoi discepoli, attraverso i segni del pane e del calice, al Suo sacrificio alla croce. Dopo che l’opera di redenzione era stata completata ed Egli era stato innalzato nella gloria del cielo, essi avrebbero avuto il privilegio di ricordare continuamente, attraverso quei segni, la Sua morte per i loro peccati. Egli, che conosce il cuore dell’uomo, sapeva quanto siamo smemorati e vuole che ci ricordiamo costantemente del dono di Sé sulla croce.

Il Signore prese prima il pane e, rendendo grazie, espresse la Sua perfetta comunione con il Padre anche in quel momento. Poi lo spezzò e lo diede ai discepoli, dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me” (v. 24). Il pane spezzato ci ricorda il Suo corpo santo con cui ha portato i nostri peccati sulla croce e che è stato offerto lì per noi (Ebrei 10:10; 1 Pietro 2:24). Il Signore vuole che mangiamo il pane in memoria di Lui, in modo da ricordare Lui, le Sue sofferenze e la Sua morte per noi.

Lo stesso vale per il calice che il Signore prese dopo aver reso grazie, e che poi diede ai discepoli. Come in Lu 22:20, è chiamato il calice “dopo la cena” perché, durante il pasto pasquale, il Signore aveva già dato ai discepoli un calice che dovevano condividere tra loro. Questo calice segnava simbolicamente la fine dell’era dell’Antico patto. Il calice dopo il pasto, invece, è chiamato “il nuovo patto nel mio sangue” (v. 25). Quando fu istituita la Cena del Signore, la Chiesa di Dio non esisteva ancora. Ecco perché il Signore parla qui del nuovo patto che un giorno sarà stabilito con il popolo d’Israele riabilitato (Gr 31:31). Tuttavia, il sangue con cui siamo riconciliati con Dio è lo stesso sangue di Cristo, che sarà anche la base del nuovo patto, ancora futuro, con il “rimanente” fedele d’Israele. (Eb 8:10).

Secondo la Parola di Dio, il sangue è il simbolo dell’anima e della vita (Le 17:11). Lo spargimento di sangue parla quindi dell’offerta della vita. È anche il mezzo di propiziazione ordinato da Dio. La morte è il salario del peccato e solo attraverso l’offerta della vita perfetta di Cristo, l’Agnello di Dio, possiamo essere liberati dalla morte eterna. Questo è ciò che dobbiamo ricordare quando beviamo dal calice.

Il pane e il calice, figure del corpo e del sangue di Cristo, ci presentano la Sua morte. Quanta ricchezza e quanta profondità c’è in queste parole: “la morte del Signore”! Il Suo abbassamento, la Sua obbedienza, il Suo amore e la Sua devozione, ma anche la punizione del peccato da parte di Dio, tutto questo viene riportato alla mente. Ogni volta che mangiamo il pane e beviamo al calice, proclamiamo la morte del Signore fino alla sua venuta (v. 26). Attraverso lo spezzare il pane, diamo una testimonianza sempre rinnovata della morte del nostro Signore in mezzo a questo mondo e davanti agli angeli. I primi cristiani lo facevano ogni giorno (At 2:42, 46), ma in seguito fu fatto ogni primo giorno della settimana, nel giorno della risurrezione di Cristo, il “giorno del Signore” (At 20:7).

11:27 Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 11:28 Ora ciascuno esamini sé stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; 11:29 poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro sé stesso, se non discerne il corpo del Signore. 11:30 Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono.

Mentre nel cap. 10:14-22 l’insegnamento sulla mensa del Signore viene presentato sotto l’aspetto della comunione e della responsabilità che ne deriva, qui l’attenzione dei credenti viene attirata sulla loro responsabilità personale. Questi due aspetti si completano a vicenda. Paolo rivolge un serio appello a tutti i credenti di Corinto affinché non continuino a partecipare alla Cena del Signore in modo indegno, rendendosi così colpevoli. Avendo ridotto la frazione del pane al livello di un pasto ordinario in cui si manifestavano gli eccessi della carne, essi disprezzavano i “simboli” che parlavano della morte del loro Salvatore e Signore. Ogni singolo credente è quindi esortato a mettersi alla prova alla luce divina, per poter partecipare alla Cena in modo degno. In linea di principio, i Corinzi, come tutti i credenti, ne erano resi degni dalla salvezza ricevuta; ma in pratica si erano comportati in modo indegno – e questo può accadere anche a noi – perché avevano dimenticato, mentre partecipavano a questa santa comunione, che quei segni parlavano della morte del loro Signore. Mangiando e bevendo con leggerezza dal calice, molti avevano portato su sé stessi il giudizio di Dio e si erano ammalati. Altri erano già morti, perché avevano disonorato il loro Signore in modo tale che Dio non aveva voluto lasciarli più su questa terra (Cfr. At 5:1-11; 1 Gv 5:16).

11:31 Ora, se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati; 11:32 ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, per non essere condannati con il mondo. 11:33 Dunque, fratelli miei, quando vi riunite per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. 11:34 Se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi riuniate per attirare su di voi un giudizio. Quanto alle altre cose, le regolerò quando verrò.

Alcuni Corinzi avrebbero potuto evitare questo castigo da parte di Dio mettendosi seriamente alla prova e giudicando il male che avevano nel cuore,ma non avendolo fatto sono stati castigati dal Signore. La seconda parte del v. 32 chiarisce che si tratta di un giudizio temporale: “… per non essere condannati con il mondo”. Gli uomini di questo mondo, che hanno rifiutato il Signore Gesù, andranno incontro al giudizio eterno, ma chi è stato liberato dalla condanna eterna, grazie alla fede nel Salvatore, deve sapere che il Signore disciplina i Suoi, se disprezzano la Sua volontà (Cfr 1 P 1:15-21).

Infine, Paolo torna ancora una volta al motivo dei suoi insegnamenti e dei suoi rimproveri, ed esorta fraternamente i Corinzi ad attendersi gli uni agli altri con amore e pazienza e a non profanare la Cena del Signore. Egli avrebbe poi risolto tutte le altre questioni alla sua venuta.

13 – Cap. 12 – Il Corpo di Cristo e i doni spirituali dei Suoi membri (lo Spirito di potenza)

Nel cap. 12, Paolo affronta un nuovo argomento sul quale pare che i Corinzi gli avessero chiesto consiglio (Cfr. 7:1, 25; 8:1; 16:1). Non mancavano certo di alcun dono (1:7), ma non sapevano come gestirli in modo corretto tanto che erano sorti vari problemi tra loro.

13.1 – Manifestazioni spirituali (vv. 1-11)

12:1 Circa i doni spirituali, fratelli, non voglio che siate nell’ignoranza. 12:2 Voi sapete che quando eravate pagani eravate trascinati dietro agli idoli muti secondo come vi si conduceva. 12:3 Perciò vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo.

L’apostolo deve innanzitutto insegnare ai Corinzi che la diversità dei doni, delle manifestazioni dello Spirito e delle operazioni spirituali non ha assolutamente nulla a che vedere con la molteplicità degli idoli che conoscevano in precedenza. I Greci avevano un numero infinito di idoli per ogni possibile situazione della vita e, senza sapere bene cosa stessero facendo, si erano lasciati attirare da questi idoli muti (Cfr. Gv 4:22) e non erano in grado di giudicare l’attendibilità di ciò che i sacerdoti e gli àuguri, che erano in contatto con questi idoli, proponevano loro.

Tuttavia, le manifestazioni dello Spirito Santo sono molto diverse. Il Suo scopo è quello di glorificare il Signore Gesù (Gv 16:14). È per questo che i cristiani possono discernere quale spirito si cela dietro le varie manifestazioni che possono incontrare. È impossibile che qualcuno pronunci una maledizione sul Signore Gesù se è guidato dallo Spirito Santo. Una simile affermazione può provenire solo da un incredulo sotto l’influenza maligna. D’altra parte, chiunque confessi Gesù come Signore può farlo solo nella potenza dello Spirito Santo. Leggendo i Vangeli, vediamo che i demoni non hanno mai chiamato Gesù “Signore”. Oggi abbiamo in mano la Parola di Dio completa e possiamo riconoscere se una dottrina è in accordo con essa. Ai Corinzi, che ancora non la possedevano, Dio diede comunque un mezzo semplice per distinguere gli spiriti.

12:4 Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. 12:5 Vi è diversità di ministeri, ma non v’è che un medesimo Signore. 12:6 Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti.

Tutti i vari doni, alcuni dei quali saranno menzionati ancora in questo capitolo, procedono da un unico e medesimo Spirito, lo Spirito di Dio. Non si tratta, però, di facoltà naturali dell’uomo, ma di doni divini, che possono tuttavia utilizzare le capacità umane. Ma tutti questi doni hanno la stessa fonte, che non consiste in una particolare formazione scolastica, ma nell’operazione sovrana dello Spirito di Dio. Quando questi doni (lett.:“carismi” ossia doni di grazia) vengono esercitati per la gloria di Dio e per la benedizione e l’edificazione spirituale dei credenti, si compie un “servizio” per il Signore. Per ogni servitore, questo “servizio” dev’essere svolto sotto la Sua guida. Gli uomini non possono ordinare ministri per la sfera spirituale perché questo spetta farlo all’unico Signore, che ha il dominio su tutti i Suoi servitori. Solo Lui li chiama a servirlo e prima o poi tutti i cristiani spirituali ne riconosceranno la provenienza. Sia l’esercizio del ministero che i suoi effetti sono “operazioni” che vengono da Dio, perché solo Lui è la fonte di ogni benedizione. L’attenzione non dev’essere rivolta al servitore, ma a Dio, “il quale opera tutte le cose in tutti” gli uomini (vv. 4-6).

12:7 Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. 12:8 Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; 12:9 a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; 12:10 a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l’interpretazione delle lingue; 12:11 ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.

Non solo l’origine,ma anche lo scopo di tutte le manifestazioni dello Spirito provengono da Dio. Per quanto diverse siano le loro forme, sono comunque tutte date per il bene spirituale di coloro che ne beneficiano (v. 7). Il corpo di Cristo, di cui si parlerà più avanti, dev’essere edificato e stimolato con questi mezzi, affinché le varie membra vivano sempre più in armonia con Dio e con i Suoi pensieri. I Corinzi, tuttavia, correvano il rischio di darsi ai doni spirituali come bambini a un giocattolo nuovo, e di dare più importanza agli strumenti umani che allo Spirito Santo. Così, nei versetti successivi, vengono elencati alcuni doni con l’intento di mostrare che è lo Spirito Santo, e solo Lui, a distribuirli (vv. 8-11). In quanto Persona divina che abita nei credenti e nella Chiesa, Egli èil “medesimo Spirito”, che fa da intermediario e che dàla misura e la potenza divina caratteristica di questi doni.

La “parola di sapienza” e la “parola di conoscenza” sono menzionate per prime. La prima si riferisce alla spiegazione intelligibile delle cose spirituali così come Dio le vede, la seconda all’esposizione, insieme al discernimento, dei Suoi pensieri rivelati (Cfr. Cl 2:3). La “fede” qui è il dono speciale di dare piena fiducia a Dio in ogni situazione, particolarmente nelle difficoltà della vita. I “doni di guarigioni”, l'”operare miracoli”, la “diversità di lingue” – con la necessaria “interpretazione delle lingue” – (vv. 9-10) sono chiamati “doni-segno”, che Dio ha dato all’inizio della predicazione del Vangelo per confermarlo (Cfr. Mr 16:17-18; Eb 2:4). Così avvenne anche quando il popolo d’Israele fu liberato dall’Egitto. “La profezia” e il “discernimento degli spiriti” sono invece doni che aiutano a conoscere il pensiero di Dio e a preservare la Verità da influenze malvage (Cfr. 1 Gv 4:1).

Un confronto del v. 28 con Ro 12:6-8 ed Ef 4:11 mostra che in nessuna parte del Nuovo Testamento troviamo un’enumerazione completa dei doni dello Spirito. Ognuno di questi passi ne cita solo alcuni, e con un’intenzione molto specifica. In 1 Corinzi cap. 12, l’intento principale è quello di sottolineare che le varie manifestazioni spirituali nei diversi credenti sono prodotte e utilizzate da un unico e medesimo Spirito, come Egli, nella Sua divina sapienza, ritiene opportuno (v. 11).

13.2 – Molte membra – un solo corpo (vv. 12-31)

12:12 Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo.

L’origine unica di tutte le diverse manifestazioni dello Spirito è illustrata dall’immagine del corpo umano che pur essendo uno è costituito da molte membra. Già nel Salmo 139, Davide esprime queste parole: “Ti celebrerò perché sono stato fatto in modo stupendo” (v. 14). Tutti gli arti e gli organi sono collegati al cervello dal sistema nervoso e sono controllati da esso. In una persona sana, quindi, tutto il corpo funziona come un’unità perfetta.

Quest’immagine, che può essere compresa da tutti, viene ora applicata a Cristo. Lo Spirito Santo si serve così di qualcosa che è noto a tutti per spiegare una realtà spirituale che ha origine nell’eterno consiglio di Dio, il Padre (Cfr. Ef 3:1-12). Il Signore glorificato è il capo in cielo, mentre le membra del Suo corpo – già menzionate nel cap. 6 (v. 15) e nel cap. 10 (v. 17) – sono ancora sulla terra. Tutti i veri credenti viventi sulla terra in un determinato lasso di tempo sono visti come membra del Suo corpo, (v. 12). Strettamente legato a questo aspetto è quello locale, che troviamo nel v. 27 di questo capitolo. Infine, c’è l’aspetto eterno, che ci viene presentato, ad esempio in Ef 1:23; sotto quest’ultimo punto di vista sono compresi tutti i credenti dalla Pentecoste (At 2) fino al rapimento della Chiesa.

Questo corpo di Cristo trova il suo inizio nel “battesimo” dello Spirito Santo che ebbe luogo il giorno di Pentecoste, dopo l’ascensione del Signore Gesù (At 2). Giovanni Battista aveva già menzionato questo evento straordinario (Mt 3:11) e il Signore stesso ne parlò ancora più chiaramente (Lu 24:49). Poco prima di andare al Padre, aveva detto ai Suoi discepoli: “Sarete battezzati con lo Spirito Santo fra non molti giorni” e ancora: “Riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi” (At 1:5-8). Dopo l’ascensione del Signore al cielo, lo Spirito Santo, “un altro Consolatore”, è venuto ad abitare in ogni singolo credente e anche in mezzo a coloro che dovevano formare la Chiesa di Dio sulla terra (Cfr. 1 Co. 6:19; 3:16). Ogni singolo credente è ora un tempio dello Spirito Santo e un membro del corpo di Cristo, e tutti insieme costituiscono sia “l’edifico che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2:22) sia “il corpo di Cristo”. Tutto questo è il risultato dell’opera redentrice di Cristo e della venuta dello Spirito Santo qui sulla terra.

Questi due fatti, il Signore glorificato come capo in cielo e la presenza dello Spirito Santo in ogni credente e nel corpo di Cristo sulla terra, possono essere considerati i caratteri specifici dell’attuale economia di grazia. Alla venuta del Signore Gesù per il rapimento dei Suoi, la Chiesa sarà riunita a Lui, il capo, per l’eternità nella gloria. Questa verità era un tempo nascosta e fu rivelata all’apostolo Paolo. Solo nella misura in cui la comprendiamo possiamo realizzare nel modo giusto i pensieri di Dio riguardo la Sua Chiesa.

12:13 Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito.

In questo unico corpo, tutte le distinzioni terrene sono messe da parte. Ai tempi dell’Antico Testamento, Dio aveva ordinato una rigida separazione tra Israele e le nazioni pagane come i Greci. Nella Chiesa,tutte queste distinzioni sono abolite perché i credenti, attraverso la nuova nascita, sono diventati figli di un unico Padre e, avendo creduto al Vangelo della salvezza, hanno ricevuto lo stesso Spirito Santo, di cui sono stati “abbeverati” e di cui devono essere riempiti (v. 13).

12:14 Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra.

Dopo aver spiegato brevemente la verità su “Cristo” e la Sua Chiesa. Paolo usa questa immagine per chiarire due importanti insegnamenti. I vv. 14- 26 parlano del corpo umano, ma nel v. 27 l’immagine del corpo è applicata al corpo di Cristo. Tuttavia, c’è una differenza significativa. Nel corpo umano, tutto funziona spontaneamente perché le nostre membra non hanno una volontà propria, ma non è così nel Corpo di Cristo perché ogni membro è una persona responsabile. Anche se i credenti sono nati di nuovo, la loro volontà carnale può opporsi alla volontà del Capo, creando un grave problema.

12:15 Se il piede dicesse: «Siccome io non sono mano, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 12:16 Se l’orecchio dicesse: «Siccome io non sono occhio, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 12:17 Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? 12:18 Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto. 12:19 Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? 12:20 Ci son dunque molte membra, ma c’è un unico corpo;

Il nostro corpo non è composto da una sola parte, ma da molte (v. 14), il che significa che non ha una sola funzione, ma ne ha molte ognuna diversa dall’altra. Ogni membro è necessario. Il piede non può dire: “Siccome io non sono mano, non sono del corpo”, né l’orecchio: “Siccome io non sono occhio, non sono del corpo” (vv. 15 e 16). Questo rappresentava un pericolo tra i Corinzi: il complesso di inferiorità. Può capitare anche oggi che un cristiano si confronti con altri fratelli e sorelle che considera più dotati di lui e giunga alla conclusione: se fossi come il fratello X o la sorella Y, potrei fare qualcosa di utile per il Signore; ma poiché non ho questi doni, non sono buono a nulla. Un simile ragionamento non sarebbe applicabile alle varie membra del corpo umano e non lo è nemmeno se è riferito alla Chiesa. Altrimenti, non ci sarebbe il pericolo che tutti aspirinoallo stesso dono?

La risposta è: “Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto” (v. 18). Colui che ha formato il nostro corpo secondo la Sua sapienza divina ha anche assegnato il posto giusto a tutte le membra del corpo di Cristo che, nonostante la loro diversità, formano comunque un’unità.

12:21 l’occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 12:22 Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli, sono invece necessarie; 12:23 e quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore; le nostre parti indecorose sono trattate con maggior decoro, 12:24 mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, 12:25 perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. 12:26 Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.

Ma nel corpo di Cristo c’è anche il pericolo opposto: che un membro sia orgoglioso e si sopravvaluti. Succede molto spesso tra i credenti che uno si metta al di sopra di un altro e pensi di non avere bisogno di lui. Questo non esiste nel corpo umano. “L’occhio non può dire alla mano: non ho bisogno di te; né il capo può dire ai piedi: Non ho bisogno di voi”. Inoltre, le parti del corpo che sembrano più deboli sono necessarie (vv. 21 e 22). Ogni parte del nostro corpo ha la sua funzione e è necessaria. Anche le parti che sembrano meno belle o deboli sono trattate con particolare riguardo; se il viso, spesso considerato la parte più nobile, non ha bisogno di protezioni, mettiamo le scarpe ai piedi perché non vengano danneggiati nel camminare. Così Dio ha assemblato il corpo in modo da proteggere le parti più delicate come il cervello, il cuore e i polmoni, con un “carapace” osseo, in modo che nessuna parte del corpo sia svantaggiata e nemmeno favorita. Lo stesso vale per il corpo spirituale, la “Chiesa”“perché non ci fosse divisione nel corpo” (v. 25). Se un membro soffre, tutte le altre membra soffrono con lui; ma se un membro è glorificato, cioè se svolge il suo servizio secondo la volontà di Dio, allora tutte le membra sono benedette e gioiscono.

12:27 Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. 12:28 E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. 12:29 Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? 12:30 Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti? 12:31Voi, però, desiderate ardente- mente i doni maggiori! Ora vi mostrerò una via, che è la via per eccellenza.

Con le parole: “Voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua” (v. 27), Paolo applica quanto appena detto alla Chiesa, e in particolare alla chiesa di Corinto. I Corinzi erano solo una parte del corpo di Cristo, eppure sono chiamati “il corpo di Cristo”. La chiesa in un determinato luogo è infatti l’unica forma possibile di rappresentazione dell’intera Chiesa sulla terra in quel momento storico, che trova la sua espressione in particolare nella frazione del pane (Cfr. 10:16-22). La chiesa locale, secondo la Parola di Dio, rappresenta sempre l’intera Chiesa sulla terra e dovrebbe agire secondo il pensiero di Dio.

Questo è il modo in cui deve essere inteso il versetto successivo, dove è di nuovo in vista l’intero corpo di Cristo. Dio ha dato doni diversi a membri diversi. Gli apostoli e i profeti erano certamente gli strumenti più importanti dello Spirito Santo nella Chiesa (Cfr. Ef 2:20; 3:5) e per questo motivo compaiono per primi nell’elenco dei doni. Quest’elenco non è esaustivo (Cfr. vv. 8-10), ma serve a sottolineare il fatto che non tutte le membra del corpo hanno la stessa funzione, come dimostrano i vv. 29 e 30. Ogni membro deve quindi impegnarsi a diventare uno strumento sempre più adatto all’uso che lo Spirito Santo gli propone. Potremmo dire così: più c’è consacrazione, più ci saranno doni in esercizio. Perché la consacrazione al Signore, l’amore per Lui e per i Suoi, è l’unica vera motivazione di ogni servizio. L’amore divino in noi è la via per eccellenza (v. 31) che ci viene presentata nel prossimo capitolo.

14 – Cap. 13 – Lo Spirito dell’amore

14.1 – L’amore deve essere presente (vv.1-3)

Il tredicesimo capitolo della prima Lettera ai Corinzi è stato spesso definito a ragione “l’inno del Nuovo Testamento che celebra l’amore”. Nessun altro libro della Parola di Dio presenta così splendidamente la grandezza e la bellezza dell’amore divino come dovrebbe essere manifestato nella vita dei credenti.

13:1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. 13:2 Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. 13:3 Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente.

I Corinzi non mancavano di alcun dono (1:7), ma mancavano di sentimenti, come abbiamo già visto in diverse occasioni (1:10; 3:1-4; 4:6; 5:2; 6:1-8). Ciò che mancava loro in modo particolare era il vero amore reciproco. Perciò l’apostolo Paolo deve ora dire loro che qualsiasi cosa un credente possa esprimere o possedere interiormente o fare, non ha valore se non è motivata dall’amore. Come nei capp. 4 (vv. 1- 6) e 9 (vv. 26-27), non lo fa però con un rimprovero diretto ai Corinzi, ma utilizza tre ipotetici esempi che riferisce a sé stesso.

Se avesse parlato nella lingua degli uomini o degli angeli, ma senza amore o senza essere mosso dall’amore, le sue parole potevano fare al momento una grande impressione, come il suono di “un rame” o di un cembalo, ma non avrebbero avuto alcun risultato spirituale. Questo era il caso del parlare in lingue, un dono particolarmente apprezzato dai Corinzi, come mostra il capitolo successivo. Il fatto che Paolo menzioni qui non solo le lingue umane, ma anche quelle degli angeli, non prova affatto che gli angeli abbiano un linguaggio particolare o egli stesso abbia parlato come loro. D’altra parte, gli angeli, quando hanno parlato ad esseri umani hanno usato lo stesso loro linguaggio e sono stati compresi.

Nell’esempio successivo (v. 2), cita altre diverse cose impossibili, che confermano che si tratta di iperboli. Possedere il dono della profezia, conoscere tutti i misteri e tutta la scienza, possedere una fede capace persino di smuovere le montagne (Cfr. 12:9 e Mt 17:20)…  chi potrebbe rivendicare tutto questo per sé? Ma anche se così fosse, tutto sarebbe inutile, se l’amore non riempisse il cuore.

Infine, Paolo cita due esempi di altissima abnegazione per il bene degli altri (v. 3), che però sono altrettanto vani se l’amore non è la molla principale. Quanto queste parole devono aver colpito i Corinzi, così preoccupati dell’effetto esteriore e così pieni di apparente grandezza! Ciò che mancava loro era l’amore, “l’olio” nel meccanismo della comunione fraterna pratica. Ecco perché Paolo presenta loro, nei versetti seguenti, le caratteristiche del vero amore divino.

14.2 – L’essenza dell’amore divino nei credenti (vv. 4-7)

13:4 L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, 13:5 non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, 13:6 non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; 13:7 soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. 

L’amore è un carattere di Dio, perché Lui “è amore” (1 Gv 4:8, 16). L’amore eterno e perfetto regnava nel cielo tra il Padre e il Figlio prima ancora della creazione del mondo (Gv 17:24); e l’amore per le Sue creature decadute ha portato Dio a dare il Suo unico Figlio, affinché “chiunque creda in Lui non perisca ma abbia la vita eterna” (Gv 3:16). A differenza dell’amore umano, che è certamente anche un dono del nostro Creatore, quello di Dio non ha bisogno che ci siano in coloro che ama dei motivi validi o meritevoli: Dio ci ha mostrato il Suo amore mentre eravamo ancora peccatori! Alla nostra conversione ha riversato il Suo amore nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo (Ro 5:5), affinché potessimo trovare gioia e diffonderlo intorno a noi. È così che dimostriamo concretamente di essere veri figli di Dio. L’amore nella sua perfezione si è visto sulla terra solo in un Uomo,il Signore Gesù. L’enumerazione che segue di quindici qualità e caratteristiche del vero amore è quindi allo stesso tempo una descrizione delle caratteristiche di Cristo come Uomo sulla terra.

È difficile fare una classificazione precisa dei caratteri dell’amore qui presentati. Possiamo però notare che otto sono legati a una negazione e ci mostrano ciò che l’amore non fa. Tutti i frutti negativi della vecchia natura nel credente, che conosciamo fin troppo bene, sono incompatibili con l’amore divino. La pazienza e la gentilezza sono caratteristiche note di Dio (Cfr. Es 34:6; Ro 2:4), che anche i Suoi figli devono mostrare. Invece, l’invidia (o gelosia), la vanagloria, l’orgoglio, la scorrettezza, l’egoismo, l’irritazione, l’imputazione del male agli altri e il rallegrarsi dell’ingiustizia sono totalmente da giudicare. L’amore gioisce con verità, sopporta ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa. Questo “ogni cosa” non è ovviamente inteso in senso assoluto, ma si riferisce a tutto ciò che è giusto e vero e che si può sperimentare nella comunione con Dio, come il Signore Gesù ha manifestato nella sua vita sulla terra.

14.3 – L’amore è eterno (vv. 8-13)

13:8 L’amore non verrà mai meno. Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; 13:9 poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; 13:10 ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito.

La descrizione delle caratteristiche dell’amore divino culmina con quest’affermazione: “L’amore non verrà mai meno” (v. 8),essendo l’essenza stessa del Dio eterno. Ogni dono e ogni servizio finiranno, ma non l’amore di Dio. La profezia e l’accumulo della conoscenza dei pensieri di Dio scompariranno alla venuta del Signore, e quindi avranno fine, perché allora possederemo una conoscenza perfetta (Cfr. v. 12). Per quanto riguarda il dono delle lingue, invece, si usa un’altra espressione: si dice che “cesseranno”, il che ovviamente suggerisce che avranno fine prima delle altre cose. Storicamente, questo dono-segno è menzionato per l’ultima volta in At 19:6.

Tutto ciò che il credente compie sulla terra sebbene in dipendenza da Dio è limitato. Che si tratti di profezia, di parlare come portavoce di Dio o di conoscere i Suoi pensieri, qui sulla terra tutto è parziale. Ciò che i Corinzi apprezzavano così tanto, Paolo deve qui dichiararlo imperfetto. La ragione di questa imperfezione, però, non è in Dio, ma negli uomini, deboli strumenti della Sua grazia. Solo quando il Signore verrà a portare via i Suoi, ciò che è parziale scomparirà. Quando il “corpo della nostra umiliazione” sarà trasformato nel corpo della Sua gloria (Fl 3:21), entreremo in uno stato di perfezione per l’eternità. Allora non saremo più ostacolati dal peccato o dalla debolezza.

13:11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. 13:12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Vengono ora forniti due esempi di facile comprensione, in cui Paolo, ancora una volta coinvolgendosi in prima persona, cerca di spiegare la differenza tra la nostra condizione attuale e quella futura (vv. 11-12). Il modo di parlare, di pensare e di giudicare di un bambino risiede nel suo orizzonte ancora limitato. Certamente non deve essere disprezzato, ma da adulto si lascerà alle spalle l’infanzia e i suoi orizzonti si amplieranno. Allo stesso modo, il riflesso in uno specchio non può essere paragonato alla visione faccia a faccia (nell’antichità, gli specchi erano fatti di lastre di metallo lucidate e producevano solo un’immagine sfocata). Il risultato di questi due esempi si riassume in queste parole: “Ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente come anche sono stato perfettamente conosciuto“. Qui, in terra, tutta la nostra conoscenza rimane limitata e imperfetta. Questa constatazione ci protegge dall’orgoglio, di cui Paolo scrive nel cap. 8: “Se qualcuno pensa di conoscere qualcosa, non sa ancora come si deve conoscere; ma se qualcuno ama Dio, è conosciuto da lui” (vv. 2-3). La vera conoscenza è dunque prodotta dall’amore per Dio, non solo dall’intelligenza intellettuale. Ma anche questa vera conoscenza non potrà mai essere totale fin che siamo sulla terra.

Si può forse dubitare che già ora Dio conosca perfettamente ciascuno dei Suoi (Cfr. 8:3; Ga 4:9)? Così noi nella gloria possederemo una conoscenza non limitata dalla debolezza del nostro corpo terreno e dal peccato. La nostra conoscenza, tuttavia, non sarà certo come quella di Dio, perché solo Lui è onnisciente (Cfr. 2 Cr 6:30).

13:13 Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.

Quando Paolo scrive al v. 13 che la fede, la speranza e l’amore rimangono, non lo dice in senso assoluto; infatti, la fede e la speranza avranno fine alla venuta del Signore, perché allora vedremo tutto ciò che ora crediamo e speriamo (Cfr. Ro 8:24; Eb 11:1). La fede e la speranza sono nella mente e nel cuore dell’uomo durante la sua vita terrena. Ma l’amore durerà per sempre, come è scritto nel v. 8. Dio è amore, e proprio come Lui non può finire, così l’amore non passerà mai. Anzi, solo allora ne godremo pienamente. Ma già ora, e proprio per questo, l’amore è più grande della fede e della speranza. Attraverso l’amore possiamo mostrare, come credenti, qualcosa della natura di Dio.

15 – Cap. 14 – Lo spirito di autocontrollo (o del sobrio buon senso)

15.1 – Donazioni durante le riunioni

In 2 Timoteo 1:7, l’apostolo Paolo ricorda a Timoteo che “Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, di amore e di autocontrollo”. Se nella descrizione dei doni in 1 Corinzi cap. 12 vediamo lo spirito di potenza e nel cap. 13 lo spirito di amore, nel cap. 14 troviamo lo spirito di autocontrollo. Ai Corinzi non mancava alcun dono (1:7), ma si comportavano con queste ricchezze spirituali e soprattutto con il dono di parlare in lingue con leggerezza. Paolo richiama ora la loro attenzione sullo scopo dei doni, che è l’edificazione della Chiesa, non la propria gratificazione.

Edificazione significa “costruzione” spirituale o, in altre parole, aiutare i credenti a crescere nella vita di fede. In 1 Pietro cap. 2, ad esempio, la Chiesa è vista come il tempio di Dio, costruito all’esterno con il continuo apporto di pietre viventi; in Efesi cap. 4 cresce, come corpo di Cristo, “dall’interno” attraverso il ministero dei doni. La vera edificazione mette sempre al centro il Signore Gesù! Tutto deve procedere da Lui e condurre a Lui.

Dall’uso frequente dei termini “edificazione” e “chiesa” in questo capitolo si evince che esso si riferisce alla riunione dei credenti per l’edificazione (edificazione: vv. 3, 4, 5, 12, 17, 26; chiesa: vv. 4, 5, 12, 19, 23, 28, 33, 34, 35).

Leggendo questo capitolo, ci si potrebbe chiedere perché, proprio in questo contesto, lo Spirito Santo non venga menzionato nemmeno una volta. Tuttavia, studiando altri passi come Romani 8:14, Galati 5:18 e Giovanni 16:13, vediamo che lo Spirito Santo è colui che guida, non solo nelle riunioni, ma in tutta la nostra vita, soprattutto se quello che trattiamo alla presenza del Signore, essendo Lui in mezzo a noi, è a un livello superiore rispetto alle circostanze della vita quotidiana. Paolo dice ai Filippesi: “… noi che offriamo il nostro culto (o servizio) per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù e non mettiamo la nostra fiducia nella carne” (3:3).

È chiaro che il dono di parlare in lingue era particolarmente gradito ai Corinzi. Il Signore Gesù aveva già annunciato in anticipo questo dono ai Suoi discepoli (Marco 16:17). Fu esercitato per la prima volta a Gerusalemme, in Atti 2, poi a Cesarea (Atti10) e a Efeso (Atti 19). Questo segno-dono portava i credenti a esprimersi in lingue straniere che non avevano imparato, ma che padroneggiavano grazie alla potenza dello Spirito Santo che abitava in loro. In Atti 2 apprendiamo che in questo modo venivano proclamate “le grandi cose di Dio“. In 1 Corinzi 14:22 ci viene detto che il dono di parlare in lingue fu dato come segno agli increduli e che poteva anche essere il mezzo per pronunciare misteri. Anche l’apostolo Paolo possedeva questo dono. Chi parlava in questo modo, generalmente non capiva il significato di ciò che diceva (Cfr. v. 14); il suo scopo principale era quindi non l’edificazione dei credenti, ma la manifestazione della potenza di Dio fra i non credenti, specialmente fra i Giudei. Essendo un dono di Dio, poteva essere esercitato in mezzo all’assemblea se era presente un interprete che traduceva e spiegava ciò che era stato detto. Ma i Corinzi parlavano in lingue durante le riunioni, anche senza un interprete. Questo non produceva edificazione, ma piuttosto confusione. Per questo motivo Paolo affronta questo argomento in modo così dettagliato nel cap. 14.

Spesso si fa una distinzione tra le lingue di Atti e quelle di 1 Corinzi, ma non c’è motivo di farla; i termini usati sono gli stessi e inoltre la chiesa di Corinto nasce e si sviluppa esattamente nell’arco di tempo del libro degli Atti. È chiaro quindi che si tratta della stessa cosa (Marco 16:17). Mentre nel libro degli Atti si parla solo del parlare in lingue, nella prima lettera ai Corinzi Paolo presenta le caratteristiche di questo dono e mette in guardia dall’usarlo nelle riunioni dei credenti se allo stesso tempo non può essere interpretato. Come i doni di guarigione, il parlare in lingue era un dono-segno, (o dono miracoloso) dato da Dio all’inizio per manifestare la Sua potenza e confermare la predicazione degli apostoli (Cfr. 13:8).

15.2 – Profezia e parlare in lingue (vv. 1-6)

14:1 Ricercate l’amore e desiderate ardentemente i doni spirituali, principalmente il dono di profezia. 14:2 Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose.

Dopo averli esortati, alla fine del cap. 12, a desiderare i doni maggiori, e all’aver indicato “una via che è la via per eccellenza“, Paolo ha presentato ai Corinzi, nel cap. 13, l’amore divino come motivo di ogni azione. Ora ricorda loro ancora una volta di perseguire questo amore. Allo stesso tempo, li esorta nuovamente a ricercare i doni spirituali. In quest’occasione, presenta la profezia come il dono più degno di essere ricercato. Ne dà la ragione nei versetti seguenti.

Come abbiamo già visto, i Corinzi erano molto attratti dal dono delle lingue, che pensavano li valorizzasse, e senza dubbio lo esercitavano abbondantemente nelle loro riunioni. Tuttavia, chi parla in lingue, senza traduzione, non porta nulla ai suoi ascoltatori. Solo Dio, che ha dato questo dono, comprende ciò che viene detto. “In spirito”, cioè al di sopra delle capacità intellettuali umane, quel credente pronuncia misteri che nessuno – forse nemmeno lui stesso – comprende. In tali circostanze, non si può parlare di edificazione per la chiesa!

14:3 Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. 14:4 Chi parla in altra lingua edifica sé stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa.

Colui che profetizzava, invece, edificava i presenti (v. 3). Nelle Sacre Scritture, il termine profezia non si limita affatto all’annuncio di eventi futuri. Sia la parola ebraica “nabi” nell’Antico Testamento che la parola greca “prophetes” significano originariamente “colui che annuncia” (il messaggio divino). Profeti come Elia ed Eliseo, ma anche Giona, Aggeo e Malachia, hanno detto poco per predire il futuro; tuttavia, hanno parlato come messaggeri di Dio al Suo popolo. Attraverso il ministero profetico, i pensieri di Dio vengono presentati in modo così efficace da portare luce alle coscienze e ai cuori. Perché questo avvenga, però, è necessario che il servitore sia in stretta comunione con Dio per poter trasmettere i Suoi pensieri. Parlare alla presenza di Dio in questo modo, “come la Sua bocca” per così dire, rende il ministero profetico grande e degno di essere ricercato. Il risultato sarà sempre di edificazione, esortazione o incoraggiamento, e consolazione.

Parlando in una lingua che nessuno degli ascoltatori comprende, il predicatore può al massimo essere edificato egli stesso (v. 4). Questo potrebbe significare che almeno capisce quello che dice. Ma potrebbe anche significare che è edificato nel suo spirito solo dalla consapevolezza di esercitare un dono che Dio gli ha dato. Ma può essere questo lo scopo dell’azione in un’assemblea? No, la chiesa riceve la necessaria edificazione quando un fratello profetizza sotto la guida dello Spirito Santo in una lingua conosciuta dagli ascoltatori.

14:5 Vorrei che tutti parlaste in altre lingue, ma molto più che profetizzaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti, perché la chiesa ne riceva edificazione. 14:6 Dunque, fratelli, se io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi servirebbe se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento?  

Quando Paolo vuole che tutti i Corinzi parlino in lingue (v. 5), non è in contraddizione con quanto appena detto. Non dobbiamo dimenticare che si tratta di un dono della grazia di Dio. Tuttavia, il desiderio che esprime in seguito mostra che è più importante esercitare il dono della profezia, perché è chiaro che la comunicazione dei pensieri e della volontà di Dio è preferibile per gli uditori al parlare in una lingua che non possono capire. È solo quando c’è una traduzione della lingua che l’assemblea riceve la necessaria edificazione.

Anche se non abbiamo più familiarità con il parlare in lingue, questo passo contiene un’importante istruzione per noi. Lo scopo dell’esercizio dei doni è l’edificazione dell’assemblea, ma questo può essere raggiunto solo se la parola presentata è comprensibile, ed ha un valido contenuto. Questo non era così del parlare in altre lingue, ma lo era quando l’oratore presentava una rivelazione di Dio, una conoscenza dei Suoi pensieri, una profezia o la dottrina della Sua Parola (v. 6). Era, ed è tuttora importante che la parola espressa possa essere ben compresa.

15.3 – L’esigenza di intelligibilità (vv. 7-25)

14:7 Perfino le cose inanimate che danno suono, come il flauto o la cetra, se non danno suoni distinti, come si riconoscerà ciò che si suona con il flauto o con la cetra? 14:8 E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia? 14:9 Così anche voi, se con la lingua non proferite un discorso comprensibile, come si capirà quello che dite? Parlerete al vento. 14:10 Ci sono nel mondo non so quante specie di linguaggi e nessun linguaggio è senza significato. 14:11 Se quindi non comprendo il significato del linguaggio sarò uno straniero per chi parla, e chi parla sarà uno straniero per me.

Paolo sviluppa ora l’idea semplice ma importante che ciò che viene detto debba essere intelligibile, e lo spiega prima nei vv. da 7 a 11, usando tre esempi.

In primo luogo, riprende l’immagine di strumenti musicali come il flauto e la cetra. È possibile riconoscere una melodia dalla sequenza di alcune note e una bella melodia dall’armonia di queste note. Ma questo non è possibile se questi strumenti vengono suonati in modo arbitrario.

In secondo luogo, ogni soldato conosceva il suono della tromba in battaglia. Se, quindi, si udiva il suono della tromba, ma non era possibile distinguere il tipo di segnale trasmesso, nessuno si preparava alla battaglia. Lo stesso accadeva quando i Corinzi parlavano in lingue che nessuno conosceva. Parlavano all’aria (v. 9).

Come terzo esempio, Paolo cita la molteplicità delle voci in natura. Le grida degli animali e le lingue degli uomini hanno tutte un suono distinto e possono essere immediatamente identificate e classificate da un conoscitore. Ma se non conosciamo i suoni e le parole di una lingua, non è possibile alcuna comunicazione. Chi ascolta non può capire ciò che sente e, nonostante tutti i suoi sforzi, chi parla non può farsi capire. In origine i Greci chiamavano “barbari” tutti coloro che non erano greci e di cui non riuscivano a capire la lingua.

14:12 Così anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa.

Sulla base di questi esempi, Paolo prosegue nel suo insegnamento. Dopo i vv. 4 e 5, l’edificazione della chiesa viene qui menzionata per la terza volta come obiettivo del servizio. Paolo non condanna la tendenza dei Corinzi a ricercare i vari doni dello Spirito Santo, ma li esorta a non perdere di vista quest’unico obiettivo. Anzi, devono fare del loro meglio per “abbondarne”. Quale sarebbe stato il risultato a Corinto – e ancora oggi – se ogni fratello avesse partecipato alle riunioni con questo desiderio! Solo l’amore per il Signore può produrre una tale disposizione d’animo. Ma non appena entra in gioco la ricerca della gloria personale, il desiderio di brillare o di mettersi in evidenza, l’edificazione dei fratelli e delle sorelle ne risentirà.

14:13 Perciò, chi parla in altra lingua preghi di poter interpretare; 14:14 poiché, se prego in altra lingua, prega lo spirito mio, ma la mia intelligenza rimane infruttuosa.

Se qualcuno avesse avuto il dono di parlare in lingue, avrebbe dovuto pregare di poter tradurre (v. 13). Come abbiamo già detto, chi parlava in tal modo non sempre comprendeva il significato delle proprie parole (v. 14). Anche se al v. 4 Paolo aveva ammesso che l’oratore edificava sé stesso, ora nota che la sua comprensione rimaneva “infruttuosa”. Nel v. 14, “spirito” si riferisce alla consapevole capacità spirituale del credente e “intelligenza” alla sua capacità di ragionamento. Nessuno di questi aspetti è da escludere, perché entrambi sono necessari per l’edificazione spirituale. Con il suo spirito, chi parla è in relazione con Dio e con la sua intelligenza deve assimilare tutto ciò che viene detto. Se qualcuno pregava o cantava un inno in una lingua incomprensibile, la sua coscienza spirituale (il suo “spirito”) era sì attiva, ma poiché spesso non riusciva a capire le sue stesse parole, la sua intelligenza nelle cose spirituali non era coinvolta. No, dice l’apostolo, voglio pregare e cantare non solo con lo spirito, ma anche con l’intelligenza (v. 15).

14:15 Che dunque? Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l’intelligenza. 14:16 Altrimenti, se tu benedici Dio soltanto con lo spirito, colui che occupa il posto come semplice uditore come potrà dire: «Amen!» alla tua preghiera di ringraziamento, visto che non sa quello che tu dici? 14:17 Quanto a te, certo, tu fai un bel ringraziamento; ma l’altro non è edificato.

I vv. da 14 a 17 mostrano che anche gli inni e le preghiere contribuiscono all’edificazione della chiesa. L’edificazione spirituale dei presenti deve avvenire non solo quando viene impartito un buon insegnamento della Parola di Dio o quando il ministero profetico pone i cuori alla Sua luce, ma anche quando ci si rivolge a Dio “insieme” con inni e preghiere (Cfr. Col. 3:16). Ma come possono i fratelli e le sorelle aggiungere il loro “amen” – che significa “veramente, sicuramente sia così” – a un ringraziamento se non sanno cos’è stato detto (v. 16)? In questo caso, i “semplici uditori” sono coloro che non possono capire il linguaggio usato nella preghiera. Il v. 17 chiarisce che la preghiera deve anche produrre edificazione. Il contenuto di una preghiera in lingua straniera può anche essere buono, ma gli uditori non ne ricevono alcuna edificazione. Da questo contesto possiamo dedurre che i primi cristiani erano soliti dire “Amen” in modo distinto alla fine di una preghiera. Dio aveva già stabilito questo segno di approvazione e di identificazione nell’Antico Testamento (Cfr. Romani 15:33; 16:24-27; De 27:15-26).

14:18 Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; 14:19 ma nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua. 14:20 Fratelli, non siate bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare, siate uomini compiuti.

Paolo possedeva anche il dono delle lingue e pare lo usasse spesso (v. 18). Gli era stato dato da Dio. Ma in una riunione di cristiani, preferiva pronunciare cinque parole comprensibili, affinché gli altri fossero istruiti, piuttosto che diecimila parole in una lingua che nessuno capiva (v. 19). Ogni fratello che vuole lasciarsi usare dal Signore in pubblico deve chiedersi se ciò che dice può essere ben compreso. L’esempio perfetto è quello del Signore Gesù, che ha presentato la Parola di Dio agli uomini “secondo quello che potevano intendere” (Marco 4:33). I Corinzi non avevano afferrato bene questo semplice principio, nonostante i loro numerosi doni dello Spirito.

Per questo Paolo ha dovuto esortarli a essere “intelligenti”. Non lo fa con superbia, ma facendo appello al loro cuore, chiamandoli innanzitutto “fratelli” (v. 20). Ma poi deve esortarli a non comportarsi come bambini quando si trattava di apprezzare ed esercitare i loro doni, a diventare “adulti”, cioè ad agire responsabilmente; come bambini dovevano esserlo quanto a malizia senza compromessi con il male (Romani 16:19).

14:21 È scritto nella legge: «Parlerò a questo popolo per mezzo di persone che parlano altre lingue e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno», dice il Signore.

I vv. da 21 a 25 proseguono con la spiegazione dello scopo del dono delle lingue e con un ulteriore confronto con il dono della profezia. Paolo cita un passo del profeta Isaia; qui, l’uso della parola “Legge” dimostra che questo nome era attribuito non solo ai cinque libri del Pentateuco, ma a tutto l’Antico Testamento (Cfr. Lu 24:44). In Isaia 28, Dio pronuncia il giudizio sul popolo d’Israele attraverso la voce del Suo profeta. I vv. 11 e 12, solo parzialmente citati, corrispondono ai termini della versione “Septuaginta” (o dei settanta), così chiamatala traduzione in greco dell’Antico Testamento. Dio annuncia che non parlerà più direttamente al Suo popolo terreno, come prima, ma che lo metterà da parte e si rivolgerà in grazia anche alle altre nazioni; è attraverso le loro voci straniere che Israele dovrà d’ora in poi conoscere le vie di Dio! Ma questo passaggio in “altre lingue e per mezzo di labbra straniere” non porterà al ritorno dell’Israele incredulo, perché “neppure così mi ascolteranno, dice il Signore” (v. 21; Cfr. Romani 11:25). La conseguenza è il giudizio di Dio.

14:22 Quindi le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti; la profezia, invece, serve di segno non per i non credenti, ma per i credenti. 14:23 Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno che siete pazzi? 14:24 Ma se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, 14:25 i segreti del suo cuore sono svelati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi.

Mentre il dono della profezia è utile per l’edificazione dei credenti, il parlare in altre lingue diventa così un segno del giudizio di Dio sul Suo popolo terreno incredulo (v. 22). Questo fatto è un ulteriore argomento contro il parlare in altre lingue nella chiesa. Per far capire questo punto, Paolo presenta in modo conciso due situazioni pratiche (v. 23). Nel cap. 11 (v. 18), aveva già descritto una riunione con queste parole: “quando vi riunite in assemblea”. Quest’espressione testimonia che coloro che sono così riuniti cercano di rispondere incondizionatamente al carattere della Chiesa o Assemblea del Dio vivente, dove il Signore Gesù è l’unico centro e la Parola di Dio l’unica guida. Secondo Matteo 18:20, i credenti riuniti in questo modo nel nome del Signore Gesù hanno il privilegio di sapere che Egli è presente in mezzo a loro e, secondo 1 Corinzi 5:4, possono contare sulla Sua potenza. Ora, nel nostro versetto è scritto: “tutta la chiesa si riunisce”. Vediamo qui l’aspetto pratico di una riunione, in cui in linea di principio oltre ai credenti, anche i non credenti hanno la possibilità di essere presenti. Quindi, se i Corinzi parlassero in altre lingue in una riunione e arrivassero degli estranei che non conoscono quelle lingue, sarebbero portati a dire che coloro che si riuniscono in questo modo sono pazzi! Ma se si esercitasse un ministero di profezia, queste persone sarebbero poste alla luce di Dio e dovrebbero riconoscere che Egli è veramente presente nella chiesa e là si rivela (vv. 24-25).

15.4 – L’ordine divino nell’uso dei doni nell’assemblea (vv. 26-40)

14:26 Che dunque, fratelli? Quando vi riunite, avendo ciascuno di voi un salmo, o un insegnamento, o una rivelazione, o un parlare in altra lingua, o un’interpretazione, si faccia ogni cosa per l’edificazione. 14:27 Se c’è chi parla in altra lingua, siano due o tre al massimo a farlo, e a turno, e uno interpreti. 14:28 Se non vi è chi interpreti, tacciano nell’assemblea e parlino a sé stessi e a Dio.

In una “riunione di assemblea”, il servizio non è riservato a una o poche persone designate, ma viene svolto da molti, senza regolamentazioni o interventi umani. Questa libertà non significa, però, che ognuno possa fare quello che vuole. Chi parla deve farlo sotto la guida dello Spirito Santo, rispettare le istruzioni della Parola di Dio e chiedersi se sta davvero servendo all’edificazione della chiesa. Anche questa è una caratteristica di una riunione nel nome del Signore. Che si tratti di un salmo, di un insegnamento, di una lingua, di una rivelazione, di un’interpretazione o di altro, l’obiettivo è sempre il rafforzamento e la crescita della vita di fede (v. 26). Il salmo qui non è il Libro dei Salmi dell’Antico Testamento; è un inno che esprime le esperienze di fede e di lode del cristiano. L’insegnamento consiste nella spiegazione del consiglio e dei pensieri di Dio. Nuove rivelazioni ora non ci sono più. Ma finché la Parola di Dio non era ancora completa, Dio dava per mezzo del Suo Spirito, anche nel ministero orale, comunicazioni nuove su argomenti fino ad allora sconosciuti (Cfr. 1 Corinzi 2:9-13).

I Corinzi tendevano a prendere parte attiva nelle riunioni senza tener conto delle direttive divine sopra menzionate. Il risultato era un grande disordine, un disonore per il Signore e un danno per i credenti. Perciò furono richiamati all’ordine, ma in modo da rendere ben chiaro che Paolo non voleva mettersi tra i Corinzi e il Signore. Poiché il parlare altre in lingue era un dono dello Spirito, Dio non si oppone ad esso, anche se non è stato dato per l’edificazione dei credenti. Per mantenere l’ordine, insegna che al massimo due o tre fratelli parlino in lingue, uno dopo l’altro, e non contemporaneamente (Cfr. v. 31), e ripete l’ingiunzione che, se qualcuno avesse parlato in lingue straniere, avrebbe dovuto essere tradotto in modo che gli ascoltatori potessero capire ed essere edificati (v. 27; Cfr. vv. 5 e 13). Se non ci fosse stato un interprete, l’interessato sarebbe dovuto rimanere in silenzio nell’assemblea o poteva parlare in lingue per sé stesso e in comunione con Dio (v. 28; Cfr. v. 2 e 4). Se il disordine nelle riunioni qui descritte ci appare oggi incomprensibile, le ordinanze dell’apostolo ci mostrano tuttavia l’importanza che ci sia ordine alla presenza del Signore e una serena attesa gli uni degli altri durante le ore di riunione.

14:29 Anche i profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino; 14:30 se una rivelazione è data a uno di quelli che stanno seduti, il precedente taccia. 14:31 Infatti tutti potete profetizzare a uno a uno, perché tutti imparino e tutti siano incoraggiati. 14:32 Gli spiriti dei profeti sono sottoposti ai profeti, 14:33 perché Dio non è un Dio di confusione, ma di pace.

Anche i profeti, cioè i fratelli che avevano ricevuto il dono della profezia, dovevano parlare solo in due o tre (v. 29). Dopo quanto detto nel v. 27 sul dono delle lingue, anche quest’ordine sembra indicare una limitazione numerica. Se in una riunione vengono presentati troppi pensieri o insegnamenti diversi si crea confusione, la capacità di assimilazione degli ascoltatori cala e si perde l’obiettivo proposto. Allo stesso tempo, gli altri sono invitati a “giudicare”. Non si tratta di criticare le debolezze umane insite in ogni servitore del Signore, ma di valutare se il ministero è conforme alla Parola e in vista dell’edificazione della chiesa.

Se, quindi, in un momento in cui le Sacre Scritture non erano ancora complete, un altro fratello presente riceveva una rivelazione dallo Spirito Santo, colui che stava parlando doveva tacere (v. 30). In questo modo, si sarebbe data la possibilità a ciascun “profeta”, a turno, di svolgere “con ordine” un servizio che potesse insegnare, consolare o esortare la fratellanza (v. 31). Ma un fratello non doveva mai mettersi in prima linea nel servizio con la scusa che lo Spirito Santo lo aveva spinto a farlo. Come Paolo aveva già mostrato nei vv. 15 e 16, anche il credente possiede un’intelligenza che, nelle riunioni e nel servizio, non solo rimane attiva, ma funziona come organo di controllo; per questo è scritto: “Gli spiriti dei profeti sono sottoposti ai profeti” (v. 32). Il Dio della pace non tollera alcun disordine tra il Suo popolo, soprattutto quando si tratta delle Sue riunioni (v. 33). Tutto deve avvenire nell’armonia spirituale e nella pace interiore ed esteriore. E dove c’è pace, c’è anche ordine. In questa epistola, che non è indirizzata solo ai Corinzi, ma a “tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro” (1:2), Paolo dichiara per la quarta volta che le sue istruzioni valgono per tutte le chiese (Cfr. 4:17; 7:17; 11:16).

14:34 Come si fa in tutte le chiese dei santi, le donne tacciano nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare; stiano sottomesse, come dice anche la legge. 14:35 Se vogliono imparare qualcosa, interroghino i loro mariti a casa; perché è vergognoso per una donna parlare in assemblea.

Il comando di Dio impone anche alle donne di tacere nelle assemblee (v. 34). Per secoli questo chiaro comando è stato rispettato, ma oggi, nei principali Paesi industrializzati, dove l’uguaglianza tra uomo e donna è richiesta e incoraggiata, non è più accettato da molti cristiani. Secondo la Parola di Dio, l’uomo e la donna hanno per Lui lo stesso valore, ma non la stessa posizione. È scritto in Galati 3:28: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”.

Secondo l’ordine di creazione di Dio, che in linea di principio rimane valido per ogni donna finché esisterà la terra, l’uomo è il capo della donna (1 Corinzi 11:3). In questo senso, la donna non può essere uguale all’uomo, perché nel corpo e nell’anima è fatta diversamente dall’uomo e a lui deve sottomettersi. Il segno visibile di questa sottomissione sono i capelli lunghi e non tagliati della donna; ma tra i cristiani questa sottomissione dev’essere dimostrata anche dal fatto che una sorella si copre il capo quando prega o profetizza (1 Corinzi 11:5), che non insegna, non usa l’autorità sull’uomo (1 Timoteo 2:12) e non parla nelle assemblee ma tace, come viene insegnato qui. L’aggiunta “come dice anche la Legge” (v. 34) probabilmente non si riferisce tanto a un comandamento specifico quanto al carattere generale della Legge (Cfr. Genesi 2:18; 3:16; Numeri 3:4-13). Se una sorella ha delle domande, non deve farle durante lo svolgimento delle riunioni (v. 35).

14:36 La parola di Dio è forse proceduta da voi? O è forse pervenuta a voi soli? 14:37 Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore. 14:38 E se qualcuno lo vuole ignorare, lo ignori. 14:39 Pertanto, fratelli miei, desiderate il profetizzare, e non impedite il parlare in altre lingue; 14:40 ma ogni cosa sia fatta con dignità e con ordine.

È chiaro che i credenti di Corinto non scorgevano nulla di falso o di disonorevole se si allontanavano dall’ordine divino. Per questo motivo Paolo termina ponendo loro due domande incisive: “La parola di Dio è forse proceduta da voi? O forse è pervenuta a voi soli?” (v. 36). Con questo intendeva dire che alle loro riunioni si applicava lo stesso principio delle altre chiese. Se, tuttavia, alcuni di loro pensavano di poter difendere un altro modo di agire, sostenendo di avere il dono della profezia o un discernimento spirituale particolarmente buono, erano proprio loro a dover riconoscere che quello che Paolo stava scrivendo qui sotto la guida dello Spirito Santo era un comandamento del Signore (v. 37), e non si contraddiceva. Nessuna chiesa ha il diritto di introdurre regole che si discostano o vanno oltre la Parola di Dio.

Infine, Paolo riassume ancora una volta i punti principali di questo capitolo. Alla fine del cap. 12 e all’inizio del cap. 14, aveva incoraggiato i credenti di Corinto a desiderare i doni spirituali e a esercitarli. Il loro zelo, però, si concentrava sul dono di parlare in lingue strane, per cui deve presentare loro la preminenza della profezia sul dono delle lingue nell’assemblea. E lo conferma con queste parole: “Pertanto, fratelli, desiderate il profetizzare e non impedite di parlare in altre lingue” (v. 39). Questo non è in contraddizione con quanto aveva detto prima, ma rimane il fatto che non voleva mettersi tra un servo del Signore e il Signore. Anche il parlare in lingue era un dono della grazia di Dio che, se esercitato nel modo giusto, non doveva essere ostacolato. Tutto ciò che veniva detto e fatto nelle riunioni, tuttavia, doveva essere fatto “con dignità e con ordine” (v. 40). L’ordine è determinato in primo luogo dalla Parola di Dio; ma, come per la nozione di “dignità”, non si può escludere che anche le abitudini particolari del tempo e del luogo giochino un certo ruolo. C’era e rimane normalmente un certo consenso a queste abitudini. In fondo “Dio non è un Dio di confusione, ma di pace, come si fa in tutte le chiese dei santi” (vv. 33-34).

16 – Cap. 15 – La risurrezione dei credenti

Non sappiamo nulla di preciso sulle circostanze e sul motivo dell’esposizione dell’apostolo Paolo in ciò che segue. Dalla sua argomentazione, tuttavia, possiamo dedurre che la risurrezione dai morti predicata dagli apostoli, era qualcosa di impossibile per alcune persone della chiesa di Corinto, probabilmente greci pieni di cultura filosofica e, a loro avviso, illuminati. Sembra, tuttavia, che non si spingessero fino ai Sadducei ebrei che negavano non solo la risurrezione, ma anche l’esistenza degli angeli e degli spiriti (Cfr. At 17:32; Mt 22:23; At 23:8). La loro affermazione che non c’era resurrezione dei morti (v. 12) era ovviamente nel senso che la vita dei credenti nell’eternità era limitata alla continuazione della vita dell’anima. Questa dottrina, introdotta con lo stratagemma di Satana per attaccare il fondamento della fede cristiana, diede a Paolo l’opportunità di scrivere l’ultima grande sezione della sua prima lettera ai Corinzi, in cui ci vengono presentate gloriose rivelazioni sulla risurrezione di Cristo e dei credenti.

16.1 – Il Vangelo e la risurrezione di Gesù Cristo (vv. 1-11)

15:1 Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato, che voi avete anche ricevuto, nel quale state anche saldi, 15:2 mediante il quale siete salvati, purché lo riteniate quale ve l’ho annunziato; a meno che non abbiate creduto invano. 15:3 Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; 15:4 che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture;

Poiché la risurrezione del Signore è parte integrante del Vangelo, Paolo deve innanzitutto contraddire i Corinzi ricordando loro la Parola che aveva predicato fin dall’inizio. Essi avevano ricevuto questo messaggio da Dio per fede e ora non solo erano fondati su questo nuovo terreno di vita, ma sapevano anche di essere salvati. La certezza della loro fede, tuttavia, poggiava su due condizioni: che rimanessero saldamente attaccati alla Parola che era stata loro annunciata e che non avessero creduto invano(vv. 1-2).

Il Vangelo che Paolo aveva annunciato ai Corinzi gli era stato affidato per rivelazione dal Signore Gesù(v. 3; Cfr. Ga 1:11-12). Tre fatti relativi alla salvezza, già annunciati da profezie e figure nell’Antico Testamento (v. 4), costituiscono la base di questo messaggio.

  • Cristo è morto per i nostri peccati. L’abisso creato tra l’uomo e Dio dal peccato e dalla disobbedienza poteva essere colmato solo da un perfetto sacrificio espiatorio. Questo sacrificio è stato offerto dal Figlio di Dio, quando si è fatto uomo e ha accettato la morte quale salario del peccato. L’unico Uomo giusto ha sofferto per noi uomini ingiusti (1 Pietro3:18). A Lui dobbiamo la nostra eterna gratitudine! Diverse figure, come l’agnello della Pasqua e i sacrifici previsti dalla legge, lo preannunciano, ma anche i Salmi e i Profeti parlano della morte espiatoria del Salvatore (in particolare Isaia 53:12: “… perché ha dato sé stesso alla morte, ed è stato contato fra i malfattori, perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli”).
  • Cristo è stato sepolto. Oltre al colpo di lancia del soldato romano, il fatto della Sua sepoltura conferma ulteriormente la Sua morte. Il Signore rimase “tre giorni e tre notti” nel sepolcro; tre è il numero di Dio.
  • Cristo è risorto il terzo giorno. Risuscitandolo, Dio ha riconosciuto il valore perfetto ed eterno dell’opera di redenzione. Inoltre, la risurrezione del Signore Gesù è la conferma di Dio della giustificazione eterna di coloro che credono in Lui (Romani 4:25). Per noi non c’è rapporto con Cristo se non attraverso la Sua morte e la Sua risurrezione. Solo quando il granello di frumento è morto, ha potuto portare molto frutto, e così solo chi crede in Colui che è la risurrezione e la vita riceve la vita eterna (Giovanni 11:25; 12:24). Infine, la risurrezione del Signore è anche la garanzia della risurrezione dei nostri corpi mortali (Romani 8:11), perché è nei corpi glorificati che gusteremo le benedizioni della casa del Padre in cielo (Cfr. Giovanni 14:3; Filippesi 3:21). Vedendo il Signore glorificato in cielo, saremo simili a Lui (1 Giovanni 3:2). La risurrezione del Signore e la nostra risurrezione sono quindi una parte essenziale del messaggio del Nuovo Testamento. La risurrezione del Signore il terzo giorno era stata preannunciata profeticamente e simbolicamente anche nell’Antico Testamento (Cfr. Salmi 16:10 e Atti 2:24-32; Giona 2:1 e Matteo 12:40).

15:5 che apparve a Cefa, poi ai dodici. 15:6 Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. 15:7 Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; 15:8 e, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all’aborto;

Alle affermazioni degli scritti dell’Antico Testamento, Paolo aggiunge altre sei prove, che insieme ne formano sette: testimonianza divinamente perfetta della risurrezione di Cristo (vv. 5-8).

  • In primo luogo, delle undici apparizioni del Signore risorto, ne cita cinque di particolare importanza: l’incontro a tu per tu con Pietro il giorno della risurrezione (Luca 24:34); la sua apparizione a quelli che, nonostante l’assenza del traditore, sono chiamati i “dodici”, in quello stesso giorno e una settimana dopo (Giovanni 20:19-29); a più di cinquecento fratelli nello stesso momento, la maggior parte dei quali erano ancora vivi; a Giacomo, fratello del Signore, e poi di nuovo a tutti gli apostoli (Giovanni 20:26; Luca 24:50). Tralascia, invece, gli incontri con Maria di Magdala (Giovanni 20:11-18), con le donne (Matteo 28:8-10), con i discepoli di Emmaus (Luca 24:13-33), con i sette discepoli sulle rive del lago di Gennesaret (Giovanni 21:1) e una delle apparizioni agli apostoli.
  • Come settimo testimone, Paolo menziona il fatto che il Signore risorto, ora glorificato nei cieli, era apparso anche a lui. È vero che era l’ultimo della schiera dei testimoni, e che di fronte a ciò che aveva visto, era come un “aborto” (v. 8). Ciò che vide fu, in una certa misura, un’anticipazione di un evento o di uno stato ancora da venire. Mentre infatti tutti gli altri testimoni nominati avevano visto il Signore sulla terra, Egli era apparso a Paolo dal cielo, e in una gloria tale da superare lo splendore del sole. Questa meravigliosa visione del Signore sarà nostra solo quando saremo rapiti alla Sua prossima venuta.

15:9 perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. 15:10 Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 15:11 Sia dunque io o siano loro, così noi predichiamo, e così voi avete creduto.

Paolo ricorda ancora una volta che, quando il Signore lo fermò, si stava recando a Damasco per perseguitare i credenti (Atti 9). Quando considera la sua vita prima della conversione, confessa di non essere degno di essere chiamato apostolo perché ha perseguitato la Chiesa (v. 9). Ma il profondo cambiamento avvenuto in lui sulla via di Damasco dimostra che solo la grazia di Dio può trasformare un nemico di Cristo in un apostolo. E questa grazia nei suoi confronti non era stata vana. Dio gli aveva permesso di svolgere il suo ministero di apostolo dei Gentili (Galati 2:7-9), grazie al quale migliaia di persone erano state portate alla fede nel Salvatore Gesù Cristo (v. 10). Sebbene lui e gli altri apostoli del Signore – soprattutto Pietro – avessero campi di attività diversi, il tema della loro predicazione era lo stesso; era il Vangelo della salvezza, fondato sulla morte e sulla risurrezione di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Questo è ciò che egli stesso aveva predicato ai Corinzi, e questo è ciò che essi avevano creduto (v. 11).

16.2 – Conseguenze della negazione della risurrezione (vv. 12-19)

15:12 Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti? 15:13 Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; 15:14 e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. 15:15 Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. 15:16 Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; 15:17 e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. 15:18 Anche quelli che sono morti in Cristo, sono dunque periti. 15:19 Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Solo ora, in questi versetti, Paolo giunge al vero motivo della sua affermazione: “Ora, se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti?” (v. 12). Dopo le sette testimonianze sulla realtà della risurrezione del Signore Gesù (di cui uno storico ha detto che è il fatto meglio certificato di tutta l’antichità) Paolo parla ora di sette conseguenze che deriverebbero se la risurrezione dei morti davvero non esistesse. Cristo, il Risorto, è la prova divina del fatto soprannaturale che la risurrezione c’è. Egli è la risposta a tutte le domande e a tutti i dubbi.

  • Se, secondo l’affermazione di alcuni Corinzi, non c’è risurrezione dei morti, non c’è nemmeno l’eccezione della risurrezione di Cristo (v. 13)!
  • Inoltre, se Cristo non è risorto, la predicazione del vangelo è “vana”, vuota, inconsistente.
  • In terzo luogo, anche la fede di coloro che l’hanno ricevuta è vana (v. 14). I Corinzi potevano verificare nel proprio cuore e nella propria vita se avevano creduto a una predicazione vana, o se avevano conosciuto la potenza di Dio attraverso di essa (Cfr. 2:5).
  • In quarto luogo, gli apostoli sarebbero falsi testimoni in quanto annunciano una risurrezione che non c’è (v. 15). A questo punto, Paolo ripete la sua prima conclusione: se non c’è resurrezione dei morti non c’è nemmeno la resurrezione di Cristo (v. 16)!
  • E ancora: se Cristo non fosse stato risuscitato, la fede dei Corinzi non avrebbe avuto alcun significato e nessuno di loro avrebbe ottenuto il perdono dei peccati (v. 17).
  • E se, nonostante la fede nel Signore Gesù, i nostri peccati non sono perdonati, allora tutti coloro che sono deceduti con una falsa sicurezza di fede sono eternamente perduti (v. 18)!
  • Infine, come settima conclusione, Paolo aggiunge: “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini” (v. 19). Se non ci fosse la risurrezione dei morti, il cristianesimo avrebbe un senso solo per la vita terrena; non ci sarebbe nessuna remissione dei peccati, nessuna pace con Dio e nessuna speranza per l’eternità. La fede nel Signore Gesù sulla base della testimonianza della Bibbia sarebbe allora il più grande inganno!

Probabilmente non c’è nessun altro passo del Nuovo Testamento in cui le conseguenze dello spogliare il cristianesimo della sua sostanza sono spinte così all’estremo. Ma grazie a Dio, le cose non stanno in questo modo!

16.3 – La risurrezione e il suo svolgimento (vv. 20-28)

15:20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 15:21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 15:22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 15:23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta;

Quasi trionfalmente, Paolo può proseguire: “Ma ora Cristo è stato risuscitato” (v. 20). In questo paragrafo viene presentata la risurrezione del Signore come l’inizio di un ordine di cose completamente nuovo. Dopo le sette testimonianze sulla risurrezione del Signore e le sette conseguenze negative che derivano dalla negazione della risurrezione dei morti, Paolo può affermare: “Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti”. Egli non solo è “veramente risorto”, come potevano dire i discepoli in Luca 24:34, ma è anche il primo a risorgere, seguito poi da molti altri “morti nella fede”. L’espressione “primizia” si riferisce alla festa israelita dell’offerta di un covone preso dalle primizie del nuovo raccolto. (Cfr. Levitico 23:10) Se la Pasqua è un tipo dell’opera redentrice di Cristo (1 Corinzi 5:7), il covone di primizie indica la risurrezione del Signore il primo giorno della settimana.

Secondo l’ordine divino, doveva essere un uomo a portare agli uomini la vita eterna, come risultato della risurrezione dei morti, poiché era anche attraverso un uomo che la morte era entrata nel mondo (v. 21). Come Adamo, attraverso il peccato e la morte, era diventato in qualche modo il capostipite dell’umanità mortale, così Cristo, attraverso la sua risurrezione, è diventato il capostipite di tutti coloro che, attraverso la fede, alla Sua venuta, saranno risorti anche per quanto riguarda i loro corpi. Come in Romani al cap. 5, anche qui ci vengono poste davanti due diverse “famiglie”: da una parte l’intera umanità decaduta da Adamo in poi, dall’altra tutti coloro che, come credenti, sono “risuscitati” in Cristo.

Come nell’Antico Testamento la mietitura seguiva l’offerta del covone di primizie, così anche alla venuta del Signore i credenti rapiti saranno da Lui risuscitati. Dopo le primizie viene la mietitura: “poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta” (v. 23). Il termine “venuta”, o “presenza” (in greco: parousia), può riferirsi sia alla venuta del Signore per rapire i credenti sia alla sua apparizione nella gloria. È quindi più generale delle espressioni “apparizione” o “rivelazione”, che suggeriscono sempre la venuta di Cristo per l’instaurazione del regno millenario. La risurrezione dei credenti avverrà in due fasi. Secondo 1 Tessalonicesi 4:15-17, alla venuta del Signore, tutti i morti in Cristo saranno prima risuscitati e trasformati, insieme ai credenti in quel momento ancora vivi, andranno incontro al loro Signore nelle nuvole, per essere con Lui per sempre. Ma poiché, durante i giudizi apocalittici, molti giungeranno alla fede attraverso la predicazione del Vangelo del Regno e moriranno come martiri, quando il Signore apparirà prima del regno millenario, anche questi credenti della grande tribolazione saranno risuscitati, per regnare con Lui. La prima risurrezione si conclude con questo secondo gruppo di credenti (Apocalisse 20:4-5).

15:24 poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. 115:25 Poiché bisogna ch’egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. 15:26 L’ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte. 15:27 Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. 15:28 Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.

Paolo salta tutto il periodo del regno millenario e prosegue: “… poi verrà “la fine”, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni podestà e ogni potenza” (v. 24). Durante il regno di mille anni, il Millennio, sarà il Signore a governare nella giustizia e nella pace, completando così la storia di questo mondo secondo i pensieri di Dio. Per tutti quei lunghi anni, Satana sarà legato, ma la morte ci sarà ancora e colpirà tutti coloro che si ribelleranno al governo del Principe della pace (Salmo 101:8; Isaia 66:24). Dopo il Millennio, Satana sarà gettato nello stagno di fuoco (Apocalisse 20:10), e poi anche la morte e l’Ades, costretti a rinunciare ai corpi e alle anime dei perduti, che riceveranno così la loro condanna eterna (Apocalisse 20:13-20).

Quando tutti i nemici di Dio e del Suo popolo saranno stati eliminati, le parole profetiche del Salmo 8 (vv. 4-6) riguardanti il Signore Gesù troveranno il loro perfetto compimento: “Che cos’è l’uomo, perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo, perché te ne prenda cura? Eppure tu lo hai fatto solo di poco inferiore a Dio (così il Salmo 8 o agli angeli secondo Ebrei 7) e lo hai coronato di gloria e di onore. Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani; hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi” (Cfr. Ebrei 2:6-8).

Il v. 27 chiarisce che questa è la posizione di Cristo “come uomo”. Come Figlio eterno di Dio, Egli è uno con il Padre, ma come uomo si è volontariamente umiliato e ha preso un posto di sottomissione. Quando si sarà adempiuto il consiglio di Dio che prevede che Suo Figlio riceva come uomo glorificato il dominio universale, solo allora la vecchia creazione avrà fine e farà posto ai nuovi cieli e alla nuova terra, in cui abita la giustizia. Dio sarà allora tutto in tutti. Il Signore Gesù,in quanto Figlio dell’uomo, sarà visto dai credenti e questa visione li renderà simili a Lui. (1 Giovanni 3:2).

16.4 – La risurrezione, speranza della fede (vv. 29-34)

15:29 Altrimenti, che faranno quelli che sono battezzati per i morti? Se i morti non risuscitano affatto, perché dunque sono battezzati per loro?

Dopo aver spiegato brevemente il consiglio di Dio riguardo alla risurrezione di Cristo e del Suo popolo, nel v. 29 Paolo riprende la corrente di pensiero interrotta nel v. 19.

Se i morti non risorgono, come sostenevano alcuni Corinzi, il battesimo sarebbe un atto vuoto. È l’immagine della nostra sepoltura con Cristo, ma… in vista della risurrezione! Leggiamo Romani 6:4, Colossesi 2:12 o 1 Pietro 3:21, e vedremo che questo è il significato del battesimo. Molti credenti che erano stati battezzati erano poi morti ed erano stati sostituiti da altri, battezzati dopo di loro, per così dire al loro posto qui sulla terra. Se non esistesse la risurrezione anche il battesimo sia degli uni che degli altri sarebbe privo di significato (Cfr. v. 18).

15:30 E perché anche noi siamo ogni momento in pericolo? 15:31 Ogni giorno sono esposto alla morte; sì, fratelli, com’è vero che siete il mio vanto, in Cristo Gesù, nostro Signore. 15:32 Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho? Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo». 15:33 Non v’ingannate: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi».

Anche i numerosi pericoli e le difficoltà che molti credenti affrontano nella loro vita al servizio del Signore sarebbero vani e inutili se non ci fosse la ricompensa nella gloria. Se la vita dei credenti fosse limitata al tempo presente, come già indicato nel v. 19, perché esporsi al pericolo, come faceva continuamente Paolo (vv. 30-31)? Nel libro degli Atti (19:23-41)vediamo come, alla vista di tutti, egli abbia “lottato con le belve a Efeso”. A cosa serve questo combattere e soffrire se i morti non risorgono? Se davvero non ci fosse speranza di risurrezione, sarebbe meglio godersi la vita il più possibile (v. 32). Ma come Paolo ha già spiegato in dettaglio, non è così; Dio sia benedetto! La risurrezione è un fatto indiscutibile. Per questo aggiunge un serio avvertimento: “Non v’ingannate: le cattive compagnie corrompono i buoni costumi” (v. 33). Se i credenti di Corinto si lasciavano influenzare da opinioni di questo tipo, non dovevano stupirsi se ciò andava a scapito della loro fede.

15:34 Ridiventate sobri per davvero e non peccate; perché alcuni non hanno conoscenza di Dio; lo dico a vostra vergogna.

Tuttavia, Paolo non si limita a un avvertimento, ma termina questo breve paragrafo esortandoli a svegliarsi, a vivere rettamente e a non rendersi colpevoli di peccato serbando tali pensieri con le loro conseguenze carnali; poi aggiunge, perché si vergognino, che alcuni di loro stavano già dimostrando di ignorare la vera natura di Dio, che è luce e amore; perché la vera conoscenza di Dio non è una questione di intelligenza: solo i cuori e le coscienze che sono stati portati alla Sua luce conoscono veramente Dio e possono crescere nella Sua conoscenza (v. 34).

16.5 – Domande e risposte stolte (vv. 35-41)

15:35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?»

Nella prima parte di questo capitolo, Paolo ha descritto nei dettagli la risurrezione e i suoi risultati eterni (vv. 1-11; 20-28); ha anche confutato gli argomenti di coloro che negano questa verità (vv. 12-19; 29-34). Ora espone ciò che avverrà nella risurrezione. Per prima cosa risponde a due domande che possono essere state un motivo, per alcuni, di rifiutare di credere nella risurrezione: “Come risuscitano i morti? E con quale corpo ritornano?” (v. 35). Sono domande che si pone la mente umana che può solo capire le cose che riguardano questo mondo con cui ha familiarità. Una risurrezione corporea di esseri umani morti da secoli e i cui corpi sono completamente decomposti è umanamente inconcepibile. Ma per tutti coloro che credono in Colui che è morto per loro e che, come primizia, è risorto dai morti facendo risplendere la vita e l’incorruttibilità, la risurrezione è sorgente di speranza e di gioia. La stessa persona che dice “Dio non esiste” solleva anche domande di questo tipo.

Nei versetti che seguono, Paolo non spiega il “modo” in cui avverrà la risurrezione. Spiega che avverrà una trasformazione meravigliosa, ma non come Dio risusciterà dalla polvere i corpi dei credenti che si sono “addormentati in Gesù”, né come l’anima, che è già con Cristo, si riunirà al corpo. Paolo si sofferma a lungo sulla domanda “con quale corpo”, per mostrare la differenza tra il corpo terreno e quello celeste. Questa differenza sarà così grande che le parole umane possono a malapena descriverne la gloria futura.

15:36 Insensato, quello che tu semini non è vivificato, se prima non muore; 15:37 e quanto a ciò che tu semini, non semini il corpo che deve nascere, ma un granello nudo, di frumento per esempio, o di qualche altro seme; 15:38 e Dio gli dà un corpo come lo ha stabilito; a ogni seme, il proprio corpo.

Innanzitutto, egli osserva che la morte non è la fine, ma che è in qualche modo il preludio della risurrezione (v. 36). Dicendo “quello che tu semini”, indirizza il nostro sguardo verso la creazione visibile, nella quale troviamo una “lezione pratica” sulla risurrezione. Nei vv. da 37 a 41, utilizza esempi tratti dalla natura per spiegare l’immensa differenza tra il corpo mortale del credente e il suo corpo di risurrezione.

Il primo esempio è quello della semina del frumento o di qualsiasi altro seme”(Cfr. v. 37). Il Signore Gesù si è paragonato a un chicco di grano che deve cadere in terra e morire per poter portare molto frutto (Giovanni 12:24). Ma Paolo usa l’immagine del semplice chicco di grano che, dopo essere stato seminato, deve essere ricoperto di terra, per mostrare che dopo un certo tempo esce una pianta molto diversa dal chicco originale,ma che da quello ha origine. Così anche il corpo della risurrezione sarà molto diverso dal corpo mortale che è stato depositato nella terra; e come Dio Creatore fa nascere da ogni seme una pianta secondo la sua specie, così alla risurrezione darà ad ogni credente il proprio corpo di gloria, pur mantenendo ad ognuno la propria identità (v. 38)!

15:39 Non ogni carne è uguale; ma altra è la carne degli uomini, altra la carne delle bestie, altra quella degli uccelli, altra quella dei pesci. 15:40 Ci sono anche dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altro è lo splendore dei celesti, e altro quello dei terrestri. 15:41 Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, e altro lo splendore delle stelle; perché un astro è differente dall’altro in splendore.

Paolo considera poi le varie creature di questo mondo: l’uomo, il bestiame, gli uccelli e i pesci. È facile vedere che la loro carne non è la stessa (v. 39). C’è da meravigliarsi, allora, se anche nel campo della risurrezione il nostro corpo sarà diverso? Il Signore Gesù poté dire ai Suoi discepoli dopo la Sua risurrezione: “Uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che ho io” (Luca 24:39), mentre, diventando uomo, ha condiviso sangue e carne (Ebrei 2:14). Ci sono anche immense differenze tra i corpi degli esseri umani sulla terra e i corpi celesti, anch’essi creati, e anche fra i vari corpi celesti come il sole, la luna e le stelle che differiscono molto l’uno dall’altro nella gloria (vv. 40-41). Con questo, l’apostolo non intende mostrare le differenze tra i credenti nella gloria della risurrezione, ma l’immensa differenza tra il loro corpo terreno e il loro corpo di risurrezione.

16.6 – Debolezza e potenza (vv. 42-50)

15:42 Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; 15:43 è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; 15:44 è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c’è un corpo naturale, c’è anche un corpo spirituale.

Nel v. 42, Paolo applica alla risurrezione gli esempi tratti dalla creazione visibile: “Così è anche la risurrezione dei morti“. La sepoltura di un figlio di Dio morto non significa la fine di ogni speranza; anzi, è la semina di un seme prezioso nella speranza viva della risurrezione. È vero che il corpo naturale è caratterizzato dal disonore, dalla debolezza e dalla corruzione, ma sta per arrivare il momento in cui sarà risuscitato come corpo spirituale incorruttibile, nella gloria e nella potenza; così come c’è un “corpo naturale” (propriamente “corpo animale”)c’è anche un corpo spirituale, che non è più schiavo delle esigenze naturali della vita terrena, ma è dominato dallo spirito (vv. 42-44).

Per spiegare tutto questo, Paolo torna all’inizio, come fa in altri passi (Cfr. Romani 5:12-21; 1 Corinzi 15:21-22). Qui, però, non si tratta di peccato e di morte, ma del carattere della vita. Secondo Geremia 2:7, il primo uomo, Adamo, divenne un’anima vivente perché Dio soffiò in lui il respiro della vita naturale. Mentre Cristo, l’ultimo Adamo, è stato “vivificato dallo Spirito” e “reso Figlio di Dio in potenza, secondo lo Spirito di santità” nella risurrezione dai morti (1 Pietro 3:19; Romani 1:4). Con ciò ha anche fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità che, come Spirito vivificante, comunica a tutti coloro che credono in Lui (v. 45; 2 Timoteo 1:10). Quando, il giorno della Sua risurrezione, venne tra i Suoi discepoli, “soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Giovanni 20:22). In quel caso non si tratta dello Spirito Santo “come Persona” (come tale scese solo il giorno di Pentecoste), ma della “vita in abbondanza” (Giovanni 10:10), quella vita di pienezza che porta il Suo carattere. Come il primo uomo ricevette la vita naturale dal soffio di Dio, così i discepoli (e con loro tutti coloro che credono nel Signore Gesù) ricevettero, quando l’opera di redenzione fu compiuta, la vita “di risurrezione” dal soffio dell’ultimo Adamo. L’espressione “l’ultimo Adamo” implica che non ce ne saranno altri dopo di lui.

15:45 Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente»; l’ultimo Adamo è spirito vivificante. 15:46 Però, ciò che è spirituale non viene prima; ma prima, ciò che è naturale; poi viene ciò che è spirituale. 15:47 Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo. 15:48 Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. 15:49 E come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste.

Secondo il consiglio eterno di Dio, tuttavia, ciò che è naturale (o animale) ha preceduto ciò che è spirituale (v. 46). Ciò che è deperibile deve morire ed essere “seminato” nella terra, per poi risorgere per una vita eterna infinitamente gloriosa. L’origine del primo uomo è la terra, la polvere; quella del secondo uomo, il cielo. Come tutti i discendenti di Adamo sono simili a lui sotto questo aspetto, così coloro che credono nel Signore Gesù sono simili a Lui, già ora nella loro natura, ma presto anche nel loro corpo (vv. 47-48). L’espressione “il secondo uomo” indica la differenza fondamentale con il primo uomo. Nelle parole che seguono, dal momento della risurrezione in poi, l’apostolo guarda, per così dire, indietro alla vita terrena e poi volge lo sguardo verso l’eternità (v. 49). Finché viviamo sulla terra, “portiamo” l’immagine di colui che è polvere, cioè del primo uomo con tutte le sue debolezze, ma alla risurrezione saremo:“resi conformi al corpo della Sua gloria”, per essere eternamente conformi alla Sua immagine, anche se Lui sarà sempre “il primogenito tra molti fratelli” e il soggetto della nostra adorazione (Filippesi 3:21; Romani8:29).

15:50 Ora io dico questo, fratelli, che carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio; né i corpi che si decompongono possono ereditare l’incorruttibilità.

L’apostolo Paolo riassume questo passo quando dice: “Ora io dico questo, fratelli, che carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né i corpi che si decompongono possono ereditare l’incorruttibilità” (v. 50). Per entrare nella gloria celeste ed eterna del regno di Dio, che continuerà ad esistere, in altro modo, dopo il regno millenario (Cfr. 2 Pietro1:11; Apocalisse 22:5), è necessaria non solo la nuova nascita (Giovanni 3:3-5), ma anche la trasformazione del nostro corpo. Mentre l’espressione “carne” si riferisce spesso nella Parola di Dio alla natura peccaminosa dell’uomo, “carne e sangue” sono le caratteristiche specifiche dell’uomo nella sua fragilità (Cfr. Galati 1:16; Efesini 6:12; Ebrei 2:14). Come abbiamo visto, il nostro corpo mortale sarà completamente trasformato alla risurrezione per essere introdotto nella sfera eterna dell’incorruttibilità oltre la morte.

16.7 – Resurrezione e trasformazione (vv. 51-58)

15:51 Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, 15:52 in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati.

La risurrezione dei morti era già nota ai credenti dell’Antico Testamento. Abramo era pronto a sacrificare suo figlio Isacco perché era convinto che Dio avrebbe potuto risuscitarlo dai morti (anche se solo per la vita terrena; Cfr. Ebrei 11:19). Quanto a Giobbe, egli guardava alla risurrezione nella vita eterna (Giobbe 19:25), e Daniele ricevette una rivelazione da Dio a questo proposito (Daniele 12:2-13). La risurrezione stessa non era quindi un mistero per i credenti di allora, anche se non sapevano che alla venuta del Signore soltanto coloro che hanno creduto saranno risuscitati mentre quelli che non hanno creduto saranno risuscitati solo alla fine del regno millenario per essere condannati per l’eternità. (Apocalisse 20:5, 11-15).

Il mistero di cui Paolo parla qui è la trasformazione dei credenti viventi alla venuta del Signore per il rapimento dei Suoi. In questo capitolo, che tratta della risurrezione di Cristo e dei Suoi redenti, la comunicazione sulla sorte dei credenti ancora in vita alla Sua prossima venuta costituisce quindi un complemento necessario per chiudere l’argomento. Dobbiamo anche notare che in tutto il capitolo Paolo non va oltre la risurrezione di coloro che si sono addormentati e la trasformazione dei vivi. Non dice nulla sul loro rapimento in cielo e la loro successiva introduzione nella casa del Padre. Per questo abbiamo l’insegnamento della prima Lettera ai Tessalonicesi (4:15-18).

Quando Paolo dice: “Ecco, io vi dico un mistero” (v. 51), significa che sta per rivelare qualcosa che fino ad allora era rimasto nascosto. Da quel momento, per chi lo conosce e lo comprende, non è più un mistero. Il contenuto del mistero ora rivelato è che, alla venuta del Signore, non ci saranno solo credenti morti e quindi risuscitati dalla corruzione per la gloria, ma anche credenti ancora vivi i quali in quel momento saranno tramutati e riceveranno così i loro nuovi corpi, descritti in dettaglio nei vv. 35 a 50.

Questi due atti, la risurrezione dei credenti morti e la trasformazione dei vivi, avverranno “in un momento, in un batter d’occhio” (v. 52). Il segnale sarà dato dall’“ultima tromba”, chiamata in 1 Tessalonicesi 4:16 “la tromba di Dio”. Non sappiamo quando suonerà, ma il Signore Gesù ha detto: “Si, vengo presto”. Questa tromba, tuttavia, non è la settima tromba di Apocalisse 11:15, come molti pensano; perché quella tromba annuncia l’ultimo dei sette giudizi di Dio, che sarà stato preceduto da altri sette giudizi (i sette sigilli). Quando suonerà, i credenti saranno già in cielo: li vediamo in Apocalisse 4, sotto forma di ventiquattro anziani seduti davanti a Dio sui loro troni e che, al suono della settima tromba del giudizio, cadono sulle loro facce per adorarlo (4:4; 11:16). Come Paolo, che include sé stesso nei vv. 51 e 52, abbiamo il privilegio di attendere in ogni momento la chiamata del Signore, che si farà sentire prima dell’ora “della tentazione che sta per venire sul mondo intero” (Apocalisse 3:10). Se non ci ha ancora presi a Sé, è solo perché è paziente con noi, non volendo che nessuno perisca ma che tutti giungano al ravvedimento (Cfr 2 Pietro 3:9).

15:53 Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità. 15:54 Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta:«La morte è stata sommersa nella vittoria». 15:55 «O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?» 15:56 Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; 15:57 ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo. 15:58 Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Nei vv. 53 e 54, l’apostolo ritorna ancora una volta sulla necessità che Dio ha di trasformare il nostro corpo, presentata in modo così approfondito nei vv. 42-50. Ciò che è corruttibile deve diventare incorruttibile e ciò che è mortale deve diventare immortale. Con una dimostrazione della potenza di Dio a favore dei Suoi redenti, quasi inconcepibile per noi, viene data la prova definitiva che la morte è sconfitta e vinta. Secondo il verdetto di Dio, la morte è il salario del peccato e nessun uomo, fin dal peccato originale, è sfuggito ad essa; la morte è quindi finora l’apparente vincitrice di tutta la vita umana (Genesi 2:17; Romani 6:23). Il pungiglione della morte è il peccato e i comandamenti di Dio sono la forza che lo caratterizza (vv. 55-56). Ma il Signore Gesù, che era senza peccato, ha preso volontariamente su di Sé, il nostro peccato, è morto e con la risurrezione ha sconfitto la morte e colui che ha il potere su di essa, cioè il diavolo. Che grande vittoria! Ha anche fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità e ha liberato eternamente dalla loro miseria, soprattutto morale, tutti coloro che credono in Lui (2 Timoteo 1:10; Ebrei 2:14). Il fatto che “la morte è stata sommersa nella vittoria” si manifesterà in modo del tutto particolare alla venuta del Signore, quando tutti i credenti allora viventi non passeranno per la morte, ma saranno da vivi, trasformati nella conformità del corpo della Sua gloria (Filippesi 3:21). Nonostante le apparenze, il vincitore non è più la morte, ma Dio, che permette a tutti coloro che credono nel Suo Figlio di partecipare alla Sua vittoria. Sia benedetto il Suo nome in eterno (v. 58)!

Paolo giunge così alla fine delle sue rivelazioni ispirate dallo Spirito Santo sulla risurrezione e sulla trasformazione dei credenti alla venuta del Signore. Non siamo “i più miserabili di tutti gli uomini” (vv. 19, 29-34) ma, a differenza di tutti gli increduli, abbiamo una speranza viva e benedetta, che va oltre la morte e che presto si realizzerà. La nostra vita non è senza senso e senza scopo, frutto del caso e del gioco di potenze terrene, ma è una vita di fede, speranza e amore. Per questo possiamo incoraggiarci a vicenda a credere alla Parola di Dio e alle sue promesse in modo fermo e incrollabile e a servire il Signore nel vasto campo della Sua opera sulla terra. Anche se questo comporta fatiche e dolori, sappiamo che il lavoro per Lui e nel Suo nome non è vano, ma è già ora per la Sua gloria e per la benedizione di coloro che ci circondano; e presto, davanti al Suo tribunale, sarà anche per la nostra ricompensa e la nostra gioia!

17 – Cap. 16

L’apostolo conclude la sua prima Lettera ai Corinzi con una serie di comunicazioni e saluti. Esse mostrano che i grandi problemi presenti in quella chiesa non hanno in alcun modo indebolito il suo amore o la sua preoccupazione per loro. Le informazioni, alcune delle quali molto personali e particolari, contengono importanti e fondamentali insegnamenti.

17.1 – La colletta per i santi in Giudea (vv. 1-4)

16:1 Quanto poi alla colletta per i santi, come ho ordinato alle chiese di Galazia, così fate anche voi. 16:2 Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli, affinché, quando verrò, non ci siano più collette da fare.

Paolo dà prima istruzioni per aiutare i cristiani di Gerusalemme. Le parole iniziali, “Quanto poi alla colletta per i santi…” e la menzione di Gerusalemme solo al v. 3, mostrano che si trattava di una questione già nota ai Corinzi (7:1; 8:1; 12:1).

I credenti della Giudea e di Gerusalemme si trovavano in una situazione difficile. La Palestina era sotto la dominazione romana e loro erano perseguitati dagli stessi Giudei. Di conseguenza, erano in gravi difficoltà economiche. Già in Atti 11:29 leggiamo che i credenti di Antiochia erano venuti in aiuto dei loro fratelli e sorelle della Giudea. Anche la lettera ai Galati(2:10) menziona la necessità di aiutare i “poveri”. Durante i suoi viaggi, Paolo consigliava alle varie chiese di sostenere quei santi nelle loro necessità, e le chiese della Macedonia avevano dato prova di grande generosità (2 Corinzi 8). Alle chiese della Galazia, invece, Paolo aveva “ordinato” di fare delle collette a questo scopo, e lo stesso doveva essere fatto a Corinto (v. 1).

Per non dover fare collette affrettate all’arrivo dell’apostolo, i fratelli e le sorelle di Corinto dovevano mettere da parte del denaro a casa loro il primo giorno di ogni settimana, secondo le loro possibilità. La menzione del primo giorno della settimana è degna di nota. Era la domenica, il giorno dopo il sabato, che aveva ricevuto una consacrazione speciale grazie alla risurrezione del Signore Gesù dai morti e che fu subito riconosciuto e onorato come giorno caratteristico del cristianesimo (Cfr. Giovanni 20:19, 26). Fin dall’inizio, la Cena del Signore fu celebrata in questo giorno, chiamato anche “giorno del Signore” o “giorno della domenica” (Apocalisse 1:10). Il fatto che negli ultimi anni il lunedì sia stato adottato nel calendario come primo giorno della settimana non cambia l’ordine biblico, secondo il quale il sabato è l’ultimo giorno e la domenica il primo.

La messa a parte personale e la raccolta dovevano avvenire in quel giorno, quando i credenti si riunivano per celebrare la Cena del Signore. Nella lettera agli Ebrei (13:15-16), sia la lode che la carità sono indicate come “sacrificio” a Dio (Filippesi 4:18). Possiamo onorare il Signore anche attraverso un uso corretto dei beni terreni che ci ha affidato.

È vero che l’apostolo non afferma espressamente che le collette devono avvenire durante le riunioni del giorno del Signore, ma le ultime parole del v. 2 lasciano poco spazio a qualsiasi altra conclusione: “… affinché quando io verrò, non ci siano più collette da fare”.Quelle offerte dovevano essere messe da parte e raccolte ogni domenica fino all’arrivo dell’Apostolo. Non crediamo di sbagliare ammettendo che è opportuno agire allo stesso modo per raccogliere i mezzi necessari a tutte le necessità dell’opera del Signore. È appena il caso di dire che ognuno può aiutare anche in modo del tutto personale.

16:3 E le persone che avrete scelte, quando sarò giunto, io le manderò con delle lettere a portare la vostra liberalità a Gerusalemme; 16:4 e se converrà che ci vada anch’io, essi verranno con me.

I vv. 3 e 4 trattano dell’amministrazione dei doni raccolti. Solo ora Paolo menziona Gerusalemme. Egli stesso intendeva, nella sua prossima visita a Corinto, di fornire ai fratelli incaricati dalla chiesa una lettera di accompagnamento affinché il dono destinato ai santi di Gerusalemme potesse essere debitamente trasmesso. Come si può dedurre da 2 Corinzi 8 e da Romani 15:25, ciò avvenne dopo la stesura di queste due lettere. Se necessario, Paolo avrebbe accompagnato personalmente i fratelli, e così è poi avvenuto (Ro 15:25).

17.2 – Programmi di viaggio (vv. 5-12)

16:5 Io verrò da voi quando sarò passato per la Macedonia, poiché passerò per la Macedonia; 16:6 ma da voi forse mi fermerò alquanto, o ci trascorrerò addirittura l’inverno, affinché voi mi facciate proseguire per dove mi recherò. 16:7 Perché, questa volta, non voglio vedervi di passaggio; anzi spero di fermarmi qualche tempo da voi, se il Signore lo permette. 16:8 Rimarrò a Efeso fino alla Pentecoste, 16:9 perché qui una larga porta mi si è aperta a un lavoro efficace, e vi sono molti avversari.

In relazione a questa importante missione, Paolo accenna ora ai suoi piani di viaggio. Da Efeso, dove si trovava in quel momento (Cfr. v. 8), intendeva recarsi in Macedonia e poi a Corinto. Sperava di fermarsi lì per un po’, se il Signore lo avesse permesso. Ma questa visita fu ritardata a causa della situazione di quella chiesa (2 Co 1:15; 2:1). Paolo voleva prima rimanere a Efeso, dove il Signore gli aveva aperto “una larga porta… a un lavoro efficace” (v. 9) e la forte opposizione alla predicazione del Vangelo non era per lui un impedimento. Impariamo da questo che le difficoltà esterne non sono un indice della disapprovazione del Signore, ma d’altra parte l’assenza esterna di difficoltà non è necessariamente una prova di un cammino approvato da Lui. La guida del Signore attraverso il Suo Spirito è innanzitutto una questione di cuore che deve essere esercitato davanti a Lui per fare la Sua volontà, e farlo in modo indipendente dalle circostanze esterne; se il Signore le usa o meno è un’altra questione. Per quanto riguarda il modo con cui ci guida, non ci sono regole. Dio vuole che dipendiamo continuamente da Lui.

16:10 Ora se viene Timoteo, guardate che stia fra voi senza timore, perché lavora nell’opera del Signore come faccio anch’io. 16:11 Nessuno dunque lo disprezzi; ma fatelo proseguire in pace, perché venga da me; poiché io l’aspetto con i fratelli.

Nel cap. 4 (v. 17), Paolo aveva già accennato che Timoteo era in viaggio verso Corinto. Secondo Atti 19:22, stava viaggiando con Erasto verso la Macedonia. Quindi aveva già lasciato Efeso, ma arrivò a Corinto solo dopo l’arrivo della sua lettera. Come Tito, che arrivò a Corinto un po’ più tardi (2 Corinzi 7:6-7), Timoteo doveva aiutare i credenti di quella chiesa. Poiché si trattava di un’anima sensibile, un po’ timorosa e ancora piuttosto giovane, Paolo esortò i Corinzi a non disprezzarlo, affinché potesse rimanere tra loro senza timore, e insistette nel menzionare il fatto che lavorava come lui per l’opera del Signore (v. 10).

16:12 Quanto al fratello Apollo, io l’ho molto esortato a recarsi da voi con i fratelli; ma egli non ha alcuna intenzione di farlo adesso; verrà però quando ne avrà l’opportunità.

Apollo (v. 12) era giunto a Corinto poco dopo la prima visita dell’apostolo Paolo ed era stato di grande aiuto ai credenti del luogo (Atti 18:27; 19:1; 1 Corinzi 3:6). Non faceva parte del gruppo di collaboratori di Paolo e svolgeva il suo ministero per conto proprio, ma abbiamo visto nel cap. 3 che agiva sotto lo stesso Signore e con lo stesso scopo. Ora si trovava a Efeso. Nella sua grande preoccupazione per la chiesa di Corinto, Paolo aveva cercato di convincerlo a recarsi anche lì, ma non ebbe successo. Non aveva rifiutato categoricamente, ma non vedeva la possibilità di andarci subito; ci sarebbe andato più tardi, se ne avesse avuto “l’opportunità”. Nonostante la sua autorità apostolica, Paolo non aveva fatto pressioni su quel fratello ma lo aveva lasciato libero di agire in dipendenza personale dal loro comune Signore. I fratelli di cui si parla qui sono probabilmente i tre Corinzi nominati nel v. 17.

17.3 – Esortazioni finali (vv. 13-18)

16:13 Vegliate, state fermi nella fede, comportatevi virilmente, fortificatevi. 16:14 Tra voi si faccia ogni cosa con amore.

La stessa preoccupazione che aveva spinto Paolo a convincere Apollo a visitare la chiesa di Corinto sembra ora spingerlo a concludere con queste parole: “Vegliate, state fermi nella fede; comportatevi virilmente, fortificatevi. Tra voi si faccia ogni cosa con amore” (vv. 13-14). Aveva già rivolto loro un’esortazione simile nel cap. 15 (v. 58) e ora, alla fine della sua lunga lettera, li esorta ancora una volta a vigilare contro le insidie del diavolo, a stare saldi nella fede e spiritualmente energici, ma soprattutto a mostrare amore nella pratica. Tutto questo mancava ai Corinzi, così riccamente benedetti eppure così carnali e spiritualmente deboli.

16:15 Ora, fratelli, voi conoscete la famiglia di Stefana, sapete che è la primizia dell’Acaia, e che si è dedicata al servizio dei santi; 16:16 vi esorto a sottomettervi anche voi a tali persone, e a chiunque lavora e fatica nell’opera comune. 16:17 Mi rallegro della venuta di Stefana, di Fortunato e di Acaico, perché hanno riempito il vuoto prodotto dalla vostra assenza; 16:18 poiché hanno dato sollievo allo spirito mio e al vostro; sappiate dunque apprezzare tali persone.

Ma c’erano alcune eccezioni. Paolo cita per prima la casa di Stefana, “la primizia dell’Acaia” (v. 15). Quella famiglia è stata quindi la prima a venire alla fede nel Signore Gesù in questa regione della Grecia. Paolo stesso li aveva battezzati (1:16) e da allora non solo Stefana, ma tutta la famiglia si era “dedicata al servizio dei santi”. Non è detto in cosa consistesse questo servizio, ma le parole del v. 18, “hanno dato sollievo allo spirito mio e al vostro”,ci permettono di dedurne tutto il valore (Cfr. Filemone v. 7). Nessuno li aveva chiamati, nominati o designati per questo servizio; era semplicemente il loro amore per il Signore e per il Suo popolo che li aveva spinti a farlo. Che esempio per noi! Un tale servizio dovrebbe essere riconosciuto e accolto con gratitudine da tutta la fratellanza. Purtroppo un tale spirito non si trovava fra i Corinzi. È per questo che Paolo ne menziona la necessità due volte (vv. 16 e 18).

Mentre molti dei credenti di Corinto avevano assunto un atteggiamento riservato nei confronti di Paolo, Stefana era partito con altri due fratelli, Fortunato e Acaico, per fargli visita (v. 17). La gioia che provarono compensò ciò che era mancato a quella chiesa. Questi fratelli, che avevano confortato non solo l’apostolo ma anche i Corinzi prima di lui, dovevano quindi essere apprezzati (v. 18). Confortare o rianimare, è uno scopo prezioso di ogni servizio (Cfr. 2 Corinzi 7:13; Filemone 7 e 20). Non è necessario alcun dono speciale per questo, ma è indispensabile l’amore per i fratelli e le sorelle. È dunque un alto elogio quello che Paolo fa a questi tre fratelli, e un motivo speciale per riconoscere e apprezzare tali persone.

17.4 – Saluti ed esortazioni conclusive (vv. 19-24)

16:19 Le chiese dell’Asia vi salutano. Aquila e Prisca, con la chiesa che è in casa loro, vi salutano molto nel Signore. 16:20 Tutti i fratelli vi salutano. Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio. 16:21 Il saluto è di mia propria mano: di me, Paolo.

Paolo aveva lavorato molto nella provincia romana dell’Asia, di cui Efeso era la capitale (Cfr. Atti 19:10; 20:31). Le chiese di quella regione inviarono i loro saluti alla chiesa di Corinto tramite l’apostolo Paolo (v. 19). Anche se non vengono citati i nomi delle località, questi saluti esprimono comunque l’unità e la comunione delle testimonianze di Dio sulla terra, sentite profondamente e in modo consapevole. È una cosa di grande bellezza!

Aquila e Priscilla vivevano da tempo a Corinto ed erano quindi ben conosciuti dai credenti del luogo (Atti 18:2). Questa coppia, che viene menzionata sei volte nel Nuovo Testamento, anche se sempre brevemente, serviva il Signore con grande devozione (Atti 18:18, 26; Romani 16:3; 2 Timoteo 4:19). Non solo servirono i fratelli che lavoravano nell’opera del Signore, ma misero anche la loro casa a disposizione della chiesa, sia a Efeso sia, più tardi, a Roma (Romani 16:3-5). I saluti qui menzionati esprimono l’amore per i santi.

“Tutti i fratelli” si uniscono ora al saluto dell’apostolo (v. 20). A manifestare il loro affetto in questo modo sono certamente i fratelli che viaggiavano con lui e lo servivano(Cfr. Atti 19:22). Il “santo bacio” a cui i Corinzi sono invitati deriva dal profondo desiderio di Paolo di vedere i Corinzi mostrare un vero amore reciproco, ma anche la santità nella vita quotidiana, due cose di cui erano carenti.

Di solito Paolo non scriveva personalmente le sue lettere, ma le dettava a un fratello che lo accompagnava e che fungeva da “segretario” (Cfr. Romani 16:22). Solo nel caso dei Galati fece un’eccezione. Come segno di autenticità, aggiunge un saluto di suo pugno alla fine, come spesso faceva (Cfr. 2 Tessalonicesi 3:17).

16:22 Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema. Marana tha. 16:23 La grazia del Signore Gesù sia con voi. 16:24 Il mio amore è con tutti voi in Cristo Gesù

Tuttavia, aggiunge due pensieri importanti e solenni: “Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema” (v. 22). Chi rifiuta l’amore del Signore rimane sotto la maledizione di Dio per l’eternità. Forse Paolo pensava a coloro che a Corinto erano cristiani solo a parole…

Il secondo pensiero è di natura più incoraggiante: “Marana tha!” Si tratta infatti di due parole aramaiche “Maran tha” o “Maran atha” che significano “Il Signore è venuto” o “il Signore viene”. Pare preferibile la seconda traduzione (Cfr. Ap 22:20). Sembra che questa fervente esclamazione fosse così diffusa tra i cristiani di origine ebraica tanto da essere compresa anche dai cristiani delle nazioni. Basti pensare a espressioni ebraiche ben note come “Amen” e “Alleluia”. Ma quanto rapidamente è scomparsa la speranza del ritorno del Signore, di cui Paolo ha parlato in modo così vivido nel cap. 15! Quasi duecento anni fa, lo Spirito Santo ha nuovamente posto il ritorno del Signore davanti al cuore dei credenti, e oggi? Anche noi, come Paolo, gridiamo con tutto il cuore “Maranatha”?

L’apostolo Paolo termina questa lettera ai Corinzi con l’augurio che la grazia del Signore Gesù Cristo sia con loro. Avevano conosciuto quella grazia quando erano peccatori e avevano creduto; ora erano in quella grazia, ma quanto difettava nella pratica della loro vita di fede! Paolo ha dovuto pronunciare molte parole dure nei loro confronti. Ma erano parole di grazia, anche se “condite con sale” (Colossesi 4:6). Il suo amore per loro è rimasto immutato, anche se, come scrisse in seguito, mentre li amava di più, lui era amato di meno (2 Corinzi 12:15). Il suo desiderio è che essi rimangano consapevoli del suo amore per loro, e così termina la sua lettera con queste parole: “Il mio amore è con tutti voi in Cristo Gesù.”.

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