Complicazioni nei conflitti nel libro di Giosuè

Sconfitte e vittorie nel Libro di Giosuè

A prima vista, la conquista di Canaan descritta nel Libro di Giosuè avrebbe dovuto essere semplice. Dio aveva fatto promesse di portata straordinaria:

-Egli stesso sarebbe stato con loro (Giosuè 1:5, 9);

-avrebbe dato loro la vittoria sui loro nemici (Giosuè 1:5);

-la portata della loro vittoria sarebbe stata l’intero paese (ogni luogo su cui avessero posto il piede

(Giosuè 1:3));

-avrebbe scacciato tutti i nemici davanti a loro (Esodo 3:8, 17; 23:23, 28; 33:2; 34:11).

Dio aveva quindi messo la Sua potenza a disposizione del Suo popolo. Perché, allora, il libro di Giosuè riporta sia sconfitte che vittorie? Perché ci furono battaglie complicate oltre a quelle “facili”? Perché non furono scacciati tutti i nemici, e perché non tutto Israele finì per abitare nel paese?

Queste domande non riguardano solo la conquista di Canaan da parte di Israele oltre 3.000 anni fa, ma anche la nostra vita cristiana. Anche noi abbiamo a disposizione la potenza di Dio. Satana è un nemico sconfitto. Le benedizioni celesti sono nostre (Efesini 1:3). Eppure sappiamo per esperienza che le nostre vite e i nostri conflitti sono talvolta pieni di complicazioni.

Il libro di Giosuè è il «manuale» del conflitto cristiano. Non è solo un libro storico, ma anche un libro che contiene dei “tipi”, o figure. Mostra la conquista della terra di Canaan come un tipo della battaglia che il cristiano deve affrontare, poiché Satana e i suoi agenti vogliono privare i credenti del godimento delle benedizioni spirituali (Efesini 6:10 ss.).

In questo contesto è interessante notare che il libro di Giosuè non solo mostra la potenza di Dio, capace di sconfiggere ogni nemico, ma anche le difficoltà che sorgono quando i credenti commettono degli errori. Nell’esaminare questo secondo aspetto, è bene tenere presente che l’Antico Testamento tende a mostrarci il lato pratico della nostra vita cristiana piuttosto che la nostra posizione. Per quanto riguarda la nostra posizione, noi siamo “nella terra”, possediamo ogni benedizione spirituale, siamo in Cristo. La questione pratica è fino a che punto godiamo di queste cose.

I presupposti per la vittoria

Quando Dio parlò a Giosuè per incoraggiarlo prima dell’ingresso nella terra, chiarì che c’erano dei presupposti per la vittoria: «Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai» (1:7). Dio richiedeva obbedienza, che a sua volta richiedeva grande coraggio. Inoltre, il popolo di Dio doveva affrontare diverse esperienze preparatorie, tra cui: (1) l’attraversamento del Giordano (cap. 3); (2) la circoncisione a Ghilgal (cap. 5); e (3) l’incontro con il capo dell’esercito del SIGNORE (5:13–14).

Questa triplice preparazione simboleggia tre passi importanti per il cristiano: essere morti e risorti con Cristo (attraversare il Giordano); il giudizio della carne (Ghilgal); e il Signore al comando come capo della battaglia. Una volta compiuti questi passi, la città fortificata di Gerico, roccaforte del nemico, cadde davanti a Israele (cap. 6). Come? Grazie all’obbedienza di Israele e alla potenza di Dio! Tutto sembrava così facile, così semplice. Tutto ciò che il popolo d’Israele doveva fare era continuare in questo cammino di vittoria, se solo avessero…ubbidito.

Proseguendo nella lettura, scopriamo che le cose non furono affatto semplici. Avrebbero potuto esserlo, ma ci furono numerosi ostacoli e complicazioni. Tutti questi avevano origine dal popolo, nessuno di loro dalla parte di Dio. Da un certo punto di vista è una lettura triste, ma d’altra parte questi capitoli (da Giosuè 7 in poi) sono molto preziosi per noi, poiché sono stati scritti a nostro insegnamento. Essi mostrano:

(1) tendenze pericolose da parte nostra che potrebbero privarci di una vittoria altrimenti certa se non le giudichiamo;

(2) le conseguenze governative di tale fallimento, ma anche…

(3) la misericordia di Dio verso il Suo popolo anche quando fallisce.

 

Complicazione 1: Il peccato nascosto

Acan aveva preso «un bellissimo mantello di Sinear», argento e oro da Gerico — contro l’esplicito comandamento di Dio. Purtroppo, Acan era rimasto intrappolato nel vecchio e ben noto meccanismo: vide, desiderò, prese (7:21; cfr. Genesi 3:6). Nessuno degli oggetti che aveva preso era di per sé cattivo, eppure erano fatali perché rappresentavano una flagrante disobbedienza, il risultato della quale era che Dio non poteva essere con il Suo popolo. Questa era la ragione della prima sconfitta di Israele in Canaan e, a meno che la questione non fosse stata risolta, avrebbe portato solo a ulteriori sconfitte: «i figli d’Israele non potranno resistere davanti ai loro nemici» (7:12).

Israele subì un’umiliante sconfitta nella battaglia contro Ai, una piccola città vicino a Gerico, come riportato nello stesso capitolo. Gerico sembrava invincibile eppure fu conquistata trionfalmente, ma Ai, per quanto insignificante potesse sembrare, ebbe la meglio su Israele.

Ciononostante, Dio indicò anche una via di scampo. Nello stesso versetto (7:12) Egli continua dicendo: «Io non sarò più con voi, se non distruggete l’interdetto in mezzo a voi». L’esito delle battaglie di Israele dipendeva dal fatto che Dio potesse essere con loro, e ciò poteva avvenire solo se avessero eliminato da sé ciò che era maledetto. Il peccato nascosto e non giudicato è “la campana che suona a morto” per la vittoria spirituale.

Complicazione 2: La fiducia in se stessi

Ma il peccato di Acan non fu l’unica ragione della sconfitta di Israele. C’era un altro elemento che indebolì la posizione di Israele: l’affidarsi alla propria forza e la fiducia in essa. Gli esploratori, dopo aver effettuato una ricognizione, raccomandarono che solo 2.000–3.000 uomini salissero a conquistare la città (7:3). Questo consiglio fu seguito e le truppe di Israele furono sconfitte.

Il pericolo della fiducia in se stessi è sempre presente, ma è particolarmente acuto dopo una vittoria. Quando Dio ci ha aiutato, si è tentati di immaginare che il successo sia merito nostro. Ecco perché l’esortazione di Efesini 6:13 è così importante: non solo «resistere nel giorno malvagio», ma anche « restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere».

Complicazione 3: Mancanza di esame/giudizio di noi stessi

Per individuare il terzo elemento che ha contribuito alla sconfitta, dobbiamo leggere tra le righe e capire cosa non è accaduto. Prima della conquista di Gerico, Israele si era accampato a Ghilgal, il luogo del giudizio della carne (5:9–10). In occasioni successive vediamo che Israele torna a Ghilgal e da lì sale in battaglia (ad es. 10:7) fino alla vittoria. Nel caso di Ai il punto di partenza era Gerico, il luogo della vittoria, al contrario di Ghilgal. Di conseguenza, il capitolo si conclude nella valle di Acor (che significa «guai»). Questo ci insegna che il giudizio di noi stessi è necessario per la vittoria e ci preserva da conseguenze dolorose (in particolare dalla disciplina di Dio — cfr. 1 Cor. 11:31).

Alla fine, Dio diede a Israele la vittoria su Ai (cap. 8), ma non fu una passeggiata, né un trionfo, come nel caso di Gerico. Giosuè dovette portare «tutto il popolo da guerra» fino ad Ai, poi Israele dovette fingere di fuggire davanti agli uomini di Ai e, infine, con l’aiuto di un’imboscata, la città fu conquistata. Ciò dimostra che Dio fu misericordioso verso il Suo popolo una volta che esso ebbe giudicato il male, ma anche che il loro fallimento diede origine ad una complicazione particolare per la soluzione del conflitto.

Complicazione 4: Mancanza di dipendenza

Passando al capitolo 9, arriviamo all’episodio in cui gli uomini della vicina Gabaon fingevano di provenire «da un paese molto lontano» (v. 9) e, in questo modo, indussero con l’inganno Giosuè e gli anziani a stipulare un patto di pace con  loro. La loro storia sembrava plausibile, il loro atteggiamento sembrava dimostrare ammirazione per il Dio d’Israele e le prove (scarpe logore, ecc.) sembravano confermare la loro versione. A prima vista, nessuno può essere biasimato per essersi lasciato ingannare da un complotto così astuto e insidioso. Tuttavia, questa analisi tralascia Dio dalla situazione. Giosuè e gli anziani non chiesero consiglio a Dio. Qui non si tratta solo di un’omissione, ma di un’ omissione che viene espressamente sottolineata nel testo: il popolo «non consultò il SIGNORE » (v. 14). Il risultato decisivo fu che «Giosuè fece pace con loro» (v. 15) e in questo modo — sebbene inconsapevolmente — agì contro il chiaro comandamento di Dio di non stringere un patto con gli abitanti di Canaan (Esodo 34:12–15). Il primo risultato diretto fu che Israele non fu in grado di trattare con i Gabaoniti come avrebbe dovuto. Si potrebbe dire: «Oh, ma è andata bene: i Gabaoniti divennero loro servi e taglialegna» (v. 21), ma ciò non era in armonia  con ciò che Dio aveva indicato al Suo popolo e, come vedremo, ne seguirono ulteriori complicazioni.

Complicazione 5: Conseguenze “politiche”

Nel capitolo 10 troviamo Israele in una situazione estremamente difficile. Come conseguenza diretta del loro fallimento nel capitolo 9, il re di Gerusalemme venne a sapere dell’accordo di pace di Gabaon con Israele, strinse un’alleanza con altri quattro re degli Amorei e attacca i Gabaoniti che, a loro volta, inviarono messaggeri a Giosuè dicendo: «Vieni presto da noi, salvaci e aiutaci» (v. 6) . Cosa dovrebbe fare Giosuè? Rompere il suo accordo di pace con i Gabaoniti? O sostenere che fosse nullo a causa del loro inganno?

Giosuè sembra aver compreso che la difficile situazione in cui si trovava era il risultato del loro fallimento. Aggiungere un altro fallimento (mantenendo la parola data) non era la strada giusta da seguire. Ancora una volta vediamo la misericordia di Dio dopo il fallimento, quando c’è un cuore retto. Egli dice a Giosuè: «Non li temere, perché io li ho dati in tuo potere; nessuno di loro potrà resistere di fronte a te» (v. 8). Giosuè risponde con fede e, vale la pena notarlo, sale «da Ghilgal» (vedi i commenti precedenti su questo punto). Dio è con lui e opera una straordinaria liberazione, in tre modi:

«li mise in rotta davanti a Israele» (v. 10);

«fece cadere dal cielo su di loro delle grosse pietre » (v. 11);

quando Giosuè chiese più tempo per completare la vittoria,

«E il sole si fermò, e la luna rimase al suo posto, finché la nazione si fu vendicata dei suoi nemici » (v. 13).

Dio non abbandonò il Suo popolo. Rispose all’umiliazione e all’autocritica e intervenne con grazia concedendo una vittoria schiacciante — e in modo tale che tutta la gloria fosse Sua: «quelli che morirono per le pietre della grandinata furono più numerosi di quelli che i figli d’Israele uccisero con la spada» (v. 11).

Complicazione n. 6: Il materialismo — e la mancanza di interesse per le cose di Dio

Dopo le vittorie descritte nei capitoli 10–12 e la distribuzione della terra nei capitoli 13–21, un’altra complicazione fa capolino: la minaccia di una guerra tra fratelli (cap. 22)! Come si è arrivati a questo punto?
Questa volta si tratta di una conseguenza successiva ad un problema sorto in precedenza, verificatosi ancora prima che Israele attraversasse il Giordano. Due tribù e mezza avevano presentato a Mosè una  richiesta particolare: «Se abbiamo trovato grazia agli occhi tuoi, sia concesso ai tuoi servi di possedere questo paese. Non ci far passare il Giordano» (Numeri 32:5). Come potevano rifiutare proprio la terra che Dio aveva promesso ad Abramo? Mosè avrebbe voluto entrare nella terra, ma non gli fu permesso a causa del suo precedente fallimento; tuttavia, queste due tribù e mezza considerano un segno di aver trovato grazia il fatto di non dovervi entrare. Il loro ragionamento era tanto chiaro quanto sconcertante: la terra in cui si trovavano «è una terra per il bestiame, e i tuoi servi hanno bestiame» (32:4). I loro pensieri non andavano oltre il bestiame, cioè i loro beni materiali. È facile essere preoccupati per ciò che è visibile e materiale. Beati coloro che hanno imparato a dire, con Paolo: «mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne» (2 Cor. 4:18).

La loro scelta dettata dalla convenienza comportava una serie di gravi inconvenienti:

-avrebbe scoraggiato i loro fratelli che dovevano combattere in Canaan (Numeri 32:7);

-sarebbero stati separati da un fiume dal resto del popolo di Dio e, cosa importante, dal luogo che Dio aveva scelto per far risiedere il Suo nome (Deuteronomio 12);

-eressero un altare dalla loro parte del Giordano e, così facendo, rischiassero una guerra tra fratelli (di cui parleremo tra un attimo);

-furono i primi ad essere condotti in cattività (1 Cronache 5:26).

Quando Israele vide che Ruben, Gad e la mezza tribù di Manasse avevano costruito un altare sull’altra sponda del Giordano, ne fu così indignato che «  Quando i figli d’Israele udirono questo, tutta la comunità dei figli d’Israele si riunì a Silo per salire a combattere contro di loro» (Giosuè 22:12). Per fortuna, però, mandarono prima Fineas a informarsi. Le due tribù e mezza spiegarono che non avevano alcuna intenzione di offrire sacrifici su quell’ altare, che era destinato a mostrare alle generazioni future che servivano il Dio d’Israele, ecc. Così una guerra tra fratelli fu scongiurata all’ultimo  momento. Detto questo, la loro posizione sulla sponda opposta del Giordano fu fonte di tutta una serie di complicazioni che non solo erano pericolose, ma anche un ostacolo al godimento della terra che Dio aveva dato al Suo popolo.

Complicazione 7: Questioni in sospeso

Alla fine della sua vita Giosuè radunò il popolo e gli parlò di come aveva suddiviso per loro l’eredità. In questo contesto menzionò «queste nazioni che sono rimaste» (23:4) e ordinò che fossero scacciate. Assicurò agli Israeliti che Dio le avrebbe scacciate davanti a loro. Israele doveva solo obbedire a tutto ciò che Dio aveva detto. Il libro dei Giudici ci mostra che, nonostante le loro migliori intenzioni e le loro promesse a Giosuè, Israele fallì nella propria responsabilità di scacciare i Cananei (cfr. Giudici 1:27–36). Il risultato fu che Dio dovette ritirare la Sua promessa di scacciarli; l’angelo del Signore venne a Bochim e dichiarò solennemente: «Io non li scaccerò davanti a voi; ma essi saranno tanti nemici contro di voi e i loro dèi saranno per voi un’insidia» (Giudici 2:3).

Le vie di salvezza di Dio

Abbiamo visto che Israele avrebbe potuto ottenere una vittoria certa sui propri nemici e godere senza ostacoli della terra di Canaan, ma i suoi errori hanno portato a una serie di complicazioni inutili. Riconosciamo in questo come i nostri fallimenti spesso generino situazioni e difficoltà che avrebbero potuto essere evitate. Questi episodi tratti dal libro di Giosuè dovrebbero quindi incoraggiarci a obbedire al Signore e a confidare nel fatto che Egli ci concederà benedizione e liberazione.

Allo stesso tempo vediamo che anche in mezzo a queste inutili complicazioni Dio agisce con misericordia: concede la vittoria su Ai, permette a Giosuè di vincere nonostante l’alleanza con Gabaon, Egli scongiura la guerra tra fratelli quando la situazione delle due tribù e mezzo crea confusione, e invia dei giudici per liberare il popolo quando Israele viene meno. Quanto è buono il nostro Dio!

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