di Ferruccio Cucchi
“Fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1 Corinzi 15:58).
Essere fermi nelle cose del Signore è assolutamente indispensabile, tanto più ai nostri giorni in cui ci vengono lanciati messaggi fuorvianti di ogni genere. Ma questo non significa rimanere immobili, essere inattivi; anzi, il versetto citato sopra ci insegna chiaramente che la fermezza e l’attività “abbondante” nella nostra vita cristiana devono andare di pari passo e sono strettamente legati. Soltanto così potremo glorificare il Signore ed essere utili agli altri.
Fermi, saldi
In che cosa siamo esortati a rimanere fermi, saldi?
Nella fede nel Signore
“Stiamo fermi nella fede che professiamo” (lett. “nella nostra confessione” (Ebrei 4:14).
“State saldi nel Signore” (1 Tessalonicesi 3:8).
Gli Ebrei che avevano accettato Cristo come Salvatore e Signore erano esortati ad applicarsi “ancora di più alle cose udite, per timore di essere trascinati lontano da esse” (2:1); avevano “udito” e accettato il messaggio dell’Evangelo, e correvano il rischio di esserne distolti. E noi siamo esortati a “leggerlo” in questa Parola di Dio e a “udirlo” nelle riunioni della chiesa per non correre il rischio di dimenticarlo o di essere sviati da messaggi errati: “non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare…” (10:25), “affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina” (Efesini 4:14).
L’apostolo Pietro ricorda ancora ai credenti che “il vostro avversario, il diavolo… va attorno come un leone ruggente”; e subito aggiunge: “resistetegli stando fermi nella fede” (1 Pietro 5:8-9). Qui il termine fede va inteso come l’insieme delle verità cristiane, contenute nella Scrittura, che la fede ha afferrato. Quando siamo tentati da Satana, non dobbiamo contare sulle nostre forze per resistergli; concentriamoci invece su tutti gli insegnamenti che, dopo aver creduto al Signore Gesù per la nostra salvezza, abbiamo ricevuto da Lui, e a Lui chiedendo l’aiuto e l’energia necessari per metterli in pratica. Ai credenti di Colosse, l’apostolo Paolo scriveva: “Perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo cha avete ascoltato” (Colossesi 1:23); e aggiungeva: “Come dunque avete ricevuto Cristo, il Signore, così camminate in lui, radicati ed edificati in lui, saldi nella fede, come vi è stata insegnata” (2: 6-7).
Nel primo versetto citato all’inizio, il verbo professare (o confessare) relativo alla fede ci ricorda pure che il Signore ci chiede di non tenere nascosta la nostra fede in Lui, ma di parlarne apertamente, senza vergognarci, perché altri possano condividerla. Dovremmo poter dire con sincerità, come l’apostolo Paolo: “Non mi vergogno del vangelo; perché esso è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Romani 1:15). Essere occupati del Signore nelle nostre conversazioni, per noi credenti è anche un mezzo di prevenzione contro le cadute.
Che possa essere detto di noi quello che Paolo scriveva ai credenti di Colosse: “Mi rallegro vedendo il vostro ordine e la fermezza della vostra fede in Cristo” (Colossesi 2:5).
Nella fiducia nella grazia di Dio
“È bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia, non da pratiche relative a vivande…” (Ebrei 13:9).
Quegli stessi credenti usciti dal sistema giudaico correvano il rischio di essere influenzati negativamente dall’insegnamento errato dei cosiddetti “giudaizzanti”, gli stessi che l’apostolo Paolo definisce “intrusi, falsi fratelli” (Galati 2:4), che insegnavano ai credenti in Cristo che dovevano essere circoncisi ed osservare la legge di Mosè, compreso la parte che potremmo definire “cerimoniale”. I Galati, che peraltro non provenivano dal giudaismo, già erano stati “ammaliati” (3:1), e in misura minore anche alcuni credenti della chiesa di Colosse erano stati influenzati negativamente.
Paolo insorge con decisione contro queste false dottrine scrivendo: “Siete così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne?” (Galati 3:3). La “carne” è la “carne di peccato” (Romani 8:3) che abita in noi per natura, chiamata anche “vecchio uomo” (Romani 6:6). Pretendere di affiancare alla fede nel sacrificio di Cristo l’osservanza della legge mosaica equivaleva ad essere “separati da Cristo… scaduti dalla grazia” (Galati 5:4), unica base, oltre che della nostra salvezza, anche della nostra santificazione; significa ignorare che “il nostro vecchio uomo”, che ha dimostrato tutta la sua incapacità di piacere a Dio, “è stato crocifisso con lui (Cristo)” (Romani 6:6).
Potremmo pensare che questi problemi non ci riguardino. Non è così. Siamo circondati da tante persone religiose, forse anche animate dalle migliori intenzioni, che pur senza disconoscere il valore del sacrificio di Cristo pretendono di piacere a Dio sforzandosi di osservare una serie di pratiche e di riti che, come ribadisce l’apostolo Paolo, “non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne” (Colossesi 2:23).
Però questa esortazione riguarda noi credenti di oggi non soltanto dal punto di vista dottrinale; anche la nostra vita e la nostra testimonianza devono essere permeate dal sentimento della grazia di Dio verso di noi. Talvolta dimentichiamo la nostra pochezza e ci inorgogliamo attribuendo a noi stessi, anziché alla “grazia di Dio” che “ci insegna a rinunziare all’empietà e alle passioni mondane”, la capacità e il merito di riuscire in qualche misura a onorare il Signore con la nostra condotta. Non per nulla l’apostolo scrive: “È bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia”, non la mente. Ed è al cuore che Dio guarda.
Che la Sua grazia ci aiuti a mantenerci nell’umiltà davanti a Lui e davanti agli uomini! “Gesù Cristo… vi renderà saldi fino alla fine” (1 Corinzi 1:8).
In uno stesso spirito, con un medesimo animo
“State fermi in uno stesso spirito, combattendo insieme con un medesimo animo per la fede del vangelo” (Filippesi 1:27).
L’unità di intenti e di pensieri non va intesa in senso umano. Non si tratta di ricercare un accordo come si fa nei consessi del mondo (in campo politico, giudiziario) in cui quasi sempre si manifestano pensieri e orientamenti diversi dai quali si esce con un compromesso. E’ diventato ormai un luogo comune, specialmente negli incontri fra cristiani, “cercare ciò che unisce e dimenticare ciò che divide”.
L’unità fra noi credenti in Cristo è data dalla presenza in ciascuno di noi dello Spirito Santo, ed è da conservare, non da creare: “… sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace”. “Vi è un corpo solo (di Cristo) e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza” (Efesini 4:3-4). “Siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo” (1 Corinzi 12:13). “Noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro” (Romani 12:5).
Questa è la dottrina. Ma come stare “fermi in uno stesso spirito, con un medesimo animo”, cioè realizzare stabilmente nella nostra vita collettiva questa unità che lo Spirito Santo ha creato?
L’apostolo Paolo non si limitava a esortare i Filippesi: “Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento… ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso”; subito dopo indicava la strada da seguire per riuscirci: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale… svuotò se stesso… umiliò se stesso” (Filippesi 2:1-8). La persona e la vita del Signore sono posti davanti a noi come una faro nella notte a cui guardare con continuità e fiducia invariata per seguire la giusta direzione. È su Lui, sulla perfetta umiltà che ha dimostrato in tutto il suo cammino dalla gloria del cielo fino a noi, che dobbiamo “fissare lo sguardo” (Ebrei 12:1) per avere l’energia e la costanza per essere “fermi in uno stesso spirito, con un medesimo animo”. Se ciascuno di noi lo farà, il risultato si vedrà anche quando siamo chiamati ad agire insieme.
Ma non immobili
La vita cristiana è attiva, non statica. Non si tratta di un attivismo fine a se stesso, legato al nostro temperamento più o meno dinamico, ma di attività guidate e controllate dallo Spirito Santo con cui Dio ci ha “sigillati” quando abbiamo creduto al Signore Gesù (Efesini 1:13); quelle “opere buone che Dio ha precedentemente preparate affinché la pratichiamo” (Efesini 2:10). Sarebbe paralizzante pensare che è meglio non fare nulla per non rischiare di sbagliare.
Il campo delle “opere buone” è molto vasto. Qui ci limitiamo a considerare quelle che abbiamo letto in due dei versetti prima citati: “abbondanti nell’opera del Signore” (1 Corinzi 15:58) e “combattendo insieme… per la fede del vangelo” (Filippesi 1:27).
Abbondare nell’opera del Signore
Che cos’è l’opera del Signore? Sono tutte quelle attività che quelli che hanno creduto al Signore, in ubbidienza al Suo ordine e per la Sua gloria, compiono in favore degli uomini: predicazione del “vangelo a ogni creatura” (Marco 16:15), rafforzamento e insegnamento della dottrina ai nuovi convertiti (2 Timoteo 4:2).
Non tutti sono chiamati a predicare “il vangelo a ogni creatura” pubblicamente. Però noi credenti, anche se non abbiamo lo specifico dono di “evangelista”, nella nostra vita di tutti i giorni, nei necessari contatti con le persone del mondo, abbiamo l’opportunità di parlare individualmente del Signore e della sua opera in favore di tutti gli uomini. Essere, cioè, dei suoi testimoni, incominciando da “Gerusalemme” (l’ambiente più vicino, come quello dei parenti), poi “in tutta la Giudea e Samaria” (sul lavoro, a scuola, con i vicini e i conoscenti), e “fino all’estremità della terra” (ovunque si presenti l’opportunità).
Ma il Signore tiene conto di tutto ciò che facciamo per Lui e per il bene degli altri, sia increduli che credenti: “Chiunque vi avrà dato da bere un bicchier d’acqua nel nome mio… non perderà la sua ricompensa” (Marco 9: 41).
Non possiamo dimenticare che l’opera del Signore ha bisogno di essere sostenuta anche con offerte e doni. Qualcuno di noi potrebbe non sentirsi all’altezza di svolgere direttamente un servizio “abbondante”, forse perché eccessivamente impegnato in attività professionali che oggi richiedono tempo ed energie sempre maggiori. In questi casi forse il Signore ci chiede di contribuire almeno pregando per i suoi servitori in “prima linea” e sostenendoli materialmente. A questo riguardo abbiamo anche delle promesse di benedizione: “Onora il SIGNORE con i tuoi beni e con le primizie di ogni tua rendita; i tuoi granai saranno ricolmi d’abbondanza e i tuoi tini traboccheranno di mosto” (Proverbi 3:9-10).
“Abbondare” significa non limitarsi a lavorare per il Signore nei ritagli di tempo, dopo aver soddisfatto tutti i nostri bisogni (primari, secondari e accessori) e dopo aver impiegato per noi anche il cosiddetto tempo libero. I bisogni attorno a noi sono immensi, di ogni genere. Certe volte ci troviamo di fronte a situazioni in cui, accanto alla testimonianza del Signore, siamo chiamati a prestare soccorso anche per alleviare delle sofferenze dovute alla miseria, morale e materiale, che il peccato produce nel mondo.
Ma anche fra i credenti possono esserci dei bisogni. Ci sono casi di debolezza spirituale, di dubbio, di scoraggiamento. È vero che non tutti sono “dottori” (per l’insegnamento della sana dottrina) o “pastori” (per le cure spirituali e il conforto dei singoli o delle rispettive famiglie). Però, non tiriamoci indietro quando ci troviamo di fronte a casi in cui si rende necessario “ammonire i disordinati, confortare gli scoraggiati, sostenere i deboli” (1 Tessalonicesi 5: 14). Anche questi sono aspetti dell’opera del Signore. Ma facciamolo con la dovuta umiltà, senza presunzione o spirito di superiorità, e chiedendo a Lui l’aiuto e il discernimento necessari.
Combattere insieme per la fede del vangelo
Dimentichiamo per un attimo i combattimenti che molti credenti sostengono oggi contro l’opposizione aperta e violenta di Satana in quei Paesi dove imperano l’ateismo o il fanatismo religioso, e ringraziamo il Signore della piena libertà di cui noi godiamo, pregandolo di mantenercela.
Satana oggi, come peraltro anche al tempo di Paolo, attacca il vangelo con dei sistemi più subdoli; nei nostri Paesi cosiddetti cristiani, sovente “Satana si traveste da angelo di luce” (2 Corinzi 11:14). Certo, anche in questo caso sono chiamati a combattere in prima linea i “dottori” di cui Dio ha fatto dono alla sua Chiesa, ma Paolo, quando scriveva ai Filippesi, non si rivolgeva soltanto a loro, ma “a tutti i santi che sono in Filippi, con i vescovi e con i diaconi” (1:1), esortandoli a combattere “insieme” (1:27). Nella sua Lettera, Giuda esortava i “chiamati che sono amati in Dio Padre… a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre” (1:1-3).
Oggi ancora, anche più di allora, il vangelo è attaccato da falsi dottori, che in realtà propongono “un altro vangelo”, “un vangelo diverso” (Galati 1:7-9); per esempio, si arriva a negare la eterna divinità di Cristo, la realtà della sua risurrezione, si approva nei credenti ogni genere di immoralità, e così via. In una parola, non si crede più che la Bibbia è veramente la Parola di Dio in ogni sua parte: si afferma che essa contiene la Parola di Dio, ma non è la Parola in Dio. E questi insegnamenti errati, per citarne solo alcuni dei più grossolani, sono propagati e accettati in ambienti che continuano a definirsi cristiani.
Non possiamo tacere, sarebbe colpevole. Dobbiamo risvegliarci, se ci siamo addormentati in uno stato di inerzia. E se poi la nostra energia spirituale è poca, si tratta almeno di resistere respingendo ogni messaggio che non sia in armonia con tutta la Parola di Dio.
Queste esortazioni ci sono date sul piano individuale ma anche collettivo, come assemblea. È più che mai attuale, e quindi anche rivolto a noi, ciò che l’apostolo Giovanni scriveva alla chiesa di Filadelfia: “Tieni fermamente quello che hai, perché nessuno ti tolga la tua corona” (Apocalisse 3:11). E quello che abbiamo non viene da noi, ma da Dio, che ce lo ha affidato e che ce ne chiederà conto.
E allora, cari fratelli nel Signore, stiamo fermi ma non immobili!
Edizioni Il Messaggero Cristiano