Gesù davanti a Pilato

 W. Runkel

La Bibbia ci riporta nei dettagli gli avvenimenti che hanno riguardato il Signore Gesù la notte in cui fu tradito. Quelle ore sconvolgenti, dal significato di portata infinita, sono caratterizzate dall’incontro tra il bene ed il male, tra le tenebre e la luce. Da un lato vediamo gli atti sovrani di Dio nel compimento dei Suoi disegni per la salvezza; dall’altro la piena manifestazione del male che è nella natura umana. Tutto questo porta alla crocifissione del Signore, nel momento in cui il peccato dell’uomo raggiunge il suo apice, ma nel quale viene posto il fondamento per togliere il peccato del mondo (Giovanni 1:29).

Il Signore Gesù aveva trascorso una notte di intense sofferenze. Era stato tradito da uno dei discepoli e rinnegato da un altro. Dopo averlo più volte interrogato, i capi dei sacerdoti e il sinedrio avevano decretato: “E’ reo morte” (Matteo 26:66), e lo avevano trattato con disprezzo.

Un nuovo giorno era iniziato. Per portare a termine la loro volontà di mettere Gesù a morte, i Giudei lo avevano portato da Pilato. Durante i precedenti interrogatori, il Signore non aveva aperto bocca se non per rendere testimonianza alla verità riguardo alla Sua persona. Aveva mantenuto il silenzio senza rispondere alle false accuse che gli erano state rivolte. Questo silenzio, menzionato sette volte nei Vangeli, ci ricorda le parole del Salmo: “Ma io mi comporto come un sordo che non ode, come un muto che non apre bocca. Sono come un uomo che non ascolta, nella cui bocca non ci sono parole per replicare” (Salmo 38:13-14).

Capiamo dal Vangelo di Luca che il Signore è comparso due volte davanti a Pilato. Tra questi due interrogatori c’è la comparizione davanti ad Erode (Luca 23:6-12) e poi la scena in cui Pilato lo fa flagellare, le ingiurie del popolo e la corona di spine con cui i soldati lo incoronano.

Giovanni riporta quattro domande poste al Signore durante il primo interrogatorio e altre due nel secondo. Esaminiamo in breve lo svolgimento di questi avvenimenti, così come ce lo racconta Giovanni.

 

“Sei tu il re dei Giudei?” (Giovanni 18:33)

I Giudei avevano già deciso la morte del Signore. Perché allora condurlo da Pilato? Prima di tutto, perché l’esecuzione di una condanna a morte era vietata ai Giudei, a quel tempo sudditi dei Romani. Ma noi sappiamo che era necessario che il disegno di Dio si compisse: “Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele, per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero” (Atti 4:27-28). Il Signore stesso aveva predetto “di quale morte doveva morire” e che sarebbe stato “innalzato dalla terra”, “la morte di croce”. In tutte queste cose, l’uomo si accingeva a colmare la misura della propria colpevolezza.

Quando Pilato gli chiede se davvero fosse il re dei Giudei, Gesù gli risponde con un’altra domanda: “Dici questo di tuo, oppure altri te l’hanno detto di me?”. Questa domanda aveva lo scopo di toccare la coscienza del governatore e lo costringe a evidenziare la colpa del popolo: “La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani”, confermando con le sue parole ciò che era da tempo stabilito: il Figlio di Davide, il re di Israele, era rifiutato dal Suo stesso popolo.

 

“Cos’hai fatto?” (Giovanni 18:35)

Il Signore Gesù non aveva in nulla infranto la legge, né aveva agito contro gli interessi dell’imperatore romano. Avrebbe potuto dirlo, ma non l’ha fatto. Avrebbe potuto attirare l’attenzione sulla propria vita, sui miracoli, sulla dottrina che insegnava. Non aveva forse detto: “Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio” (Matteo 22:21)? Non si era forse ritirato sulla montagna, sapendo che la gente voleva “rapirlo per farlo re” (Giovanni 6:15)? Di tutto questo, Gesù non fa alcuna menzione; anzi, dice: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei”.

“Non di questo mondo”, espressione quanto mai significativa! Poi il Signore aggiunge: “Ma ora il mio regno non è di qui”. Queste parole evocano le glorie future e rivelano qualcosa della Sua grandezza e della Sua gloria. Mostrano ch’Egli era pronto ad accettare di essere respinto e a rinunciare, per il momento, al trono di Gerusalemme.

“Ora” e in “questo mondo” il regno non poteva ancora essere stabilito in potenza e in gloria; questo sarebbe avvenuto in seguito, sulla base dell’opera da Lui compiuta al Golgota. Re rifiutato sulla terra, il Signore sarebbe tornato al cielo, dopo la risurrezione. Era Lui quell’uomo nobile della parabola, andato “in un paese lontano per ricevere l’investitura di un regno e poi tornare” (Luca 19:12). Fino al momento del Suo ritorno, Egli è seduto, come Figlio dell’uomo glorificato, alla destra di Dio.

 

“Ma dunque, sei tu re?” (Giovanni 18:37)

Siamo giunti alla domanda decisiva. Pienamente consapevole di ciò che la Sua risposta affermativa avrebbe comportato, il Signore afferma di essere re: “Tu lo dici: sono re”. Quest’espressione manifesta chiaramente che Gesù non intende rinunciare al Suo diritto al regno. Sia grazie all’Antico Testamento sia per mezzo del Nuovo noi sappiamo che un giorno il Signore Gesù sarà il re su Israele e su tutto il mondo, e le nazioni lo serviranno.

Subito dopo, il Signore aggiunge qualcosa che era al di là della possibilità di comprensione di Pilato, ma che costituiva un appello al suo cuore e alla sua coscienza: “Io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”. Il Signore agisce qui con lo scopo di portare anche quel pagano alla conoscenza della verità, se davvero fosse stato disposto ad accoglierla. Questo, per la vita di quell’uomo, è un istante assai particolare e di grande solennità. Pilato sta davanti a un prigioniero senza rendersi conto che è il Figlio di Dio. Sta davanti a Colui che è Egli stesso la Verità e per mezzo del quale la grazia e la verità sono venute, ma si lascia sfuggire l’unica occasione della sua vita per aprire gli occhi e il cuore alla verità. Rimane cieco verso le cose eterne e invisibili che appartengono ad un altro mondo​.

 

“Che cos’è verità?” (Giovanni 18:38)

Il Signore non risponde a questa domanda. Aveva già reso testimonianza alla verità per mezzo di “quella bella confessione” (1 Timoteo 6:13) e non c’era più nulla da aggiungere. D’altronde, anche volendo, non gli viene lasciata la possibilità di dire altro; infatti, immediatamente dopo avergli posto questa domanda, Pilato si rivolge Giudei per dire loro: “Io non trovo colpa in lui”.  Profondamente colpito dalla calma e dalla dignità del suo prigioniero, il giudice era convinto della Sua innocenza. Anche sua moglie gliel’aveva confermato: “Non aver nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua” (Matteo 27:19). Vi sono quindi tre fatti che mettono il governatore in grande imbarazzo: l’animosità dei Giudei, il sogno di sua moglie e l’evidente innocenza dell’accusato. Cosa farà Pilato?

Pilato avrebbe certamente preferito annunciare la liberazione del Signore. Tuttavia,  per rendersi gradito ai Giudei, si rifugia nella consuetudine di rilasciare un carcerato in occasione della festa di Pasqua, ma con questa proposta non ottiene, purtroppo, la liberazione di Gesù. La gente grida: “Fa’ morire costui e liberaci Barabba!”. L’Evangelo di Giovanni aggiunge: “Ora, Barabba era un ladrone” (18:40). Questo grido sconvolgente rivela l’odio senza limiti della folla sollevatasi contro il Signore. Invece di accettare il loro re, il Figlio di Dio, scelgono un criminale, scelta carica di quelle tragiche conseguenze che Dio avrebbe fatto ricadere su di loro.

Allora, Pilato fa frustare Gesù. Spera forse, con questo crudele castigo, di soddisfare i desideri della folla? Questo è quello che lasciano intendere le sue parole: “Dopo averlo castigato, lo libererò” (Luca 23:22).  Anche se non era così raro, nelle abitudini di quell’epoca, che i malfattori condannati a morte fossero sottomessi a un simile supplizio, in quel momento questo era inflitto ad un accusato che il giudice stesso aveva dichiarato essere innocente! I dolori fisici erano atroci e ad essi si aggiungevano la beffa della corona di spine, simbolo di maledizione, e tutto il peso delle ingiurie e delle offese di cui gli uomini lo hanno caricato.

Così, i tentativi di Pilato di liberare Gesù sono falliti. Quell’uomo, il cui dovere sarebbe stato quello di pronunciare un giusto giudizio, capitola davanti alla folla scatenata:  “Prendetelo voi e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa”. Troppo comodo. Non si doveva sottrarre così facilmente alla propria responsabilità!

 

“Di dove sei tu?” (Giovanni 19:9)

“Noi abbiamo una legge”, dicono i Giudei, “e secondo questa legge egli deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio”. Figlio di Dio? Fino a quel momento, Gesù era stato incolpato di dichiararsi re di Israele, cosa sulla quale il governatore romano si sentiva competente, trattandosi di una questione politica. Ma cosa significava “Figlio di Dio”? Pilato si era sentito a disagio durante tutta questa storia, ma adesso ha paura. Come giudicare su una tale questione? Da dove poteva venire un uomo che aveva questa pretesa? Tutto ciò era giurisdizione di Erode, e Pilato lo sapeva. Che si trattasse di qualcuno che non è era di questa terra? “Ma Gesù non gli diede alcuna risposta”.

 

“Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?” (Giovanni 19:10)​

Con quest’ultima domanda Pilato cerca di far parlare Gesù, ma Lui risponde con dignità: “Tu non avresti alcuna autorità su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto”. Sì, l’autorità ufficiale che Pilato cerca di far valere contro il Signore, proviene da Dio e lui è responsabile di esercitarla secondo Dio. Non aveva certo ricevuto una tale autorità per condannare arbitrariamente “il Santo, il Giusto” (Atti 3:14), dopo averlo dichiarato innocente. Ma in questo si compiva il disegno di Dio: la condanna a morte doveva essere pronunciata in ultima istanza da Pilato, rappresentante di tutte le nazioni, e non dai Giudei. Tuttavia precisa: “Perciò chi mi ha dato nelle tue mani, ha maggior colpa”. Il sinedrio aveva giudicato il Signore degno di morte e lo aveva consegnato a Pilato. Ed anche Giuda, il discepolo che lo aveva tradito, aveva la sua parte di colpa; la sua responsabilità era proporzionata ai privilegi che aveva ricevuto avendo vissuto alcuni anni in compagnia del Signore, e in questo è una tragica immagine della nazione Giudea​.

Quando finalmente Pilato domanda ai Giudei: “Crocifiggerò il vostro re?”, i capi dei sacerdoti gli rispondono: “Noi non abbiamo altro re che Cesare”. Pilato è preso in trappola, lui che voleva e doveva essere “amico di Cesare”. La crudeltà dei capi del popolo ci fa pensare all’espressione del Salmo 22 “aprono la loro gola contro di me, come un leone rapace e ruggente”, e il furore del popolo allo scatenamento di “cani” (Salmo 22:13,16).

Infine, Pilato consegna loro Gesù “perché fosse crocifisso”. In questo modo vengono confermate le parole dell’Ecclesiaste: “Nel luogo stabilito per giudicare c’è empietà… nel luogo stabilito per la giustizia c’è empietà” (Ecclesiaste 3:16).  Così il Figlio di Dio, “il testimone fedele e veritiero” (Apocalisse 3:14), esce per andare verso il luogo chiamato Golgota, dove darà la propria vita​.

Cristo ha sofferto una volta per i peccati, Lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio” (1 Pietro 3:18).

Ringraziato sia Dio per il suo dono ineffabile!” (2 Corinzi 9:15).

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