I due testimoni – Apocalisse 11

di Patrick Bronner

Tradotto e adattato da “Le Roi vient” edizioni EBLC

Leggere Apocalisse 11

Dio dà potenza ai suoi due testimoni

 Le ricchezze di questo capitolo non si limitano alle manifestazioni commoventi dell’attenzione di Dio per i suoi. Riguardano anche la sua potenza, manifestata in un mondo ostile. Dio, infatti, è capace di fortificare anche persone semplici perché siano suoi testimoni e tali rimangano fino alla morte, resistendo a persecuzioni senza pari. Così, nei tempi particolarmente oscuri della fine, Dio susciterà dei profeti, chiamati “i due testimoni” (v. 3 e 10), che faranno brillare splendidamente la luce divina di fronte al mondo, prima di essere uccisi dai loro nemici.

Questi due testimoni saranno “i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra” (v. 4). Il candelabro, posto nel tabernacolo durante la traversata del deserto, era alimentato da “olio puro, di olive schiacciate” (Esodo 27:20). L’ulivo, il cui frutto permetteva di illuminare il luogo santo, può essere la figura del credente che “porta frutto” (Colossesi 1:10) e che, con la sua vita, rende una testimonianza luminosa alla gloria di Dio

In un tempo precedente, il profeta Zaccaria ebbe la visione di un candelabro d’oro con sette lampade, posto tra due olivi. L’applicazione di questa visione riguardava il tempio che doveva allora essere ricostruito, ma la similitudine delle visioni di Giovanni e di Zaccaria è sorprendente e, evidentemente, intenzionale. La risposta data a Zaccaria che desiderava conoscere il significato degli ulivi e del candelabro fu la seguente: “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio, dice il Signore degli eserciti” (Zaccaria 4:6,7).

Quello che Zaccaria doveva capire, e noi con lui, è che solo una testimonianza che ha per sorgente l’olio santo, vale a dire lo Spirito Santo, può essere alla gloria di Dio e manifestare qualche raggio del Santuario. No, Dio non ha mai contato sulla forza e sulla sapienza umane per compiere la sua opera. Queste, anche se a volte sono messe alla prova, devono alla fine essere respinte. “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio” è una risposta che stabilisce uno dei pilastri dei pensieri di Dio. I “due ulivi” dei tempi della fine descritti in Apocalisse agiranno secondo questo principio.

Nel Vangelo di Giovanni, il Signore ci dà lo stesso insegnamento, degno di essere scolpito nel nostro cuore: “Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi… Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla” (Giovanni 15:4, 5). In questo caso davanti a noi c’è il Signore e non più lo Spirito Santo. Ma la portata dell’insegnamento è analoga. E’ per lo Spirito che il credente riceve la forza che viene solo dal Signore, e che non può trovare né in sé né negli altri. Questa verità è tanto importante che la troviamo confermata in numerosi passi non solo in Apocalisse ma anche altrove. Per Dio nessuna opera della carne è accettabile, anche se fatta con spirito religioso e accompagnata dalle migliori intenzioni. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio… Benedetto l’uomo che confida nel Signore, e la cui fiducia è il Signore” (Geremia 17:5, 7).

I due profeti ricevono dunque forza dall’alto e la voce divina dichiara giustamente. “Io darò potenza ai miei due testimoni”. Quegli uomini fedeli erano moralmente separati dal male che li circondava; per questo potevano stare “davanti al Signore della terra” (v. 4), come un tempo Elia (1 Re 17:1). Con la loro disposizione di cuore e il loro atteggiamento, essi tengono conto di ciò che piace a Dio. Non cercano la propria gloria, né l’approvazione degli uomini. Sono pronti a obbedire agli ordini che vengono dall’alto, per quanto possa costare. Che possiamo avere anche noi il desiderio di stare continuamente “davanti al Signore”!

La forza divina, dopo aver prodotto la sua opera interiore, si manifesta in seguito nell’attività dei due testimoni. Essi riuniscono le testimonianze rese un tempo da Mosè e da Elia, i più grandi profeti d’Israele. La somma dei loro rispettivi ministeri produce impressionanti prodigi. Dio lo permette perché vuole, per mezzo di servitori disprezzati dagli uomini, magnificare la sua gloria durante quel periodo di opposizione generalizzata contro di Lui e contro i santi. Così si realizzerà la profezia di Malachia quando annuncia che sarebbe stato mandato Elia, prima del grande e terribile giorno del Signore (Malachia 4:5). Il Signore Gesù ci fa sapere che l’invio di Giovanni Battista era già un primo compimento di questa profezia (Matteo 17:11-13).

Con parole e miracoli, i due testimoni fanno vedere, sia ai Giudei che alle nazioni, che Dio rimane il “Signore della terra” (v. 4). Essi assomigliano a Elia perché avranno il potere di far scendere fuoco sui loro nemici, chiuderanno il cielo “affinché non cada pioggia”, e alla fine saranno rapiti in cielo. Le loro opere ricordano anche quelle di Mosè, perché trasformeranno l’acqua in sangue e produrranno ogni genere di piaghe.

Elia era il testimone dell’Eterno di fronte a Israele apostata e Mosè moltiplicava le calamità sull’Egitto, figura del mondo che opprime il popolo di Dio. I due testimoni dell’Apocalisse profetizzano sia contro Israele incredulo sia contro le nazioni che occuperanno Gerusalemme definita, a causa dei suoi peccati, “Egitto” e anche “Sodoma, quella città corrotta che fu consumata da Dio (Genesi 19;. Isaia 1:10). Scelta per portare il nome di Dio, questa città in realtà è segnata dal male a tal punto da diventare centro di oppressione e di corruzione.

Notiamo che noi oggi, come discepoli del Signore Gesù, siamo anche i porta parola del cielo nel mondo corrotto, sempre contrario a Dio e spesso oppressore dei santi. A noi il compito di evangelizzare “fino all’estremità della terra” (Atti 1:8), portando gli insegnamenti del Signore nei paesi pagani, ma anche in seno alla cristianità, dove si trovano tanti che si definiscono “cristiani” ma che vivono di fatto lontani da Dio, che si dedicano a mille pratiche vergognose e spesso perseguitato i veri credenti.

C’è tuttavia qualcosa che ci distingue dai due testimoni dell’Apocalisse; a noi non spetta di combattere i nemici né abbiamo il potere e il compito di colpire la terra con delle piaghe. La vendetta, l’ira e il giudizio di Dio si abbatteranno dopo che la Chiesa sarà tolta dalla terra. E’ molto solenne sapere che la pazienza di Dio verso questo mondo ribelle sta per giungere al termine. Coscienti di questo, dobbiamo avere a cuore di rendere la nostra testimonianza nell’umiltà e nella dipendenza dal Signore. Prendiamo esempio dai due profeti che saranno fedeli fino alla fine del loro mandato (v. 7). Sull’esempio del loro Maestro, essi porteranno a termine il loro difficile compito.

 

Una testimonianza riguardante Gesù Cristo

Come abbiamo visto, i due ulivi dell’Apocalisse indicano i testimoni del futuro. Quelli della visione di Zaccaria rappresentavano “i due unti” (Zaccaria 4:14), ossia il regno e il sacerdozio del Messia (raffigurati da Zorobabele, di discendenza reale, e dal sommo sacerdote Giosuè (cap. 3).

La menzione dei “due ulivi” nel brano di Apocalisse 11 suggerisce un messaggio analogo: i due testimoni “profetizzeranno” (v..3) non solo denunciando il peccato, ma annunciando anche la venuta di colui che Dio ha stabilito Re e Sacerdote. La loro testimonianza può riferirsi così alla meravigliosa persona di Cristo perché è a lui che Dio affida le due più gloriose funzioni del suo regno.

Anche la nostra testimonianza deve riferirsi alla persona del Signore. Perché sia così, occorre che Gesù riempia il nostro cuore. Esercitiamo la pietà ed Egli sarà manifestato in noi! “Risvegliati, o tu che dormi – esorta Paolo – e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce” (Efesini 5:14).

Parlare di Gesù Cristo espone il servitore di Dio all’obbrobrio e, sovente, a una forma più o meno aperta di persecuzione. Ma nel futuro, l’opposizione del mondo sarà senza ritegno riguardo ai due profeti. Per questo li vediamo “vestiti di sacco” in segno di lutto (vedi Ester 4:1, Daniele 9:3, Matteo 11:21), addolorati per il prevalere e il diffondersi dell’empietà. “Essi profetizzeranno vestiti di sacco per milleduecentosessanta giorni” (v. 3). La durata della loro prova, quindi, non supererà quella assegnata loro dal ‘Signore della terra’. Dio, che misura l’intensità della loro pena, ha fissato la fine del loro ministero a un tempo preciso, “milleduecentosessanta giorni” (v. 3). Egli agisce pure continuamente verso di noi (1 Corinzi 10:13); il Dio di bontà e di fedeltà non permette che siano tentati oltre le nostre forze (1 Corinzi 10:13).

 

Morte e risurrezione dei due testimoni

I due testimoni, tuttavia, vanno incontro ad una morte violenta. “La bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri giaceranno sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma e Egitto, dove anche il Signore è stato crocifisso” (v.7, 8).

Poco tempo prima di essere crocifisso, il Signore Gesù diceva che “il servo non è più grande del suo signore”; se hanno perseguitato lui perseguiteranno anche noi (Giovanni 15:20). E aggiungeva: “L’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio” (Giovanni 16:2). Quanto si sono avverate queste parole! I martiri cristiani, conosciuti o sconosciuti, riempiono la storia della Chiesa. Nonostante le apparenze, la loro morte fu gloriosa, e ricorda, sebbene in parte, quella del loro Maestro. I due testimoni dell’Apocalisse subiscono una simile sorte. Ancora una volta, Gerusalemme rivela di essere la città che uccide i profeti e lapida quelli che le sono mandati (Matteo 23:37).

Uccisi i due testimoni “gli abitanti della terra”(v. 10) si rallegrano e osservano con gioia i loro cadaveri. Sono orgogliosi del proprio trionfo. Tuttavia la loro illusione scompare quando Dio manifesta ancora una volta la sua potenza, risuscitando quei suoi due servitori.

Indubbiamente, tutta questa vittoria di Satana si ritorce contro di lui. E’ già avvenuto così alla croce. Chi sembrava essere il vincitore quando Gesù rendeva lo spirito? La gioia malvagia degli uccisori di Cristo per la loro apparente vittoria, svanì ben presto, quando la risurrezione del Signore dimostrò che la sua morte era la sconfitta del diavolo e dei suoi servi (Colossesi 2:15). La sua vittoria costituisce, inoltre, una garanzia formale della risurrezione dei credenti addormentati in Cristo e così pure di quella dei due testimoni che salgono in cielo sotto gli occhi dei loro nemici.

“In quell’ora ci fu un gran terremoto e la decima parte della città crollò”. I superstiti, forzatamente, “diedero gloria al Dio del cielo” (v. 13), ma non manifestano nessun pentimento.

Questo terremoto contrasta con quello che seguì la morte del Signore. Entrambi manifestano la potenza divina, ma il primo non è stato causa di morte né dolore; si sono aperti dei sepolcri e sono risuscitati numerosi santi (Matteo 27: 52, 53). La vita è la sublime risposta data da Dio ai credenti, nel momento in cui l’uomo aveva appena commesso l’affronto più terribile contro di Lui, crocifiggendo il suo Figlio. Sapesse oggi l’umanità approfittare di questa grazia così preziosa!

 

Le due bestie di Apocalisse 13

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