La gloria del Figlio dell’uomo

(Ebrei 2:5-18)

 di H. Smith

Dopo aver rivendicato l’autorità della Parola di Dio e averci messi in guardia dal disprezzarla, l’autore della lettera agli Ebrei, mette ora davanti a noi le glorie meravigliose di Cristo. Ne ha già parlato prima, considerandolo nella sua veste di Figlio di Dio superiore agli angeli, a Mosè, ai sommi sacerdoti dell’Antico Patto; e poi manifestatosi in carne. Ma rimanevano da scoprire le sue glorie di Figlio dell’uomo.

v. 5 – La sua gloria come Figlio dell’uomo sarà manifestata “nel mondo futuro” (o mondo “a venire), benché già ora la fede possa vederlo “coronato di gloria e d’onore a motivo della morte che ha sofferto”.

Non sembra che “il mondo futuro” possa essere il cielo, perché non possiamo parlare del cielo come di qualcosa che deve ancora venire.  Siamo noi che lo dobbiamo raggiungere, ma il cielo esiste ed è sempre esistito.
La Scrittura parla di tre mondi:
– il mondo di prima del diluvio, che Pietro chiama “il mondo di allora”;
il mondo attuale, i ” cieli e la terra attuali” (2 Pietro 3:7);
– e, in questo passo, “il mondo futuro”.

“Il mondo futuro” è un’allusione alla terra durante il millennio, un mondo di benedizione che non è mai esistito e non c’è ancora. Questo nuovo mondo di benedizione sarà sottoposto al Figlio dell’uomo e sarà, di conseguenza, lo scenario della manifestazione della sua gloria.
In un certo senso, nel mondo attuale sono gli angeli che esercitano il governo provvidenziale di Dio in favore di quelli che erediteranno la salvezza e che sono in cammino verso la gloria. Nel mondo futuro, invece, gli angeli cederanno il posto al governo del Figlio dell’uomo.

vv. 6-9 – Per presentare questa gloria eccellente di Cristo, l’autore cita il Salmo 8, in cui Davide pone la domanda: “Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?”. La domanda mette in risalto la piccolezza dell’uomo; la risposta, la grandezza di Cristo, il Figlio dell’uomo. Davide, contemplando la luna e le stelle, sente quanto egli stesso, confrontato con la loro immensità, sia insignificante, ed esclama: “Che cos’è l’uomo?”. L’uomo decaduto è in verità molto piccolo; ma l’uomo secondo i consigli di Dio manifestati in Cristo, il Figlio dell’uomo, è molto grande. Guidato dallo Spirito di Dio, l’autore dell’epistola agli Ebrei vede Cristo nel Figlio dell’uomo del Salmo 8 e può dire: “Noi vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù”.
Davide dice: “Hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi”. Lo Spirito di Dio ci fa sapere che si tratta del Signore Gesù che regna sul futuro mondo abitato, e che l’espressione “tutte le cose” indica non solo le cose che sono sulla terra, ma l’intero universo creato ed ogni essere creato, poiché “non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto”.
Davide dice anche: “Tu lo hai fatto di poco inferiore agli angeli”. Lo Spirito dice che è Gesù che è stato fatto “di poco inferiore agli angeli”. In un mondo in cui Dio è stato disonorato, il Figlio dell’uomo lo ha glorificato perfettamente e ha rivendicato il suo carattere di santità. L’uomo subisce la morte come risultato del peccato, il Figlio dell’uomo l’ha subita per tutti, perché la grazia di Dio potesse riversarsi su tutti.

Davide dice ancora: “Lo hai coronato di gloria e d’onore”. Lo Spirito di Dio guida la fede a comprendere che si tratta di “Gesù” e a vedere Lui “coronato di gloria e d’onore”. Dio aveva decretato nel suo consiglio che, nella persona di Cristo, l’uomo sarebbe stato signore di tutto. Colui che ha creato tutto e che sostiene ogni cosa, essendo diventato uomo, sarà il centro e il capo del vasto universo. Questa gloria eclissa la gloria degli angeli: nessun angelo ha, né avrà mai, la posizione di dominazione universale che Cristo avrà.
Ci sono così poste davanti le glorie passate, presenti e future del Figlio dell’uomo. Nel passato ha gustato la morte per tutti; nel presente è coronato di gloria e d’onore; nel futuro gli sarà sottoposto tutto l’universo.

v. 10 – I versetti da 5 a 9 hanno sviluppato le glorie di Cristo in rapporto con il mondo futuro. A partire dal versetto 10 e fino alla fine del capitolo, scopriamo un’altra gloria di Cristo in rapporto coi numerosi figli che sono condotti alla gloria.

La citazione del Salmo 45 nel primo capitolo ci ha già detto che il proposito di Dio è che Cristo abbia dei compagni per condividere la sua gloria futura. La fine di questo capitolo parla di tali compagni come essendo “figli”. Inoltre, veniamo a conoscere tutto quello che Cristo ha  sopportato per liberare i suoi fratelli dalla morte, dal diavolo e dal peccato, ed anche quale sia il suo servizio che Egli svolge attualmente per soccorrerli e sostenerli mentre li guida alla gloria.
Ma se molti figli devono essere condotti alla gloria, essi devono rispondere al carattere di santità di Dio. Così leggiamo che “conveniva per lui” – per Dio – “a causa del quale e per mezzo del quale sono tutte le cose”, che Cristo non solo patisse la morte, ma, per poter essere il Capo dei suoi, che entrasse nelle loro circostanze, nelle loro sofferenze e che, da quelle sofferenze, fosse reso perfetto. Sempre perfetto nella sua persona, Cristo è stato reso completamente in grado di prendere la posizione di Capo dei suoi per guidarli attraverso il deserto con tutte le sofferenze che questo implica. Diventa così il “Capo della loro salvezza”, uno che può salvarli da ogni pericolo nel tragitto verso il cielo.

v. 11 – A partire dal versetto 11, scopriamo i risultati benedetti che derivano per i credenti dal fatto che Cristo è entrato nella loro posizione, ha portato le conseguenze di questa posizione e, in essa, ha mantenuto la gloria di Dio.
In primo luogo, colui che santifica (Cristo) e quelli che sono santificati (i credenti) sono visti tutti come provenienti da uno, il Padre. Questa magnifica espressione sembra indicare che Cristo, entrato nella nostra situazione e portatene le conseguenze, ci ha introdotti nella sua stessa posizione davanti a Dio, come uomo; e che Lui e i suoi – Colui che santifica e quelli che sono santificati – sono visti come provenienti tutti da Uno, tanto che non si vergogna di chiamarli “fratelli”.

Dai Vangeli sappiamo che Cristo ha chiamato “fratelli” i suoi discepoli (Giovanni 20:17). Il Signore era il solo ad essere in relazione con Dio come Padre suo. Mai, nel suo cammino, lo sentiamo rivolgersi a Dio chiamandolo “Dio mio”, ma sempre “Padre mio”. Soltanto sulla croce, quando è stato fatto peccato, Egli dice “mio Dio”.  Noi siamo introdotti nella relazione di Figli non dall’incarnazione del Figlio, ma dalla redenzione. Pertanto è solo dopo la sua risurrezione che il Signore può dire: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”, e può parlare dei suoi discepoli come  dei suoi “fratelli”.

v.v. 12-13 – Ci sono date tre citazioni dell’Antico Testamento per indicare in quale modo benedetto Colui che santifica associa a Sé quelli che sono santificati.
Nel Salmo 22:22, il Signore risuscitato dichiara: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode”. Qui, il Signore si identifica coi suoi fratelli per annunciare il nome del Padre e per guidare la lode dei suoi al Padre. Quanto era stato predetto nel Salmo 22 trova la sua espressione in Giovanni 20 ed è esposto in Ebrei 2.
In Isaia 8:17 leggiamo: “In Lui ripongo la mia speranza”. Prendendo la posizione di un uomo, il Signore s’identifica coi suoi nell’unico modo di vivere che si addice all’uomo, vale a dire in una totale dipendenza da Dio. In Isaia 8:18: “Eccomi con i figli che l’Eterno mi ha dati”. Qui vediamo nuovamente l’identificazione di Cristo con “gli eccellenti della terra”; non con gli uomini in generale, ma con i figli che Dio gli ha dati.

v.v. 14, 15 – I versetti 12 e 13 hanno fatto vedere in che modo benedetto Cristo ci ha identificati con Sé nella sua posizione davanti a Dio. Ora dobbiamo imparare un’altra verità: che il Signore Gesù si è identificato con noi quando si è fatto responsabile davanti a Dio dei nostri peccati. Se i figli partecipano al sangue ed alla carne, anch’Egli vi ha partecipato. Quando questi erano sotto il potere della morte e del diavolo, Egli, avendo preso la carne e il sangue, è entrato nella morte per rendere impotente il diavolo che ne deteneva il potere, e liberare tutti quelli che, per timore della morte, erano, durante tutta la loro vita, assoggettati alla schiavitù.
Il diavolo sa che il salario del peccato è la morte e non perde l’occasione di servirsi di questa solenne verità per mantenere il peccatore, durante tutta la sua vita, nel timore della morte e delle sue conseguenze. Il Signore, su cui la morte non ha alcun diritto, entra nella morte e subisce il castigo della morte che spettava a noi, togliendo al diavolo il suo potere di terrorizzare col pensiero della morte. Forse dovremo passare per la morte, non però come castigo del peccato che porta al giudizio di Dio, ma soltanto come qualcosa che ci libera da tutte le sofferenze e ci introduce in una pienezza di benedizioni.

v.v.16-18 – Non è per soccorrere gli angeli che il Signore è venuto, ma per prendere in mano la causa della progenie di Abramo. Così si è fatto uomo ed è entrato pienamente nella nostra “posizione”, ma non nel nostro “stato”. Qui, per la prima volta nell’epistola, sentiamo parlare della sua opera di grazia verso noi come misericordioso e fedele sommo sacerdote. Per poter esercitare questo servizio, dovette, con la sua vita d’umiliazione e di prove, entrare in tutte le nostre difficoltà e tentazioni. Poi, terminata la sua vita di perfezione, entrò nella morte per fare propiziazione dei nostri peccati, perché potessero essere perdonati.
Compiuta questa grande opera, Egli ora può, dalla posizione che occupa in gloria, esercitare la sua grazia sacerdotale e, in misericordia e in fedeltà, soccorrere quelli che sono tentati, perché ha Egli stesso sofferto, essendo tentato.
La sofferenza risulta dalla lotta che occorre sostenere per non soccombere alla tentazione. Se cediamo, la carne non soffre; anzi, si compiace nella tentazione, trovando il proprio piacere nella cosa da cui è tentata. Gode per un tempo le delizie del peccato, ma, per questo peccato, alla fine dovrà soffrire. Il Signore è stato tentato solo per far risaltare la sua perfezione, Lui che, neppure per un istante, è stato visto soccombere alla tentazione. Questo gli ha procurato sofferenza. Nel deserto ha sofferto la fame piuttosto che cedere al suggerimento del diavolo. E così è in grado di soccorrere i suoi e di renderli capaci di tenere fermo di fronte alla tentazione. Con un cuore traboccante di tenerezza, il Signore entra nelle nostre tentazioni, soccorrendoci con misericordia e fedeltà. A noi capita troppo spesso di manifestare misericordia e comprensione ma a spese della fedeltà, o di agire con fedeltà a spese della misericordia. Ma Lui, nella perfezione del suo cammino, può manifestare la misericordia senza compromettere la fedeltà e la giustizia.

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