La storia di Mefiboset

di P. E. Fuzier

La storia di Mefiboset illustra in modo straordinario la grazia di Dio verso l’uomo miserabile, ed è  stata spesso utilizzata per annunciare il Vangelo.  In essa troviamo prima di tutto la bontà di Dio in favore dell’uomo e, in seguito, la risposta di un cuore attaccato al Signore nel tempo in cui Egli è rifiutato dal mondo.

Mefiboset oggetto della bontà di Davide (2 Samuele 9)

Figlio di Gionatan, Mefiboset aveva 5 anni al momento della sconfitta che costò la vita a Saul e ai suoi figli, fra i quali suo padre. In quell’occasione, era stato portato via precipitosamente dalla sua balia, ma nella fretta della fuga era caduto e aveva riportato un grave trauma ad entrambi i piedi, rimanendo zoppo per tutto il resto della vita (2 Samuele 4:4).

Mefiboset rappresenta la condizione dell’uomo nella suo miserabile stato di peccato.

Dio però vegliava su Mefiboset, che trovò rifugio a Lodeba in casa di Machir, figlio di Ammiel, un uomo fedele che in seguito accoglierà Davide in fuga da Absalom (2 Samuele 9: 4; 17:27). Il nostro Dio “è il Salvatore (o meglio Preservatore) di tutti gli uomini, soprattutto dei credenti” (1 Timoteo 4:10). Le Sue cure “preservano” il peccatore, che potrà udire la parola di salvezza, e “proteggono” i credenti attraverso le difficoltà della vita.

Davide, successivamente liberato dalla persecuzione e stabilito sul suo trono a Gerusalemme, pensa alla casa di Saul e chiede se non fosse rimasto in vita qualcuno della sua famiglia, nonostante che Saul fosse stato un suo accanito nemico che aveva più volte attentato alla sua vita: in questo possiamo vedere l’amore del Signore Gesù che ha voluto estendere la Sua grazia a coloro che non ne avevano alcun diritto, a noi che, per natura, eravamo lontani da Dio e Suoi nemici.

Nulla, in Mefiboset, avrebbe potuto indurlo a cercare Davide: la sua menomazione gli ricordava il giorno in cui suo nonno Saul era stato punito per la sua incredulità, e questo lo rendeva incapace di fare un solo passo per avvicinarsi alla presenza del re (2 Samuele 5:8).

La gloria di Davide non avrebbe potuto risplendere pienamente se non avesse avuto l’occasione di manifestare “l’amore di Dio” (v. 3). Davide si ricorda del suo amico Gionatan, anche se questi aveva seguito suo padre Saul fino al campo di battaglia di Ghilboa; ma Davide si ricorda del patto che avevano stretto insieme (1 Samuele 20:8, 16; 23:18) e, fedele alla parola data e alla promessa fatta, vuole usare misericordia verso quel superstite del casato di Saul.

La fedeltà di Dio è un soggetto che arricchisce molto la nostra anima. Dio ha creato l’uomo e lo ha posto in condizioni tali che manifestavano il Suo desiderio di benedirlo. La disubbidienza, la rivolta, la diffusione del peccato nel mondo avrebbero pienamente giustificato Dio se non avesse voluto più avere a che fare con l’uomo (Isaia 2:22). Invece, pur pronunciando una sentenza di condanna, Dio ha mantenuto, e mantiene, i Suoi progetti di benedire la Sua creatura. Dio è fedele a Se stesso, ai propri pensieri e alle proprie decisioni. Queste benedizioni, legate alla gloria di Cristo, non hanno altra ragione d’essere se non nella Sua stessa bontà, bontà che può manifestarsi perché la Sua giustizia e la Sua santità sono state soddisfatte alla croce.

Mefiboset viene dunque condotto al cospetto di Davide. Siba, servo della casa di Saul, aveva parlato di un generico “figlio di Gionatan, storpio dai piedi”, ma Davide lo chiama per nome, stabilendo così un legame stretto con lui. Così fa la grazia di Dio che dice “ti ho chiamato per nome; tu sei mio!” (Isaia 43:1); la grazia di Colui che “chiama le proprie pecore per nome” (Giovanni 10:3). Mefiboset riconosce la sua condizione e il fatto di non avere alcun diritto da far valere. Ma la risposta di Davide testimonia invece la ferma decisione di fargli del bene. Davide offre la pace a Mefiboset, insieme all’impegno a benedirlo in ricordo del patto stretto con suo padre Gionatan. “Io non mancherò di trattarti con bontà”, gli dice. Questa affermazione mette al riparo Mefiboset dal castigo che avrebbe in seguito colpito i discendenti di Saul (2 Samuele 21:7).

Davide dà a Mefiboset i beni che erano appartenuti a Saul e gli offre un posto alla propria tavola (v. 7). Quest’ultima benedizione, ripetuta ai v. 10 e 11, sottolinea la relazione con Davide nella quale Mefiboset si è venuto a trovare e la dignità che gli viene così conferita: mangerà alla mensa del re, “come uno dei figli del re”!

In queste espressioni vediamo la nostra situazione: noi godiamo la pace con Dio, siamo arricchiti di “ogni benedizione spirituale” in Cristo, introdotti nella relazione di figli, rivestiti della dignità di coloro che possono stare alla presenza del Signore e godere della Sua comunione.

In quanto a se stesso, Mefiboset restava “storpio dai piedi”. Se avesse cercato di camminare avrebbe manifestato la propria infermità; ma fin tanto che fosse rimasto nella casa del re e seduto alla sua tavola, questa non si sarebbe vista. Così tutti i nostri sforzi per renderci degni della benedizione e del favore di Dio non potranno far altro che manifestare la nostra totale incapacità. Troviamo la pace solo quando godiamo serenamente di ciò che la grazia ci ha donato.

La conoscenza e il godimento delle nostre benedizioni in Cristo e di tutto ciò che da Lui ci deriva sono essenziali per la nostra pace. Esse saranno completamente nostre nell’eternità.

Purtroppo, siamo in un mondo che ha rifiutato Cristo, che gli si è rivoltato contro, e il nostro attaccamento a Lui è messo alla prova. Come risponderemo, in questo mondo nemico, alla grazia e all’amore di Dio?

 

Mefiboset oggetto dell’ingiustizia di Siba (2 Samuele 16:1-4)

A causa della ribellione di Absalom, figlio di Davide, Davide è costretto a fuggire da Gerusalemme. È l’occasione per manifestare lo stato dei cuori: o per Davide o contro di lui. Se Dio permette che la rivolta dell’uomo contro Cristo si manifesti con tanto accanimento nel tempo della Sua assenza (cfr 2 Tessalonicesi 2:7) è anche per mettere in evidenza lo stato del nostro cuore.

Siba, servo di Mefiboset, si affretta a schierarsi dalla parte di Davide e gli fornisce delle provviste utilizzando i beni del suo padrone; però, nel rapporto che fa al re, attribuisce a Mefiboset dei sentimenti completamente falsi. Siba disse a Davide che Mefiboset era rimasto a Gerusalemme e che aveva detto: “Oggi la casa d’Israele mi renderà il regno di mio padre”. Era una vile menzogna.

Davide, qui, manca di discernimento e non assomiglia certo al Signore Gesù. La falsa testimonianza di Siba era così priva di fondamento che Davide avrebbe dovuto accorgersene. Come ha potuto credere che Absalom, e il popolo che lo aveva appoggiato per compiere quel colpo di stato, avrebbero poi affidato il regno al nipote di Saul?

Siba, dunque, per farsi valere a spese di Mefiboset, inganna e calunnia il suo padrone (2 Samuele 19:26, 27).

In questo triste racconto c’è una seria messa in guardia per noi. Pur essendo dei credenti, dei servitori del Signore, siamo sempre esposti al rischio di far valere la nostra persona a danno degli altri, magari dando giudizi frettolosi, leggeri e spesso critici. È pericoloso pretendere di leggere nei pensieri degli altri per conoscere i moventi delle loro azioni. I giudizi che esprimiamo in questo modo manifestano la nostra poca intelligenza spirituale e la nostra mancanza di spirito di grazia, e fanno torto a coloro che giudichiamo, a quelli che ci ascoltano e a noi stessi. Che il Signore ce ne guardi, e che dia a ciascuno di noi di saper stimare i fratelli “superiori” a noi stessi (Filippesi 2:3, 4) piuttosto che giudicare sulla base delle nostre sensazioni!

 

Mefiboset messo alla prova (2 Samuele 19:14-30)

Dopo la morte di Absalom, quando Davide tornò a Gerusalemme, Mefiboset scese incontro al re. “Egli non si era pulito i piedi, non aveva curato la barba né aveva lavato le sue vesti dal giorno in cui il re era partito fino a quello in cui tornava in pace”. Non porta nulla con sé, ma la sua persona e il suo atteggiamento mostravano quello che l’assenza del re aveva significato per lui. Può il Signore vedere, nella nostra vita, sentimenti simili? Davide chiese a Mefiboset: “Perché non venisti con me?” La domanda del re indagava il cuore e in questo vediamo qualcosa del modo di agire del Signore. Egli conosce e valuta ogni cosa in modo perfetto. Se ci pone delle domande, è per mettere in evidenza quel che c’è nei nostri cuori, e ciò che la grazia ha prodotto in noi.

La grazia di cui Mefiboset era stato fatto oggetto non era stata vana: aveva prodotto in lui del frutto, un attaccamento personale e profondo verso Davide. Questo è ciò che il Signore desidera trovare in noi: un attaccamento alla Sua persona che sia una risposta a ciò che la Sua grazia ha fatto per noi, e il frutto di quello che la grazia ha prodotto in noi.

Mefiboset chiarisce a Davide i propri sentimenti, la decisione che aveva preso di seguirlo e l’inganno di Siba, suo servo. E dice: “Si prenda pure egli ogni cosa, poiché il mio signore è tornato in pace a casa sua”. Notiamo che la questione del suo posto alla tavola del re non è sollevata: quella parte gli era stata data una volta in nome “dell’amore di Dio” e non poteva in alcun modo essere messa in discussione (v. 28). Ciò che brilla, qui, è il suo apprezzamento per la persona del re. I campi di Saul potevano forse ricordare le ricchezze passate, ma non potevano attirare il suo cuore: ciò che importava, per lui, più che tutte quelle ricchezze, era la persona del re.

Ricordiamoci le parole di Paolo: “Ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore,… allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze” (Filippesi 3:7, 8, 10)

Che il Signore ci aiuti ad apprezzare di più la grazia meravigliosa di cui siamo stati fatti oggetto, quella grazia che ha fatto sì che “nel giorno del giudizio abbiamo fiducia” (1 Giovanni 4:17)! Che ci aiuti a realizzare davvero, in un mondo che si oppone sempre più apertamente a Lui, i sentimenti di coloro che lo aspettano e che sono preparati per il giorno della Sua gloria!

 

 

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