di E. A. Bremicker
I capitoli 23 e 24 del libro di Giosuè ci riportano l’ultimo discorso di un anziano servitore di Dio, poco prima di uscire di scena. È un appello toccante rivolto al popolo di Israele in quel periodo ed è allo stesso tempo una sfida per tutti noi che apparteniamo al Signore Gesù e vogliamo seguirlo oggi. Se leggiamo i brani con attenzione, ci vengono in mente le ultime parole rivolte da Paolo agli anziani di Efeso in Atti 20.
Tra i molti altri aspetti importanti che riguardano principalmente la grazia di Dio o la nostra responsabilità, vorrei solo sottolineare tre punti fondamentali che si trovano nel capitolo 23.
Obbedienza
Il primo punto è l’obbedienza. Si trova nel versetto 6 del capitolo 23: “Applicatevi dunque risolutamente a osservare e a mettere in pratica tutto quel che è scritto nel libro della legge di Mosè, senza sviarvene né a destra né a sinistra”.
Noi, come cristiani, non siamo più sotto la legge di Mosè, ma ci è stata data l’intera Parola di Dio (la Bibbia). È una meravigliosa benedizione che il grande Dio scenda nelle nostre stesse circostanze per farci conoscere la sua volontà. Dovremmo essere “ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale” (Colossesi 1:9). Ma ricordiamo che una cosa è conoscere la volontà di Dio e un’altra cosa è amare la sua parola e metterla in pratica. Entrambe le cose sono essenziali e imperative.
Giosuè ci esorta a osservare (custodire) e a mettere in pratica la volontà di Dio, così come la troviamo manifestata nella sua Parola. Difficilmente saremo fedeli nell’osservare la Parola di Dio, se non la consideriamo importante. E possiamo praticare qualcosa solo se prima di tutto sappiamo cosa praticare. Questo ci mostra l’estrema importanza della Parola di Dio nella nostra vita (personale e collettiva). Giacomo ci dice di non essere solo “uditori” della Parola, ma “facitori”, e aggiunge che chi ascolta soltanto e non mette in pratica ciò che ascolta inganna se stesso. Mettere in pratica la Parola di Dio è obbedienza. La Parola di Dio dà istruzioni pratiche per le nostre diverse situazioni quotidiane, siano esse di vita privata (personale), familiare, professionale o sociale. La semplice domanda che rimane è se obbediamo o meno.
Giosuè aggiunge che il popolo di Dio non deve assolutamente allontanarsi, né a destra, né a sinistra. Questo significa che non ci è permesso né aggiungere qualcosa alla Parola di Dio (la nostra opinione, le nostre tradizioni, le regole non scritte fatte da noi) né togliere qualcosa (ad esempio, cose che non ci piacciono molto o che consideriamo non più attuali). Il pericolo è sempre una sfida continua. Dobbiamo quindi prestare attenzione a custodire e a praticare tutta la Parola di Dio.
Perseveranza
Il secondo punto è la perseveranza. Questo punto è espresso nel versetto 8: “ma tenetevi stretti al SIGNORE, che è il vostro Dio, come avete fatto fino a oggi”. Tenersi stretti a qualcuno significa aggrapparsi a lui e non lasciarlo andare. Nel linguaggio del Nuovo Testamento, è assimilabile a dedizione, devozione e impegno verso il Signore Gesù. Un esempio lampante si trova in Atti 11, quando Barnaba giunge ad Antiochia e vede l’opera della grazia divina nei credenti relativamente giovani nella fede, provenienti dal mondo pagano. Al versetto 23 leggiamo: “Quando egli giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò e li esortò tutti ad attenersi al Signore con cuore risoluto”.
Per essere perseveranti è necessario un “cuore risoluto”. È il proponimento che aveva Daniele quando da giovane arrivò a Babilonia e non volle farsi influenzare da tutte le cose strane che vide in quella città peccaminosa e piena di idolatria. Uno scopo (un’intenzione) ha normalmente a che fare con la nostra testa. Ma qui si dice che è un proponimento del cuore. Aderire al Signore ha sì a che fare con la nostra volontà, ma molto di più con il nostro cuore (il centro della nostra volontà). È vero che il cuore è il centro delle nostre decisioni. Da esso scaturiscono “le sorgenti della vita” (Proverbi 4:23). Ma non si tratta solo di questo. Il nostro cuore parla anche dei nostri affetti. E questo ci riporta alle tre espressioni che ho usato, ossia dedizione, devozione e impegno. È con la “testa” e con il “cuore”. La nostra comprensione non è mai esclusa, ma la perseveranza include sempre anche i nostri affetti.
Notiamo solo brevemente che siamo esortati a rimanere con “il SIGNORE”. Non si tratta solo di “Gesù”, ma del “Signore”. Continuare a stare con “Gesù” (come nostro Salvatore) è relativamente facile. Ma aderire a un Signore la cui signoria è ampiamente rifiutata e ignorata, con ciò che implica questa parola, (compreso il mondo cristiano) è molto più impegnativo. Ma è esattamente ciò che dovremmo fare.
Amore
Il terzo punto è l’amore. Possiamo facilmente vedere che il versetto 11 parla di questo: “Vegliate dunque attentamente su voi stessi, per amare il SIGNORE, il vostro Dio”. Giosuè sottolinea la responsabilità personale che abbiamo e l’importanza di amare il nostro Signore Gesù. È vero che ci piace essere occupati dall’amore divino nei nostri confronti. Il fatto che siamo “amati” (amati dal Padre e dal Figlio) è davvero qualcosa che supera ogni comprensione e immaginazione umana. Ma la Bibbia parla, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, del nostro amore per Dio e per il Signore Gesù. Davide lo mise “nero su bianco” un giorno quando fece quella meravigliosa dichiarazione d’amore: “Io ti amo, o SIGNORE, mia forza!” (Salmo 18:1). Pietro, dopo che il Signore Gesù stesso gli aveva chiesto se lo amava, parla più di una volta del suo amore per il Signore Gesù e nella sua prima epistola scrive: “Benché non lo abbiate visto, voi lo amate” (1 Pietro 1:8). Esiste qualcuno tra i figli di Dio che non ami Dio Padre e il Signore Gesù?
Ora, cosa significa amare il Signore? Significa semplicemente parlare o cantare del nostro amore per Lui e lodarlo? È una confessione che facciamo in preghiera? Tutto questo non è escluso, ma non è il punto principale. Amare qualcuno non significa innanzitutto raccontarlo, ma molto di più dimostrarlo. Amare veramente qualcuno, significa amare per vivere la comunione con lui e per essere a sua disposizione ogni volta che è necessario, per offrire il proprio servizio. Quando Dio ci ha amati, ha dimostrato il suo amore donandoci il suo amato Figlio. Nel suo amore divino non lo ha risparmiato. Quando il Signore Gesù ci ha amato, ha dato se stesso per noi. Se amiamo davvero il nostro Signore, questo si vedrà in ciò che facciamo. L’apostolo Giovanni dice: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità” (1 Giovanni 3:18). Amare il Signore Gesù ha a che fare con il nostro servizio per Lui. Egli stesso ne è l’esempio perfetto. Quando era sulla terra dichiarò: “ma così avviene, affinché il mondo conosca che amo il Padre e opero come il Padre mi ha ordinato…” (Giovanni 14:31). Il vero amore si dimostra con l’obbedienza. E questo ci riporta al nostro primo punto. L’obbedienza cristiana nel suo vero carattere è motivata dall’amore. Questo è il livello più alto di obbedienza.
Che tutti noi possiamo essere incoraggiati e motivati dalla chiamata di Giosuè ad obbedire, ad aggrapparci al Signore e ad amarlo!
Tradotto e adattato da http://www.biblecentre.org