di G. André
Abramo aveva già percorso un lungo tratto di strada da Ur a Caran. Suo padre Tera, che non aveva ricevuto personalmente la chiamata di Dio, ne aveva assunto la guida (11:31). Restarono così a Caran fino alla morte del padre, dopo di che Dio fece entrare Abramo in Canaan, accompagnato dalla moglie e dal nipote Lot.
Questo fu un altro lungo viaggio che Abramo intraprese per fede: “Per fede Abramo, essendo chiamato, ubbidì per andarsene in un luogo… senza sapere dove andava” (Ebrei 11:8).
Che delusione all’arrivo in Canaan! “I Cananei erano nel paese”. Così Abramo si spostò a Sichem e a Bethel, dove finalmente si sistemò; e qui edificò il suo primo altare all’Eterno e invocò il suo nome (Genesi l2:8).
Dall’inizio della nostra vita anche noi seguiamo il nostro cammino, tappa per tappa: prima in famiglia, poi a scuola; ancora un tratto e c’è l’università o il lavoro. Il ragazzo o la ragazza diventano indipendenti, in grado di guadagnarsi da vivere. Ed è in questo periodo che di solito, almeno per la maggior parte dei credenti, avviene la conversione.
Nelle loro tappe hanno via via imparato a conoscere il Signore. Hanno avuto un sostegno soprattutto dai genitori, specialmente se credenti, ma hanno anche visto come il Signore li ha aiutati nei momenti difficili, di insicurezza o di paura. Ora la responsabilità diventa più personale e la fede è messa alla prova.
Per Abramo ci fu prima la carestia. Che fare? Confidare in Dio perché provveda, oppure scendere in Egitto? Sarà solo un “soggiorno” di breve durata (v. 10), ma non si scende in Egitto senza portarne le conseguenze. La stessa cosa è per noi. L’Egitto raffigura il mondo, e ad andare nel mondo non c’è mai nulla da guadagnare. Abramo poi, con egoismo, espone sua moglie a un grave pericolo e la costringe a fare una terribile esperienza. Occorre tutta la grazia di Dio per ricondurlo nel giusto cammino, fino al luogo “dove da principio c’era stata la sua tenda, tra Betel ed Ai, al luogo dov’era l’altare che egli aveva fatto prima; e lì Abramo invocò il nome del Signore” (13:1-4).
Le conseguenze del suo soggiorno in Egitto si fanno presto sentire. L’Egitto è piaciuto a Lot e la sua concupiscenza è attirata ora dalla pianura di Sodoma, “tutta irrigata fino a Soar, come il giardino del Signore, come il paese d’Egitto” (v. 10). Le sue tappe lo porteranno prima nei dintorni della città, i cui abitanti “erano perversi e grandi peccatori contro il Signore”, e dopo poco nella città stessa.
Quanto ad Abramo, la sua serva egiziana Agar sarà nella sua famiglia un motivo di turbamento.
Dopo la separazione da Lot, l’Eterno appare al patriarca per dirgli: “Alza ora gli occhi e guarda…Tutto il paese che vedi lo darò a te e alla tua discendenza, per sempre”. La promessa sarà ripetuta a parecchie riprese, ma soltanto la fede poteva accoglierla, in quanto Abramo non aveva discendenza. Proseguendo “nelle sue tappe” Abramo leva le tende e va ad abitare presso le querce di Mamre, vicino ad Ebron, dove di nuovo costruisce un altare all’Eterno, il terzo.
Dall’esperienza umiliante dell’Egitto, Abramo è riabilitato. Lot avrebbe potuto esserlo anche lui, dopo la sconfitta dei re, se fosse ritornato sul monte con lo zio (Gen. 14) invece di tornare a Sodoma; ma purtroppo torna a Sodoma.
Alla fine del combattimento in cui Abramo è vincitore, il re di Sodoma gli si fa incontro e gli dice: “Dammi le persone (o le anime); i beni prendili per te” (14:21). Che prova per la fede del patriarca!
E’ quello che capita a volte al giovane padre di famiglia, davanti al quale si apre una carriera promettente, ma che richiederà molto lavoro, impegni, viaggi, che lo porteranno a trascurare la sua famiglia e l’assemblea. Il mondo dice: Dammi le anime, dammi tua moglie e i tuoi figli; i beni prendili per te. Quale sarà la scelta?
Abramo, uomo di fede, rifiuta i beni del re di Sodoma; Lot invece li accetta. Alla fine, Abramo sarà benedetto in tutti i modi, ma il nipote perderà tutto, la moglie, i beni, i generi. Sodoma aveva conquistato le figlie, che sono rimaste influenzate dalla corruzione e dalle perversioni degli abitanti di quella città.
Solo nella sua tenda, Abramo si tormenta durante la notte: “Dio, Signore, che mi darai? Poiché io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco” (15:2). Ma l’Eterno, che gli appare per la quarta volta, gli dice di nuovo: “Guarda”… ma questa volta non gli fa vedere il paese ma il cielo; “Conta le stelle, se le puoi contare… Così sarà la tua discendenza” (15:5). Il patriarca esce dalla sua tenda e ancora una volta, in quella notte stellata, “credette al Signore che gli contò questo come giustizia” (v. 6). Dio conferma poi il suo patto nella cerimonia misteriosa della notte seguente: “Io do alla tua discendenza questo paese” (v. 18).
Ed ecco una nuova tappa. Abramo ascolta il consiglio di Sara e si unisce ad Agar, la serva egiziana (l6:3). Il figlio Ismaele che nascerà sarà una spina nel fianco per lui e per Sara. Tristi conseguenze di una mancanza di fede (2l:l0)!
Da ormai undici anni Abramo era nel paese di Canaan dove, di tappa in tappa, aveva fatto l’esperienza sia della propria fede talvolta vacillante, sia della costante grazia di Dio. Dopo la nascita di Ismaele trascorrono tredici anni che la Parola passa sotto silenzio. Ma alla fine l’Eterno rinnova la sua promessa (cap. 17 e 18). Questa volta la fede di Abramo è più salda, molto più di quella di Sara che ride dentro di sé e dice: “Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri? Anche il mio signore è vecchio…” (18:12).
Pare che non ci fosse una grande relazione fra lei e suo marito. L’Eterno gli deve dire: “Dov’è tua moglie?” (v. l8-9). “Nella sua tenda”, risponde Abramo con una certa indifferenza. Messa alla prova, Sara ride. Tuttavia, secondo Ebrei 11:11, si compie in lei un’opera dello Spirito di Dio: “Per la fede ricevette forza di concepire”.
Abramo aveva interceduto per Lot; eppure, poco dopo, una nuova “tappa” lo porta al “paese del mezzodì” dove, pensando solo a se stesso, ricade nell’errore già commesso in Egitto di dire che Sara era sua sorella. Abramo deve così confessare l’accordo di menzogna fatto con sua moglie quando era iniziato il lungo viaggio (20:13).
Finalmente Dio può dare il figlio tanto desiderato (21:1-2). Ma le tappe del ritorno a Mamre sono lente: “Molto tempo nel paese dei Filistei” (21:34), poi Ber-Sceba (22:19) e infine Ebron (23:2)!
Ismaele e sua madre se ne sono andati. Isacco cresce accanto ai suoi genitori. “Dopo queste cose avvenne che Dio provò Abrahamo” (22:1). Dio gli chiede di sacrificargli suo figlio, il suo unico, colui che ama; Abramo non lo rifiuta, ritenendo che Dio è potente anche da far risuscitare dai morti; “e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione” (Ebrei 11:19). Allora è rinnovata la promessa, non solo alle discendenze di Abramo, come se fossero molte, ma alla sua discendenza “che è Cristo” (Gal. 3:16), da cui sgorgherà la benedizione per “tutte le nazioni della terra” (Genesi 22:18).
Poi Sara muore e Isacco rimane solo con suo padre, “vecchio, d’età avanzata” (24:1). Nuova prova, nuova “tappa”. Ci sono “le figlie dei Cananei”; indubbiamente molte di loro desidererebbero sposare l’erede… Ma Dio interviene e il servo di Abramo può dire: “Il Signore mi ha messo sulla via… Mi ha guidato per la giusta via” (v. 27 e 48). Alla domanda dei suoi famigliari, Rebecca risponde con decisione: “Sì, andrò” (v. 58).
Isacco non è stato dato ad una Cananea, ma ad una figlia della famiglia della fede che egli ha potuto “amare” e così consolarsi della morte di sua madre (v. 67).
Dio risponde alla fede e sa dare “quella (o quello) che Egli ha destinato”, se si fa realmente affidamento su di Lui.
Il lungo pellegrinaggio arriva alla fine; ecco l’ultima tappa. La spelonca di Macpela, che riceve le spoglie mortali del patriarca, in attesa del giorno della risurrezione.
Ma cosa rimane al termine di una vita contrassegnata, nelle sue varie tappe, dagli alti e dai bassi di un uomo di fede, se non il ricordo della misericordia di Dio?