di F. B. Hole
Malachia 4 – Apocalisse 22:6-21
Per oltre quattro secoli, dal profeta Malachia fino alla venuta di Cristo, Dio non ha più parlato al Suo popolo. Dopo questo lungo silenzio, Dio l’ha rivelato per mezzo del Suo Figlio ciò che ancora doveva essere fatto conoscere. Nell’Antico Testamento, per mezzo di Mosè e dei profeti, Dio aveva portato a conoscenza del popolo d’Israele le Sue sante esigenze e anche i Suoi giudizi in caso di disubbidienza; nel Nuovo Testamento troviamo la piena rivelazione della grazia e della salvezza per mezzo del sacrificio di Cristo, e del giudizio che colpirà quelli che l’avranno rifiutato.
La venuta del Signore
Possiamo notare che sia il Vecchio che il Nuovo Testamento fanno menzione della venuta del Signore Gesù: in Malachia è “il sole della giustizia” e in Apocalisse “la stella lucente del mattino”. Quando sorgerà come sole, “la guarigione sarà nelle sue ali” (Malachia 4:2). La luce del sole ha un effetto benefico e quando il Signore verrà nella Sua gloria porterà la guarigione a quelli che temono il Suo nome (v. 2); ma per i malvagi quel giorno sarà “ardente come una fornace” (v. 1). Vi sono regioni, ad esempio la Mesopotamia, dove il sole può dare un tale calore da diventare insopportabile. Così, quando Gesù Cristo verrà come sole della giustizia, sarà una fornace ardente per i malvagi, che verranno bruciati come paglia, mentre per i santi sarà la guarigione. In quel giorno, Dio traccerà una netta linea di demarcazione tra quelli che temono il Suo nome e quelli che non lo temono.
Anche in Apocalisse 22 è parlato, benché sotto un altro aspetto, della venuta del Signore, e la linea di demarcazione tra i giusti e gli ingiusti è ugualmente tracciata in modo rigoroso, particolarmente nel v. 11.
La Parola di Dio
Un’altra caratteristica propria di questi due ultimi messaggi è la grande enfasi posta sulla Parola di Dio. In Malachia leggiamo “Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo, al quale io diedi sull’Oreb, leggi e precetti, per tutto Israele” (Malachia 4:4). In quell’epoca c’erano alcuni che temevano l’Eterno, pensavano al Suo nome e si parlavano l’un l’altro (3:16). Era su di loro che Dio dirigeva lo sguardo. In Malachia troviamo anche le ultime istruzioni rivolte al residuo pio, fino a che “l’Aurora dall’alto” (Luca 1:78) non li avrebbe visitati. In sostanza il profeta dice: Ricordatevi di tutta la Legge e non solo di una parte; non omettetene nessun particolare; pensate anche a quello che essa è per chiunque appartiene al popolo di Dio. Il suo messaggio potrebbe essere riassunto così: tutta la Parola di Dio per tutto il popolo di Dio.
In Palestina, al tempo di Malachia, Israele era un popolo incompleto, fragile e umiliato; si trattava dei nipoti e dei pronipoti di quelli che erano rientrati nel paese, dopo la cattività di Babilonia, sotto Zorobabele, Esdra, Neemia ed altri conduttori suscitati da Dio. Questo residuo pio avrebbe potuto dire: “non è necessario che ci atteniamo a tutta la Legge; non abbiamo bisogno di prendere a cuore tutti i punti”. Ma il profeta dice: “No, osservate la Parola così come Dio ve l’ha data, in tutti i suoi dettagli. Essa vi dà la luce per comprendere il pensiero di Dio e vi traccia la via da percorrere, anche se la maggior parte della vostra nazione è ancora dispersa nei paesi in cui è stata deportata”.
Desidererei fare un parallelo tra il tempo attuale e quello di allora. Dai giorni degli apostoli hanno avuto luogo nel mondo enormi cambiamenti; ma il Nuovo Testamento, così come l’Antico, non è cambiato. C’è sempre tutta la Parola di Dio per tutti i figli di Dio. Poiché io sono un figlio di Dio, la sua Parola ha autorità su di me. Vogliamo forse adattare questa Parola alle condizioni e allo spirito del nostro tempo, allargare su un punto e stringere su un altro? Non abbiamo il diritto di adattare la Parola di Dio al modo di pensare della nostra epoca; non possiamo supporre che Dio, dando la Sua rivelazione e il Suo insegnamento per mezzo degli apostoli, non sapesse esattamente come si sarebbe svolta la storia della Chiesa nel corso dei secoli. L’apostolo Paolo dice: “Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore” (1 Corinzi 14:37). Questo vale oggi per ognuno di noi tanto quanto valeva per i credenti di un tempo.
Anche in Apocalisse 22 è sottolineata l’importanza della Parola di Dio: “Beato chi custodisce la parola della profezia di questo libro” (v. 7). Qui, l’ingiunzione riguarda il libro dell’Apocalisse, ma possiamo con ragione estenderla a tutto il Nuovo Testamento e, di conseguenza, a tutta la Scrittura.
Che meravigliose rivelazioni abbiamo! Non come quelle che un tempo Dio aveva fatto, quando aveva dato la sua Legge per mettere alla prova l’uomo e fargli capire la sua natura peccatrice e la sua miseria, ma comunicazioni che ci spiegano ciò che Egli ha fatto per mezzo di Cristo.
Siamo “beati” se “serbiamo” queste parole. Ma come serbarle? L’unico mezzo per farlo è ubbidire alla Parola, metterla in pratica. Si possono memorizzare molti principi ed accumulare molte conoscenze bibliche nella propria mente, ma in realtà non si possiede niente fino a che non se ne è fatta l’esperienza pratica. Il Signore stesso ha detto: “Beati… quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Luca 11:28).
Ma il v. 7 dell’ultimo capitolo dell’Apocalisse non è l’unica allusione alle parole di Dio. Questo libro e le sue profezie sono menzionati anche nei v. 10, 18 e 19. Dio veglia sulle Sue parole, e sottolinea l’importanza di serbarle nella loro integrità e nella loro forza.
Il Signore Gesù in persona
Se l’ultimo messaggio di Malachia presenta il Messia come “sole della giustizia” (Malachia 4:2) che deve sorgere in tutto il suo splendore, in Apocalisse è “la lucente stella del mattino” (22:16), il precursore del giorno che viene. Nel v. 16 non si presenta con un linguaggio simbolico, ma personalmente: “Io, Gesù”. E’ un appello particolare per i nostri cuori.
E’ sorprendente che, nell’ultimo capitolo di Malachia, Mosè ed Elia siano nominati in relazione col sole della giustizia e che questi due uomini siano anche stati con Gesù sul monte della trasfigurazione. Lì Pietro aveva commesso l’errore di metterli quasi al livello del Maestro. Essi erano soltanto dei servitori di Dio che avevano svolto il loro compito, ognuno nel suo tempo e nella sua generazione, mentre Gesù era il Figlio di Dio, sceso dalla Sua dimora celeste ed eterna per venire in questo mondo a compiere il progetto di salvezza di Dio. Nessuno può essergli paragonato.
In Apocalisse c’è la conclusione delle comunicazioni divine. Mosè ed Elia sono scomparsi. Pietro, Paolo e tutti i grandi nomi di tutte le epoche non sono più. Rimane soltanto “Io, Gesù” nella Sua bellezza e nella Sua gloria. Egli viene, e viene “presto” (cioè “rapidamente”). Infatti, alla Sua venuta tutto si svolgerà “in un momento, in un batter d’occhio” (1 Corinzi 15:52), tutto sarà rapido come la luce del lampo (Matteo 24:27), e si concluderà trionfalmente.
Quando i credenti saranno dal Signore introdotti nella gloria del Padre, tutti volgeranno lo sguardo su di Lui. Nessuno avrà motivo di gloriarsi; e come potrebbero, dopo tutte le mancanze che avranno offuscato il loro cammino sulla terra? Ogni abitante del cielo avrà gli occhi fissi su Gesù e gli darà gloria. Così, aspettandolo, diciamogli con tutto il cuore: “Amen! Vieni, Signore Gesù” (v. 20).
Le ultime parole di Malachia parlano di “sterminio”, mentre le ultime di Apocalisse sono: “La grazia del Signore Gesù sia con tutti” (v. 21). La maledizione della Legge è stata annullata nella manifestazione della grazia di Dio per mezzo dell’opera di Cristo!
Che la grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti noi, mentre, in attesa del Suo ritorno, attraversiamo afflizioni, difficoltà e combattimenti, tipici del “deserto” che attraversiamo. Possa essa proteggere il nostro spirito, formare i nostri cuori e i nostri pensieri, e manifestarsi nella nostra vita! Ne ha bisogno tutta la Chiesa di Dio, ne ha bisogno ogni piccolo gruppo di credenti, ne ha bisogno ogni singolo credente.