Sacrifici insufficienti

di J. A. Monard

Sacrifici di animali

I sacrifici occupano un posto importante nell’Antico Testamento. La loro istituzione formale e dettagliata si trova soprattutto nel libro del Levitico, diretta al popolo di Israele; ma già nel libro della Genesi vediamo i patriarchi offrire a Dio olocausti e sacrifici.

Il loro valore risiedeva:

– dal lato di Dio, nel fatto che erano figure dettagliate del sacrificio di Cristo alla croce;
– dal lato dell’uomo, nell’insegnamento che fornivano circa la gravità del peccato agli occhi di Dio e alla necessità di un’espiazione.

Dio li apprezzava per il fatto che raffiguravano il sacrificio di Cristo che avrebbe avuto luogo in seguito e sulla base del quale già poteva perdonare i peccati. L’Israelita pio accettava per fede il mezzo che Dio aveva dato per regolare la questione dei peccati. Ci troviamo nel periodo dei “peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza” (Romani 3:25), nell’attesa della venuta di Cristo, “agnello senza difetto né macchia… designato prima della creazione del mondo… manifestato negli ultimi tempi” (1 Pietro 1:19-20).

In tutte le epoche l’uomo si è sempre accontentato di una religione di forme. La storia di Israele ci mostra che il compimento dei doveri religiosi esteriori – come i digiuni o i sacrifici – poteva andare di pari passo con un cuore lontano da Dio. Considereremo insieme qualche versetto che pone questo in evidenza e ci mette in guardia contro un pericolo al quale anche noi siamo esposti.

 

Come sacrificio offri a Dio il ringraziamento” (Salmo 50:14)

Nei primi versetti del Salmo, Dio è presentato come colui che è pronto a “giudicare”, cioè a pronunciarsi sullo stato morale di quelli che hanno fatto un patto con Lui (v. 4-6). Non ha rimproveri da fare circa i sacrifici e gli olocausti che gli sono stati offerti, anzi dice: “Mi stanno sempre davanti” (v. 8). Gli animali sono Suoi e non c’è bisogno che gli vengano offerti. Dio non mangia la loro carne né beve il loro sangue (v. 10-13). Tuttavia è scritto “offri a Dio il ringraziamento” (v. 14). Dio apprezza ciò che sgorga dal cuore, l’espressione della riconoscenza. Alla fine del Salmo è detto “chi mi offre come sacrificio il ringraziamento, mi glorifica” (v. 23).

Al v. 16 Dio si rivolge con severità a colui il cui stato di cuore non corrisponde alla giuste parole che la bocca pronuncia. Dice al malvagio: “Perché vai elencando le mie leggi e hai sempre sulle labbra il mio patto, tu che detesti la disciplina e ti getti dietro alle spalle le mie parole?” Ma è ancora possibile pentirsi: “Capite questo, voi che dimenticate Dio, perché io non vi laceri e nessuno vi liberi.” (v. 22).

 

Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto” (Salmo 51:17)

Durante la sua vita, Davide non si è mai sottratto dall’offrire sacrifici all’Eterno (vedere 1 Samuele 6:13-9; 24:22-25; 1 Cronache 16:37-40; 29:20-22).

Nel Salmo 51 egli esprime la convinzione dell’inutilità dei sacrifici se questi non sono associati a un adeguato stato del cuore davanti a Dio. Davide ha scritto il Salmo dopo aver incontrato il profeta Natan, a seguito del fatto di Bat-Seba. Egli aveva peccato gravemente e la parola del profeta aveva risvegliato la sua coscienza profondamente assopita (2 Samuele 12). Avendo aperto gli occhi sulla realtà del suo peccato, si rende conto che l’offesa fatta a Dio era ancora più grave di quella fatta agli uomini, per quanto già fosse grande. “Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò che è male agli occhi tuoi”, dice (v. 4). Poi fa questa notevole dichiarazione: “Tu infatti non desideri sacrifici, altrimenti li offrirei, né gradisci olocausto. Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato” (v. 16-17).

I sacrifici per il peccato, offerti secondo la legge, potevano essere graditi a Dio (v. 19) solo dopo una reale confessione dell’errore commesso e un sincero giudizio portato su se stessi.

Nell’epoca in cui viviamo, quella del cristianesimo, i sacrifici giudaici sono totalmente messi da parte, perché quello di Cristo, compiuto una volta per sempre, ha soddisfatto totalmente le esigenze della giustizia divina; ma il messaggio che Davide ci dà con questo Salmo conserva tutta la sua forza.

 

Lo stato di Israele al tempo di Isaia

Tutta la storia di Israele, dall’entrata in Canaan sino alla deportazione a Babilonia, è la storia del totale fallimento morale dell’uomo. Persino circondato da privilegi particolari, dalle cure della grazia di Dio e della Sua disciplina paziente, l’uomo mostra inevitabilmente il suo stato di perdizione.

Isaia si rivolge ad un popolo che si avvicinava Dio con la bocca, che lo onorava con le labbra, ma il cui cuore era lontano da Lui (29:13). Il libro si apre, al capitolo 1, con severi rimproveri. “«Che m’importa dei vostri numerosi sacrifici?» dice il SIGNORE; «io sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di bestie ingrassate; il sangue dei tori, degli agnelli e dei capri, io non lo gradisco»” (v. 11 – vedere anche i seguenti). L’Eterno è stanco di sopportare gli atti esteriori della religione – convocazioni, feste solenni, offerte, incenso, preghiere – senza una realtà interiore: “Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene”(16, 17). Eppure, anche in questa situazione, Dio offre la Sua salvezza e la Sua grazia: “«Poi venite, e discutiamo», dice il SIGNORE: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana»” (v. 18).

 

Lo stato di Israele al tempo di Geremia

Un centinaio d’anni più tardi, poco prima della distruzione di Gerusalemme per mano del re di Babilonia, l’Eterno afferma ancora una volta, per bocca di Geremia, l’inutilità dei sacrifici. “Poiché io non parlai ai vostri padri e non diedi loro alcun comandamento, quando li feci uscire dal paese d’Egitto, circa olocausti e sacrifici; ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce; sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; camminate in tutte le vie che io vi prescrivo affinché siate felici” (7:22-23). Dio chiede al Suo popolo che lo ascolti e cammini secondo i Suoi comandamenti. Solo così potrà benedirlo.

 

Una prima conclusione (Michea 6:6-8)

Con che cosa verrò in presenza del Signore e mi inchinerò davanti al Dio eccelso? Verrò in sua presenza con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni, le miriadi di fiumi d’olio?” (v. 6-7). Come i passi che abbiamo appena visto, Michea conferma che i sacrifici di animali o altre prescrizioni cerimoniali della legge non potevano soddisfare Dio.

Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?”(v. 7). Il profeta evoca un’espiazione dei peccati commessi, ma nulla e nessuno poteva essere sacrificato al posto del peccatore. Il vero sostituto, Gesù Cristo – di cui tutti i sacrifici sono una figura – non era ancora stato rivelato.

O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?” (v. 8). E’ una dichiarazione notevole, che riassume in tre punti ciò che Dio chiede all’uomo: la giustizia, la bontà e un cammino con Lui nel rispetto della Sua autorità. Se si esaminano i vari comandamenti e prescrizioni della legge, si può constatare che un gran numero di essi ha come fondamento questi tre principi che sono, potremmo dire, l’essenza della legge.

Il profeta ci porta a constatare ancora una volta – e questo è valido in ogni tempo – che Dio non si accontenta di forme religiose o di cerimonie, ma vuole la realtà,  quella del cuore e quella del comportamento.

 

Un solo sacrificio, sufficiente e perfetto

Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture” (1 Corinzi 15:3). “Ora, una volta sola, alla fine dei secoli, è stato manifestato per annullare il peccato con il suo sacrificio” (Ebrei 9:26).

La Lettera agli Ebrei ci dice che la legge possedeva “solo un’ombra dei beni futuri” (10:1). Il cap. 10 mostra una serie di sacrifici che avevano luogo una volta in Israele, nel “giorno delle espiazioni”, il decimo giorno del settimo mese (Levitico 16). Essi costituivano la base delle relazioni del popolo con l’Eterno, e sono da distinguere da quelli che doveva offrire la persona che aveva peccato (Levitico 4 e 5). Ma quei sacrifici, che dovevano essere ripetuti, rinnovavano “ogni anno il ricordo dei peccati” (v. 3), e non potevano “rendere perfetti coloro che si avvicinano a Dio” (v. 1) “perché è impossibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati.” (v. 4).

Lo scrittore della Lettera cita con insistenza un passo del Salmo 40 mostrando che si applica alla venuta di Cristo quaggiù. “Ecco perché Cristo, entrando nel mondo, disse: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta ma mi hai preparato un corpo; non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, vengo” (nel rotolo del libro è scritto di me) “per fare, o Dio, la tua volontà”»… In virtù di questa «volontà» noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre” (v. 5-10). “Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati.” (v. 14).

Questi versetti ci pongono davanti l’immenso cambiamento che si è prodotto con la venuta di Cristo nel mondo. In modo molto conciso, l’autore descrive ciò che Dio ha fatto: ha abolito “il primo per stabilire il secondo” (v. 9).

Riassunto e conclusione

Grazie ad alcuni passi dell’Antico Testamento abbiamo compreso che, come principio generale, un culto fatto di atti materiali e visibili non ha valore agli occhi di Dio se non corrisponde a ciò che si trova nel cuore di coloro che si avvicinano a Lui.

Quanto ai peccati dell’uomo, la giustizia di Dio non può essere soddisfatta che dalla morte di una vittima espiatoria. Gli animali offerti un tempo avevano provvisoriamente del valore perché prefiguravano il sacrificio unico di Cristo “che offrì sé stesso puro di ogni colpa” (Ebrei 9:14).

I peccati necessitano, oggi come allora, di una sincera confessione. Il sacrificio perfetto di Cristo, il cui valore è infinito, non ci dispensa dall’obbligo di riconoscere umilmente il nostro stato di peccato davanti a Dio. E’ solo così che possiamo realizzare una vera comunione con Lui. Che la consapevolezza del prezzo che Gesù ha pagato per espiare le nostre colpe ci renda sensibili alla gravità del peccato e seri riguardo a qualsiasi nostra mancanza!

Rimane vero che in ogni tempo Dio si aspetta che i Suoi pratichino la giustizia, amino la misericordia e camminino umilmente con Lui, per riprendere le espressioni del profeta Michea. Con la nostra forza non ne saremmo capaci; abbiamo però delle risorse che solo gli Israeliti pii e fedeli in parte conoscevano come speranza di ciò che il Messia avrebbe portato: un cuore nuovo (Ezechiele 36:26) e la legge di Dio scritta nei cuori (Geremia 31:33; Ebrei 10:16). Noi credenti in Cristo possediamo una vita nuova (Giovanni 5:24), una natura nuova che desidera fare la volontà di Dio (1 Giovanni 5:3). In noi abita lo Spirito Santo, la cui potenza ci conduce, se camminiamo con Dio, a fare ciò che a Lui piace “affinché il comandamento della legge” sia “adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito.” (Romani 8:4).

Edizioni Il Messaggero Cristiano

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