di Philippe Calame
L’apostolo Paolo esorta gli Efesini a camminare, o a comportarsi, con amore (5:2), come figli di luce (5:8), con diligenza (5:15), non più come i pagani (4:17). In altri passi della Scrittura troviamo che il cristiano è chiamato a camminare, e persino a correre, ad esempio in Ebrei 12:1-2: “Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, riguardando a Gesù“.
All’inizio del cap. 4 dell’epistola agli Efesini, siamo invitati a camminare in modo degno della chiamata che ci è stata rivolta. Paolo, guidato dallo Spirito Santo, ha dedicato tre capitoli per parlarci dei pensieri di Dio riguardo alla nostra chiamata (eletti in Cristo prima della fondazione del mondo, predestinati), e alla nostra posizione (resi graditi in Cristo, seduti nei luoghi celesti in Cristo). Ci ha fatto scoprire il mistero della Chiesa che gli è stato rivelato, il cui compito è di far conoscere ai principati e alle autorità nei luoghi celesti, la sapienza così varia di Dio, e di rendergli gloria in Cristo Gesù, per tutte le generazioni nei secoli dei secoli.
Dopo aver messo in evidenza la meravigliosa grazia di Dio e le conseguenze dell’opera di Cristo – perfettamente compiuta con la piena soddisfazione di Dio, perché fu “risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre” (Romani 6:4) – siamo esortati a camminare “in novità di vita”. Non è detto: Quando avrete camminato come voglio io, vi darò quello di cui avete bisogno per essere felici. Il Padre nostro ha spiegato davanti a noi l’amore che era nel suo cuore e sembra dirci per mezzo dell’apostolo: Figlio mio, ora mi conosci, non hai niente da temere, vivi la tua vita nella pace e glorificami! E questo riempie i nostri cuori di riconoscenza e di adorazione.
Il v. 2 del cap. 4 descrive qualche carattere di questa vita: l’umiltà, la dolcezza e la longanimità, frutti dello Spirito manifestati dalla nuova natura. Anche il Signore Gesù manifestò gli stessi caratteri durante la sua vita sulla terra. Contemplando il suo cammino, saremo in grado di comprendere la rinuncia a sé stessi che questo cammino implica. Leggiamo gli Evangeli in cui ci è presentato il Modello divino e imitiamolo (1 Pietro 2:21).
Viene poi un’esortazione collettiva e reciproca: “Sopportandovi gli uni gli altri con amore“. Non è detto che i nostri fratelli devono sopportarci, ma che dobbiamo sopportarci gli uni gli altri con amore, dovendo essere l’amore il movente e la base delle nostre relazioni fraterne (1 Cor. 13:1-7).
Nella vita dell’assemblea facciamo molta fatica a mettere in pratica quest’esortazione, perché ci sono importanti differenze fra noi, sotto molti aspetti. Non è certo il peccato che Dio ci chiede di sopportare nei nostri fratelli, perché Dio ha in orrore il peccato (Esodo 34:7); comunque, di fronte al peccato di un nostro fratello, non dobbiamo mai assumere il ruolo di accusatori o di giudici, ma quello di sacerdoti.
Ma cosa dobbiamo sopportare gli uni negli altri?
- Ci sono prima di tutto il carattere e la personalità. Ognuno di noi ha una mente diversa, un’intelligenza diversa, reazioni diverse. Ciascuno di noi forma un’entità a sé, per cui il mio fratello non è me, e io non sono mio fratello. Pietro aveva un carattere impulsivo che emerge a più riprese nei vangeli, mentre Giovanni manifesta, per lo meno alla fine, un carattere più posato, più riservato (Giovanni 21:7, 8).
- Poi c’è la condizione sociale. Abbiamo imparato ad essere contenti nelle circostanze in cui ci troviamo? (Filippesi 4:11). Se non dobbiamo desiderare le ricchezze, tuttavia Dio può concedercele; in tal caso dobbiamo essere ricchi in buone opere, pronti a dare, in modo da accumulare “un tesoro ben fondato per l’avvenire” (1 Timoteo 6:9, 10, 17, 19). Se invece siamo poveri, ci aiuti il Signore a non invidiare chi ha più di noi. Dio fa le cose per bene, ci ama e non ci abbandona mai. Il Signore Gesù in Matteo 6:25-34 prende ad esempio gli uccelli del cielo che sono nutriti da Dio, e i gigli, che Dio veste come nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, era vestito. “Il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più”. Giacomo dice pure: “Il fratello d’umile condizione sia fiero della sua elevazione” (1:9).
- Dobbiamo a volte anche sopportare la diversità di abitudini e di modi di fare che cambiano secondo la cultura delle regioni e dei Paesi di provenienza.
- Poi c’è chi conosce il Signore da più tempo, chi da meno tempo, e c’è un diverso grado di spiritualità e di conoscenza. L’apostolo Giovanni nella sua prima Epistola scrive ai padri, ai ragazzi e ai bambini.
I padri hanno la conoscenza di Colui che è dal principio (1 Giovanni 2:13), godono della comunione con Gesù Cristo; lo Spirito Santo comunica loro i pensieri di Dio e camminano in Cristo, “radicati ed edificati in Lui e confermati nella fede”, come scrive Paolo ai Colossesi (2:7). Essi tendono “allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Efesini 4:13).
I ragazzi hanno conosciuto il Padre (1 Giovanni 2:13-14). Essendo nati di nuovo hanno ricevuto lo Spirito d’adozione per il quale gridano “Abba, Padre!”. Lo Spirito stesso rende loro testimonianza che sono “figli di Dio” (Romani 8:16), ma non hanno ancora “esperienza della parola della giustizia” (Ebrei 5:13) e possono essere sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina (Efesini 4:14). I genitori sanno quanto devono aiutare i loro figli, perché sono incoscienti dei pericoli.
In funzione della nostra età spirituale possiamo anche affrontare la difficoltà in modo diverso, pur avendo tutti lo scopo di glorificare il Signore Gesù. Anche questo occorre sopportare nei nostri fratelli.
Non si può dire a un giovane convertito: Ora che appartieni al Signore devi fare questo e non quello; è molto meglio parlargli di Colui a cui ora appartiene, presentandogli con amore la Parola di Dio alla quale imparerà a sottomettersi, e sopportare in lui, forse per qualche tempo, dei modi di fare che non consentiremmo più a noi stessi. Il Signore farà vedere col tempo ad ognuno dei suoi quello che deve abbandonare e quello che deve perseguire. Aiutiamo i giovani a ricercare il pensiero del Signore nella sua Parola, e non mettiamoli come sotto una legge, senza coinvolgere il loro cuore!
Giovani fratelli, giovani sorelle, forse non capirete sempre quelli che sono più anziani; ma ricordatevi di Roboamo che trascurò il consiglio degli anziani per seguire quello dei “giovani che erano cresciuti con lui”. Che tristi conseguenze per il popolo! (1 Re 12). Noi dobbiamo essere sottomessi “gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Efesini 5:21).
- La Parola cita i deboli e i forti, in particolare in Romani 14. Non è questione di un diverso grado di “pietà” o di “spiritualità, ma dei limiti che ci auto-imponiamo nell’usufruire della libertà che il Signore ci ha dato. Nel capitolo 14 si tratta di certi tipi di carne che i cristiani usciti dal giudaismo non osavano mangiare a causa delle limitazioni che la legge di Mosè imponeva. Ai giorni nostri ci sono ancora molte questioni di coscienza da regolare davanti al Signore. L’insegnamento dell’apostolo è il seguente: ognuno deve essere convinto nella propria mente di quello che fa (Romani14:5). Noi non abbiamo il diritto di dubitare che un fratello non agisca “per il Signore” (Romani 14:6). Per questo Paolo dice al v. 14: “Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in se stesso; però, se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura”.
I deboli non giudichino i forti e i forti non disprezzino i deboli poiché davanti al tribunale di Cristo ciascuno dovrà rendere conto di se stesso e non del fratello (v. 10). “Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un’occasione di caduta” (v. 13).
Oltre a sopportarci gli uni gli altri in questioni di coscienza, al cap. 15 siamo esortati a sopportare le debolezze dei più deboli che, se scoraggiati, potrebbero rinunciare a proseguire il loro cammino verso Gesù Cristo. Occuparsi di queste anime, aiutarle a scaricare il loro peso, non è tempo perso! Il credente così soccorso continuerà a glorificare il suo Signore, e riuscirà ben presto a portare a sua volta le infermità dei suoi fratelli oppressi.
- Vi sono poi le diverse funzioni delle membra del corpo di Cristo, in quanto Il Signore assegna ad ogni credente un servizio particolare. “Vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. Vi è diversità di ministeri ma non v’è che un medesimo Signore” (1 Corinzi 12:4, 5). “Tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole” (v. 11). “Dio ha collocato ciascun membro nel corpo come ha voluto” (v. 18). Ognuno di noi ha una responsabilità e una funzione nel corpo di Cristo da assolvere con fedeltà. Perché essere gelosi del dono affidato al nostro fratello, oppure disprezzare le membra del corpo che sembrano essere più deboli? Dio, nella sua sapienza, ha messo tutte le cose al loro giusto posto “perché le membra avessero la medesima cura le une per le altre” (v. 25).
Il Signore “ha dato gli uni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministerio e dell’edificazione del corpo di Cristo, fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Efesini 4:11-13).
- Vi sono infine le pecore stanche o malate di cui bisogna occuparsi. E’ possibile che nelle loro sofferenze e nelle loro difficoltà, sopportino male i fratelli e le sorelle; hanno quindi bisogno di molte cure e di molta sopportazione.
Ognuno di noi, un giorno, può aver bisogno di sopportazione e di cure! Ci conceda il Signore di essere nel numero di quelli che procurano la pace, guardiamoci da ogni mormorio, sopportiamoci l’un l’altro nell’amore, per poter terminare la corsa alla gloria del Signore il quale, nel suo amore infinito, ci ha concesso l’onore di servirlo nella nostra vita quaggiù.