Un giovane amabile – (vangelo di Marco 10:17-22)

di F. B. Hole

Quel giovane ricco che accorse da Gesù era un capo del popolo (Luca (18:18 ), e aveva delle notevoli qualità morali: era serio, attaccato alla legge di Dio, pieno di rispetto e riconosceva in Gesù un grande rabbino, in grado di indicare agli uomini la via della vita eterna, convinto che questa vita la si potesse ottenere mediante opere umane, fatte in ubbidienza alla legge di Mosè. Evidentemente non aveva nessun’idea della divinità di Gesù, come capiamo dalle parole del Signore al v. 18. Siccome poneva la sua domanda pensando alla legge, il Signore lo rimanda alla legge, particolarmente ai comandamenti riguardanti i doveri verso il prossimo. Il giovane pensava di averli osservati, per lo meno in quello che riguardava le sue azioni. E Gesù, avendolo guardato, lo amò; forse perché era in buona fede quando pretendeva di aver osservato correttamente le cose prescritte dalla legge?

Era una persona veramente notevole, il cui carattere era gradito a Dio. E il Signore non trascura questi tratti gradevoli del suo carattere; li conosce, perché legge nel cuore, e lo guarda con amore. Tuttavia, lo mette alla prova. Gli mancava una cosa ed era la fede, quella che avrebbe afferrato chi era Gesù e che avrebbe condotto il giovane a prendere la sua croce e a seguirlo; la fede che avrebbe preferito un tesoro nel cielo piuttosto che i tesori sulla terra.

Il giovane sperava che il Signore gl’indicasse qualche opera della legge per mezzo della quale poter ereditare la vita eterna; invece gli indica un’opera di fede; e lui, “rattristato per quella parola” se ne va “dolente“. Non avendo la vera fede gli è impossibile manifestare la sua fede con le opere, come dice Giacomo.

Noi pure siamo messi alla prova come quel giovane. In che modo abbiamo risposto? Ahimè! Forse siamo disposti a rinunciare alla nostra pretesa di osservare la legge per avere Cristo, ma quanto poco siamo disposti a rinunciare alla terra per avere il cielo! E se lo facciamo, con quanta difficoltà!

Non è sorprendente che il Signore parli della difficoltà con cui i ricchi entrano nel regno di Dio. Il v. 23 parla di quelli che hanno “delle ricchezze” e il v. 24 di quelli che “confidano nelle ricchezze“. E’ molto difficile avere ricchezze senza confidare in esse. Per natura tendiamo ad aggrapparci alle ricchezze e in generale alle cose della terra. Ma Cristo ci offre la croce e il cielo!

I discepoli, abituati a considerare le ricchezze come un segno del favore di Dio, sono molto stupiti di queste parole. Hanno l’impressione che sfugga loro il terreno di sotto i piedi. In verità è proprio così. E allora chiedono al Signore: “Chi dunque può essere salvato?“. E’ una domanda capitale. Ma il Signore dà una risposta netta: “Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio“. Per gli uomini la salvezza è impossibile, ma Dio può tutto. In altri termini, è come se il Signore dicesse: Se si tratta di sapere quello che l’uomo può fare, nessuno può essere salvato; ma se si tratta di sapere quello che Dio può fare, non c’è nessuno che non possa essere salvato.

Poniamo bene l’accento su questa frase. La salvezza per gli uomini non è solo improbabile, è impossibile. La porta del cielo, per quanto riguarda i nostri sforzi, è completamente chiusa.  Dio però l’ha aperta, per mezzo della morte e della risurrezione del Signore, a tutti quelli che lo accettano come Salvatore. Ed è verso quella fede che salva che il Signore orienta i pensieri dei suoi discepoli.

 

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