di Fuzier P.
Il racconto che troviamo nel capitolo 35 del libro del profeta Geremia si colloca durante il regno di Ioiachim, figlio di Giosia, re di Giuda. Eliachim, figlio di Gioisa, era stato stabilito re al posto di Giosia suo padre dal Faraone Neco, che gli aveva cambiato il nome in Ioiachim. Questo re cominciò a regnare quando aveva venticinque anni e regnò undici anni a Gerusalemme, e “fece ciò che è male agli occhi dell’Eterno, in tutto e per tutto come avevano fatto i suoi padri” (2 Re 23:34,36,37). Fu legato con catene di rame per essere poi deportato a Babilonia dal re Nabucodonosor (2 Cronache 36:5,6). Ma la sua fine fu ancora più triste: fu “sepolto some si seppellisce un asino, trascinato e gettato fuori dalle porte di Gerusalemme” (Geremia 22:18,19 – vedere anche 36:30-31).
È durante questo regno che il profeta Geremia fu mandato dall’Eterno verso la casa dei Recabiti. Recab, discendente di Caleb (1 Cronache 2:50-55) era il padre di Jonadab (2 Re 10:15). Il profeta era stato mandato dai Recabiti per metterli alla prova: “Va’ alla casa dei Recabiti, e parla loro; conducili nella casa dell’Eterno, in una delle camere, e offri loro del vino da bere” (Geremia 35:2). Geremia fece ciò che l’Eterno gli aveva prescritto; radunò tutta la casa dei Recabiti e mise davanti a loro “delle brocche piene di vino e delle coppe” e disse loro: “Bevete del vino” (35:3-5).
Che cosa fecero i Recabiti? Ciò che veniva loro chiesto era all’opposto di ciò che era stato comandato dal loro antenato; così dissero senza la minima esitazione: “Non beviamo vino; perché Gionadab, figlio di Recab, nostro padre, ce l’ha proibito dicendo: Non berrete mai vino, né voi né i vostri figli per sempre”. Quest’ordine era stato dato circa tre secoli prima. Che importa? I Recabiti stimarono che bisognasse conformarsi ad esso e nessuno avrebbe potuto costringerli a disubbidire.
L’ordine di Jonadab verteva su parecchi punti, ciascuno dei quali ha un significato proprio:
- “Non berrete mai vino, né voi né i vostri figli, per sempre“, cioè dovevano manifestare i caratteri del “nazireo” (vedere Numeri 6);
- “Non costruirete case“, realizzando così che erano “stranieri e pellegrini sulla terra” (Ebrei 11:13), veri figli di Abraamo;
- “Non seminerete alcuna semenza“, in altre parole: non v’aspetterete niente da questo mondo;
- “Non pianterete vigne, e non ne possederete nessuna“, vale a dire non coltiverete ciò che vi porterebbe a lasciare il nazireato (v. 6,7).
I Recabiti, con fedeltà, si erano conformati a tutto ciò che era stato loro comandato: “Noi abbiamo ubbidito alla voce di Gionadab, figlio di Recab, nostro padre, in tutto quello che ci ha comandato: non beviamo vino durante tutti i nostri giorni, tanto noi, che le nostre mogli, i nostri figli e le nostre figlie; non costruiamo case per abitarvi, non abbiamo vigna, campo né semente; abitiamo in tende e abbiamo ubbidito e fatto tutto quello che Gionadab, nostro padre, ci ha comandato” (v. 8-10).
Che insegnamento, che esempio per dei figli! Sovente si perde di vista l’esortazione che è loro rivolta: “Figli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori, perché ciò è giusto“. “Onora tuo padre e tua madre” (questo è il primo comandamento con promessa) “affinché tu sia felice e abbia lunga vita sulla terra” (Efesini 6:1-3). Che essi possano imitare l’esempio dei Recabiti; e che noi possiamo ascoltare le parola rivolta da Geremia “agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme”: “Non riceverete voi dunque la lezione, imparando a ubbidire alle mie parole?” dice l’Eterno (v. 12-13). È così che Dio ha voluto servirsi dell’ubbidienza dei Recabiti per parlare al suo popolo, per parlare a noi, ancora oggi.
Dunque, una testimonianza era stata resa in seno al popolo di Dio da un residuo fedele. Ma fu invano.
Rivolgendosi a quel popolo infedele per bocca di Geremia, allora l’Eterno disse loro: “Le parole di Gionadab, figlio di Recab, che comandò ai suoi figli di non bere vino, sono state messe in pratica; ed essi fino ad oggi non hanno bevuto vino, in ubbidienza all’ordine del padre loro; io vi ho parlato, parlato fin dal mattino, e voi non mi avete dato ascolto” (v. 14,15 – vedere anche Geremia 25:3,4,7,8).
Così l’Eterno annuncia il giudizio che sarà eseguito su quel popolo: “Sì, i figli di Gionadab, figlio di Recab, hanno messo in pratica l’ordine del padre loro, ma questo popolo non mi ha ubbidito! Perciò, così parla l’Eterno, Dio degli eserciti, Dio d’Israele: Ecco, io faccio venire su Giuda e su tutti gli abitanti di Gerusalemme tutto il male che ho pronunziato contro di loro, perché ho parlato loro, ed essi non hanno ascoltato; perché li ho chiamati, ed essi non hanno risposto” (v. 16,17 – vedere anche Geremia 25:9-11).
Circa vent’anni dopo, il popolo sarà deportato a Babilonia. E si trattava del popolo a cui erano state fatte delle promesse al tempo di Mosè: “Ora, se tu ubbidisci diligentemente alla voce dell’Eterno, il tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi ti do, l’Eterno, il tuo Dio, ti metterà al di sopra di tutte le nazioni della terra; e tutte queste benedizioni verranno su di te e ci compiranno per te, se darai ascolto alla voce dell’Eterno, il tuo Dio” (Deuteronomio 28:1,2 – vedere tutto il capitolo).
Che contrasto con i figli di Ionadab che “hanno messo in pratica l’ordine del padre loro” e il popolo che “non ha ascoltato”, dice l’Eterno. Dio si serve dell’ubbidienza dei Recabiti per parlare alla coscienza del suo popolo. Peraltro, per bocca di Geremia, c’è una parola d’incoraggiamento, una promessa per la casa dei Recabiti: “Poiché avete ubbidito all’ordine di Gionadab, vostro padre, e avete osservato tutti i suoi precetti e avete osservato tutto quello che egli vi aveva prescritto, così parla l’Eterno degli eserciti, Dio d’Israele: A Gionadab, figlio di Recab, non verranno mai a mancare discendenti che stiano davanti alla mia faccia” (v. 18,19).
Quante esortazioni abbiamo nella Parola che c’invitano in modo pressante ad ascoltare e a mettere in pratica ciò che abbiamo udito:
– Samuele poteva dire: “L’Eterno gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l’ubbidire alla sua voce? No, l’ubbidire è meglio del sacrificio…” (1 Samuele 15:22).
– All’Eterno che gli aveva detto: “Chiedi ciò che vuoi che io ti conceda”, Salomone aveva risposto: “Da’ dunque al tuo re un cuore intelligente (lett. che ascolta – 1 Re 3:5-9).
– Nel libro dei “Proverbi di Salomone”, leggiamo: “Ma chi mi ascolta starà al sicuro, vivrà tranquillo, senza paura di nessun male”, e ancora: “Beato l’uomo che mi ascolta, che veglia ogni giorno alle mie porte, che vigila alle soglie della mia casa!” (Proverbi 1:33; 8:34).
In conclusione ricordiamo le parole del Signore stesso: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica!” (Luca 11:28). Che abbiamo l’ardente desiderio di far parte di questi beati! Che abbiamo a cuore di ascoltare la parola di Dio, non con un orecchio più o meno distratto ma con grande e profonda attenzione. Inoltre, conserviamola, racchiudendola nel cuore per ubbidirle con costanza! “Come potrà il giovane rendere pura la sua via? Badando ad essa mediante la tua parola… Ho conservato la tua parola nel mio cuore, per non peccare contro di te” (Salmo 119:9,11).