di Daniele Calamai
Il salmista si poneva questa domanda e chiedeva al SIGNORE: “purificami da quelli che mi sono occulti” (19:12).
Possiamo porci la stessa domanda e fare al Signore la stessa richiesta, poiché, talvolta, nella nostra vita possono esserci atteggiamenti, comportamenti o parole che dispiacciono al Signore e che rendono cattiva testimonianza. Abbiamo allora bisogno che il Signore intervenga col Suo amore e con quella grazia di cui solo Lui è capace.
Vediamo in breve quattro passi che ci parlano, in figura, di questo intervento che ha per scopo la nostra purificazione.
“Il grano battuto”
“Popolo mio che sei trebbiato come il grano della mia aia, …” (Isaia 21:10).
Il grano non può essere trasformato in farina se non dopo essere stato liberato dalla “pula” che lo racchiude. È per questo che deve subire l’operazione della “trebbiatura”. Questa operazione deve essere fatta con molta delicatezza e con cura. Se viene usata troppa violenza i chicchi di grano potrebbero rompersi, se, al contrario, viene fatta debolmente i chicchi rischiano di non essere sbarazzati dalla pula che li ricopre.
Questo versetto esprime una tenerezza particolare: è Dio stesso che parla del SUO popolo come del grano della SUA aia.
Siamo Suoi e su un terreno particolare su cui può esercitare la Sua disciplina per togliere dalla nostra vita di credenti tutto ciò che potrebbe impedire un vero cammino di fede e testimonianza.
Questa “trebbiatura” può, al momento, essere causa di tristezza, è vero, ma essa produce uno smisurato peso eterno di gloria (2 Corinzi 4:17). Essa è per un tempo (1 Pietro 1:6), ma è consolante che procede direttamente da Dio che porta a compimento i Suoi disegni con grande sapienza (Isaia 28:28-29).
Forse noi faticheremo un po’ ad accettare lo spogliamento che questa “trebbiatura” opera su di noi, a vedere distrutte le cose alle quali si attacca il cuore del vecchio uomo, ed alle quali teniamo in modo particolare. Ma come il grano per essere utilizzato deve sbarazzarsi della pula che lo ricopre, così il credente deve sbarazzarsi del proprio io.
“Il vino travasato”
“Moab era tranquillo fin dalla sua giovinezza, riposava come vino sulla sua feccia, non è stato travasato da vaso a vaso , … Perciò ecco, i giorni vengono, dice il SIGNORE in cui io gli manderò dei travasatori che lo travaseranno” (Geremia 48:11/12).
In questi versetti abbiamo una profezia riguardante Moab dalla quale possiamo trarre dei seri avvertimenti per noi stessi, perché spesso manifestiamo gli stessi caratteri di questo popolo.
Pensiamo a quanto siamo stati “tranquilli fin dalla nostra giovinezza”. Quanto numerosi, purtroppo, sono i credenti, spesso giovani, che hanno seguito più per tradizione che per convinzione interiore, il cammino insegnato dai genitori o da quei credenti che li hanno evangelizzati. Molti non sono stati esercitati riguardo ai peccati, alla vecchia natura e, sotto la copertura di un conformismo ingannatore, non hanno né il “sapore” né il “profumo” che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni vero credente. Hanno così manifestato la tiepidezza di Laodicea caratterizzata dalla sonnolenza e dall’orgoglio spirituale (Apocalisse 3:17).
Ma il Signore fa risuonare un solenne appello: “tutti quelli che amo io li riprendo e li castigo” (Apocalisse 3:19).
È allora che Egli invia i suoi travasatori, che lo sbarazzeranno da tutte le impurità per far si che questo vino possa, terminata quest’operazione, esalare il suo profumo di un vino nuovo, puro e delicato.
Anche questo lavoro è spesso lungo, delicato e talvolta doloroso, ma necessario, affinché la nostra volontà sia rotta, il nostro orgoglio umiliato e la nostra pretesa sapienza ridotta a niente.
Tale fu l’esperienza di Giobbe che osava dichiarare: “ho preso a difendere la mia giustizia e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni” (Giobbe 27:6), “io sono puro, senza peccato; sono innocente, non c’è iniquità in me” (Giobbe 33:9).
“La focaccia rivoltata”
“Efraim si mescola coi popoli, Efraim è una focaccia non rivoltata” (Osea 7:8).
Questo passo ci descrive lo stato morale d’Israele che si è alleato con potenze straniere (l’Egitto e l’Assiria) e non si era pentito. Questa figura è molto istruttiva anche per noi credenti.
Una focaccia che non è stata rivoltata sul fuoco da entrambe le parti risulterà cotta solo da una parte non sarà né appetibile, né nutriente.
Un credente che si associa al mondo comportandosi spesso come gli increduli è molto simile a questa focaccia non rivoltata: cotta solo da un lato.
Avrà due facce di consistenza e di aspetto diverso e per questo non si sentirà a suo agio, né in compagnia di credenti spirituali, né il quella di uomini del mondo dediti alle loro concupiscenze.
E quale testimonianza potrà rendere per il Signore se s’identifica in parte con questo mondo, lasciando spazio al Nemico delle nostre anime?
Come Mosè dobbiamo lasciare definitivamente l’Egitto, il luogo nel quale siamo nati, senza temere la collera del Faraone che si lancerà al nostro inseguimento, ma che non potrà nuocerci, perché sarà sommerso dalle acque del mar Rosso. Colui che si converte lascia il mondo ed il suo principe indietro, per entrare nel deserto dove farà l’esperienza delle cure del Signore in vista di giungere nel cielo.
Se il nostro cuore è diviso e se ciò che ricerchiamo è rimanere nel deserto o ritornare in Egitto, Dio dovrà “rivoltare la focaccia” per liberarci da questi legami in modo da essere condotti all’obbedienza della Sua volontà (1 Giovanni 2:15-17).
Un fratello diceva: “se noi possediamo qualcosa del mondo è qualcosa che Satana ci ha venduto e dev’essere bruciato”.
“Il tralcio mondato”
“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo pota affinché ne dia di più” (Giovanni 15:1-2).
Le cure della disciplina paterna sono la parte di quei tralci che portano frutto, affinché ne portino di più. Che conforto per “il tralcio” sapere che il Vignaiolo si occupa di lui allo scopo di renderlo ancora più fruttifero.
Questo frutto è lo stesso che “la vera vite”, il Signore, ha portato perfettamente durante la Sua vita terrena Lui che poteva dire: “il mio cibo è di fare la volontà di Colui che Mi ha mandato” e “perché faccio sempre le cose che Gli piacciono” (Giovanni 4:34 – 8:29).
Dunque, lo scopo del Vignaiolo è quello di far manifestare nel tralcio ciò che è vero della Vite, di far sì che il credente mostri in questo mondo le perfezioni di Cristo per portare “molto frutto” alla gloria di Dio (Filippesi 1:11).
Se per raggiungere lo scopo dovrà togliere ciò che non va bene nella nostra vita possiamo essere certi che lo farà nel Suo amore attraverso quella disciplina piena di grazia che raggiungerà lo scopo.
Unico modo perché lo scopo sia raggiunto, occorre che il credente dimori nel Signore ed il Signore in Lui (Giovanni 4:4-5). La disciplina del Padre ha per scopo di farci rimanere nella comunione col Signore, affinché il frutto non sia solo abbondante, ma rimanga (Giovanni 15:16).
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All’inizio di questa meditazione avevamo chiesto al Signore di correggere i nostri errori. Lasciamoci dunque,
- come grano battuto, spogliare del nostro io,
- come vino travasato, sbarazzarci dalla “feccia” del vecchio uomo,
- come una focaccia rivoltata, lasciamo che il calore del fuoco consumi i legami col mondo,
- come un tralcio, lasciamoci mondare dal Padre per riflettere maggiormente le perfezioni di Cristo in questo mondo.
Accettiamo, in sottomissione alla Sua volontà, la Sua disciplina per ricevere con gioia tutte le benedizioni che ha in serbo per noi.