Come Dio opera

di J. A. Monard

 

 In tutta la Bibbia possiamo vedere Dio all’opera. Dopo i sei giorni della creazione, Dio si era “riposato”; il suo riposo esprimeva soddisfazione per l’opera delle sue mani che Egli stesso definisce “molto buona”. Ma il peccato è entrato nel mondo, con tutte le sue funeste conseguenze, e il Signore Gesù ha potuto dire: “Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero” (Giovanni 5:17). E’ l’attività dell’amore, in un creato che anela alla liberazione.

L’opera di Dio, come ce la presentano le Scritture, ha parecchi aspetti. Qui vogliamo parlare della sua opera in noi che gli apparteniamo.

 

L’immensità della sua potenza verso noi che crediamo

Nella Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo parla della “ricchezza della gloria della sua eredità e, verso noi che crediamo, dell’”immensità della sua potenza” (1:19, 20). La potenza di Dio che ha risuscitato Cristo dai morti è anche – meraviglia della sua grazia – quella che ha operato per noi e che opera in noi.

Siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate” (Efesini 2:10). E’ il punto di partenza. Dio ha fatto di noi degli esseri nuovi: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura” (2 Corinzi 5:17). Ma colui che ha creato questi esseri nuovi continua ad operare in loro per formarli. Quanto alla nostra posizione in Cristo e a quello che siamo in lui, tutto il lavoro è stato fatto quando abbiamo creduto e siamo stati suggellati dallo Spirito Santo. Ma, quanto al nostro stato pratico, alla nostra esperienza cristiana, c’è un’opera di Dio che prosegue in noi durante tutta la vita.

 

Un’opera che Dio porterà a termine

Paolo dice ai Filippesi: “Colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (1:6). Egli era cosciente dei pericoli a cui erano esposti i suoi figli nella fede e si sentiva spinto a far salire a Dio delle suppliche per loro. Ma il sentimento dominante nel suo cuore era che Dio si occupava di loro, che Dio compiva il suo lavoro in loro. I risultati sarebbero stati manifestati “nel giorno di Cristo Gesù”, quando – come è detto altrove – il Signore “verrà per essere glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che hanno creduto” (2 Tessalonicesi 1:10).

Anche nella Lettera ai Filippesi, Paolo, allora prigioniero a Roma, pensando ai suoi figli nella fede privati delle sue cure di pastore, dice loro: “Non solo come quand’ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore” (2:12). Ma subito dopo aggiunge: “E’ Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo” (v. 13). Ci sono i due lati: il nostro lavoro e il lavoro di Dio. Il fatto che Dio opera in noi non è per niente un motivo per lasciarci andare.

 

La scuola di Dio, la disciplina di Dio

Ogni volta che si menziona la scuola di Dio o la disciplina di Dio verso i suoi figli, si parla effettivamente del lavoro di formazione da Lui compiuto nei suoi figli. Se ne trovano già numerosi esempi nell’Antico Testamento. Quanti patriarchi, con le cure di Dio e spesso per mezzo della prova, sono stati in grado di manifestare i caratteri di persone fedeli. Giacobbe ne è un tipico esempio. Ma soffermiamoci su due dichiarazioni di Eliu, nel libro di Giobbe. Quando finalmente sono terminati “i discorsi di Giobbe” (31:40), Eliu, il messaggero dell’Eterno, tenta di distogliere i pensieri del patriarca da sé stesso e gli parla dell’attività di Dio in favore dell’uomo. C’è, per prima cosa, quello che Dio gli dice: “Dio parla una volta, e anche due, ma l’uomo non ci bada” (33:14). Poi c’è quello che Dio fa. Eliu evoca le prove, la malattia e menziona “un angelo, un interprete”, che Dio può utilizzare, perché “mostri all’uomo il suo dovere” (23). Poi conclude: “Ecco, tutto questo Dio lo fa due, tre volte, all’uomo, per salvarlo dalla fossa, perché su di lui splenda la luce della vita” (v. 29), ossia per distoglierlo da una via di propria volontà che lo condurrebbe alla morte e per guidarlo nella luce.

Che si tratti dell’incredulo che Dio cerca di attirare a sé, oppure – come nel caso di Giobbe – del credente che Dio forma, vediamo l’opera paziente di un Dio di grazia che si occupa di tutte le sue creature. “Dio è eccelso nella sua potenza – dice ancora Eliu – chi può insegnare come lui?” (36:22).

 

L’opera della Parola di Dio

A conferma di queste parole di Eliu, il Nuovo Testamento ci indica il compito essenziale svolto dalla Parola di Dio e dalle prove nella formazione del credente. Vediamo prima due passi riguardanti l’opera della Parola nel cuore.

Paolo scrive ai Tessalonicesi: “Noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete” (1 Tessalonicesi 2:13). La Parola di Dio, ricevuta nel cuore, fa il suo lavoro, per il nostro bene e per la gloria di Dio..

Certo, se questa Parola non è “assimilata per fede” non servirà a nulla, come lo dimostra il cap. 4 della Lettera agli Ebrei (v. 2). Alla fine dello stesso capitolo leggiamo: “La Parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti ed i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12-13). Questa Parola, come una spada nella mano di Dio, giudica nei nostri cuori tutto quello che tende ad intralciare il cammino cristiano. Mette a nudo quello che è della carne e ci guida a giudicarlo davanti a Dio, poiché “non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto” (v. 12, 13). E’ solenne sapere che davanti a Dio, al quale dobbiamo rendere conto, non c’è nulla di nascosto, ma “tutte le cose sono nude e scoperte”.

 

L’opera della prova

Quanto alla prova, l’apostolo Paolo dice questo: “La nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria” (2 Corinzi 4:17). Oltre che una ricompensa promessa a quelli che soffrono per il Signore, c’è dunque anche un incoraggiamento a sopportare la prova, sapendo che essa opera nei nostri cuori e ci rende più conformi a ciò che Dio vuole, “affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale” (v. 10 e 11). Ne avremo un risultato eterno, per la gloria di Dio. Il salmista diceva: “E’ stata un bene per me l’afflizione subita, perché imparassi i tuoi statuti” (Salmo 119:71).

 

L’opera di Dio in vista del servizio cristiano

Fin qui ci siamo occupati dell’opera che Dio compie in noi e con la quale ci forma. Tuttavia, vi sono anche casi nei quali la sua opera Dio la svolge per mezzo nostro. Da un lato noi siamo, per così dire, il materiale che Lui lavora; da un altro lato siamo gli strumenti che Egli si degna di utilizzare.

Paolo dice, parlando del suo servizio particolare: “a questo fine mi affatico, combattendo con la sua forza, che agisce in me con potenza” (1 Corinzi 2:6). Tutti i credenti, nella misura in cui Dio li ha formati, possono essere impiegati al suo servizio, per compiere la sua opera in svariati campi d’attività.

Dopo che il Signore Gesù sarà venuto a rapire i suoi, Dio intraprenderà “l’opera sua singolare”, “il suo lavoro inaudito”, cioè il giudizio (Isaia 28:21). Poi sarà raggiunto il riposo finale, il riposo di Dio, nel quale saranno introdotti i suoi. Allora Dio si rallegrerà nei suoi riscattati e “si acqueterà nel suo amore” (Sofonia 3:17).

A colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quello che domandiamo o pensiamo, a lui sia la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù” (Efesini 3:21).

 

 

Scopri di più da BibbiaWeb

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere