Commentario del Vangelo di Giovanni

di Hamilton Smith

1. Introduzione

Il Vangelo secondo Giovanni è soprattutto il Vangelo della rivelazione della gloria del Figlio di Dio. I Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) presentano altre glorie del Signore: Matteo rivela la Sua gloria ufficiale come Messia; Marco descrive la gloria della Sua umiliazione come Servo; Luca parla della Sua gloria morale come Figlio dell’uomo; ma Giovanni ha l’alto privilegio di porre davanti a noi la gloria personale del Figlio di Dio.

La presentazione di Cristo come persona divina implica la rivelazione di ciascuna delle persone divine che compongono la Trinità. Il Vangelo di Giovanni inizia enumerando le glorie del Figlio. Poi troviamo la rivelazione del cuore del Padre (1:18), della mano del Padre (5:17) e della casa del Padre (14:1-3). Nei capitoli finali, lo Spirito Santo ci viene presentato in modo molto completo.

Inoltre, questo Vangelo introduce un Uomo completamente nuovo secondo un ordine nuovo. Il Signore si presenta come “il Figlio dell’uomo che è nei cieli” (3:13), come il Figlio dell’uomo “che viene (o è sceso) dal cielo” (6:33, 50), e come il Figlio dell’uomo che “salirà dove era prima” (6 e 62). Così, nel Vangelo secondo Giovanni, Cristo ci viene mostrato in un duplice aspetto: prima come Figlio unigenito che rivela il Padre; poi come Figlio dell’uomo che presenta un uomo che è sceso per camminare sulla terra e che ora vive nel cielo.

Per presentare queste diverse glorie di Cristo vengono utilizzate diverse figure. Nel capitolo 2 Egli è il tempio in cui abita la gloria di Dio. Nel capitolo 6 è il vero pane che viene dal cielo per soddisfare i bisogni dell’uomo. Nei capitolo 8 e 9 è la luce del mondo in grado di far uscire gli uomini dalle tenebre. Nel capitolo 10, è il Pastore che conduce le Sue pecore fuori dal vecchio ovile ebraico per aggiungerle al nuovo gregge cristiano. Nel capitolo 11, è la risurrezione e la vita, per liberare gli uomini dalla morte. Nel capitolo 12, è il chicco di frumento che muore per garantire una semenza a Sua immagine. Nel capitolo 15, è la vera vite, che permette ai Suoi discepoli di portare frutto per il Padre.

Poiché il grande scopo del Vangelo è quello di presentare la gloria del Figlio di Dio come persona divina, è facile capire perché non ci sia una genealogia, né il racconto della nascita e dei primi anni del Signore. Questi dettagli, così preziosi per la fede, meravigliosi e necessari al loro posto, non sarebbero in armonia con un Vangelo che espone la gloria della Sua persona come Figlio di Dio. Come persona divina, Egli è al di sopra di ogni genealogia, mentre come servo, (nel Vangelo di Marco), non ne ha bisogno.

Inoltre, nella presentazione del Verbo fatto carne, non troviamo alcun dettaglio che colleghi Cristo alla terra e alla nazione di Israele. Lo scopo di questo Vangelo non è quello di mostrare l’adempimento delle promesse fatte da Dio nel passato, di annunciare l’instaurazione del regno nel futuro o di istruirci sulla sua forma attuale. Queste verità sono necessarie e preziose al loro posto, ma non entrano nel grande scopo di Giovanni che è quello di presentare la gloria del Figlio di Dio. La venuta del Figlio di Dio, e la conseguente rivelazione delle persone divine così come quella di un Uomo secondo un nuovo ordine, implica l’accantonamento del vecchio ordine giudaico e l’introduzione della fede cristiana. Fin dall’inizio del Vangelo, infatti, viene presentato il completo fallimento sia del mondo in generale, sia del popolo d’Israele in relazione alla loro responsabilità e sono “messi da parte” al fine di introdurre la fede cristiana.

Ma attenzione, il Vangelo presenta un cristianesimo secondo il pensiero di Dio e non secondo le corruzioni della cristianità; ricordiamo, infatti, che il Vangelo è stato scritto probabilmente in un secondo momento, quando la rovina predetta dall’apostolo Paolo aveva già colpito la professione cristiana. Così in questo Vangelo siamo sollevati al di sopra del mondo, fuori dal giudaismo e da un cristianesimo corrotto, per scoprire la benedizione della fede cristiana secondo il pensiero di Dio, fondato sulla persona del Suo Figlio.

Avendo come fondamento la persona di Cristo, il cristianesimo deve necessariamente trarre il suo carattere da Cristo. Capitolo dopo capitolo, vediamo l’accantonamento del vecchio ordine e l’introduzione di ciò che è completamente nuovo. Nel capitolo 1, la legge data da Mosè si ritira di fronte alla “grazia e alla verità” che sono venute per mezzo di Gesù Cristo. Nel capitolo 2, il tempio del Suo corpo sostituisce il tempio di Gerusalemme. Nel capitolo 3, le “cose terrene” sono sostituite dalle “cose celesti”. Nel capitolo 4, l’acqua naturale del pozzo è sostituita dalla fonte dell’acqua della vita. Nel capitolo 5, la piscina e l’attività provvidenziale dell’angelo sono messi da parte dalla voce onnipotente del Figlio di Dio. Nel capitolo 6, il pane naturale lascia il posto al vero pane che scende dal cielo. Nei capitoli 8 e 9, le tenebre sono dissipate dalla luce. Nel capitolo 10, l’ovile ebraico è sostituito dal gregge cristiano. Nel capitolo 11, la morte è vinta dalla vita.

Ci è concesso quindi di vedere che le cose vecchie finiscono e tutte sono fatte nuove. Il tempo lascia il posto all’eternità, le cose terrene a quelle celesti. Nel pensiero, siamo trasportati nell’eternità passata, quando il tempo non c’era; nello spirito, siamo portati oltre i confini della terra per gustare le gioie della casa del Padre.

Quando tutto ciò che è stato affidato agli uomini è fallito, che gioia avere questo Vangelo nel quale le nostre anime sono occupate dalle persone divine in cui non può esserci fallimento, essere introdotti nei propositi di Dio che la rovina non può toccare e trasportati là dove i fallimenti dell’uomo non entreranno mai.

Leggendo questo Vangelo siamo fin dall’inizio a contatto con cose eterne e luoghi celesti in compagnia di persone divine. Tuttavia, possiamo sentirci a nostro agio in questa compagnia, senza alcuna paura, perché questa persona gloriosa, il Figlio eterno, si è avvicinato a noi così tanto da essere in grado di sedersi accanto a una peccatrice solitaria presso un pozzo e di consentire a un discepolo di riposare sul Suo petto. Ha abitato in mezzo a noi in modo così reale da essere debitore di un sorso d’acqua a una donna, da chinarsi a lavare i piedi ai discepoli e, in un’altra occasione, da preparare un fuoco per riscaldarli e un pasto per loro che non avevano nulla da mangiare.

2. La Parola eterna – Capitolo 1:1-18

La gloria della persona di Cristo come Verbo eterno è il grande tema dei primi versetti del Vangelo secondo Giovanni. Prima siamo trasportati con il pensiero nell’eternità per scoprire la Sua gloria come persona divina; poi, nel tempo, ci viene presentata la Sua gloria come Creatore; infine, la Parola diventa carne, rivelandoci la gloria di Figlio eterno del Padre.

2.1 Le glorie della persona di Cristo – 1:1-13

Capitolo 1:1-2

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio.”

Il Vangelo inizia con la sublime affermazione: “Nel principio era la Parola”. Immediatamente il nostro pensiero va all’eternità passata, prima che il tempo iniziasse e che la creazione esistesse, e apprendiamo che la persona gloriosa chiamata “la Parola” non aveva avuto inizio perché esisteva già. Infatti, prima della creazione, la Parola “era”, non “cominciava”. L’espressione “Nel principio era” è quindi l’espressione formale per indicare che la Parola non aveva avuto inizio.

Fin dai primi versetti ci viene detto che la Parola è una “persona eterna”. Essendo la Parola, questa persona benedetta è Colui che rivela Dio; una persona che, in sé, così come nei Suoi atti e in ciò che è diventato, è l’espressione di Dio e dei Suoi pensieri.

Leggiamo ancora che la Parola era “con Dio”. Non solo la Parola è una persona eterna, ma è anche una “persona distinta” nella Deità. Oltre alla distinzione delle persone, il “con” denota la profonda comunione tra le persone della Deità. Poi si dice che “la Parola era Dio”. La prima affermazione, che la Parola è una persona eterna, implica che debba essere una persona divina. Ma, per quanto riguarda la gloria della Sua persona, è chiaramente affermato che “la Parola era Dio”, una “persona divina”.

Infine, apprendiamo che La Parola “era nel principio con Dio”. Non si tratta di una semplice ripetizione del fatto già stabilito che Egli era una persona distinta da Dio. Qui troviamo l’ulteriore verità che Egli era “eternamente” una persona distinta. Così lo Spirito di Dio difende con cura la gloria del Figlio contro coloro che ammettono che è una persona distinta e tuttavia sostengono che c’è stato un tempo in cui ha iniziato ad avere un’esistenza personale distinta.

Sia il Signore, riferendosi all’inizio del Suo ministero, sia Giovanni, parlando dell’inizio del cristianesimo, usano l’espressione “nel principio”. Qui, per quanto riguarda ciò che non ha avuto inizio, troviamo l’espressione “nel principio” per ben due volte.

Poi notiamo che è detto: “la Parola era con Dio” – non con il Padre. La Parola e Dio vanno insieme, come il Figlio e il Padre. Il nome Dio include non solo il Padre, ma anche lo Spirito Santo e il Figlio. La Parola e Dio parlano della natura di queste persone divine; il Padre e il Figlio sottolineano le relazioni esistenti tra queste persone divine. Il grande scopo di questi versetti è stabilire la gloria di Cristo come persona divina nella Sua “natura”.

In questi primi versetti, con poche parole molto chiare, lo Spirito Santo ha presentato la gloria divina del Signore. La Parola è una Persona “eterna”, una Persona “distinta” nella Deità, una Persona “divina” e “eternamente distinta”.

Tutta la meravigliosa esposizione delle “cose celesti” che ci viene presentata in questo Vangelo si fonda sulla gloria della persona di Cristo. Mettere in dubbio la divinità del Figlio significa minare il fondamento su cui poggia ogni benedizione per l’uomo. Non importa quali elaborati sistemi religiosi gli uomini costruiscano, o quali alte pretese facciano per onorare il nome di Cristo, se non costruiscono su questo fondamento, tutto crollerà miseramente.

Capitolo 1:3

Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.

Dopo la dichiarazione della gloria della “Parola” come persona divina, passiamo dall’eternità al tempo e scopriamo i due grandi mezzi con cui Dio si è rivelato attraverso la Parola: la creazione (v. 3) e l’incarnazione (v. 14). Apprendiamo così che “ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei”, la Parola. Quest’affermazione positiva è sottolineata dall’osservazione negativa che “senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Tutte le cose, grandi e piccole, animate e inanimate, spirituali e materiali, tutto ciò che esiste, “è stato fatto” tramite la Parola. La frase esclude necessariamente le persone divine, di cui si può dire che esistono, ma non che “sono venute all’esistenza”.

Se la creazione esiste, non è solo per dimostrare che c’è un Creatore, ma anche per far conoscere, a modo suo, il Creatore. “I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani. Un giorno rivolge parole all’altro, una notte comunica conoscenza all’altra.” (Salmi 19:1-2; Cfr Romani 1:20).

Capitolo 1:4

“In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini.

Se il versetto 3 parla di ciò che è stato creato attraverso la Parola, il versetto 4 ci dice cosa c’è nella Parola. “In lei era la vita”. Con questa affermazione, si passa dalla relazione della Parola con l’intero universo creato, alla Sua relazione con l’umanità. Quindi la “vita” di cui si parla non può essere la vita naturale (quella data alla creazione). Certamente, come Creatore, la Parola è anche fonte di vita naturale che, quando viene data, sia alle piante che agli animali, può propagarsi. Ma in questo caso si tratta soprattutto di vita spirituale, che diventa luce per gli uomini che hanno già una vita naturale. Essa può essere comunicata ad altri, ma non è mai stata comunicata alla Parola perché “in lei era la vita”.

Questa vita era la luce degli uomini. Il Signore può dire: “Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8:12). La vita nella Parola era la perfetta rivelazione all’uomo del Dio invisibile. La luce della natura non può rivelare il cuore di Dio. La luce della ragione non può cercare Dio. Solo la luce della vita che proviene dalla Parola fatta carne può rivelare Dio.

Capitolo 1:5

“La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

L’uomo è decaduto; pertanto, se la luce brilla davanti agli uomini, è in una scena di tenebre o di ignoranza di Dio. Inoltre, apprendiamo che “le tenebre non l’hanno compresa” (Versione Diodati). Ciò significa che le tenebre spirituali non sono solo ignoranza o mancanza di luce: sono opposizione alla luce. La luce naturale dovrebbe bandire le tenebre circostanti, ma, se l’uomo è abbandonato a sé stesso, la luce spirituale non riuscirà a dissipare le sue tenebre spirituali. La luce della vita della Parola mostra l’incapacità morale dell’uomo, così come in seguito l’amore del Signore lungo tutta la Sua vita mostrerà l’odio dell’uomo.

Nota: Altre traduzioni (tra cui la nuova riveduta ed. 2006) riportano “le tenebre non l’hanno sopraffatta”. In tal caso le tenebre profonde in cui l’uomo si trovava non hanno certo sopraffatto la luce della Parola. In entrambe le traduzioni sono comunque sottolineate le tenebre dell’uomo nonché la forza prorompente della luce divina. (NdT)

Capitolo 1:6-9

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo.

Nei primi versetti abbiamo considerato la gloria della Parola in relazione a Dio, poi alla creazione e infine all’uomo. I versetti che seguono mostrano come Dio abbia presentato la luce all’uomo in questo mondo. Non solo Dio dà la luce, ma invia un precursore per attirare l’attenzione dell’uomo sulla luce. Non troviamo alcun dettaglio sul legame di Giovanni Battista con i Giudei o con le cose terrene. Egli è visto qui come “inviato da Dio” e come testimone di una novità assoluta: la luce. In altri Vangeli, Giovanni è testimone del Re e del Suo regno per un Israele chiamato a pentirsi, ma qui si parla della luce per “tutti gli uomini”.

Tuttavia, se Dio manda un precursore, Egli vigila attentamente sulla gloria di Cristo. Nonostante tutta la grandezza di Giovanni Battista, solamente Uno è la luce. Giovanni era sì “la lampada ardente e splendente” (Giovanni 5:35), ma solo la Parola era la vera luce che, venendo nel mondo, illumina ogni uomo. La Sua luce ha avuto un duplice effetto: ha manifestato lo stato dell’uomo, ma ha anche rivelato Dio. È vero che il Signore “andava facendo del bene”, ma il motivo di tutto ciò che faceva era far conoscere Dio. Non ha semplicemente aperto occhi ai ciechi per curare la loro cecità, ma soprattutto per far conoscere l’amore di Dio in relazione ai bisogni dell’uomo. La luce è la rivelazione dell’amore di Dio a fronte della Sua santità e della triste condizione dell’uomo peccatore.

Capitolo 1:10-11

Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto;

In seguito, troviamo l’effetto prodotto dalla luce sull’uomo quando è abbandonato a sé stesso. Il mondo non l’ha conosciuta e il Suo stesso popolo, gli ebrei, non l’ha ricevuta. La luce rivela che l’uomo non solo è totalmente insensibile a ciò che è buono e perfetto, ma si oppone assolutamente a Colui che manifesta tutta questa bontà. La condizione dell’uomo, abbandonato a sé stesso, è senza speranza.

Capitolo 1:12-13

ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

Nella Sua grazia sovrana, Dio non abbandona l’uomo completamente a sé stesso. Egli opera in grazia nell’uomo, con il risultato che alcuni ricevono Cristo – credono nel Suo nome – e a questi dà il diritto di diventare “figli di Dio”. Costituiscono una nuova razza, non per discendenza naturale (il sangue), né per i propri sforzi (volontà della carne), né per la volontà altrui (volontà dell’uomo), ma in quanto ricevono una nuova vita da Dio.

2.2 L’incarnazione – 1:14-18

I primi tredici versetti espongono le glorie della persona di Cristo. Egli è la Parola, una persona eterna, distinta e divina nella Deità; è il Creatore di tutte le cose, Colui che è la vita e la luce per ogni uomo.

Capitolo 1:14

E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Ora apprendiamo come questa persona gloriosa sia venuta nel mondo per portare la luce della vita all’umanità. Colui che in principio era la Parola si è fatta carne. Abbiamo visto chi è personalmente, chi era nell’eternità; ora leggiamo cosa è diventata nel tempo. Non è detto che è diventata la Parola attraverso l’incarnazione, ma che la Parola è diventata carne.

Questo evento straordinario – l’incarnazione della Parola eterna – ci spinge ad aspettarci risultati immensi e benedetti. Tre degli effetti più notevoli dell’incarnazione ci vengono presentati in questi versetti. Primo, la rivelazione delle relazioni eterne tra le persone divine; secondo, l’atteggiamento di Dio verso l’uomo; terzo, la rivelazione di Dio nella Sua pienezza.

  • Le relazioni eterne tra le persone divine. Essendo La Parola diventata carne, l’apostolo può dire: “Abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre”. La gloria che vedevano non derivava dall’umanità che aveva assunto, ma dalla Sua relazione nella Deità. La Sua gloria era una gloria unica, quella di un Figlio unigenito, una relazione assaporata in comunione con Dio come Padre. Così, mentre viene affermata la realtà della Sua umanità, la gloria della Sua Persona viene accuratamente salvaguardata.
  • L’atteggiamento di Dio verso l’uomo. Essendo la Parola diventata carne, apprendiamo immediatamente quale sia il cuore di Dio nei confronti dell’uomo. Colui che è diventato carne ha abitato in mezzo a noi, “pieno di grazia e di verità”. È venuto con un carattere perfettamente adatto all’uomo. Non è venuto per esigere qualcosa dall’uomo, come nella legge, ma come donatore, per portare in grazia la benedizione a esseri che non ne erano degni.
  • Inoltre, con Cristo è venuta la piena verità. Tutto ciò che Mosè e i profeti avevano detto era vero, ma non era la completa verità. La legge mi dice cosa dovrei essere, non mi dice cosa sono. “Cristo mi ha mostrato non le cose come dovrebbero essere, ma ciò che sono nella realtà… (quindi) Cristo mi dice la verità su ogni cosa, sia cattiva che buona” (J.N.D.).

Capitolo 1:15

Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.”

Viene poi citata la testimonianza di Giovanni Battista su questa persona gloriosa venuta in carne e ossa. Colui che è pieno di grazia e di verità occupa un posto molto più grande nel tempo, perché esisteva prima di Giovanni nell’eternità.

Capitolo 1:16-17

“Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo.

Inoltre, La Parola che si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi non solo manifesta la pienezza della grazia che era in Cristo, ma, dice l’apostolo, “dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Egli era qui sulla terra non solo per manifestare la grazia in sé stesso, ma per comunicare la grazia agli altri, e in abbondanza – grazia su grazia.

La Legge data da Mosè esigeva dall’uomo ciò che doveva fare in relazione a Dio e al suo prossimo. La grazia che viene attraverso Gesù Cristo, porta la benedizione all’uomo secondo tutti i suoi bisogni, sostenendo al tempo stesso pienamente la verità su ciò che Dio è nella Sua infinita santità.

Capitolo 1:18

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

Essendo La Parola diventato carne, Dio si rivela subito pienamente. Nell’Antico Testamento ci sono state rivelazioni parziali di Dio nei Suoi caratteri – come onnipotente ed eterno – ma non abbiamo alcuna rivelazione del Suo cuore fino alla venuta del Figlio. Nessun uomo era abbastanza grande per far conoscere Dio. Solo una Persona divina poteva rivelare un’altra persona divina. “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere”. Come qualcuno ha detto, questo titolo non solo descrive “il carattere” della Sua gloria quaggiù, ma ce lo fa conoscere per ciò che Egli era nel passato e nel presente: nel seno del Padre.

3. La triplice testimonianza di Giovanni Battista – Capitolo 1:19-37

Dopo i versetti introduttivi, Giovanni Battista nei tre giorni consecutivi rende sia una grande testimonianza su Gesù Cristo sia una nuova presentazione della sua Persona.

Il resoconto di Giovanni del primo giorno è riportato nei versetti da 19 a 28. La testimonianza del secondo giorno è riportata nei versetti da 29 a 34; e inizia con le parole: “Il giorno dopo”. La testimonianza dell’ultimo giorno, introdotta dalle parole: “Anche il giorno dopo”, si trova nei versetti da 35 a 37.

Come presentata nel Vangelo secondo Giovanni, la testimonianza di Giovanni Battista offre un sorprendente contrasto con il racconto di Matteo e Luca. Nei primi Vangeli, Giovanni testimonia davanti ai peccatori; qui, testimonia alla presenza del Figlio di Dio. Quando si trova davanti alle folle, si esprime come un profeta che sonda le coscienze delle persone, cercando di convincerle dei loro peccati. Alla presenza del Signore, ne parla in termini pieni di tenerezza e umiltà come un adoratore di Colui al quale non è degno di sciogliere il laccio del sandalo.

Nel primo caso, la colpa della nazione pesa sull’anima sua; nel secondo, la gloria di Cristo assorbe il suo spirito; Cristo era diventato tutto per lui. Giovanni era soltanto una voce che presto sarebbe stata messa a tacere.

Il primo giorno del suo ministero, il grande scopo di Giovanni è quello di “scomparire” per magnificare Cristo. Il secondo giorno, denuncia la gloria della persona di Cristo e la grandezza della Sua opera in risposta ai bisogni del mondo. Nell’ultimo giorno, presenta Cristo per la soddisfazione del cuore del credente.

3.1 – La testimonianza di Giovanni Battista il primo giorno – Capitolo 1:19-28

Giovanni in quel giorno nasconde sé stesso innanzitutto per presentare Cristo come nuovo centro di aggregazione per il suo popolo. Poi, battezza per separare i fedeli dal sistema religioso corrotto dell’epoca. Infine, chiarisce che il Cristo attorno al quale i credenti si riuniscono risulta essere una vergogna per il mondo religioso.

Capitolo 1:19-21

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei mandarono da Gerusalemme dei sacerdoti e dei Leviti per domandargli: «Tu chi sei?» Egli confessò e non negò; confessò dicendo: «Io non sono il Cristo». Essi gli domandarono: «Chi sei dunque? Sei Elia?» Egli rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?» Egli rispose: «No».

Queste verità sono presentate nella conversazione tra Giovanni e i rappresentanti dei Giudei. I sacerdoti e i leviti, inviati da Gerusalemme, chiedono a Giovanni: “Tu chi sei?” Con il cuore pieno di Cristo, Giovanni risponde in modo molto chiaro: “Io non sono il Cristo”. La risposta sembra ancora più notevole perché non era stato detto o chiesto nulla su Cristo. È come se Giovanni dicesse: “Siete venuti da me, ma io non sono quello di cui avete bisogno, non sono il Cristo”. Come un vero testimone, presenta Cristo senza attirare l’attenzione su di sé. Più viene sollecitato a parlare di sé, più le sue risposte diventano brevi. Gli chiedono: “Sei Elia?” Egli risponde: “Non lo sono”. Gli chiedono: Sei il profeta? Risponde con una sola parola: “No”. Giovanni diminuisce sé stesso perché Cristo possa crescere.

Capitolo 1:22-23

Essi dunque gli dissero: «Chi sei? affinché diamo una risposta a quelli che ci hanno mandati. Che dici di te stesso?» Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”, come ha detto il profeta Isaia».

“Essi, dunque, gli dissero: Chi sei?”. Giovanni rispose che era solo una “voce”. Non Elia, annunciato da Malachia; non il profeta promesso da Mosè; è semplicemente la voce di cui parlava Isaia. Egli rifiuta di prendere un posto che lo renda un centro d’aggregazione per il popolo di Dio; rifiuta di prendere un nome che lo esalti tra gli israeliti. È semplicemente una voce che parla di Gesù in obbedienza alla parola di Dio in un mondo che è un deserto dove non c’è nulla per Dio e in mezzo a un popolo che non conosce il timore che gli è dovuto.

Capitolo 1:24-25

“Quelli che erano stati mandati da lui erano del gruppo dei farisei; e gli domandarono: «Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?»

Se Giovanni rifiuta di diventare il centro di aggregazione per il popolo, perché battezza? I farisei sapevano che il battesimo significava morte e quindi separazione, perché la morte è la grande separatrice. Se Giovanni battezzava, era per evidenziare la separazione dal vecchio stato di cose per partecipare a qualcosa di completamente nuovo. Qual è allora il nuovo centro di aggregazione, si chiedono i farisei, visto che Giovanni si è rifiutato di diventarlo?

Capitolo 1:26-28

“Giovanni rispose loro, dicendo: «Io battezzo in acqua; tra di voi è presente uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari!» Queste cose avvennero in Betania di là dal Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Nella sua risposta, Giovanni ammette di battezzare con l’acqua, riconoscendo che riunirsi attorno a Cristo richiede la separazione dal sistema religioso corrotto di quel tempo. Inoltre, chiarisce perché questa sia necessaria. Gli ebrei religiosi non conoscevano in Lui il Messia. Egli era presente in mezzo a loro, ma come straniero. Era sconosciuto non solo al mondo, ma anche ai sacerdoti e ai leviti di Gerusalemme; eppure, la grandezza di quest’uomo sconosciuto era tale che Giovanni poteva dire di non essere “degno di sciogliere il legaccio dei calzari”. Inoltre, non solo è sconosciuto, ma si trova anche all’esterno, “al di là del Giordano” essendo fin dall’inizio di questo Vangelo, rifiutato dalla nazione e messo al di fuori di essa.

Oggi è lo stesso. Negli ultimi giorni del cristianesimo Cristo è trattato dalla professione cristiana nello stesso modo con cui era trattato dalla massa religiosa negli ultimi giorni del giudaismo. Per quanto prezioso possa essere per i cuori delle singole persone, rimane sconosciuto a chi ha una professione religiosa superficiale. E ancor oggi Egli è fuori dai sistemi religiosi corrotti, e occupa ancora il posto di rifiutato. Apocalisse 3:20 ci informa che l’ultima fase del cristianesimo troverà Cristo fuori, dietro la porta di una professione cristiana soddisfatta di sé stessa.

3.2 – La testimonianza di Giovanni Battista il secondo giorno – Capitolo 1:29-34

Il primo giorno, Giovanni prepara la strada al Signore scomparendo, in modo che Cristo possa riempire l’intero campo visivo. Il secondo giorno, presenta una testimonianza più positiva della gloria della persona e dell’opera di Cristo. Egli è l’Agnello di Dio e il Figlio di Dio. Come Agnello di Dio, toglie il peccato del mondo; come Figlio di Dio, battezza con lo Spirito Santo.

Capitolo 1:29

“Il giorno seguente, Giovanni vide Gesù che veniva verso di lui e disse: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!

Giovanni inizia la sua testimonianza dichiarando: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo!”. Due aspetti dell’opera di Cristo sono qui posti davanti a noi: il primo, la soluzione del problema del peccato mediante il Suo sacrificio come Agnello di Dio, diventato peccato per noi alla croce; il secondo, l’abolizione della presenza del peccato nel mondo in un giorno a venire.

Il titolo di “Agnello” si riferisce al sacrificio della croce. L’“Agnello di Dio” parla di un sacrificio fornito da Dio, in contrasto con le offerte portate dagli uomini in passato. Essendo stato provveduto da Lui, il sacrificio è pienamente accettato. Il risultato finale di questo grande sacrificio sarà la rimozione assoluta di ogni traccia di peccato. Le parole “che toglie il peccato del mondo” indicano ciò che il Signore Gesù farà in futuro, come risultato dell’opera che l’Agnello di Dio ha compiuto alla croce.

Il peccato è quello che l’uomo fa senza alcun timor di Dio né pensiero per Lui. Tutta la miseria dell’uomo deriva dal fare la propria volontà in un mondo di peccato.

Ma il Signore eliminerà ogni traccia di peccato rendendo tutto soggetto a Dio. È così che oggi il credente viene liberato dal potere del peccato, vivendo sottomesso a Dio. Poiché il vecchio uomo è stato crocifisso con Cristo, il credente è morto al peccato, ma vive per Dio in Cristo Gesù. L’uomo dominato dal peccato non pensa a Dio mentre il credente ha Dio davanti a sé e cerca di vivere secondo la Sua volontà; così viene liberato dal potere del peccato. Ciò che è vero per il credente che ora è morto al peccato e vivo a Dio, sarà vero anche, in una certa misura, per il mondo durante il Millennio, quando gli uomini dovranno sottomettersi a Dio sotto il regno della giustizia. Ma la realizzazione della perfezione avverrà nei nuovi cieli e sulla nuova terra, dove la giustizia abiterà e quando Dio abiterà con gli uomini in una scena in cui la Sua volontà sarà fatta da tutti e sarà insita in tutti. Nessuna traccia di peccato macchierà questa sfera; Dio sarà tutto in tutti e la preghiera “Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra” sarà finalmente esaudita.

Capitolo 1:30

“Questi è colui del quale dicevo: «Dopo di me viene un uomo che mi ha preceduto, perché egli era prima di me».

Poi Giovanni testimonia la grandezza di Colui che, come Agnello di Dio, compirà tale opera. Egli dichiara: “Questi è colui del quale dicevo: “Dopo di me viene un uomo che mi ha preceduto, perché egli era prima di me””. Nel tempo, Cristo come uomo è venuto dopo Giovanni; nella posizione, invece, occupa un posto di preminenza molto al di sopra di Giovanni, perché esisteva sin dall’eternità.

Capitolo 1:31

Io non lo conoscevo; ma appunto perché egli sia manifestato a Israele, io sono venuto a battezzare in acqua».

Giovanni sottolinea accuratamente che la conoscenza che aveva della gloria della persona di Cristo era completamente al di fuori della logica umana. Non era acquisita attraverso una conoscenza naturale derivante dalla sua parentela. Infatti, Giovanni dice per ben due volte: “Non lo conoscevo”. Risponde anche alla domanda dei farisei: “Perché battezzi?” E spiega che il suo battesimo, metteva fine al vecchio ordine, per manifestare Cristo a Israele come il grande centro del nuovo ordine di benedizione. Non si trattava di mettere in evidenza sé stesso; scompariva perché Cristo “fosse manifestato”.

Capitolo 1:32

Giovanni rese testimonianza, dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba e fermarsi su di lui.»

Inoltre, Giovanni esalta Cristo mostrando che si distingueva da tutti gli altri per il grande fatto che lo Spirito era sceso dal cielo come una colomba ed era rimasto su di Lui. La novità non è che lo Spirito fosse sceso su un uomo per uno scopo specifico, ma che “fermarsi su di lui”. Gesù riceve lo Spirito Santo come uomo in virtù della propria perfezione e nella relazione di Figlio del Padre Suo.

Capitolo 1:33 – 34

Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha mandato a battezzare in acqua, mi ha detto: «Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quello che battezza con lo Spirito Santo. E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio».

Lo Spirito viene su Cristo “come una colomba”, non sotto forma di lingue di fuoco come alla Pentecoste. Il fuoco parla di prova e implica un giudizio. Se lo Spirito viene su di noi, mette alla prova tutto ciò che è della carne ed esige che lo giudichiamo. Questo porta Giovanni a parlare della seconda parte dell’opera di Cristo: Egli “battezza con lo Spirito Santo”. Non solo come Agnello di Dio che compie la redenzione, ma, come Figlio di Dio che dà lo Spirito Santo affinché i redenti siano introdotti nella benedizione di figli. Giovanni testimonia che chi dona lo Spirito Santo è il Figlio di Dio. Chi, se non una persona divina, potrebbe donare una persona altrettanto divina come lo Spirito Santo? Questi titoli che Giovanni conferisce al Signore vanno ben oltre la relazione di Cristo con Israele. Come Agnello di Dio, Egli compie un’opera per il mondo intero, con effetto universale; come Agnello nell’Apocalisse, è il centro di tutti i redenti. Il battesimo dello Spirito non può quindi essere limitato a Israele. La Parola dice: “Io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona” (Atti 2,17). Anche come Figlio di Dio, Cristo ha autorità sulle nazioni (Salmi 2).

3.3 – La testimonianza di Giovanni Battista il terzo giorno – Capitolo 1:35-37

Capitolo 1:35-37

“Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli; e fissando lo sguardo su Gesù, che passava, disse: «Ecco l’Agnello di Dio!» I suoi due discepoli, avendolo udito parlare, seguirono Gesù.

Il primo giorno del suo ministero, Giovanni, il più grande dei nati di donna, si ritrae davanti alla presenza di Gesù. Il secondo giorno, testimonia la gloria della persona di Cristo e la grandezza della Sua opera. Infine, il terzo giorno, l’ultimo del suo ministero, non menziona né l’opera né il dono di Cristo, ma parla solo della Sua Persona. Quando dice “Ecco l’Agnello di Dio!” non solo dà una testimonianza, ma esprime l’adorazione di un cuore ricolmo della bellezza di Cristo. Infatti, ciò che Giovanni dice di Gesù in quel giorno è il risultato della Sua contemplazione. Non derivava da ciò che aveva letto nei profeti su di Lui, né da ciò che aveva sentito dire da altri su di Lui, ma dal guardarlo: “Giovanni era di nuovo là…” e guardando “Gesù che passava, disse: Ecco l’Agnello di Dio!”.

Che benedizione sarebbe se, in mezzo al trambusto della vita, anche noi ci fermassimo un attimo e ci prendessimo del tempo per guardare “Gesù che passava”, per impregnare le nostre anime delle grazie e delle perfezioni, della dolcezza e della bontà, della bellezza e dell’umiltà, della santità e dell’amore che hanno caratterizzato Gesù in ogni passo della Sua vita in questo mondo oscurato dal peccato e dalla maledizione; e poi, con i cuori pieni, potremmo attirare l’attenzione dei nostri simili sulla bellezza di Colui la cui “persona è un incanto” – e dire, come  Giovanni, “Ecco l’Agnello di Dio”.

L’effetto di un tale ministero si vede nei due discepoli che avevano sentito parlare Giovanni. L’hanno ascoltato, ma hanno seguito Gesù. Anche nei giorni precedenti avevano ascoltato le parole di Giovanni senza esserne toccati, ma al terzo giorno le parole scaturite da un cuore pieno di Cristo, hanno raggiunto i loro cuori.

Guardare Gesù che cammina dovrebbe farci realizzare che Egli ci ama; e il Suo amore, risvegliando il nostro, ci attirerà allora a Sé in modo da seguirlo e diventare Suoi seguaci. Spesso ci accontentiamo di sapere che siamo al riparo dell’opera di Cristo e sigillati dallo Spirito, senza però seguirlo con determinazione! Seguire Cristo significa ben più che credere in lui. La fede è certamente inclusa, perché un discepolo dev’essere un credente, ma un credente non sempre è un discepolo. Seguire Cristo implica che Egli sia diventato il grande oggetto della anima nostra, Colui che dirige e controlla la nostra vita. L’assenza di un cammino deciso sulle Sue orme non è forse il motivo degli scarsi progressi che facciamo nella nostra crescita spirituale, e non è forse questo difetto a fare la differenza tra consacrazione e tiepidezza?

4. Il triplice ministero di Cristo – Capitolo 1:38-2:11

Cristo è il tema di ogni vero servizio; il suo scopo si realizza quando lega saldamente al Signore coloro che lo ascoltano. Così il servizio di Giovanni si realizza quando i due discepoli sono talmente attratti da Cristo da essere “costretti” a seguirlo con un reale affetto per Lui.

La fine della testimonianza di Giovanni segna l’inizio del ministero di Cristo. Ciò che era vero storicamente in quel momento rimane vero nella storia spirituale del credente. Se, attraverso il servizio di uno dei servitori del Signore, siamo attratti da Cristo, è per essere al beneficio del Suo servizio amorevole e pieno di grazia.

Come per Giovanni, il ministero del Signore è presentato in tre giorni successivi. Il ministero del primo giorno è esposto nei versetti da 38 a 43. Il ministero del secondo giorno inizia con le parole: “Il giorno dopo”, del versetto 44, e continua fino alla fine del Capitolo. Il ministero del terzo giorno è riportato nei primi undici versetti del Capitolo 2 ed è introdotto dalle parole: “E il terzo giorno”.

 

4.1 – Il primo giorno del ministero di Cristo – Capitolo 1:38-43

Il servizio del primo giorno illustra, in modo molto bello, il servizio di Cristo che riunisce intorno a Sé i Suoi durante il periodo attuale. Il fatto che una persona vivente fosse il centro di raccolta del popolo di Dio era qualcosa di completamente nuovo sulla terra. Per apprezzare un servizio così amorevole, dobbiamo ricordare che la persona gloriosa che ha catturato l’affetto dei due discepoli – il Cristo che essi seguono – è una persona sconosciuta al mondo, rifiutata dai religiosi dell’epoca (1:10-11, 26, 28). Fino ad allora, Gerusalemme e il suo tempio erano stati il centro dell’attività religiosa del popolo di Dio. Nel giudaismo, il punto di raccolta era un “luogo”; nel cristianesimo, il punto di raccolta è una “persona”, e questa persona è un uomo rifiutato e biasimato da tutti. Se vogliamo stare con Lui, dobbiamo, come i due discepoli, essere disposti ad andare verso di Lui “fuori dall’accampamento”, “portando il suo obbrobrio” (Ebrei 13:13).

Ahimè, il cristianesimo professante è in gran parte tornato al sistema giudaico e ha nuovamente eretto magnifici edifici come centro della sua vita religiosa. Inoltre, ignorando il rifiuto di Cristo, la cristianità ha cercato, di riportare Cristo nel mondo, piuttosto che lasciare che il mondo venga a Cristo. Gli uomini hanno cercato di coprirsi di onori attribuendo il nome benedetto del Signore ai loro sistemi, ai loro ordinamenti. Tuttavia, Cristo è al di fuori del “sistema mondo” e della sua religione, e coloro che lo amano con tutto il cuore devono accettare di essere rifiutati, se vogliono possedere Cristo come unica risorsa.

Questa bella scena “al di là del Giordano” presenta quindi una magnifica immagine di ciò che è il cristianesimo secondo Dio: un insieme di credenti che si stacca dal giudaismo e dal mondo, sia esso sociale, politico o religioso, per riunirsi attorno a una persona che diventa tutto per loro. Questi credenti sono riuniti non solo perché hanno un interesse comune per la Sua opera, ma sono riuniti attorno a una Persona viva che attira i loro cuori. Dopo essere stati posti sotto l’efficacia dell’opera di Cristo e aver ricevuto il dono dello Spirito, con il futuro assicurato, essi possono chiedersi: “Come potremo resistere alle prove e alle tentazioni di questo mondo mentre andiamo verso il cielo?”. La risposta è una sola: possiamo essere custoditi solo aggrappandoci a una Persona divina che ha un cuore pieno d’amore, una mano piena di potenza e una saggezza totale verso i Suoi. Il Cristo vivente è la soluzione a tutte le nostre difficoltà. Possiamo trovare la nostra strada in questo mondo oscuro solo seguendolo e restando con Lui. Senza di Lui non possiamo fare nulla. Così leggiamo di questi due discepoli: “Seguirono Gesù” e “stettero con lui” (1:37, 39). Più tardi, il Signore darà un significato spirituale a queste parole, quando dirà ai Suoi discepoli: “Dimorate con me”, e nelle parole che troviamo alla fine del Vangelo: “Tu seguimi” (15:4; 21:22).

Capitolo 1:38-40

Gesù, voltatosi, e osservando che lo seguivano, domandò loro: «Che cercate?» Ed essi gli dissero: «Rabbì (che, tradotto, vuol dire Maestro), dove abiti?» Egli rispose loro: «Venite e vedrete». Essi dunque andarono, videro dove abitava e stettero con lui quel giorno. Era circa la decima ora. Andrea, fratello di Simon Pietro, era uno dei due che avevano udito Giovanni e avevano seguito Gesù.

Avevano sentito parlare di Cristo, avevano visto Cristo camminare, erano stati attirati da Lui e lo stavano seguendo. Ora scopriamo il profondo interesse del Signore per questi discepoli che lo seguono. Leggiamo: “Gesù, voltatosi, e osservando che lo seguivano”. Oggi come allora, Egli prende nota di coloro che lo seguono.

Poi il Signore mette alla prova questi due discepoli chiedendo loro: “Che cercate?” Se, come i discepoli, abbiamo preso posto al di fuori dei sistemi religiosi del mondo d’oggi, saremo come loro chiamati in causa e messi alla prova sulle nostre motivazioni. Spesso le difficoltà che sorgono tra i santi sono permesse per metterci alla prova e farci domandare: “Perché ci troviamo qui?”. Se abbiamo preso questo posto solo per sfuggire ai mali del mondo religioso, o per acquisire conoscenza e migliori insegnamenti, o perché i nostri genitori hanno percorso questa strada prima di noi, saremo certamente messi alla prova per evitare che ci stanchiamo e abbandoniamo il luogo dove il Signore ci ha chiamati ad essere.

Nel caso dei due discepoli, la domanda del Signore rivela il vero motivo, come dimostra la loro risposta: “Rabbì… dove abiti?“. È chiaro che lo avevano seguito non per sfuggire alla corruzione del giudaismo o per ottenere qualche beneficio per sé, ma perché volevano rimanere con Colui al quale si erano legati. Il motivo era Lui, non loro. Volevano conoscere Colui dal quale erano stati attirati, perciò dissero: “Dove abiti?” Un incontro casuale o una conversazione informale non ci permette di conoscere veramente i nostri simili; per questo, dobbiamo passare del tempo con loro nelle loro case. Se vogliamo conoscere meglio Cristo, dobbiamo cercare di conoscerlo nella Sua casa, la casa del Padre. Così leggiamo: “Cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio”. E dove potremmo avere una percezione più profonda delle cose di lassù se non quando siamo radunati con i due o tre nel Suo nome, essendo Egli stesso in mezzo a loro?

Il Signore si compiace di tale desiderio. Come è stato detto, possiamo avere la Sua compagnia per tutto il tempo che vogliamo. Infatti, il Signore dice subito ai Suoi discepoli: “Venite e vedrete”, e leggiamo: “Essi, dunque, andarono e videro dove stava”. In questo mondo non troviamo nulla che parli di Cristo, e possiamo essere certi che, qualunque sia lo stato delle nostre case, nella Sua nulla ci distrae da Lui. Quando videro dove abitava, entrarono in casa Sua per conoscerlo e, conoscendolo, furono felici di rimanere con Lui quel giorno. Colui che li aveva attirati in quel luogo, era Colui che li tratteneva lì.

Capitolo 1:41-43

Egli per primo trovò suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» (che, tradotto, vuol dire Cristo); e lo condusse da Gesù. Gesù lo guardò e disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; tu sarai chiamato Cefa» (che si traduce «Pietro»). Il giorno seguente, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo, e gli disse: «Seguimi».

Questi versetti ci mostrano cosa produce normalmente lo stare con Cristo: il desiderio di portare altre anime a Lui. Così leggiamo di un uomo che esce da questo luogo santificato e trova il proprio fratello Simone; avendolo trovato, “lo condusse da Gesù”. Non lo conduce semplicemente in un luogo appartato, o in un gruppo anch’esso appartato, ma lo conduce a una persona: Gesù. E quanto è bella l’accoglienza che Simone riceve! Si trova alla presenza di qualcuno che conosce il suo nome e quello di suo padre, e che gli dà un nome nuovo. Dicendo a Simone il suo nome e quello di suo padre, il Signore gli fa capire che conosce tutta la sua storia dal momento in cui è nato. Cambiandogli il nome, Cristo lo rivendica per Sé, perché cambiare il nome di una persona implica proprietà e autorità. Così, all’inizio della sua storia spirituale, Pietro impara che il Signore conosce tutta la sua storia di peccatore e che, nonostante tutto, lo rivendica come Suo per sempre.

Il cammino di questi discepoli nella loro relazione con Cristo nel primo giorno del Suo ministero è quindi bellissimo e ricco di insegnamenti per noi! Vediamo questi uomini:

  • guardare Gesù mentre camminava
  • sentire parlare di Gesù da qualcuno
  • seguire Gesù;
  • vedere dove Gesù alloggiava;
  • rimanere con Lui;
  • trovare altri e portarli a Gesù.

 

4.2 – Il secondo giorno del ministero di Cristo – Capitolo 1:44-52

Il primo giorno Cristo era stato presentato come il centro di raccolta dei Suoi santi “celesti”, la Chiesa. Ora, nel secondo giorno Cristo è visto come il centro di raccolta dei Suoi santi “terrestri”, ovvero il residuo ebraico.

Capitolo 1:44-46

Filippo era di Betsàida, della città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato Colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, figlio di Giuseppe». Natanaele gli disse: «Può forse venir qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere»

Il giorno prima, due discepoli hanno lasciato il mondo per stringersi a Cristo e stare con Lui in casa Sua. In questo secondo giorno, Cristo va nel mondo ed attira a sé due discepoli perché regnino con Lui nel Suo regno. Ciò si accorda con tutto ciò che è scritto da Mosè e dai profeti, che non parlano delle glorie celesti del Signore, ma menzionano spesso il Suo regno terreno.

Capitolo 1:47-49

“Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è frode». Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto».

Prima Natanaele manifesta la tipica incredulità dei Giudei, infatti dice: “Può forse venir qualcosa di buono da Nazaret?” Egli rappresenta il residuo giudeo pio che uscirà dalla nazione incredula quando, dopo il rapimento della Chiesa, si sarà pentito di aver rifiutato Cristo, il Messia. Il Signore riconosceva Natanaele come una persona in cui non c’era frode; non aveva forse visto questo israelita sotto l’albero di fico? Senza dubbio aveva confessato i suoi peccati, perché un’anima può essere liberata dalla frode solamente attraverso la confessione a Dio.

Capitolo 1:49

Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele».

Tolta la “frode” dall’anima sua, Natanaele vede tutto con chiarezza e confessa Cristo come Figlio di Dio e Re d’Israele. Questi sono i due titoli con cui, secondo il Salmo 2, la nazione ebraica ha rifiutato Cristo. Nel palazzo del sommo sacerdote, la nazione ha negato che Cristo fosse il Figlio di Dio; davanti a Pilato, lo ha rifiutato come Re di Israele.

Capitolo 1:50 – 51

Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste».1:51 Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo».

Il Signore riconosce la fede di Natanaele, evidenziata dalle sue stesse parole. Natanaele ha confessato Cristo secondo il salmo 2, e ora il Signore gli annuncia la gloria come Figlio dell’uomo, secondo il salmo 8. Con questo titolo, Egli avrà autorità su tutte le opere create dalle mani di Dio e tutte le cose gli saranno sottomesse. Se la terra gli sarà sottomessa, i cieli gli saranno aperti e gli angeli, trovando in Cristo sulla terra l’oggetto glorioso del loro servizio, stabiliranno relazioni tra cielo e terra.

 

4.3 – Il terzo giorno del ministero di Cristo – Capitolo 2:1-11

Le prime parole di questo Capitolo collegano chiaramente le nozze di Cana con il Capitolo precedente, perché le nozze si svolgono il “terzo giorno”. Se il primo giorno raffigura il raduno dei credenti attorno al Signore durante il periodo della Chiesa, e il secondo giorno il raduno del residuo ebraico pio attorno a Lui dopo il rapimento della Chiesa in cielo, il terzo giorno ci parla della restaurazione di Israele durante il Millennio. L’intera scena è caratterizzata come un “segno” ovvero come un fatto naturale o materiale con un significato spirituale. La scena delle nozze può ben illustrare la ripresa della relazione tra il Signore e Israele. Osea presenta il Signore che parla di Israele nel futuro dicendo: “Ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia, e in equità, in benevolenza e in compassioni; ti fidanzerò a me in fedeltà” (Osea 2:19-20).

Inoltre, Osea aggiunge: “In due giorni ci ridarà la vita, il terzo giorno ci rimetterà in piedi” (Osea 6:2). Possiamo vedere qui il pentimento della nazione, che porterà alla sua riabilitazione. Questo sarà il risultato di una purificazione morale prodotta dal pentimento, raffigurata dal riempimento dei vasi di pietra vuoti che erano lì per la purificazione. Poi, quando la santità sarà soddisfatta, il vino della gioia scorrerà per Israele.

 

5. La rovina dell’uomo e la gloria di Cristo – Capitolo 2 – Introduzione

Leggendo il Vangelo di Giovanni, ricordiamo che esso presenta il superamento dell’ordine di benedizione giudaico e terreno, per introdurre quello completamente nuovo, dal carattere celeste ed eterno.

Questo nuovo ordine di benedizione – la fede cristiana, che comporta la rivelazione delle persone divine – non poteva aver luogo prima dell’incarnazione della Parola. in quanto solo una persona divina può rivelare le persone divine e manifestare lo scopo del cuore di Dio.

Nel cristianesimo, tutto si basa sulla persona del Figlio; possiamo quindi capire perché il Vangelo inizi a presentare la gloria della Sua persona, ponendo così le basi per ogni benedizione duratura per l’uomo e ogni gloria per Dio. Tuttavia, per essere in condizione di godere della rivelazione delle cose celesti, dobbiamo prima convincerci della condizione disperata e della totale rovina dell’uomo decaduto.

Questa necessaria manifestazione dell’uomo ci viene posta davanti nel capitolo 2. Lì apprendiamo, che l’uomo:

  • non può assicurare la propria felicità nelle cose naturali e giuste: il vino si esaurisce (2:1-11);
  • non può avvalersi della religione che Dio gli ha dato per assicurarsi la benedizione sulla terra: il tempio è corrotto (2:13 -17);
  • non può apprezzare la bontà di Dio quando Egli si compiace di abitare in mezzo ai Suoi, pieno di grazia e di verità: Cristo è rifiutato (2:18 – 22);
  • con la sua ragione naturale non può conoscere Cristo, perché anche se arrivasse a una conclusione giusta su di Lui, questa lo lascerebbe lontano da Dio.

Nell’uomo decaduto non c’è nulla di cui Dio possa avvalersi (2:23-25).

Tuttavia, se da un lato questo Capitolo ci parla della rovina dell’uomo, dall’altro ci rivela la gloria di Cristo, che porta la vera felicità, che agisce contro ogni male, sconfigge il potere della morte e attira a sé le persone.

 

5.1 Le nozze 2:1 – 11

Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». 2:11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

Accanto all’insegnamento profetico delle nozze di Cana, ovvero la restaurazione del rapporto di Dio con Israele in un giorno futuro, abbiamo la grande lezione morale che tutte le cose terrene sono incapaci di dare una gioia duratura. Il matrimonio è normalmente l’occasione più importante nella vita di un uomo, che giustamente cerca di farne un’occasione di festa e di gioia. Ahimè, il vino della gioia umana si stava esaurendo! L’uomo non è in grado di garantire la propria felicità. Può cercare di raggiungerla con mezzi umani, ma occorre che concorrano circostanze eccezionalmente favorevoli. In tal caso l’uomo può disporre della giovinezza, della ricchezza e della salute e sfruttarle al meglio in modo legittimo, come nel matrimonio. Resta il fatto che la felicità non dura: il vino finisce. Nel momento più bello della vita, arriverà qualcosa a turbare la felicità completa, e la gioia del giorno sarà oscurata dalla paura di ciò che porterà il domani. Le circostanze possono cambiare, la salute può vacillare, la morte può mandare in frantumi la casa più felice e porre fine ad un rapporto così stretto.

Ma se la scena delle nozze mette a nudo il fallimento dell’uomo nel suo momento migliore, mostra anche la grandezza di Cristo che si eleva al di sopra degli uomini e delle cose, e che dona all’uomo una felicità che non può assicurarsi da solo. Senza Cristo non c’è gioia duratura.

Inoltre, se Gesù provvede la vera felicità, lo fa in un evento in cui sono coinvolti Sua madre e i Suoi discepoli che formano una cerchia distinta, separata dal mondo. Essi sono invitati alle nozze e il Signore arricchisce l’occasione con la Sua presenza, mettendo la Sua firma di approvazione su una relazione, quella del matrimonio, istituita da Dio.

Tuttavia, quando il vino finisce, non interviene su istigazione della madre. Dice: “Cosa c’è tra me e te, donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Attraverso Sua madre, il Signore aveva legami con Israele e con la Legge. Rifiutando di agire in risposta alla sua richiesta, Egli dimostra in accordo con il carattere di questo Vangelo che tutto ciò che ha fatto, deriva dalla Sua relazione come Figlio del Padre, e non da legami naturali con la madre o da legami legali con Israele. In questo Vangelo, infatti, il Signore è sempre visto al di fuori di tutte le relazioni terrene, come uomo celeste che introduce “cose celesti” (Giovanni 3:12). Egli manifesta così la Sua gloria in relazione al Padre, compiendo la Sua volontà e assicurando, in ultima analisi, la gioia dell’uomo.

Il modo in cui il Signore fornisce il vino buono è certamente significativo. Egli riempie i vasi vuoti che dovevano contenere l’acqua per la “purificazione” e il vino viene attinto da essi. Non ci insegna forse, con un linguaggio simbolico, che la felicità del credente è legata alla santità del suo cammino?

 

5.2 La purificazione del tempio  – Capitolo 2:13-17

“Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni. La Pasqua dei Giudei era vicina e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio quelli che vendevano buoi, pecore, colombi, e i cambiavalute seduti. Fatta una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio, pecore e buoi; sparpagliò il denaro dei cambiavalute, rovesciò le tavole, e a quelli che vendevano i colombi disse: «Portate via di qui queste cose; smettete di fare della casa del Padre mio una casa di mercato». E i suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi consuma».”

Le nozze di Cana ci hanno insegnato che l’uomo non può procurarsi la felicità con i propri mezzi; la seconda scena, a Gerusalemme, mostra che l’uomo non può avvalersi della religione che Dio ha dato. Infatti, quando Dio ha dato delle leggi agli Israeliti, per regolare la loro condotta e assicurar loro una benedizione terrena, essi l’hanno immediatamente corrotta e l’hanno trasformata in un mezzo per ottenere vantaggi materiali. Il tempio di Gerusalemme, che doveva essere la casa di preghiera per tutti i popoli, diventa allora il covo dei cambiavalute, una casa di traffici. Il Signore agisce contro questo grande male e giustifica il Suo comportamento rivendicando la Sua relazione col Padre e affermando che il tempio è la Sua casa. Così, ancora una volta, Egli mostra la Sua gloria davanti ai Suoi discepoli, come il Figlio che agisce con zelo per la gloria della casa del Padre Suo, secondo la Scrittura: “Mi divora lo zelo per la tua casa” (Salmi 69:9). In quel momento, il salmo assume un significato più pieno e profondo, confermandoci che l’uomo rifiutato di cui parla il salmista altro non è che la benedetta persona del Signore Gesù.

5.3 – “Il tempio del suo corpo” – Capitolo 2:18-22

I Giudei allora presero a dirgli: «Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?» Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la ostruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

I Giudei chiedono un segno, fornendo un’ulteriore occasione per manifestare ciò che c’è nel cuore dell’uomo. Nella Sua risposta, il Signore indica che, attraverso l’incarnazione, il Suo corpo è ora il vero tempio ovvero la dimora di Dio. Il tempio di Gerusalemme era vuoto e molto presto sarebbe stato chiamato “la loro” casa e consegnato alla distruzione (Mt. 23:38; 24:2). Il tempio poteva essere guastato, ma non il tempio del corpo del Signore, nonostante la violenza con la quale gli uomini avrebbero cercato di distruggerlo. Infatti, più e più volte cercarono di lapidarlo ma, solo quando fu giunta l’ora, fu loro permesso di “distruggere” il tempio del Suo corpo. La malvagità dell’uomo diventa una nuova opportunità per manifestare la gloria di Cristo e la Sua supremazia su tutto e su tutti. L’uomo può distruggere, ma non può risuscitare i morti. Gesù dice: “Quando avrete raggiunto il vostro scopo, distruggendo il tempio del Mio corpo, Io lo farò risorgere”. La Sua risurrezione sarà la potente dimostrazione che Egli è il Figlio di Dio.

 

5.4 Lo spirito “naturale” dell’uomo – Capitolo 2:23-25

Mentre egli era in Gerusalemme, alla festa di Pasqua, molti credettero nel suo nome, vedendo i segni miracolosi che egli faceva. Ma Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti e perché non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull’uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell’uomo.

Gli ultimi versetti presentano un’altra importante verità: anche se l’uomo naturale, di fronte all’evidenza, può essere portato a trarre alcune conclusioni corrette, queste lo lasceranno comunque lontano da Dio. Per esempio, leggiamo che a Gerusalemme “molti credettero nel suo nome, vedendo i segni miracolosi che faceva”. L’evidenza del “vedere”, li portò alla conclusione che Cristo era tutto ciò che diceva di essere, e questo era il massimo ottenibile con il ragionamento. Non sentivano un bisogno reale di Cristo, non avevano un esercizio di coscienza che li portasse a Lui. Era una convinzione basata sulla vista, non sulla fede che li avrebbe attirati a Lui. Cristo non si fidava di loro. Questo dimostra ancora una volta la Sua gloria. Egli è Colui che “conosceva tutti”; “Conosceva quello che nell’uomo”, e non aveva bisogno, come altri, di qualcuno che testimoniasse sull’uomo. Egli è il Dio onnisciente.

Che immagine ci offre questo Capitolo dell’uomo e del mondo: le cose terrene incapaci di portare felicità duratura; le cose di Dio corrotte; Colui che porta la grazia di Dio rifiutato; e la ragione dell’uomo naturale, che, anche se giusta, lo allontana da Dio! Ma l’esposizione della condizione dell’uomo apre la strada alla rivelazione della gloria di Cristo; infatti, il Capitolo presenta Cristo come unica risorsa del credente. Se sperimentiamo il fallimento di tutte le cose della terra, se siamo sopraffatti dal senso di tutto il male che si è insinuato nelle cose di Dio, se vediamo la morte su tutto e i nostri spiriti naturali incapaci di raggiungere Dio, in mezzo a tutti i fallimenti e alla rovina dell’uomo, troviamo Cristo, Colui che può riempire il cuore di gioia, operare contro ogni male, spezzare il potere della morte e attirarci a Sé.

6. La sovranità di Dio e la responsabilità dell’uomo — Capitolo 3

Se Giovanni al Capitolo 2 dimostra la rovina dell’uomo, nel Capitolo 3 presenta l’accantonamento totale dell’uomo rovinato, per introdurre una nuova razza attraverso la nuova nascita e l’opera di Cristo alla croce. L’uomo “deve” nascere di nuovo e il Figlio dell’uomo “deve” essere innalzato (3:1-16). Tuttavia, la sovranità di Dio non esclude la responsabilità dell’uomo: quella di venire alla luce e credere nel Signore. Il Capitolo si conclude con l’ultima testimonianza di Giovanni Battista alla gloria di Cristo (3,22-36). Giovanni deve diminuire e Cristo crescere. In questo modo si apre la strada alla piena manifestazione dello splendore di Dio nel Cristo – il Figlio – in tutti i Capitoli che seguono fino alla fine del Vangelo.

6.1 La sovranità di Dio — Capitolo 3:1-16

Le importantissime verità relative all’opera di Dio nell’uomo sono sviluppate nella storia di Nicodemo, un personaggio, rispettabile colto e profondamente religioso. Era uno dei farisei, un leader dei giudei e un dottore d’Israele.

Tuttavia, scopriamo che tutte queste qualità umane non permettono all’uomo di entrare nel regno di Dio. Ciò che nasce dalla carne è carne. Che si tratti di una persona altamente coltivata e raffinata, come nel caso di Nicodemo, o di una persona, come nel caso della donna del Capitolo 4 grande peccatrice, in entrambi i casi manca la conoscenza di Dio rivelata in grazia. Senza il sacrificio di Cristo e l’opera della grazia di Dio, nessuno entrerebbe nel regno dei cieli.

Capitolo 3:1-3

C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio».”

Come le persone di cui si è parlato alla fine del Capitolo precedente, Nicodemo era giunto a una conclusione corretta su Cristo, basata sulle prove evidenti dei miracoli. Disse al Signore: “Sappiamo che Tu sei un dottore venuto da Dio, perché nessuno può fare questi “miracoli” che tu fai, se Dio non è con lui”. Questa era, fino a quel punto, una conclusione corretta, ma se ciò rimane solo il risultato di un ragionamento umano, l’anima rimane lontana da Dio, senza sentire la minima necessità di un Salvatore.

Tuttavia, a differenza di coloro che credevano semplicemente a ciò che vedevano, Nicodemo avvertiva un bisogno. Questo contrasto è sottolineato dalla prima parola del capitolo 3: “Ma c’era … un uomo… chiamato Nicodemo… egli venne da lui”. Altri ragionavano e lasciavano perdere; anche Nicodemo ragionava, ma venne al Signore, dimostrando che dietro i suoi ragionamenti, e a sua insaputa, un’opera di Dio si stava svolgendo nell’anima sua, producendo quel senso di bisogno che lo aveva portato da Gesù.

Nel momento in cui la sua anima, lavorata dallo Spirito Santo, prova un senso di bisogno, si rende conto che la religione, la posizione ufficiale di leader e la reputazione di dottore della legge non sono sufficienti. Solo Cristo può soddisfare questa necessità, e l’anima è attirata da Lui.

D’altra parte, Nicodemo arriva di notte. Il sentimento di bisogno di Cristo è accompagnato dalla consapevolezza che il mondo – e in particolare il mondo religioso – si opporrà. Perciò il primo incontro con Lui avviene spesso in segreto.

Nicodemo chiama il Signore “Rabbì” (ovvero “Maestro mio”); gli dice quello che ha dedotto e dà al Signore una posizione di Maestro, prendendo per sé quella di allievo. Non conoscendo realmente sé stesso, immagina di essere perfettamente in grado di imparare, purché trovi un maestro in grado di istruirlo. Il Signore, con la Sua risposta: “Se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”, smonta immediatamente:

  • l’atteggiamento rispettoso di Nicodemo, espresso dal titolo di Rabbì,
  • la conoscenza acquisita attraverso la ragione umana
  • l’attitudine naturale all’apprendimento.

Tutto questo appartiene alla vecchia natura e non ha alcun valore quando si tratta di essere istruiti nelle cose di Dio. La ragione umana e l’abilità naturale ci permettono di “vedere” molte cose della natura, ma, se l’uomo non è “nato di nuovo”, non può entrare né “vedere” il regno di Dio.

Qui il Signore unisce la nuova nascita al regno; più tardi parlerà delle cose celesti, della Sua stessa opera e della vita eterna. In quel momento, il regno non si presentava nella sua forma materiale ed esteriore, una forma che l’uomo naturale poteva riconoscere; si mostrava in Cristo, nelle Sue caratteristiche morali. Il Re era presente, ma rifiutato, tuttavia in Lui si vedevano le caratteristiche morali del regno: “giustizia, pace e gioia”. Queste sono le benedizioni che caratterizzeranno il regno quando Cristo regnerà e che ora sono conosciute solamente nella potenza dello Spirito da coloro che credono in un Cristo rifiutato. Era impossibile per l’uomo naturale “vedere” le caratteristiche morali del Re e del Suo regno. Per questo è necessaria un’opera di Dio nell’anima, qui chiamata “nuova nascita”.

Capitolo 3:4

Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»”

Ragionando come un normale essere umano, Nicodemo dimostra che i pensieri della sua mente non vanno al di là dell’esperienza quotidiana. Lasciato a sé stesso, l’uomo non può comprendere né le cose spirituali né quelle celesti.

Capitolo 3:5-6

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito.”

La risposta del Signore ci porta oltre i limiti dell’esperienza umana e ci dice che cosa sta facendo Dio. Apprendiamo che l’opera Sua è necessaria non solo per vedere il Suo regno, ma anche per entrarvi. Per partecipare al regno in qualsiasi forma – moralmente o nella sua gloria esteriore – dobbiamo avere una natura adatta al regno.

Il Signore parla di nascere d’acqua e di Spirito; poi aggiunge: “Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito”. Quindi ciò che nasce dallo Spirito partecipa alla natura di Colui tramite il quale è nato; è dunque una natura completamente nuova. L’acqua è un’immagine della Parola, che lo Spirito usa per purificare praticamente i nostri pensieri e i nostri cuori dai desideri della vecchia natura.

“Quello che è nato dalla carne è carne” è un’affermazione di grande significato. Mostra che nulla di ciò che è della carne è adatto al regno di Dio. Israele secondo la carne (secondo la discendenza naturale) non può ereditare il regno; ma chi – sia tra gli Israeliti sia tra le nazioni – possiede questa nuova natura è adatto a quel regno e il Signore glielo apre.

Capitolo 3:7-8

Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

La necessità della nuova nascita è quindi stabilita, ma apprendiamo anche che tale nascita è interamente opera di Dio. È l’azione sovrana dello Spirito di Dio, paragonata al vento che non soffia secondo le istruzioni dell’uomo. Non possiamo stabilire dove il vento debba soffiare. Allo stesso modo, l’azione sovrana dello Spirito non può essere limitata all’ebreo o a un individuo in particolare. Non possiamo controllare l’azione dello Spirito; non sta a noi dire dove e in chi può agire.

Capitolo 3:9-10

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose?”

Nicodemo si meraviglia di queste verità, così contrarie alle sue deduzioni. Chiede: “Come possono avvenire queste cose?” Il Signore risponde che, in quanto dottore della legge, avrebbe dovuto conoscerle. Il profeta Ezechiele, infatti, aveva parlato di “acqua” e “Spirito” che avrebbero operato negli uomini, affinché fossero purificati dalle loro impurità e avessero un cuore nuovo (Ezecchiele 36:25-27).

Capitolo 3:11

In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza.”

A differenza di Nicodemo e dei capi d’Israele che si atteggiavano a maestri della legge e ignoravano le Scritture che studiavano, il Signore parla di verità di cui ha perfetta conoscenza e rende testimonianza delle cose che ha visto. Egli non conosce soltanto ciò che è nell’uomo (2:25), ma anche ciò che è nel cuore di Dio. Conosce l’entità dei nostri bisogni e la grandezza della Sua grazia nel soddisfarli.

Tuttavia, il Signore deve aggiungere: “Non ricevete la nostra testimonianza”! Possiamo certamente dubitare della testimonianza degli uomini, ben sapendo che non va oltre la loro limitata conoscenza; ma quando Colui che ha una conoscenza perfetta rende testimonianza e questa viene rifiutata, si dimostra ancora una volta come l’uomo, abbandonato a sé stesso, sia senza alcuna speranza.

Così l’uomo nel suo stato naturale manifesta quello che è rifiutando ciò che sarebbe stato essenziale per lui. Può giungere a certe conclusioni su Dio e sulle Scritture, giuste in sé, ma queste lo lasciano lontano da Lui; infatti, quando il Signore testimonia della verità, l’uomo la respinge.

Deve perciò “nascere di nuovo”. Ciò non implica una modifica o un cambiamento della vecchia natura, ma la necessità di un cambiamento totale e radicale (o, come si legge nell’originale, “nascere interamente di nuovo”; l’espressione è tradotta “dall’inizio” in Luca 1:3 e Atti 26:5). Nascere “di nuovo”, infatti, non significa che lo Spirito Santo agisce sull’uomo naturale per migliorarlo, ma che produce in lui qualcosa di completamente nuovo.

Capitolo 3:12-13

Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?  Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo [che è nel cielo].”

Nella prima parte del Capitolo, il Signore ha parlato di cose terrene: il regno di Dio e la necessità della nuova nascita per vederlo ed entrarvi. Ora il Signore passa alle cose celesti, alla vita eterna e alla necessità della croce. Se l’uomo non crede quando Cristo parla delle cose terrene, sarà ancora meno capace di credere alle cose celesti. Per cui, se la nuova nascita era necessaria per vedere le cose terrene, lo sarà ancora di più per comprendere quelle celesti.

Giovanni Battista, così come i profeti, avevano parlato delle cose terrene, ma nessuno era stato in cielo per raccontare le cose che sono là. Tuttavia, Qualcuno è sceso in grazia dal cielo: il Signore Gesù, il Figlio dell’uomo. Quest’ultima espressione è molto profonda. Mostra che, pur essendo veramente uomo, il Signore appartiene al cielo e ha un carattere celeste. Noi associamo il pensiero dell’uomo alla terra, ma nel Figlio dell’uomo vediamo un uomo “celeste”, oggetto delle delizie e centro delle lodi di lassù. Può visitare la terra, ma la Sua casa è nel cielo. Pur camminando sulla terra, vive là tutti i giorni del suo cammino quaggiù.

Capitolo 3:14

“«E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, …”

Tuttavia, non era intenzione di Dio che Cristo fosse l’unico “uomo” in questa celeste scena meravigliosa. Ma affinché il proposito di Dio si realizzasse e altri fossero presenti nel cielo secondo il Suo desiderio, occorreva che il Figlio dell’uomo fosse innalzato. Questo ci porta immediatamente alla croce come risposta non semplicemente ai peccati che abbiamo commesso, per quanto importante, ma alla nostra condizione di peccatori per natura.

Capitolo 3:15

affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna.”

Dopo che il Figlio dell’uomo è stato innalzato, si può proclamare la buona notizia: “Affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna”. Come uomini in uno stato di peccato, il nostro destino era quello di “perire”, cioè, andare incontro al giudizio e alla condanna di Dio. La conclusione dell’opera di Cristo – la Sua elevazione – per tutti coloro che credono è la vita eterna. Il credente entra così nelle nuove e celesti relazioni del Figlio dell’uomo.

In questo brano, il Vangelo è presentato dal punto di vista di Dio; è la buona notizia del Suo amore e dei Suoi desideri piuttosto che l’annuncio di ciò che soddisfa i nostri bisogni. In Luca 24, i discepoli sono incaricati di predicare il ravvedimento e la remissione dei peccati nel nome di Cristo a tutte le nazioni, e questo risponde al primo bisogno di un’anima pentita, cioè il perdono dei peccati, ed è il fulcro di tutta la predicazione riportata nel libro degli Atti (Cfr. Atti 2:38; 3:19; 5:31; 10:42-43; 13:38; 17:30; 26:18). La nuova nascita apparentemente non era annunciata, e così pure la vita eterna; tuttavia, laddove il messaggio veniva accolto, la nuova nascita era certamente sottointesa e la vita eterna ne era il meraviglioso risultato (Cfr. Atti 13:47-48).

In questa parte del Capitolo domina la sovranità di Dio e il Vangelo viene presentato in tutta la sua grandezza, dal Suo punto di vista. Il primo problema dell’uomo è quello di aver peccato, e Dio risponde in grazia a questo problema proclamando il perdono dei peccati attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. Ma dietro i peccati commessi c’è “l’uomo”, l’autore di tali peccati. Non c’è assolutamente nulla di buono in lui, per cui la santità di Dio esige che sia giudicato e condannato a morte.  Ma questa sentenza che grava sull’uomo è stata eseguita alla croce. L’aspetto della croce presentato qui è quindi quello prefigurato dal serpente di rame. Quando gli israeliti guardavano il serpente di rame con fede erano guariti dai morsi dei serpenti così come noi abbiamo il privilegio di guardare con fede alla croce e vedere Cristo che si è sacrificato per i nostri peccati portandone il giudizio. Ciò che è nato dalla carne è carne ed è sotto giudizio, ma questo giudizio è stato eseguito per il credente alla croce. Tuttavia, come questo aspetto della croce va al di là del semplice portare i peccati, così la benedizione per il credente va ben oltre il perdono dei peccati. Non è solo la fine di una vita sotto giudizio, ma l’introduzione in una nuova vita – la vita eterna – che consiste nel godimento delle relazioni con Dio. Il modo in cui entriamo nel godimento pratico di questa vita è indicato in Giovanni Capitolo 4; è per mezzo dello Spirito che agisce in noi come una fonte d’acqua viva che sgorga in vita eterna. Inoltre, questa grande benedizione non può essere limitata agli ebrei, ma è anche per i gentili. Da qui le parole “chiunque crede in lui”.

Capitolo 3:16-17

Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Inoltre, l’amore di Dio è presente in ogni Sua azione nei confronti dell’uomo sotto giudizio. Questo è di grandissima importanza per le anime nostre. Senza questa grande verità, il v. 14 potrebbe lasciarci l’impressione che Dio sia solo un giudice; un giudice che può essere pienamente soddisfatto, certo, ma pur sempre un giudice. Invece qui comprendiamo che il Dio che ha agito in giudizio è anche un Dio d’amore. La stessa croce che rivela Dio come giusto giudice dimostra quanto grande sia il Suo amore. Egli ha amato così tanto da dare il Suo unico Figlio “affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”. Se, da un lato, il giudizio è stato eseguito e la vita eterna è stata data a coloro che credono (in perfetta giustizia, secondo i v. 14 e 15), dall’altro lato la benedizione ha la sua sorgente nell’amore divino, secondo il v. 16.

Inoltre, se si tratta di soddisfare la giustizia, Cristo è presentato come Figlio dell’uomo; se si tratta di far conoscere l’amore di Dio, Cristo è posto davanti a noi come Figlio unigenito di Dio. Infatti, Colui che prende il posto dell’uomo e ne porta il giudizio deve necessariamente essere un uomo, il Figlio dell’uomo; mentre Colui che rivela il cuore di Dio dev’essere una persona divina, il Figlio unigenito di Dio.

In questi versetti, tutto viene ricondotto alla sua fonte, sia in Dio che nell’uomo, e tutto tende alla meta finale sia dalla parte di Dio che dalla parte dell’uomo. La sorgente di tutte le azioni di Dio è nel Suo amore; mentre nell’uomo, ‘origine di tutta la sua miseria sta in ciò che “egli è”, e non semplicemente in ciò che ha fatto. Nei propositi di Dio, la meta per coloro che credono è la vita eterna in una sfera celeste, ma per coloro che non credono, l’ira di Dio rimane su di loro, ahimè per l’eternità.

 

6.2 – La responsabilità dell’uomo — Capitolo 3:18-21

Capitolo 3:18

Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.”

Mentre la prima parte del Capitolo presenta la sovranità di Dio, i versetti che seguono pongono davanti a noi la responsabilità dell’uomo. Nel Suo amore, Dio ha mandato Suo Figlio nel mondo non per condannarlo, ma perché attraverso di Lui il mondo sia salvato. Se il v. 17 dichiara che possiamo essere salvati solo “per mezzo di Lui”, il versetto successivo stabilisce che coloro che lo rifiutano sono “già giudicati”. Gli increduli non devono aspettare un giorno futuro per essere giudicati per le loro azioni malvagie; se rifiutano Cristo sono già giudicati, indipendentemente da quanto male possano aver commesso.

Il passo chiarisce ancora che non può esserci giudizio per coloro che credono nel Signore, altrimenti significherebbe negare l’efficacia dell’opera di Cristo alla croce; ed è altrettanto chiaro che chi lo rifiuta è già giudicato. Quindi, il fatto che gli uomini siano benedetti o giudicati dipende non solo dal male commesso ma anche dal loro atteggiamento verso Cristo.

Capitolo 3:19-21

Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio».

La responsabilità dell’uomo si basa sul fatto che “la luce è venuta nel mondo” e ha brillato in tutto il suo splendore nella persona del Figlio, rivelando il cuore di Dio. L’uomo è responsabile dell’uso che fa della luce. Il fatto che sia incapace di usarla non incide sulla sua responsabilità. Gli uomini preferiscono le tenebre alla luce. Perché? Perché le loro azioni sono malvagie. Così, con le sue azioni malvagie, l’uomo si è privato della possibilità di godere della luce. Un ubriacone può ubriacarsi a tal punto da perdere i sensi e non essere più in grado di svolgere i suoi compiti, ma questo non sminuisce la sua responsabilità.

Le azioni malvagie compiute dagli uomini, li portano a odiare la luce perché questa rivela le loro malefatte e turba la loro coscienza. Una coscienza turbata non può sopportare la luce, mentre chi pratica la verità non la teme.

 

6.3 – L’ultima testimonianza di Giovanni Battista alla gloria di Cristo – Capitolo 3:22-34

In questi ultimi versetti, Giovanni contrappone il proprio ministero a quello di Cristo e, così facendo, testimonia la Sua gloria e la natura celeste del proprio servizio; davanti a Lui, Giovanni deve diminuire perché Cristo possa crescere.

Capitolo 3:22 – 27

Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nelle campagne della Giudea; là si trattenne con loro e battezzava. Anche Giovanni stava battezzando a Enon, presso Salim, perché là c’era molta acqua; e la gente veniva a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era ancora stato messo in prigione. Nacque dunque una discussione sulla purificazione, tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo. E andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te di là dal Giordano, e al quale rendesti testimonianza, eccolo che battezza, e tutti vanno da lui». Giovanni rispose: «L’uomo non può ricevere nulla se non gli è dato dal cielo.”

Era sorta una domanda sulla purificazione; i Giudei approfittarono dell’occasione per far notare a Giovanni che tutti gli uomini andavano a Cristo. Giovanni ammette volentieri che le folle che un tempo venivano da lui, ora si radunano attorno a Cristo e se ne rallegra, riconoscendo che essere attratti da Cristo è frutto di un’opera celeste.

Capitolo 3:28-30

Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: “Io non sono il Cristo, ma sono mandato davanti a lui”. Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora completa. Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca.”

Giovanni stabilisce poi chiaramente la propria posizione rispetto a Cristo; è il precursore e, secondo la sua illustrazione, è l’amico dello Sposo. Cristo è il vero Sposo che riceverà la Sua sposa e Giovanni gioisce perché ha visto lo Sposo e ha udito la Sua voce. Egli non vede la sposa né fa parte di essa, ma come amico ne sente la voce; la sua gioia è quindi completa e la sua missione è compiuta. Poi aggiunge: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. L’amore gioisce nel vedere Cristo esaltato, anche se colui che gioisce in Cristo scompare dai pensieri e dalla vista degli uomini. Ah, se tutti i credenti potessero essere animati da questo umile atteggiamento di Giovanni, che rifugge dalla pubblicità e dalla preminenza tra gli uomini, che non si fa notare, in modo che Cristo sia tutto in tutti!

Capitolo 3:31-33

Colui che viene dall’alto è sopra tutti; colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti. Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza. Chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è veritiero.”

Infine, Giovanni testimonia della gloria di Cristo come proveniente dall’alto, dal cielo, e quindi necessariamente al di sopra di tutti coloro che sono sulla terra. L’origine di Giovanni era terrena; egli aveva un carattere terreno e parlava di cose terrene, cioè del Messia e del Suo regno terreno. Tuttavia, Giovanni come profeta non si era limitato alle cose terrene, ma aveva parlato anche di cose future che non esistevano ancora sulla terra. Al contrario, chi viene dal cielo parla di cose celesti, di ciò che ha visto e sentito, parla quindi di cose reali che esistono nel cielo.

Giovanni deve aggiungere la solenne osservazione che “nessuno riceve la sua testimonianza”. Questa testimonianza delle cose celesti – delle cose che esistono alla presenza di Dio – non interessa agli uomini che non comprendono né desiderano le cose di lassù. Lasciato a sé stesso, nessun uomo riceve la testimonianza di Cristo che può essere ricevuta solo per fede. Chi riceve la testimonianza lo fa perché riconosce l’autorità di Dio, dichiarando così che Dio è la Verità.

Capitolo 3:34

Perché colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio; Dio infatti non dà lo Spirito con misura.”

Il credente ha buone ragioni per ricevere questa testimonianza basandosi sull’autorità di Dio, perché una persona divinamente inviata porta un messaggio divino con la potenza di una persona divina. Cristo è stato mandato da Dio per dire le parole di Dio nella potenza dello Spirito di Dio. Inoltre, lo Spirito non gli è stato dato a misura. Non si tratta più, come ai tempi dei profeti, di un messaggio contenente una verità particolare; ma, poiché Colui che parla è il Figlio di Dio, il Suo messaggio è la presentazione della verità completa.

Capitolo 3:35-36

Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano. Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui».

Gli ultimi due versetti sono generalmente ritenuti espressione della testimonianza di Giovanni l’autore del Vangelo, poiché parlano della vita eterna come di un possesso presente e conosciuto, piuttosto che presentare una testimonianza profetica di ciò che Dio dà, come aveva fatto Giovanni Battista. Sembra quindi che l’evangelista aggiunga la propria testimonianza alla gloria del Figlio. È come se dicesse: “Quello che dice Giovanni Battista – che Dio non “dà lo Spirito a misura” a Cristo – dev’essere vero, perché “il Padre ama il Figlio e gli ha dato ogni cosa in mano”. La pienezza della verità presentata da una Persona così gloriosa conduce, se accolta, alla pienezza della benedizione, la vita eterna; ma se rifiutata, lascerà colui che la rifiuta sotto la giusta ira di Dio.

7. Le vie della grazia per la benedizione dei peccatori – Capitolo 4

Gli eventi riportati nel capitolo 2 hanno dimostrato la totale rovina dell’uomo; si apre quindi la strada, nel capitolo 3, per presentare la sovranità di Dio che opera a favore dell’uomo. Poiché l’uomo è schiavo del peccato e destinato al giudizio, ogni benedizione deve venire solo da Dio. Nel capitolo 3, quindi, la verità viene presentata dalla parte di Dio. L’ingresso nella benedizione dipende dall’operazione sovrana dello Spirito Santo nell’uomo; il fondamento della nostra benedizione sta nell’opera di Cristo sulla croce; e la sorgente di ogni nostra benedizione ha origine nell’amore di Dio per noi.

Nel Capitolo 4 invece, la verità viene presentata dal nostro punto di vista, illustrando come un peccatore viene portato nella sfera della benedizione. Questo è descritto nella storia della donna al pozzo, portata dalla miseria e dalla degradazione all’apice della benedizione. A una tale donna viene offerta la suprema benedizione celeste, l’acqua viva che sgorga in vita eterna, affinché possa diventare una fervente adoratrice

La verità contenuta in questo capitolo presenta uno stridente contrasto con quella del capitolo 2. In quest’ultimo, in relazione all’uomo rispettabile e religioso, la gioia terrena si esaurisce e il culto del tempio si corrompe. Nel capitolo 4, in relazione alla storia di una donna degradata, abbiamo gioie celesti che non si esauriscono mai e un’adorazione del Padre in spirito e verità. La gioia terrena viene superata dalla gioia celeste e l’adorazione nel tempio è sostituita dall’adorazione del Padre in spirito.

Il capitolo ci presenta lo splendore di Dio rivelato in Cristo Gesù; esso mostra che l’amore di Dio, l’efficacia dell’opera di Cristo e l’azione sovrana dello Spirito, come rivelato nel capitolo 3, sono tali che anche i peggiori peccatori della terra possono essere portati alle più alte benedizioni del cielo. Il cuore dell’uomo può essere saziato dall’acqua viva e il cuore del Padre può trovare piacere nell’adorazione in spirito e verità.

 

7.1 – La storia della donna al pozzo – Capitolo 4:1-30

Qui vediamo come Dio lavora per conquistare la nostra fiducia, in modo che il peccatore sia portato a credere nell’amore di Dio che elargisce le più ricche benedizioni al peggiore dei peccatori.

Capitolo 4:1-3

Quando dunque Gesù seppe che i farisei avevano udito che egli faceva e battezzava più discepoli di Giovanni (sebbene non fosse Gesù che battezzava, ma i suoi discepoli), lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea.

Fin dai primi versetti  il Signore si pone al di fuori dall’ambito ebraico, ad indicare che le benedizioni celesti che Dio ha in serbo per l’uomo non possono essere limitate ai soli Giudei. Avendo rifiutato Cristo, i farisei erano evidentemente dispiaciuti che il Signore attirasse a sé più discepoli di Giovanni. Infatti, leggiamo che non era “Gesù che battezzava, ma i suoi discepoli”. Cristo aveva davanti a sé il disegno di Dio che prevedeva l’introduzione dei peccatori nelle benedizioni celesti non poteva quindi compiere un rito che, separando le anime dalla nazione colpevole, le legava a Lui solamente per la terra. Per i discepoli era giusto battezzare in quel momento, perché nella loro fede conoscevano un Messia, legato alla sfera terrestre.

Il Signore Gesù però sapeva che, per il momento, il Suo regno terreno era stato messo da parte. Perciò lasciò la Giudea e andò nella Galilea dei Gentili (Matteo 4:15), per insegnare le verità al mondo intero.

Capitolo 4:4

Ora doveva passare per la Samaria.

Per arrivare in Galilea, “doveva passare per la Samaria”. È vero che la via diretta per la Galilea passava di lì, ma c’erano altre vie che i severi Giudei prendevano per evitare il popolo samaritano che loro disprezzavano. Quindi, quella necessità non era una questione di strade e paesi. Possiamo affermare che la necessità era nel cuore di Dio. Infatti, prima della fondazione del mondo, Dio aveva previsto la benedizione di una povera peccatrice della Samaria e, per conquistare quell’anima e soddisfare il cuore di Dio, Gesù “doveva” attraversare quella regione.

I Samaritani del tempo del Signore erano giustamente considerati una razza corrotta. L’inizio della loro storia è riportato in 2 Re 17:24-41. Dopo la cattività delle dieci tribù, il re assiro portò gente da Babilonia e da altre città pagane per ripopolare il paese. E poiché queste persone vivevano nella terra di Dio ma non temevano il Signore, Egli mandò contro di loro dei leoni. Per cercare di porre rimedio alla situazione, il re di Assiria inviò loro un sacerdote del Signore perché insegnasse loro la via di Dio. Il risultato fu che divennero un popolo corrotto in quanto “temevano il Signore e, servivano al tempo stesso i loro dèi”. Quindi avevano una certa conoscenza del Signore e del fatto che il Messia doveva venire.

Capitolo 4:5-8

Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; e là c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso il pozzo. Era circa l’ora sesta. Una Samaritana venne ad attingere l’acqua. Gesù le disse: «Dammi da bere». (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprar da mangiare.)

Il Signore attraversò dunque questo paese corrotto per guarire un’anima bisognosa. Arrivato alla fonte di Giacobbe e “stanco del cammino”, si sedette sul pozzo. Non solo era stanco, ma aveva anche sete; infatti, chiese alla donna che era appena venuta ad attingere acqua di dargli da bere. Inoltre, i discepoli erano andati nella città vicina a comprare del cibo, quindi il Signore era solo.

Che scena magnifica! Il Verbo eterno, il Creatore dei mondi, il Figlio eterno che è nel seno del Padre, si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi pieno di grazia e di verità, mettendo da parte la Sua condizione regale e la Sua maestà per percorrere un cammino di umiliazione come straniero sulla terra. E così, con stupore e adorazione, lo troviamo seduto alla fonte solo, stanco, assetato.

Il Dio dell’eternità, l’Eterno, il Creatore dei confini della terra, Colui che “non si stanca mai e non si affatica” viene come straniero in questa terra ed è stanco del viaggio. Colui che, nella gloria celeste, era sempre stato circondato da schiere di angeli, lo vediamo, sulla terra, come un uomo spesse volte solo.

Perché lo troviamo stanco, solo? Perché non c’era altro modo per avvicinarsi a una donna povera e degradata e conquistarne la fiducia, in modo da portarla a credere che, nonostante i suoi molti peccati, Dio l’amava. Per farle conoscere il cuore di Dio, ha affrontato la fatica e la sete. Da ogni parte incontrò il peccato e il dolore, l’ignoranza e l’ingratitudine, l’odio e l’opposizione, ma non si stancò mai di testimoniare l’amore di Dio, di servire con amore i poveri peccatori o di prendersi cura dei Suoi discepoli in difficoltà.

Ma che dire della donna che era venuto ad incontrare? Non solo apparteneva a una razza corrotta e disprezzata, ma lei stessa era caduta nel peccato sino a toccarne il fondo. Forse era per vergogna che si trovava ad attingere l’acqua in un’ora in cui le altre  donne della città non sarebbero certamente andate al pozzo. Come sempre avviene, il peccato l’aveva resa una donna isolata.

Nelle vie di Dio, questa peccatrice stanca, assetata e sola si trova alla presenza del Salvatore stanco, assetato e pure Lui isolato, ma mentre lei era stanca di essere al servizio del peccato, Gesù era stanco a causa del Suo cammino al servizio dell’amore. L’amore aveva portato il Signore dove il peccato aveva portato la donna. Allo stesso modo, più tardi, il Suo amore lo avrebbe portato alla terribile solitudine della croce, quando amici e persone care lo avrebbero abbandonato, quando avrebbe aspettato dei consolatori senza trovarne alcuno. Tradito da un discepolo falso, rinnegato da uno vero, abbandonato da tutti, innalzato tra cielo e terra, rifiutato dagli uomini e abbandonato da Dio, dovette affrontare la solitudine della croce. Cosa lo ha condotto a questa solitudine? E’ l’amore, un amore che le acque non potevano spegnere e i fiumi non potevano sommergere. Se gli uomini rifiutano un tale amore, non c’è da stupirsi che finiscano nella solitudine della “perdizione eterna”.

Nel giorno della grazia anche noi, come la donna, possiamo trovarci soli con Gesù senza timore! Se qualcuno teme di rimanere solo con lui, si lasci toccare dalla grazia di questa scena meravigliosa e consideri come il Signore agisce nei confronti di questa peccatrice. Non una parola dura o sgarbata esce dalle Sue labbra, non una parola di amarezza o di rimprovero. Dice semplicemente: “Dammi da bere”. Perché ha chiesto un sorso d’acqua? Forse perché il pozzo era profondo e non aveva nulla a cui attingere? Non avrebbe potuto compiere un miracolo per placare la Sua sete? Certamente, ma non leggiamo mai che abbia compiuto un miracolo per soddisfare i propri bisogni. C’è solo una risposta: il Figlio eterno, inviato dal Padre per essere il Salvatore del mondo, nella grandezza delle Sue vie, si permette di essere debitore di una tazza di acqua fresca a una donna perduta, per conquistare la fiducia del suo cuore.

Capitolo 4:9

La Samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani.

La donna è incuriosita dal fatto che un uomo che riconosce come ebreo si rivolga a lei, donna samaritana.

Capitolo 4:10  

“Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: “Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva».

La risposta del Signore rivela che la donna non conosceva i suoi veri bisogni, né l’amore di Dio, né la gloria di Colui davanti al quale si trovava. Se l’avesse saputo, avrebbe chiesto l’acqua viva ed Egli gliel’avrebbe data. Ora deve imparare che Dio è Colui che dà in amore e che lei stessa può ricevere solo per grazia, tanto grandi sono i suoi bisogni.

Capitolo 4:11-12

La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest’acqua viva? Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?»

Il Signore le parla del dono di Dio e della Sua gioia nel donare l’acqua viva, ma la donna, totalmente presa dalle preoccupazioni e dalle cose materiali, continua a pensare al pozzo, all’acqua naturale e a Giacobbe che aveva dato loro il pozzo.

Capitolo 4:13-14

Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna».

Nella Sua risposta, il Signore contrappone l’acqua che occupava i pensieri della donna all’acqua viva che Lui avrebbe potuto darle. L’acqua del pozzo, che simboleggia le gioie terrene, non può mai soddisfarci. Il denaro, i piaceri, l’ambizione, i doveri e le relazioni terrene che l’uomo persegue possono fornire una distrazione momentanea o un appagamento passeggero, ma non una soddisfazione duratura. “Chi non conosce Cristo ha un cuore deluso o un cuore che cerca ciò che lo deluderà” (J.N.D.).

Al contrario, il Signore si offre di dare al povero peccatore l’acqua viva, ovvero la vita nella potenza dello Spirito, che sgorgherà in vita eterna. Cristo non solo può soddisfare i nostri bisogni di peccatori, ma può andar oltre tutti questi bisogni. Egli dà una vita che porta soddisfazione eterna e conduce l’anima da un mondo dove regna il bisogno, in un altro “mondo” dove i desideri del cuore sono completamente appagati.

Beati allor che in un mondo novello

Benediremo in eterno l’Agnello

Dolori e pianti turbar non potranno

Né morte più né peccato, né affanno

Pace perfetta, perenne nel cuore

Riposo eterno divin dell’amore

 

Capitolo 4:15

La donna gli disse: «Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere».

Ahimè, le cose celesti non entrano nell’ordine di idee di questa donna. Pensando solo alle sue necessità quotidiane, attribuisce un significato materiale alle parole del Signore. Al pari di tutta l’umanità, ella sarebbe felice di veder soddisfatti i suoi bisogni quotidiani, senza il peso derivato dal proprio peccato. Gli uomini sarebbero perfettamente soddisfatti delle benedizioni terrene, se solo si potesse eliminarne la maledizione che grava sulla terra come conseguenza del peccato. Senza lo Spirito, la mente umana non può comprendere le cose divine. Infatti “L’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente.” (1 Corinzi 2:14).

 

Capitolo 4:16

Gesù le disse: «Va’ a chiamar tuo marito e vieni qua».

Nella Sua risposta, il Signore ignora completamente le parole della donna. È inutile parlare di cose troppo grandi per una mente troppo piccola per comprenderle. Perciò il Signore ricorre a un altro mezzo, l’unico con cui le tenebre della nostra mente possono essere dissipate. Si rivolge alla coscienza per raggiungere il cuore di quella donna. Il discernimento nelle cose divine è dato dalla coscienza e non certo dall’intelligenza.

Quanto è tenero il modo di agire del Signore! Si siede presso il pozzo, da solo con una donna di cattiva reputazione, per mostrarle cosa è “lei” e per rivelarle chi “Lui” è. Denuncerà la sua vita per conquistare il Suo cuore, ma lo fa “da solo” con lei. In questo modo, mette il dito sulla piaga della sua esistenza e si rivolge alla sua coscienza dicendo: “Va’ a chiamar tuo marito e vieni qua”.

Quante ricchezze sono contenute nell'”andare” e nel “venire” di questa breve frase! “Va’, chiama tuo marito” rivela la condizione di peccato della sua vita; “vieni qui” parla della grazia del Suo cuore. Il “vai” sembra dire: “I tuoi peccati ti hanno portato a una distanza infinita da me”; il “vieni” significa: “Ma il mio amore ti attira a me”. Oh, prezioso Salvatore, che conosci il peggio di noi eppure ci chiami a venire a te! Dove troveremo un amico come Gesù? In tutto l’universo, dove c’è un Altro che sa tutto quello che abbiamo fatto eppure ci ama e, proprio perché ci ama, ci chiama a venire a Lui? Che rivelazione dell’amore divino!

Capitolo 4:17-18

La donna gli rispose: «Non ho marito». E Gesù: «Hai detto bene: “Non ho marito”; perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto la verità».

La donna sente la pressione delle parole del Signore sulla sua coscienza e, rifuggendo dalla luce, cerca di eludere la verità nascondendosi dietro le parole e dichiarando: “Non ho marito”. Ma l’amore cerca più a fondo per ottenere la verità. La menzogna viene svelata. È vero che non aveva marito, perché ne aveva avuti cinque e ormai viveva nel peccato.

Capitolo 4:19

La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta».”

La donna si rende subito conto di essere alla presenza di Colui che conosce i segreti. E poiché sa che solo Dio può conoscere tutti i dettagli nascosti del suo cuore, senza alcuna scusa o altro tentativo di occultare la verità, esclama: “Signore, vedo che tu sei un profeta”. Non aveva bisogno che qualcuno le dicesse che Gesù era un profeta. Ora che la sua coscienza è stata raggiunta, ha cominciato a capire e può dire: “Vedo”. Ha ancora molto da imparare, ma la luce ha cominciato a penetrare nella sua anima oscurata. Perché gli uomini non “vedono” che la Bibbia è la parola di Dio? C’è una sola ragione: la coscienza non è mai stata toccata.

Capitolo 4:20

I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare».

La donna è ancora preoccupata per i suoi problemi; ma la sua fiducia è aumentata al punto da portare al Signore le sue difficoltà religiose.

Capitolo 4:21-24

Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità».

Nella Sua risposta, il Signore approfitta dell’osservazione della donna per parlare del cambiamento che l’introduzione del cristianesimo avrebbe portato al culto. Con l’autorità del Signore, la donna è invitata a credere che stava arrivando il momento in cui il culto non sarebbe più stato legato a un “luogo”, come la montagna di Samaria o il tempio di Gerusalemme, ma si sarebbe rivolto a una “Persona”. Inoltre, l’adorazione non sarebbe stata più indirizzata verso una persona non rivelata, ma verso un Dio rivelato e conosciuto in grazia come Padre. E non si tratterebbe più di un culto esteriore con forme e cerimonie: gli adoratori avrebbero adorato in spirito e verità. Dio non chiederà più adoratori, ma, come Padre, li “cercherà”. E l’adorazione sarà conforme alla vera natura di Dio. “Dio è Spirito; e quelli che lo adorano, bisogna che lo adorino in spirito e verità”.

Capitolo 4:25-26

La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annunzierà ogni cosa». Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!»

Il significato profondo delle parole del Signore va forse al di là della comprensione della donna, ma almeno la convincono che non può fare a meno di Cristo; infatti, questo è senza dubbio il significato della sua risposta: “So che il Messia, che è chiamato il Cristo, deve venire; quando sarà venuto, annunzierà ogni cosa”. Cristo, come profeta, ha parlato alla sua coscienza e l’ha messa di fronte ai suoi peccati. In presenza di essi, ella sente che la religione terrena, in questo luogo o in un altro, è inutile. Con i suoi peccati portati alla luce e la sua religione inaridita, comprende che nessuno, se non il Messia che doveva venire, poteva risolvere il suo caso. Cristo come profeta l’ha convinta della necessità di un Salvatore e il suo linguaggio manifesta veramente il desiderio del suo cuore: “Oh, se Cristo fosse qui!”

La strada è così preparata perché Colui che ha toccato la sua coscienza si riveli al suo cuore. “Sono io, io che ti parlo”. Si scopre peccatrice alla presenza del Salvatore, che ha la grazia necessaria per affrontare i suoi peccati e l’amore in grado di conquistarne il cuore.

Capitolo 4:27           

In quel mentre giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che egli parlasse con una donna; eppure nessuno gli chiese: «Che cerchi?» o: «Perché discorri con lei?»

Quando i discepoli tornarono dalla città, “si meravigliarono che egli parlasse con una donna”. Lenti ad apprezzare la grandezza della grazia di Dio, erano stupiti, come lo siamo ancora noi, di fronte a una scena del genere. Come spesso accade, una conoscenza incompleta della grazia è accompagnata da una lontananza morale dal Signore; così avevano paura di dire al Signore i pensieri che si affacciavano alla loro mente. Nessuno dice: “Che cerchi?” o “Perché discorri con lei?”. Non hanno capito che, nella grandezza della Sua grazia, Dio era sceso qui sulla terra nella persona del Figlio, per cercare adoratori. Quanto è meravigliosa e degna di Lui la strada che percorre per trovarli! È come se Dio dicesse: “In questo mondo in rovina, desidero trovare cuori che si infiammino nel contemplarmi a tal punto che, trasportati dall’ammirazione, si sentano “costretti” ad adorare”. Per trovare quest’anima, la Parola eterna si è fatta carne e, da umile uomo, abbandonando la grande città di Gerusalemme, lo splendido tempio, i religiosi farisei, i dotti scribi e le cerimonie dei sacerdoti, si è recato in un paese corrotto e disprezzato; lì, stanco e assetato, si è seduto presso un pozzo accanto a una povera donna peccatrice. Per conquistarne la fiducia, si rende dipendente da lei per bere un po’ d’acqua; poi, portando dolcemente la luce nella sua anima che è nelle tenebre, le fa scoprire la peccaminosità del suo cuore per poterle rivelare l’amore del proprio, finché alla fine, esaurite le risorse, a questa samaritana non resta che adorare e lodare alla luce dello splendore del Dio rivelato in Cristo.

Capitolo 4:28-30

La donna lasciò dunque la sua secchia, se ne andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?» La gente uscì dalla città e andò da lui.

Le benedizioni della grazia del Signore che i discepoli comprendevano a fatica, sulla donna samaritana hanno un effetto immediato e concreto. Fino a quel momento era stata assorbita dalle sue attività quotidiane, simboleggiate dalla secchia. Ora ha trovato un nuovo scopo nella vita: Cristo riempie l’anima e così lascia la secchia e corre in città (il luogo stesso del suo peccato) per diventare testimone di Colui che l’ha liberata.

Che meravigliosa testimonianza ha reso la donna! Il Signore le aveva detto: “Vieni qui”, e ora, riprendendo le parole del Signore, può dire agli uomini della città: “Venite a vedere un uomo”. Non chiede loro di andare in un luogo o addirittura in un gruppo, ma li invita a venire ad una Persona. Giovanni ha indirizzato i suoi discepoli a Gesù – l’Agnello di Dio; Andrea ha condotto Pietro a Gesù; Filippo ha detto: “Abbiamo trovato Gesù… Venite a vedere”; e la donna ha detto: “Venite a vedere un uomo”.

E chi è quest’uomo? Qualcuno “che mi ha detto tutto quello che ho fatto”. L’ha detto a me, e  a nessun altro. Poi aggiunge: “Non potrebbe essere lui il Cristo?” In effetti, aveva ragione; doveva proprio essere il Cristo; perché chi, se non Lui, avrebbe potuto dirle tutto quello che aveva fatto, continuando ad amarla e ad attirarla a sé?

La parola che viene dal cuore della Samaritana raggiunge a sua volta i loro cuori, per cui leggiamo: “la gente uscì dalla città e andò a lui”.

 

7.2 – La volontà del Padre al servizio dei peccatori – Capitolo 4:31-38

Capitolo 4:31-34

Intanto i discepoli lo pregavano, dicendo: «Maestro, mangia». Ma egli disse loro: «Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete». Perciò i discepoli si dicevano gli uni gli altri: «Forse qualcuno gli ha portato da mangiare?» Gesù disse loro: «Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua.

I discepoli erano più preoccupati delle cose materiali che dei bisogni spirituali; tuttavia, le loro parole dimostrano il loro reale amore per il Signore; infatti, leggiamo che “lo pregavano, dicendo: Maestro, mangia”. Nella Sua risposta, senza negare i bisogni del corpo, il Signore indica che aveva una fonte di sostentamento e di gioia di cui loro sapevano poco o nulla. “Ho un cibo da mangiare che voi non conoscete”.

Pensando ancora ai bisogni materiali, essi “dicevano tra loro: “Qualcuno gli ha portato qualcosa da mangiare?”

In risposta ai loro discorsi, il Signore ci rivela la benedizione del cammino che stava seguendo. Egli disse: “Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua”. In mezzo a tutti i dolori della terra e alle prove del cammino, abbiamo qui un uomo sostenuto da un unico obiettivo: fare la volontà del Padre. Di fronte alla perfezione del Suo cammino, possiamo chiederci quali sono le ragioni che ci spingono a camminare ogni giorno. Se siamo onesti con noi stessi, dovremmo ammettere, come minimo, che le nostre motivazioni sono molto contrastanti! Eppure, quanto sarebbe più facile la nostra vita se, comprendendo in qualche misura che il Padre ha una visione e un progetto per noi, avessimo a cuore di fare la Sua volontà e di compiere le opere che ci ha preparato (2 Ti 2:4; At 20:24; 2 Ti 4:7).         

Capitolo 4:35-38

Non dite voi che ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene, vi dico: alzate gli occhi e guardate le campagne come già biancheggiano per la mietitura. Il mietitore riceve una ricompensa e raccoglie frutto per la vita eterna, affinché il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. Poiché in questo è vero il detto: “L’uno semina e l’altro miete”. Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica».

Per l’istruzione dei discepoli e per la nostra, il Signore ci indica la benedizione che deriva dal compiere la volontà del Padre servendo gli altri con amore, e ci incoraggia a percorrere la stessa strada che Lui stesso ha seguito.

  • In primo luogo, il Signore vuole che ci occupiamo della messe celeste, non di quella naturale. Se si fosse trattato di quest’ultima, i discepoli avrebbero dovuto aspettare quattro mesi; i bisogni spirituali invece sono sempre presenti: le campagne spirituali infatti “già biancheggiano per la mietitura”.
  • In secondo luogo, il Signore ci ricorda che chi si impegna in questo servizio d’amore “riceve un salario”. Non riceve soltanto l’equo corrispettivo delle sue fatiche ma ben di più di quanto ha “meritato”. Il Signore infatti non è mai debitore di nessuno, ma mantiene la Sua sovranità nel ricompensare i Suoi servi.
  • In terzo luogo, il frutto di questo servizio rimane. Quando l’uomo lavora quotidianamente si procura solo cose che periscono con l’uso, ma, in questo servizio spirituale, egli “raccoglie frutto per la vita eterna” (4:36 – cfr. 1 Tessalonicesi 2:19).
  • Per finire, è un servizio che porta gioia, una gioia che viene condivisa con gli altri. Infatti, il seminatore e il mietitore si rallegrano “insieme”.

I profeti e gli uomini pii dell’antichità avevano faticato e i discepoli raccoglievano il frutto del loro lavoro. In un certo senso era anche così, per il Signore. Il Padre aveva lavorato fino ad allora (5:17) attraverso i profeti e altri servitori fin dall’inizio del mondo, e il Signore poteva dire di essere stato mandato per completare la Sua opera (4:34). In un altro senso, il Signore, come seminatore, aveva iniziato un’opera completamente nuova (Matteo 13); di conseguenza, i Suoi servitori sono incaricati di raccogliere piuttosto che seminare. Tuttavia, come principio generale, resta certamente vero che “uno semina e l’altro miete”.

 

7.3 – Il Salvatore del mondo – Capitolo 4:39-42

Molti Samaritani di quella città credettero in lui a motivo della testimonianza resa da quella donna: «Egli mi ha detto tutto quello che ho fatto». Quando dunque i Samaritani andarono da lui, lo pregarono di trattenersi da loro; ed egli si trattenne là due giorni. E molti di più credettero a motivo della sua parola e dicevano alla donna: «Non è più a motivo di quello che tu ci hai detto, che crediamo; perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo».

Nella città dei Samaritani il Signore viene riconosciuto come il Salvatore del mondo. Alla donna, il Signore aveva detto che la salvezza veniva dai Giudei; ora desidera mostrare che questa salvezza è estesa anche ai Samaritani. Come ha detto un altro, “Senza segni, meraviglie o miracoli, in questo villaggio della Samaria Gesù fu ascoltato, conosciuto e confessato come il vero Salvatore del mondo” (W.K.). La testimonianza della donna sulla grazia di Cristo aveva attirato a Lui i cuori dei samaritani, che lo pregarono di abitare con loro. Nessun ebreo, aggrappato alla propria giustizia e alla propria importanza religiosa, avrebbe mai confessato Cristo come Salvatore del mondo. Ma l’uomo che si è riconosciuto peccatore alla presenza di Colui che conosce tutti i suoi peccati e tuttavia è pieno di grazia nei suoi confronti, vede subito che una porta di benedizione è aperta per lui e per qualsiasi altro peccatore.

 

 7.4 – La guarigione del figlio dell’ufficiale del re – Capitolo 4:43-54

“Trascorsi quei due giorni, egli partì di là per andare in Galilea; poiché Gesù stesso aveva attestato che un profeta non è onorato nella sua patria. Quando dunque andò in Galilea, fu accolto dai Galilei, perché avevano visto le cose che egli aveva fatte in Gerusalemme durante la festa; essi pure infatti erano andati alla festa. Gesù dunque venne di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un ufficiale del re, il cui figlio era infermo a Capernaum. Come egli ebbe udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, andò da lui e lo pregò che scendesse e guarisse suo figlio, perché stava per morire. Perciò Gesù gli disse: «Se non vedete segni e miracoli, voi non crederete». L’ufficiale del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli disse: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detta, e se ne andò. E mentre già stava scendendo, i suoi servi gli andarono incontro e gli dissero: «Tuo figlio vive». Allora egli domandò loro a che ora avesse cominciato a star meglio; ed essi gli risposero: «Ieri, all’ora settima, la febbre lo lasciò». Così il padre riconobbe che la guarigione era avvenuta nell’ora che Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive»; e credette lui con tutta la sua casa. Gesù fece questo secondo segno miracoloso, tornando dalla Giudea in Galilea.”

La storia della donna ci ha mostrato che c’è grazia anche per il peggiore dei peccatori. Dalle istruzioni impartite ai discepoli, apprendiamo che da ogni parte ci sono peccatori i cui bisogni sono immensi. Nella città di Samaria sentiamo che Cristo è il Salvatore del mondo. E ora vedremo che la benedizione può essere ricevuta solo per fede.

Dopo aver soggiornato per due giorni nella città di Samaria, il Signore parte per la Galilea. Gli abitanti di Sichar avevano accolto il Signore grazie alla testimonianza della donna; e dicevano: “Noi stessi abbiamo udito”. I Galilei, invece, lo accolsero avendo ‘visto’ “le cose che aveva fatto a Gerusalemme”. Il Signore approfitta della richiesta di questo padre in difficoltà per rimproverare la nazione ebraica che cerca “segni e prodigi” come base per la fede.

Il padre, un ufficiale del re, chiede al Signore di scendere e guarire suo figlio che stava per morire. Le parole del Signore potrebbero forse farci supporre che quel padre stesse mettendo alla prova il Signore: se avesse potuto veder risuscitare miracolosamente il figlio, avrebbe creduto. Il Signore disapprova questo pensiero. La fede non si basa su segni esterni che colpiscono la vista, ma sulla parola di Dio. Così il Signore fa dipendere la guarigione dalla fede nella sua parola: “Va’, tuo figlio vive”. L’ufficiale reale viene così messo alla prova: si accontenterà di credere alla parola di Gesù senza vedere segni e prodigi? Egli risponde alla prova in modo molto positivo; infatti, leggiamo: “Quell’uomo credette alla “parola” che Gesù gli aveva detto”.

Qui abbiamo il racconto del secondo miracolo compiuto da Gesù: esso dimostra che il Signore aveva il potere di fermare la morte  di una persona che stava per morire. Come il figlio dell’ufficiale reale, anche la nazione di Israele stava per morire e Cristo era presente con la potenza necessaria per fermarne la morte e guarire il popolo; ma poiché la benedizione implicava la fede nella Sua Parola, la nazione cercando continuamente dei segni dimostrò una totale mancanza di fede.

 

8. Le vie di grazia che ci liberano dalla legge mosaica – Giovanni 5

Il capitolo 3 presenta la “carne” messa da parte grazie all’azione dello Spirito in noi che abbiamo creduto e l’abolizione del peccato grazie all’opera di Cristo in nostro favore (3:6 – 7, 3:14).

Nel Capitolo 4, nella storia della donna presso la fonte, scopriamo i mezzi per essere liberati nella vita pratica, dal potere del peccato attraverso una nuova vita vissuta nella forza dello Spirito; perché il credente non è più obbligato a servire il peccato.

Come può dire l’apostolo Paolo: “La legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8:2).

Il capitolo 5 ci presenta la liberazione, nella pratica, dal principio della legge e dalla debolezza della carne. Grazie alla potenza del Figlio di Dio, l’uomo viene liberato dal potere del peccato e dalla legge che non può aiutarlo. Il Capitolo presenta quattro divisioni principali:

  • Il miracolo alla vasca di Betesda (5:1-9);
  • il riposo di Dio ottenuto attraverso la liberazione dell’uomo (5:9-16);
  • la gloria di Colui che assicura tale liberazione e il riposo di Dio (5:17-29);
  • le varie testimonianze della gloria di Cristo (5:30-47).

 

8.1 – La storia del paralitico presso la vasca di Betesda, ovvero la liberazione dalla legge – Capitolo 5:1-9

Capitolo 5:1-9

Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c’è una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. Sotto questi portici giaceva un gran numero d’infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici[, i quali aspettavano l’agitarsi dell’acqua; perché un angelo scendeva nella vasca e metteva l’acqua in movimento; e il primo che vi scendeva dopo che l’acqua era stata agitata era guarito di qualunque malattia fosse colpito]. Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» L’infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina». In quell’istante quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.

La scena del pozzo di Sichar ha evidenziato come Dio ci libera dal potere del peccato. Ora la vasca di Bethesda mostrerà come Dio ci libera dalla legge. Samaria e la sua popolazione corrotta hanno illustrato la necessità di essere liberati dal peccato; mentre Gerusalemme e i Giudei religiosi sono usati per parlarci del bisogno di essere liberati dalla legge.

Sotto i cinque portici della piscina giaceva una grande moltitudine di malati. C’erano ciechi, zoppi e paralitici, e tutti avevano bisogno di essere guariti. Questi malati aspettavano intorno a una piscina dove si poteva ottenere la benedizione di cui avevano disperatamente bisogno. Infatti, saltuariamente, secondo la provvidenza di Dio, un angelo “agitava” l’acqua e il malato che per primo entrava nella piscina dopo che l’acqua era stata “agitata” otteneva la guarigione.

Due punti sono quindi messi in evidenza: in primo luogo, era possibile ottenere una benedizione per mezzo dell’acqua della vasca; in secondo luogo, questa poteva essere acquisita solo per mezzo degli sforzi compiuti dal malato o da qualcuno che lo aiutasse.

La vasca diventa così un’immagine sorprendente dell’uomo sotto la legge. Nel sistema legale ebraico, come nella provvidenza di Dio, l’uomo può essere benedetto. La benedizione, però, può essere ottenuta solo attraverso gli sforzi dell’uomo, il che presuppone ci sia della forza in lui. Pertanto, sotto la legge, l’uomo che si trova in uno stato più miserabile possibile e che, di conseguenza, ha più bisogno della benedizione, purtroppo è il meno capace di ottenerla. La malattia da cui dev’essere guarito lo priva proprio delle capacità necessarie per essere guarito. Tale era la triste condizione dell’uomo infermo da trentotto anni.

Quanto ai nostri bisogni spirituali, ci troviamo nella stessa situazione di quell’uomo. La potenza del peccato da cui dobbiamo essere liberati ci ha tolto la capacità di ottenere la liberazione con i nostri sforzi. Per lunghi estenuanti anni, lo storpio aveva lottato invano per ottenere la guarigione. Infine, è portato al punto in cui confessa di aver bisogno di un Salvatore. Per guarire doveva essere liberato dai suoi vani sforzi e aveva bisogno di energia per trasportare il letto su cui giaceva. In risposta alla domanda di Gesù, dice: “Signore, non ho “nessuno” che… mi metta nella vasca”. Riconosce così la sua completa debolezza e l’inutilità di tutti i suoi sforzi e, di conseguenza, la necessità dell’intervento di qualcun altro che lo tiri fuori dal suo triste stato. Non appena smette di lottare e cerca un liberatore, scopre che c’è un Salvatore. Il Signore gli dice: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». L’uomo è finalmente liberato dai propri “sforzi” per acquisire da solo il tanto desiderato miracolo, e così, per la potenza di un altro, è guarito e reso capace di trasportare quel letto sul quale altri lo avevano trasportato fin lì.

Lo storpio è dunque un’immagine sorprendente dell’uomo descritto in Romani 7, che aveva il desiderio di fare del bene, ma non ne aveva il potere. E quando scopre che tutti gli sforzi per liberarsi da quello stato di cose sono vani, grida: “Me infelice, “chi” mi libererà…?”; e immediatamente si rende conto che esiste un Salvatore. Allora può dire: “Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”. Così troviamo in Lui chi ci libera dai nostri sforzi e ci rende capaci di vincere proprio ciò che ci teneva schiavi.

Tuttavia, è importante considerare con attenzione cosa si debba intendere per “liberazione” dalla legge. Il principio su cui si basa la legge è che la vittoria è funzione di quello che facciamo. L’uomo del Capitolo 7 dei Romani cercava quindi di agire secondo questo principio e lottava per vincere la tentazione con i propri sforzi. In pratica, essere liberati dalla legge significa che siamo “liberati dai nostri sforzi”, ovvero siamo liberati dalla lotta estenuante per vincere la carne e la potenza del peccato. La liberazione di cui abbiamo bisogno non è semplicemente quella dalle nostre cattive inclinazioni e dalla tentazione, ma la liberazione dai nostri sforzi per vincerle. Allora, invece di lottare contro quelle e subire continue sconfitte, guardiamo al Signore e troveremo in Lui il Salvatore.

Il principio intorno a quella vasca è: «Aiutati che Dio ti aiuta». Cristo invece aiuta chi riconosce la sua impotenza totale. Il potere sta in Cristo; la liberazione dipende dal Salvatore.

 

8.2 – Il riposo di Dio raggiunto con la liberazione dell’uomo – Capitolo 5:9-15

Capitolo 5:9-15

In quell’istante quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare. Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all’uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina”». Essi gli domandarono: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina?”» Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c’era molta gente. Più tardi Gesù lo trovò nel tempio, e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». L’uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che l’aveva guarito era Gesù. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato.

Dopo la guarigione dell’uomo, leggiamo: “Quel giorno era un sabato”. Il sabato è essenzialmente un giorno di «riposo dal lavoro»; infatti, terminata la creazione, Dio “si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta” (Genesi 2:2). Il riposo della creazione è stato interrotto dal peccato, e non può esserci riposo né per Dio né per l’uomo, finché lui rimane sotto il potere del peccato e della morte. Solo il giorno in cui, per l’opera e la potenza di Cristo, l’uomo è liberato dal peccato e “guarito”, quello sarà un vero sabato.

Questo riposo non può essere raggiunto attraverso sforzi umani come imponeva la legge, il cui principio era: “Fa questo e vivrai”. L’uomo però non ha potuto osservare i comandamenti di Dio, anzi, tentando di compierli non ha fatto altro che manifestare l’orrore del peccato, così come la sua totale incapacità di ottenere il riposo di Dio con le proprie opere.

Tuttavia, ignorando il vero significato del sabato, molti continuano ad osservarlo credendo di acquisire una certa reputazione religiosa. Ma così facendo, dimostrano indifferenza verso il peccato che ha turbato tale riposo. La benedizione del riposo sabbatico è per un popolo che osserva la legge, non per quello che la trasgredisce. L’uomo può accontentarsi di riposare in presenza del peccato e della miseria che questo comporta, ma Dio non può riposare dove esistono queste condizioni. La Sua santità esige che si occupi del peccato; il Suo amore lo spinge a lavorare per salvare il peccatore.

La risposta dell’uomo guarito agli oppositori ebrei avrebbe dovuto convincere chiunque non fosse stato pieno d’inimicizia nei confronti di Cristo: “Colui che mi ha guarito, mi ha detto: prendi il tuo lettuccio e cammina”. Colui che aveva avuto il potere infinito di alleviare la sua miseria, gli aveva dato il permesso di portare il suo letto in giorno di sabato. Bisognava essere animati da una grande malvagità per mettere in discussione l’autorità di Colui che aveva una tale potenza.

Subito questi contraddittori chiedono con apparente disprezzo: “Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina?”  Quali che fossero i loro pensieri, è chiaro che tutto ruotava attorno alla domanda: «Chi è quest’uomo?» Essa si pone ancora oggi: Chi è questa Persona gloriosa, piena di grazia e di verità, che è venuta ad abitare tra gli uomini? Ogni benedizione per l’uomo dipende proprio da questa gloriosa Persona, posta davanti a noi in modo così benedetto nei versetti che seguono.

L’uomo stesso “non sapeva chi fosse”. Infatti, passando per il paese come straniero, “Gesù… si era allontanato, perché in quel luogo c’era molta gente”. Non era lì per benedire Israele in quanto nazione, perché già lo avevano respinto e osteggiato. Cercava quindi le Sue pecore per salvarle e chiamarle fuori dalla nazione. Così il Signore segue lo storpio guarito e lo trova nel tempio. Sembra che il cuore di quest’uomo sia stato toccato dalla benedizione ricevuta, perché si reca immediatamente al tempio per lodare Dio. Il Signore gli fa capire che, oltre alla malattia del corpo, aveva commesso dei peccati che avrebbero potuto comportare ulteriori conseguenze.

L’uomo se ne andò immediatamente e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Probabilmente stava agendo in tutta semplicità, ignorando la malvagità di queste persone e pensando che anche loro volessero conoscere questa meravigliosa Persona. È chiaro che lo storpio guarito era pieno di gioia per l’opera potente che era stata compiuta, perché la riferisce due volte (5:11 e 15). Ma essi erano preoccupati solamente del disprezzo che era stato gettato sulla loro orgogliosa osservanza del sabato. “Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo, perché faceva quelle cose di sabato.”

 

8.3 – La gloria della persona che libera l’uomo e assicura il riposo di Dio – Capitolo 5:17-3

I Giudei avevano chiesto: “Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina?“. Ora vedremo la gloria di Colui che può liberare dal potere del peccato e dalla schiavitù della legge e introdurre il riposo di Dio. La Sua gloria si manifesta perché tutti possano onorare il Figlio.

Capitolo 5:17-19

Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero». Per questo i Giudei più che mai cercavano d’ucciderlo; perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Gesù, quindi, rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da sé stesso far cosa alcuna, se non la vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente.

Il Signore inizia questo discorso dicendo: “Il Padre Mio opera fino ad ora, e anch’io opero”, parole dal significato molto profondo, sulle quali val la pena soffermarsi, perché rivelano la gloria di Cristo come Figlio del Padre, e rispondono così all’obiezione dei Giudei che lo giudicavano perché aveva fatto queste cose in giorno di sabato. Qual è il carattere delle opere del Padre e del Figlio? Nel corso della storia del mondo, le opere degli uomini sono state caratterizzate dalla violenza e dalla corruzione. Il potere più grande dell’uomo si dimostra nell’inventare sempre nuovi metodi per distruggere la vita. Questa scena a Gerusalemme dimostra il carattere delle opere umane, perché in quel momento i Giudei cercavano di uccidere Colui che aveva appena “risuscitato” un uomo dal “letto di morte”.

Inoltre, il Padre ha lavorato “fino ad ora”. Naturalmente, il Padre non si rivela come tale fino a quando il Figlio non viene nel mondo; ma dietro a tutto quello che Dio ha fatto fin dall’inizio dei tempi, possiamo ora riconoscere la mano del Padre che opera secondo il desiderio di grazia del Suo cuore, per liberare l’uomo dalla presenza del peccato e dalla morte. L’opera del Padre la vediamo:

  • nella promessa nel Giardino dell’Eden,
  • nei Suoi rapporti con Abele ed Enoc,
  • nel diluvio,
  • nelle promesse ai patriarchi
  • nelle dichiarazioni dei profeti.

Poi il Signore aggiunge: “E anch’io opero”. Questo mostra la gloria della Sua persona. I Giudei interpretarono giustamente le parole del Signore nel senso che Egli era “uguale a Dio”. Erano un’affermazione della Sua divinità e, di conseguenza, la rivelazione della gloria della Sua persona. Esse mostravano l’uguaglianza tra il Figlio e il Padre, nel senso che tutto ciò che fa il Padre lo fa anche il Figlio. Non solo: il Figlio non opera in modo indipendente dal Padre. Tutto si svolge in perfetta armonia, come mossi dallo stesso pensiero, dallo stesso affetto, perché “il Padre ama il Figlio e gli mostra tutte le cose che egli fa”. Fattosi uomo, il Signore si preoccupa tuttavia di mantenere tutto ciò che è giusto e perfetto in tali condizioni, per cui, pur affermando la Sua uguaglianza al Padre, dice: “Il Figlio non può da sé stesso far cosa alcuna” e aggiunge: “se non la vede fare dal Padre”.

L’uguaglianza tra Padre e Figlio non significa indipendenza tra loro, come se ci fossero due dei. La coesistenza di due esseri supremi e onnipotenti sarebbe impossibile. Ecco perché il Signore può dichiarare: “le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente“.

Il fatto che il Figlio faccia soltanto le cose che il Padre gli mostra, rende evidente che tutto ciò che fa il Figlio è la rivelazione del Padre. Se gli Ebrei avevano visto il Signore, avevano dunque visto il Padre e rifiutando il Figlio, avevano rifiutato anche il Padre. Questo passo non solo presenta la gloria del Figlio, ma ci dice che in tutto quello che Gesù ha fatto, ha presentato il Padre. Nel capitolo 4, siamo condotti al Padre per mezzo della fonte di acqua viva che sgorga a vita eterna, e adoriamo. Qui invece il Padre è posto davanti a noi nella persona del Figlio.

Capitolo 5:20

Perché il Padre ama il Figlio, e gli mostra tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati.

“Il Padre ama il Figlio”. Questa affermazione mostra che c’era sulla terra un Uomo degno dell’amore del Padre. Tuttavia, dire che il Padre ha amato un essere santo e più grande di tutti, pur essendo perfettamente vero, non presenterebbe adeguatamente la grandezza dell’amore del Padre. Gli uomini dimostrano la povertà del loro amore con la piccolezza degli oggetti su cui spesso ripongono il loro affetto. Più grande è l’oggetto dell’amore, più grande è il carattere di quell’amore. Nel Figlio, tutte le qualità morali si trovano perfettamente. L’amore del Padre è così grande che non può essere soddisfatto da un oggetto inferiore al Figlio.

La gloria del Figlio si manifesta poi in un’altra forma. Le Sue opere fanno conoscere la Sua gloria. Aveva già trasformato l’acqua in vino, guarito il figlio dell’ufficiale reale e guarito lo storpio nella piscina. Erano opere legate alla benedizione dell’uomo sulla terra. Ma ci sono opere più grandi che il Padre riserva al Figlio, opere che superano i confini della morte e hanno a che fare con la vita eterna.

Capitolo 5:21-23

Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole. Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato.

Il Signore mostrerà che le opere più grandi sono la risurrezione, il dono della vita eterna e il giudizio. Queste opere riguarderanno tutti gli uomini, credenti e non credenti. I credenti saranno risuscitati e vivificati; gli increduli e gli oppositori, come gli Ebrei ai quali il Signore stava parlando, cadranno purtroppo sotto il Suo giudizio.

Risuscitare significa dare vita a qualcuno, una vita che vive in Dio. In senso spirituale, il credente è vivificato già da ora; è reso coscientemente vivente per Dio, da uno stato in cui era spiritualmente morto per Lui (Colossesi 2:13). Inoltre, questa vita non si riferisce solo all’anima, ma anche al suo corpo mortale che, alla venuta di Cristo, sarà completamente liberato dalla morte per rivestirsi di immortalità (Romani 8:11; 1 Corinzi 15:53). Anche gli increduli saranno risuscitati dai morti, ma non è mai detto che saranno resi vivi.

Se, come gli ebrei, gli uomini rifiutano di onorare il Figlio come uguale al Padre, dovranno onorarlo incontrandolo come giudice. Rifiutarlo come Figlio significa perdere ogni benedizione; incontrarlo come Giudice segnerà la loro sorte. Ma il Padre vuole che il Figlio sia onorato sia come Figlio che come Giudice. Per cui le anime vivificate, nella forza della nuova vita, troveranno gioia nel riconoscerlo come Figlio, mentre i malvagi saranno costretti a riconoscerlo come tale nel giudizio e saranno giudicati non solo per aver rifiutato il Figlio, ma perché così facendo hanno rifiutato anche il Padre. “Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato”.

Capitolo 5:24

In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.”

Nei versetti che seguono, il Signore fa la distinzione tra morte morale e morte fisica. La morte è sinonimo di separazione; separazione dell’anima dal corpo, come nel caso della morte fisica, o della separazione tra Dio e l’anima, come nel caso della morte morale. Nei v. da 24 a 27, il Signore si occupa prima di tutto di quest’ultima. Egli mostra che le persone morte nelle loro colpe e nei loro peccati possono essere rese vive e sfuggire al giudizio; ascoltando la Sua parola e credendo nel Padre che lo ha mandato possono passare “dalla morte alla vita”.

Capitolo 5:25-27

In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno. Perché come il Padre ha vita in sé stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in sé stesso; e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo.

La responsabilità di ascoltare e credere spetta al peccatore, ma questi versetti presentano soprattutto l’azione sovrana del Figlio nel vivificare coloro che sono moralmente morti: essi ascoltano la voce del Figlio di Dio e vivono.

Ascoltare la voce del Figlio di Dio non significa semplicemente ascoltare alcune parole da Lui pronunciate. In Atti 13:27 vediamo che gli abitanti di Gerusalemme ascoltavano ogni sabato le parole dei profeti, ma non comprendevano “la voce dei profeti”. Si possono udire le parole e non capirne il messaggio. In 1 Corinzi 14:10 leggiamo: “Ci sono nel mondo non so quante specie di linguaggi e nessun linguaggio à senza significato”. Quindi la voce è la forza reale (il suono distinto) delle parole ovvero il messaggio contenuto in esse. La voce del Figlio di Dio è la rivelazione dell’amore di Dio, che agisce in grazia verso l’uomo.

La voce rappresenta quindi ciò che è speciale e unico nella testimonianza resa da una persona. I profeti avevano un messaggio che era particolare per il loro servizio. Giovanni Battista parla di sé stesso come di una voce; questo era la sua testimonianza. Ma c’è qualcosa di assolutamente unico nella “voce” del Figlio di Dio; quando la si ascolta, l’anima vive. “Coloro che ascoltano vivranno”. Passano dal regno della morte a quello della vita, dove Dio è conosciuto.

Inoltre, il Figlio dell’uomo ha l’autorità per esercitare il giudizio. Gli uomini rifiutavano Cristo come Figlio di Dio e cercavano di metterlo a morte come Figlio dell’uomo. Dio, invece, vuole che Gesù sia onorato sia come Figlio di Dio che come Figlio dell’uomo. Coloro che oggi lo rifiutano lo vedranno nel giudizio perché Egli lo eserciterà sia come Figlio di Dio che come Figlio dell’uomo (5:22 e 27).

Capitolo 5:28-29     

Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio.

Nei v. 25 a 27, troviamo l’effetto prodotto quando si ascolta la voce del Figlio di Dio. Essa porta alla vita. Nei v. 28 e 29, quella voce avrà un vero e proprio effetto fisico, quando risusciterà i morti dalle loro tombe; con Dio l’aspetto morale viene generalmente prima di quello fisico. Nel v. 25, parlando dei credenti, leggiamo: “quelli che l’avranno udita, (la voce del Figlio di Dio) vivranno”. Qui, nel v. 29, che include credenti e non credenti, non si parla di vita, ma semplicemente del fatto che “quelli che sono nelle tombe udranno la Sua voce e ne verranno fuori“.

Il Signore, qui parlando a degli Ebrei, fa dipendere la risurrezione di vita dall’operare il bene in ubbidienza alla legge. Noi sappiamo però che nessun uomo può adempierla perfettamente; ecco perché anche nel vecchio Testamento la salvezza dipendeva dalla fede (Cfr. Ac. 2:4).  Dove c’è fede, essa si manifesta facendo il bene.

Sia la “vita” che il “giudizio” richiedono la risurrezione. Il corpo deve essere risuscitato dai morti, sia quello del credente che quello dell’incredulo che sarà giudicato.

8.4 – Le differenti testimonianze alla gloria di Cristo — Capitolo 5:30-47

Capitolo 5:30-31

Io non posso far nulla da me stesso; come odo, giudico; e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. «Se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza non è vera.

In questi versetti il Signore presenta le varie testimonianze della gloria della Sua persona che lasciano senza scuse coloro che lo rifiutano. Certamente, c’era quella del Signore che testimoniava di sé stesso. Era la testimonianza di Colui che aveva preso il posto di un “Uomo” perfettamente dipendente. Come tale non poteva fare nulla da sé. Dietro la Sua testimonianza c’era la comunione con il Padre e la dipendenza da Lui. Così poteva dire: “come odo giudico e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Il Suo giudizio non era formato da ciò che sentiva dagli uomini, né era distorto dalla ricerca della propria volontà.

Tuttavia, nonostante la Sua perfezione, la Sua stessa testimonianza non sarebbe valida secondo la legge che dice: “La testimonianza di due uomini è vera”. Qualcuno ha detto: La testimonianza di un solo uomo potrebbe essere vera – in assoluto; altrettanto vera quanto quella di due. Ma non sarebbe vera allo stesso modo per gli altri; avrebbe bisogno di essere confermata. Per questo motivo, nonostante la solidità del Suo giudizio e la purezza delle Sue motivazioni, Egli non chiede agli uomini di credere in Lui semplicemente sulla base della Sua testimonianza. Il Signore ci darà altre quattro testimonianze:

  • quella di Giovanni Battista (5:32-35).
  • quella delle Sue opere (5:36).
  • quella del Padre stesso (5:37-38).
  • quella delle Scritture (5:39-47).

Capitolo 5:32-35

Vi è un altro che rende testimonianza di me; e so che la testimonianza che egli rende di me è vera. Voi avete mandato a interrogare Giovanni, ed egli ha reso testimonianza alla verità. Io però la testimonianza non la ricevo dall’uomo, ma dico questo affinché voi siate salvati. Egli era la lampada ardente e splendente e voi avete voluto per breve tempo godere alla sua luce

Giovanni Battista ha reso testimonianza a Cristo e alla verità, e la Sua testimonianza era vera. Il Signore non aveva bisogno di quella degli uomini, ma nella Sua grazia, per venire incontro ai Giudei per la loro salvezza, menziona la testimonianza di Giovanni. Durante la sua vita Giovanni fu una “lampada ardente e splendente” in mezzo alle tenebre che precedevano la venuta di Cristo; e gli uomini vollero “godere” per un certo tempo della sua luce, perché lo ritenevano un profeta (Luca 20:6).

Capitolo 5:36

Ma io ho una testimonianza maggiore di quella di Giovanni; perché le opere che il Padre mi ha date da compiere, quelle stesse opere che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.

Tuttavia, c’era una testimonianza più grande di quella di Giovanni: le opere che il Padre gli aveva dato da fare, ovvero i grandi miracoli dell’Evangelo di Giovanni. Essi erano il completamento delle opere del Padre (5:17) e testimoniavano la gloria della Sua persona come Suo inviato.

Capitolo 5:37-38

Il Padre che mi ha mandato, egli stesso ha reso testimonianza di me. La sua voce, voi non l’avete mai udita; il suo volto, non l’avete mai visto; e la sua parola non dimora in voi, perché non credete in colui che egli ha mandato.

Inoltre, il Padre stesso aveva testimoniato direttamente la gloria del Figlio. Al battesimo, la voce che veniva dal cielo aveva detto: “Tu sei il Mio diletto Figlio, in Te mi sono compiaciuto”. Per gli oppositori, questa testimonianza era stata assolutamente vana. In un altro caso sebbene il Padre avesse perlato, non avevano “ascoltato” la Sua voce; per loro, quando parlava, era solo un tuono. (Cfr. Giovanni 12:29) Era evidente che questa parola non era entrata nei loro cuori, perché non credevano in Colui che aveva mandato il Signore Gesù.

Capitolo 5:39-40

Voi investigate le Scritture, perché pensate d’aver per mezzo di esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me; eppure non volete venire a me per aver la vita!

Infine, c’è la testimonianza delle Scritture, di cui i Giudei si vantavano, credendo di avere per mezzo di esse vita e benedizione. Certamente avrebbero fatto bene a cercarle, perché esse testimoniavano di Cristo. Ma mentre si vantavano delle Scritture, non volevano venire a Colui di cui esse parlavano e nel quale avrebbero trovato la vita. Il Signore non dice: “Non potete venire”, ma “Non volete venire”. Infatti, per andare a Cristo l’uomo consapevole dei suoi peccati, deve cercarlo con tutto il cuore. Evidentemente i Giudei non volevano cercarlo perché non credevano alla Sua testimonianza ne a quella delle Scritture.

Capitolo 5:41-42

Io non prendo gloria dagli uomini; ma so che non avete l’amore di Dio in voi.

Il motivo per cui il Signore invitava gli uomini a venire a Lui non era quello di ricevere gloria da loro, ma di far loro ottenere la benedizione di Dio. La loro ostinazione a non venire a Cristo rivelava la loro condizione e dimostrava che l’amore di Dio non significava nulla per loro; non solo, ma quell’amore non aveva posto nei loro cuori.

Capitolo 5:43

Io sono venuto nel nome del Padre mio, e voi non mi ricevete; se un altro verrà nel suo proprio nome, quello lo riceverete

Il Signore era venuto per far conoscere l’amore del Padre. Rifiutando di accogliere Cristo, essi rifiutavano una testimonianza che, da un lato rivelava l’amore del cuore del Padre, dall’altro condannava totalmente la malvagità e l’egoismo dei loro cuori. Questo rifiuto di Cristo li esporrà alla terribile influenza dell’Anticristo che lusingherà il desiderio di grandezza, potere e gloria dell’uomo. Non solleverà alcun problema circa la loro peccaminosità. Non chiederà loro alcun cambiamento morale, ma chiederà solo di dargli potere e gloria. Essi accoglieranno quest’uomo che risponderà così in modo completo alle malvage esigenze dei loro cuori.

Capitolo 5:44

Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?

Poiché la loro condizione morale era così bassa, era impossibile per loro credere in Cristo e ricevere la verità. La ricerca dell’onore e della stima degli uomini impediva loro di ricevere umilmente la benedizione e l’onore di Dio, riconoscendo la loro reale condizione di peccatori.

Capitolo 5:45-47

Non crediate che io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c’è chi vi accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole.”

Mosè, in cui professavano di avere speranza, sarebbe stato il loro accusatore. Infatti, se avessero veramente creduto a Mosè, avrebbero creduto a Cristo, perché Mosè aveva scritto di Lui.

 Il Signore conclude questo discorso rendendo una notevole testimonianza sull’importanza e sul valore degli scritti di Mosè. Infatti, le comunicazioni di Mosè erano state scritte sotto l’ispirazione di Dio e quindi avevano anch’esse un’autorità divina.

 

9. I modi in cui la grazia risponde ai bisogni dell’uomo – Capitolo 6

Il Capitolo 5 presenta Cristo come il Figlio di Dio che dà la vita a chi vuole. Il Capitolo 6 ce lo presenta come Figlio dell’uomo che dà la vita a coloro che lo accolgono, e come Colui che sostiene la vita che dà.

La prima parte del Capitolo(6:1-21) riporta due episodi che servono a illustrare il grande tema del discorso del Signore riportato nella seconda parte. Nella prima scena Cristo agisce come Re, fornendo, nella Sua regale liberalità, il pane per il mantenimento della vita naturale. La seconda scena mostra Cristo raffigurato come Sacerdote nel cielo, che sostiene il Suo popolo e lo nutre in modo “spirituale”, mentre questi attraversa un mondo in cui tutto è contro di lui.

Nel discorso che segue, il Signore sviluppa grandi verità che comprendono la Sua incarnazione (6:32-50), la Sua opera (6:51-56), la Sua risurrezione (6:57) e la Sua ascensione (6:62). Queste cose consentono a coloro che credono in Lui di vivere e fanno sì che questa loro nuova vita sia     nutrita per soddisfare ogni loro bisogno spirituale.

9.1 Moltiplicazione dei pani per 5000 uomini – Capitolo 6:1-14

Questo miracolo è una testimonianza dell’intervento di Dio a favore dell’umanità, secondo il salmo 132:15: “Benedirò abbondantemente il suo cibo, sazierò di pane i suoi poveri” e introduce il grande tema del capitolo: Cristo per la soddisfazione del cuore del Suo popolo. Nel capitolo 4 Cristo libera dal potere del peccato, nel capitolo 5 libera dalla schiavitù della legge e nel capitolo 6 libera dal bisogno.

Capitolo 6:1-9

Dopo queste cose Gesù se ne andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè il mare di Tiberiade. Una gran folla lo seguiva, perché vedeva i miracoli che egli faceva sugli infermi. Ma Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Or la Pasqua, la festa dei Giudei, era vicina. Gesù dunque, alzati gli occhi e vedendo che una gran folla veniva verso di lui, disse a Filippo: «Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?» Diceva così per metterlo alla prova; perché sapeva bene quello che stava per fare. Filippo gli rispose: «Duecento denari di pani non bastano perché ciascuno ne riceva un pezzetto». Uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, gli disse: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?»

Una grande folla si ritrova su un monte deserto e ha necessità di cibo. Era impossibile soddisfare questo bisogno con le risorse umane. Il Signore, però, è lì e provvederà; ma prima di farlo, usa questa difficoltà per mettere alla prova la fede dei Suoi discepoli. Hanno fede per utilizzare le risorse del Signore quando, da parte loro, ogni speranza è svanita? Per questo il Signore dice a Filippo: Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare? Diceva così per metterlo alla prova; perché sapeva bene quello che stava per fare”.

Potremmo forse dubitare che oggi sia diverso da allora? È possibile che tra i figli di Dio sorgano difficoltà, umanamente insormontabili, per metterli alla prova. Noi professiamo di seguire il Signore, confessando che senza di Lui non possiamo fare nulla e che la Sua grazia è sufficiente; poi la nostra professione viene messa alla prova da una difficoltà che non riusciamo a superare… Tuttavia, Gesù sapeva bene quello che stava per fare!” Queste parole ci assicurano che non esistono difficoltà nella nostra vita personale o, in generale, tra i figli di Dio, che Egli non possa risolvere. Negli ultimi giorni così difficili, i “dottori” e i conduttori possono fallire, ma nei giorni più bui e nelle difficoltà più grandi c’è sempre “Qualcuno” a cui ci si può rivolgere con la certezza che Egli sa cosa sta per fare.

Troppo spesso i problemi nascono dal fatto che siamo riluttanti a riconoscere umilmente che non sappiamo cosa fare. A volte crediamo di avere noi la soluzione, oppure che le cose andrebbero bene se gli altri agissero secondo i nostri suggerimenti. E così non pensiamo di rivolgerci a Colui che sa. Come nel caso dei discepoli, le difficoltà mettono in evidenza sia la povertà della nostra fede sia la grandezza delle risorse del Signore. Per rispondere alla situazione, Filippo non vide altro che il potere del denaro, ma dovette ammettere che il suo piano avrebbe fornito solo “un po’” di cibo per la folla. Che differenza con il Signore che, quando ha agito, ha dato i pani quanti ne vollero”.

Mentre Filippo parla di quanto avrebbero avuto bisogno, Andrea si lamenta di quanto poco hanno. Nessuno dei due discepoli pensa al Signore e alle vaste risorse disponibili per chi ha fede in lui.

Capitolo 6:10-14

“Gesù disse: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. La gente dunque si sedette, ed erano circa cinquemila uomini. Gesù, quindi, prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì alla gente seduta; lo stesso fece dei pesci, quanti ne vollero. Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda». Essi quindi li raccolsero e riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d’orzo erano avanzati a quelli che avevano mangiati. La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo».

Dopo aver rivelato la mancanza di fede dei discepoli, il Signore stesso rivela la grazia del Suo cuore e la potenza della Sua mano nel rispondere alle difficoltà. La nostra incapacità non impedisce al Signore di agire in nostro favore. Che benedizione!

La scena che segue è certamente un’anticipazione della benedizione del Millennio che mostra la perfetta amministrazione e la capacità del Signore di calmare il tumulto del mondo e di soddisfarne i bisogni. Alla Sua parola, più di cinquemila uomini (Il Vangelo di Matteo riporta “oltre alle donne e i bambini” Cfr. Matteo 14:5-21) sperimentano riposo. Egli parlò e subito “gli uomini… si sedettero”. È una figura di ciò che avverrà nel giorno che il Signore ha preparato per il Suo popolo: “Spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada e la guerra, e li farò riposare al sicuro” (Osea 2:18).

Inoltre, la scena non solo mostra la gloria della Sua persona, ma rivela la perfezione del Suo modo di agire. Leggiamo: “Gesù prese i pani” – i cinque pani d’orzo – e “dopo aver reso grazie”, sfamò la folla. Egli utilizza le risorse naturali della terra in relazione a Dio che le ha date, riconoscendo che per l’uomo il cielo è la vera fonte di ogni benedizione. Così quel poco soddisfa molti!

Ai tempi del profeta, Dio poté servirsi di una “vedova” che non aveva altro che una “manciata di farina” e “un po’ di olio in un vaso” per mantenere una famiglia per un anno intero (1 Re 17:15-16). Allo stesso modo, Cristo può usare i cinque pani d’orzo e i due pesci di un ragazzino per sfamare quella grande moltitudine.

Inoltre, il Signore “distribuisce” le risorse della vita con tale perfezione da soddisfare tutte le necessità. Il lusso sfrenato e l’estrema povertà, lo spreco eccessivo e il bisogno disperato, cesseranno quando il Signore prenderà il posto che gli spetta come giudice di tutta la terra. L’uomo può impoverire i ricchi, ma non può arricchire i poveri. Può distruggere l’ordine presente, ma non può introdurre la benedizione del Regno futuro del Signore.

Quando Cristo elargisce la benedizione, tutti sono soddisfatti e c’è ancora un’eccedenza!

9.2 – Cristo sul monte e i discepoli sul mare – Capitolo 6:15-21

“Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo. Quando fu sera, i suoi discepoli scesero al mare e, montati in una barca, si dirigevano all’altra riva, verso Capernaum. Era già buio e Gesù non era ancora venuto presso di loro. Il mare era agitato, perché tirava un forte vento. Com’ebbero remato per circa venticinque o trenta stadi, videro Gesù camminare sul mare e accostarsi alla barca; ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». Essi dunque lo vollero prendere nella barca, e subito la barca toccò terra là dove erano diretti”

Colpiti dal miracolo della moltiplicazione dei pani, i Giudei riconoscono Gesù come il profeta annunciato da Mosè, che, come lui, sarebbe venuto da Dio per soddisfare le necessità del popolo e introdurlo nella benedizione promessa (Deuteronomio 18:15-19). Erano pronti a eleggerlo re nella speranza che li liberasse dagli odiati romani. Ma il tempo di regnare non era ancora giunto, così, Cristo “si ritirò… sul monte tutto solo”, per esercitare quel ruolo di Sacerdote che oggi esercita dal cielo.

Rimasti soli, i discepoli salgono su una barca per attraversare il mare, sul quale “tirava un forte vento” in mezzo a un’oscurità crescente: un’eloquente immagine di coloro che appartengono a Cristo, lasciati in un mondo di tenebre durante la Sua assenza, contrastati da malvagi che, come il mare, non si fermano mai. Tuttavia, i discepoli sono sostenuti da Cristo, che viene loro incontro in quei momenti di terribile angoscia.

Questo ufficio sacerdotale di Cristo è ora esercitato a favore della Chiesa e continuerà ad esserlo nei confronti del residuo pio dei Giudei quando attraverseranno la grande tribolazione. È probabilmente a quei credenti Israeliti che questa scena si riferisce in modo particolare; completa così l’insegnamento dato dal primo episodio, mostrando che la benedizione del regno sarà ottenuta solo dopo la grande tribolazione.

Il residuo ebraico, quando sarà esposto alle terribili attività di Satana nel periodo della tribolazione, sperimenterà la grazia di avere il Signore come Sommo Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec, che verrà in loro soccorso. Infine, quando la tempesta della persecuzione raggiungerà il suo culmine e la condizione dei fedeli sarà praticamente senza speranza, il Signore apparirà in loro favore (Zaccaria 14:4) e manifesterà una potenza superiore a quella del nemico, qui illustrata nell’immagine di Gesù che cammina sul mare.

Quando le prove avranno prodotto l’umiliazione, i Giudei accoglieranno con fede Colui che hanno respinto per invidia e orgoglio nei giorni della loro incredulità. Quando Cristo fu accolto nella barca, i discepoli giunsero “là dove erano diretti”: allo stesso modo Israele giungerà alla benedizione sotto il regno di Cristo.

9.3 – Il discorso del Signore a Capernaum – Capitolo 6:22-71

Capitolo 6:22-25

La folla che era rimasta sull’altra riva del mare aveva notato che non c’era là altro che una barca sola, e che Gesù non vi era entrato con i suoi discepoli, ma che i discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. La folla, dunque, quando ebbe visto che Gesù non era là e che non vi erano i suoi discepoli, montò in quelle barche, e andò a Capernaum in cerca di Gesù. Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbì, quando sei giunto qui?»

I versetti introduttivi del discorso del Signore ci dicono che il giorno dopo la moltiplicazione dei pani, la folla che era stata sfamata attraversò il mare e venne a Capernaum per cercare Gesù.

Capitolo 6:26-27

Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che voi mi cercate, non perché avete visto dei segni miracolosi, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati. Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà; poiché su di lui il Padre, cioè Dio, ha apposto il proprio sigillo».

Il Signore inizia il Suo discorso denunciando i motivi che hanno spinto la folla a cercarlo. Non era certo per un bisogno spirituale o perché avevano visto la gloria della Sua persona manifestata dal miracolo, ma perché avevano mangiato dei pani ed erano stati saziati. Se Cristo avesse soddisfatto i loro bisogni temporali senza sollevare questioni morali sul loro stato davanti a Dio, lo avrebbero seguito felicemente. Ahimè, in mezzo alla corruzione del cristianesimo, gli stessi motivi governano gli uomini come ai tempi del giudaismo corrotto. Resta vero che gli uomini cercano Cristo non per ricevere una benedizione eterna, ma per i “pani e i pesci”. Sono disposti ad ascoltare sermoni e a sentir parlare di Cristo, purché sia presentato solo come Colui che può migliorare lo stato del mondo e soddisfarne i bisogni temporali. Ma se Cristo viene presentato come l’intervento di Dio per la salvezza eterna dell’uomo, allora le masse non hanno alcun interesse per Lui.

Inoltre, in questo discorso ci è concesso di vedere la gloria del Figlio dell’uomo, così come nel Capitolo precedente ci è stata presentata la gloria di Figlio di Dio. Qui, la Sua gloria appare nel grande fatto che, come Figlio dell’uomo, è sigillato con lo Spirito Santo da Dio Padre. In questo modo si distingue dall’intero genere umano come proprietà di Dio e come Colui che, in quanto uomo, è oggetto della piena approvazione e dell’infinito compiacimento del Padre.

Capitolo 6:28

Essi dunque gli dissero: «Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?»

Le parole del Signore avevano chiarito che questi uomini non avevano alcuna percezione della gloria della Sua Persona, né dei bisogni delle loro anime. Ora la loro stessa domanda rivela che non avevano nemmeno idea della loro totale incapacità. Si chiedono con grande leggerezza: “Che dobbiamo “fare” per compiere le opere di Dio?”. Essi presumono di essere in grado di fare tutto ciò che Dio richiede, purché siano istruiti sui Suoi desideri.

Capitolo 6:29

Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

In quale profonda oscurità si trovavano! Non conoscendo né la propria incapacità né la grazia divina, consideravano Dio come qualcuno che esige delle opere dall’uomo. Essi dovevano ancora imparare che la grazia non ne richiede per ottenere la salvezza, ma chiede soltanto che l’uomo creda in Colui che Dio ha mandato. Le opere seguiranno poi la fede.

Capitolo 6:30-31

“Allora essi gli dissero: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto: “Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”».

Gli uomini mostrarono subito la loro incredulità chiedendo un miracolo. Capivano perfettamente che un segno miracoloso era una prova dell’intervento di Dio negli affari degli uomini. È vero, avevano visto il Signore sfamare i cinquemila uomini, ma pensavano: che cos’è questo rispetto a Mosè che sfamò la grande moltitudine di Israele per quarant’anni nel deserto?

Cristo stesso era il segno dell’intervento di Dio in grazia, e i miracoli da Lui compiuti attestavano chiaramente che era una persona divina. Non conoscendo i loro veri bisogni e ignorando le Scritture non riuscivano a cogliere il senso del miracolo. Si aspettavano un Cristo che avrebbe agito con potenza contro i loro nemici ricoprendo Israele di onori. Invece, Cristo era venuto in umiltà e la Sua umiliazione fu per loro una pietra d’inciampo. Se fossero stati consapevoli dei loro bisogni, avrebbero aspettato la redenzione e l’avrebbero riconosciuta in Cristo. È ovvio che Colui che è venuto a compiere la redenzione con il Suo sacrificio non poteva partecipare alla gloria e agli onori di questo mondo. Simeone e Anna hanno atteso la redenzione in Israele e hanno compreso la portata dell’intervento divino (Luca 2:34-38).

Capitolo 6:32-33

Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo».

Il Signore rispose che non era stato Mosè a dare loro il pane dal cielo; insieme al popolo, egli lo aveva semplicemente ricevuto. Poi il Signore presenta tre grandi verità che lo distinguono, come uomo, da Mosè e da tutti gli altri esseri umani.

  • In primo luogo, la presenza del Figlio dell’uomo segnalava l’intervento amorevole del Padre in favore dell’umanità. Dio non esigeva più dall’uomo la giustizia che derivava dall’ubbidienza alla legge, ma il Padre donava all’uomo l’amore di una grazia sovrana.
  • In secondo luogo, il Signore presenta la grande verità della Sua Egli non è semplicemente un uomo tra i più grandi della terra, come nel caso di Mosè e di altri, ma è Colui che è sceso dal cielo. È veramente una persona divina, ma presente come uomo sulla terra, un uomo di ordine completamente nuovo: un uomo “celeste”.
  • In terzo luogo, è il pane di Dio che “dà vita al mondo”. Non si tratta più di nutrire Israele con la manna durante la traversata del deserto; Cristo è il vero “pane di Dio” per tutti coloro che sentono il bisogno di “nutrirsi” di Lui

Capitolo 6:34

Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di codesto pane».”

Pensando solo alla vita naturale, questi uomini dissero: “Signore, dacci sempre di codesto pane“. Ignorando i loro bisogni spirituali, non discernevano la Sua gloria né il significato delle Sue parole.

Capitolo 6:35

Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete».

In risposta alla loro richiesta, il Signore si presenta come il vero pane e parla della benedizione di coloro che sarebbero venuti a Lui. Se volevano un pane che soddisfacesse i loro bisogni “per sempre”, avrebbero dovuto venire a Lui, il pane della vita. Come pane di Dio, Egli mette a disposizione del mondo “vita” e ” appagamento”. Coloro che godono del dono della vita venendo a Lui, scopriranno che è una vita che soddisfa i bisogni dell’anima: non avranno “mai più fame” e “mai più sete”.

Capitolo 6:36

Ma io ve l’ho detto: «Voi mi avete visto, eppure non credete!».

Ahimè, l’uomo abbandonato a sé stesso rifiuta Cristo quando si presenta nell’incarnazione, così come lo rifiuta in seguito sia nella Sua morte (6:52) che nella Sua esaltazione (6:66). Il Signore deve dire: “Mi avete visto eppure non credete!”.

Capitolo 6:37

“Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori;

Dunque, se la benedizione dipendesse dalla responsabilità dell’uomo, tutto sarebbe perduto; nessuno sarebbe benedetto. Ma, come sempre, quando l’uomo si manifesta per quello che è, Dio manifesta a Sua volta i consigli del Suo cuore. Infatti, non permetterà che tutti periscano, né che la venuta del Figlio dell’uomo sia vana. Ci sono quelli che il Padre si propone di dare al Figlio, e il Signore può affermare: “Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me”. Poiché il Padre li dà, il Figlio li accoglie: “Colui che viene a me, non lo caccerò fuori”. Qualunque sia la loro nazionalità o il loro carattere, ebrei o gentili, donne decadute o ladri incalliti, farisei o pubblicani, se solo vengono a Cristo, saranno accolti, perché il fatto di venire a Lui è la prova che sono il dono del Padre al Figlio.

Capitolo 6:38-40

perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nessuno di quelli che egli mi ha dati, ma che li risusciti nell’ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Inoltre, il fatto che il Signore ricevesse tutti quelli che il Padre gli dava, dimostra che era lì per fare la volontà del Padre. Il Signore si presenta come Colui che è sceso dal cielo per essere il servo venuto a fare la volontà di Colui che lo ha mandato. Essa è affidata dal Padre a Colui che è in grado di compierla. La volontà di una persona divina può essere compiuta pienamente soltanto da una persona divina; quindi, in questi versetti troviamo il Padre e il Figlio che operano: il Padre concepisce i Suoi consigli di grazia, il Figlio li attua.

La volontà del Padre è presentata in due modi. In primo luogo, è vista in relazione al Figlio. La volontà del Padre è che coloro che sono dati al Figlio siano custoditi da Lui e che Egli li risusciti tutti nell’ultimo giorno. Che garanzia benedetta dà il compiere la volontà del Padre attraverso il Figlio per tutti coloro che credono in Lui! Essi sono completamente liberati dal potere del male ed entrano nella piena benedizione dell’ultimo giorno! Lui non perde nessuno di quelli che il Padre gli ha dato. In quel giorno, tutto ciò che è stato conosciuto per fede sarà manifestato. Siccome i figli di Dio muoiono e sono dimenticati, generazione dopo generazione, potrebbe sembrare che siano dimenticati da Dio. Le parole del Signore ci assicurano invece che non è così. Nessuno di loro è perduto o dimenticato. Essi riappariranno nell’ultimo giorno. La potenza di risurrezione del Signore sarà la prova finale che Egli non ha perso nessuno. L'”ultimo giorno” si riferisce alla fine dell’età presente, quando Cristo verrà a regnare e a risuscitare coloro che il Padre gli ha dato, affinché possano partecipare con Lui alla gioia e alla benedizione celeste del regno. Allora si realizzeranno pienamente le parole del Signore secondo cui chi viene a Lui non avrà mai più né fame né sete.

In secondo luogo, la volontà del Padre viene presentata in relazione alla responsabilità dell’uomo. È volontà del Padre che il Figlio sia presentato a tutti, e che chiunque lo riconosce come Figlio e crede in Lui, abbia la vita eterna, una vita nella cui pienezza entreremo attraverso la risurrezione.

Capitolo 6:41-42

Perciò i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane che è disceso dal cielo». Dicevano: «Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre? Come mai ora dice: Io sono disceso dal cielo?»”

Giudicando dalle apparenze e ragionando come ragionano gli uomini, i Giudei non possono accettare il fatto che qualcuno sia disceso dal cielo. Questo rimane un problema: l’uomo naturale può capire la genealogia di Cristo secondo la carne, ma rifiuta la grande verità che Egli è una persona divina, venuta in carne, e quindi molto più che il figlio di Giuseppe come i Giudei credevano.

Capitolo 6:43-45

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre, che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. È scritto nei profeti: “Saranno tutti istruiti da Dio”. Ogni uomo che ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.”

La cecità e l’incredulità dell’uomo dimostrano solo la necessità di un’opera di grazia per poter venire a Cristo. Tutti sono liberi di venire, ma l’uomo, lasciato a sé stesso, non verrà. “Non c’è nessuno che capisca, nessuno che cerchi Dio” (Romani 3:11). Così il Signore chiarisce che gli uomini non possono essere benedetti se non per grazia. “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre, che mi ha mandato”.

Inoltre, è con l’insegnamento divino che il Padre attira qualcuno, secondo le parole: “Saranno tutti istruiti da Dio”. Egli illumina l’anima, da un lato convincendola del bisogno che ha di Cristo e dall’altro rivelando la Sua gloria. Così, il bisogno spinge l’anima verso Cristo e la grazia l’attira a Lui.

Capitolo 6:46

Perché nessuno ha visto il Padre, se non colui che è da Dio; egli ha visto il Padre.”

Il Signore protegge la verità da tutti i pensieri materiali. Essere istruiti da Dio non significa aver visto il Padre. L’insegnamento è di carattere spirituale.

Capitolo 6, 47-50

In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangi non muoia.

Il Signore inizia a mettere la verità in relazione con la Sua incarnazione. Chi è attirato dal Padre crede in Cristo come disceso dal cielo e ha vita eterna. La manna nel deserto sosteneva la vita naturale. La vita che Cristo dà non può essere “fermata” dalla morte fisica.

Capitolo 6:51-55

“Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, [che darò] per la vita del mondo». I Giudei dunque discutevano tra di loro, dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?» Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda.

I Giudei avevano già mormorato contro di Lui riguardo alla Sua incarnazione; ora discutono tra loro riguardo alla Sua morte. Ogni nuova verità mostra più chiaramente l’assoluta incapacità della mente dell’uomo senza Dio di comprendere le cose divine. Essi dicono: “Come può costui darci da mangiare la sua carne?”. Rifiutano le parole del Signore perché il solo ragionamento umano non le può comprendere.

La conoscenza delle verità divine è rivelata dalla grazia di Dio attraverso la fede. Perciò il Signore non risponde al loro come…?”, ma afferma la verità in termini ancora più forti: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi”. Sia l’incarnazione che la morte di Cristo sono presentate come oggetto e prova della fede. Chi crede alla Sua incarnazione, crede anche alla Sua morte e, con la stessa fede, alla Sua risurrezione. È questa la fede che salva.

Per Dio non c’è vita nell’uomo decaduto. Infatti, l’uomo vive nel peccato, ed è morto rispetto a Dio. La sua natura malvagia lo separa da Lui. Per il credente, la morte di Cristo pone fine al regno del peccato. Egli si appropria di questa morte, viene così liberato dalla potenza del peccato e vive per Dio.

Nei v. 53 e 54 vengono presentate due verità distinte.

  • In primo luogo, il mangiare per ricevere la vita, (v. 53), con il pensiero di un atto compiuto;
  • in secondo luogo, il mangiare per mantenere la vita ricevuta (v. 54), dove l’atto del mangiare è presentato come fonte di nutrimento continuo.

 

Capitolo 6:56-58

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui. Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a motivo del Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli a motivo di me. Questo è il pane che è disceso dal cielo; non come quello che i padri mangiarono e morirono; chi mangia di questo pane vivrà in eterno».

In questi versetti, il Signore sviluppa la benedizione di questa nuova vita.

– In primo luogo, è una vita in cui il credente è identificato con Cristo. Di colui che si nutre della Sua morte, il Signore allora può dire: “dimora in me, e io in lui”. Il credente è identificato con Cristo davanti a Dio e la vita di Cristo è rappresentata dal credente davanti agli uomini.

– In secondo luogo, è una vita che ha Cristo come centro. Il Signore può dire: “Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a motivo del Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli a motivo di me”. Questo ci porta oltre la morte e implica un Cristo vivente nella risurrezione, oggetto della vita del credente. Il Signore è vissuto sulla terra senza mai fare la propria volontà o cercare la propria gloria, ma la volontà e la gloria di Colui che lo ha mandato; una vita in cui ha sempre fatto le cose che piacevano al Padre (Gv 5:30; 7:18; 8:29). Egli ha vissuto ogni momento di questa vita di perfezione interamente per amore del Padre. Allo stesso modo, il cristiano che vive nella potenza di questa nuova vita vivrà per la gloria, la volontà e il piacere di Cristo.

– In terzo luogo, questa vita non è toccata dall’ombra della morte. La vita naturale, sostenuta dal cibo naturale, termina con la morte; ma la morte non può porre fine a una vita nutrita da Cristo, e che, avendo Cristo come centro, è una vita eterna.

Capitolo 6:59-62

“Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga di Capernaum. Perciò molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?» Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: «Questo vi scandalizza? E che sarebbe se vedeste il Figlio dell’uomo ascendere dov’era prima?”

Il discorso del Signore aveva mostrato l’incredulità della folla (6:36), l’incredulità dei Giudei (6:41-42, 52) e infine l’incredulità dei discepoli. Tuttavia, se avevano difficoltà a credere nell’incarnazione e nella morte di Cristo, sarebbero stati ancora più sconvolti nel vedere Colui che stava per morire salire poi nella gloria! L’uomo non credente, così come i discepoli, non può elevarsi al di sopra della terra e delle cose materiali; non può accettare un Cristo che scende dal cielo per diventare uomo. Un Cristo che sale in cielo è totalmente al di là della sua comprensione. Tutte queste grandi verità sono legate tra loro; rifiutandone una si perdono tutte, mentre la fede in una prepara l’anima a ricevere le altre.

Capitolo 6:63

“È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

L’incredulità dell’uomo non serve a nulla. Nemmeno una grande cultura, come nel caso di Nicodemo o di Saulo di Tarso, è capace di ricevere le cose di Dio. È lo Spirito che dà la vita, attraverso Cristo e le Sue parole, che sono spirituali; e, dove opera lo Spirito, esse diventano vita.

Capitolo 6:64-65

Ma tra di voi ci sono alcuni che non credono». Gesù sapeva infatti fin dal principio chi erano quelli che on credevano, e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre».

Alcuni si professavano seguaci di Gesù, ma non credevano. Gli uomini, infatti potevano seguirlo in massa a causa dei vantaggi materiali, ma nessuno poteva andare veramente a Cristo se non gli veniva dato dal Padre. Il Padre attira (6:44); il Figlio parla (6:63) e lo Spirito vivifica applicando con potenza le parole del Figlio all’anima.

Capitolo 6:66-71

Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Gesù rispose loro: «Non ho io scelto voi dodici? Eppure, uno di voi è un diavolo!» Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota, perché questi, uno dei dodici, stava per tradirlo.

Essendo stata denunciata l’incredulità dell’uomo naturale, molti dei Suoi discepoli si ritirarono e non camminarono più con Lui. La folla, i Giudei e i discepoli dimostrarono tutti che le parole del Signore erano vere: “La carne non giova a nulla”. Rimasero i dodici, una piccola cerchia di fedeli, e il Signore chiese: “Non volete andarvene anche voi?”. A questa domanda Pietro rispose in modo splendido: “Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Il discorso del Signore ha messo a nudo l’incredulità della carne, ma ha anche confermato la fede dei veri credenti. Se questi lo lasciassero, rimarrebbe una professione religiosa, conforto e onore nel mondo, ma si rinuncerebbe per sempre alla vita eterna e a tutte le benedizioni celesti ed eterne che essa comporta.

Tuttavia, nemmeno il far parte dei dodici sarebbe stata una base sicura su cui costruire, perché anche in quella cerchia, sebbene la più vicina al Signore e quindi la più privilegiata – la malvagità della carne avrebbe raggiunto il suo apice; uno di loro era talmente sotto il potere di Satana che il Signore poté dire di lui “è un diavolo”. A tempo debito, il tradimento del Signore l’avrebbe dimostrato.

10. Cristo glorificato e lo Spirito donato a chi crede – Capitolo 7

Il capitolo 5 presenta il Figlio di Dio che dà la vita a chi vuole, mentre il capitolo 6 mostra il Figlio dell’uomo, disceso dal cielo, che dà la Sua vita per il mondo, affinché chiunque creda in Lui abbia vita eterna.

Il capitolo 7, invece, ci presenta il Signore Gesù rifiutato sulla terra e in procinto di salire al cielo, affinché dalla gloria possa donare lo Spirito Santo, che sarebbe stato testimone del Signore ai credenti sulla terra, fino al giorno della Sua manifestazione in gloria. Così, mentre le verità del capitolo 6 sono basate sull’incarnazione e sulla morte di Cristo, nel capitolo 7 derivano dalla Sua ascensione. L’ascensione implica necessariamente una rottura completa con il mondo. Il capitolo quindi si apre con il rifiuto del Signore di partecipare pubblicamente agli affari di questo mondo.

Capitolo 7:1-2

Dopo queste cose, Gesù se ne andava per la Galilea, non volendo fare altrettanto in Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Or la festa dei Giudei, detta delle Capanne, era vicina.

L’insegnamento del Capitolo è introdotto dall’affermazione che la festa dei Giudei, la festa delle capanne, si stava avvicinando. In Israele c’erano tre grandi feste: la Pasqua, la Pentecoste e la festa delle capanne. La Pasqua, figura della croce, è già stata adempiuta per il credente, e così pure la festa di Pentecoste, immagine della discesa dello Spirito Santo. La festa dei Tabernacoli era l’ultima festa dell’anno ebraico: in quell’occasione, i figli di Israele dovevano vivere in tende per sette giorni, ricordando che erano stati pellegrini nel deserto; ma la festa testimoniava anche il fatto che le promesse di Dio si erano realizzate e che il popolo era stato sistemato nella terra promessa in tutta sicurezza (Cfr. Levitico 23:33-43). Essa veniva celebrata dopo la mietitura e la vendemmia, entrambe usate nella Scrittura come immagini del giudizio (Cfr. Apocalisse 14:14-20). Pertanto, la benedizione terrena di cui parla la festa delle capanne si realizzerà completamente solo dopo il giudizio di Israele e delle nazioni. È quindi chiaro che la benedizione finale, tipica di questa festa, non si è ancora adempiuta.

Capitolo 7:3-5

Perciò i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qua e va’ in Giudea, affinché i tuoi discepoli vedano anch’essi le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto, quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo». Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui.

L’occasione della festa delle capanne costituisce un’adeguata introduzione alle grandi verità di questo capitolo. Infatti, la menzione della festa solleva la domanda: “Perché questa festa non si è ancora adempiuta?”. La risposta è chiara: Colui che solo può portare la benedizione rappresentata dalla festa è stato rifiutato da Israele e dal mondo. Nel corso del capitolo, il rifiuto di Cristo da parte di tutte le classi diventa sempre più evidente. I Suoi fratelli non credono in Lui (7:5), la folla lo accusa di avere un demonio (7:20), i Giudei si interrogano su di Lui e cercano di mettergli le mani addosso (7:15, 25 e 30) e i governanti della nazione mandano dei soldati per prenderlo (7:32).

Già nel capitolo 6 abbiamo visto che ogni nuovo sviluppo della verità aveva portato a un’ulteriore riduzione del numero di coloro che lo seguivano. La folla non lo aveva voluto (6:36); poi, nella cerchia più ristretta dei Giudei, viene rifiutato (6:41-42). Nel gruppo ancora più ristretto dei discepoli, diversi di loro non camminano più con Lui (6:61-66), e persino tra i dodici, uno viene smascherato come un diavolo (6:70-71). Nel capitolo 7, come abbiamo visto, i Suoi stessi fratelli nella carne non credevano in Lui. Si potrebbe pensare che essere legati al Signore da vincoli di parentela dovesse rappresentare un grande vantaggio, ma purtroppo non è così.

Infatti, quanto più elevate sono le verità che il Signore rivela, tanto maggiore è il rifiuto da parte del mondo e tanto minore è il numero dei Suoi discepoli. Alla fine “ognuno se ne andò a casa sua” mentre Gesù se ne andò da solo sul monte degli Ulivi (7:53; 8:1). Fu così allora, e così è sempre stato: quanto più profonda è la verità, tanto maggiore è la spiritualità necessaria per apprezzarla; per cui quelli che cammineranno alla Sua luce saranno sempre meno numerosi e il loro cammino diventerà sempre più solitario. L’insegnamento dello Spirito non lascia spazio alla carne; il cammino di Cristo è un sentiero stretto.

Capitolo 7:6

Gesù quindi disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; ma odia me, perché io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». Dette queste cose, rimase in Galilea.

La risposta del Signore mostra che, essendo stato rifiutato, non era ancora giunto il momento della Sua manifestazione pubblica al mondo. Quando il Signore interverrà pubblicamente, sarà in giudizio. Se in quel momento avesse preso parte pubblicamente alla nazione, secondo il desiderio dei suoi fratelli, questo avrebbe comportato un giudizio per il popolo.

Nel periodo del rifiuto di Cristo, anche noi dobbiamo stare attenti a non usare le nostre facoltà naturali o i nostri doni spirituali per gloriarci davanti agli uomini o nel mondo religioso. I credenti di Corinto erano caduti in questa trappola. Usavano i loro doni spirituali per esaltare sé stessi. Paolo deve dire loro: “Già siete sazi… siete arricchiti; …siete giunti a regnare” (1 Corinzi 4:8), e per questo li condanna. Non era ancora giunto il tempo in cui Cristo sarebbe intervenuto negli affari pubblici di questo mondo; quindi non lo è neanche per i Suoi seguaci. Se siamo consapevoli di avere l’approvazione del Signore, non cercheremo né desidereremo quella del mondo religioso, sociale o politico che sia.

Ma per coloro che sono del mondo, il loro “tempo… è sempre pronto”. Se amiamo il mondo e le sue cose, il mondo amerà noi. Se parliamo come se fossimo del mondo e delle cose che lo riguardano, il mondo sarà sempre disposto ad ascoltarci. Invece, una testimonianza della sua malvagità, data da qualcuno che se ne distacca, attirerà il suo odio. Così è stato per il Signore, perché è Cristo che il mondo odia, e più il credente manifesta Cristo, più si scatenerà l’odio del mondo contro di Lui (Giovanni 15:18-19).

Capitolo 7:10-13

Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui; non palesemente, ma come di nascosto. I Giudei dunque lo cercavano durante la festa, e dicevano: «Dov’è quel tale?» Vi era tra la folla un gran mormorio riguardo a lui. Alcuni dicevano: «È un uomo per bene!» Altri dicevano: «No, anzi, svia la gente!» Nessuno però parlava di lui apertamente, per paura dei Giudei.

Dopo aver testimoniato la Sua rottura con il mondo, il Signore sale alla festa, “non palesemente, ma come di nascosto”. Non è andato a Gerusalemme per prendere un posto pubblico nel mondo, ma per attirare le persone fuori da esso. Questo atteggiamento del Signore, che è nel mondo ma non è del mondo, suscita “tra la folla un gran mormorio”. Alcuni riconoscevano che era, a dir poco, un “uomo per bene”, altri dicevano con disprezzo che sviava la gente.

Capitolo 7:14-16

Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano: «Come mai conosce così bene le Scritture senza aver fatto studi?» Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato.

Sebbene il Signore si rifiutasse di usare il Suo grande potere per ottenere l’approvazione del mondo e non volesse intervenire negli affari mondani perché non era ancora giunta la Sua ora, continuò comunque a insegnare, come è scritto: “Gesù salì al tempio e si mise a insegnare”. Nei versetti che seguono troviamo importanti indicazioni sul Suo insegnamento.

Il fatto che un uomo che non era mai stato istruito nelle loro scuole avesse una tale conoscenza delle Scritture, era motivo di stupore per i Giudei. Questo porta il Signore a fornire le verifiche tipiche di ogni vero insegnamento. Qual è la sua fonte? È umana o divina? Certamente l’insegnamento del Signore veniva dal Padre. Nulla smuove il Signore dalla posizione che aveva assunto come “Inviato”. Se salì alla festa, non fu per creare stupore con un’esibizione di conoscenza, ma per testimoniare di Colui che lo aveva mandato.

Capitolo 7:17-18

Se uno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio. Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui.

Inoltre, il vero insegnamento impone la verifica di chi lo ascolta. Se l’insegnamento del Signore viene dal cielo, sarà necessaria una buona condizione d’animo per riceverlo. La disponibilità a fare la volontà del Padre preparerà l’anima a riconoscere ciò che è da Dio. Quindi, se vogliamo “conoscere”, dobbiamo essere disposti ad agire secondo il Suo volere. Niente ci rende così efficacemente ciechi riguardo la verità che continuare ad agire secondo la nostra volontà. Quanto semplice ci sembrerebbe la verità e quanto chiaro sarebbe il nostro cammino se non avessimo altro desiderio che quello di fare la volontà del Padre!

Infine, il vero insegnamento impone anche la verifica di chi parla: cerca di glorificare sé stesso o di glorificare Colui che lo ha mandato? Se qualcuno cerca la propria gloria, anche se proclama la verità, il motivo non è puro. Colui che, nel suo insegnamento, cerca solo la gloria di Dio “è veritiero e non c’è ingiustizia in lui”.

Abbiamo quindi una verifica per la dottrina (7:16), per chi ascolta (7:17) e per chi parla (7:18). Nel caso del Signore, la dottrina era perfetta, l’insegnante era perfetto; ma, ahimè, il difetto era negli uditori.

Capitolo 7:19-20

Mosè non vi ha forse dato la legge? Eppure nessuno di voi mette in pratica la legge! Perché cercate d’uccidermi?» La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

I versetti che seguono evidenziano la tragica condizione morale della nazione, assolutamente incapace di ricevere la verità. I Giudei si vantavano della legge ma nessuno di loro l’osservava. Il loro disprezzo per questa legge raggiungerà il culmine con l’uccisione di Colui di cui Mosè aveva scritto. In questo modo dimostrano di non avere il minimo desiderio di fare la volontà di Dio. I Giudei che erano saliti a Gerusalemme per la festa apparentemente non sapevano che i capi cercavano la morte del Signore. Ciononostante, accusarono di avere un demonio proprio Colui che si rifiutava di prendere una posizione pubblica e cercava solo la gloria di Dio.

Così è il mondo. Rifiutare di prendere parte agli interessi mondani, non desiderare di elevarsi, ma cercare solo la gloria di Dio, è agli occhi degli increduli non solo innaturale e disumano, ma addirittura diabolico!

Capitolo 7:21-24

Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato. Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero? Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

Il Signore tace di fronte a questa accusa violenta e malvagia e rimprovera i Giudei per la loro follia e ipocrisia. Essi condannarono il Signore per aver compiuto un’opera buona guarendo un uomo di sabato, e così facendo si condannarono da soli: infatti, praticavano la circoncisione di sabato. Poi il Signore denunciò la fonte del loro falso giudizio. Avevano giudicato in base alle apparenze e senza la guida divina. Un giudizio giusto si può ottenere solo cercando la volontà di Dio.

Capitolo 7:25-27

Perciò alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è questi colui che cercano di uccidere? Eppure, ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono nulla. Che i capi abbiano riconosciuto per davvero che egli è il Cristo? Eppure, costui sappiamo di dov’è; ma quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove egli sia».

Gli uomini di Gerusalemme sapevano che i capi cercavano di far uccidere il Signore e si stupivano che lo lasciassero libero di parlare. Molti dicevano: “costui sappiamo di dov’è”. Essi pensavano a Lui solo come a un galileo della disprezzata città di Nazareth, mentre, secondo il loro pensiero tradizionale, “quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove egli sia”.

Capitolo 7:28-29

Gesù dunque, insegnando nel tempio, esclamò: «Voi certamente mi conoscete e sapete di dove sono; però non son venuto da me, ma colui che mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui, ed è lui che mi ha mandato».

Nella Sua risposta, il Signore non si limitò a denunciare l’errore delle loro convinzioni tradizionali, né a ricordare loro che era nato da una vergine a Betlemme, secondo le Scritture. Tali verità, per quanto convincenti, non avrebbero cambiato la loro volontà né eliminato la loro incredulità. Erano stati dati sufficienti segni per dimostrare che Gesù era una persona divina e che era stato mandato da Colui che è il Vero. Ma ” voi non lo conoscete”, aggiunge il Signore. In questo risiedeva il segreto della loro opposizione a Cristo: non conoscevano Dio. La ricerca della propria volontà e della propria gloria li aveva fatti sprofondare nelle tenebre, e queste li avevano lasciati all’oscuro di Dio. È sempre stato così fin dalla caduta di Adamo. Anche il cristiano perde immancabilmente la mente di Dio se è impegnato a innalzarsi e a fare la propria volontà. Il Signore, che non ha cercato la propria volontà, ma solo la gloria e la volontà di Colui che lo ha mandato, può dire nel modo più assoluto: “Io lo conosco, perché vengo da lui, ed è lui che mi ha mandato”.

Capitolo 7:30-31

Cercavano perciò di arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso, perché l’ora sua non era ancora venuta. Ma molti della folla credettero in lui, e dicevano: «Quando il Cristo sarà venuto, farà più segni miracolosi di quanti ne abbia fatto questi?»

Le parole del Signore ebbero un duplice effetto sugli ascoltatori. Per alcuni, evidenziarono l’odio del loro cuore, tanto che “cercavano… di arrestarlo”. Altri, invece, furono portati a chiedersi: “Quando Cristo sarà venuto, farà più segni miracolosi di quanti ne abbia fatto questi?”

Capitolo 7:32

I farisei udirono la gente mormorare queste cose di lui; e i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo.”

Sentendo ciò che la folla diceva di Cristo, i farisei si convinsero che era necessario intervenire pubblicamente contro di Lui. Così mandarono delle guardie per arrestarlo.

Capitolo 7:33-34

Perciò Gesù disse loro: «Io sono ancora con voi per poco tempo; poi me ne vado a colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove io sarò, voi non potete venire».

La loro attività nel cercare di sbarazzarsi di Cristo era inutile, perché Egli stesso dice: “Io sono ancora con voi per poco tempo; poi me ne vado a colui che mi ha mandato”. Il risultato sarebbe stato terribile per la nazione; infatti, parlando della Sua ascesa presso al Padre, il Signore afferma: “Dove io sarò, voi non potete venire”. Coloro che non hanno voluto Cristo nel momento in cui è venuto per loro sulla terra, non saranno mai con Cristo nei luoghi celesti con il Padre.

Capitolo 7:35-36

Perciò i Giudei dissero tra di loro: «Dove andrà dunque ché noi non lo troveremo? Andrà forse da quelli che sono dispersi tra i Greci, a insegnare ai Greci? Che significano queste sue parole: “Voi mi cercherete e non mi troverete”; e: “Dove io sarò voi non potete venire?”»

Avendo rifiutato Cristo come disceso dal cielo, i Giudei non vogliono credere che Egli ritorni in cielo. Perciò sostengono che “andrà forse a quelli che sono dispersi tra i Greci, a insegnare ai greci?”. Tuttavia, questo è talmente estraneo al loro pensiero che ammettono di non capire le Sue parole.

Capitolo 7:37-39

Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.

Il Signore non continuò a parlare con questi Giudei che lo avevano rifiutato e avevano dimostrato la loro ignoranza sulle promesse di Dio. Tuttavia, approfittando del fatto che non riconoscevano i Suoi diritti, parlò del nuovo ordine di benedizioni che sarebbe stato introdotto dalla Sua ascensione e dalla discesa dello Spirito Santo. Inoltre, sarebbero diventati una fonte di benedizione per gli altri, perché il Signore dice del credente che “fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” per dissetare altri in questo arido mondo.

Qui abbiamo l’insegnamento centrale di questo Capitolo: la glorificazione di Gesù come Uomo in cielo e lo Spirito Santo dato ai credenti sulla terra. Ciò significa che, essendo il Messia rifiutato, il Suo regno universale e il compimento delle promesse terrene sono rimandati a un giorno futuro; nel frattempo però viene predicata la salvezza per grazia mediante la fede in Cristo.

Qui, tuttavia, la benedizione descritta è quella del singolo cristiano. Le parole del Signore danno una notevole illustrazione di ciò che un credente può fare nella potenza dello Spirito. La nostra conoscenza della benedizione dipende in larga misura dalla nostra sottomissione allo Spirito Santo. Per il credente pieno di Spirito, infatti, è possibile essere un canale di benedizione in un mondo pieno di bisogni, proprio come ruscelli d’acqua su un arido suolo. (Cfr. Isaia 44:3).

Capitolo 7:40-44

Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: «Questi è davvero il profeta». Altri dicevano: «Questi è il Cristo». Altri, invece, dicevano: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo? La Scrittura non dice forse che il Cristo viene dalla discendenza di Davide e da Betlemme, il villaggio dove stava Davide?» Vi fu dunque dissenso, tra la gente, a causa sua; e alcuni di loro lo volevano arrestare, ma nessuno gli mise le mani addosso.

Ahimè, queste meravigliose parole apparentemente non toccarono la coscienza degli ascoltatori, anche se produssero un’impressione che portò la folla a fare diverse ipotesi. Alcuni dissero: “Questo è davvero il profeta”. Altri dicevano: “Questi è il Cristo”. Alcuni chiesero: “Ma è forse dalla Galilea che viene Il Cristo?” Le speculazioni umane sono spesso ingannate dalle apparenze: così, poiché il Signore è venuto dalla Galilea, dedussero che non era della stirpe di Davide e che non fosse nato a Betlemme.

Una coscienza allenata avrebbe risvegliato il senso del bisogno e portato l’anima a Cristo in risposta al Suo invito pieno di grazia: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva”. A quel tempo, come spesso da allora, anche tra i veri credenti, la speculazione su Cristo portò “dissenso… a causa sua”. Inoltre, si manifestò anche l’ostilità: “alcuni di loro lo volevano arrestare”, ma poiché non era ancora giunta la Sua ora, “nessuno gli mise le mani addosso”. All’inizio del capitolo, non era ancora giunta la Sua ora di partecipare pubblicamente al mondo; qui non è ancora giunto il momento di essere consegnato nelle mani degli uomini e crocifisso.

Capitolo 7:45-53

Le guardie dunque tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei, i quali dissero loro: «Perché non l’avete portato?» Le guardie risposero: «Nessuno parlò mai come quest’uomo!» Perciò i farisei replicarono loro: «Siete stati sedotti anche voi? Ha qualcuno dei capi o dei farisei creduto in lui? Ma questo popolino, che non conosce la legge, è maledetto!» Nicodemo (uno di loro, quello che prima era andato da lui) disse: «La nostra legge giudica forse un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quello che ha fatto?» Essi gli risposero: «Sei anche tu di Galilea? Esamina, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta». [E ognuno se ne andò a casa sua].

Negli ultimi versetti vediamo che un certo esercizio di coscienza ha avuto luogo sia nelle guardie che in Nicodemo. Per i primi, forse, era solo la loro coscienza a sentire il peso delle parole del Signore, così diverse da quelle dei loro maestri. Nicodemo, pur non confessando Cristo in quel momento, si azzardò a dire qualcosa a favore della legge. La legge vietava di condannare un uomo prima che fossero state prodotte le prove di ciò che aveva detto e fatto. Ma ricevette subito una risposta sarcastica: era forse anche lui uno di quelli che avevano seguito Gesù dalla Galilea? Questo implicava che non c’era bisogno di ascoltarlo o di chiedergli cosa avesse fatto. È venuto dalla Galilea, e questo è considerato sufficiente per escludere qualsiasi pretesa di essere il profeta, perché, dicono, “un profeta non è mai sorto dalla Galilea”. Le deboli proteste degli uomini non servono a nulla contro la marea montante dell’inimicizia. Così leggiamo: “Ognuno se ne andò a casa sua”, lasciando il Signore a proseguire il Suo cammino solitario verso il monte degli Ulivi.

11. Il rifiuto delle parole di Cristo – Capitolo 8

I Capitoli 6 e 7 hanno presentato le grandi verità dell’incarnazione e della morte del Signore, della Sua ascensione e della Sua gloria. In relazione a queste verità, apprendiamo che il momento della Sua manifestazione pubblica come Messia non è ancora giunto. Nel frattempo, mentre Cristo è nella gloria, lo Spirito Santo è dato e viene ad abitare nei credenti, affinché siano fonte di benedizione in un mondo arido e privo della presenza di Cristo.

Nei Capitoli successivi, il Signore viene presentato come la luce del mondo (8:12; 9:5). La luce si esprime nelle Sue parole e nelle Sue opere. Ahimè, la luce è rifiutata in quanto la nazione respinge completamente sia le une che le altre. Nelle Sue ultime istruzioni nella “sala di sopra”, il Signore chiarisce ai discepoli che le Sue parole e le Sue opere sono le due testimonianze della gloria della Sua persona che, se rifiutate, lasciano il mondo senza scuse. Egli dice: “Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero avuto peccato”; e aggiunge: “Se non avessi fatto in mezzo a loro le opere che nessun altro ha fatto, non sarebbero stati considerati peccatori” (Giovanni 15:22, 24). Rifiutare le Sue parole e le Sue opere non significa solo rifiutare le verità che ha insegnato, ma rifiutare Lui stesso, perché le parole e le opere proclamano la Sua gloria come persona divina e la Sua origine come inviato dal Padre. Nel capitolo 8 si rifiutano le Sue parole, nel capitolo 9 le Sue opere.

Il carattere divino di Gesù come luce del mondo, dimostrato dalle Sue parole, è il grande tema del capitolo 8; e il carattere diabolico dei Giudei è presentato dal modo in cui si allontanano dalla luce, rifiutano le parole del Signore e prendono delle pietre per lapidarlo.

Capitolo 8:1-2

Gesù andò al monte degli Ulivi. All’alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.

Dopo la magnifica testimonianza del capitolo 7, tutti – qualunque fosse il loro atteggiamento nei confronti di Cristo – tornarono a casa. Rimasto solo, Gesù si ritirò sul Monte degli Ulivi. Da lì, all’alba, tornò al tempio. Il popolo si radunò intorno a Lui ed Egli si sedette per insegnare. Non era ancora giunto il momento in cui Cristo si sarebbe seduto sul Suo trono come giudice.

Capitolo 8:3-6

Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra.

Nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo dopo capitolo, lo Spirito di Dio utilizza ogni episodio per introdurre una nuova verità. Così, in questo brano, la storia della donna e dei suoi accusatori illustra l’effetto della luce su tutti gli uomini e serve come introduzione alla grande verità che Cristo è la luce del mondo.

Gli scribi e i farisei portano al Signore una povera peccatrice e la fanno stare davanti a Lui. Dopo aver ricordato al Signore ciò che Mosè ha comandato riguardo a tali donne, gli chiedono: “Tu che ne dici?. Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare”.

Fanno mostra di essere scandalizzati da un peccato così flagrante e di essere desiderosi di fare ciò che è giusto secondo la legge. Allo stesso tempo, mostrano di dare grande peso al giudizio del Signore, poiché chiedono: “Tu che ne dici?”.

In realtà, non agivano né per odio verso il peccato, né per amore verso il peccatore. Avevano poco rispetto per Mosè e ancor meno per le parole del Signore. Il loro vero motivo era trovare qualcosa per accusarlo. In questo stato d’animo malvagio, gli portarono questa donna colpevole, la denunciarono in modo vergognoso davanti a tutto il popolo (Cfr. 8:2) e invitarono il Signore a giudicare la donna colpevole.

Niente poteva superare la malvagità di questi uomini che speravano di coinvolgere il Signore in un dilemma senza via d’uscita. Essi, infatti, immaginavano che Egli avrebbe dovuto minare o l’autorità della legge che condannava la peccatrice, o il Suo stesso carattere di Salvatore venuto a mostrare la grazia di Dio ai peccatori. Se si fosse rifiutato di condannare la donna, avrebbe rifiutato l’autorità di Mosè ponendosi in opposizione alla legge. Se invece l’avesse condannata, avrebbe agito secondo la legge ma screditando il Suo carattere di Salvatore. In entrambi i casi, speravano di trovare un motivo per condannarlo.

Questi uomini religiosi non sono altro che strumenti dell’odio di Satana verso il Signore.

Il Signore non risponde direttamente alla domanda di questi uomini malvagi. Si china e scrive sulla terra, come se la cosa gli fosse indifferente, ma lo fa per dare a quegli uomini il tempo di soppesare la loro domanda e le loro motivazioni; alla fine, rifiutandosi di essere il giudice e mantenendo il posto di Colui che insegna (8:2), il Signore agisce come luce del mondo, per mezzo della quale vengono svelate le tenebre morali in cui l’uomo si trova.

Capitolo 8:7-9

E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo.

In primo luogo, il Signore sostiene l’autorità della legge, alla quale questi uomini si erano appellati. Si applichi pure la legge, dice, ma coloro che la eseguono facciano attenzione a non essere essi stessi condannati da questa stessa legge. “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. Di nuovo il Signore si china e scrive per terra.

È interessante notare l’effetto della parola di Dio su questi oppositori di Cristo. Essi sono totalmente messi a nudo e condannati come peccatori. Avrebbero potuto argomentare la legge riguardo al peccato particolare della donna; ma alla presenza di Cristo – la luce – scoprono che la legge è una spada che penetra anche in chi la usa. La stessa legge con cui cercavano di condannare la donna condanna loro, e dimostra con chiarezza che tutti sono peccatori. Così, le parole del Signore raggiungono le coscienze condannando i peccatori e lasciandoli senza scusanti.

Ahimè, in questo caso, sebbene la coscienza sia colpita, la volontà rimane immutata; di conseguenza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi”. Colui che aveva il maggior numero di peccati sulla coscienza (essendo il più vecchio) uscì per primo; gli altri lo seguirono. Non potevano sopportare la luce che svelava il loro stato morale, e non volevano la grazia che poteva rispondere ai loro peccati. Lasciano quindi la luce della Sua presenza per continuare a camminare nelle tenebre del mondo.

Capitolo 8:10-11

Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più».

Così, la peccatrice è lasciata sola alla presenza del Salvatore che si rifiuta di condannarla. Il racconto non dice se la donna abbia accolto, per fede, la grazia che era in Cristo. Sappiamo solo che si è trovata alla presenza di Colui che è venuto non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui.

Capitolo 8:12

Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

Quando quelli che si erano opposti apertamente a Cristo ebbero lasciato il tempio, il Signore continuò a insegnare al popolo. L’episodio di questa donna diventa un’occasione per manifestare il Signore come la luce che illumina tutti coloro che vengono alla Sua presenza. Il Signore ora dichiara formalmente di essere la luce del mondo. La presenza di Cristo in mezzo alle tenebre del mondo significava che l’uomo si era pienamente mostrato per quello che era e che Dio si era pienamente rivelato nel Figlio.

Allora come oggi, la maggior parte degli uomini trova la luce intollerabile e preferisce nascondersi al riparo delle tenebre, perché le loro azioni sono malvagie. Tuttavia, il Signore può dire: “Chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. La vita perfetta del Signore era di per sé la luce che faceva conoscere il Padre (Gv 1:14 e 18). Le Sue parole indicavano anche che chi seguiva il Signore nella pratica avrebbe avuto la vita in sé, con la luce nella sua anima, che è il risultato della vita. Rifiutare Cristo significava rimanere nelle tenebre; seguire Cristo significava avere la luce della vita.

Capitolo 8:13-14

Allora i farisei gli dissero: «Tu testimoni di te stesso; la tua testimonianza non è vera». Gesù rispose loro: «Anche se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove son venuto e dove vado; ma voi non sapete da dove io vengo né dove vado.

Il Signore ha presentato un’importante dottrina illustrata dal caso della donna. Nella gloria della Sua persona, Egli è la luce del mondo. Ma ecco che i farisei contestarono subito questo titolo. Immersi nell’oscurità riguardo alla gloria della Sua persona come Figlio di Dio, e considerandolo come semplice uomo, concludono, secondo criteri umani, che la Sua testimonianza non è vera, perché testimonia di sé stesso. Era come se pur trovandosi alla luce del giorno chiedessero una prova formale che il sole era sorto! Parlando nella piena consapevolezza della propria gloria come persona divina, il Signore risponde: “Anche se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove son venuto e dove vado; ma voi non sapete da dove io vengo né dove vado.”

Capitolo 8:15-16

Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. Anche se giudico, il mio giudizio è veritiero, perché non sono solo, ma sono io con il Padre che mi ha mandato.”

Nell’ignoranza e nella fiducia in sé stessi essi pretendono di giudicare, come nel caso della donna; il Signore invece, pur nella gloria della Sua persona, rivelando il Padre in grazia, si rifiuta di giudicare. Eppure, era certamente in grado di farlo, perché non agiva da solo, ma come Colui che aveva sempre in sé, lo stesso pensiero del Padre che lo aveva mandato.

Capitolo 8:17-18

D’altronde nella vostra legge è scritto che la testimonianza di due uomini è vera. Or sono io a testimoniare di me stesso, e anche il Padre che mi ha mandato testimonia di me».

Essi ammettevano, secondo la loro legge, che la testimonianza di due uomini era vera. La Sua testimonianza era quindi valida, perché sostenuta dal Padre che lo aveva mandato e che testimoniava con le parole che il Signore diceva e con le opere che faceva.

Capitolo 8:19-20

Essi perciò gli dissero: «Dov’è tuo Padre?» Gesù rispose: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». Queste parole disse Gesù nella sala del tesoro, insegnando nel tempio; e nessuno lo arrestò, perché l’ora sua non era ancora venuta.”

I farisei rivelano le tenebre dell’anima loro quando chiedono: “Dov’è tuo padre?”. Se avessero conosciuto il Signore, avrebbero conosciuto il Padre. Ma, ahimè, non conoscevano né il Figlio né il Padre. La luce manifestava l’oscurità totale dell’animo umano, che li spingeva fino al punto di fare in modo che l’arrestassero, ma la Sua ora non era ancora venuta.

Capitolo 8:21-22

Egli dunque disse loro di nuovo: «Io me ne vado e voi mi cercherete e morirete nel vostro peccato; dove vado io, voi non potete venire». Perciò i Giudei dicevano: «S’ucciderà forse, poiché dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?»

In questo secondo discorso, il Signore pronuncia il giudizio sui Suoi avversari. Essi avevano rifiutato la luce e scelto le tenebre; ora la luce sarebbe stata ritirata. Lui se ne sarebbe andato e loro sarebbero rimasti a morire nei loro peccati, da questo scaturiva l’impossibilità per questi uomini di andare dove Lui stava andando. Non credendo nella Sua ascensione, i Giudei possono solo concludere che il Signore stesse per suicidarsi; secondo il loro ragionamento, infatti, sembra che solo chi sta per togliersi la vita possa porre un limite preciso ad essa e dichiarare che se ne va.

Capitolo 8:23-24

Egli diceva loro: «Voi siete di quaggiù; io sono di lassù; voi siete di questo mondo; io non sono di questo mondo. Perciò vi ho detto che morirete nei vostri peccati; perché se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati».

Il Signore risponde tracciando un solenne contrasto tra Lui, la luce del mondo, e coloro che hanno rifiutato la luce. Rifiutando Cristo, essi dimostrarono di essere moralmente in basso, sotto il potere di Satana. Gesù invece era moralmente del cielo; loro erano lontani da Dio in un mondo di tenebre. Egli era nel mondo, come luce, ma non era del mondo moralmente. Essere sotto il potere di Satana e del mondo significa vivere nei peccati. Infatti, rifiutare di credere in Cristo, come fecero loro, equivaleva a “morire nei loro peccati”.

Capitolo 8:25-26

Allora gli domandarono: «Chi sei tu?» Gesù rispose loro: «Sono per l’appunto quel che vi dico. Ho molte cose da dire e da giudicare sul conto vostro; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udite da lui, le dico al mondo».”

Il Signore ha affermato di essere la luce del mondo, l’inviato dal Padre, Colui che viene dall’alto e non dal mondo. Chi è dunque questa persona così straordinaria? “Chi sei tu?”, gli chiedono i Giudei. Nella Sua risposta, il Signore presenta le Sue parole come una testimonianza di sé, in quanto sono l’espressione perfetta di sé stesso. Egli può dire: “sono per l’appunto quel che vi dico”. Gli uomini spesso usano le parole per nascondere la verità su sé stessi. Chi se non Cristo poteva dire che le Sue parole erano l’assoluta espressione di sé? Non solo Egli faceva ciò che diceva, ma era ciò che diceva di essere.

Inoltre, le Sue parole non esprimevano solo la verità su di Lui, ma svelavano anche il vero carattere degli uomini. Così il Signore può aggiungere: “Ho molte cose da dire e da giudicare sul conto vostro”. Le Sue parole erano ancora l’espressione dei pensieri del Padre, perché riferiva al mondo ciò che aveva “udito” dal Padre. Le Sue parole erano quindi un’espressione di sé, denunciavano il mondo e rivelavano il Padre.

Capitolo 8:27-29

Essi non capirono che egli parlava loro del Padre. Gesù dunque disse loro: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono, e che non faccio nulla da me, ma dico queste cose come il Padre mi ha insegnato. E colui che mi ha mandato è con me; egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono».

Accecati dalle tenebre della loro mente, questi uomini non capiscono che Egli stava parlando del Padre. Più tardi, quando avranno crocifisso il Figlio dell’uomo, e si saranno realizzati tutti i solenni risultati del suo rifiuto preannunciati dal Signore, “sapranno” che

  • egli era il Figlio, anche se si erano rifiutati di credere in Lui,
  • che aveva parlato come il Padre gli aveva insegnato,
  • che le Sue azioni erano in perfetto accordo con le Sue parole.

Egli diceva le parole del Padre e faceva sempre le cose che gli piacevano.

Capitolo 8:30-32

Mentre egli parlava così, molti credettero in lui. Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Sebbene la massa dei Giudei rifiutasse completamente la luce, alcuni furono convinti dalle parole del Signore. Così leggiamo: “Mentre egli parlava così, molti credettero in lui”. Il Signore spiega subito a questi ebrei che avevano creduto, che la perseveranza nella Sua parola rivelava i veri discepoli. Anche noi rimanendo sottomessi alla Sua parola, mostreremo la realtà della nostra posizione di discepoli; conosceremo la verità, e la verità ci libererà dalla schiavitù del peccato.

Capitolo 8:33

Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti d’Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: “Voi diverrete liberi”?»

Se i versetti precedenti mostrano l’effetto delle parole di Cristo su coloro che credono, il brano successivo illustra la condizione di coloro che non hanno ricevuto le Sue parole. Rifiutando queste parole, i Giudei si indignano per ciò che esse implicano: il loro stato di schiavitù. Allora rivendicano una posizione privilegiata in quanto discendenti di Abramo e dichiarano di non essere mai stati schiavi di nessuno, dimenticando che all’epoca erano sotto il giogo dell’Impero Romano.

Capitolo 8:34-36

Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.”

Nella Sua risposta, il Signore rivela il loro stato davanti a Dio. Con il loro modo di agire, essi dimostravano di essere schiavi del peccato. Come schiavi, non potevano rimanere per sempre nella casa di Dio, simbolo della posizione privilegiata che si erano appena attribuiti. Lo schiavo può essere mandato via, il figlio vi rimane per sempre. Il Figlio, che essi avevano rifiutato, poteva davvero liberarli.

Capitolo 8:37

So che siete discendenti d’Abraamo; ma cercate di uccidermi, perché la mia parola non penetra in voi.

Esteriormente, erano figli di Abramo; in realtà, erano ostili fino alla morte contro il Figlio, perché la Sua parola non entrava nei loro cuori.

Capitolo 8:38-41

Io dico quel che ho visto presso il Padre mio; e voi pure fate le cose che avete udite dal padre vostro». Essi gli risposero: «Nostro padre è Abraamo». Gesù disse loro: «Se foste figli di Abraamo, fareste le opere di Abraamo; ma ora cercate di uccidermi, perché vi ho detto la verità che ho udita da Dio; Abraamo non fece così. Voi fate le opere del padre vostro». Essi gli dissero: «Noi non siamo nati da fornicazione; abbiamo un solo Padre: Dio».

Il Signore traccia allora un contrasto formale tra sé e coloro che rifiutano la Sua parola. Egli era il Figlio che rivelava il Padre, perché parlava di ciò che aveva visto nella Sua esistenza eterna con il Padre. I Giudei, che dichiaravano di non avere altro padre all’infuori di Abramo, dimostrarono la loro vera origine con le loro azioni, come tutti gli uomini. del resto. Da un lato, cercavano di uccidere il Signore; dall’altro, si opponevano alla verità. Queste sono le due grandi caratteristiche di Satana: l’omicidio e la falsità, e sono la prova che gli ebrei, pur essendo umanamente figli di Abramo, erano moralmente figli del diavolo.

La loro unica risposta consiste in un’affermazione ancora più alta. Non solo sono figli di Abramo, ma dichiarano che il loro padre è Dio.

Capitolo 8:42-44

Gesù disse loro: «Se Dio fosse vostro Padre, mi amereste, perché io sono proceduto e vengo da Dio; infatti io non son venuto da me, ma è lui che mi ha mandato. Perché non comprendete il mio parlare? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna.”

Il Signore respinge tale affermazione mostrando loro che non avevano nessuna delle caratteristiche dei figli di Dio. Se fossero stati figli di Dio, avrebbero amore per Cristo e accetterebbero la verità che Egli era venuto a proclamare; ma essendo estranei alla mente del Signore, non potevano comprendere il linguaggio in cui essa veniva trasmessa. Essi manifestavano, con le parole e nei fatti, le due caratteristiche dominanti dei figli del diavolo: l’omicidio e la menzogna.

Capitolo 8:45-47

A me, perché io dico la verità, voi non credete. Chi di voi mi convince di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate; perché non siete da Dio».

Il Signore diceva loro la verità e nessuno poteva convincerlo d’errore; perché allora non credevano in Lui? La risposta può essere una sola: chi rifiuta di credere in Gesù non è da Dio, perché chi è da Dio ascolta le Sue parole.

Capitolo 8:48

I Giudei gli risposero: «Non diciamo noi con ragione che sei un Samaritano e che hai un demonio?»”

In risposta all’affermazione del Signore che non erano veri figli di Abramo (8:39), replicano che Lui non era un vero Giudeo, ma un samaritano. In risposta all’affermazione che erano figli del diavolo (8:44), dicono a Gesù che ha un demonio.

Capitolo 8:49-50

Gesù replicò: «Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. Io non cerco la mia gloria; v’è uno che la cerca e che giudica.

Il Signore respinge l’accusa e li avverte che stanno portando disonore a Colui che non cerca la propria gloria, ma onora il Padre. Inoltre, dovevano stare attenti perché c’è uno – il Padre – che difenderà l’onore del Figlio e giudicherà tutti quelli che lo disonorano.

Capitolo 8:51

In verità, in verità vi dico che se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte».

Poi, riferendosi a coloro che avevano creduto, il Signore li incoraggia dicendo: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte”. Essi sarebbero stati liberati non solo dalla schiavitù del peccato, ma anche dalla morte, il salario del peccato.

Capitolo 8:52-53

I Giudei gli dissero: «Ora sappiamo che tu hai un demonio. Abraamo e i profeti sono morti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non gusterà mai la morte”. Sei tu forse maggiore del padre nostro Abraamo il quale è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?»

Nella loro incredulità, i Giudei vedono nelle parole del Signore una prova definitiva che Egli aveva un demone. E ragionano così: se l’uomo che osserva le parole di Cristo non vedrà mai la morte, come mai Abramo e i profeti sono morti? Il Signore pretende forse di essere più grande di Abramo? Chi crede di essere?

Capitolo 8:54-57

Gesù rispose: «Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, che voi dite essere vostro Dio, e non l’avete conosciuto; ma io lo conosco, e se dicessi di non conoscerlo, sarei un bugiardo come voi; ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abraamo, vostro padre, ha gioito nell’attesa di vedere il mio giorno; e l’ha visto, e se n’è rallegrato». I Giudei gli dissero: «Tu non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abraamo?»

Il Signore rifiuta l’insinuazione che Egli cerchi di glorificare sé stesso; è il Padre che glorifica il Figlio. Essi affermano allora di avere per Padre Dio, ma dicendo questo si contraddicono in quanto rifiutano di ascoltare e di osservare la “sua parola”.

Allora, costretto dalla loro incredulità a far conoscere la propria gloria, il Signore afferma di essere infinitamente più grande di Abramo. Infatti, Abramo ha gioito nell’attesa di vedere il mio giorno; e l’ha visto, e se n’è rallegrato”.

Con disprezzo, i Giudei fanno notare che Cristo non ha ancora cinquant’anni, eppure afferma di aver visto Abramo.

Capitolo 8:58

Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono».”

La risposta del Signore manifesta pienamente la Sua gloria come persona divina. Prima che Abramo fosse, Egli è sempre esistito come Dio, “l’IO SONO”.

Capitolo 8:59

Allora essi presero delle pietre per tirargliele; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Comprendendo perfettamente che le parole del Signore erano un’affermazione della Sua divinità, i Giudei le rifiutano e prendono delle pietre per lapidarlo. Con calma e dignità, Gesù “uscì dal tempio”, passando in mezzo a loro, e se ne andò. Sicuramente questa era una prova della verità di ciò che aveva detto, perché chi altro se non una persona divina poteva agire in questo modo?

12. Il rifiuto delle opere di Cristo – Capitolo 9

Il Capitolo 8 ci ha presentato la testimonianza delle parole del Signore. Egli raccontava al mondo le cose che aveva udito dal Padre (8:25-28). Il capitolo 9 presenta la testimonianza delle Sue opere: come prima aveva pronunciato le parole del Padre, così ora dichiara: “Io devo compiere le opere di colui che mi ha mandato” (9:4). Il Signore non solo porta la luce nel mondo, rivelando il cuore di Dio, ma agisce anche in grazia aprendo gli occhi dei ciechi e permettendo loro di discernere la verità. In questo modo, il cieco non solo recupera la vista naturale, ma gli viene data la visione spirituale per vedere la gloria del Figlio inviato dal Padre.

Inoltre, il capitolo mostra come il Signore ha liberato le Sue pecore dall’ovile ebraico per introdurle nella salvezza e nella libertà della fede in Cristo. Infine, in questo brano vediamo come il sistema giudaico venga messo da parte in quanto immerso nella cecità spirituale.

Il grande tema del Capitolo 9 è quindi l’opera del Signore che apre gli occhi ai ciechi per far vedere la gloria della Sua persona. In questo modo Egli fa uscire le anime dalle tenebre del giudaismo per prepararle ad accogliere la fede in Cristo, che viene presentata nel capitolo successivo allorquando si parla di un unico Pastore e di un unico gregge.

Nel capitolo precedente, i giudei religiosi avevano completamente rifiutato le parole di Cristo. Lo avevano accusato di avere un demonio e avevano preso delle pietre da scagliare contro di Lui. Di conseguenza, Egli lascia il loro tempio, passa in mezzo a loro e se ne va. Nel capitolo 9, vediamo che, quando si separa dalla nazione sotto giudizio, chiama in grazia le proprie pecore.

Capitolo 9:1

Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita.

Nel momento in cui Gesù lascia la nazione, benedice un poveretto, portandolo dalla cecità alla fede e dall’accattonaggio all’adorazione. Come sempre in questo Vangelo, viene messa in evidenza la sovranità della grazia. Infatti, se nel Vangelo secondo Luca la donna si presenta a Cristo nella casa di Simone, nel nostro Vangelo il Signore si avvicina alla donna alla fontana. In Luca, il paralitico viene portato a Cristo; in Giovanni, il Signore si reca dallo storpio alla vasca. Allo stesso modo, in Luca il cieco grida al Signore; qui il Signore va incontro al cieco. Dal Vangelo di Luca impariamo che tutti i peccatori sono invitati a venire a Cristo, mentre in quello di Giovanni ci viene presentata una verità ancor più elevata, ovvero che Dio si è avvicinato ai peccatori nella persona di Suo Figlio, per darci prova del Suo amore.

Capitolo 9:2-3

I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Con i pregiudizi tipici dei Giudei, i discepoli pensavano che la cecità di un uomo fosse la punizione per un peccato commesso da lui o dai suoi genitori. Nella Sua risposta, il Signore mostra che Dio può usare l’afflizione per manifestare le Sue opere. Una malattia che dura tutta la vita non è necessariamente il risultato di un peccato specifico; essa può essere permessa per rivelare la grazia di Dio.

Capitolo 9:4-5

Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Se lo stato dell’uomo offriva l’opportunità di manifestare le opere di Dio, il Signore era lì per “compierle”. Infatti, era venuto nel mondo per manifestare la sua grazia; sarebbe poi venuta la notte della Sua assenza, in cui nessuno avrebbe potuto operare. Finché Cristo era nel mondo, era la luce del mondo, e durante la Sua vita qui sulla terra doveva lavorare, perché l’amore non poteva riposare dove c’era sofferenza; la luce non poteva riposare in presenza delle tenebre del peccato.

Certamente, come risultato della Sua morte e ascensione, viene data una testimonianza al mondo e viene proclamata la grazia di Dio. Tuttavia, questa testimonianza chiama un popolo fuori dal mondo per una benedizione celeste; soltanto nel Millennio il Signore libererà il mondo dalle sofferenze e dai dolori attuali, perché nella notte del rifiuto di Cristo “nessuno può operare“.

Capitolo 9:6-7

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: «Va’, làvati nella vasca di Siloe» (che significa: mandato). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.

Dopo aver spiegato il vero carattere del momento, nonché la Sua posizione e la Sua opera nel mondo, il Signore apre gli occhi al cieco. Lo fa in modo da evidenziare la gloria della Sua persona. La saliva parla dell’efficacia che proviene da Lui stesso; la terra presenta un’immagine dell’umanità che ha assunto. Coprire gli occhi del cieco con il fango (formato dalla terra e dalla saliva) gli avrebbe naturalmente impedito di vedere. In questo senso, l’uomo decaduto ha usato l’umanità che il Signore aveva rivestito per negare la divinità del Figlio di Dio. L’umile grazia della Sua umanità era una pietra d’inciampo per questi ebrei. La fede invece, che discerneva in quest’uomo così umile l’inviato del Padre superava tale difficoltà. Dal momento in cui questa verità è associata alla Sua persona, tutto è chiaro. Così il Signore disse all’uomo: “Va’ e lavati nella vasca di Siloe (che significa mandato)“. Credendo alle parole del Signore, l’uomo andò e si lavò, “e tornò che ci vedeva”. L’uomo recuperò effettivamente la vista naturale, ma in modo tale da rivelare l’opera del Signore come Figlio inviato dal Padre per donare la vera vista, quella spirituale. Noi, miseri peccatori, quando discerniamo per fede che quest’uomo umile e benedetto è una persona divina inviata dal Padre per salvare e benedire un essere perduto, tutto diventa più chiaro. I nostri occhi si aprono e vediamo la grazia che è venuta a noi per soddisfare i nostri bisogni (Galati 4:4).

I versetti che seguono presentano, da un lato, il risultato nel riconoscere Cristo come inviato da Dio e, dall’altro, la solenne conseguenza del rifiuto delle Sue opere. L’uomo a cui sono stati aperti gli occhi confessa coraggiosamente Cristo, con un duplice risultato: più confessa la verità che conosce, più cresce nella conoscenza di Cristo; e più vive con la luce che ha acquisito, meno è tollerato nel mondo religioso. Mentre l’uomo progredisce sempre più nella luce, chi rifiuta Cristo sprofonda sempre più nelle tenebre.

Esiste quindi un conflitto tra luce e tenebre. Più chiara è la testimonianza che il credente rende a Cristo, più forte è l’opposizione che deve incontrare da parte di coloro ai quali la luce è insopportabile. Se l’uomo, i cui occhi sono stati aperti, parla di Colui grazie al quale ha ricevuto la benedizione, viene osteggiato dal mondo in tutti i Suoi ambiti, siano essi sociali, religiosi o familiari.

Capitolo 9:8-12

Perciò i vicini e quelli che l’avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chieder l’elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». Allora essi gli domandarono: «Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?» Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù fece del fango, me ne spalmò gli occhi e mi disse: “Va’ a Siloe e làvati”. Io quindi sono andato, mi son lavato e ho ricuperato la vista». Ed essi gli dissero: «Dov’è costui?» Egli rispose: «Non so».

Per prima cosa deve confrontarsi con il mondo sociale: i vicini. Essi vedono il cambiamento dell’uomo e chiedono come sia avvenuto. La risposta è semplice e bella: Quell’uomo che si chiama Gesù ” gli ha aperto gli occhi. Questa confessione ha fatto sì che non fosse più desiderato in ambito sociale. I vicini lo portano dai farisei, perché possa essere messo a confronto con qualcuno della sfera religiosa.

Capitolo 9:13-17

Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un peccatore fare tali miracoli?» E vi era disaccordo tra di loro. Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta».

Non potendo negare che gli occhi dell’uomo erano stati aperti da Gesù, i religiosi farisei sollevarono obiezioni perché il miracolo era stato compiuto di sabato. La guarigione del cieco era una prova evidente che Gesù era da Dio; tuttavia, senza tener conto della loro miseria e giudicando Cristo secondo i loro pregiudizi religiosi, i farisei ragionarono che Gesù non poteva essere da Dio perché “non osserva il sabato”. Alcuni di loro, però, azzardano una debole osservazione; giustamente chiedono: “Come può un peccatore fare tali miracoli?”. Avendo già confessato che Cristo è un uomo chiamato Gesù, il cieco guarito, con il beneficio di una luce maggiore e con maggiore audacia, afferma ora che è un profeta, ossia uno che viene da Dio con la mente di Dio e la potenza di Dio.

Capitolo 9:18-23

I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse ricuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista, e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite esser nato cieco? Com’è dunque che ora ci vede?» I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda, non sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno riconoscesse Gesù come Cristo, fosse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Non convinti e increduli, i Giudei si rivolgono allora ai genitori, sperando di apprendere da loro qualcosa che permetta loro di eludere la verità. Tutti sono decisi a rifiutare Cristo, ma nessuno può negare che gli occhi dell’uomo siano stati aperti. Così ognuno delle categorie di persone presenti pone la stessa domanda: Come ha fatto l’uomo a ricevere la vista? (9:10, 15, 19, 26). Tutti cercano di spiegare la guarigione dell’uomo con un intervento diverso da quello di Cristo.

I genitori devono testimoniare che l’uomo è loro figlio, che è nato cieco e che ora vede. Si rifiutano di esprimere una loro opinione su come abbia ricevuto la vista. Declinano ogni responsabilità per il figlio: “è adulto”. Non hanno intenzione di compromettere la loro reputazione religiosa nella sinagoga identificandosi con un uomo che confessa Gesù, anche se è loro figlio.

Capitolo 9:24-29

Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Egli rispose: «Se egli sia un peccatore, non so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo». Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti aprì gli occhi?» Egli rispose loro: «Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventar suoi discepoli anche voi?» Essi lo insultarono e dissero: «Sei tu discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia».

Non avendo ricevuto alcun aiuto dai genitori, i Giudei si rivolgono all’uomo per la seconda volta. Non potevano negare il miracolo, ma non volevano riconoscere Gesù. Di conseguenza, ripiegano sulla loro autorità religiosa e chiedono all’uomo: “da gloria a Dio!”; non tengono in alcun conto Cristo; anzi, osano dichiarare: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”.

L’uomo rifiuta di essere trascinato in una discussione sul carattere del Signore, ma ribadisce ciò che sapeva, e che loro non potevano negare: che era cieco e ora vedeva! Non potendo negare questa semplice affermazione di fatto, ricorrono agli insulti. Insultano l’uomo, rimproverandolo di essere un discepolo di Cristo, e dichiarano che loro, invece, erano discepoli di Mosè. Quanto a Gesù, dicono con disprezzo che non sanno da dove venga.

Capitolo 9:30-34

L’uomo rispose loro: «Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli  occhi a uno nato cieco. Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe far nulla». Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

Avendo gli occhi aperti, il mendicante può approfondire la verità sulla persona di Cristo più di questi uomini che si professano discepoli di Mosè. Egli esprime la Sua sorpresa per l’ignoranza e la stupidità della loro incredulità. Mai dall’inizio del mondo era stato compiuto un tale miracolo, eppure essi sostenevano che Colui che aveva compiuto questa grande opera fosse un peccatore. “Dio non esaudisce i peccatori… Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe far nulla”. Così, l’uomo è portato per “semplice fede” a confessare che Gesù è “da Dio”.

Ad ogni confessione, l’odio della classe religiosa ufficiale cresceva. Alla fine, non potendo contrastare la franca testimonianza di quell’uomo, lo insultano sostenendo che fin dalla nascita aveva il marchio del peccato sul volto, cosa che il Signore aveva condannato come falsa al v.3 di questo Capitolo.

I Giudei non possono negare l’evidenza del miracolo, anche se il loro odio per Cristo li porta a fare ogni sforzo per sminuire la Sua opera. Le argomentazioni dell’uomo sono indiscutibili, ma il loro orgoglio religioso li porta a rifiutare di farsi insegnare la verità da una persona semplice e analfabeta. Ricorrono agli insulti e alla fine lo cacciano.

Capitolo 9:35-38

Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell’uomo?» Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli disse: «Tu l’hai già visto; è colui che parla con te, è lui». Egli disse: «Signore, io credo». E gli si prostrò dinanzi

Essere cacciati dal giudaismo religioso corrotto, per aver confessato Cristo significava essere accolti tra i seguaci del Figlio di Dio. Il Signore aveva trovato l’uomo nella sua cecità per dargli la vista; ora lo trova nella sua solitudine per offrirgli la Sua gloriosa compagnia. Il Signore conquista la fiducia dell’uomo e poi si rivela, non solo come profeta, ma come Figlio di Dio. Se fosse stato solo un uomo o un profeta, non sarebbe stato oggetto di culto. In quanto Figlio di Dio, è una persona divina, l’oggetto legittimo della fede e dell’adorazione. Per questo leggiamo che l’uomo a cui furono aperti gli occhi “gli si prostrò dinanzi”.

In che modo benedetto e dolce quest’uomo è stato portato alla luce grazie alla confessione di Cristo! Dapprima riconosce che Cristo è “un uomo, chiamato Gesù” (9:11); poi, avendo più luce, afferma che è “un profeta” (9:17); in seguito, quando i Giudei condannano Cristo, confessa con coraggio che Cristo è “da Dio” (9:33); infine, alla presenza di Gesù, entra nella piena luce e riconosce Cristo come Signore, e lo adora come Figlio di Dio (9:36-38). Così, dall’essere cieco e mendicante l’uomo viene portato alla fede e all’adorazione. Passa dalle tenebre di una religione corrotta alla luce e alla benedizione dei seguaci del Figlio di Dio. L’uomo viene liberato dai falsi pastori di Israele e il buon Pastore trova la Sua pecora.

Capitolo 9:39-41

Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.

Negli ultimi versetti, la solenne condizione di coloro che rifiutano la luce è contrapposta alla benedizione dell’uomo la cui anima oscurata ha ricevuto la luce. A causa della perversità dell’uomo, la venuta di Cristo nel mondo ha l’effetto di portare il giudizio su coloro che lo rifiutano. Tuttavia, Egli viene in grazia affinché coloro che non vedono, e che si riconoscono ciechi, possano vedere; per quanto riguarda coloro che professano di avere la luce e lo rifiutano, la Sua venuta li rende ciechi. Soddisfatti della loro religione e inconsapevoli dei profondi bisogni in quanto peccatori, inciampano e cadono davanti all’umile grazia della Sua umanità; infatti, non hanno saputo scorgere la divinità del Figlio di Dio inviato dal Padre.

Colpiti dalle parole del Signore, i farisei chiedono: “Siamo ciechi anche noi?” Nella Sua risposta, il Signore li avverte che professando di vedere si condannano da soli; infatti, mentre affermano di vedere, rifiutano deliberatamente l’Inviato del Padre. Non volevano ascoltare le Sue parole né essere istruiti dalle Sue opere. Rifiutare deliberatamente Cristo, pur professando di vedere, è un peccato che rimane in loro e che ha gettato la nazione nelle tenebre; non ne usciranno finché, attraverso la grande tribolazione, un residuo non sarà portato alla luce. Allo stesso modo, il cristianesimo corrotto sta sprofondando nelle tenebre, perché mentre si vanta della sua luce e delle sue ricchezze, lascia Cristo fuori dalla porta. (Cfr. Apocalisse 3:20)

 

13. Il Pastore e le pecore – Capitolo 10

Il ministero del Signore in Israele ebbe un duplice effetto: in primo luogo, mise alla prova il popolo, dimostrando che la sua condizione morale era caratterizzata dall’inimicizia contro Dio e dalla cecità spirituale; in secondo luogo, rivelò la presenza di un residuo fedele all’interno del popolo – “le Sue pecorelle” – che Egli ha unito a sé e separato pubblicamente dalla nazione colpevole.

Il primo effetto del ministero del Signore viene sviluppato nei capitoli precedenti.

Infatti:

  • nel Capitolo 5, la gloria della Sua persona come Figlio viene fatta conoscere ai Giudei;
  • nel Capitolo 6, la Sua incarnazione e la Sua morte sono presentate come l’unico mezzo per soddisfare i veri bisogni degli uomini.
  • nel Capitolo 7, il ministero del Signore anticipa la Sua nuova posizione come Uomo nella gloria, e la venuta dello Spirito che ne sarebbe seguita.
  • Nel Capitolo 8 i Giudei rifiutano la testimonianza delle Sue parole.
  • Nel Capitolo 9 rifiutano la testimonianza delle Sue opere.

Avendo fallito completamente nella sua responsabilità, la nazione rimane nella cecità e va incontro al giudizio.

Tuttavia, Il fallimento dell’uomo dà a Dio l’opportunità di rivelare la Sua sovranità che, nonostante tutti i peccati e le mancanze umane, opera per la benedizione della Sua creatura e per il compimento dei Suoi scopi amorevoli. Così, in questo importantissimo capitolo, ci è concesso di vedere la vera posizione e l’opera del Signore in mezzo alla nazione ebraica, in vista delle nuove benedizioni che Dio ha stabilito per le Sue pecore. Non era venuto per stabilire il regno; il tempo della benedizione millenaria non era ancora giunto. Era venuto per attirare a sé le Sue pecore e condurle fuori dall’ovile giudaico verso le nuove benedizioni della fede in Cristo.

Capitolo 10:1

«In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante.”

Nei primi cinque versetti, le grandi verità del capitolo sono esposte sotto forma di allegoria; i cambiamenti storici che stavano avvenendo sono presentati con l’immagine di un pastore e delle sue pecore. Prima della venuta di Cristo, erano sorti uomini che pretendevano di guidare il popolo di Dio, ma in realtà esaltavano solo sé stessi, come Teuda che pretendeva di essere qualcosa, o Giuda il galileo che “trascinò dietro sé della gente” (Atti 5:36-37). Questi uomini non avevano alcuna autorità da parte di Dio e non erano entrati per la porta stabilita da Dio. Erano entrati di nascosto, come dei ladri, e si sono arricchiti a spese del gregge.

Capitolo 10:2

Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore.”

Invece Cristo, “il pastore delle pecore”, è venuto in mezzo a Israele seguendo il cammino che Dio gli aveva tracciato. Le promesse e le profezie avevano annunciato che Cristo sarebbe stato il seme della donna, il figlio della vergine, che sarebbe nato a Betlemme e che sarebbe stato Colui “le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni” (Cfr Mi 5:1), il Dio potente. Queste profezie e molte altre che si riferiscono alla prima venuta del Signore, hanno trovato il loro pieno compimento in Cristo, mostrando che Egli era il Pastore di Israele che aveva l’approvazione divina, Colui che è entrato attraverso la porta stabilita da Dio.

Capitolo 10:3

A lui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori.

“A lui apre il portinaio”. La provvidenza di Dio dominava ogni circostanza e lo Spirito operava nel cuore delle persone, così che, nonostante l’opposizione e i pregiudizi, il pastore aveva accesso alle pecore.

Poi troviamo quattro aspetti dell’opera del pastore in mezzo a Israele:

  • dà una testimonianza che raggiunge le orecchie e tocca i cuori delle Sue pecore;
  • si avvicina alle pecore, chiamandole per nome;
  • le conduce fuori dall’ovile ebraico;
  • dopo aver messo fuori le “sue pecore”, le precede, come un pastore fa col suo gregge.

In che modo benedetto il Signore compie questa missione descritta in questo Vangelo! Scena dopo scena, a Betania, in Galilea, in Samaria, in Giudea, al pozzo di Sicar e alla vasca di Betesda, il Signore dà una testimonianza che arriva alle orecchie delle pecore. E poi troviamo uomini chiamati, uno dopo l’altro, per nome: sfilano davanti a noi Andrea e Simone, Filippo, Natanaele e Nicodemo. Semplici pescatori e dotti farisei, donne degradate, signori e mendicanti sono attratti dal Pastore per avere soddisfatti i loro bisogni e per essere condotti fuori dal sistema corrotto del giudaismo.

Capitolo 10:4-5

Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei».

Dopo aver messo fuori le proprie pecore, “va davanti a loro e le pecore lo seguono”, perché trovano tutto nel loro Pastore. In un ovile, le pecore sono tenute insieme e riunite dalle cure del pastore. La benedizione, la guida e la protezione del gregge dipendono interamente da lui. Le pecore hanno bisogno di cibo? Il pastore è lì per condurle in pascoli verdeggianti. Il nemico le minaccia? Il pastore è alla testa del gregge per proteggerlo. Devono attraversare un sentiero impervio e pericoloso? Il pastore cammina davanti a loro per guidarle.

Inoltre, in un gregge, le pecore seguono il pastore perché conoscono la sua voce. Se un estraneo cerca di allontanare le pecore dal pastore, esse fuggono dall’estraneo perché non conoscono la sua voce.

Come questa allegoria presenta perfettamente la vera posizione cristiana secondo i pensieri di Dio! Ci presenta un insieme di credenti – le pecore di Cristo stesso – che appartengono interamente a Lui, e Lui, il Pastore, si occupa esclusivamente delle Sue pecore, conducendole fuori da un sistema religioso legato a questo mondo. In questo luogo esterno, esse sono viste come totalmente sotto la Sua guida, così che le conduce attraverso il deserto di questo mondo, provvede a tutti i loro bisogni e le protegge da ogni male. Da parte loro, le pecore conoscono la voce di Cristo e si rendono conto di dipendere da Lui. Consapevoli della loro debolezza, fuggono dallo straniero: il fatto di non conoscere la sua voce è sufficiente per loro.

Ahimè, dove possiamo vedere nel cristianesimo una vera risposta a questa perfetta immagine? Dipendere interamente da un capo invisibile richiede fede e una costante fiducia nel Suo amore. Come potrebbe, allora, la grande massa di semplici professanti, che costituiscono la maggior parte della cristianità accettare il posto di obbrobrio in compagnia di un Cristo rifiutato e invisibile? Non conoscendo la voce del Pastore, sono diventati facile preda della voce degli estranei. Così il cristianesimo ha costruito ancora una volta ovili di ogni tipo sul modello ebraico, in cui gli uomini sono tenuti insieme da una professione di fede, fatta di regole e di riti, e da capi nominati dall’uomo che, in varia misura, mettono da parte Cristo, l’unico vero Pastore delle pecore.

Tuttavia, l’immagine conserva tutta la sua bellezza e ci presenta il modello di Dio per i Suoi. Nonostante la corruzione del cristianesimo, il privilegio del cristiano che ama Cristo e osserva la Sua Parola rimane quello di andare a Lui fuori dall’accampamento, portando il Suo obbrobrio (Cfr. Ebrei 13:13).

Capitolo 10:6

Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono quali fossero le cose che diceva loro.

I destinatari di questa similitudine non capirono nulla di ciò che Gesù stava dicendo. Com’era allora per le masse del giudaismo corrotto, così è ancora oggi per la maggior parte degli uomini della cristianità professante. Seguire Cristo nel luogo dell’obbrobrio rimane incomprensibile e impossibile per l’uomo senza Dio, e spesso è un costo troppo alto per molti che si dicono cristiani.

Capitolo 10:7

Perciò Gesù di nuovo disse loro: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore.

Forse gli uomini non hanno capito le parole di Gesù; ma non hanno scuse, perché il Signore continua a illustrare la similitudine e ad ampliare le benedizioni di coloro che lo seguono. Cristo stesso diventa ora la porta delle pecore. Sebbene corrotto dall’uomo, l’ovile ebraico era stato istituito e approvato da Dio. Come potevano allora le pecore lasciare la nazione destinata al giudizio, se Dio stesso non apriva loro una via d’uscita? Cristo era la porta di Dio e, seguendo il Pastore, le pecore potevano, senza paura, uscire dalla nazione. Allo stesso modo, oggi i credenti possono tranquillamente seguire il Pastore al di fuori di qualsiasi religione umana.

Capitolo 10:8

Tutti quelli che sono venuti prima di me, sono stati ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.

Altri si presentarono come guide e guaritori di Israele, proprio come oggi sorgono molti impostori e falsi profeti con la pretesa di guidare il popolo di Dio attraverso la confusione del cristianesimo. Questi uomini non hanno alcuna autorità da parte di Dio; servono solo i propri interessi a spese dei loro seguaci. Il semplice credente professante e indifferente può essere ingannato da loro, ma coloro che ascoltano la voce del Pastore non daranno retta alle parole di questi seduttori.

Capitolo 10:9-10

Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura. Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Inoltre, Cristo non è solo una porta per uscire da ciò che è corrotto, ma è anche la porta verso le benedizioni che Dio ha in serbo per le Sue pecore. Qui il Signore va oltre l’insegnamento della similitudine per soffermarsi sulle benedizioni positive in cui le conduce. Queste benedizioni non possono essere limitate alle pecore dell’ovile ebraico, per cui leggiamo: se “uno entra”; tutti sono i benvenuti.

– La prima grande benedizione che Cristo offre alle Sue pecore è la salvezza. Il fatto che sia aperta a tutti (“se uno”) sembra implicare che si tratti principalmente della salvezza dell’anima, della liberazione dal peccato e dal giudizio di cui ogni peccatore ha bisogno. Ma in senso più ampio, il gregge guidato da Cristo dev’essere liberato da ogni potenza avversa durante il viaggio in questo mondo.

– Una seconda benedizione è che, sotto la guida del Pastore, le pecore vengono “liberate”: “entrerà e uscirà”. L’ovile ebraico impediva alle pecore di avere accesso diretto a Dio e proibiva loro di andare verso i Gentili. Sotto la guida di Cristo, il gregge cristiano ha la libertà e il privilegio di “entrare” davanti a Dio uscendo poi nel mondo portando la buona notizia della sua grazia.

– Una terza benedizione, in relazione al gregge guidato da Cristo, è il pascolo. Nel migliore dei casi, l’ovile ebraico offriva poco più di un luogo di protezione dai pericoli; il gregge cristiano non solo è al sicuro da opposizioni e pericoli, ma soprattutto è posto in un luogo dove è nutrito spiritualmente.

– Infine, tutte queste benedizioni introducono le pecore al godimento della vita, quella vita di comunione con il Padre e il Figlio per mezzo dello Spirito Santo che porta alla pienezza della gioia (1 Giovanni 1:4). Questa è veramente la “vita abbondante”, in contrasto con la vita naturale che, anche al meglio, è una vita imperfetta, una vita in cui manca la gioia (Giovanni 2:3).

Tutte queste benedizioni sono garantite dal Pastore che è venuto non come un ladro per razziare le pecore, ma per elargire benedizioni. Tuttavia, le pecore possono goderne veramente solo se si sottomettono alle cure del Pastore e lo seguono. Ogni benedizione che Cristo dà si presenta in modo completo in Lui e può essere goduta solo con lui.

Nel corso del Vangelo, vediamo come il Pastore porta la salvezza alle pecore (3:17 e 4:42), le conduce alla libertà (8:33-36) e fornisce loro un ricco cibo spirituale (capitolo 13 sino al 17). Più tardi, nelle epistole di Giovanni, troviamo un magnifico sviluppo della vita abbondante.

Concludendo, nella prima parte del nostro Capitolo abbiamo una chiara presentazione del buon Pastore che conduce le Sue pecore a separarsi completamente da un sistema religioso mondano, a passare sotto l’esclusiva cura e direzione del Pastore, e quindi a essere introdotte in tutte le benedizioni che Egli assicura loro.

Capitolo 10:11-13

Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde. Il mercenario [si dà alla fuga perché è mercenario e] non si cura delle pecore.

Nei versetti che seguono, impariamo che Cristo non è solo “il Pastore”, ma è “il buon Pastore” che, nell’infinita perfezione del Suo amore e della Sua consacrazione, dà la Sua vita per le pecore. Il mercenario può servire le pecore fino a un certo punto, ma anche in questo caso lo fa per un salario; quindi, il suo motivo ultimo è la sua persona e non le pecore. Ne consegue che, in presenza del lupo, invece di dare la vita per salvare le pecore, il mercenario pensa solo alla propria sicurezza e fugge, lasciando disperse le pecore, proprio perché non sicura di loro. Ahimè, il cristianesimo ha abbandonato il buon Pastore e ha stabilito dei responsabili pagati secondo criteri umani, che contrattano il servizio divino. Non c’è da stupirsi che il lupo possa portare tanto scompiglio, disperdendo le pecore.

Facciamo attenzione alle tre immagini che il Signore usa per presentare i tre diversi tipi di male che il gregge dovrà affrontare: il ladro, il mercenario e il lupo.

– Il ladro rappresenta qualsiasi persona o falso sistema che priva il gregge della verità introducendo dottrine che sono distruttive per l’anima. Movimenti o pratiche quali l’universalismo, la scienza cristiana, lo spiritismo, i testimoni di Geova ed altri simili sette hanno quindi il carattere del ladro.

– Il mercenario non rappresenta necessariamente ciò che rovina il cristianesimo, ma indica piuttosto il falso principio di servire a pagamento e di fare della pecora una merce. Questo apre la porta a una vasta classe di persone il cui motivo principale è “io” e non le pecore. Di conseguenza, quando sorgono le difficoltà, pensano solo alla propria sicurezza e comodità e fuggono, abbandonando le pecore proprio quando hanno più bisogno di cure. Quando sorgono delle difficoltà tra i figli di Dio, facciamo attenzione a non comportarci come i mercenari, pensando solo alla nostra sicurezza e comodità, abbandonando le pecore nel momento del pericolo e dell’angoscia.

– Il lupo evoca coloro che, spesso travestiti da pecore con un astuto pretesto, entrano nel gregge e con ferocia lo disperdono.

Capitolo 10:14-15

Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.

A differenza del mercenario, il buon Pastore si prende cura delle Sue pecore. Conosce alla perfezione le loro debolezze, la loro ignoranza, la loro tendenza a smarrirsi e le loro molteplici necessità e, di conseguenza, le ama con un amore che lo ha portato a dare la propria vita per loro. A loro volta, le pecore conoscono il Pastore, la Sua perfezione, la Sua saggezza, la Sua potenza e il Suo amore.

Qualcuno ha detto: “Gesù era ed è l’oggetto del cuore del Padre; allo stesso modo le Sue pecore erano oggetto del Suo cuore. Istruite da Dio, esse lo conoscevano e confidavano in lui, come Lui confidava nel Padre”.

Capitolo 10:16

Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

Il Pastore ha condotto le Sue pecore fuori dall’ovile del Giudaismo e ha aperto, non solo a loro ma a tutti, la porta alle nuove benedizioni. È chiaro, quindi, che il gregge non può essere limitato alle “pecore giudaiche”. Ci sono altre pecore che il Pastore trae a sé tra i Gentili. Anche loro ascolteranno la Sua voce (cfr. Giovanni17:20; Atti 13:46-48; 15:7). Separate dall’ovile ebraico e dalle nazioni gentili, le Sue pecore formeranno così un unico gregge sotto un unico Pastore.

Capitolo 10:17-18

Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio».

Questo è lo scopo del cuore del Padre. Per realizzarlo e riunire in uno i figli di Dio dispersi, quell’unico Pastore doveva morire. Egli si è offerto volontariamente in sacrificio e, donando la vita, non solo assicura la benedizione alle Sue pecore, ma dà anche al Padre una ragione in più per amare il Suo unico Figlio. Solo una persona divina poteva dare al Padre un tale motivo per amarlo; per tutti gli altri, la fonte dell’amore è solo nel cuore del Padre.

Morendo, ha assicurato la benedizione delle pecore e ha compiuto la volontà del Padre, ma allo stesso tempo il Suo è stato un atto volontario di consacrazione. Finalmente c’era qualcuno che era entrato nel regno della morte con l’autorità di deporre la Sua vita per riprenderla poi; per devozione ha esercitato questa potenza per servire Dio e gli uomini. Se lascia la Sua vita, è per riprenderla in un’altra condizione, per poter ancora servire le Sue pecore. Un credente ha detto: “La Sua morte non è né l’esaurimento del Suo amore né il limite della Sua opera per gli uomini. Ha servito nelle più profonde sofferenze sulla terra; serve ancora sul trono della gloria”.

In conclusione, in questa parte del capitolo abbiamo visto:

  • “il Pastore delle pecore” che separa le Sue pecore da un sistema religioso terreno (10:1-10),
  • “il buon Pastore” che dona nel Suo amore e nella Sua devozione la Sua vita per le pecore per preservarle dal nemico (10:11-15),
  • “l’unico Pastore” che dà la Sua vita per riunire le pecore in un unico gregge (10:16-18).

Capitolo 10:19-21

Nacque di nuovo un dissenso tra i Giudei per queste parole. Molti di loro dicevano: «Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo ascoltate?» Altri dicevano: «Queste non sono parole di un indemoniato. Può un demonio aprire gli occhi ai ciechi?»

Questi versetti descrivono l’effetto del discorso del Signore su coloro che, non essendo Sue pecore, non capivano ciò che diceva loro (Cfr. capitolo 10:6). Da un lato, le Sue parole suscitarono un odio violento in questi uomini, che vedevano nelle Sue affermazioni solo le farneticazioni di un indemoniato. Dall’altro, alcuni erano perplessi, poiché il buon senso diceva loro che né le parole né le azioni di Gesù potevano essere quelle di una persona posseduta dal demonio. Più avanti nelle Scritture, un versetto ci avvertirà che, se seguiremo gli insegnamenti del Signore e andremo a Lui fuori dall’accampamento, dovremo senza dubbio sopportare il Suo obbrobrio. Percorrere una strada del genere, infatti, sarà considerato dal mondo religioso una follia o anche peggio.

Capitolo 10:22-24

In quel tempo ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. I Giudei dunque gli si fecero attorno e gli dissero: «Fino a quando terrai sospeso l’animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente».

Probabilmente due mesi dopo, i Giudei che circondano il Signore mentre cammina nel portico del tempio danno vita a un secondo discorso, accusando Gesù di tenerli in sospeso perché non diceva apertamente se era il Cristo.

Capitolo 10:25-26

Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me; ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore.

La risposta del Signore mostra che l’origine della loro perplessità era l’incredulità, che li aveva portati a rifiutare la testimonianza delle Sue parole e delle Sue opere. Inoltre, questo dimostrava che non erano delle Sue pecore.

Capitolo 10:27

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono;

Questo porta il Signore a fornire le caratteristiche distintive delle Sue pecore.

– La prima grande caratteristica è che le pecore ascoltano la voce del Pastore (cfr. 10:3-5, 16). Tutti hanno ascoltato le parole che Egli ha pronunciato, ma soltanto i credenti hanno ricevuto per fede il messaggio contenuto in quelle parole, un messaggio che ha evidenziato i loro peccati e la loro miseria, ma ha rivelato l’amore e la grazia che rispondono ai loro bisogni. La donna al pozzo di Sichar è un esempio lampante di chi ha ascoltato e compreso la voce del Pastore.

– Il secondo carattere è che le pecore sono conosciute dal Pastore. Come abbiamo visto, il Signore le chiama personalmente per nome, a dimostrazione che le conosce intimamente e che si prende cura di loro individualmente (cfr. 10:3, 14).

– La terza caratteristica è che le pecore seguono il Pastore. Non solo sono chiamate a Lui una per una, ma poi lo seguono; forse a volte con esitazione e non senza molti inciampi, ma lo seguono.

Capitolo 10:28-30

e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno».

Il Signore non solo elenca le caratteristiche delle Sue pecore, ma parla anche delle cure amorevoli che ha per loro. Egli dà loro la vita eterna, la sicurezza eterna e le cure divine. Il Signore aveva già detto di essere venuto a dar vita alle pecore, una vita in abbondanza; ora apprendiamo che la vita che dà è una “vita eterna”, la vita che era presso il Padre e che si è rivelata nella persona del Figlio sulla terra; una vita che i credenti possiedono in Cristo, che dev’essere manifestata in loro e gustata ora, anche se sarà sperimentata nella sua pienezza soltanto quando saranno con Cristo nella casa del Padre  (cfr. 1 Giovanni 1:1, 2; 5:11, 12; Galati 2:20; 2 Corinzi 4:10-18; Romani 6:22).

Inoltre, la vita eterna implica una sicurezza eterna. Così il Signore aggiunge, per la consolazione delle Sue pecore: “Non periranno mai”.

Infine, apprendiamo che le pecore sono oggetto delle cure congiunte del Padre e del Figlio. Sono custodite dal Figlio, e nessuno può strapparle dalla Sua mano; sono anche custodite dal Padre, che ha dato le pecore a Cristo ed è chiaramente più grande di tutti gli altri. Se il Padre e il Figlio sono una cosa sola nell’amare le pecore, lo sono anche nella loro natura o essenza divina. Così il Signore può dire: “Io e il Padre siamo uno”. La gloria della Sua persona risplende di nuovo qui, e scopriamo che l’umile pastore delle pecore, venuto per servire le pecore e fare la volontà del Padre, non è altro che il Figlio eterno, una persona divina, una cosa sola con il Padre.

Capitolo 10:31

I Giudei presero di nuovo delle pietre per lapidarlo.

I Giudei interpretano correttamente le parole del Signore come un’affermazione della Sua divinità; ma si infuriano quando Lui, che era veramente uomo, afferma di essere Dio; e prendono “di nuovo delle pietre per lapidarlo”.

Capitolo 10:32

Gesù disse loro: «Vi ho mostrato molte buone opere da parte del Padre mio; per quale di queste opere mi lapidate?»”

Con perfetta calma, il Signore si appella alle molte opere buone che aveva compiuto da parte dal Padre. In questo modo indicava le Sue opere come prova che Egli era venuto dal Padre. Avrebbero dunque trovato qualcosa da obiettare in quelle opere che manifestavano la bontà del Padre e la gloria di Cristo come Figlio?

Capitolo 10:33

I Giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».

Con la loro risposta, i Giudei dimostrano che fino a quel momento avevano interpretato correttamente le parole del Signore che esprimevano la Sua divinità. Tuttavia, l’affermazione dei Giudei non corrispondeva alla verità esatta, perché dicevano: “Tu, che sei uomo, ti fai Dio”, mentre la verità era questa: che essendo Dio, si era fatto uomo.

Capitolo 10:34-36

Gesù rispose loro: «Non sta scritto nella vostra legge: “io ho detto voi siete dei?” Se chiama dèi coloro ai quali la parola di Dio è stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata), come mai a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, voi dite che bestemmia, perché ho detto: «Sono Figlio di Dio?»

Se la loro interpretazione fosse stata sbagliata, il Signore avrebbe sicuramente corretto immediatamente un errore così grave e sconfessato una pretesa di divinità. Ma non lo fa; anzi, il Signore conferma la Sua affermazione appellandosi alle loro stesse Scritture e condannandoli per aver negato la Sua divinità. Citando il salmo 82:6, il Signore chiede: “Non sta scritto nella “vostra” legge: “Io ho detto: “Voi siete dèi”?”. Se dunque gli uomini, designati come giudici in Israele, come rappresentanti di Dio, e ai quali era giunta la parola di Dio, sono chiamati dèi, può il Figlio, che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, essere accusato di blasfemia quando afferma di essere una persona divina?

Capitolo 10:37-38

Se non faccio le opere del Padre mio, non mi credete; ma se le faccio, anche se non credete a me, credete alle opere, affinché sappiate e riconosciate che il Padre è in me e che io sono nel Padre».”

Nel Capitolo 8, il Signore aveva dichiarato che, se fossero stati dei veri figli di Abramo, avrebbero dovuto dimostrarlo compiendo le opere di Abramo (10:39). Ora applica questo argomento convincente a sé stesso. Se non avesse fatto le opere del Padre, avrebbero potuto giustamente rifiutare di credere che Lui fosse Suo Figlio. Ma dal momento che aveva compiuto le opere del Padre, avrebbero dovuto avere la certezza che non solo era Figlio, ma che il Padre era in Lui e Lui nel Padre. Le opere da Lui compiute erano la prova certa della presenza di una persona divina che agiva con potenza e amore. Il Padre era visibile in Lui, così come Lui era in modo evidente della stessa natura del Padre e “dimorava” nel segreto dei pensieri e dei Suoi consigli d’amore.

Capitolo 10:39-42

Essi cercavano nuovamente di arrestarlo; ma egli sfuggì loro dalle mani. Gesù se ne andò di nuovo oltre il Giordano, dove Giovanni da principio battezzava, e là si trattenne. Molti vennero a lui e dicevano: «Giovanni, è vero, non fece nessun segno miracoloso; ma tutto quello che Giovanni disse di quest’uomo, era vero». E là molti credettero in lui.

Gli ultimi versetti riassumono l’effetto di questo secondo discorso. Rifiutando le parole e le opere del Signore, i Giudei increduli cercano di prenderlo. La loro incredulità era totale, ma la Sua ora non era ancora giunta. Così se ne va oltre il Giordano. Avevano già scacciato l’uomo che aveva confessato Cristo; ora, completamente rifiutato dalla nazione, il Pastore prende posto al di fuori della nazione. Lì, “molti vennero a lui” e “molti credettero in lui”. Il Pastore diventa così il capo del Suo gregge al di fuori dell’ovile ebraico.

 

14. Testimonianza del Figlio di Dio – Capitolo 11

I tre Capitoli precedenti mostrano il completo rifiuto di Cristo da parte della nazione ebraica. Questo rifiuto diventa l’occasione per dimostrare che l’attuale opera di Cristo in mezzo a Israele era quella di compiere il consiglio del Padre, vale a dire di chiamare le Sue pecore fuori dall’ovile giudaico per inserirli nella nuova comunità cristiana che si sarebbe formata sulla terra.

I Capitoli 11 e 12 presentano il modo pieno di grazia in cui coloro che formano la nuova comunità dovranno far conoscere le glorie di Cristo come Figlio di Dio, Figlio di Davide e Figlio dell’uomo. Questa triplice testimonianza finale delle glorie di Cristo lascia il mondo che lo rifiuta senza scuse.

Nel Capitolo 11, lo Spirito di Dio ha registrato la toccante storia di Lazzaro e delle due sorelle per testimoniare la gloria di Gesù come Figlio di Dio. Nelle vie perfette di Dio, spesso i dolori dei Suoi possono servire a colmarli di benedizioni e ad esaltare la persona del Figlio.

Capitolo 11:1-5

“C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro;

La scena inizia a Betania, nella casa di un certo Lazzaro, malato. Il luogo è chiamato “il villaggio di Maria e di Marta sua sorella”. Agli occhi di Dio, un paese si distingue per i santi che lo abitano. Poi vengono attestati l’amore e l’intelligenza di Maria; infatti, ci viene ricordato che “Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli”.

La malattia era entrata nella casa dove Cristo era amato: Lazzaro, fratello di Maria, era malato. La famiglia di Betania aveva così spesso sperimentato l’amore di Gesù che, nel giorno della prova, fa appello a quell’amore e alla fiducia che esso produce. Il messaggio inviato è molto bello: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. Le sorelle non chiedono al Signore di venire, né gli suggeriscono di guarire il loro fratello. Confidando semplicemente nel Suo amore, gli sottopongono il loro dolore. Non si appellano al loro amore per Lui, ma piuttosto a quello del Signore per Lazzaro. La loro fiducia nel Signore è tale che, dopo aver esposto la loro prova e aver fatto appello al Suo amore, sanno di potersi mettere tranquillamente nelle Sue mani.

Il Signore è lieto di onorare tale fiducia. Essa gli dà immediatamente l’opportunità di dire che quella malattia era per la gloria di Dio, affinché il Figlio di Dio fosse glorificato attraverso di essa. Il diavolo cerca di usare le nostre prove per produrre dubbi e mormorii che disonorano Dio; il Signore le usa invece per portarci a confidare in Lui e come occasione per mostrare il Suo amore con una tale tenerezza che Egli viene glorificato e noi siamo benedetti.

La fiducia delle sorelle era ben riposta, perché leggiamo subito: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Inoltre, questa affermazione contiene un ricco incoraggiamento per i nostri cuori. C’era stato un tempo in cui il Signore aveva approvato Maria nella sua scelta e rimproverato Marta per le sue eccessive ansie. Anche in questa scena lo Spirito richiama l’attenzione su Maria e sul suo amore. Dobbiamo quindi concludere che il Signore amasse Maria più di Marta? No perché il Signore, mette Marta al primo posto e la cita per nome. In questo modo possiamo vedere che, se c’è una differenza nell'”approvazione” del Signore per le due sorelle, non ce n’è nel Suo “amore” per loro. La Sua approvazione deriva dal nostro modo di agire, mentre il Suo amore scaturisce da Lui stesso. Sappiamo che non è indifferente ai nostri sentimenti e che nessuna carenza nel nostro amore o nel nostro modo di agire indebolirà il Suo amore per noi.

 

14.1 – Le vie perfette dell’amore divino – Capitolo 11:6-16

Capitolo 11:6-7

com’ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!»

L’amore divino non delude l’appello fiducioso della fede. Allo stesso tempo, agisce secondo la sapienza divina. A volte agisce in modi che sembrano piuttosto strani e contrari all’amore e alla prudenza umana. Per esempio, leggiamo: “Com’ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava”. L’amore umano sarebbe subito accorso; la prudenza umana avrebbe consigliato di non andare (i Giudei avevamo cercato di ucciderlo); Gesù, però, non agisce secondo i propri pensieri, ma in dipendenza dalla volontà del Padre e in accordo con essa. Il Suo cuore tenero non può rimanere indifferente ai dolori del Suo popolo; e mentre li benedice e risponde ai loro appelli, ha sempre davanti a sé la gloria del Padre e cammina alla luce della Sua volontà. Così vediamo il Signore agire con quella perfetta saggezza che porta la benedizione ai Suoi, pur facendo brillare la gloria del Padre.

Non è diverso oggi; perché, se il Signore ha glorificato il Padre nel Suo cammino sino alla croce, ora, dal Suo posto nella gloria, glorifica ancora il Padre in risposta alla Sua stessa preghiera: “Glorifica il tuo Figlio, affinché il tuo Figlio glorifichi te”. Egli benedice ancora i Suoi; risponde ancora quando essi fanno appello al Suo amore, ma lo fa in modo tale che, mentre sono benedetti, il Padre risulti glorificato. Possiamo quindi vedere in tutto questo la soluzione a diversi episodi della nostra vita. Pensando solo al nostro immediato sollievo, possiamo essere sorpresi e chiederci perché una malattia ci colpisca o perché una prova si prolunghi. Se avessimo più chiaramente in vista la gloria del Padre, capiremmo meglio questi episodi apparentemente incomprensibili secondo il nostro modo di vedere le cose.

Capitolo 11:8-10

I discepoli gli dissero: «Maestro, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

Non potendo comprendere le motivazioni che guidavano il Signore, i discepoli si stupiscono non tanto del Suo ritardo, quanto della Sua decisione di tornare nel paese dove, poco tempo prima, i Giudei avevano cercato di lapidarlo. Esaminano le circostanze e parlano secondo le regole della prudenza umana. Il Signore, invece, camminava alla luce della volontà del Padre, così non inciampò nel Suo cammino. Quanto a noi, guardando solo alle circostanze, a volte inciampiamo e ci smarriamo; il nostro cammino risulta incerto e oscuro. Vivremo nella luce solo se esporremo al Signore tutte le nostre difficoltà, guardando solo a Lui e cercando di seguire la Sua volontà.

Capitolo 11:11-15

Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo». Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme, sarà salvo». Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!»

Camminando alla luce della volontà del Padre, il Signore non aveva paura dei Giudei o del male che avrebbero potuto fargli. Non pensava a sé stesso, ma aveva davanti a sé solo il compito di servire gli altri nell’amore, secondo la volontà del Padre. Così può dire ai discepoli: “Vado a svegliarlo”.

Poi il Signore risponde ai pensieri confusi dei discepoli dicendo chiaramente: “Lazzaro è morto”. Se il Signore ha aspettato due giorni, è stato per la benedizione dei Suoi discepoli; infatti, dice: “per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate”. Il dolore schiacciante che aveva colpito Marta e Maria non sarebbe diventato solo un’occasione di gloria per il Padre e di benedizione per le sorelle afflitte, ma avrebbe portato la benedizione anche ad altri.

Capitolo 11:16

Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!»

Come spesso accade a noi, Tommaso non riesce a superare le circostanze. Dice: “Andiamo anche noi per morire con lui”. Il Signore ha la vita davanti a sé, Tommaso vede solo la morte. Camminando nella luce del Padre, il Signore vede la vita oltre la morte; camminando sotto il peso delle circostanze, Tommaso non può scorgere altro che la morte come fine della vita. Eppure, anche nell’oscurità del suo cammino, le sue parole mostrano il suo amore per il Signore, perché dice: “Andiamo anche noi, per morire “con lui””. Nel suo amore, Tommaso preferisce morire con Lui piuttosto che vivere senza di Lui. Si può essere più intelligenti di Tommaso, ma con meno affetto.

14.2 La perfetta compassione del Signore Gesù – 11:17- 37

Capitolo 11:17-20

Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa.

Quando Gesù giunge finalmente a Betania, trova che la morte aveva fatto il suo lavoro: Lazzaro era nella tomba da quattro giorni. La casa di Marta e Maria era in lutto e molti Giudei erano venuti dalle sorelle per consolarle. Occupata e preoccupata durante la precedente visita del Signore, Marta si agita ed è confusa di fronte a questo grande dolore. Maria, che si era seduta ai piedi del Signore per ascoltare la Sua parola, aspetta con calma in casa la Sua venuta.

Capitolo 11:21-22

Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà».

Marta va incontro al Signore e gli dice che, se fosse stato presente, suo fratello non sarebbe morto. Sapeva per fede che il Signore avrebbe potuto guarire Lazzaro, ma non arrivava a credere che potesse riportarlo in vita. Tuttavia, consapevole del favore in cui il Signore si trovava davanti a Dio, aggiunge: “Anche adesso so che quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà”.

Capitolo 11:23-24

Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno».

Il Signore fa una chiara dichiarazione per incoraggiare la sua fede a usare le risorse che erano in Lui, disse: “Tuo fratello risusciterà”. La fede di Marta sa che ci sarà una resurrezione finale e che suo fratello risorgerà nell’ultimo giorno. Come noi, trova più facile avere fede in ciò che Dio farà in una data lontana che credere in ciò che Dio può fare ora.

Capitolo 11:25-27

Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

Nella Sua grazia, il Signore fa una nuova dichiarazione a Marta, per orientare la sua fede verso di Lui. E le dice: “Io sono la risurrezione e la vita”. Colui che ha il potere della risurrezione ed è “la vita” sta davanti a lei. Non solo risuscita i morti, ma a chiunque crede dà la vita eterna. Tutti risorgeranno, ma solo i credenti risorgeranno in una risurrezione di vita, mentre gli increduli usciranno dalle tombe in una risurrezione di giudizio (Gv 5:29). La risurrezione di vita va al di là del potere della morte, del peccato e del giudizio. Qui il Signore parla solo dei credenti. La potenza di risurrezione era presente nella persona del Figlio. Quando egli eserciterà questa potenza, il credente in Gesù, pur essendo morto, risusciterà; e il credente che sarà vivo in quel momento non morirà. Confermerà questa potenza risuscitando  Lazzaro dai morti.

Alla domanda del Signore “Credi tu questo?” Marta rispose con una generica confessione di fede, giusta in sé e certificata dalle Scritture (Cfr. Sl. 2), ma ancora lontana dalla nuova rivelazione del Signore che, in quanto Figlio, era la risurrezione e la vita.

Capitolo 11:28

Detto questo, se ne andò, e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama».

A questo punto della conversazione, Marta sembra rendersi conto che il Signore stava parlando di cose che erano al di là della sua comprensione spirituale – cose che Maria, essendosi seduta ai piedi del Signore e avendo ascoltato le Sue parole, avrebbe capito meglio. Così se ne va e chiama di nascosto Maria, dicendole che il Maestro era venuto e la stava chiamando.

Capitolo 11:29-32

Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. Quando dunque i Giudei, che erano in casa con lei e la consolavano, videro che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto».

Quando seppe che il Maestro l’aveva chiamata, Maria andò subito ad incontrarlo. Sapeva come sedersi ai piedi del Signore, e sapeva come agire in base alla Sua parola. Fraintendendo il suo comportamento, i Giudei dicono: “Va al sepolcro a piangere”. Lei ha fatto ciò che è infinitamente meglio, e che solo la fede può fare: è andata a piangere ai piedi di Gesù. Anche il mondo può piangere sulla tomba di una persona cara, ma ciò non porta alcun sollievo; le lacrime non riportano in vita i nostri morti. Piangere ai piedi di Gesù significa trovare il conforto del Suo amore, perché piangiamo ai piedi di Colui che, a tempo debito, risusciterà i nostri morti e che, nel frattempo, consola i nostri cuori.

Così, quando Maria giunse “dov’era Gesù e l’ebbe visto, gli si gettò ai piedi”. Prima si era seduta ai Suoi piedi per imparare da Lui; ora nei giorni dell’afflizione può stare ai Suoi piedi per piangere, e il risultato sarà che un po’ più tardi la ritroveremo ancora ai Suoi piedi come adoratrice (12:3). Maria avendo ascoltato le parole del Signore aveva conosciuto il Suo amore e la Sua grazia e ora, pur essendo nel dolore, attingerà a quell’amore e a quella grazia. Incoraggiata da ciò che aveva imparato da Lui, riversa su di Lui il Suo dolore.

Maria, come Marta, conosceva poco la potenza della vita di risurrezione, ma conosceva il cuore di Gesù. Era consapevole del dolore del proprio cuore e lo apre davanti al Signore. Marta poteva parlare con il Signore, ma Maria piange con Lui.

Capitolo 11:33-35

Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: «Dove l’avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» Gesù pianse.

Il colloquio di Marta con il Signore dà luogo a una rivelazione dei “pensieri” del Signore nei confronti dei Suoi cari, vivi o addormentati. Le lacrime di Maria rivelano “il cuore del Signore”; vediamo che “Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò”. Inoltre, unisce le Sue lacrime alle loro; infatti, leggiamo: “Gesù pianse”. Era per Lazzaro che piangeva? Certamente no, dal momento che stava per risuscitarlo dai morti. Era il dolore dei vivi a far scorrere le Sue lacrime, non la perdita dei morti.

Il Creatore è in mezzo alle Sue povere creature decadute, che si sono rovinate a causa del peccato; e la morte – il segno del peccato – è entrata nella casa, ha spezzato i legami più cari e ha spezzato i cuori. Il peso della morte grava sui loro spiriti e il Creatore si avvicina ai Suoi con amore e perfetta compassione per piangere con loro.

Capitolo 11:36-37

Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l’amava!» Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Tuttavia, ben pochi di coloro che erano in lutto capiscono la causa delle Sue lacrime! I Giudei dicono: “Guarda come l’amava”. È vero che il Signore amava Lazzaro, ma l’amore per il morto non era il motivo delle Sue lacrime: era l’amore per i vivi che lo faceva piangere. Il profondo turbamento del Suo spirito e le Sue lacrime esprimevano il dolore per il genere umano schiacciato sotto il peso della morte, senza alcun potere per alleviare il proprio dolore, e nessuna fede per ricorrere a quello disponibile nella persona del Figlio di Dio. Erano tutti sotto il peso della morte. Lazzaro giaceva nel sepolcro, con la morte che stava già facendo la sua opera corruttrice; Marta e Maria dicevano: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”; e i Giudei dicevano: “Non poteva lui… far sì che questi non morisse?”. Nessuno di loro si rendeva conto che Colui che è la risurrezione e la vita era in mezzo a loro!

Dopo aver mostrato una compassione divina, il Signore agisce ora secondo una potenza “divina” (v. 38-44).

14.3 – L’azione potente del Signore Gesù – Capitolo 11:38-44

Capitolo 11:38-40

Gesù dunque, fremendo di nuovo in sé stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

L’ordine del Signore di togliere la pietra dal sepolcro è solo un’altra occasione per sottolineare l’incredulità di Marta. Ella si rende conto che la corruzione ha fatto il suo lavoro, aggravando la già tragica situazione. Ma tanto il peso della morte sull’essere umano quanto la sua incredulità naturale non fanno altro che accentuare la manifestazione della gloria di Dio. Quando ogni speranza è completamente persa da parte dell’uomo, Dio agisce per la propria gloria.

Capitolo 11:41-42

Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Prima di risuscitare Lazzaro, il Signore riconosce pubblicamente il Padre. Non vuole utilizzare il grande potere della risurrezione per glorificare se stesso. Si preoccupa di mostrare al mondo che tutto ciò che fa è svolto in sottomissione al Padre, in dipendenza da Lui, in quanto inviato dal Padre e per la Sua gloria.

Capitolo 11:43-44

Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Poi, gridando ad alta voce, ordina a Lazzaro di uscire, e il morto esce, legato mani e piedi. Gesù dice loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. Solo il Signore poteva risuscitare qualcuno dai morti, anche se altri possono essere usati per liberarli dalle fasce da cui i morti venivano avvolti.

Tre verità principali emergono chiaramente, per il nostro incoraggiamento, dal lutto che ha colpito la famiglia di Betania.

  • In primo luogo, le prove che colpiscono i figli di Dio diventano un’opportunità per rivelare la gloria di Dio. In un certo senso, attraverso la morte di Lazzaro, lo splendore di Dio ha potuto brillare nella potenza di una vita di risurrezione. Nel corso dei secoli, il potere umano si è mostrato nell’invenzione di strumenti di morte sempre più sofisticati; nessun morto però è mai stato riportato in vita. La gloria di Dio invece si vede nella risurrezione dai morti. Il Signore aveva già risuscitato la figlia di Iairo appena dopo la sua morte. Poi ha mostrato una potenza ancora più straordinaria risuscitando il figlio della vedova di Nain, che già stavano trasportando nella bara per essere sepolto. Ma la risurrezione di Lazzaro, che esce dalla tomba quando la corruzione era già iniziata, è la più alta manifestazione della potenza divina.
  • In secondo luogo, il dolore in questo caso è un’opportunità non solo per glorificare Dio, ma anche per benedire le due sorelle che acquisiscono una conoscenza più intima del Signore, e potevano dire: “Sapevamo che il Signore ci amava, ma prima di questo lutto non sapevamo che l’amore con cui ci amava era così personale e così profondo da spingerlo a venire a casa nostra, a parlare, a camminare e piangere con noi nel giorno della nostra grande prova”.
  • In terzo luogo, essendo stata manifestata la gloria di Dio e assicurata la benedizione dei credenti, vediamo la potenza e la misericordia intervenire per soddisfare il bisogno e rimuovere la sofferenza. E anche se oggi il particolare dolore del lutto non viene rimosso, in quanto i nostri morti non ci vengono restituiti, la grazia è presente per sostenere comunque gli afflitti fino al giorno della gloria.

Gli ultimi versetti del Capitolo (v. 45-57) presentano l’effetto sul mondo di questa meravigliosa rivelazione della gloria del Figlio di Dio.

14.4 – Effetto della risurrezione di Lazzaro sul mondo – 11:45-47

Capitolo 11:45-46

Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

Innanzitutto, “molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui”. Probabilmente non è senza ragione che solo il nome di Maria è menzionato in relazione ai Giudei che credettero, mentre quando si parla di quelli che erano venuti a confortare le sorelle, leggiamo che “erano andati da Marta e Maria” (11:19). Possiamo probabilmente dedurre che fu la testimonianza della vita e della condotta di Maria a colpire questi Giudei e a portarli a considerare “le cose fatte da Gesù”, e quindi a credere in Lui.

Molti di loro dunque hanno creduto, ma l’odio degli altri diventa così grande che vanno a riferire “quello che Gesù aveva fatto” a coloro che cercavano di metterlo a morte.

Capitolo 11:47-48

I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Perché quest’uomo fa molti segni miracolosi. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione».

Questo resoconto porta i capi dei sacerdoti e i farisei a riunire un Sinedrio per trovare il modo di annullare la testimonianza di questi indiscutibili miracoli. Con la coscienza non turbata dai loro peccati e il cuore insensibile all’amore di Cristo, temevano l’effetto di questi grandi miracoli sugli altri. Senza volerlo, testimoniano la potenza di Gesù dichiarando: “Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui”. Pensando solo alla propria posizione, temevano che, se molti fossero stati attratti da Cristo e lo avessero seguito, l’ostilità dei Romani si sarebbe potuta scatenare sulla nazione.

Capitolo 11:49-52

Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla, e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione». Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi.

In ciò che segue, ci è dato di vedere che, nonostante tutte le decisioni degli uomini malvagi, Dio porta avanti i Suoi scopi; e per realizzarli, Gesù doveva morire. Dio si serve di questo malvagio sommo sacerdote per annunciare profeticamente la morte di Cristo. Mettendo da parte ogni pretesa di giustizia e agendo per pura convenienza, Caifa dichiarò che era meglio che Gesù morisse piuttosto che l’intera nazione morisse, a dispetto di ciò che avrebbe potuto fare o di ciò che il popolo avrebbe potuto pensare di Lui. Per Caifa, come troppo spesso per i politici di questo mondo, non si tratta di ciò che è giusto, ma di ciò che è “vantaggioso”; egli è pronto a crocifiggere un uomo giusto per preservare, se possibile, la posizione di una nazione colpevole.

Questo è il consiglio di un uomo malvagio: Gesù deve morire per la nazione. Ma Gesù doveva morire anche secondo il preciso consiglio e la prescienza di Dio, e per ragioni molto diverse da quelle addotte dall’egoismo dell’uomo. La Sua morte secondo il pensiero di Dio, non era per impedire la dispersione di una nazione malvagia, ma per “riunire in uno i figli di Dio dispersi“.

Quindi era vero che Gesù doveva morire; ma non per la nazione, bensì per tutti i figli della famiglia di Dio. Così come le pecore di Cristo non erano solo quelle che uscivano dall’ovile ebraico, i figli di Dio non provengono solo dalla famiglia di Israele. Grazie alla morte di Cristo, una grande schiera di peccatori, ebrei e gentili, si sarebbero convertiti e sarebbero diventati figli di Dio attraverso la fede in Cristo Gesù; e non sarebbero rimasti come elementi isolati, ma sarebbero stati riuniti in un’unica famiglia: quella di Dio. Se Giovanni vede i cristiani come un gregge dipendente dal Pastore e una famiglia sotto un unico Padre, Paolo li vede come un corpo di cui Cristo è il capo e una comunità di cui il Signore è il legame.

Capitolo 11:53

Da quel giorno dunque deliberarono di farlo morire.

L’odioso piano di Caifa viene approvato dai capi della nazione che, “da quel giorno”, tramano per uccidere Gesù. Essi diventano gli strumenti malvagi utilizzati per eseguire il consiglio di Dio.

Capitolo 11:54-57

Gesù quindi non andava più apertamente tra i Giudei, ma si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim; e là si trattenne con i suoi discepoli. La Pasqua dei Giudei era vicina e molti di quella regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Cercavano dunque Gesù; e, stando nel tempio, dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Verrà alla festa?» Or i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che se qualcuno sapesse dov’egli era, ne facesse denuncia perché potessero arrestarlo.

Nell’attesa che giungesse la Sua ora, Gesù si reca in un paese vicino al deserto e rimane là con i Suoi discepoli. Più e più volte, in questo Vangelo, vediamo il Signore prendere posto “fuori”. Va a testimoniare, ma sempre come l’uomo separato che si distingue dalla corruzione del giudaismo (Cfr. Gv 1:28; 6:15; 7:1; 10:39-42; 11:54). Sebbene Gesù Cristo sia fuori, il mondo mantiene compiaciuto le sue feste religiose, speculando su di Lui, mentre i capi, nella loro ostilità, danno ordini inutili a Suo riguardo. Il mondo di oggi non è cambiato. Il Signore è ancora fuori, nell’obbrobrio; la cristianità corrotta gli chiude sempre più la porta, mentre si aggrappa alle feste e alle cerimonie religiose e ragiona sulla sua persona. Nel frattempo, il mondo politico rimane o totalmente indifferente a Cristo o apertamente ostile, cercando di cancellare il Suo nome.

 

15. La testimonianza resa al Figlio di Davide e al Figlio dell’uomo – Capitolo 12

La risurrezione di Lazzaro aveva rivelato la gloria di Gesù come Figlio di Dio; ora abbiamo il privilegio di ascoltare una nuova testimonianza della Sua gloria come Figlio di Davide (Gv 12:12-19) e come Figlio dell’uomo (12:20-36). Il risultato di questa triplice testimonianza della gloria di Cristo, per quanto riguarda la nazione, è presentato nell’ultima parte del Capitolo(12:37-50).

La testimonianza della gloria di Cristo come Figlio di Dio è chiaramente rifiutata dal popolo; ma, prima di presentarci le altre testimonianze della Sua gloria, lo Spirito di Dio ha introdotto questa toccante scena a Betania, affinché si sappia che c’erano persone – le Sue pecore – che amavano e stimavano il Signore.

15.1 – La cena a Betania – Capitolo 12:1-11

Capitolo 12:1-3

Gesù dunque, sei giorni prima della Pasqua, andò a Betania dov’era Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Qui gli offrirono una cena; Marta serviva e Lazzaro era uno di quelli che erano a tavola con lui. Allora Maria, presa una libbra d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell’olio.

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù giunse a Betania. Un luogo che aveva un valore speciale per il cuore del Signore. Infatti, era il “villaggio di Maria”, una credente che godeva della Sua piena approvazione; inoltre era stata la scena della rivelazione della Sua gloria nella risurrezione di Lazzaro. Fu a Betania che “gli fecero… una cena” e, come apprendiamo da Luca, fu lì che, al momento dell’ascensione, “alzate in alto le mani li benedisse” (Lu 24:50).

Non capitava spesso che qualcuno preparasse una cena per il Signore mentre era in questo mondo. Gli uomini, a volte, sono ben disposti a ricevere una benedizione da Lui, ma raramente pensano di offrire qualcosa a Colui che è il Donatore. Eppure, all’inizio del ministero del Signore, Levi “gli fece un grande banchetto in casa sua” e invitò “una grande moltitudine” di peccatori a sedersi a tavola con Lui (Luca 5:29). Ora, alla fine, negli ultimi giorni del Suo viaggio sulla terra, gli viene preparata una cena ed Egli si siede in mezzo ai Suoi fedeli.

Quale immenso banchetto Cristo era venuto a offrire in questo mondo pieno di bisogni! Era venuto a rivelare il Padre (1:18), a portare la gioia (2:10-11), a parlarci delle cose celesti (3:12), a introdurre i nostri cuori in una soddisfazione eterna (4:14), a portarci dalla morte alla vita (5:21-24), a liberarci dalla miseria (6:35), a donarci lo Spirito Santo (7:39), a introdurci nelle benedizioni della fede in Lui (Cfr. capitolo 10). In tutto questo, Egli era il Donatore; ma ora finalmente, nella casa di Betania, avrebbe Lui ricevuto. Finalmente era giunto il momento per alcuni cuori devoti di preparare una cena per Colui che aveva preparato un banchetto per il mondo intero!

In mezzo al crescente odio del mondo verso Gesù, una piccola schiera si riunisce per preparargli una cena“. I governanti di questo mondo possono benissimo tenere consiglio (Cfr. salmo 2) per metterlo a morte e dare ordine che sia consegnato nelle loro mani; ma, incuranti di queste odiose trame e dei loro vani ordini, e di fronte a tutte le opposizioni, questa piccola comunità gli offre una cena. Sicuramente il Signore apprezzò molto quella cena, e l’amore che aveva spinto a prepararla era davvero prezioso ai Suoi occhi.

Come negli ultimi giorni del Giudaismo corrotto, alcuni dei Suoi, che avevano ascoltato la Sua voce ed erano stati toccati dal Suo amore, ebbero l’opportunità di preparargli una cena, così oggi, negli ultimi giorni di un cristianesimo corrotto, in mezzo alla marea montante dell’apostasia, mentre il Suo nome è negato e la Sua opera disprezzata, alcuni individui possono ancora preparargli una cena; infatti, il Signore dirà: “Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, Io entrerò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3:20).

In questa gioiosa famiglia di Betania, possiamo vedere che il servizio, la comunione e l’adorazione hanno ciascuno i propri rappresentanti, ma per “offrirgli una cena” tutti si uniscono. Marta sta ancora servendo, ma non è più distratta dal suo servizio. Qualche tempo prima, il suo servizio occupava, un posto più importante di Cristo; ora invece, la Sua Persona ha un posto molto più importante del suo servizio. Infatti è detto: “Marta serviva”.

Quanto a Lazzaro, che era passato attraverso la malattia e la morte ed era stato risuscitato miracolosamente, leggiamo che era “uno di quelli che erano a tavola con lui”. Egli riposava nel godimento della comunione con Cristo.

Maria, che in precedenza era stata ai suoi piedi per imparare (Luca 10:39) e che poco prima aveva pianto ai Suoi piedi nella sua afflizione (11:32), ora è ai Suoi piedi per adorare. Ella li unge con un profumo di gran prezzo e li asciuga con i suoi capelli. Con questo gesto, proclama che nulla di ciò che possiede è abbastanza buono per Cristo. Versa su di Lui un prezioso profumo mettendo a Sua disposizione ciò che costituisce la gloria di una donna: i suoi capelli. In quel momento, non pensava ai poveri o alla benedizione degli altri; era interamente occupata da Lui. Ma poiché chi ha il cuore ripieno di amore per Lui porta sempre una benedizione agli altri, leggiamo: “E la casa fu ripiena del profumo dell’olio”.

Capitolo 12:4-6

Ma Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?» Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa, ne portava via quello che vi si metteva dentro.

Ahimè, il profumo dell’amore si mescola all’astuzia del traditore. Gesù è la luce e, alla Sua presenza, tutti si mostrano per quelli che sono. Ciò che era l’espressione dell’amore di un cuore devoto diventa l’occasione per scoprire la cupidigia di un peccatore senza cuore. Mentre Maria gioisce nel consacrare il nardo “di gran prezzo” a Colui il cui valore è infinito, Giuda calcola freddamente il prezzo del profumo: trecento denari erano il salario annuale di un operaio, una somma che avrebbe provveduto a una famiglia bisognosa per un anno. Anche se dichiara che il denaro avrebbe potuto essere dato ai poveri, l’unico rammarico di Giuda è quello di non poterlo aggiungere ai suoi guadagni disonesti. Non avendo a cuore né Gesù né i poveri, quest’uomo è governato dall’amore per il denaro; per ottenerlo, è disposto a rubare dalla borsa e a tradire il Signore.

Capitolo 12:7-8

Gesù dunque disse: «Lasciala stare; ella lo ha conservato per il giorno della mia sepoltura. Poiché i poveri li avete sempre con voi; ma me, non mi avete sempre».

Il Signore protegge le Sue pecore dal ladro che viene a rubare, uccidere e distruggere. Se, per amore, il Pastore dà la vita per le pecore, non permetterà certo che siano toccate. Gesù disse: “Lasciala stare”. Maria probabilmente non aveva una chiara percezione della morte e della risurrezione di Cristo, ma il suo istinto spirituale, spinto dall’affetto, la porta a fare la cosa giusta al momento giusto; e, come è stato detto, il Signore dà al gesto di Maria “una spiegazione che viene dall’intelligenza spirituale di quella donna”

Maria avrebbe certamente avuto molte occasioni per vendere il profumo a beneficio dei poveri o per usarlo su di lei prima di farlo su Cristo. Ma, dice il Signore, lo aveva “conservato” per quel momento supremo. Il Signore permette a tutti di sapere che quel profumo era stato riservato per il giorno della sepoltura. Era un’espressione di amore per Cristo, che diventa testimonianza del fatto che Colui che aveva appena risuscitato un uomo dai morti stava per entrare Egli stesso nella morte. Il Signore non è di certo indifferente ai poveri, perché dice che questi li avremo sempre con noi; ma, con toccante tenerezza, aggiunge “ma me, non mi avete sempre”.

Egli era consapevole della Sua imminente partenza; quanto a Maria, il suo istinto spirituale le diceva che l’ombra della morte si stava avvicinando per il suo Signore. Lazzaro era un testimone della potenza di Cristo nella resurrezione, ma il gesto di Maria dichiarava che Colui che aveva la potenza della vita nella resurrezione stava per entrare nella morte. Come spesso accade, l’amore devoto dà un’intelligenza divina. Maria sembra essere l’unica a entrare nella mente del Signore e a rendersi conto che la morte era imminente.

Capitolo 12:9

Una gran folla di Giudei seppe dunque che egli era lì; e ci andarono non solo a motivo di Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti.

Giuda era caratterizzato da uno spirito di menzogna, tradimento e ipocrisia. Ma c’erano altri – una grande folla di Giudei – che non erano mossi da motivi così sordidi; erano venuti, attirati non dalla fede in Cristo, ma piuttosto dalla curiosità; in questo caso per vedere un uomo che era stato risuscitato dai morti.

Capitolo 12:10-11

Ma i capi dei sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, perché, a causa sua, molti Giudei andavano e credevano in Gesù.

Se a Betania una casa era stata riempita dal profumo di un amore che aveva spinto quella famiglia a preparare una cena per il Signore, fuori troviamo coloro che, spinti dall’odio e dalla malvagità, tenevano un consiglio per uccidere Lazzaro e Colui che lo aveva risuscitato. Avrebbero voluto sbarazzarsi non solo di Gesù, ma anche di ogni testimone vivente della Sua grazia e della Sua potenza. Fondamentalmente, il mondo rimane lo stesso: non vuole né Cristo né i Suoi fedeli testimoni. Coloro che vivono una vita per il Signore subiranno persecuzioni. E dietro l’ostilità dei capi dei giudei si nasconde sempre l’invidia che non sopporta che i loro discepoli li abbandonino per seguire Gesù.

15.2 – Testimonianza resa alla gloria del Signore come Figlio di Davide – Capitolo 12:12-19

Capitolo 12:12-19

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: «Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, montato sopra un puledro d’asina!» I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte. La folla dunque, che era con lui quando aveva chiamato Lazzaro fuori dal sepolcro e l’aveva risuscitato dai morti, ne rendeva testimonianza. Per questo la folla gli andò incontro, perché avevano udito che egli aveva fatto quel segno miracoloso. Perciò i farisei dicevano tra di loro: «Vedete che non guadagnate nulla? Ecco, il mondo gli corre dietro!»

Tuttavia, Dio vuole che la gloria di Colui che l’uomo ha rifiutato sia testimoniata in modo adeguato. Quella di Figlio di Dio era già stata dimostrata; ora la Sua gloria di Figlio di Davide sarà oggetto di una nuova testimonianza. Sentendo che Colui che aveva risuscitato Lazzaro dai morti stava venendo a Gerusalemme, una grande folla uscì con rami di palma per acclamarlo come il Figlio di Davide, il promesso Re d’Israele, Colui che viene nel nome del Signore, come preannunciava il salmo 118:26, e che cavalca il puledro di un’asina, come è scritto nei Profeti (Zaccaria 9:9).

I discepoli tardarono a rendersi conto del profondo significato di queste cose: le capirono solo dopo che Gesù fu glorificato. Tuttavia, impressionata dalla risurrezione di Lazzaro, la folla conclude giustamente che questa persona gloriosa era il tanto atteso Figlio di Davide. Di fronte a questa testimonianza della gloria di Cristo, i farisei devono ammettere che la loro opposizione è inutile. Anche noi credenti siamo invitati a non dimenticare mai che, nonostante tutte le apparenze contrarie, nessuna opposizione a Cristo o alla verità potrà alla fine prevalere.

15.3 – Testimonianza resa alla gloria del Signore come Figlio dell’uomo – Capitolo 12:20-36

Capitolo 12:20-23

Or tra quelli che salivano alla festa per adorare c’erano alcuni Greci. Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro, dicendo: «L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato.

La venuta dei Greci (non ebrei di lingua greca) e il loro desiderio di vedere Gesù serve da introduzione alla terza grande testimonianza della gloria di Cristo come Figlio dell’uomo. Questi Greci non avevano alcuna nozione di Cristo come Messia; quindi, si avvicinano al Signore nel modo giusto, attraverso i discepoli, proprio come prima il centurione aveva mandato gli anziani tra i Giudei a chiedere al Signore di andare da lui. Il Signore parla subito di sé come Figlio dell’uomo, titolo che diventa una benedizione per “tutti gli uomini” (12:32). Il desiderio dei Gentili di vedere Gesù porta il Signore a dare ai Suoi discepoli la visione di un ordine di benedizione completamente nuovo, che si estende ben oltre i confini di Israele. Egli può dire: L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato”.

Sappiamo che dopo essere stato rifiutato come Figlio di Dio e Re d’Israele, secondo il salmo 2, Cristo riceverà il dominio su tutta la terra come Figlio dell’Uomo, secondo il salmo 8. Dal profeta Daniele apprendiamo poi che, come Figlio dell’uomo, gli sarà dato “dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua” lo servano (Da 7:13-14). Così l’Antico Testamento presenta ampiamente l’ambito universale nel quale Cristo sarà glorificato. Il tempo di questa gloria non è ancora giunto; perciò, quando il Signore dice: “Ora il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio è glorificato in lui”, non pensa certo al regno, ma alla croce, dove il Figlio dell’uomo sarà glorificato glorificando il Padre, secondo l’insegnamento che darà in seguito nella sala di sopra (Cfr. 13:31).

Capitolo 12:24

In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto.”

Così il Signore parla subito della Sua morte, che apre la strada alla benedizione per “tutti gli uomini”. Cristo deve morire, una verità talmente grande che il Signore la introduce con un “In verità, in verità vi dico”. Se Cristo, il prezioso chicco di grano, non cade in terra e non muore, rimane solo per l’eternità. Infatti, se non viene seminato, rimane un chicco solitario; se viene seminato, non solo porta molto frutto, ma anche frutti della stessa specie. Così il Signore entra nella morte per assicurarsi una discendenza. Secoli prima, guardando alla croce, Isaia poteva dire: “dopo aver dato la Sua vita in sacrificio per il peccato, vedrà una discendenza” (Isaia 53:10).

Capitolo 12:25

Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna.”

Quindi, la via della benedizione per l’uomo passa attraverso la morte. Ma la benedizione in cui la morte di Cristo introduce il credente è di un ordine completamente nuovo, al di là del potere della morte del corpo. Il Signore contrappone infatti le due sfere della vita, la “vita in questo mondo” e la vita di gioia e di benedizione chiamata “vita eterna”. La vita in questo mondo è un’esistenza passeggera; la vita donata dal Signore è “eterna”. Amare la vita qui sulla terra significa aggrapparsi a una vita che dovremo comunque perdere. Odiare la propria vita in questo mondo, in vista della vita eterna, significa entrare già da ora nel godimento di quella vita.

Consideriamo il significato profondo delle parole del nostro Signore. Volgersi verso il mondo, cercare il proprio piacere in tutto ciò che il mondo considera vita, si rivelerà per il credente solo amarezza e dolore, quando scoprirà di perseguire ciò che non solo non può dare una soddisfazione duratura, ma che nel migliore dei casi sfugge sempre più alla sua portata e finisce con la morte.

Capitolo 12:26

“Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l’onorerà.”

Inoltre, non solo possediamo la nuova vita con le sue gioie durature in contrasto con la “vecchia” vita passeggera, ma abbiamo il privilegio di vivere una vita di “servizio” per il Signore. Per percorrere questo cammino, dobbiamo “seguire” il Signore. Così, poco più avanti, l’ingiunzione data dal Signore a Pietro di pascere le Sue pecore sarà seguita dall’esortazione: “Seguimi” (Giovanni 21:17-19). Qui troviamo un ulteriore motivo per accettare la fine della vita presente; infatti, in linea di principio, “seguire” Cristo comporta la morte al peccato e al mondo. Questo cammino avrà la sua ricompensa nella gloria. Seguire il Signore porterà il credente là dove Egli è andato, per essere con Lui nella dimora eterna da Lui preparata. Può comportare opposizione e persecuzione da parte degli uomini, ma certamente sarà onorato dal Padre.

Capitolo 12:27-28

Ora, l’animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome!» Allora venne una voce dal cielo: «L’ho glorificato, e lo glorificherò di nuovo!»

Il Signore ci ha esortato a prendere la via della morte a questo mondo, che conduce alla vita e alla gloria. Ma perché il credente possa seguire questa via, Cristo ha dovuto passare attraverso la morte, come giudizio di Dio contro il peccato. Rendendosi conto della solennità dell’abbandono di Dio alla croce, il Signore deve dire: “Ora l’animo mio è turbato”. Ma poteva anche chiedere: “Padre, salvami da quest’ora?”. Non era proprio per essere abbandonato da Dio affinché i Suoi non lo fossero mai – che era giunto a quell’ora? Così aggiunge: “Padre, glorifica il tuo nome”.

Immediatamente, la risposta del Padre giunge dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora”. Il Padre aveva già glorificato il Suo nome risuscitando Lazzaro; ora lo glorificherà risuscitando Cristo per garantirci una “risurrezione migliore”, al di là del potere della morte. La risposta all’anima del Signore, turbata dalla morte e dal giudizio di Dio a causa dei nostri peccati, è la vita di risurrezione per Lui e per la sua discendenza (Cfr. Isaia 53:10-11).

Capitolo 12:29-30

Perciò la folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Gli ha parlato un angelo». Gesù disse: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.

Il Padre aveva testimoniato pubblicamente che il Figlio era Colui che glorificava il Suo nome. Non abituata alle voci dal cielo, la folla ragionava su questa testimonianza pubblica. Per alcuni era un tuono, per altri la voce di un angelo. Il Signore dichiara chiaramente che la voce era venuta per loro e non per Lui; infatti, dal momento che camminava sempre in comunione col Padre, il Signore non aveva alcun bisogno di una tale testimonianza pubblica.

Capitolo 12:31- 33

Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me». Così diceva per indicare di qual morte doveva morire.

Inoltre, la voce era un avvertimento che la morte e la risurrezione di Cristo, con la quale il Padre sarebbe stato glorificato, avrebbero portato un giudizio sul mondo incredulo. Se era giunta l’ora della glorificazione del Figlio e del nome del Padre, era giunta anche l’ora del giudizio del mondo che lo ha rifiutato e di Satana stesso. D’altra parte, la croce manifesta il Salvatore che diventa il centro di attrazione per tutti gli uomini. Sulla terra, Egli aveva un rapporto con Israele in quanto Messia, e poteva dire: “Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele”. (Matteo 15:24). Ma una volta che il Signore è stato “innalzato dalla terra”, l’efficacia della Sua opera si è estesa sia agli Ebrei che ai Gentili. “Ha dato sé stesso come prezzo di riscatto per tutti” (1 Timoteo 2:6). E’ chiaro che si tratta della croce perché è detto chiaramente che, con queste parole, il Signore ha indicato “di quale morte doveva morire”. Quindi la croce significava:

  • sofferenza per il Signore (12:27),
  • gloria per il Padre (12:28),
  • giudizio per il mondo (12:31),
  • distruzione del potere del diavolo (12:31)
  • salvezza per tutti (12:32).

Capitolo 12:34

La folla quindi gli rispose: «Noi abbiamo udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno; come mai dunque tu dici che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?»

Nei versetti che seguono, vediamo le tenebre della folla contrapposte alla luce della persona di Cristo, evidenziando il conflitto tra incredulità e verità. La folla interpreta giustamente l’innalzamento come un riferimento alla croce, ma nella loro incredulità usano le Scritture che parlano del regno eterno di Cristo per contraddire le parole del Signore. Tralasciando altri passi sulle sofferenze di Cristo che portano alla gloria, chiede: “Come mai tu dici che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?”.

Capitolo 12:35-36

Gesù dunque disse loro: «La luce è ancora per poco tempo tra di voi. Camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre, non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce, affinché diventiate figli di luce». Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.

Le domande della gente rivelano il buio che c’è nelle loro anime. Il Signore era la luce del mondo; ancora un po’ di tempo e la luce si sarebbe ritirata. La cosa più saggia era di approfittare della luce presente in mezzo a loro; per evitare di essere colti dalle tenebre e smarrire la strada. La luce era presente nella persona di Cristo, ma solo coloro che crederanno in Lui avranno la comprensione che la luce dà, saranno chiamati figli di luce e ne avranno i caratteri.  Chi rifiuta la luce di Cristo cadrà nelle tenebre della propria mente e si smarrirà, senza sapere dove stava andando. Così è stato per la nazione ebraica che ha rifiutato Cristo; e così sarà per la cristianità apostata che ancora una volta rifiuta la luce e si perde nelle tenebre del modernismo e della miscredenza. Ancora una volta, il Signore, messo fuori dalla porta, chiama i cristiani ciechi spiritualmente, consigliando loro di prendere un collirio per gli occhi e di ungerli, affinché possano vedere (Cfr. Apocalisse 3:18).

Dopo aver dato questi solenni avvertimenti, il Signore se ne va e si nasconde da coloro che rifiutavano ogni testimonianza della Sua persona e disprezzavano tutti i Suoi avvertimenti.

15.4 – I risultati della triplice testimonianza alla gloria di Cristo – Capitolo 12:37-50

Capitolo 12:37-38

Sebbene avesse fatto tanti segni miracolosi in loro presenza, non credevano in lui; affinché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?»

Gli ultimi versetti del Capitolo illustrano la solenne posizione della nazione giudaica che rifiutava di credere in Cristo, nonostante i numerosi segni posti davanti a loro.

In primo luogo, secondo il profeta Isaia, essi avevano rifiutato sia ciò che avevano “udito” dal Signore sia il “braccio del Signore”. Le meravigliose parole del Signore erano ciò che avevano udito, e i molti miracoli mostravano il Suo braccio. Essi avevano rifiutato totalmente di riconoscere come proveniente da Dio ciò che avevano udito, addirittura imputando le parole del Signore al diavolo (8:49-52), e avevano rifiutato il braccio del Signore, attribuendo le Sue opere al potere di Satana (10:20-21).

Capitolo 12:39-41

Perciò non potevano credere, per la ragione detta ancora da Isaia: «Egli ha accecato i loro occhi e ha indurito i loro cuori, affinché non vedano con gli occhi, e non comprendano con il cuore, e non si convertano, e io non li guarisca». Queste cose disse Isaia, perché vide la gloria di lui e di lui parlò.

In secondo luogo, poiché non volevano credere, era arrivato il momento in cui “non potevano credere”. In altri termini, furono “induriti”. Isaia, che ha profetizzato il loro deliberato rifiuto, predice anche il giudizio che ne è la conseguenza. Avevano indurito il loro cuore contro le Sue parole e chiuso gli occhi di fronte alle Sue opere di potenza. Di conseguenza, Dio li ha consegnati alla cecità, alla durezza e alla stoltezza della loro stessa scelta.

Isaia aveva detto queste cose quando aveva visto la gloria del Signore. Se non avesse avuto quella visione, avrebbe potuto nutrire qualche speranza per il popolo. Ma alla presenza della Sua gloria ha potuto constatare il loro stato disperato.

Capitolo 12:42-43

Ciò nonostante, molti, anche tra i capi, credettero in lui; ma a causa dei farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga; perché preferirono la gloria degli uomini alla gloria di Dio.

Tuttavia, molti erano convinti che il Signore fosse veramente il Messia grazie alla prova inconfutabile delle Sue opere. A quanto pare, però, solo la ragione era stata convinta; il cuore non era stato coinvolto. Dando importanza all’uomo piuttosto che a Dio e desiderando avere un’alta considerazione nel mondo religioso, non erano preparati ad affrontare l’obbrobrio di Cristo, per cui non lo confessavano per paura di essere rifiutati.

Capitolo 12:44-50

Ma Gesù ad alta voce esclamò: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io son venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me, non rimanga nelle tenebre. Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non son venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

I versetti che seguono forniscono l’ultima testimonianza pubblica del Signore.

  • In primo luogo, vediamo la benedizione del credere in lui. La fede in Lui dà al credente la piena rivelazione del cuore di Dio. Vedere il Figlio significa vedere il Padre proprio perché il Padre e il Figlio sono una cosa sola.
  • In secondo luogo, apprendiamo che questa “luce” – la verità su Dio – è per tutti. Egli è venuto nel mondo come luce, affinché chiunque, Giudeo o Gentile, creda in Lui e non rimanga nelle tenebre o nell’ignoranza di Dio.
  • In terzo luogo, siamo avvertiti del giudizio che colpirà chi ascolta e non crede. È vero che il Signore non è venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo. Tuttavia, se le Sue parole vengono rifiutate, esse saranno una testimonianza nell’ultimo giorno contro colui che rifiuta Cristo, tanto più che si tratta delle parole che il Padre gli ha dato da pronunciare: parole date per la vita e la benedizione, ma che, se rifiutate, diventeranno parole di condanna.

 

16. Il Signore lava i piedi ai Suoi discepoli. – Capitolo 13

Il primo versetto del Capitolo 13 introduce gli ultimi colloqui del Signore con i Suoi discepoli. Viene indicata l’occasione che ha dato origine a queste parole di addio, il bisogno dei Suoi discepoli che le ha rese necessarie e il motivo che ha spinto il Signore a pronunciarle.

L’occasione è indicata dalla constatazione che finalmente “era giunta la Sua ora di passare da questo mondo al Padre“. Nel corso della vita terrena del Signore, abbiamo incontrato altre “ore”. A Cana di Galilea, Egli disse a Sua madre: “L’ora mia non è ancora venuta” – era l’ora della Sua manifestazione nella gloria al mondo. Nel capitolo 5 leggiamo: “L’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno udita vivranno” – era l’ora della Sua grazia verso i peccatori. Di fronte all’inimicizia degli uomini, per due volte si dice che “nessuno gli mise le mani addosso, perché non era ancora giunta la Sua ora”, l’ora delle Sue sofferenze.

L’ora a cui si riferisce il nostro capitolo – quella che introduce le parole di addio – ha un carattere diverso. Non è l’ora della Sua grazia verso i peccatori, né l’ora della Sua sofferenza per loro. Non è nemmeno l’ora della Sua manifestazione di gloria al mondo; qui abbiamo piuttosto l’ora del Suo ritorno nella gloria al Padre, nell’amore e nella santità della casa del Padre.

Ma i discepoli dovevano essere lasciati in un mondo corrotto che odiava il Padre e rifiutava Cristo. Per essere protetti dal male di quel mondo e per godere della comunione con Cristo, avevano bisogno di questo ultimo servizio di grazia, con le Sue consolazioni, istruzioni e avvertimenti.

Apprendiamo anche il motivo che ha spinto il Signore a questo atto di grazia, a pronunciare queste parole di addio e a innalzare la preghiera che le conclude. Se l’occasione è stata il Suo ritorno al Padre, il motivo è da ricercare nel Suo amore per i Suoi. Il Signore sta per lasciare questo mondo, ma lascia dietro di sé coloro che ama chiamare “Suoi”. Si tratta di un gruppo di credenti sulla terra che appartengono a Cristo in cielo. Sono “i Suoi” in quanto frutto della Sua opera; i Suoi come coloro che il Padre gli ha dato. Forse non hanno molto valore agli occhi del mondo, ma sono molto preziosi agli occhi del Signore. “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Li avrebbe lasciati, ma non avrebbe smesso di amarli. L’amore umano spesso va in crisi: ci si separa, ci si dimentica e si smette di prendersi cura dell’altro. Il profeta dice che anche una donna può dimenticare il suo bambino, ma il Signore dice: “Non ti dimenticherò” (Is 49:15). Se il Signore si allontana da questo mondo, non dimenticherà i Suoi, né cesserà di amarli. Ahimè, i nostri cuori possono diventare freddi nei Suoi confronti, le nostre mani stanche di fare il bene, i nostri piedi erranti. Ma abbiamo una certezza: Egli non ci abbandonerà mai. Il Suo amore si prenderà cura di noi “fino alla fine”; e allora saremo accolti dal Suo amore nella casa del Padre, dove non ci sono cuori freddi, mani stanche, piedi erranti.

Così, mentre ci avviciniamo alle scene finali della permanenza del Signore con i Suoi discepoli, per considerare l’ultimo atto, ascoltare le ultime parole e sentire l’ultima preghiera, la Parola ci ricorda l’occasione che ha spinto questo ultimo servizio, il bisogno che lo ha reso necessario e l’amore che ha risposto a questo bisogno.

Prima di entrare nei dettagli di questi ultimi discorsi, può essere utile suggerire alcune riflessioni sul carattere generale delle verità presentate e sull’ordine in cui vengono sviluppate. Si noterà che nel Capitolo 13 i discepoli sono posti in un rapporto corretto tra loro. Devono lavare i piedi gli uni agli altri e amarsi a vicenda. Nel Capitolo 14, li vediamo stabiliti in un giusto rapporto con le Persone divine – il Figlio, il Padre e lo Spirito Santo. Nel Capitolo 15 vengono messi in giusta relazione con i credenti, per portare frutto al Padre e testimoniare di Cristo in un mondo in cui Egli è rifiutato. Nel Capitolo 16 vengono istruiti sulle cose future, in preparazione al loro pellegrinaggio attraverso un mondo ostile, dal quale sono odiati, incompresi e perseguitati.

Nel capitolo 13, ad esempio, “i piedi dei discepoli vengono lavati”; nel capitolo 14, “i loro cuori sono confortati“; nel capitolo 15, “le loro labbra sono aperte per rendere testimonianza”; e nel capitolo 16, “le loro menti sono istruite” affinché non si scoraggino per le persecuzioni che dovranno incontrare.

Va notato anche che c’è una progressione nell’istruzione. La verità affermata in un capitolo prepara alla nuova rivelazione del capitolo successivo. Il servizio del capitolo 13 prepara i discepoli alla comunione con le Persone divine, che viene sviluppata nel capitolo 14.  La comunione con le Persone divine all’interno della comunità li prepara a portare frutto e testimonianza nel mondo – la scena esterna presentata nel capitolo 15. Poi il frutto e la testimonianza del capitolo 15 portano alla persecuzione per la quale il Signore prepara i Suoi attraverso la verità del capitolo 16. Lo sviluppo di queste grandi verità non è però sufficiente perché continuino ad essere in questo mondo i rappresentanti di Cristo; è necessaria la preghiera. Così i colloqui con i discepoli si concludono con la preghiera al Padre, riportata nel capitolo 17.

 

16.1 – Il lavaggio dei piedi – Capitolo 13:1-17

Capitolo 13:1-3

Or prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava,…”

Il Signore non poteva più essere il compagno dei Suoi discepoli durante il loro pellegrinaggio sulla terra, ma non cesserà di intercedere per loro nella Sua nuova posizione in cielo. Così, nella scena che segue (13:2-17) troviamo un atto di grazia che, pur ponendo fine al servizio amorevole del Signore verso il Suo popolo sulla terra, prefigura ciò che farà per loro quando prenderà il Suo nuovo posto nella gloria. Se non può più condividere con noi personalmente il cammino dell’abbassamento, farà in modo che possiamo condividere con Lui la Sua posizione di gloria. Questo sembra essere il significato dell’atto pieno di grazia di lavare i piedi ai Suoi discepoli. In tutta la Sua vita perfetta, il pensiero di Cristo Gesù è sempre stato quello di dimenticare sé stesso per servire amorevolmente gli altri; e in quest’ultimo atto, pur avendo davanti a sé l’ombra sinistra della croce, il Signore dimentica ancora sé stesso per servire i Suoi.

I v. 2 e 3 introducono questo umile servizio mostrando, da un lato, la Sua assoluta necessità e, dall’altro, quanto il Signore fosse perfettamente qualificato per compierlo.

La necessità di lavare i piedi è resa evidente dal fatto che i discepoli saranno lasciati in un mondo in cui il diavolo e la carne sono uniti in un’aspra ostilità contro Cristo. La menzione del tradimento di Giuda all’inizio di questa scena, come quella del rinnegamento di Pietro poco dopo, rende evidente che la carne, nel peccatore come nel credente, è solo uno strumento a disposizione del diavolo. I desideri non giudicati della carne avevano aperto il cuore di Giuda alle suggestioni del demonio. Tradire un amico, e farlo con una testimonianza d’amore, è ripugnante anche per l’uomo senza Dio. Ma l’indomabile desiderio di soddisfare la propria concupiscenza prepara il cuore a ricevere un suggerimento che è persino in contrasto con la natura e che può provenire solo dal nemico delle anime nostre.

Di fronte a questa spaventosa dimostrazione del potere della carne e del diavolo, la prospettiva di essere lasciati in un mondo malvagio, con la carne in noi e il diavolo all’esterno, era sufficiente a spaventare il cuore dei discepoli. Ma subito il Signore solleva i loro cuori, distogliendoli dalla carne e da Satana per portarli verso di Lui e verso il Padre Suo, sottolineando che “il Padre gli aveva dato tutto” nelle mani. Una grande potenza è nelle mani del diavolo che ci odia, ma “ogni autorità” è nelle mani di Cristo che ci ama. E non solo “tutta l’autorità” era stata data a Cristo, ma Egli stava andando là dove risiedeva l’autorità: era venuto da Dio e stava andando a Dio.

Pur patendo, con perfetta sensibilità, il tradimento di un falso discepolo e l’imminente rinnegamento di un vero discepolo, il Signore ha comunque proseguito il Suo cammino nella serena consapevolezza che tutta l’autorità era nelle Sue mani e che stava andando alla “sede” dell’autorità. Allo stesso modo, Egli vorrebbe che noi attraversassimo questo mondo malvagio sapendo che Egli ha tutta l’autorità e che si trova nel luogo in cui essa viene esercitata. Inoltre, non solo il Signore si trova al centro del potere e detiene tutta l’autorità, ma nella scena che segue ci rivelerà che si compiace di esercitarla a nostro favore. Colui che ha tutta l’autorità nelle Sue mani ha anche tutto l’amore nel Suo cuore. E così, proprio Lui prenderà in quelle stesse mani i piedi sporchi dei Suoi discepoli stanchi del cammino. Il Signore di tutti si mette al servizio di tutti.

Capitolo 13:4-5

“si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell’acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l’asciugatoio del quale era cinto.”

Per compiere questo servizio di grazia, Egli “si alzò da tavola”, ovvero si alza dalla cena pasquale, che parla della Sua associazione “con noi” nelle glorie del regno (Lu 22:15-16), per compiere ciò che ci porta alla comunione “con Lui” nelle glorie celesti. Nella perfezione della Sua grazia, si cinge di un asciugatoio per questo ultimo atto di servizio e, versando l’acqua in un catino, comincia a lavare i piedi dei Suoi discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui era cinto.

Capitolo 13:6-7

Si avvicinò dunque a Simon Pietro, il quale gli disse: «Tu, Signore, lavare i piedi a me?» Gesù gli rispose: «Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo».

Si avvicinò dunque a Simon Pietro“. Mentre gli altri discepoli, muti per la sorpresa, accettano il servizio del Signore, Pietro, con la sua natura impulsiva, dà libero sfogo ai propri pensieri. Parla tre volte, rivelando ogni volta di non conoscere i pensieri del Maestro. La prima volta disapprova l’umile servizio del Signore; la seconda volta lo rifiuta categoricamente; l’ultima volta vi si sottomette impulsivamente, in modo da privare tale atto di tutto il suo profondo significato. Tuttavia, se siamo colpiti dagli errori dei discepoli, quanto più saremo istruiti dalle risposte con le quali il Signore li corregge. Il profondo significato spirituale di questo ultimo servizio lo troviamo nella risposta del Signore.

Pietro non riusciva a capire che il Signore della gloria abbia potuto abbassarsi a lavargli i piedi. Le sue prime parole esprimono una protesta mista a sorpresa: “Tu Signore, lavare i piedi a me?”. Il Signore rispose: “Tu non sai ora quello che faccio, ma lo capirai dopo”. Così apprendiamo che in quel momento i discepoli non potevano discernere il significato spirituale del gesto del Signore. Più tardi, quando sarebbe venuto lo Spirito Santo, tutto sarebbe stato chiaro. È quindi evidente che questo servizio non aveva lo scopo, come spesso si dice, di impartire una lezione di umiltà attraverso un atto di suprema umiltà da parte del Signore. Pietro non avrebbe avuto bisogno di aspettare un giorno futuro per discernere l’umiltà di quell’atto in quanto sue stesse parole mostrano che l’umiltà del Signore era nella sua mente in quel momento.

Capitolo 13:8

Pietro gli disse: «Non mi laverai mai i piedi!» Gesù gli rispose: «Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me».

Incurante della risposta del Signore, che avrebbe dovuto indurlo a tacere fino “al dopo”, quando tutto sarebbe stato chiarito, Pietro dice con fermezza: “Non mi laverai mai i piedi”. Nella Sua grazia paziente, superando questa mancanza di riguardo, il Signore corregge l’impulsività di Pietro dichiarando: “Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me”. Per quanto breve possa essere questa risposta, possiamo vedere, ora che abbiamo ricevuto lo Spirito, che essa dà il significato spirituale del lavaggio dei piedi: essa simboleggia il servizio effettivo del Signore, con il quale Egli libera il nostro spirito da tutto ciò che ci impedirebbe di aver “parte” con Lui.

Il servizio del lavaggio dei piedi è certamente prezioso, ma non assicurerebbe mai da solo una “parte con Cristo“. Per questo è necessaria l’opera più grande della croce che, una volta compiuta, non può più essere ripetuta. Attraverso quest’opera più grande, la parte di ogni credente con Cristo è stata assicurata per sempre. Il lavaggio dei piedi è la presentazione simbolica sulla terra di un servizio che permette ai credenti sulla terra di avere comunione con Cristo che è nel cielo. Infatti, le parole del Signore “parte… con me” non significano forse la comunione con Lui nella casa del Padre, il luogo dell’amore perfetto? Che il Signore venga da noi e dialoghi con noi nelle nostre case, come fece quando entrò nella casa di Emmaus, è certamente una cosa benedetta. Ma, “avere parte con Lui” contiene il pensiero ancora più prezioso: avere comunione con Lui nella Sua casa. Così è stato per i discepoli di Emmaus quando, la sera stessa, hanno trovato il Signore in mezzo ai Suoi fedeli riuniti a Gerusalemme. Anche le parole del Signore a Laodicea presentano questa doppia verità, quando il Signore dice: “Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò “con lui” ed egli con me“?

Sembra inoltre che il lavaggio dei piedi non sia strettamente un’immagine del servizio del Signore come avvocato, né della Sua grazia sacerdotale, sebbene tocchi la natura di entrambi. La funzione sacerdotale del Signore riguarda le nostre infermità; il servizio del Signore come avvocato riguarda i peccati commessi. Il lavaggio dei piedi ravviva l’anima assopita e riscalda gli affetti che le occupazioni quotidiane tendono a raffreddare, ostacolando la comunione con Cristo là dove si trova.

La stanchezza e la debolezza fisica possono impedirci di essere testimoni di Cristo qui sulla terra; allora, la Sua grazia sacerdotale opera per sostenerci nelle nostre infermità. Ahimè, possiamo anche vacillare e peccare, così da non essere più in grado di testimoniare per Cristo: l’Avvocato allora ristabilisce l’anima. Ma, senza che ci sia qualcosa che turbi la coscienza, se gli affetti si sono raffreddati, la comunione con Cristo non può più essere raggiunta, e allora il servizio del lavaggio dei piedi interviene per rimuovere l’ostacolo.

Possiamo notare un’altra differenza tra l’ufficio dell’avvocato e il lavaggio dei piedi: mentre il primo restaura l’anima al punto in cui ci troviamo, il secondo riporta il nostro spirito in comunione con Cristo là dove Lui è.

Ai tempi del cammino di Israele attraverso il deserto, i sacerdoti dovevano lavarsi i piedi prima di entrare nel tabernacolo. Potevano essere adatti al popolo, all’accampamento e al deserto, ma la presenza del Signore richiedeva uno stato che poteva essere assicurato solo dal lavaggio dei piedi. Perciò la conca si trovava all’ingresso della Tenda di convegno (Cfr. Esodo 30:17-21; 40:30-32).

Capitolo 13:9-11

E Simon Pietro: «Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!» Gesù gli disse: «Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto; e voi siete purificati, ma non tutti». Perché sapeva chi era colui che lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete netti».

Qual è dunque la natura del servizio simboleggiato dal lavaggio dei piedi? La risposta alla prima osservazione di Pietro permette di capire che quel servizio ha un significato spirituale; la risposta alla seconda affermazione rivela lo scopo che ha; infine, la risposta all’ultima osservazione indica più chiaramente il modo in cui viene svolto.

Avendo in qualche modo compreso il valore benedetto del lavaggio dei piedi, Pietro torna ora sulla sua perentoria affermazione che il Signore non gli avrebbe mai lavato i piedi. Spinto dal suo reale affetto per il Signore e con la consueta impulsività, dice: “Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo”. Anche se la sua osservazione tradisce ignoranza, esprime certamente un affetto che apprezza molto l’avere parte con Cristo.

Il Signore risponde: “Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi”. Nella Scrittura, l’acqua indica spesso l’effetto purificante della Parola di Dio. Al momento della conversione, la Parola viene trasmessa per mezzo della potenza dello Spirito, producendo un cambiamento completo e impartendo una nuova natura che trasforma completamente i pensieri, le parole e le azioni del credente; questa trasformazione è espressa nelle parole del Signore: “è purificato tutto quanto”. Questo grande cambiamento non si può ripetere, eppure capita spesso a coloro che hanno il corpo lavato in questo modo che il loro spirito si stanchi. Come i piedi del viaggiatore sono affaticati e sporchi dalla polvere della strada, così il credente a contatto con la routine quotidiana, i doveri familiari e i pesi della vita professionale, oltre al costante conflitto con il male, sperimenta spesso una stanchezza nello spirito che ostacola la comunione con Cristo e con le cose che lo riguardano. Non che abbia fatto qualcosa che la coscienza debba rimproverare (ciò richiederebbe la confessione e il servizio dell’Avvocato), ma il suo spirito è sopraffatto e ha bisogno di essere aiutato. Cristo si compiace di dare tale ristoro nella misura in cui siamo disposti ad affidare i nostri piedi alle Sue mani. Se ci rivolgiamo a Lui, Egli rinfrancherà le anime nostre presentandosi a noi, in tutte le Sue perfezioni, attraverso la Sua Parola.

Capitolo 13:12-17

Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: «Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io. In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che lo ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate.

Dopo aver svolto questo servizio e aver ripreso il Suo posto a tavola, il Signore continua a insegnarci qualcosa sul servizio del lavaggio dei piedi. Sebbene questo sia essenzialmente il Suo servizio, spesso lo compie attraverso il Suo popolo. Siamo quindi obbligati – e ci viene dato il privilegio – di lavare i piedi gli uni agli altri. Un servizio benedetto, svolto non cercando di correggersi l’un l’altro (per quanto a volte sia necessario), e ancor meno criticandosi l’un l’altro, ma “presentando Cristo”, “l’uno all’altro”, perché solo la presentazione di Cristo porterà ristoro a un’anima stanca. Anni dopo questa scena nella sala di sopra, l’apostolo Paolo ci dirà che una delle caratteristiche che elogiano la vedova pia è quella di aver lavato i piedi ai santi (1 Timoteo 5:10). Questo non implica certo che si preoccupasse soltanto di correggere gli errori commessi, ma piuttosto che rinfrancasse lo spirito abbattuto dei santi venendo nel nome di Cristo per presentare Cristo.

Onesiforo ha “lavato i piedi” all’apostolo Paolo che scrisse di Lui: “Mi ha molte volte confortato (*) e non si è vergognato della mia catena” (2 Timoteo 1:16). Filemone aveva spesso assolto a questo compito nei confronti dei suoi fratelli, e Paolo può dirgli: “Il cuore dei santi è rinfrancato (*) da te, fratello” (Filemone 7). Il Signore stesso ha compiuto direttamente questo servizio benedetto, quando di notte ha detto al Suo servo Paolo, “Non temere… perché io sono con te” (Atti 18:9-10).

(*) Nel senso di “rinfrescare”, “fare del bene”, “rinfrancare” (Ndt).

Infine, il lavaggio dei piedi non solo rinfresca l’anima stanca, ma rallegra anche il cuore di chi compie tale servizio; infatti, il Signore può dire: “Se sapete queste cose siete beati se le fate”.

 

16.2 – La partenza del traditore – 13:18-30

Ricevere comunicazioni spirituali richiede sempre una certa condizione spirituale. Così il lavaggio dei piedi era una preparazione necessaria per coloro che stavano per ascoltare le ultime parole del Signore, ricchissime di verità divine e di consolazioni spirituali. Tra loro c’era però un uomo che non si era mai fatto lavare “tutto il corpo”, sul quale il lavaggio dei piedi non avrebbe avuto alcun effetto e per il quale gli insegnamenti di Gesù non avrebbero avuto alcun significato: era Giuda, che tramava nel suo cuore il tradimento che stava per compiere e gettava un’ombra sinistra sul piccolo gruppo di discepoli. Prima che il Signore potesse dare loro le ultime istruzioni o che i discepoli potessero riceverle, Giuda dovette lasciare la sala di sopra e uscire nella notte.

Capitolo 13:18-20

«Non parlo di voi tutti; io conosco quelli che ho scelti; ma, perché sia adempiuta la Scrittura, “Colui che mangia il mio pane, ha levato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada; affinché quando sarà accaduto, voi crediate che io sono. In verità, in verità vi dico: chi riceve colui che io avrò mandato, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato».

Il modo in cui Giuda viene allontanato mostra la tenera sollecitudine del Signore per i Suoi: Il suo tradimento, di cui il Signore era a conoscenza da tempo, viene rivelato ai discepoli con estrema delicatezza. Durante il lavaggio dei piedi, il Signore aveva fatto allusione a Giuda, apparentemente senza che gli undici se ne accorgessero. Ora si esprime più chiaramente, dicendo: “Non parlo di voi tutti; io conosco quelli che ho scelto”. Si trattava della cerchia ristretta dei compagni scelti dal Signore, ai quali avrebbe rivelato i segreti del Suo cuore. Ma Giuda non apparteneva a quella cerchia; di lui la Scrittura aveva detto: “Colui che mangia il mio pane, ha levato contro di me il suo calcagno”.

Questa rivelazione avrebbe sconvolto i discepoli e messo alla prova la loro fede. L’incredulità avrebbe potuto ragionare così: “Non sapevamo che il traditore fosse lì, e se nemmeno Gesù lo sapeva, è davvero il Signore della gloria?” Il Signore non si ferma a questo tipo di ragionamento e sostiene la loro fede rivelando loro in anticipo il tradimento che sta per avvenire. Dice: “Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, affinché quando sarà accaduto voi crediate che io sono”. Attraverso il tradimento di Giuda, avranno una nuova prova che Egli è davvero il grande IO SONO a cui nulla è nascosto e per il quale il futuro è presente.

Da un lato, la presenza e l’azione del traditore non potranno offuscare la gloria del Signore; dall’altro, la caduta totale di uno dei dodici non invaliderà il mandato degli altri undici. Questo mandato sarà mantenuto in tutta la Sua forza, infatti il Signore dice: “Chi riceve colui che io avrò mandato, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato”. Di fronte all’orribile peccato di Giuda, la gloria del Signore rimane intatta e il mandato degli undici non viene alterato.

Capitolo 13:21-22

Dette queste cose, Gesù fu turbato nello spirito e, apertamente, così dichiarò: «In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo di chi parlasse.

Tuttavia, era necessario che il Signore aggiungesse altro per far comprendere ai discepoli la terribile realtà di questa rivelazione e per allontanare Giuda dal loro gruppo. Egli, infatti, dirà loro chiaramente la natura del peccato e scoprirà infine l’uomo che lo compirà. Queste ulteriori rivelazioni turbano profondamente il Suo spirito. Gesù, “turbato nel Suo spirito”, disse: “In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà”. Con un linguaggio che non poteva generare confusione, i discepoli apprendono che uno di loro tradirà il Signore. Si trovavano di fronte al fatto terribile che l’occasione cercata da un mondo ostile – che gli avversari di Gesù non erano riusciti a trovare, per paura del popolo – si sarebbe presentata per mezzo di un uomo che non temeva né Dio né il popolo, un uomo che si faceva passare per discepolo del Signore, che era sempre stato con Lui, che soprattutto aveva visto tutte le Sue opere potenti e ascoltato le Sue parole di grazia e di amore senza che tutte queste cose lo toccassero minimamente.

Una tale rivelazione turba la mente del Signore e provoca domande ansiose da parte dei discepoli, che si guardano l’un l’altro sconcertati, non sapendo di chi stesse parlando.

Capitolo 13:23

 “Ora, a tavola, inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava.

Guardarsi l’un l’altro non risolverà questa solenne questione. Il traditore è lì; sa di essere stato scoperto dal Signore, ma non mostra alcun segno che lo smascheri davanti agli altri. È al Signore che devono rivolgersi per essere liberati da questa terribile incertezza e il discepolo che interroga il Signore dev’essere vicino a Lui. E proprio chi è più vicino può definirsi “uno dei discepoli, quello che Gesù amava”. Consapevole dell’amore del Signore per lui e fiducioso in quell’amore, Giovanni sedeva “a tavola inclinato sul petto di Gesù”. Il discepolo i cui piedi erano stati un attimo prima nelle mani di Gesù, ora posava il capo sul Suo seno. Questa posizione di intima comunione è il risultato del lavaggio dei piedi perché il capo poggia su un cuore pieno d’amore proprio dopo che i piedi sono stati lavati da quelle mani altrettanto colme d’amore.

Capitolo 13:24-25

Simon Pietro gli fece cenno di domandare chi fosse colui del quale parlava. Egli, chinatosi sul petto di Gesù, gli domandò: «Signore, chi è?»

Simon Pietro, il discepolo dal cuore ardente che così spesso e in tanti modi sembra dire: “Io sono il discepolo che ama il Signore”, non era abbastanza vicino per interrogarlo. Così, fa cenno a Giovanni di chiedere “chi fosse Colui del quale parlava”. Molto semplicemente, Giovanni dice: “Signore, chi è?”.

Capitolo 13:26

Gesù rispose: «È quello al quale darò il boccone dopo averlo intinto». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota.

Il Signore risponde subito: “È quello a cui darò il boccone dopo averlo intinto”. Qui “il boccone” è in relazione a un’usanza consolidata di offrire a un ospite che si voleva onorare un boccone scelto del pasto. Facendo seguito alle Sue parole, il Signore porge il boccone a Giuda Iscariota, il che non solo preannuncia il tradimento, ma smaschera anche il traditore.

Capitolo 13:27

Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Per cui Gesù gli disse: «Quel che fai, fallo presto».

L’avarizia e la cupidigia avevano già aperto il cuore di Giuda alle istigazioni del demonio; ora Satana stesso si impossessa di quest’uomo. Se per caso Giuda avesse conservato un minimo briciolo di coscienza, un minimo senso di vergogna, un minimo ripensamento per il peccato che stava per commettere, tutto viene ora soffocato dall’azione di Satana. Non c’è esitazione da parte del nemico: Giuda diventa ora lo strumento impotente dei suoi disegni; per lui non è più possibile tornare indietro; così il Signore può dirgli: “Quello che fai, fallo presto”.

Capitolo 13:28-30

Ma nessuno dei commensali comprese perché gli avesse detto così. Difatti alcuni pensavano che, siccome Giuda teneva la borsa, Gesù gli avesse detto: «Compra quel che ci occorre per la festa»; ovvero che desse qualcosa ai poveri. Egli dunque, preso il boccone, uscì subito; ed era notte.

Stupefatti, a quanto pare, da questa terribile rivelazione, gli undici non riescono ad afferrare il significato delle parole del Signore. La borsa era stata affidata a Giuda, quindi pensano che quelle parole si riferiscano alle esigenze della festa o all’aiuto da dare ai poveri. Giuda, invece, aveva capito molto bene. La presenza del Signore è diventata insopportabile per quest’uomo posseduto dal demonio; ricevuto il boccone, si alza immediatamente e, senza una parola, esce nella notte, per poi sprofondare, poche ore dopo, in una notte ancora più buia – l’orrore delle tenebre profonde – da cui non c’è ritorno.

Abbiamo notato che, in tutta questa scena solenne, non c’è alcuna condanna riguardo Giuda; non gli viene rivolto alcun rimprovero; non gli viene ordinato di andarsene; non gli viene ingiunto di ritirarsi. Viene rivelata la presenza di un falso discepolo; viene annunciato il peccato che sarà commesso; viene nominato l’uomo che lo commetterà; poi, in mezzo a un silenzio più terribile delle parole, Giuda lascia la luce troppo penetrante, quella Presenza Santa che non poteva più sopportare, e sprofonda nella notte a cui non succederà mai il mattino. Ricordiamoci che, senza la grazia di Dio e il prezioso sangue di Cristo, tutti noi seguiremmo Giuda in quella stessa orribile notte.

16.3 – Dio glorificato in Cristo – 13:31-38

L’uscita di scena di Giuda dissipa l’ombra che gravava sulla piccola compagnia. L’animo turbato del Signore è sollevato e l’inquietudine dei discepoli è alleviata. Le parole: “Quando se ne fu andato” segnano questo cambiamento. Giuda ha lasciato la luce della sala di sopra ed è uscito nell’oscurità del mondo esterno. Con la scomparsa del traditore, la luce risplende ancora di più all’interno, mentre all’esterno l’oscurità è resa ancora più fitta dalla sua presenza. La porta che si chiude su Giuda segna la rottura dell’ultimo legame tra Cristo e il mondo. L’atmosfera è purificata e, solo coi Suoi discepoli, il Signore è libero di rivelare i segreti del Suo cuore.

Capitolo 13:31-32

Quando egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio è glorificato in lui. Se Dio è glorificato in lui, Dio lo glorificherà anche in sé stesso e lo glorificherà presto.

Il Signore ritorna al Padre; i Suoi discepoli saranno lasciati come testimoni di Cristo in un mondo che lo ha rifiutato. Durante questi ultimi incontri, i discepoli sono messi in contatto con il cielo (Capitolo 14), è mostrato loro come portare frutto sulla terra (Capitolo 15) e sono rafforzati per resistere alle persecuzioni del mondo (Capitolo 16). Privilegi e onori così elevati richiedono un lavoro preliminare da parte di Cristo e una preparazione da parte del Suo popolo. Ecco, quindi, le parole introduttive che presentano Dio glorificato in Cristo sulla terra, Cristo glorificato come uomo in cielo e i santi lasciati sulla terra per glorificare Cristo. Queste grandi verità aprono la strada a tutte le rivelazioni successive.

Ogni benedizione per l’uomo, per il cielo e per la terra, poggia sulle grandi verità fondamentali che ci vengono presentate all’inizio di questo colloquio. Il Signore si presenta come il Figlio dell’uomo e, in relazione a questo titolo, proclama tre verità di vitale importanza:

  1. “Ora il Figlio dell’uomo è glorificato”.
  2. “Dio è glorificato in Lui”.
  3. “Dio lo glorificherà anche in sé stesso”.

Vale la pena di riflettere su queste grandi verità per scoprire qualcosa del loro significato più profondo, perché riceverle per fede costituisce la solida base di ogni crescita spirituale e di ogni benedizione.

 

  1. “Ora il Figlio dell’uomo è glorificato” è la prima grande verità. Essa ci pone davanti l’infinita perfezione del Salvatore. Qui troviamo un’allusione alle sofferenze del Figlio dell’uomo sulla croce. Viene dichiarato che in queste sofferenze il Figlio dell’uomo è glorificato. Se essere glorificato, per una persona, significa che tutte le qualità che lo esaltano sono evidenziate, sulla croce, tutte le infinite perfezioni del Figlio dell’uomo sono state manifestate al massimo grado.
    In Giovanni, Capitolo 11, leggiamo che la malattia di Lazzaro era “per la gloria di Dio, affinché … il Figlio di Dio sia glorificato”. A Betania, la gloria del Figlio di Dio si è manifestata nella risurrezione di un uomo. Nel nostro capitolo, la gloria del Figlio dell’uomo si manifesta nel Suo ingresso nella morte. Il potere sulla morte mostra la gloria del “Figlio di Dio”, mentre la “sottomissione” alla morte rivela la gloria del “Figlio dell’uomo”.
    In risposta al desiderio dei Gentili di vederlo, Gesù aveva già detto: “l’ora è venuta che il Figlio dell’uomo deve essere glorificato”. Ma lì il Signore anticipava le glorie del regno; qui parla delle glorie più insondabili della croce. In futuro, come Figlio dell’uomo, riceverà il dominio, la gloria e un regno eterno, e in quel grande giorno tutta la terra sarà riempita della Sua gloria (Daniele 7:13-14; Salmi 72:19). Tuttavia, le eccellenti glorie del regno futuro non supereranno, né potranno eguagliare, le Sue glorie ben più grandi come Figlio dell’uomo sulla croce. La gloria del Suo trono terreno è superata dalla gloria della Sua croce infamante. Il regno manifesterà le Sue glorie “ufficiali”; la croce testimonia le Sue glorie “morali”. Nel giorno del Suo regno, tutti i principati lo serviranno e gli obbediranno e tutte le cose gli saranno soggette come Figlio dell’uomo. Nel giorno delle Sue sofferenze, Egli è stato l’uomo “obbediente” e “sottomesso”. È vero che ogni tappa del Suo cammino testimonia le Sue glorie morali, perché queste non potevano essere nascoste, ma sulla croce queste glorie hanno brillato in tutto il loro splendore. Colui che aveva imparato l’obbedienza ad ogni passo è stato infine messo alla prova dalla morte e ha dimostrato di essere “obbediente fino alla morte e alla morte di croce”.
    La perfetta sottomissione alla volontà del Padre che aveva caratterizzato il Suo cammino trovò la sua espressione più brillante quando, immediatamente prima di essere messo in croce, ha detto: “Non la mia volontà, ma la tua sia fatta”. Ogni Suo passo era una prova del Suo perfetto amore per il Padre, ma la testimonianza suprema del Suo amore avvenne quando, alla vista della croce, poté dichiarare: “Affinché il mondo conosca che io amo il Padre; e opero come il Padre mi ha ordinato “. La Sua natura santa, che era immacolata e non poteva essere contaminata dal mondo pieno di peccato attraverso il quale passava, si vede nella Sua perfezione quando, anticipando l’orrore di essere fatto peccato, può dire: “Se è possibile, passi da me questo calice”.
    In realtà, sulla croce, le Sue glorie morali – la Sua obbedienza, la Sua sottomissione, il Suo amore, la Sua santità e tutte le altre Sue perfezioni – si sono manifestate pienamente. È lì che si sono compiute le parole del Signore: “Ora il Figlio dell’uomo è glorificato”.
    Così la prima grande affermazione ci pone davanti l’infinita perfezione del Figlio dell’uomo – il nostro Salvatore – Colui che ha glorificato Dio con quel grande sacrificio propiziatorio. E se cogliamo il significato di quest’affermazione sulle perfezioni di Gesù, vediamo quanto Egli sia degno della nostra piena e totale fiducia. In presenza di una tale bellezza morale, nessuno può dire che in Lui ci fosse la minima imperfezione che avrebbe reso impossibile confidare in Lui. Le Sue perfezioni pienamente manifestate lo rivelano come Colui la cui intera persona è desiderabile (Ca 5:16), adornata in tutta la magnificenza che lo rende degno della nostra fiducia.
  1. Considerare il Figlio dell’uomo sulla croce, vederlo glorificato con la manifestazione di tutte le Sue infinite perfezioni, ci prepara alla seconda grande affermazione: “Dio è glorificato in Lui”. Tutti avevano disonorato Dio, ma ecco finalmente un uomo – il Figlio dell’uomo – moralmente perfetto, capace di compiere un’opera che glorifica Dio. Per glorificare Dio, però, ha dovuto farsi peccato ed entrare nel regno della morte. “I cieli raccontano la gloria di Dio” come creatore con sapienza e potenza infinite, ma non possono raccontare la gloria del Suo essere morale. Per questo, il Figlio dell’uomo doveva soffrire, affinché attraverso le Sue sofferenze ciascuno dei caratteri di Dio potesse ricevere la sua massima espressione. Attraverso la croce, la maestà di Dio è rivendicata, la verità di Dio è sostenuta, la giustizia di Dio è stabilita nel giudizio del peccato. La santità che richiedeva un tale sacrificio e l’amore che lo prevedeva, risplendono nella luce più intensa. Certamente, con le Sue sofferenze, il Figlio dell’uomo ha glorificato Dio.
  2. Questa grande opera conduce alla verità espressa dalla terza grande affermazione: “Se Dio è glorificato in Lui, Dio lo glorificherà anche in sé stesso, e lo glorificherà presto”. Se Dio è stato glorificato in Cristo, Dio darà una prova eterna della soddisfazione che ha trovato nell’opera di Cristo. Cristo glorificato come uomo nella gloria è l’unica risposta adeguata alla Sua opera sulla croce e la prova eterna della soddisfazione di Dio in quell’opera.

La prima affermazione, “ora il Figlio dell’uomo è glorificato”, rivela la perfezione del Figlio dell’uomo. La seconda: “Dio è glorificato in Lui”, ci mostra la perfezione della Sua opera. La terza: “Anche Dio lo glorificherà in sé stesso”, rivela la piena soddisfazione di Dio in quest’opera. Abbiamo un Salvatore perfetto, che ha compiuto un’opera perfetta che soddisfa perfettamente Dio. Da altri passi apprendiamo che questo Salvatore perfetto, quest’opera perfetta e la perfetta soddisfazione di Dio, è a disposizione di tutti; leggiamo infatti che “ha dato sé stesso come prezzo di riscatto per tutti”. E la completa soddisfazione di Dio in Cristo e nella Sua opera permette a Dio di dire: “Per mezzo di Lui vi è annunciato il perdono dei peccati” (At 13:38).

Capitolo 13:33

Figlioli, è per poco che sono ancora con voi. Voi mi cercherete; e, come ho detto ai Giudei: “Dove vado io, voi non potete venire”, così lo dico ora a voi.

La glorificazione del Figlio dell’uomo comporterà la necessità di lasciare i Suoi discepoli. Il Signore, nella Sua perfetta simpatia, entra nel dolore che riempie i loro cuori al pensiero di essere lasciati da Colui che hanno imparato ad amare. Più volte, con accenti di umana tenerezza, allude a questa inevitabile separazione e prepara i loro cuori alla prossima rottura dei legami terreni che li univano al loro Maestro (cfr. Giovanni 14:4, 28-29; 16:4-7; 16, 28).

Mai prima d’ora il Signore si era rivolto ai discepoli come “figli”. Nella lingua originale, il termine usato esprime un affetto pieno di compassione. Così, con tenera sollecitudine, introduce il tema dell’imminente separazione. Il Signore stava tornando alla gloria per una via che nessun altro avrebbe potuto percorrere. In seguito, i credenti avrebbero potuto seguire, anche nel martirio, questo percorso di morte, ma mai la morte come l’avrebbe incontrata il Signore – come giudizio sul peccato. Era un percorso di cui il Signore poteva dire: “Dove vado io, voi non potete venire”.

Capitolo 13:34-35

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».

Un gruppo di persone unite dall’amore sembrerà così strana, in un ambiente governato dalla concupiscenza e dall’egoismo, che persino il mondo si renderà conto che queste persone sono seguaci di Cristo. Il mondo non può apprezzare la fede e la speranza dei cristiani, ma può vedere e ammirare, se non imitare in una certa misura, l’amore divino e i suoi effetti. Così, un gruppo caratterizzato dall’amore reciproco, diventerà una testimonianza di Cristo in un mondo da cui è assente, di modo che, se Cristo è glorificato in cielo con il Padre, è glorificato anche sulla terra nei Suoi santi.

Capitolo 13:36-38

Simon Pietro gli domandò: «Signore, dove vai?» Gesù rispose: «Dove vado io, non puoi seguirmi per ora; ma mi seguirai più tardi». Pietro gli disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!» Gesù gli rispose: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico che il gallo non canterà che già tu non mi abbia rinnegato tre volte.

La scena finale, pur riguardando Pietro, contiene un monito per tutti. Se i discepoli sono rimasti nel mondo per glorificare Cristo, non devono dimenticare che ognuno di loro ha dentro di sé la “carne”, pronta a rinnegarlo. Simon Pietro, apparentemente non attento al nuovo comandamento e pensando solo all’imminente separazione, chiede: “Signore, dove vai?”. Il Signore risponde: “Dove vado io, non puoi seguirmi per ora, ma mi seguirai più tardi”. Il Signore stava per morire da martire per mano di uomini ingiusti, ma molto più terribile per la Sua anima santa, stava per morire come vittima per mano di Dio. Questa era certamente una strada che solo Lui poteva percorrere. Pietro non poteva seguirlo su questa via, ma qualche anno più tardi avrebbe avuto il grande onore di seguire il Signore sulla via del martirio.

Forte del suo amore per il Signore e molto sicuro di sé, Pietro dice: “Darò la mia vita per te”; e così si attira il solenne monito del Signore: “In verità, in verità ti dico, il gallo non canterà che già tu non mi abbia rinnegato tre volte”. Se la carne di un falso discepolo può arrivare tradire il Signore, la stessa carne in un vero discepolo può giungere a rinnegarlo. Non dimentichiamo, però, che l’amore del Signore ha trionfato sul rinnegamento di Pietro perché, come abbiamo letto, “avendo amato i Suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Accecati dalla fiducia in noi stessi, possiamo arrivare a rinnegare il Signore, ma il Suo amore non ci abbandonerà mai.

 

17. La relazione dei discepoli con il Signore, il Padre e lo Spirito Santo – Capitolo 14

Le scene solenni e le serie parole del Capitolo 13 sono un giusto preludio al grande sviluppo del Capitolo 14. Nel Capitolo 13 abbiamo assistito a cosa porta la carne, sia in un falso discepolo che in un vero discepolo. In Giuda, la carne preferisce qualche misero pezzo d’argento al Figlio di Dio, poi tradisce il Signore nel modo più vile, usando un bacio – il segno dell’amore. In Pietro impariamo che la carne in un credente può cercare di darsi credito professando amore e dedizione a Cristo. Tuttavia, esso non è che argilla nelle mani del diavolo, e la carne non giudicata di un cristiano è lo strumento a sua disposizione.

La scoperta di un male insospettato nella cerchia dei dodici, la prospettiva della grande perdita che stavano per sperimentare, l’annuncio di un imminente rinnegamento, gettano un velo di tristezza sul piccolo gruppo. Uno di loro – in procinto di tradire il Signore – era uscito nella notte; il Signore stava andando dove loro non potevano seguirlo; Pietro stava per rinnegare il Suo Maestro. Il dolore, persino lo sgomento, pesa sul cuore turbato dei discepoli, mentre l’ombra opprimente degli eventi imminenti si proietta su di loro.

Pietro, così ardente fino a quel momento, tace. Non sentiremo più la sua voce durante questi ultimi colloqui. Per il momento, tutti tacciono di fronte alla rivelazione dell’imminente partenza del Signore, dell’imminente tradimento di Giuda e dell’imminente rinnegamento di Pietro. Poi sentiamo il Signore rompere il silenzio con queste toccanti parole: “il vostro cuore non sia turbato”. Questo messaggio di incoraggiamento e consolazione dev’essere stato un balsamo per quei cuori afflitti. Ma anche se il Signore si rivolge agli undici, ricordiamo, come ha detto qualcuno, che “l’uditorio è molto più vasto di quanto non appaia”. In primo piano ci sono gli undici; dietro di loro, la Chiesa universale… I presenti sono uomini come noi, ma sono anche degli esempi: cari al cuore del Signore, come dimostrano le Sue tenere parole; preziosi anche ai Suoi occhi in quanto rappresentanti di tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola”.

Soprattutto, questo magnifico discorso porta conforto e consolazione ai cuori turbati; esso inizia con questo dolce incoraggiamento: “Il vostro cuore non sia turbato”. E mentre si avvia alla conclusione, sentiamo di nuovo queste parole: “Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (v. 27). Tuttavia, il Signore non pensava certo alle preoccupazioni della vita quotidiana, nonostante il sollievo che queste tenere parole potrebbero portare. Stava pensando all’angoscia del cuore dei discepoli causata dalla partenza di Colui che aveva conquistato i loro affetti con il Suo amore infinito. Poco dopo il Signore dice: “Ma ora vado a Colui che mi ha mandato… e poiché vi ho detto queste cose, la tristezza vi ha riempito il cuore” 16:6). Questo era il problema dei discepoli che erano stati così tanto attratti da Cristo da essere felici alla Sua presenza, e che ora sono addolorati dall’annuncio della Sua prossima assenza. Essere lasciati in un mondo malvagio da cui la persona di Cristo è assente è una prova dolorosa per un cuore che lo ama.

In risposta a questa particolare difficoltà, il Signore vuole attraverso la fede, unirci a Lui nel nuovo luogo in cui sarà portato, vuole metterci in relazione con il Padre nei cieli e metterci sotto il controllo dello Spirito Santo sulla terra.

Per consolare i nostri cuori, anche noi veniamo messi in relazione col Figlio (14:1-3), con il Padre (14:4-14) e con lo Spirito Santo (14:15-26).

In queste conversazioni troveremo esortazioni a portare frutto e testimonianza in un mondo dal quale, siamo avvertiti, possiamo aspettarci solo odio, persecuzione e tribolazione. Ma prima di essere chiamati ad affrontare l’opposizione del mondo, siamo introdotti nella comunione con le persone divine, in una scena di intimità e questa santa comunione con loro ci prepara ad affrontare ogni sorta di prove.

17.1 – Il rapporto dei discepoli con Cristo – Capitolo 14:1-3

Capitolo 14:1

«Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!”

Il Capitolo inizia con queste parole tenere e toccanti: “Il vostro cuore non sia turbato”. Chi altri se non il Signore avrebbe potuto pronunciare parole così piene di grazia in un momento così solenne? Aveva appena annunciato il triplice rinnegamento di Pietro e, così come questo avvertimento era stato preceduto dalla dichiarazione piena di grazia “mi seguirai dopo”, ora è seguito da queste parole piene di dolcezza: “Il vostro cuore non sia turbato”. Con il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro davanti a loro, i discepoli avevano tutte le ragioni per essere turbati. Ma il Signore afferma: “Il vostro cuore non sia turbato”.

All’inizio di questa conversazione, il Signore usa “tre mezzi” per dissipare la confusione nei nostri cuori. In primo luogo, si presenta davanti a noi come oggetto di fede nella gloria. “Voi credete in Dio” * – che non avete mai visto – e ora il Signore che sta per scomparire dalla loro vista ed entrare nella gloria può dire “abbiate fede anche in me”. Così Cristo, come uomo nella gloria, diventa la risorsa e il sostegno del cuore. Può mancare tutto sulla terra, il mondo può tentarci, la carne può tradirci, ma Cristo nella gloria rimane il sostegno infallibile della fede. Non si può trovare alcun solido conforto all’infuori di Cristo. Che si tratti dei migliori amici cristiani, dei parenti più affettuosi, di circostanze eccezionalmente favorevoli, di una salute florida o del futuro più promettente, nulla di ciò che abbiamo sulla terra può dare un conforto duraturo; ma Cristo nella gloria rimane Colui al quale la fede può rivolgersi e nel quale essa trova un’immutabile risorsa durante la lunga notte oscura della Sua assenza.

(*) La traduzione italiana riporta “Abbiate fede in Dio”. La traduzione Darby, così come la vecchia Diodati riporta “Voi avete fede in Dio”. (NdT)

Capitolo 14:2

Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo?

Come seconda consolazione, il Signore ci rivela una nuova casa. “Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo?”. Non solo abbiamo Cristo nella gloria come risorsa infallibile, ma abbiamo anche la casa del Padre come dimora permanente. Infatti, la parola “dimora” significa un’abitazione che non lasceremo mai; una volta raggiunta, vi “dimoreremo”. Qui, sulla terra, non abbiamo una “città permanente”: siamo stranieri e pellegrini. Nella casa del Padre dove abiteremo, ci sono molte dimore. Sulla terra non c’era posto per Cristo e c’è poco posto per coloro che gli appartengono, ma nella casa del Padre c’è posto per tutti quelli che appartengono a Cristo, grandi e piccoli. Se fosse stato altrimenti, il Signore l’avrebbe detto ai Suoi discepoli. Non li avrebbe radunati attorno a sé per portarli via da questo mondo, se non fosse stato per condurli in una sfera di beatitudine che conosceva bene: la casa del Padre. È lì che il Signore si è recato. Sulla croce ha preparato i Suoi per quel luogo; la Sua presenza nella gloria prepara il luogo per i Suoi.

In questo modo, siamo innalzati al di sopra della debolezza e dell’inadeguatezza di tutto ciò che appartiene alla terra, e trasportati al di là delle scene passeggere del tempo, per entrare in spirito in un mondo migliore, una dimora preparata nella casa del Padre.

Capitolo 14:3

Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi;

Come terza consolazione, il Signore ci presenta il Suo ritorno per prenderci con sé in questa casa. A tempo debito, altri passi riveleranno l’ordine degli eventi legati alla Sua venuta, ma qui, per la nostra consolazione, ci viene fatta conoscere la gioia suprema della Sua venuta. Essa, infatti, porrà fine al nostro cammino nel deserto, sanerà tutte le ferite tra i figli di Dio, riunirà i santi divisi e dispersi. Porrà fine ai dolori, alle prove e alle fatiche del Suo popolo. Ci salverà da una scena di tenebre e di morte e ci introdurrà in una dimora di luce, di vita e di amore. La Sua venuta farà tutto questo e molto di più, ma soprattutto ci porterà alla Sua presenza. Come dice Lui stesso: “Vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi”. Cosa sarebbe il paradiso senza Gesù? Essere in uno scenario dove “la morte non ci sarà più”, dove “non ci sarà più lutto né pianto” – dove tutto è santità e perfezione – sarà certamente prezioso, ma se non ci fosse Gesù, il cuore rimarrebbe insoddisfatto. La felicità suprema che ci procura la Sua venuta è che saremo con Lui. Egli è stato con noi in questo mondo di tenebre e di morte, e noi saremo con Lui nella casa eterna della vita, la casa del Padre.

Con queste parole, che rivelano l’aspetto più alto della Sua venuta, il Signore ci rivela i desideri segreti del Suo cuore: avere con Sé il Suo popolo per la gioia e la soddisfazione del Suo stesso cuore. Desidera la nostra compagnia. Egli è nel cielo l’oggetto della nostra fede; sulla terra noi siamo l’oggetto del Suo amore. Se il nostro tesoro è in cielo, il Suo tesoro è ora sulla terra. Cristo stesso se n’è andato, ma il Suo cuore è qui sulla terra e, come è stato giustamente detto: “Se il Suo cuore è qui, Lui non è lontano”.

Che consolazione sono questi versetti iniziali per i nostri cuori turbati! Cristo nella gloria, la nostra risorsa indefettibile; una casa nella gloria che ci attende e un Uomo nella gloria che desidera la nostra presenza.

Quanto è benedetto il modo di insegnare del Signore, e quanto è diverso da quello degli uomini! Nei Capitoli successivi, ci illumina sul nostro cammino in questo mondo e ci preannuncia le prove e le persecuzioni che verranno; ma prima di tutto ci rivela lo scopo glorioso del viaggio. Forse noi avremmo riservato temi così elevati alla fine del discorso. Egli invece adotta un ordine diverso e molto migliore. Non vuole lasciarci affrontare il pellegrinaggio attraverso un mondo ostile prima di aver posto davanti a noi la dimora permanente con Lui nella casa del Padre. Vuole che consideriamo il nostro viaggio sulla terra alla luce della casa a cui ci sta conducendo. “Il passaggio attraverso la valle si trasforma”, ha detto una volta qualcuno, “dal momento in cui scorgiamo le colline al di là di essa”.

Anche per la nostra consolazione, queste meravigliose rivelazioni del mondo invisibile sono poste davanti a noi in termini semplici e familiari. Verità così elevate da far girare la testa al più grande degli intelletti sono esposte in termini così semplici da essere alla portata anche di un bambino che crede in Gesù.

17.2 – La relazione dei discepoli con il Padre – 14:4-14

Dopo averci posto davanti la fine del pellegrinaggio, il Signore può mostrarci i nostri privilegi mentre siamo in cammino verso il cielo. Nei versetti che seguono, veniamo messi in relazione con il Padre. Anche se non abbiamo ancora raggiunto la casa del Padre, abbiamo il privilegio di conoscere già ora Colui al quale appartiene la casa. E se siamo portati a conoscerlo, è perché possiamo avere “accesso” a Lui mentre attraversiamo il mondo. Il grande scopo di questa parte del discorso è quello di portarci a “conoscere” il Padre, a “vederlo” e a “venire” a Lui. Giunti al Padre in questo modo, potremo poi, nella felice fiducia di figli, presentargli le nostre richieste nel nome di Cristo.

Capitolo 14:4 – 6

e del luogo dove io vado, sapete anche la via». Tommaso gli disse: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?» Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Il Signore introduce questo grande tema con l’affermazione: “E del luogo dove io vado, sapete anche la via”. Occupato da un pensiero molto diverso, Tommaso non coglie il significato delle parole del Signore. In risposta alla sua domanda “Come possiamo sapere la via?”, il Signore chiarisce che sta parlando di una Persona verso la quale sta andando, e non solo di un luogo, come Tommaso aveva erroneamente supposto. Cristo è la via che conduce a quella Persona, il Padre. È anche Colui nel quale la verità è presentata e la vita in cui la verità del Padre può essere gustata. Infine, non c’è altra via per arrivare al Padre, perciò il Signore aggiunge: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Queste parole hanno un significato profondamente solenne in un tempo in cui gli uomini rifiutano i diritti del Figlio e parlano di Dio come Padre. Le parole del Signore anticipano quelle ispirate dell’apostolo che più tardi scriverà: “Chiunque nega il Figlio non ha neppure il Padre” (1 Giovanni 2:23).

Capitolo 14:7

Se mi aveste conosciuto avreste conosciuto anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete, e l’avete visto».

È anche vero che conoscere il Figlio significa conoscere il Padre. Così il Signore dice ai Suoi discepoli: “Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete e l’avete visto”.

Capitolo 14:8 – 11

Filippo gli disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù gli disse: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: “Mostraci il Padre”? Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me, fa le opere sue. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se no, credete a causa di quelle opere stesse.

Filippo, come Tommaso, non riesce ad elevarsi al di sopra di ciò che è concreto. Tommaso aveva immaginato un luogo materiale; Filippo pensava alla vista fisica e quindi diceva: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Nella Sua risposta, il Signore chiarisce che sta parlando della visione della fede. Pone una domanda che sonda il cuore: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”. Poi dichiara: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Guardare oltre la forma esteriore e vedere il Figlio per fede significa in realtà vedere il Padre, perché il Figlio ne è la perfetta rivelazione. Il mondo incredulo non ha riconosciuto il Figlio; ha visto solo qualcuno che si diceva fosse il figlio di Giuseppe, il falegname. Solo la fede era in grado di vedere, in quell’uomo umile, l’unigenito Figlio che era venuto a far conoscere il Padre. Solo Colui che “è nel seno del Padre” può manifestare il cuore del Padre. Abramo fu in grado di dirci che Dio è l’Onnipotente; Mosè di insegnarci che Dio è l'”Io Sono”, eterno e immutabile. Ma né Abramo né Mosè erano abbastanza grandi da rivelarci il cuore del Padre. Solo una persona divina può rivelare pienamente un’altra persona divina. Di conseguenza, il Signore dichiara immediatamente la perfetta uguaglianza e identità del Padre e del Figlio dicendo: “Io sono nel Padre e.… il Padre è in me”. Il passaggio del Figlio in questo mondo non è semplicemente una manifestazione del Padre e del Figlio, ma piuttosto del Padre nel Figlio.

Una volta che abbiamo visto per fede la gloria del Figlio, è facile veder rivelato il Padre. In virtù di quello che Lui è, (uguale al Padre e identificato con Lui) il Signore può presentare immediatamente le Sue “parole” e le Sue “opere” come la rivelazione del Padre. La grazia, l’amore, la sapienza e la potenza che risplendono nelle Sue parole e nelle Sue opere ci fanno conoscere il cuore del Padre.

Capitolo 14:12–14

In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io; e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre; e quello che chiederete nel mio nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Del resto, se sulla terra il Figlio aveva glorificato il Padre rivelando il Suo cuore attraverso le Sue parole, quanto più il Padre sarà glorificato dal Figlio quando, salendo in cielo, farà ancora conoscere il cuore del Padre attraverso le opere “più grandi” dei discepoli; e infine glorificherà il Padre esaudendo le richieste rivolte al Padre nel nome di Cristo.

A questo punto della conversazione, il Signore cessa di parlare degli effetti delle Sue parole e delle Sue opere che i discepoli avevano assaporato quando era ancora con loro, e inizia ad annunciare i nuovi e più profondi effetti della Sua potenza dopo la Sua partenza per tornare al Padre. Il passaggio è segnato dalle parole: “In verità, in verità” – generalmente usate per introdurre un’importante verità. Il Signore rivela infatti ai Suoi discepoli stupiti la nuova verità che, dopo la Sua partenza, chiunque avesse creduto in Lui avrebbe fatto le opere che Gesù stesso aveva fatto e, cosa ancora più sorprendente, avrebbe fatto opere ancora più grandi.

Il Signore fa dipendere questa maggiore dimostrazione di potenza dal fatto che sta andando al Padre. Tornando al Padre, si recava alla fonte di ogni potenza e di ogni benedizione. Così, grazie alla presenza di Cristo presso il Padre, tutte le risorse del cielo sarebbero state aperte a coloro che sulla terra credono in Lui e pregano nel Suo nome.

Questi versetti di transizione ci riportano alla storia della Chiesa primitiva quando, invece di pochi discepoli riuniti attorno al Signore Gesù, migliaia si riunivano grazie alla predicazione degli apostoli; “molti segni e prodigi si compivano tra il popolo”; l’ombra di Pietro bastava a guarire i malati (Atti 5:15); i morti venivano risuscitati e “Dio intanto faceva miracoli straordinari per mezzo di Paolo” (Atti 19:11), tanto che persino i fazzoletti indossati sul suo corpo guarivano coloro sui quali venivano posti.

Questa grande potenza era alla portata della fede espressa dalla preghiera nel Suo nome. È stato giustamente detto che “le richieste fatte in nome di qualcun altro implicano l’appropriazione dei suoi titoli, dei suoi meriti e dei suoi diritti ad essere ascoltati”. Con le Sue stesse parole, il Signore conferisce questo privilegio a coloro che sono in relazione con Lui per fede. Chiedere nel nome di Cristo era una novità per i discepoli e, come tutto il resto di queste conversazioni, era il risultato del fatto che sarebbe salito al Padre; infatti, chiedere nel Suo nome presuppone che Cristo non sia più sulla terra. L’espressione “chiedere nel Mio nome” compare cinque volte in questi colloqui.

In questo modo, le parole e le opere di Gesù sulla terra ci aiutano a scoprire il cuore del Padre; e arriviamo a conoscere il Padre attraverso le opere “più grandi” compiute dai discepoli sotto la direzione del Signore dalla Sua posizione celeste; infine, discerniamo l’amore del Padre vedendo il Signore agire a nostro favore in risposta alle nostre richieste al Padre nel nome di Cristo.

In un mondo che si era allontanato da Dio, dove tutti cercavano il proprio interesse, Egli fu sempre un tutt’uno con il Padre in pensieri, propositi e affetti, e trovò il Suo piacere nel fare la Sua volontà. Un mondo di peccato lo ha reso un uomo di dolore, ma ha trovato un riposo ininterrotto e una gioia costante nell’amore del Padre. È in questa stessa relazione benedetta che vorrebbe introdurci, affinché anche noi possiamo trovare il nostro piacere, il nostro riposo, la nostra gioia, nell’amore del Padre Suo.

Tutto è stato rivelato nel Figlio. Infatti, in Cristo si è manifestato:

  • l’amore del cuore del Padre,
  • il proposito della mente del Padre,
  • la grazia della mano del Padre.

Tutte queste rivelazioni sono la “nostra parte” qui sulla terra. Quando arriveremo in cielo, non avremo una rivelazione del Padre diversa da quella che abbiamo ora. Tutto è già stato rivelato. L’unica differenza è che ora vediamo in modo oscuro, mentre allora vedremo faccia a faccia. Tuttavia, ciò che godremo pienamente in cielo è già stato pienamente rivelato qui sulla terra. Aspettiamo solo che la gloria della casa del Padre si riveli ai nostri occhi meravigliati, ma l’amore del cuore del Padre è stato rivelato, per la gioia dei nostri cuori, anche se, ahimè, la nostra debole fede ha probabilmente dato solo una scarsa risposta a tale rivelazione.

17.3 – La relazione dei discepoli con lo Spirito Santo – 14:15-31

Dopo aver trasportato i pensieri dei discepoli oltre il presente, nel futuro prossimo, il Signore inizia a svelare il secondo grande evento che avrebbe segnato i giorni a venire. Non solo il Signore sarebbe andato al Padre, ma lo Spirito Santo sarebbe disceso dal Padre.

Il Signore prepara così i discepoli agli importanti cambiamenti che stavano per avvenire. Il Figlio sarebbe tornato al Padre per prendere il Suo posto come Uomo nella gloria; lo Spirito Santo sarebbe venuto ad abitare nei credenti, come persona divina sulla terra. Questi due eventi meravigliosi avrebbero inaugurato il cristianesimo e dato vita alla Chiesa. Cristo nella gloria e la Spirito Santo avrebbero poi sostenuta la Chiesa nel suo pellegrinaggio attraverso questo mondo, preservandola dal male e mantenendola come testimone di Cristo. Infine, Cristo l’avrebbero presentata a sé stesso nella gloria.

Qui, però, il Signore non rivela la grande dottrina della Chiesa e della sua formazione, né quella della testimonianza che la Chiesa avrebbe reso attraverso lo Spirito. Il tempo per tali rivelazioni non era ancora giunto. Piuttosto, il Signore aveva davanti a sé le profonde esperienze spirituali che i credenti avrebbero fatto come risultato della venuta dello Spirito. Era appropriato in quel momento. Il pensiero di perdere Colui che era loro così caro – la cui presenza li aveva deliziati – riempiva i discepoli di tristezza. Così il Signore parla loro della venuta di un altro Consolatore, qualcuno che non solo avrebbe dissipato questo sentimento di solitudine, ma avrebbe condotto i loro cuori a una conoscenza più profonda e più intima del loro Maestro rispetto ai giorni in cui era con loro sulla terra. Sono queste esperienze segrete, gustate per mezzo dello Spirito, che prepareranno i discepoli a essere testimoni di Cristo nella potenza dello Spirito Santo. Non possiamo forse dire che la debolezza spesso così grande nella nostra testimonianza per Cristo deriva dal fatto che godiamo troppo poco di quell’intimità personale con Cristo a cui solo lo Spirito può condurre? Cerchiamo di impegnarci nel servizio senza vivere nel luogo segreto della comunione con il Padre e con il Figlio attraverso lo Spirito. È la rivelazione di queste esperienze segrete che rende così preziosa questa parte nell’ultimo colloquio. È una scena intima; il credente viene introdotto nella compagnia delle persone divine, in modo che a tempo debito possa testimoniare di Cristo fuori, nel mondo che Cristo ha lasciato.

Capitolo 14:15

«Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti;”

Colpisce il modo in cui il Signore introduce il grande tema della venuta dello Spirito Santo. Dice: “Se voi mi amate, osserverete i Miei comandamenti”. Nel corso del Vangelo di Giovanni, abbiamo trovato molti riferimenti all’amore del Signore per i Suoi discepoli; ora, per la prima volta, si tratta dell’amore dei discepoli per il Signore. Il dono dello Spirito è quindi legato a un gruppo di persone che amano e obbediscono al Signore. È per queste persone che il Signore si compiace di chiedere al Padre di mandare il Consolatore. Inoltre, queste parole indicano che solo coloro la cui vita è segnata dall’amore e dall’obbedienza al Signore possono conoscere le esperienze vissute nella potenza dello Spirito Santo.

Nei versetti precedenti, il Signore ha parlato di fede e di preghiera (Cfr. 14:12-14); ora menziona l’amore e l’obbedienza. In questo modo vuole farci capire che le profonde esperienze spirituali, alle quali il Consolatore conduce, sono la parte dei santi che credono nel Signore, i quali dipendono dal Signore, pregano nel Suo nome, Lo amano e obbediscono ai Suoi comandamenti. Queste sono le grandi caratteristiche morali che preparano l’anima a beneficiare della presenza dello Spirito. Non basta che lo Spirito dimori con noi; occorre che nel cuore e nella vita ci siano condizioni idonee all’azione dello Spirito.

Capitolo 14:16

e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre,”

All’inizio del Vangelo, Giovanni Battista annuncia che il Signore avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Più tardi, in occasione della visita del Signore a Gerusalemme, ci viene detto chiaramente che, sotto la figura dell’acqua viva, Gesù stava parlando dello Spirito che avrebbero ricevuto coloro che credevano in Lui; e inoltre, che questo grande dono non era ancora stato conferito perché Cristo non era ancora stato glorificato. Ora è giunta l’ora in cui il Signore dev’essere glorificato, e diventa il momento in cui Egli sceglie di rivelare ai Suoi discepoli la grande verità della venuta sulla terra di questa Persona divina.

Il Signore parla dello Spirito Santo come Consolatore, in un modo perfettamente adatto all’occasione. Tra le grandi e varie attività dello Spirito, era la consolazione di cui i discepoli avevano particolarmente bisogno in quel momento. Il nome “Consolatore”, tuttavia, ha un significato più profondo che può facilmente sfuggirci, perché nel senso moderno del termine si riferisce principalmente a qualcuno che solidarizza con noi nelle nostre sofferenze. Nel suo senso originale, è qualcuno che “sta accanto a una persona per rafforzarla, aiutarla e incoraggiarla”. Quindi, nel Consolatore, i discepoli avrebbero avuto Qualcuno che sarebbe stato al loro fianco per rafforzarli nelle loro debolezze e confortarli nelle loro difficoltà.

Inoltre, il Signore parla dello Spirito Santo come di un “altro Consolatore”, paragonandolo così a sé stesso; infatti, il Signore era stato con loro per sostenerli, incoraggiarli e confortarli. Infine, il Signore traccia anche un contrasto. Il Signore era stato con loro solo per pochi anni, mentre il Consolatore sarebbe stato con loro per sempre. Molti passi dell’Antico Testamento parlano dello Spirito Santo che scendeva su alcuni uomini e prendeva il controllo del loro essere per un certo periodo di tempo, per uno scopo speciale. Ma che una persona divina venisse a stare con loro per sempre era una cosa del tutto nuova.

Capitolo 14:17

lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi.

C’è un altro contrasto tra Cristo e questa divina persona che doveva venire: mentre Cristo è la verità, lo Spirito Santo è chiamato “Spirito della verità”. In Cristo vediamo la verità presentata in modo oggettivo. Lo Spirito di verità, che è in noi, opera per farci capire tutto ciò che è presentato da Cristo.

A differenza del Signore, lo Spirito è una Persona che il mondo non può ricevere né conoscere, “perché non lo vede”. Cristo era venuto nella carne; poteva essere visto dagli uomini ed era quindi presentato in modo tale da poter essere ricevuto da loro. Lo Spirito Santo non sarebbe venuto in carne e ossa e non viene presentato come capace di essere visto fisicamente o conosciuto intellettualmente. Per il mondo, non è una persona divina, o al massimo è un’influenza immaginaria e vaga. Per i discepoli, non sarebbe stata una semplice influenza, ma una Persona che li avrebbe accompagnati e sarebbe stato in loro.

Capitolo 14:18–20

Non vi lascerò orfani; tornerò da voi. Ancora un po’, e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi.”

Dopo aver parlato dello Spirito Santo, il Signore inizia a sviluppare, in questi versetti, gli effetti normali della Sua presenza nel credente. La partenza del Signore per andare con il Padre e la venuta dello Spirito non significava che essi avrebbero perso una persona divina e ne avrebbero ricevuta un’altra. È stato giustamente detto: “Non è la promessa di una sostituzione che esclude la presenza di Cristo, ma di un mezzo che la garantisce. Così il Signore può dire ai Suoi discepoli: “Non vi lascerò orfani; verrò da voi”. È stato anche detto: “Quando Cristo era qui sulla terra, c’era anche il Padre (“Non sono solo, perché il Padre è con me”) e quando c’è il Consolatore, c’è anche Cristo.

Se il v. 18 ci dice che la venuta dello Spirito ci farà sperimentare la presenza di Cristo al nostro fianco, i due versetti successivi sviluppano gli effetti nel credente di questa presenza di Cristo. Il Signore li esprime in queste tre affermazioni: “mi vedrete”; “vivrete”; “conoscerete”. Lo Spirito Santo non viene per parlare di sé o per occuparci di lui, né per essere adorato; viene per condurre l’anima a Cristo. Tra non molto il mondo non avrebbe più visto Cristo, ma quando sarà scomparso dalla Sua vista, rimarrà per il credente l’oggetto della fede nella potenza dello Spirito. Per il mondo, Cristo non sarebbe stato altro che un personaggio storico che aveva vissuto una vita esemplare ed era morto da martire. Per i credenti, invece, sarebbe rimasto una persona vivente, di cui avrebbero potuto percepire e gustare la presenza grazie alla potenza dello Spirito. Inoltre, la vita di Cristo risorto sarebbe stata la “vita” dei credenti. Gli uomini del mondo vivono perché il mondo esiste con i suoi piaceri, la sua politica e la sua vita sociale. Se queste cose vengono a mancare, la vita dell’uomo del mondo cessa di avere interesse. Il cristiano invece vive perché Cristo vive, e come Egli vive per sempre, così la vita del credente è una vita eterna.

Grazie allo Spirito, il credente sa che Cristo è nel Padre, che i credenti sono in Cristo e che Cristo è nei credenti. Sappiamo che Cristo ha un posto supremo negli affetti del Padre, che abbiamo un posto nel cuore di Cristo e che Lui ha un posto nel nostro cuore. Il mondo non può “vedere”, “vivere” o “conoscere”. È cieco alle glorie di Cristo; è morto nei suoi peccati e non conosce Dio; ma nella potenza dello Spirito si è formato sulla terra un gruppo di persone che “vedono”, “vivono” e “conoscono”. Hanno Cristo nella gloria come oggetto dell’anima loro, una vita che trova la sua gioia e il suo piacere in Cristo e la consapevolezza del posto che hanno nel Suo cuore.

Capitolo 14:21–24

Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui». Giuda (non l’Iscariota) gli domandò: «Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?» Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato.

I vv. 18-20 ci hanno illustrato l’effetto normale della venuta dello Spirito. I versetti che seguono presentano le qualifiche spirituali che consentirebbero a ogni credente di entrare e godere dei privilegi che derivano dalla potenza dello Spirito. Sebbene la cristianità professante sia, ahimè, gravemente al di sotto di queste condizioni normali, è confortante sapere che ciò che non è più vero nell’insieme può ancora essere vero e goduto dal singolo individuo. È quindi importante notare che da questo punto in poi l’insegnamento del Signore diventa essenzialmente individuale. Finora il Signore ha usato il pronome “voi” (14:18-20); ora userà parole come “lui”, “quello” (14:21-24).

L’amore e l’obbedienza sono le grandi qualifiche necessarie per entrare in queste esperienze più profonde. Il Signore ha già detto: “Se mi amate, osserverete i Miei comandamenti”; ora dice: “Chi ha i Miei comandamenti e li osserva, quello mi ama”. Si può dire che il primo versetto presenta l’amore come molla dell’obbedienza, il secondo l’obbedienza come prova dell’amore. Ogni espressione della mente del Padre era un comandamento per Cristo e, allo stesso modo, ogni espressione della mente di Cristo è un comandamento per coloro che lo amano. Chi ama il Signore sarà amato da Lui e dal Padre e sperimenterà quest’amore in modo speciale. È ai credenti che il Cristo si manifesterà.

Giuda (non Iscariota) interviene allora con la sua domanda: “Signore, come mai ti manifesterai a noi e non al mondo?”. Con la mente piena di pensieri e speranze di matrice giudaica, Giuda rimase sconcertato da queste comunicazioni. Non rendendosi conto del cambiamento che stava per avvenire e rimanendo ancora aggrappato all’idea di un regno visibile, non riusciva a capire come quel regno si sarebbe potuto instaurare se il Signore non si fosse manifestato al mondo. I fratelli di Gesù in carne e ossa ebbero un pensiero simile quando dissero: “Manifestati al mondo” (Giovanni 7:4). Anche oggi, per la stessa ignoranza della vocazione della Chiesa e dei caratteri del giorno in cui viviamo, ci sono dei veri cristiani che dicono in molti modi diversi al Signore: “Manifestati al mondo”. Sarebbero lieti di fare di Cristo il leader di attività filantropiche e il centro di grandi movimenti per il miglioramento del mondo. Cercano di riportare Cristo nel mondo, non comprendendo che lo Spirito di Dio è venuto per attirare i credenti fuori dal mondo e condurli a un Cristo che è in cielo.

A prima vista, la dichiarazione del Signore non sembra rispondere alla domanda posta da Giuda. Non era ancora giunto il momento di esporre pienamente il carattere celeste del cristianesimo. Tuttavia, la risposta del Signore corregge il pensiero errato dei discepoli. Giuda pensava a una manifestazione visibile davanti al mondo, il Signore parla di una manifestazione all’individuo. Giuda pensava al mondo, il Signore parlava di “uno”. Il mondo aveva rifiutato il Signore e il Signore aveva finito con il mondo in quanto tale. D’ora in poi, si tratterà di individui attirati fuori dal mondo dalla forza di attrazione di Colui al quale l’amore li ha legati. Nella Sua risposta, il Signore sviluppa questa verità. Chi ama il Signore non solo osserverà i Suoi comandamenti, ma osserverà anche le Sue “parole”. Si tratta di qualcosa di più dei Suoi comandamenti. Queste esprimono il Suo pensiero sui dettagli del nostro cammino. La Sua “Parola”, come ci dice il versetto successivo, non è semplicemente la Sua, ma quella del Padre che lo ha mandato; essa dichiara tutto ciò che è venuto a rivelare del cuore del Padre e dei Suoi consigli per il cielo e il mondo a venire. I Suoi “comandamenti” gettano una luce indispensabile per il nostro cammino; le Sue “parole” illuminano il futuro glorioso rivelando i consigli del cuore del Padre. Perciò, l’attaccamento alle Sue parole prepara la strada al Padre, in modo che il Signore possa dire: “Verremo da lui e dimoreremo presso di lui”.

Capitolo 14:25–26

Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.

Le parole iniziali di questi versetti introducono un nuovo argomento nell’ambito delle ultime dichiarazioni del Signore. Dopo averci illustrato le esperienze che sarebbero state la parte normale dei credenti nello Spirito (14:18-20), poi ciò che ogni singolo credente avrebbe potuto realizzare (14:21-24), il Signore parla ora della venuta dello Spirito Santo in modo più particolare in relazione agli undici. Per la prima volta, il Consolatore viene espressamente chiamato “Spirito Santo”. Si parla di Lui come di una persona divina che sarà inviata dal Padre nel nome di Cristo. Il fatto che venga nel Suo nome ci dice che viene a rappresentare i Suoi interessi durante la Sua assenza. Non è lì per esaltare i credenti, per elevarli qui sulla terra o per promuovere i loro interessi terreni. Il Suo unico compito in un mondo che ha rifiutato Cristo, è di attirare fuori da esso un popolo per Lui, che lo onorasse e lo glorificasse.

In queste ultime comunicazioni vedremo che lo Spirito si occupa degli interessi di Cristo in “tre modi”:

  • in primo luogo, in questo Capitolo, risveglia i nostri affetti per Cristo;
  • in secondo luogo, nel Capitolo 15, apre la nostra bocca per testimoniare per Cristo;
  • in terzo luogo, nel Capitolo 16, ci sostiene di fronte all’opposizione del mondo, esponendoci i piani del Padre per il mondo a venire.

Qui la grande opera dello Spirito è quella di occuparci di Cristo risvegliando i nostri affetti per Lui in due modi.

In primo luogo, il Signore dice agli undici: Egli “vi insegnerà ogni cosa”. Il “tutto” del versetto 26 non è l’“ogni cosa” del versetto 25. Il Signore aveva parlato di alcune cose, ma ce n’erano altre relative alla gloria di Cristo che andavano oltre la comprensione degli undici in quel momento. Il Signore era limitato nelle Sue comunicazioni dalla limitata capacità spirituale dei discepoli. La venuta dello Spirito avrebbe portato una maggiore comprensione spirituale che avrebbe permesso di comunicare loro “tutte le cose” legate a Cristo.

In secondo luogo, il Signore può dire: lo Spirito “vi ricorderà tutte le cose che vi ho detto”. Non solo rivelerà cose nuove su Cristo nella Sua nuova posizione – cose che ci porteranno fino alla gloria eterna – ma ricorderà le comunicazioni piene di grazia fatte da Cristo durante il Suo tempo sulla terra. Tutto ciò che riguarda Cristo, passato, presente e futuro, è infinitamente prezioso. Nulla di Lui andrà perduto. Quanto era importante che le parole del Signore fossero ricordate da una persona divina a coloro che, con le loro parole e i loro scritti, avrebbero dovuto istruire gli altri. Per trasmetterci queste parole, essi non sono lasciati alla loro memoria imperfetta. La presentazione delle parole del Signore avrà l’assoluta perfezione di Colui che le ricorda, senza alcuna mescolanza con la debolezza umana.

 Capitolo 14:27–31

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti. Avete udito che vi ho detto: “Io me ne vado, e torno da voi”; se voi mi amaste, vi rallegrereste che io vada al Padre, perché il Padre è maggiore di me. Ora ve l’ho detto prima che avvenga, affinché, quando sarà avvenuto, crediate. Io non parlerò più con voi per molto, perché viene il principe di questo mondo. Egli non può nulla contro di me; ma così avviene affinché il mondo conosca che amo il Padre e opero come il Padre mi ha ordinato. Alzatevi, andiamo via di qui.

Con i versetti precedenti, il Signore ha concluso il servizio di grazia che porta i Suoi discepoli a contatto con sé stesso, col Padre e con lo Spirito. Questo ministero di incoraggiamento e consolazione, questa comunione con le persone divine, preparano i discepoli alla partenza di Colui che amano. Così il Signore può parlare più liberamente della Sua imminente partenza in questi ultimi versetti.

Ma se se ne va, lascia la Sua pace ai discepoli. Nelle circostanze esterne, Egli era un uomo di dolore, che sapeva bene cosa fosse la sofferenza. Da ogni parte doveva affrontare la contraddizione dei peccatori, ma camminando in comunione con il Padre e in sottomissione alla Sua volontà, godeva sempre della pace del cuore. Questa stessa pace sarà del credente, se manterrà una stretta comunione con le Persone divine e si lascerà controllare dallo Spirito fino a mettere da parte la propria volontà. In mezzo a un mondo turbolento, il cuore del credente sarebbe stato custodito dalla pace di Cristo. Avrebbe avuto una pace condivisa con Lui, perché nel dare la pace ai Suoi fedeli Egli non dona come fa il mondo, che dà per ottenere.

Inoltre, se il Signore se ne andava, sarebbe stato solo per un periodo, perché sarebbe tornato. Nel frattempo, l’amore del credente si rallegrerà del fatto che il Suo cammino di sofferenza sulla terra è terminato. Il Signore li aveva chiaramente avvertiti della Sua partenza, in modo che, quando sarebbe avvenuta, la loro fede non sarebbe stata scossa.

D’ora in poi non avrebbe più parlato molto con loro, perché stava arrivando il dominatore di questo mondo. Ciò significa che l’ultimo grande conflitto, che annullerà il potere di Satana, stava per iniziare. Il trionfo su Satana era assicurato, perché il diavolo non aveva nulla in Cristo. La Sua morte non sarebbe stata il risultato del potere di Satana, ma l’espressione del Suo amore per il Padre. La Sua perfetta obbedienza al mandato del Padre fino alla morte, è la prova eterna del Suo amore per Lui.

Dopo queste parole, il Signore termina questa parte della Sua conversazione dicendo: “Alzatevi, andiamo via di qui”. Per amore, Egli andrà sulla croce per fare la volontà del Padre, e lì i discepoli non potevano seguirlo, come già il Signore aveva detto: “Dove vado io, voi non potete venire”. Ma c’era ancora qualche passo che potevano fare con Lui anche se erano passi incerti. Così, insieme lasciano la sala di sopra ed escono nel mondo esterno.

 

18. Frutto per il Padre e testimonianza per Cristo – Capitolo 15

Il grande scopo del discorso del Capitolo 13 è quello di mettere i credenti nella giusta relazione con Cristo e tra loro, in modo che possano gustare la comunione con il Signore – o “avere parte” con Lui – nella nuova posizione che Egli ha assunto come “Figlio dell’uomo” nella casa del Padre. Nel discorso che segue (Capitolo 14), vediamo i credenti che godono di questa comunione con le Persone divine: con Cristo nella casa del Padre, col Padre rivelato nel Figlio e con lo Spirito Santo inviato dal Padre.

Questi due discorsi sono separati da quelli successivi dalla dichiarazione del Signore: “Alzatevi, andiamo via di qui” (14:31). Con queste parole, il Signore si sposta con i Suoi discepoli dalla sala di sopra al mondo esterno. Il carattere dei discorsi che seguono è in sintonia con il luogo in cui vengono pronunciati; infatti, ora i discepoli sono visti portando frutto per il Padre e testimoniando Cristo nel mondo da cui Lui è stato rifiutato. È stato giustamente detto: “Nel primo gruppo di discorsi la nota dominante è la consolazione in vista della Sua partenza; nel secondo troviamo istruzioni per lo stato che deve seguire. Tuttavia, in entrambi i casi, Colui che parla, è lo stesso che istruisce e consola”.

Il piano di questa nuova conversazione è evidente:

  • In primo luogo, i v. 1 a 8 riguardano il portare frutto per il Padre.
  • In secondo luogo, i v. 9 a 17 presentano la comunità cristiana dove regna dell’amore l’unico luogo in cui si può trovare il frutto per il Padre.
  • In terzo luogo, i v. 18 a 25 ci portano oltre il mondo senza Cristo che circonda la comunità cristiana.
  • In quarto luogo, i v. 26 e 27 ci presentano il Consolatore – lo Spirito Santo – che rende testimonianza al Signore nella gloria e conferisce ai discepoli il potere di testimoniare Cristo sulla terra.

18 – Portare frutto Capitolo 15:1 – 8

“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli”.

Il Signore introduce il tema del frutto con questa affermazione: “Io sono la vera vite e il Padre Mio è il vignaiuolo”. Tali parole devono essere sembrate strane ai discepoli, abituati dai Salmi e dai Profeti a considerare Israele come una vigna. Il salmo 80 aveva parlato di Israele come di una vite uscita dall’Egitto. Nel canto dell’amato nella sua vigna, Isaia usa l’immagine della vigna per presentare l’amore e la cura che il Signore aveva profuso a Israele. Geremia parla di Israele come di una “nobile vigna”. Purtroppo, Israele non aveva portato frutto per Dio. Isaia lamenta che aveva prodotto solo “uva selvatica” e Geremia lamenta che la “nobile vigna” si era trasformata in “tralci degenerati di una vigna a me non familiare“. Allo stesso modo, Osea parla di Israele come di una “vigna rigogliosa” che porta solo frutti in abbondanza, ma nulla per Dio (Is 5:1-7; Gr 2:21; Os 10:1).

Attraverso anni di pazienza e di sopportazione, Dio aveva messo alla prova Israele in vari modi; aveva cercato frutti, ma aveva trovato solo uva selvatica. La prova ultima e suprema è stata la presenza del Figlio prediletto. Il rifiuto deliberato del Figlio è stata la prova finale che Israele era davvero “vite senza tralci” o “tralcio degenerato”.

Era dunque giunto il momento di rivelare ai discepoli che Israele era stato messo da parte: il loro frutto non sarebbe stato più legato a Israele – il tralcio degenerato – ma a Cristo, la vera vite. Cristo e i Suoi discepoli prenderanno il posto di Gerusalemme e dei suoi figli.

Mentre il Signore ci fa conoscere ciò che sostituisce Israele sulla terra, non presenta qui il cristianesimo nelle sue relazioni celesti. Non vede i credenti uniti dallo Spirito Santo a Cristo in cielo come membra del Suo corpo – una relazione vitale che non può essere interrotta – ma li vede in relazione a Lui sulla terra, nella professione di Suoi discepoli. Questa professione può essere reale o superficiale, per cui il Signore parla di due tipi di tralci: quelli che hanno la vita e la dimostrano con i frutti che portano, e quelli che non l’hanno e vengono gettati via e bruciati.

Il grande tema di questo discorso è dunque il “frutto” come prova della realtà del titolo di discepolo; è quindi molto appropriato che, tra tutte le piante, venga qui usata come figura la vite. Altri alberi potrebbero essere citati indipendentemente dal loro frutto; non è così per la vite. Parlando dei tralci, Ezechiele chiede: “Se ne può prendere il legno per farne un qualunque lavoro? Si può forse ricavarne un piolo per appendervi un qualche oggetto?” (Ezecchiele 15:3). Se il tralcio non produce frutti, è inutile.

Qual è dunque il significato spirituale del frutto? Possiamo dire che il “frutto è la manifestazione di “Cristo nel credente”. Leggiamo in Galati 5:22 che “il frutto dello Spirito… è amore, gioia, pace, pazienza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo”. Non è questa una meravigliosa descrizione di Cristo che ha camminato così umilmente su questa terra? Quindi, se questi frutti si vedono nei credenti, si avrà come risultato la rappresentazione di Cristo nei Suoi. Cristo personalmente è uscito di scena, ma lo scopo di Dio è che le caratteristiche di Cristo rimangano visibili in coloro che sono Suoi. Cristo, in persona, è salito alla casa del Padre; Cristo, nei Suoi tratti morali, continua nei Suoi sulla terra.

Il frutto non è propriamente l’esercizio di un dono, né un servizio o un’opera. Certo, siamo esortati a “camminare in modo degno del Signore per piacergli, portando frutto in ogni opera buona” (Cl 1:10); ma se da un lato questo passo mostra quanto il portare frutto sia strettamente legato alle opere buone, dall’altro ne fa una chiara distinzione. Le buone opere devono essere compiute in modo così conforme a Cristo che, nel nostro agire, si trovi un frutto gradito a Dio. L’uomo naturale può fare molte opere buone, ma in queste opere non ci sarà alcun frutto per Dio. In 1° Corinzi 13, l’apostolo ci avverte che possiamo essere attivi nel servizio e nelle opere buone, e tuttavia mancare di “amore”, il carattere più eccellente del frutto.

Se il servizio e il lavoro fossero il frutto, sarebbero in gran parte limitati a coloro che hanno doni e capacità; ma se il frutto è la manifestazione di Cristo, allora portare frutto diventa una possibilità, oltre che un privilegio, per ogni credente, dal più anziano al più giovane.

Chi, tra coloro che amano e ammirano le perfezioni di Colui che è desiderabile in tutta la Sua persona, non vorrebbe in qualche misura manifestare le Sue grazie portando quindi del frutto? Se questo è il desiderio del cuore, tre risorse indicate dal Signore ci aiuteranno a realizzarlo: innanzitutto le cure piene di grazia del Padre, poi la purificazione pratica con la forza della Parola di Cristo e infine la responsabilità del credente di rimanere (o dimorare) in Lui.

Le cure del Padre sono rappresentate dai metodi utilizzati dal coltivatore. Innanzitutto, può accadere che alcuni tralci, pur avendo un legame vivo con la vite, non portino frutto, e il Padre li elimina. Questi tralci sono ben diversi dai tralci secchi del v. 6, che vengono gettati e bruciati. Qui è il Padre che li toglie, là sono gli uomini che li gettano via. È il caso di alcuni santi di Corinto, il cui cammino era tale che il Padre non voleva lasciarli qui sulla terra a portare disonore al nome di Cristo, come leggiamo: “molti dormono” (1 Co 11:30). Poi c’è l’azione benevola del Padre nei confronti di coloro che portano frutto, affinché ne portino di più. Così li purifica con la correzione e la disciplina il cui scopo è quello di rimuovere tutto ciò che ostacola la manifestazione dei caratteri di Cristo. Certo, questo può essere doloroso, perché “qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza, in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.” (Eb 12:11). Se siamo coscienti davanti al Padre per quanto riguarda le Sue cure per noi, non saremo amareggiati né riempiti di rancore dalle avversità, ma piuttosto leniti e addolciti; di conseguenza, i caratteri di Cristo si vedranno in noi e inizieremo a portare frutto.

Capitolo 15:3

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata.”

In secondo luogo, ci sono le cure amorevoli del Signore per noi, affinché portiamo frutto. Egli può dire: “siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata “. Si tratta della separazione pratica, prodotta dalla Sua Parola, da tutto ciò che è contrario a Cristo. In quel momento, i discepoli erano netti: i loro piedi erano già stati lavati dalle mani del Signore e l’acqua aveva effettivamente svolto la sua opera di pulizia. Se vogliamo sapere qualcosa sulla purificazione pratica della Parola, sediamoci ai Suoi piedi, come fece Maria, e ascoltiamo la Sua Parola. Sappiamo tutti cosa significa andare a Lui con le nostre confessioni, le nostre difficoltà, ed è bello sapere che Egli presta orecchio alle nostre parole esitanti. In realtà, raramente siamo soli con Lui, per “ascoltare la Sua Parola”. Eppure, cosa c’è di più utile per essere purificati e produrre frutto che sedersi ai Suoi piedi e ascoltare la Sua Parola? Maria, che ha scelto questa buona parte, ha portato a Cristo un frutto così prezioso che Egli può dire: “Dovunque sarà predicato questo vangelo, anche ciò che ella ha fatto sarà raccontato in memoria di lei” (Mt 26:13).

Capitolo 15:4-5

“Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla”.

Il terzo modo in cui la vita del discepolo può essere resa feconda dipende da lui stesso. Si riassume nella frase ripetuta due volte: “Dimorate in me”. Dimorare in Cristo e camminare costantemente in dipendenza da Lui è il nostro privilegio, oltre che la nostra responsabilità.  Come ha detto qualcuno, dimorare in Cristo significa “essere concretamente e abitualmente vicini a Lui”. Se abbiamo imparato che il frutto consiste nella realizzazione dei caratteri di Cristo, espressi in “amore, gioia, temperanza”, ci renderemo conto che un tale obiettivo non può essere raggiunto con le nostre forze. La consapevolezza sia dell’eccellenza morale del frutto che della debolezza che ci caratterizza ci convincerà della verità delle parole del Signore: “Senza di me non potete far nulla”. Il Suo frutto può essere dolce al nostro palato, ma solo dimorando alla Sua ombra potremo partecipare al Suo frutto. Senza la luce e il calore del sole, la vite non potrebbe produrre uva; allo stesso modo, anche noi saremo sterili se non rimaniamo nella luce e nell’amore della presenza di Cristo. Se rimaniamo in Lui, Cristo sarà in noi, e se Lui è in noi, manifesteremo i Suoi gloriosi caratteri.

È chiaro, quindi, che non possiamo portare frutto se non facciamo del frutto l’oggetto della nostra ricerca o dei nostri pensieri. Avere Cristo come obiettivo, pensare a Lui, è il segreto della fecondità, perché Lui viene prima del frutto.

Capitolo 15:6

Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano”.

Nel v. 6, abbiamo il caso solenne del ramo morto, il semplice professante che prende il nome di Cristo ma non ha alcun legame vitale con Lui. Un uomo del genere non può portare frutto. Nell’immagine utilizzata, il ramo morto non è oggetto delle cure personali dell’agricoltore; altri se ne prendono cura.  Così il professante sterile e quindi senza vita non è nelle mani del Padre ma, essendo sotto il governo di Dio, ha a che fare con gli esecutori del Suo giudizio. E qui il tralcio non viene “tolto”, ma “gettato via”, “si secca”, ed è “gettato nel fuoco” e “bruciato”. Giuda non è forse un esempio solenne e terribile di un ramo secco? Nel caso di coloro a cui il Signore si rivolgeva, il legame con Lui era vitale, avendo appena detto “Siete netti”. Il Signore non dice: “Se non rimanete”, ma “Se uno non dimora in me”. Le parole sono cambiate per escludere il pensiero che un vero discepolo possa essere “gettato” via.

Capitolo 15:7-8

“Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli”.

Dopo averci illustrato la cura piena di grazia con la quale la vita del credente viene resa fruttuosa, il Signore espone i risultati che si ottengono quando portiamo frutto. Un primo risultato è, da parte dei discepoli, un cammino attivo e fedele in dipendenza da Cristo, con pensieri e affetti costantemente formati dalle Sue parole, avrebbe l’effetto di portare l’anima a chiedere e pregare secondo la volontà del Signore e, di conseguenza, a ottenere una risposta alle preghiere.

Un secondo grande risultato ha a che fare con il Padre. Portare frutto glorifica il Padre. Cristo è sempre stato l’espressione perfetta del Padre; pertanto, nella misura in cui manifestiamo i tratti morali di Cristo, anche noi presenteremo la verità sul Padre e quindi lo glorificheremo.

Infine, portando frutto, diventeremo testimoni di Cristo stesso. Se mostriamo i Suoi caratteri, sarà evidente a tutti che siamo Suoi discepoli.

18.1 – La compagnia dei credenti.  Capitolo 15:9-17

In questi ultimi discorsi, il Signore sviluppa gradualmente la verità che prepara i discepoli alla messa da parte del sistema giudaico a cui erano legati, e all’introduzione di qualcosa di nuovo, la comunità cristiana, celeste nella sua origine e nel suo destino, anche se lasciata per un certo tempo nel mondo per rappresentare Cristo – l’Uomo nella gloria”.

Mentre ascoltiamo le parole del Signore, teniamo a mente i due eventi epocali che sono alla base di tutto l’insegnamento delle Sue parole di commiato. In primo luogo, la grande verità che il Signore stava per lasciare il mondo per occupare una nuova posizione come uomo nel cielo; in secondo luogo, il fatto che una Persona divina – lo Spirito Santo – stava per scendere sulla terra. Come risultato di questi due grandi eventi, ci sarebbe stata in questo mondo una comunità di credenti uniti, per mezzo dello Spirito Santo, a Cristo nella gloria e uniti tra loro. È a questa nuova realtà, rappresentata dai discepoli che il Signore rivolge le Sue ultime parole.

Dopo aver rivelato ai Suoi discepoli il desiderio di vederli fruttificare -ovvero manifestare i tratti squisiti del Suo carattere – in un mondo da cui sarebbe stato assente, il Signore pone ora davanti a loro la nuova comunità cristiana, la sola dove può esserci frutto. Certamente, la piena manifestazione del frutto richiede l’esistenza di un gruppo, perché molti dei caratteri di Cristo difficilmente potrebbero essere espressi da un discepolo isolatamente. La pazienza, la dolcezza, la bontà e altri tratti di Cristo possono essere manifestati praticamente quando siamo insieme ad altri. Nel primo versetto di Giovanni 13 ci viene detto che durante l’assenza di Cristo ci sono sulla terra coloro che Egli chiama “Suoi” e che li ama fino alla fine. All’esterno, i “Suoi” possono, ahimè, essere divisi e dispersi, ma rimangono sotto il Suo sguardo. Il Signore conosce coloro “che sono Suoi”. Che felicità per questi credenti che trovano la loro gioia nella comunione fraterna con i “Suoi”! Se Cristo fosse personalmente presente sulla terra, tutti desidereremmo essere in Sua compagnia, ma poiché non c’è più, ameremo sicuramente stare con coloro che mostrano qualcosa dei Suoi caratteri. Se, in mezzo a tutta la confusione del cristianesimo, riusciamo ancora a trovare alcune anime che, senza pretese, riproducono qualcosa dei caratteri morali di Cristo, queste saranno senza dubbio molto care al cuore di coloro che lo amano; mentre i grandi sistemi religiosi umani, in cui c’è così tanto dell’uomo e così poco di Cristo, cesseranno di essere così attraenti.

Quanto è importante, allora, prestare seria attenzione a questo passo che ci rivela le grandi caratteristiche morali della nuova comunità cristiana costituita dalla Chiesa di Cristo durante la Sua assenza. Parlando di questa comunità cristiana, facciamo attenzione a non restringerla a un numero limitato di santi, da un lato, né ad allargarla a coloro che non sono di Cristo, dall’altro.

Capitolo 15:9-10

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore”.

Il primo e più importante carattere della comunità cristiana è l’amore di Cristo. L’assemblea è amata da Cristo. I suoi membri possono anche essere quasi sconosciuti al mondo o, se conosciuti, disprezzati e odiati, ma sono amati da Cristo e la grandezza del Suo amore è tale che può essere paragonato solo all’amore del Padre per il Figlio. Il Padre aveva col suo sguardo seguito Cristo come uomo sulla terra e lo aveva amato con tutta la perfezione dell’amore divino; ora Cristo, dall’alto della gloria, guarda i Suoi in questo mondo e, dai cieli aperti, l’amore di Cristo si riversa su di loro.

A costoro il Signore dice: “Rimanete nel Mio amore”. Il godimento delle loro benedizioni, così come la forza della loro testimonianza, dipenderanno dalla loro consapevole permanenza nell’amore di Cristo. Le solenni parole del Signore, “Hai abbandonato il tuo primo amore“, pronunciate successivamente all’angelo dell’assemblea di Efeso, indicano il primo passo sulla strada della sua rovina e della sua dispersione sulla terra. Il passo successivo del declino fu la cessazione della testimonianza collettiva di Cristo – la lampada fu tolta (Cfr. Apocalisse 2:4 – 5). Quando i cristiani camminavano nel godimento dell’amore divino, nulla poteva ostacolare la loro testimonianza collettiva. Quando, perdendo il senso dell’amore di Cristo per loro, hanno perso il loro primo amore per Lui hanno presto cessato di presentare una testimonianza unita davanti al mondo. Quante volte la storia della Chiesa nel suo insieme si è ripetuta nelle chiese locali! Ma se c’è qualcuno che vuole rispondere alle parole del Signore e rimanere nel Suo amore, presti attenzione agli insegnamenti del Signore, perché questi gli mostreranno la via. Possiamo rimanere nel Suo amore solo camminando sul sentiero dell’obbedienza. “Se osserverete i Miei comandamenti, dimorerete nel Mio amore“. Il bambino che persegue la propria volontà, disobbedendo ai genitori, apprezza poco il loro amore e non ne gode molto. Lo stesso vale per noi cristiani; solo se camminiamo in obbedienza al Signore vivremo nel godimento del Suo amore.

È stato giustamente detto che si rimane nell’amore di Cristo esattamente “come si rimane al sole se stiamo dove brillano i suoi raggi”. L’amore di Cristo si trova e brilla in un sentiero di obbedienza ai Suoi comandamenti. L’osservanza di questi non crea l’amore, così come il camminare in un luogo soleggiato non crea il sole; pertanto, l’esortazione non è quella di cercare, meritare o provocare l’amore, ma di dimorare in esso. Il Signore stesso è stato l’esempio perfetto di chi ha camminato sul sentiero dell’obbedienza; infatti, ha potuto dire: “Ho osservato i comandamenti del Padre Mio e rimango nel Suo amore”.

Capitolo 15:11

Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa”.

La seconda grande caratteristica della Chiesa cristiana è la “gioia”, ma la gioia di Cristo. Il Signore può dire: “Vi ho detto queste cose affinché la Mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa”. Non si tratta di una semplice gioia naturale, tanto meno della gioia del mondo. È la Sua gioia, una gioia che scaturisce “dalla consapevolezza e dal godimento ininterrotto dell’amore del Padre”.

Ci sono, certo, gioie terrene che sono approvate da Dio e che, al loro posto e al loro tempo, possono essere legittimamente godute, ma tali gioie passano: la felicità appare e svanisce e la gioia terrena spesso si esaurisce. Possiamo certamente bere a un “torrente lungo il cammino”, ma il ruscello può inaridirsi (Salmi 110:7; Cfr. 1 Re 17:7). Nel credente, invece, c’è una fonte di gioia che sgorga a vita eterna e non si esaurirà mai. È così che il Signore può parlare della Sua gioia come di quella che può “essere” in noi. È una gioia che supera le gioie effimere del tempo, una gioia che rimane. La gioia che ha la sua fonte nell’amore del Padre durerà quanto l’amore da cui scaturisce.

Inoltre, la gioia di cui parla il Signore non solo è una gioia che rimane, ma può dire ai Suoi discepoli che sarà “in voi”. Essendo in noi, non dipende, dalle circostanze esterne. Il salmista poteva dire: “Hai messo in cuore più gioia che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano” (Salmi 4:7). Le gioie terrene dipendono dalle circostanze esterne; la gioia del Signore è nel cuore. Per quanto riguarda le circostanze esteriori, il Signore era un uomo rifiutato e solo, “familiare con la sofferenza” (Isaia 53:3). Tuttavia, nel Suo cammino di perfetta obbedienza alla volontà del Padre, rimase nella continua realizzazione del Suo amore, e in quell’amore trovò la fonte costante di tutta la Sua gioia. Anche noi, nella misura in cui camminiamo in obbedienza al Signore, rimarremo nella consapevolezza del Suo amore. E, nel fulgore di questo amore, troveremo non solo la gioia, ma una pienezza di gioia che non lascia spazio ai rimpianti legati al fallimento di tutte le cose terrene.

Capitolo 15:12-13

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici”.

La terza caratteristica della nuova comunità è l’amore. Non solo è amata dal Signore, ma è una comunità che ama, perché questo è il suo comandamento: “Che vi amiate gli uni gli altri, come Io vi ho amato”. Questo amore non deve essere un amore egoistico, ma dev’essere tendere a imitare l’infinito amore del Signore per noi, un amore in cui non c’è nulla di terreno; il Signore può dire: “Nessuno ha un amore più grande di quello di dare la Sua vita per i Suoi amici”.

La morte è vista qui, non nel suo carattere espiatorio, ma come espressione suprema dell’amore. L’amore terreno è spesso suscitato da chi è degno di essere amato. L’amore divino si eleva al di sopra di tutte le nostre debolezze e mancanze, e ama nonostante le molte cose in noi che non sono amabili. Questo è l’amore del Signore e questo è l’amore che dovremmo avere gli uni per gli altri. Un amore che non è indifferente alle mancanze e ai difetti, ma che, elevandosi al di sopra di tutto ciò che non è amabile, arriva sino a compiere il sacrificio supremo: dare la vita per un amico. Come ha detto qualcuno: “Non si può dare una prova d’amore più grande, non si può offrire un modello più alto”.

Capitolo 15:14-15

“Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio”.

La quarta caratteristica della Chiesa è che riceve le confidenze del Signore ed è chiamata a conoscere i più reconditi consigli del cuore del Padre. Egli può dire: “Vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udito dal Padre Mio”. Questo non vuol dire che i discepoli non fossero servi di Gesù Cristo (Cfr. 2 Pietro 1:1; Giuda 1; Romani 1:1). Ma erano più che servi, erano amici, e se il privilegio di essere servi è grande, il privilegio di essere amici è ancora più grande. Il servo, in quanto tale, “non sa cosa fa il suo padrone”. Conosce solo il compito che gli è stato assegnato e riceve le istruzioni necessarie per portarlo a termine. Il servo trattato da amico ha una maggiore conoscenza: il suo Maestro gli comunica lo scopo per cui il lavoro è stato intrapreso, che altrimenti sarebbe nascosto. Non solo, poiché un amico è colui al quale parliamo delle nostre cose personali e sappiamo che se ne interesserà profondamente anche se non lo riguardano direttamente. È così che Dio ha agito nei confronti di Abramo, l’uomo che è chiamato amico di Dio: “Dovrei forse nascondere ad Abramo quanto sto per fare?” Ma ancora una volta vediamo che l’obbedienza ai comandamenti del Signore ci assicura il ruolo di amici, così come per prima cosa ci ha dato il privilegio di essere amati. Conosceremo poco il consiglio del cuore del Padre se non camminiamo in obbedienza ai comandamenti del Signore. Quando camminiamo sulla via dell’obbedienza, il Signore ci tratta da amici per le confidenze in cui ci conduce, comunicandoci tutto ciò che ha udito dal Padre.

Capitolo 15:16

Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia”.

In quinto luogo, la Chiesa è una comunità di credenti che sono stati scelti. Il Signore ha detto: “Non siete voi che avete scelto me, ma sono Io che ho scelto voi”. La scelta è venuta da Lui, non da noi. È una grazia che sia così. Se, in un momento di entusiasmo sentimentale, avessimo scelto il Signore come Maestro, Colui dal quale andare e per il quale produrre frutti, da tempo, sotto la pressione delle circostanze, avremmo rinunciato. Quelli che, di tanto in tanto, si sono trovati sul cammino del Signore, hanno ricevuto poco incoraggiamento e non sono andati molto lontano con Colui che non aveva un posto dove posare il capo e che era sempre al centro del disprezzo degli uomini. Ma a coloro che ha chiamati, Egli ha potuto dire: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove” (Luca 22:28; Cfr. 6:13; 9:1). Non si tratta certo di una scelta in vista della vita eterna, ma dell’amore che ci ha scelti e designati per portare frutto sulla terra e perché questo frutto rimanga. Questo si è realizzato in modo benedetto negli apostoli, perché i caratteri di Cristo manifestati nella loro vita li hanno resi modelli del gregge per tutti i tempi.

Infine, la Chiesa è una comunità che prega e dipende dal Padre, avendo accesso a Lui nel nome del Signore Gesù. Godendo del Suo amore e ammessi alle Sue confidenze come Suoi amici, questi credenti saranno istruiti nei Suoi pensieri in modo che, qualunque cosa chiedano al Padre nel nome di Cristo, Egli sarà in grado di concederla. 

Questa è la Chiesa secondo il pensiero del Signore: un insieme di credenti fra i quali tutto ciò che è di Cristo può essere conosciuto e gustato. Con quanta dolcezza, infatti, risuonano nelle nostre orecchie le piccole parole “mio”, “mio”, “mio”, dalle labbra del Signore. Così legato ai suoi, Egli può dire: “il Mio amore”, “la Mia gioia”, “i Miei comandamenti”, “i Miei amici”, “il Mio Padre” e “il Mio nome”. Anche qui, come ha detto qualcuno, troviamo tutta la storia e il completo sviluppo dell’amore:

  • l’amore del Padre per il Figlio,
  • l’amore di Gesù per i suoi,
  • l’amore dei Suoi gli uni per gli altri;

Ogni tappa è al tempo stesso la fonte e la misura di quella successiva.

Il quadro della Chiesa, così come delineato dal Signore, è certamente magnifico, ma, ahimè, è difficile trovare tra il Suo popolo una completa realizzazione pratica dei Suoi desideri,

Tuttavia, nonostante tutte le divisioni fra i credenti, cerchiamo di rispondere almeno individualmente al pensiero del Signore.

Capitolo 15:17

Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.

Quello che il Signore ci ha detto, è stato dettato dall’amore di Cristo per i Suoi; il Suo scopo è quello di unire i discepoli nell’amore reciproco. Possiamo quindi apprezzare l’appropriatezza delle parole del Signore: “Questo vi comando, che vi amiate gli uni gli altri”.

 

18.3 – Il mondo – Capitolo 15:18-25

Capitolo 15:18 – 19

“Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; poiché non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, perciò il mondo vi odia”.

Il Signore ci ha presentato in modo benedetto la Chiesa, non tanto nella sua formazione o amministrazione (non era ancora giunto il momento), ma nelle sue caratteristiche morali e nei suoi privilegi spirituali. La vediamo come una comunità governata dall’amore di Cristo e, rimanendo nel Suo amore, unita nell’amore reciproco. Nelle parole che seguono, il Signore esce, col pensiero, da questo ambiente d’amore cristiano per parlare del mondo; un ambiente caratterizzato dall’odio, avvertendo così i Suoi discepoli del vero carattere di ciò che li circonda e preparandoli alle persecuzioni.

Se condividiamo con Cristo l’amore, la gioia e la Sua santa intimità, dobbiamo anche essere preparati a condividere con Lui l’odio e il disprezzo del mondo. I discepoli non sono affatto incoraggiati a trarre il meglio dall’una o dall’altra parte, in altri termini o Cristo o il mondo; non può essere Cristo e il mondo. Una comunità cristiana che manifesta in qualche modo le grazie di Cristo sarà riconosciuta come legata a Lui, e l’odio che il mondo aveva mostrato verso Cristo sarà manifestato verso i Suoi. L’odio e la persecuzione di cui Egli era stato l’oggetto sarà la loro parte.

Il mondo è un vasto sistema che comprende le razze, le classi e le false religioni che hanno in comune l’odio verso Dio. Il mondo che circondava direttamente i discepoli era quello del giudaismo corrotto. Oggi, il mondo con cui la maggioranza dei credenti è in contatto è quello del cristianesimo corrotto. La sua forma esteriore può cambiare da un’epoca all’altra, ma fondamentalmente è ancora segnata dall’allontanamento da Dio e dall’odio verso Cristo.

Perché questi uomini semplici dovrebbero essere odiati dal mondo? Non erano forse prima di tutto una comunità di poveri che si amavano l’un l’altro, che vivevano in modo ordinato, sottomessi alle autorità, senza immischiarsi nella loro politica? Non annunciavano forse la buona novella e non facevano opere buone? Perché queste persone dovrebbero essere odiate?

Il Signore fornisce due ragioni per tale odio. In primo luogo, i discepoli erano persone che Cristo aveva scelto dal mondo; in secondo luogo, si trattava di un gruppo di persone che confessava il nome di Cristo (15:21). Il primo motivo suscitò l’odio del mondo religioso; il secondo, quello del mondo in generale. In tutti i tempi, nulla ha irritato tanto l’uomo religioso quanto la grazia sovrana che, ignorando tutti i suoi sforzi per migliorarsi, sceglie e benedice gli emarginati e i poveri. La sola menzione della grazia che, nei tempi antichi, ha benedetto una vedova e un lebbroso, entrambi provenienti dalle nazioni, suscitò l’ira e l’odio dei capi religiosi di Nazareth contro il Signore. Nella parabola del figlio prodigo la grazia con cui il padre ha accolto il figlio minore suscitò l’odio del figlio maggiore. (Cfr. Luca 15:28 e segg.)

Capitolo 15:20 – 21

Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo ve lo faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”.

Inoltre, i discepoli sono avvertiti che questo odio porterà alla persecuzione: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Questa espressione dell’odio è più direttamente legata alla confessione del nome di Cristo, perché il Signore può dire: “Ve lo faranno a causa del Mio nome”. La persecuzione, sia di Cristo che dei Suoi discepoli, dimostra che il mondo non conosce Colui di cui Cristo è l’inviato, cioè il Padre.

Capitolo 15:22-25

Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero colpa; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra di loro le opere che nessun altro ha mai fatte, non avrebbero colpa; ma ora le hanno viste, e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo è avvenuto affinché sia adempiuta la parola scritta nella loro legge: “Mi hanno odiato senza motivo”.

Ma non vi sono scuse per questa ignoranza. Le parole e le opere del Signore hanno lasciato il mondo senza scuse, sia per il suo odio sia per la sua ignoranza. Se Cristo non fosse venuto e non avesse pronunciato parole che nessun uomo aveva mai pronunciato, se non avesse compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro aveva fatto, non avrebbero potuto essere accusati del peccato di ostilità contro Lui e contro il Padre. Non avrebbero cessato di essere creature decadute, ma non si sarebbero dimostrate creature ostinate, che odiano Dio. Ma ora non c’erano scuse per il loro peccato. La colpa del mondo non poteva essere nascosta: era evidente. Cristo, con le Sue parole e le Sue opere, aveva rivelato pienamente tutto il cuore del Padre. Questo non fece altro che fomentare l’odio dell’uomo verso Dio. Il mondo in quanto tale è rimasto senza speranza, perché, come dichiara la loro stessa legge, hanno odiato Cristo senza motivo. Così l’odio del mondo non è più ignoranza: è peccato. È un odio senza causa. Ahimè, anche come cristiani possiamo talvolta dare al mondo dei motivi di odio, ma in Cristo non ce n’erano. Infatti, i motivi per odiare non erano in Colui che era odiato, ma nei cuori di coloro che lo odiavano.

Capitolo 15:26-27

Ma quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio”.

Se la Chiesa dove regna l’amore è circondata dall’odio di un mondo che perseguita i seguaci di Cristo, com’è possibile mantenere la Sua testimonianza quando Egli stesso è salito al Padre? L’ambiente cristiano è piccolo e i suoi membri sono deboli. Il Signore stesso lo paragona a un piccolo gregge in mezzo ai lupi. Con quale forza allora i discepoli potranno resistere a un mondo che odia Cristo ed essere testimoni di Lui? Potranno farlo, e lo faranno ancora, grazie alla potenza dello Spirito Santo, che il Signore invierà.

Il Signore conosceva bene la violenza del mondo e il suo odio implacabile: la sua inimicizia si era riversata su di Lui in tutta la sua furia. Era anche ben consapevole della debolezza di coloro che lo amavano e l’avevano seguito, perché Pietro lo avrebbe presto rinnegato e tutti lo avrebbero abbandonato. Sapeva perfettamente che, lasciati a sé stessi, non sarebbero mai stati in grado di mantenere una testimonianza per Lui quando li avesse lasciati per tornare alla gloria. Conoscendo la malvagità del mondo e la debolezza dei discepoli, disse: “il Consolatore che Io vi manderò, lo Spirito della verità”, e il Signore aggiunse: “Egli testimonierà di me”. Nonostante la debolezza dei discepoli e il potere del mondo, “Egli testimonierà di me”. Nonostante le carenze dei discepoli e le persecuzioni che subiranno per mano del mondo, “Egli testimonierà di me”. Egli testimonierà sulla terra la gloria del Figlio nel cielo. Il mondo lo metterà in croce tra i più vili, il cielo lo incoronerà con la massima gloria e lo Spirito Santo verrà a testimoniare quella gloria. Il Figlio era venuto dal Padre per rendere testimonianza al Padre; lo Spirito Santo verrà dal Padre per rendere testimonianza al Figlio.

In relazione alla venuta dello Spirito, il Signore aggiunge: “Anche voi mi renderete testimonianza”, e dà come ulteriore motivo: “perché siete stati con me fin dal principio”. Certo, non eravamo con Gesù in senso letterale, come i discepoli, che erano stati in Sua compagnia fin dall’inizio del Suo ministero; tuttavia, resta vero in senso morale che, se vogliamo testimoniare per Cristo davanti agli uomini, dobbiamo essere sempre con Lui. Dopo la venuta dello Spirito Santo, Pietro e Giovanni diedero una testimonianza così notevole di Cristo davanti al mondo religioso che i loro persecutori “riconoscevano che erano stati con Gesù” (At 4:13).

Il Signore ci presenta così due grandi fatti: il primo, che lo Spirito Santo rende testimonianza a Cristo nella gloria; il secondo, che i discepoli rendono testimonianza davanti agli uomini. Stefano, il primo martire, è un esempio sorprendente di questo tipo di testimonianza. Circondato da un mondo religioso che rifiutava Cristo, composto da uomini che fremevano di rabbia nel loro odio, digrignavano i denti contro di lui e lo lapidavano, egli rimane fermo nella forza dello Spirito Santo e, guardando verso il cielo, vede la gloria di Dio e di Gesù; poi rende testimonianza davanti al mondo: “Ecco”, dice, “vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio”. Lo Spirito Santo gli testimonia di Cristo nella gloria, e Stefano testimonia di Cristo davanti al mondo.

Stefano è stato il primo di una lunga serie di martiri, ma nonostante tutto ciò che il mondo ha fatto o farà, possiamo dire con certezza che c’è stato e ci sarà sempre un testimone di Cristo finché la Chiesa sarà sulla terra, per l’unica grande ragione che lo Spirito Santo è presente sulla terra e abita nel popolo di Dio in tutta la Sua infinita potenza.

 

19. Istruiti sul pensiero di Cristo – Capitolo 16

Mentre meditiamo sulle ultime parole di Gesù, riportate in Giovanni dal Capitolo 13 al Capitolo 16, ricordiamo sempre che lo scopo del Signore era quello di preparare il Suo popolo, durante il periodo della Sua assenza, a rendergli testimonianza qui sulla terra, dove era stato rifiutato.

Per realizzare questo grande scopo, abbiamo visto, nei discorsi precedenti, la necessità di

  • avere i piedi lavati (capitolo 13),
  • avere il cuore confortato e attaccato alle Persone divine (capitolo 14),
  • manifestare nella nostra vita il carattere di Cristo e aprire la bocca per testimoniare di Lui al mondo (capitolo 15).

Infine, in quest’ultimo discorso, siamo esortati a prestare un servizio intelligente e a non farci scoraggiare dal trattamento che possiamo ricevere da un mondo che, pur essendo religioso, rifiuta Cristo.

Il grande obiettivo di quest’ultimo discorso è quello di istruirci sui pensieri di Cristo. Nel servizio del Signore ci può essere molto zelo, ma con poca conoscenza e, di conseguenza, pochi risultati e molte delusioni. Quanto è importante, allora, avere “la mente” (1 Corinzi 2:16) del Signore!

Le istruzioni di questo discorso sono presentate nel seguente ordine:

  • Siamo avvertiti del trattamento che il mondo religioso riserverà a coloro che rendono testimonianza a Cristo (16:1-4).
  • Impariamo che per essere resi intelligenti dobbiamo penetrare nei pensieri di Cristo sapere che Egli deve andare al Padre e che deve venire il Consolatore (16:5-7).
  • Quando lo Spirito Santo verrà, i credenti saranno istruiti sul vero carattere di questa attuale epoca malvagia (16:8-11).
  • Attraverso lo Spirito Santo, i credenti vengono portati a conoscenza di quello che verrà grazie alla sua azione (16:12-15).
  • I credenti vengono istruiti sul vero carattere del nuovo giorno che sta per sorgere (16:16-33).

 

19.1 – Persecuzione da parte del mondo religioso – 16:1- 4

Nel discorso precedente, il Signore aveva esposto ai Suoi discepoli le caratteristiche della Chiesa il cui privilegio sarebbe stato quello di portare frutto per il Padre e di testimoniare Cristo in un mondo dal quale Egli è assente.

Capitolo 16:1

“Io vi ho detto queste cose, affinché non siate sviati”.

Coloro che, in qualche misura, portano i caratteri di Cristo e testimoniano di Lui in un mondo che lo odia, dovranno certamente incontrare qualcosa delle sofferenze e delle persecuzioni che ci vengono presentate nei versetti iniziali di questo Capitolo. Nel Suo tenero amore e anticipando le sofferenze dei Suoi, il Signore dà loro questo avvertimento, affinché, quando arriverà la persecuzione, non siano delusi e non si smarriscano. Senza questo avvertimento, i pregiudizi naturali, generati dai loro legami con la dispensazione che si stava concludendo (l’aspettativa di un Messia come liberatore) e dall’ignoranza della nuova era cristiana che stava per nascere (l’opposizione che i credenti avrebbero incontrato), potevano diventare un’occasione di caduta quando avrebbero incontrato la persecuzione. La storia successiva dei discepoli mostrerà quanto fosse necessario questo avvertimento.

Giovanni Battista, a suo tempo, rischiò di essere scandalizzato. La sua fede fu messa a dura prova da un trattamento così contrario ai suoi pensieri. In seguito alla sua fedele testimonianza, si trovò in prigione e, non conoscendo la mente del Signore, gli inviò questo messaggio: “Sei tu colui che viene?”, e ricevette la seguente risposta: “Beato colui che non si sarà scandalizzato di me” (Lu 7:23). Questo era il pericolo che correvano i discepoli. Pieni della falsa speranza di una liberazione immediata di Israele, non erano affatto preparati ad essere perseguitati dal loro stesso popolo. Le loro false speranze li esponevano al pericolo di essere scandalizzati.

Capitolo 16:2-3

Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio.  Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me.

L’avvertimento del Signore li preparava alla persecuzione religiosa. I discepoli di Cristo sarebbero stati esclusi dalle sinagoghe, il che avrebbe portato alla perdita di ogni relazione sia in ambito familiare che in quello sociale e politico (Gv 9:22). Questa particolare persecuzione sarebbe stata basata su motivi religiosi. “Chiunque vi ucciderà crederà di rendere un culto a Dio”. Quindi, maggiore è la fedeltà al Signore, più spietata sarà la persecuzione; tutto questo perché non conoscevano né il Padre né il Figlio. E così è stato per ogni forma di persecuzione religiosa. Queste cose avvenivano con l’idea che fossero per la gloria di Dio e nel nome di Cristo, ma Colui che guardava dal cielo poteva solo dire: “Non hanno conosciuto né il Padre né Me”.

Capitolo 16:4

“Ma io vi ho detto queste cose, affinché quando sia giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette. Non ve le dissi da principio perché ero con voi”.

Nei giorni a venire, la persecuzione porterà i discepoli a ricordare le parole del Signore e così saranno confortati, realizzando che, nella Sua onniscienza, Egli sapeva tutto in anticipo e che, nel Suo amore, li aveva avvertiti. Finora non era stato necessario parlare di tali avvenimenti perché il Signore era pronto a proteggerli e custodirli; questi appartengono al tempo della Sua assenza, non a quello della Sua presenza.

19.2 – La necessità che Cristo salga al cielo – Capitolo 16:5-7

Capitolo 16:5-7

“Ma ora vado a colui che mi ha mandato; e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?” Invece, perché vi ho detto queste cose, la tristezza vi ha riempito il cuore. Eppure, io vi dico la verità: è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò”.

Perché i discepoli fossero istruiti sui pensieri del Signore, era necessario che Egli se ne andasse e che venisse il Consolatore. Il Signore riconosceva l’affetto che avevano per Lui e, nella Sua tenerezza, simpatizzava con la tristezza che riempiva i loro cuori al pensiero che Lui dovesse lasciarli; tuttavia, sapendo l’immenso beneficio che avrebbero tratto dalla venuta dello Spirito, dice: “È utile per voi che Io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore”. Forse fatichiamo a renderci conto dell’immensa benedizione per noi e della gloria per Cristo che derivano dalla presenza dello Spirito, ma quando constatiamo il valore infinito che il Signore ha attribuito al dono dello Spirito, anche in noi aumenta la consapevolezza del suo valore.

Che benedizione dev’essere stata vedere le Sue opere di potenza e ascoltare le Sue parole d’amore, vedere le Sue perfezioni e sperimentare le Sue cure. Eppure, la Sua partenza era un grande guadagno, perché con la venuta dello Spirito i credenti possono essere portati a una conoscenza ancora più profonda di Cristo, a un più ricco apprezzamento delle Sue perfezioni e, soprattutto, alla scoperta di un Cristo esaltato nella gloria alla destra di Dio.

Conoscere, per mezzo dello Spirito, Cristo nella gloria è una benedizione infinitamente più grande che conoscerlo sulla terra come persona in carne e ossa. Implica l’unione con un Cristo risorto, impossibile quando era presente nel mondo e costituisce una benedizione molto più grande della Sua compagnia come uomo sulla terra. Tuttavia, la tristezza dei discepoli al pensiero di perdere il Signore nascondeva la benedizione che Dio aveva in serbo per loro attraverso quella tristezza.

Da questo possiamo trarre un principio di ampia applicazione: la preoccupazione per le circostanze presenti nasconde spesso le intenzioni di Dio per la benedizione futura, che Egli opera attraverso le situazioni dolorose. Sopraffatti da qualche situazione dolorosa attuale, non riusciamo a vedere la benedizione e l’arricchimento spirituale che Dio si è proposto di darci proprio attraverso quelle circostanze. La tristezza che riempiva i discepoli in quel momento nascondeva ai loro occhi il fatto che, con la Sua partenza, il Signore Gesù stava per sviluppare i meravigliosi piani di Dio per la propria gloria e la benedizione del Suo popolo.

 

19.3 – Il mondo d’oggi messo a nudo – 16:8-11

Capitolo 16:8-11

Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato”.

Da questo punto in poi, il Signore ritorna a quanto detto negli ultimi due versetti del Capitolo 15, in relazione alla venuta dello Spirito Santo. Nei versetti precedenti, il Signore aveva parlato della testimonianza che i discepoli avrebbero dato e della persecuzione che ne sarebbe seguita. Riprende ora questo grande tema con le parole: “Quando sarà venuto”, un’espressione che abbiamo già incontrato nel Capitolo 15:26, e che ritroveremo nel Capitolo 16:13. In ciascun caso, esso segna una nuova tappa dell’istruzione dei discepoli. Nel Capitolo 16:8, la venuta dello Spirito Santo rivela il vero carattere del mondo. Nel v. 13, lo Spirito Santo viene per guidare il credente nella verità e rivelare le “cose future”.

Prima di questo, viene evidenziato il vero carattere del mondo in cui noi viviamo, e così leggiamo: “Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio”.

A chi si rivolge lo Spirito? Non proprio direttamente al mondo, ma sicuramente a coloro in cui lo Spirito abita. Questo ci responsabilizza a testimoniare a nostra volta al mondo la sua vera condizione.

La presenza dello Spirito non mette alla prova il mondo. Esso è stato ampiamente messo alla prova dalla presenza di Cristo. Egli è vissuto sulla terra in modo che il mondo potesse vedere le Sue opere di grazia e ascoltare le Sue parole d’amore; e il Signore riassume il risultato di questa dimostrazione dicendo: “Hanno visto e odiato sia Me che il Padre Mio”!

Quando lo Spirito verrà (com’è avvenuto alla Pentecoste) il mondo non potrà riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce, ma verrà ad abitare nei credenti affinché, istruiti da Lui, non abbiano una falsa concezione del mondo, ma ne conoscano le vere caratteristiche come le vede Dio. Ciò è dimostrato per quanto riguarda il peccato, la giustizia e il giudizio. Questa conoscenza viene trasmessa all’anima non per mezzo di affermazioni astratte, ma facendo riferimento al Signore Gesù e ai grandi fatti della Sua storia.

Lo Spirito convince di peccato. La presenza dello Spirito è di per sé una prova della malvagità del mondo perché, se Cristo non fosse stato rifiutato e crocifisso, lo Spirito Santo non sarebbe venuto. Rappresentando il mondo religioso e il mondo politico, Giudei e Gentili erano uniti nel gridare: “Toglilo, crocifiggilo!” Gridando così contro il Signore – un Uomo in cui non si è trovato nulla da condannare – il mondo dimostra di essere governato da un principio malvagio che Dio chiama peccato.

La prova definitiva e assoluta che il mondo è sotto il peccato non si trova nel fatto che gli uomini hanno trasgredito alcune leggi di Dio o profanato il tempio e lapidato i profeti; ma si vede quando Dio si è manifestato qui sulla terra in grazia e in amore, con potenza e bontà, in favore dell’uomo colpevole, nella persona del Figlio che è stato rifiutato e non creduto. Questo è il fatto decisivo che dimostra la colpevolezza del mondo. Il mondo può apparire bello all’esterno, può progredire nella civiltà e nelle invenzioni, ma il fatto rimane: la presenza dello Spirito Santo dimostra che è immerso nel peccato perché non crede in Cristo.   

Lo Spirito convince di giustizia in quanto Cristo è stato accolto nella gloria. Se l’assenza di Cristo è la massima prova del peccato, la Sua presenza nella gloria è la massima espressione della giustizia. La colpevolezza degli uomini ha raggiunto il suo apice quando il mondo ha messo in croce Colui che era senza peccato. La giustizia si vede, nel fatto che Cristo è tornato al Padre e nel fatto che il mondo non lo vedrà più. È assolutamente giusto che Egli abbia il posto più alto nella gloria, così come è altrettanto corretto che il mondo, che lo ha visto e odiato senza motivo, non lo veda più. Questo dimostra che il mondo è sotto il peccato e senza giustizia.

Lo Spirito convince di giudizio, perché il dominatore di questo mondo è giudicato. Dietro il peccato dell’uomo si nasconde l’astuzia di Satana. L’uomo è uno strumento nelle sue mani. Dio ha voluto stabilire Cristo come potenza suprema nell’universo. Il diavolo ha voluto ostacolare il proposito di Dio e, dal giardino dell’Eden fino alla croce del Calvario, ha usato l’uomo come strumento per realizzare i Suoi piani. proprio Colui che Dio aveva destinato a un trono di gloria. Ma la presenza dello Spirito mostra che, nonostante tutto ciò che il mondo ha fatto, spinto da Satana, Cristo occupa il posto più alto della gloria. Dio ha trionfato sul peccato dell’uomo e sul potere del diavolo. La posizione di gloria in cui si trova Cristo dimostra che il diavolo è stato sconfitto nell’espressione più elevata della sua potenza. Questo annuncia il giudizio finale e assoluto del mondo. Se il diavolo è giudicato, l’intero sistema del mondo di cui è il capo sarà giudicato allo stesso modo. Questo giudizio non è ancora stato eseguito, ma moralmente il mondo e il suo capo sono già condannati.

Questo è dunque lo stato del mondo agli occhi di Dio, così come viene rilevato dallo Spirito Santo presente in noi. È un mondo sotto il peccato, senza giustizia e diretto verso il giudizio.

19.4 – Il mondo futuro rivelato – 16:12-15

Capitolo 16:12-15

Ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutte le cose che ha il Padre, sono mie; per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Lasciandosi alle spalle il mondo attuale, il Signore passa, a parlare di argomenti di cui avrebbe molto da dire, ma che al momento sfuggono alla comprensione dei discepoli. Quando lo Spirito di verità sarà giunto, dirà ai discepoli “le cose a venire”. “Egli vi guiderà in tutta la verità”. Per essere testimoni fedeli di Cristo in questo mondo, non basta conoscere il vero carattere di questa epoca, ma dobbiamo anche avere la luce riguardo al mondo a venire per guidare i nostri passi in questo oscuro mondo; sarà poi Cristo, al Suo ritorno, a manifestare concretamente queste cose gloriose. Attraverso lo Spirito, la fede cammina nella luce attuale delle glorie future. La Stella del mattino sorgerà nei nostri cuori prima che il Sole della giustizia risplenda sul mondo.

Il Signore non suggerisce che la venuta dello Spirito di verità avrebbe cambiato il corso del mondo attuale. Anzi, la Sua presenza condanna il mondo; il  insegnamento libera i credenti dalle cose di oggi dando loro la conoscenza delle cose a venire. Purtroppo, molti pensano di poter usare il cristianesimo per rendere questo mondo migliore, ma ben presto scoprono che questi sforzi non fanno altro che corrompere il cristianesimo coprendo il male di questo mondo con una patina religiosa. Il Signore non suggerisce nemmeno che la venuta dello Spirito avrebbe assicurato il benessere e la prosperità terrena della Chiesa durante il  passaggio in questo mondo.

Tra coloro che appartengono al Signore ci sono spesso grandi differenze di posizione sociale, ma quando si tratta delle vere ricchezze secondo i consigli del Padre, sono tutti sullo stesso piano. Qualunque sia la loro situazione in questa vita, è data l’opportunità di conoscere e gustare, in spirito, le glorie più grandi ed eterne del mondo a venire, nel quale fra poco entreranno.

Affinché i nostri cuori siano trasportati in questo nuovo stato di cose leggiamo che lo Spirito Santo ci guiderà in tutta la verità. Con la forza dello Spirito Santo abbiamo tutta la verità sui propositi di Dio, sulla gloria di Cristo nella Chiesa, sulla benedizione della Chiesa con Cristo, sulla benedizione degli uomini nel Regno per tutto il Millennio e sulle glorie del nuovo cielo e della nuova terra. In queste vaste verità, lo Spirito ci guiderà, ma non ci forzerà. Ad ognuno di noi è fatta la stessa domanda fatta a Rebecca: “Vuoi andare con quest’uomo?” Il servo era lì, pronto a condurla da Isacco, proprio come lo Spirito è venuto per condurci a Cristo. Il servo poteva dire: “Non mi trattenete… lasciatemi partire perché io me ne torni dal mio Signore”; quindi il desiderio dello Spirito Santo non è quello di migliorare questo mondo o di dare ai credenti posizioni di comando, ma di tornare a Colui che lo ha mandato, portando con Sé la Sposa a Cristo. Ahimè, spesso ostacoliamo l’azione dello Spirito Santo, deviando su una via di nostra scelta, e allora perdiamo la Sua guida. Un impegno mondano o l’associazione con un gruppo religioso che insegna gravi errori, impedisce allo Spirito di guidarci nella verità.

Il Signore non dice soltanto che lo Spirito guiderà, ma per tre volte dice: “vi annuncerà” (16:13, 14, 15). Non possiamo guidare noi stessi verso tutta la verità, non possiamo annunciare a noi stessi le cose che stanno per accadere o le cose che riguardano Cristo. Siamo completamente dipendenti dallo Spirito. Quanto è importante, quindi, rifiutare ad ogni costo tutto ciò che impedirebbe allo Spirito di condurci alla pienezza della benedizione!

Il Signore chiarisce molto bene il triplice carattere della benedizione in cui lo Spirito Santo ci condurrà. Innanzitutto:

  • il v. 13 parla delle “cose future”;
  • il v. 14, delle glorie di Cristo;
  • infine, il v. 15, di “tutto ciò che il Padre ha”.

Queste sono le cose in cui lo Spirito Santo vuole condurci, se non lo fermiamo. Egli dispiegherà davanti a noi tutta la felicità del mondo a venire; prenderà le glorie di Cristo e ce le annuncerà; ci mostrerà tutta la portata dei consigli del Padre che hanno Cristo come centro.

Rendiamoci conto con maggiore chiarezza che c’è un mondo di beatitudine completamente al di fuori di ciò che possiamo vedere e oltre i limiti della mente umana, “cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo” e che “Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1 Co 2: 9).

19.5 – Il nuovo giorno – 16:16-33

Ora, mentre il discorso si avvia alla conclusione, il Signore non parla più dello Spirito, ma di “quel giorno”, il nuovo giorno che stava per sorgere, con la nuova rivelazione ch’Egli avrebbe dato di sé stesso dopo la risurrezione (16:16-22), il nuovo carattere della relazione che avrebbero avuto con il Padre (16:23-24), e la nuova forma in cui il Signore avrebbe comunicato con loro (16:25-28).

Vale la pena ricordare che i due eventi che contraddistinguono “quel giorno” sono la partenza di Cristo per andare dal Padre e la venuta dello Spirito per abitare nei credenti. Nella parte del discorso appena conclusa, “quel giorno” è considerato in relazione alla venuta del Consolatore. Nella parte che segue, è visto in relazione al fatto che Cristo andrà in cielo e a tutto ciò che implica la Sua presenza presso il Padre.

Capitolo 16:16

«Tra poco non mi vedrete più; e tra un altro poco mi vedrete [perché vado al Padre]».

Ai discepoli sono state poste davanti affermazioni meravigliose sulle glorie future rivelate dallo Spirito, ma mentre scorrono gli ultimi momenti il Signore orienta la loro attenzione e i loro affetti verso di Sé soltanto. E lo fa dicendo: “Tra poco non mi vedrete più; e tra un altro poco mi vedrete “. Con queste parole, il Signore allude anche ai prossimi grandi eventi e prepara i loro cuori ai cambiamenti che sarebbero seguiti.

Capitolo 16:17-18

Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra di loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Tra poco non mi vedrete più”; e: “Tra un altro poco mi vedrete”; e: “Perché vado al Padre”?». Dicevano dunque: «Che cos’è questo “tra poco” che egli dice? Noi non sappiamo quello che egli voglia dire».

Le parole del Signore suscitano domande ansiose tra i discepoli, a dimostrazione che ogni Sua affermazione era per loro un mistero. Si noti però che, man mano che i discorsi si susseguono, i discepoli diventano sempre più silenziosi. Cinque di loro hanno parlato in vari momenti, ma da quando hanno lasciato la sala di sopra non si è sentita altra voce oltre quella del Signore. Mentre venivano sviluppate le grandi verità sulla venuta dello Spirito, essi avevano ascoltato in silenzio cose che andavano ben oltre la loro comprensione. Ora che il Signore parla di nuovo di Sé, i loro cuori sono ansiosi di conoscere il significato delle Sue parole, ma sono riluttanti a manifestare al Signore le loro difficoltà di comprensione.

Capitolo 16:19-22

“Gesù comprese che volevano interrogarlo, e disse loro: «Voi vi domandate l’un l’altro che cosa significano quelle mie parole: “Tra poco non mi vedrete più”, e: “Tra un altro poco mi vedrete”? In verità, in verità vi dico che voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia. La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana. Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia”.

Il Signore anticipa le loro domande sul significato delle Sue parole e non solo fa luce su ciò che ha detto, ma rivela anche come i loro cuori sarebbero stati toccati, sia dalla tristezza che dalla gioia, per i grandi eventi che stavano per accadere.

Nella Sua dichiarazione, il Signore menziona chiaramente due brevi intervalli di tempo e suggerisce che presto i discepoli non lo avrebbero più visto, e poi che lo avrebbero visto di nuovo. Alla luce degli eventi che seguono, potremmo dire che queste parole indicano che in quel momento rimanevano solo poche ore prima che il Signore lasciasse i Suoi discepoli per entrare nell’oscurità delle vicende della croce e del sepolcro. Dopo poco lo avrebbero rivisto sì, non come prima, ma risuscitato. Se non lo vedranno più come nei giorni della Sua umiliazione, lo vedranno per sempre nella Sua nuova e gloriosa condizione di risorto, oltre la morte e la tomba. Tuttavia, Colui che, tornato fra loro, dirà: “Guardate le mie mani e i miei piedi perché sono proprio io” sarà lo stesso Gesù che aveva vissuto in mezzo a loro, che aveva sopportato le loro debolezze, sostenuto la loro fede e conquistato i loro cuori.

Il Signore disse anche ai Suoi discepoli come questi prossimi eventi li avrebbero colpiti di tristezza e poi rallegrati. Il breve periodo in cui non lo avrebbero visto sarebbe stato un tempo di opprimente tristezza, un tempo di pianto e di lamento per Colui che era morto e la cui tomba rappresentava la fine di tutte le loro speranze terrene. Il mondo avrebbe certamente gioito, pensando di aver trionfato su Colui la cui presenza aveva messo a nudo la malvagità delle sue azioni. Ma una volta passato quel breve momento, la loro tristezza si sarebbe trasformata in gioia.

Per presentare al cuore dei discepoli l’imminenza di questi eventi il Signore usa l’illustrazione della donna che dà alla luce il suo bambino. L’improvvisa tristezza, l’angoscia trasformata in gioia dalla nascita del bambino rappresentano esattamente l’improvvisa tristezza che avrebbe colpito i discepoli quando il Signore fosse entrerà nella morte, e poi il rapido passaggio dall’angoscia alla gioia quando l’avrebbero visto di nuovo risorto come Primogenito dai morti.

Il Signore aveva già detto: “Mi vedrete”, ed ora aggiunge: “Vi vedrò di nuovo”. Il mondo non lo avrebbe visto, né Lui avrebbe rivisto il mondo. Sarebbe tornato solo dai Suoi. E così fu, come leggiamo più avanti: “Gesù venne e si presentò in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi! E detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono” (20:19 – 20).

Ma il loro rivedere il Signore non poteva limitarsi alle brevi visite durante i quaranta giorni successivi alla risurrezione. È stato giustamente detto che “Il Signore risorto e vivente si mostrò ai loro occhi, affinché potesse rimanere davanti agli occhi della loro fede, non come un ricordo, ma come una vivida presenza”. E ancora: “Era una visione che non poteva mai essere cancellata o oscurata, ma che, al contrario, diventava sempre più chiara man mano che diventava più spirituale”. Durante la Sua assenza, mentre noi siamo ancora sulla terra e Lui è nella gloria, resteranno sempre vere le parole del Signore: “Voi mi vedrete” e “Io vi vedrò”! Con gli occhi fissi su quella gloria, Stefano può dire: “Ecco, io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio”. E l’autore della Lettera agli Ebrei dichiara: noi “vediamo Colui… coronato di gloria e di onore”.

È questa visione speciale di Cristo che dà gioia al credente. Il Signore vivente è la gioia del Suo popolo, e poiché la Sua vita è eterna, questa gioia è permanente e sicura. Così il Signore può dire: “E nessuno vi toglierà vostra gioia”.

Capitolo 16:23-24

In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda. In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa.

Il Signore ha parlato della nuova rivelazione di Sé nel giorno in cui sarebbe risorto; ora presenta le nuovo relazioni che i discepoli avranno a partire da quel giorno. In quel tempo”, dice il Signore, “non mi chiederete nulla” – parole che non implicano che non dobbiamo mai rivolgerci al Signore, ma piuttosto che abbiamo accesso diretto al Padre. Marta non aveva la sensazione di parlare direttamente al Padre quando disse: “So che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la darà” (Gv 11:22). Ora non dobbiamo appellarci al Signore perché vada al Padre per noi, ma abbiamo il privilegio di parlare direttamente al Padre nel nome di Cristo. Fino ad allora, i discepoli non avevano chiesto nulla nel Suo Nome, In quel giorno avrebbero chiesto nel Suo Nome e il Padre avrebbe concesso quanto richiesto. Utilizzando le risorse inesauribili che si aprivano loro, avrebbero trovato una gioia completa.

Capitolo 16:25

“Vi ho detto queste cose in similitudini; l’ora viene che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il Padre”.

Inoltre, da parte del Signore, le Sue comunicazioni avrebbero assunto un nuovo carattere. Finora, gran parte del Suo insegnamento era stato impartito sotto forma di parabole o allegorie. Nel giorno a venire, avrebbe parlato apertamente del Padre. E così fu, quando, dopo la Sua risurrezione, inviò un messaggio ai discepoli, dicendo chiaramente: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”.

Capitolo 16:26-28

“In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio. Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo, e vado al Padre”.

Anche se il Signore vuole parlarci apertamente del Padre, non sarà necessario che faccia richieste al Padre a nome nostro, come se il Padre non conoscesse le nostre necessità o se non avessimo libero accesso a Lui, perché, dice il Signore, “il Padre stesso vi ama”. Il Padre si interessa in modo particolare ai discepoli e li ama, perché essi hanno amato Cristo e hanno creduto che Lui è venuto da Dio.

Il Signore conclude questa parte della conversazione affermando le grandi verità su cui poggia l’intero edificio del cristianesimo: “Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre”. Ahimè, il cristianesimo professante, pur pretendendo di valorizzare la vita perfetta del Signore, sta rapidamente abbandonando le Sue sante esigenze. Questa dichiarazione della Sua origine divina, della Sua missione nel mondo e del Suo ritorno al Padre conclude in modo appropriato le istruzioni contenute in questa conversazione.

Capitolo 16:29-32

I suoi discepoli gli dissero: «Ecco, adesso tu parli apertamente, e non usi similitudini. Ora sappiamo che sai ogni cosa e non hai bisogno che nessuno ti interroghi; perciò crediamo che sei proceduto da Dio». Gesù rispose loro: «Adesso credete? L’ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me”.

Gli ultimi versetti non sono tanto un’istruzione quanto un’ultima parola di avvertimento sulla debolezza dei discepoli, seguita da una dichiarazione che rivela i sentimenti del cuore del Signore e costituisce un grande incoraggiamento.

Di fronte a questa chiara affermazione della verità, i discepoli possono dire: “Ecco, adesso Tu parli apertamente e non usi similitudini”. La verità che avevano percepito solo in modo oscuro è resa più chiara e precisa dalle parole del Signore. Eppure, quanto poco avevano capito con quale morte il Signore sarebbe tornato al Padre! Così il Signore può dire: “Adesso credete?” Certo che credevano, ma, come spesso accade a noi, erano poco consapevoli dei propri limiti. Il Signore deve avvertirli che stava arrivando, anzi era già arrivata, l’ora in cui tutti i discepoli si sarebbero dispersi, ognuno a casa sua, e Colui nel quale avevano appena professato di credere sarebbe rimasto solo.

Tuttavia, se verrà un momento in cui i discepoli penseranno solo a sé stessi e si allontaneranno da Lui nell’ora della prova, egli non sarà solo, perché come dice: “Il Padre è con me”. Non dice: “Il Padre sarà con me”, per quanto sia vero, ma “Il Padre è con me”. Come anticamente, nell’episodio che era solo un’ombra di questa scena molto più solenne, leggiamo di Abramo e Isacco, mentre si recavano sul monte Moriah: “Andarono ambedue insieme” (Genesi 22:6); così ora il Padre e il Figlio sono insieme, mentre si avvicina il sacrificio supremo.

Capitolo 16:33

Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo”.

Ma se il Signore ha voluto avvertire i discepoli della loro debolezza, non li ha lasciati senza una parola finale di conforto e d’incoraggiamento. Qualunque mancanza avessero dovuto deplorare in sè stessi o qualunque prova avessero dovuto incontrare nel mondo, in Cristo avrebbero avuto pace. Molte cose li avrebbero turbati, ma in Cristo avrebbero avuto una risorsa infallibile: qualcuno in cui i loro cuori avrebbero potuto riposare in perfetta pace. Il mondo poteva davvero vincere i discepoli, come avrebbero presto sperimentato, ma Cristo ha vinto il mondo.

Come i discepoli, anche noi possiamo rincuorarci, perché Colui che ci ama, che vive per noi, che viene per noi – Colui che è con noi – è il Vincitore del mondo. E così questi preziosi discorsi non si concludono senza lasciarci con una parola di incoraggiamento che, sollevandoci dalle nostre mancanze, ci conduce alla contemplazione della vittoria del Signore.

 

20. La preghiera del Signore – Capitolo 17

 Il ministero di grazia di Cristo agli occhi del mondo è giunto al termine. Le Sue amorevoli conversazioni con i discepoli sono terminate. Ora che tutto sulla terra è finito, il Signore guarda al cielo, a quella casa in cui entrerà presto. Abbiamo ascoltato le parole del Signore che parlava del Padre ai Suoi discepoli; ora abbiamo un privilegio ancora più grande: ascoltare le parole del Figlio che parla dei Suoi discepoli al Padre.

Questa preghiera si distingue da tutte le altre per la Persona gloriosa che la esprime. Chi se non una Persona divina poteva dire: “…siano uno come Noi” (17:11); e ancora: “… siano tutti uno” (17:21). Tali affermazioni non potrebbero mai uscire da labbra umane. Se si negasse la divinità della Sua Persona, queste parole diventerebbero le bestemmie di un impostore. Poi possiamo dire che questa preghiera è unica. È stato osservato che “non contiene alcuna espressione di confessione… nessuna eco, per quanto remota, di un’ammissione di peccato, non un accento segnato da un sentimento di demerito o di imperfezione… nessun riconoscimento d’inferiorità o di richiesta d’aiuto”.

Infine, siamo colpiti dalla sua portata. Stiamo ascoltando Qualcuno che parla di un’eternità prima della fondazione del mondo, come se avesse partecipato a quel passato glorioso. Lo sentiamo parlare del Suo perfetto cammino sulla terra; siamo ricondotti ai giorni apostolici da Qualcuno per cui il futuro è un libro aperto. Ascoltiamo parole che abbracciano l’intero periodo del pellegrinaggio della Chiesa sulla terra e sentiamo i desideri del Signore per coloro che crederanno in Lui attraverso le parole degli apostoli. Infine, siamo trasportati con il pensiero a un’eternità ancora da venire, quando saremo con Cristo e simili a Lui.

Ascoltando queste espressioni del cuore del Signore, percepiamo che, mentre si parla ancora del nostro passaggio nel mondo, siamo comunque trasportati oltre le vicende transitorie del tempo per contemplare le meraviglie dell’eternità. Per quanto importanti, qui non si pensa propriamente né al necessario lavaggio dei piedi, né al frutto che comunque dobbiamo portare, né al prezioso privilegio di testimoniare e soffrire per Cristo, ma piuttosto a quelle cose così grandi che, pur potendo essere in qualche misura conosciute e gustate nel corso del tempo, appartengono all’eternità. La vita eterna, il nome del Padre, le parole del Padre, l’amore del Padre, la gioia di Cristo, la santità, l’unità e la gloria, sono realtà eterne che rimarranno, quando il tempo, con le sue necessità terrene, saranno passate per sempre.

Infine, ascoltando questa preghiera, scopriamo i desideri del cuore di Cristo. Non poteva essere altrimenti, perché questa preghiera perfetta è l’espressione del desiderio del Suo cuore. Ahimè, per quanto riguarda noi, le nostre preghiere possono spesso diventare una mera forma e, in quanto tali, esprimere solo ciò che vogliamo che gli altri considerino come desiderio del nostro cuore. In questa preghiera non c’è nessun elemento di questo tipo. Tutto è perfetto come Colui che prega.

Nella sua preghiera, il Signore presenta al Padre diverse richieste, ma tutte possono essere raggruppate sotto tre desideri principali:

  • il desiderio che i santi siano glorificati con Cristo (17:22-26).
  • il desiderio che il Padre sia glorificato nel Figlio (17:1-5).
  • il desiderio che Cristo sia glorificato nei santi (17:6-21).

20.1 – Il Padre glorificato nel Figlio – Capitolo 17:1-5

Capitolo 17:1

Gesù disse queste cose; poi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, l’ora è venuta; glorifica tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te,

Ogni espressione e ogni richiesta nei primi cinque versetti del capitolo 17 ha come obiettivo la gloria del Padre. Ovunque si consideri il Signore Gesù, sulla terra, in cielo o innalzato sulla croce tra cielo e terra, possiamo vedere che il Suo primo desiderio è quello di glorificare il Padre. Una tale purezza di motivazioni è al di là di quanto l’uomo nel suo stato di peccato possa concepire. Infatti, il primo suo pensiero è quello di usare il potere, in qualsiasi forma esso si presenti, per glorificare sé stessi. Anche i fratelli di Gesù dicevano: “Se Tu fai queste cose, manifestati al mondo” (Giovanni 7:4). In pratica ciò significava: “Usa il tuo potere per glorificare Te stesso” e, la storia dimostra che ogni volta che il potere viene affidato all’uomo, sia da Dio che dai suoi simili, questi lo usa per glorificare sé stesso. Il primo sovrano delle nazioni, dopo aver ricevuto il potere, anticipa la sua caduta dicendo: “Non è questa la grande Babilonia, che io ho costruito come residenza reale con la forza della mia potenza e per la gloria della mia maestà?” (Daniele 4:30). Che contrasto quando tutto il cielo può unirsi nel proclamare: “Degno è l’Agnello immolato di ricevere il potere”, perché solo Lui lo usa per la gloria di Dio e la benedizione dell’uomo. Il Signore desidera una gloria infinitamente più grande di quella che il mondo può offrire, perché dice: “Glorificami Tu, presso di Te della gloria che avevo presso di Te prima che il mondo esistesse”. È proprio con questa gloria suprema che vuole glorificare il Padre.

Capitolo 17:2

giacché gli hai dato autorità su ogni carne, perché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dati.”

L’autorità gli era già stata data sulla terra, la vediamo esercitata nella risurrezione di Lazzaro e utilizzata per la gloria di Dio, come è detto al sepolcro: “Se credi, vedrai la gloria di Dio” (Giovanni 11:40). Il Signore chiede ora una gloria commisurata al suo potere. Gli era stata data “autorità su ogni carne”, affinché potesse glorificare Dio adempiendo i Suoi consigli. In questo mondo vediamo il terribile potere della carne animata da Satana; tuttavia, per nostra consolazione, impariamo da questa preghiera che un’autorità ben al di sopra di tutto è stata data al Signore, in modo che nessuna potenza del male, per quanto grande, possa impedire a Cristo di adempiere il consiglio di Dio che è quello di dare la vita eterna a tutti coloro che il Padre gli ha dato.

Capitolo 17:3

Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo.”

Questa vita trova la sua massima espressione nella conoscenza e nel godimento della nostra relazione con il Padre e il Figlio. Non è, come la vita naturale, limitata alla conoscenza e al godimento delle cose naturali e delle relazioni umane: non è confinata sulla terra, né legata al tempo, né conclusa dalla morte. È una vita che ci permette di conoscere e godere della comunione con le Persone divine. Ci porta fuori dal mondo, al di sopra della terra, al di là del tempo e nelle regioni della gloria eterna.

Capitolo 17:4

Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai data da fare.”

Ma se il Signore vuole glorificare il Padre nel cielo, lo ha già fatto nel Suo cammino sulla terra e nelle sofferenze della croce. Chi altri, se non il Signore, potrebbe alzare gli occhi al cielo e dire al Padre: “Ti ho glorificato sulla terra”? Ahimè, l’uomo decaduto ha disonorato Dio sulla terra. L’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, per essere un vero rappresentante di Dio davanti all’universo. Tuttavia, dopo la caduta, qualora il mondo si formasse le proprie idee su Dio, la conclusione sarebbe che Dio è un Essere impuro, egoista, crudele e vendicativo, senza saggezza, amore o compassione. Questa, infatti è la terribile conclusione a cui sono giunti i pagani, supponendo che Dio sia uno come loro. Così si sono fatti degli dèi che, come loro, sono corrotti, crudeli ed egoisti. Hanno “cambiato la gloria del Dio incorruttibile in immagine di uomo corruttibile”. E invece di glorificare Dio, l’uomo lo ha disonorato. Ma quando passiamo dall’uomo decaduto all’Uomo Cristo Gesù – il Figlio – vediamo Qualcuno che, ad ogni passo, ha glorificato Dio. Quando è nato in questo mondo, la schiera celeste ha potuto dire, guardando il Suo Creatore: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli”. Ora, al termine del suo percorso, il Signore può dire: “Ti ho glorificato sulla terra”. Ha rivelato pienamente il carattere di Dio e ha rivendicato pienamente tutto ciò che è Suo; ha mantenuto la Sua gloria davanti a tutto l’universo. In Cristo, Dio si è manifestato nella carne, visto dagli angeli e dagli uomini.

Inoltre, Cristo non solo ha glorificato Dio nel Suo cammino sulla terra, ma soprattutto ha glorificato Dio sulla croce; infatti, può dire: “Ho terminato l’opera che mi hai dato da fare”. Lì ha rivendicato la giustizia di Dio nei confronti del peccato e ha manifestato l’amore di Dio per il peccatore.

Cristo parla qui secondo la perfetta umanità che ha assunto. Come Uomo, aveva glorificato Dio e completato l’opera che Dio gli aveva dato da fare. Come credenti, il nostro privilegio è camminare come Lui ha camminato: essere qui sulla terra per la gloria di Dio e completare l’opera che ci è stata affidata, senza mai dimenticare che l’opera che è venuto a compiere sulla croce deve rimanere per sempre unica. Nessuno, se non il Figlio, poteva intraprendere e portare a termine un’opera simile.

Capitolo 17:5

Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse.

Nel v. 5 ascoltiamo richieste alle quali nessun uomo può essere associato, perché qui il Signore parla come Figlio eterno e fa richieste che possono essere fatte solo da qualcuno che è Dio. Innanzitutto, il Signore può dire: “Padre, glorificami“. Certo, possiamo desiderare di essere rivestiti dei nostri corpi gloriosi affinché Cristo sia glorificato in noi (2 Tessalonicesi 1:10) e quindi chiedere: “Glorifica Cristo in me”; ma solo una persona divina può dire: “Glorificami”.

In secondo luogo, la Sua preghiera si eleva a un livello superiore, perché il Signore aggiunge: “presso te stesso” (o con te stesso): solo il Figlio eterno, che è nel seno del Padre, poteva chiedere una gloria pari a quella del Padre.

Inoltre, quando il Signore continua a parlare della gloria che aveva, chiede una gloria che possedeva nell’eternità come persona divina – non una gloria che ha ricevuto, ma una gloria che aveva già. Poi può dire: “la gloria che avevo presso di Te”, un’espressione che implica che Egli non era solo una Persona divina, ma anche una Persona distinta dal Padre. Infine, parla di questa gloria come della gloria che aveva con il Padre “prima che il mondo esistesse”. Egli era fuori dal tempo, apparteneva all’eternità. È stato giustamente detto: “Lo sentiamo parlare nella piena consapevolezza di essere “lo stesso” sia prima che il mondo fosse, sia ora e parlare di una gloria che aveva come propria nell’eterna comunione con Dio”.

20.2 – Cristo glorificato nei santi – Capitolo 17:6-21

Il primo e principale desiderio del cuore di Cristo è quello di ottenere la gloria dal Padre. Questo è il grande soggetto della prima parte della Sua preghiera.

Il secondo desiderio è che Egli stesso sia glorificato nei Suoi santi: “Io sono glorificato in loro” (17:10). Questo desiderio sembra essere alla base delle richieste di questa nuova parte della Sua preghiera. Il Signore, nel Suo cammino sulla terra, aveva glorificato il Padre in cielo. Ora che sta per riprendere il Suo posto nel cielo, vuole che i Suoi discepoli lo glorifichino mentre camminano sulla terra. Per realizzare questo desiderio, con una grazia molto toccante, pone i piedi dei Suoi discepoli sul sentiero che aveva percorso.

Capitolo 17:6-8

Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. Ora hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai date, vengono da te; poiché le parole che tu mi hai date le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute e hanno veramente conosciuto che io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato.

Nei primi versetti di questa parte della preghiera, il Signore nomina coloro per i quali sta pregando e presenta le loro caratteristiche che gli sono care e che motivano la Sua preghiera in loro favore.

In primo luogo, sono persone che sono state tolte dal mondo e date a Cristo dal Padre e, quindi, uomini amati da Cristo che li accetta come dono del Padre.

In secondo luogo, sono persone alle quali il Signore ha manifestato il nome del Padre. Nella Scrittura, il nome rappresenta tutto ciò che una persona è. Quando Mosè viene inviato dal Signore ai figli di Israele, obietta che essi chiederanno: “qual è il suo nome?”. (Cfr Esdra 3:13). Ciò equivaleva a dire: se comunico loro il Tuo nome, sapranno chi sei, la manifestazione del nome del Padre è la dichiarazione di tutto ciò che il Padre è.

In terzo luogo, non solo il Signore ha fatto conoscere il Padre, ma ha dato ai Suoi discepoli le “parole” che il Padre gli aveva dato. Ha condiviso con loro le comunicazioni che aveva ricevuto da Lui, affinché non solo imparassero chi è il Padre in tutto il Suo amore e la Sua santità, ma scoprissero, attraverso le “parole”, i Suoi “pensieri”. Se “la Parola” rivela chi è, “le parole” fanno conoscere i Suoi propositi.

Infine, sono persone che per grazia hanno risposto a queste rivelazioni e così il Signore può dire di loro: “Hanno osservato la tua Parola”; “Ora hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai date, vengono da te“; “le hanno ricevute” (le parole); “hanno veramente conosciuto che io sono proceduto da te”; e infine “hanno creduto che tu mi hai mandato”.

Capitolo 17:9-11

Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dati, perché sono tuoi; e tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie; e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dati, affinché siano uno, come noi.

Dopo aver designato coloro per i quali prega, con una grazia toccante, il Signore rivela il motivo per cui prega per loro. Pensando sempre al Padre, dichiara, come prima ragione, “Sono tuoi”. Il Signore ha già detto: “Erano tuoi e tu me li hai dati”, ma può ancora dire: “Sono tuoi”. Non avevano cessato di essere del Padre perché il Signore aggiunge: “E tutte le cose mie sono tue; e tutte le cose tue sono mie”. Questa duplice affermazione è ricca di significato, perché chiunque potrebbe a ragione dire a Dio: Tutto ciò che è mio è Tuo, ma nessun essere creato potrebbe può dire tutto ciò che è Tuo è mio. Questo appartiene solo a Cristo.

Poi, come seconda grande ragione per pregare per i Suoi discepoli, il Signore aggiunge: “Io sono glorificato in loro”. Siamo lasciati in questo mondo per rappresentare Colui che è asceso alla gloria, e la misura in cui Cristo è visto nei Suoi è la misura in cui è glorificato davanti al mondo.

Infine, c’è un’altra ragione per la preghiera del Signore. Cristo non è più nel mondo per proteggere i Suoi con la Sua presenza. Egli sta andando al Padre, mentre i Suoi rimanevano in mezzo ad un mondo malvagio che odia Cristo. Quanto avranno bisogno di questa preghiera in loro favore!

Dopo aver ascoltato le ragioni della preghiera del Signore, passiamo, nell’ultima parte del v. 11, alle richieste specifiche che il Signore fa al Padre. Le richieste sono quattro.

1ª che i Suoi discepoli siano conservati nella santità (v. 11a)
2ª che siano una cosa sola (v. 11b)
3ª che siano preservati dal maligno (o dal male) (v. 15b)
4ª che siano santificati. (v. 17)

Possiamo apprezzare immediatamente la necessità di queste richieste perché, se Cristo deve essere glorificato nei Suoi, è fondamentale che essi siano mantenuti santi, uniti nel cuore, separati dal male e santificati per essere utili al Signore.

La prima richiesta è che i discepoli si mantengano in sintonia con il santo nome del Padre. Ciò implica che noi credenti ci manteniamo nella santità che la Sua natura richiede. Pietro, nella sua 1ª lettera, doveva sicuramente avere in mente questa richiesta quando esortava coloro che invocano il Padre a essere santi in tutta la loro condotta.

Il secondo desiderio del Signore è espresso nelle parole: “che siano uno come noi”. È importante ricordare che la santità viene prima dell’unità, perché c’è il pericolo di cercare l’unità a scapito della santità. Qui abbiamo la prima delle tre “unità” a cui il Signore si riferisce nel corso della Sua preghiera e che era principalmente l’unità degli apostoli. Il Signore vuole che siano “uno come noi“. È un’unità di intenti e di pensieri quella che c’era tra il Padre e il Figlio.

Capitolo 17:12-14

Mentre io ero con loro, io li conservavo nel tuo nome; quelli che tu mi hai dati, li ho anche custoditi, e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, affinché la Scrittura fosse adempiuta. Ma ora io vengo a te; e dico queste cose nel mondo, affinché abbiano compiuta in sé stessi la mia gioia. Io ho dato loro la tua parola; e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come io non sono del mondo.

Tra la seconda e la terza richiesta il Signore presenta al Padre le ragioni della Sua intercessione. Quando era nel mondo, custodiva i Suoi discepoli e li preservava da ogni potere del nemico. Ora che il Signore andava al Padre, vuole che sappiano che non smetterà di custodirli, anche se in modo diverso. Prima di salire al cielo, vuole farci sapere che siamo sotto le amorevoli cure del Padre. Di conseguenza, i discepoli avrebbero avuto la gioia di Cristo realizzata in loro. Come il Signore aveva camminato nel godimento incondizionato dell’amore del Padre, così vuole che noi camminiamo nella gioia di sapere che siamo oggetto delle cure di Colui che ci ama con l’amore eterno e immutabile con cui ama il Figlio.

Inoltre, il Signore ha dato ai discepoli la Parola del Padre. Essa è la rivelazione dei Suoi consigli eterni. Così come il Figlio, i discepoli non solo avrebbero avuto la gioia di sapersi oggetto dell’amore protettivo del Padre, ma avrebbero anche conosciuto le benedizioni che quell’amore aveva predisposto per loro.

Infine, avrebbero condiviso quello che Lui aveva ricevuto dal mondo. Esso odiava Cristo perché Lui non era del mondo e non c’era nulla in comune tra Lui e il mondo. Era uno “Straniero” sulla terra, con motivazioni e scopi totalmente estranei a questo mondo. Ebbene, se Egli fu incompreso e odiato, anche noi lo saremo se seguiremo le Sue orme.

Così, con una grazia e amore, i discepoli sono posti davanti al Padre nella stessa posizione che il Figlio aveva occupato davanti a Lui come uomo sulla terra. Il nome del Padre è loro rivelato; la parola del Padre è data; le cure del Padre sono assicurate; la gioia di Cristo è la loro gioia; l’obbrobrio di Cristo sarà la loro parte in questo mondo.

Capitolo 17:15-16

Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

Il Signore torna ora alle Sue richieste. Le prime due si riferiscono a quello che il Signore desidera che i Suoi discepoli mantengano: la santità e l’unità. Le ultime due hanno più a che fare con ciò da cui vuole che siano protetti dal male. Non ha chiesto di toglierli dal mondo – non era ancora giunto il momento – perché aveva un lavoro da affidar loro. Ma il mondo essendo malvagio, è un pericolo sempre presente per i Suoi discepoli, perciò il Signore chiede: “che tu li preservi dal maligno”.

Capitolo 17:17

Santificali nella verità: la tua parola è verità.

La separazione dal male non è sufficiente, perché il Signore chiede anche la nostra santificazione. La santificazione non è la semplice separazione dal male, ma piuttosto la consacrazione a Dio e uno stato che sia in accordo con Lui. La santificazione per la quale il Signore prega non è la santificazione assoluta che è assicurata dalla Sua morte, come ci viene presentata nella lettera agli Ebrei dove leggiamo: “In virtù di questa volontà noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre” (Ebrei 10:10). Qui si parla di santificazione pratica, con lo spogliamento di tutto ciò che non è secondo Dio nei nostri pensieri, nelle nostre abitudini e nel nostro cammino pratico, in modo da essere “santificati, utili al servizio del Padrone” (2 Timoteo 2:21).

Dalle parole del Signore, comprendiamo che vi sono due mezzi per ottenere questa santificazione pratica. Per prima cosa, attraverso la verità. Il Signore parla della verità come della “tua parola“, cioè della Parola del Padre. In realtà, tutta la Scrittura è Parola di Dio, ma la Parola del Padre ha probabilmente più a che fare con il Nuovo Testamento, che rivela il nome del Padre, la Sua mente, il Suo consiglio. Ogni dichiarazione del nome di Dio richiede una corrispondente separazione dal mondo e una santificazione per Dio. Ad Abramo, Dio dichiarò: “Io sono il Dio onnipotente” e subito aggiunse: “Cammina alla mia presenza e sii integro” (Genesi 17:1). A Israele, Dio si è rivelato come il Signore e ha fatto in modo che le vie dei figli di Israele corrispondessero a questo nome. Se loro dovevano temere “questo nome glorioso e tremendo” (Deuteronomio 28:58). Quanto più dovrebbe esserci una santificazione che corrisponde alla piena rivelazione di Dio come Padre!

Capitolo 17:18

Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo”.

Questa separazione dal male e questa santificazione per Dio sono in vista del servizio dei discepoli, affinché siano moralmente idonei a svolgere la loro missione. Lo possiamo dedurre da queste parole del Signore: “Come tu hai mandato me nel mondo, anch’Io ho mandato loro nel mondo”. Il Signore aveva già visto i discepoli nella stessa posizione in cui Egli si trovava davanti al Padre; ora li vede nella stessa posizione in cui si trovava Lui davanti al mondo.

Capitolo 17:19

Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità.

Ora apprendiamo che esiste un secondo mezzo con cui il Signore produce la nostra santificazione pratica. Il v. 17 parlava dell’effetto santificante della verità. Qui il Signore dice che santifica Sé stesso, affinché noi possiamo essere santificati dalla verità. Il Signore prende questo posto nella gloria separato dal mondo per attirare i nostri cuori fuori da questo “presente secolo”. Non solo abbiamo la verità per illuminare le nostre menti, esaminare le nostre coscienze e incoraggiarci lungo il cammino, ma abbiamo, in Cristo nella gloria, una persona vivente che agisce con forza nei nostri cuori. Attirati dalle Sue perfezioni e sostenuti dal Suo amore, ci troveremo sempre più santificati dalla verità che è così chiaramente presentata in Lui.

Capitolo 17:20-21

Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.

A questo punto della Sua preghiera, il Signore pensa a tutti coloro che crederanno in Lui attraverso la predicazione degli apostoli. Egli considera i lunghi secoli che seguiranno e include nelle Sue richieste tutti coloro che costituiranno la Sua Chiesa. In relazione a questa cerchia più ampia, il Signore aggiunge una seconda richiesta, quella per l’unità del Suo popolo, un’unità leggermente diversa dalla prima. Là l’unità era limitata agli apostoli e la richiesta era che fossero “uno come noi“. Qui, trattandosi del popolo di Dio, la richiesta è che siano “uno… in noi”. Si tratta certamente di un’unità formata dall’interesse comune per il Padre e il Figlio. Per quanto riguarda la posizione sociale, le capacità intellettuali o il possesso di beni materiali, ci possono essere e ci saranno sempre differenze, ma il Signore chiede che i credenti siano “in noi” – Padre e Figlio – una cosa sola. Questa unità doveva essere una testimonianza per il mondo, una prova evidente che il Padre aveva inviato il Figlio per produrre un tale risultato e infatti, il giorno della Pentecoste vi è stata una risposta parziale a questa preghiera quando leggiamo: “la moltitudine di quelli che avevano creduto era d’un sol cuore e di un’anima sola”. (Atti 4:32)

 

20.3 – I santi glorificati con Cristo – Capitolo 17:22-26

Nella prima parte della preghiera, il Signore ha pregato per la gloria del Padre. Nella seconda parte, pensa ai Suoi e chiede che, durante la Sua assenza, siano conservati per la Sua gloria, affinché Egli sia glorificato nei credenti. In quest’ultima parte, il Signore si rivolge, col pensiero, alla gloria futura e chiede che i Suoi siano glorificati con Lui.

Capitolo 17:22

Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell’unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.

Con questo grande obiettivo davanti a Sé, il Signore può dire: “Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me”. La gloria data a Cristo come uomo, Egli la dà ai Suoi e la condivide con loro perché siano una cosa sola. Questa unità è così perfetta che solo l’unità tra il Padre e il Figlio può servire da modello, come dichiara il Signore: “Affinché siano uno, come noi siamo uno”.

Capitolo 17:23

io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell’unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me.

Le parole che seguono ci dicono come i santi saranno “perfetti nell’unità”, e anche il grande scopo per cui sono stati resi “uno”. Il Signore indica come avviene l’unità dicendo: “Io in loro e tu in me”. Questo conduce alla gloria, quando Cristo sarà perfettamente manifestato nei santi, così come il Padre è perfettamente manifestato nel Figlio. Ma cosa ha rovinato l’unità, disperso e diviso i santi di Dio sulla terra? Non è forse l’aver messo nella nostra vita tante cose che non sono di Cristo? Inoltre, anche se tutti i santi presenti in un dato momento sulla terra fossero stati di Cristo, l’unità di cui parla il Signore in questi ultimi versetti non sarebbe stata ancora completa. Solo l’intero insieme dei santi nella gloria manifesterà adeguatamente la pienezza di Cristo (Cfr Efesini 1:23). Allora Cristo – e solo Cristo – sarà visto nei Suoi. Tutti giungeremo “all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Efesini 4:13). I santi, così a lungo dispersi e divisi sulla terra, saranno “perfetti nell’unità” nella gloria.

Il grande scopo di questa perfetta unità è la manifestazione al mondo della gloria di Cristo come Inviato del Padre e dell’amore del Padre per i discepoli. Quando il mondo vedrà Cristo manifestarsi nella Sua gloria, saprà che Colui che disprezzava e odiava era veramente l’Inviato del Padre, e si renderà conto che i credenti del Signore, che il mondo aveva respinto e perseguitato, sono amati dal Padre con lo stesso amore che il Padre ha per Cristo.

Capitolo 17:24-25

Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria che tu mi hai data; poiché mi hai amato prima della fondazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato;”

Inoltre, c’è una gloria molto più grande di quella che sarà manifestata al mondo, infatti, oltre alla benedizione millenaria sulla terra c’è quella celeste; i santi nel cielo avranno una benedizione ben più grande, perché il Signore può dire: “Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati”. Spesso in questi ultimi colloqui, il Signore ha rivelato il grande desiderio del Suo cuore di averci vicino a Sé, affinché dove è Lui, fossimo anche noi. Ora, ancora una volta, mentre la preghiera volge al termine, ci viene ricordato questo desiderio del Suo cuore quando il Signore dire: “Voglio… che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati”.

Ma, se abbiamo il grande privilegio di essere con Lui dove Egli è, rimarrà sempre una gloria personale, appartenente a Cristo, che contempleremo, ma che non potremo condividere. Cristo, in quanto Figlio, avrà sempre il Suo posto unico presso il Padre. È una gloria che è propria di Cristo e un amore che è soltanto Suo quello di cui ha goduto prima della fondazione del mondo; e c’è una conoscenza che è solamente Sua, perché il Signore può dire: “Padre giusto il mondo non ti ha conosciuto, ma Io ti ho conosciuto”.

I santi sapranno che Colui al quale appartiene questa particolare gloria, ovvero questo amore e questa conoscenza di sé, è quello che è stato inviato nel mondo per far conoscere il Padre. In questo modo si distinguono da coloro che non sanno che il Figlio è stato inviato dal Padre.

Capitolo 17:26

e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro».

Ai Suoi, il Signore fa conoscere il nome del Padre affinché consapevoli del Suo amore, conosciuto e gustato dal Signore nel Suo cammino, sia conosciuto e gustato anche dai Suoi. Inoltre, se questo amore è in loro, Cristo avrà posto nei loro affetti. Egli sarà in loro. Così conosciamo il grande desiderio di Cristo di esser e nel Suo popolo: “Io in loro“. Non c’è dubbio che questo desiderio si realizzerà nella gloria futuro; ma possiamo dire che il grande pensiero degli ultimi discorsi, così come dell’ultima preghiera, è che già ora Cristo sia visto in modo vivo nel Suo popolo. A questo scopo, i nostri piedi sono lavati, i nostri cuori confortati, le nostre vite rese feconde e le nostre menti istruite. Per questo il Signore ci permette di ascoltare la Sua ultima preghiera che termina con queste parole: Io in loro“.

 

21. L’arresto e le apparizioni del Signore – Capitolo 18

Nel racconto di Giovanni degli ultimi eventi della vita del Signore Gesù, l’accento è posto sulla presentazione della gloria di Cristo come persona divina che è il grande scopo del suo Vangelo. Così, di volta in volta, troviamo dettagli che testimoniano direttamente la divinità del Signore, pur mostrando sempre la Sua perfetta obbedienza quando è sceso come Uomo sulla terra. Che privilegio avere i nostri cuori attratti da Lui per adorarlo sia come Figlio unigenito del Padre sia come Colui che si è fatto carne, pieno di grazia e di verità!

Capitolo 18:1

Dette queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Chedron, dov’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli.

Queste meravigliose verità sono presentate nella drammatica scena del tradimento, descritta nei primi undici versetti. Al v. 1 leggiamo: “Gesù uscì con i suoi discepoli”. Vediamo quindi il buon Pastore che va davanti e le pecore che lo seguono.

Capitolo 18:2-9

Giuda, che lo tradiva, conosceva anche egli quel luogo, perché Gesù si era spesso riunito là con i suoi discepoli. Giuda dunque, presa la coorte e le guardie mandate dai capi dei sacerdoti e dai farisei, andò là con lanterne, torce e armi. Ma Gesù, ben sapendo tutto quello che stava per accadergli, uscì e chiese loro: «Chi cercate?» Gli risposero: «Gesù il Nazareno!» Gesù disse loro: «Io sono». Giuda, che lo tradiva, era anch’egli là con loro. Appena Gesù ebbe detto loro: «Io sono», indietreggiarono e caddero in terra. Egli dunque domandò loro di nuovo: «Chi cercate?» Essi dissero: «Gesù il Nazareno». Gesù rispose: «Vi ho detto che sono io; se dunque cercate me, lasciate andare questi». E ciò affinché si adempisse la parola che egli aveva detta: «Di quelli che tu mi hai dati, non ne ho perduto nessuno».

Questi versetti mostrano l’arrivo del “lupo”, ma sebbene Giuda conoscesse il luogo dove Gesù si era spesso riunito con i Suoi discepoli, non aveva mai conosciuto Lui personalmente. Non sapeva nulla della gloria della Sua persona, del grande potere su tutti i Suoi nemici, dell’infinito amore per le Sue pecore e della perfetta obbedienza al Padre. Da un lato la malvagità di Giuda ha offerto l’opportunità di rivelare le perfezioni di Cristo e, dall’altro, di mostrare la malvagità dell’essere umano, e la debolezza di un discepolo devoto. Capita troppo spesso che l’opposizione, gli insulti e il tradimento producano in noi una triste dimostrazione della “carne”. Come Pietro stesso, anni dopo, può esortarci a fare, consideriamo in ogni dettaglio questa scena toccante e prendiamo Cristo come modello, per seguire le Sue orme (Cfr 1 Pietro 2:21-23).

  1. Prima di tutto, vediamo risplendere la gloria della Sua divinità e la perfezione della Sua umanità; leggiamo infatti: “Gesù, ben sapendo tutto quello che stava per accadergli, usci”. Un uomo semplice, con la minima conoscenza di ciò che stava per accadere, avrebbe sicuramente fatto un passo indietro. Solo una persona divina poteva conoscere tutte le cose in modo assoluto; e solo un uomo perfetto, conoscendo tutte le cose, poteva uscire per andare loro incontro. Il Signore si sottomette all’uomo, ma in obbedienza al Padre. “Non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro” (Isaia 50:5).
  2. In secondo luogo, vediamo la Sua grande potenza come persona divina perché, quando dice loro: “Io sono”, i suoi nemici “indietreggiarono e caddero in terra“. Erano alla presenza del grande “IO SONO”, l’Onnipotente, contro il quale la folla dei nemici con le loro armi non aveva alcun potere. Quando il Signore della gloria esce i Suoi nemici indietreggiano. Così, parlando profeticamente di Cristo, il salmista può dire: “Si ritirino coperti di vergogna quelli che cercano l’anima mia per farla perire” (Salmi 40:14) (Cfr anche Salmi 70:2-3).
  3. In terzo luogo, vediamo l’amore infinito del buon Pastore per le pecore. Quando arriva il lupo, invece di abbandonare le pecore e fuggire, come farebbe un semplice mercenario, “dà la sua vita per le pecore” (Giovanni 10:11). Ma se Lui si lascia prendere, non permetterà che le Sue pecore vengano toccate. Per questo dice: “Se dunque cercate me, lasciate andare questi”. Si compiono così le Sue parole: “Quelli che tu mi hai dati li ho anche custoditi e nessuno di loro è perito” (Giovanni 17:12). Le Sue pecore possono cadere come Pietro che lo rinnegò e tutti lo abbandonarono, ma da parte del Signore, tutto è perfezione e, di conseguenza, non una delle Sue andrà perduta. Quindi, nonostante tutte le nostre mancanze e nonostante i temibili lupi che si sono introdotti tra i figli di Dio, non risparmiando il gregge (Cfr Atti 20:29), alla fine tutte le Sue pecore saranno portate alla meta, nessuna sarà perduta e nessuna mancherà in quel grande giorno. Che benedizione!

Capitolo 18:10-11

Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la prese e colpì il servo del sommo sacerdote, recidendogli l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Ma Gesù disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero; non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?»

4. In quarto luogo, vediamo la perfetta obbedienza di Cristo alla volontà del Padre contrapposta alla debolezza di uno dei Suoi discepoli più devoti. Quando il Signore vegliava nel giardino, Pietro dormiva; quando il Signore si lascia prendere dai nemici in obbedienza alla volontà del Padre, Pietro resiste con zelo carnale. Pietro era sincero, ma la stessa sincerità di un credente, se agisce carnalmente, non fa che aggravare il male che commette. Come qualcuno ha detto: “Anche i Suoi servi più onorati falliscono e sono inclini a fallire, soprattutto quando vanno avanti spinti dal loro zelo naturale e dalla loro umana saggezza, troppo sicuri di sé per considerare le vie del Signore e per ascoltare la Sua parola imparando da Lui” (W.K.). Probabilmente Pietro non aveva idea che, colpendo con la spada lo schiavo del sommo sacerdote, stava agendo in diretta opposizione alla volontà del Padre. Nel rimproverare Pietro, il Signore può dire: “non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?”  

  1.  

Capitolo 18:12-14

La coorte, dunque, il tribuno e le guardie dei Giudei, presero Gesù e lo legarono, e lo condussero prima da Anna, perché era suocero di Caiafa, che era sommo sacerdote di quell’anno. Ora Caiafa era quello che aveva consigliato ai Giudei esser cosa utile che un uomo solo morisse per il popolo.

Se la volontà del Padre fosse stata quella di liberare il Signore, non ci sarebbe stato bisogno della spada. Avrebbe potuto andarsene tranquillamente quando i Suoi nemici erano caduti a terra; esattamente come quando, all’inizio del Suo ministero, gli uomini malvagi volevano buttarlo giù dal ciglio del monte. In quel caso Egli era passato pacificamente in mezzo a loro e se ne era andato (Lu 4:28-30). Ma adesso era giunta l’ora della grande opera della croce. Così, sottomettendosi alla volontà del Padre, si lasciò legare e condurre via da quegli uomini che, pur essendo strumenti di Satana, servivano a realizzare il preciso consiglio e la prescienza di Dio. Allo stesso modo, Caifa, un uomo malvagio, viene usato dallo Spirito di Dio per annunciare la grande verità che era vantaggioso che un uomo morisse per il popolo.

Capitolo 18:15-18

Intanto Simon Pietro e un altro discepolo seguivano Gesù; e quel discepolo era noto al sommo sacerdote, ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece stava fuori, alla porta. Allora quell’altro discepolo che era noto al sommo sacerdote, uscì, parlò con la portinaia e fece entrare Pietro. La serva portinaia dunque disse a Pietro: «Non sei anche tu dei discepoli di quest’uomo?» Egli rispose: «Non lo sono». Ora i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e stavano là a scaldarsi; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

Abbiamo considerato l’impulsività di Pietro; ora vediamo la sua debolezza. È vero che Pietro ha seguito Gesù, ma l’ha fatto sicuro di sé e dovrà sperimentare la propria incapacità ad essergli fedele. Un altro discepolo entra nel palazzo, non come seguace di Gesù, ma come conoscente del sommo sacerdote. Tramite lui, Pietro sarà messo in una posizione rischiosa così che la semplice domanda di una serva lo fa cadere. Avvertendo le conseguenze che poteva comportare per lui la confessione di essere il discepolo di Colui di cui il sommo sacerdote aveva predetto la morte, Pietro mente deliberatamente. Così, un uomo audace e coraggioso che conta su sé stesso cade quando si trova in una posizione sbagliata. Per seguire il Signore, dovremo essere sostenuti da una forza che va oltre le nostre capacità. Il Signore aveva appena chiesto al Padre di preservare i Suoi discepoli dal male. Come spesso capita a noi, Pietro pensa di potersi proteggere da solo e il Signore permette una caduta, in modo che serva di lezione. Così nega di essere un discepolo e, dopo può confondersi tra i nemici del Signore.

Capitolo 18:19-24

Il sommo sacerdote dunque interrogò Gesù intorno ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: «Io ho parlato apertamente al mondo; ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel tempio, dove tutti i Giudei si radunano; e non ho detto nulla in segreto. Perché m’interroghi? Domanda a quelli che mi hanno udito, quello che ho detto loro; ecco, essi sanno le cose che ho dette». Ma appena ebbe detto questo, una delle guardie che gli stava vicino dette uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?» Gesù gli rispose: «Se ho parlato male, dimostra il male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» Quindi Anna lo mandò legato a Caiafa, sommo sacerdote.

La scena passa ora dalla caduta del discepolo alla perfezione di Gesù in presenza dell’opposizione del mondo. Il sommo sacerdote lo interroga sui Suoi discepoli e sulla Sua dottrina, domande che implicavano che Egli stesse segretamente cospirando contro le autorità. Il Signore respinge l’insinuazione ricordando al sommo sacerdote che aveva parlato apertamente al mondo e aveva insegnato pubblicamente nei luoghi dove la gente si riuniva. Non aveva detto nulla in segreto. Tutto ciò che il sommo sacerdote doveva fare era chiedere a coloro che lo avevano ascoltato: avrebbero testimoniato il Suo insegnamento. La risposta del Signore era indiscutibile; ma, come spesso accade quando un’argomentazione rimane senza risposta, chi si oppone ricorre a insulti e offese. Così le guardie, il cui ruolo era quello di mantenere l’ordine, colpiscono il Signore. che riceve questa violenza con grande dignità e senza timore.

Capitolo 18:25-27

Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi, e gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?» Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto nel giardino con lui?» E Pietro da capo lo negò, e subito il gallo cantò.

Ancora una volta, la scena cambia e, in netto contrasto con il Maestro, vediamo come si comporta il discepolo quando viene messo di nuovo alla prova. Il Signore, legato, sta davanti ai Suoi nemici; Pietro, libero, sta in mezzo ai nemici del Signore e si scalda. Una domanda gli viene posta: “Non sei anche tu uno dei Suoi discepoli?” E per paura Pietro nega di nuovo. Per la terza volta, uno dei servi, che può testimoniare di aver visto Pietro nel giardino con Cristo, lo interroga sulla sua frequentazione con Lui; così facendo non fa che provocare il terzo rinnegamento.

Come Pietro, abbiamo la carne in noi e il diavolo contro di noi, e dobbiamo imparare che né l’amore più vero per il Signore, né la più grande conoscenza delle Scritture, né qualsiasi buona intenzione, per quanto onesta, ci potrebbero impedire di rinnegare il Signore sotto la pressione della paura, o di cedere alla tentazione, o di mostrare sentimenti di vendetta di fronte alle offese. La nostra unica salvaguardia è quella di stare vicini al Signore e di essere rafforzati nella Sua grazia. Pietro ha dovuto imparare, e noi pure, forse attraverso un’amara esperienza, la verità delle parole del Signore: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15:5).

Capitolo 18:28

Poi, da Caiafa, condussero Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter così mangiare la Pasqua.

I capi religiosi della nazione ebraica hanno rifiutato Cristo; ora i capi politici dei Gentili sono messi alla prova. Il Signore viene portato davanti a Pilato. Qual è il risultato? Il governo istituito da Dio per fare il bene e giudicare chi fa il male (Cfr Romani 13:4), viene usato per condannare qualcuno in cui, secondo la loro stessa confessione, non trovano alcuna colpa.

Capitolo 18:29-30

Pilato dunque andò fuori verso di loro e domandò: «Quale accusa portate contro quest’uomo?» Essi gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani».

Pilato cerca di scaricare sui Giudei la responsabilità di giudicare il Signore. Con la loro risposta, i Giudei mostrano ciò che avevano già deciso: qualunque fosse il verdetto di Pilato, il Signore doveva morire. Ma poiché il potere di eseguire una sentenza di morte era stato loro tolto dai Romani, i Giudei devono consegnare il caso a Pilato. Così Giudei e Gentili diventano gli strumenti utilizzati per adempiere le parole del Signore stesso sulla morte di cui doveva morire (Atti 4:27-28).

Capitolo 18:31-32

Pilato quindi disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge». I Giudei gli dissero: «A noi non è lecito far morire nessuno». E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, indicando di qual morte doveva morire.

Pilato cercò di scaricare sui Giudei la responsabilità di giudicare il Signore. Con la loro risposta, i Giudei tradirono ciò che avevano già deciso: qualunque fosse il verdetto di Pilato, il Signore doveva morire. Ma poiché il potere di eseguire una sentenza di morte era stato loro tolto dai Romani, i Giudei dovettero consegnare il caso a Pilato. Così Giudei e Gentili diventano gli strumenti utilizzati per adempiere alle parole del Signore stesso sulla morte di cui doveva morire (Atti 4:27-28).

Capitolo 18:33-37

Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù gli rispose: «Dici questo di tuo, oppure altri te l’hanno detto di me?» Pilato gli rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani; che cosa hai fatto?» Gesù rispose: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce».

Dopo aver parlato coi Giudei, Pilato entra nel Pretorio e pone al Signore due domande: “Sei tu il re dei Giudei?” e “Che cosa hai fatto?” Il Signore risponde: “Dici questo di tuo oppure altri te l’hanno detto di me?” In questo modo fa sapere a Pilato che, contrariamente ad ogni giustizia, è stato calunniato davanti al giudice. Se si fosse fatto re, opponendosi a Cesare, i Suoi servi avrebbero combattuto. Egli aveva un regno ed era re, ma il Suo regno non era di questo mondo. Il Suo regno viene da Dio e dal cielo. e quando apparirà come Re dei re, gli eserciti del cielo lo seguiranno e dalla Sua bocca uscirà una spada affilata a doppio taglio per colpire le nazioni. Egli era nato re, ma era venuto nel mondo a testimoniare della verità. Qui vediamo risplendere la Sua gloria come Figlio unigenito, che si è fatto “carne” e ha abitato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Il Signore si rivolge alla coscienza di Pilato. Ma ahimè! Pilato mostra che la voce di Gesù non ha mai raggiunto la sua coscienza o toccato il suo cuore; infatti, chiede con leggerezza: “Che cos’è la verità?”. Se la verità lo avesse convinto del suo peccato, il Signore gli avrebbe anche rivelato la grazia di Dio, ed egli avrebbe detto, come la donna di Giovanni 4:29: “mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?”.

Capitolo 18:38-40

Pilato gli disse: «Che cos’è verità?» E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo colpa in lui. Ma voi avete l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il re dei Giudei?» Allora gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!» Ora, Barabba era un ladrone.”

Tuttavia, se la coscienza di Pilato non viene toccata, la sua intelligenza lo porta a concludere che in Gesù non c’è alcun crimine e che solo la malvagità dei Giudei li ha indotti a presentare Cristo davanti al tribunale romano. Di conseguenza, egli cerca di evitare di condannare a morte un innocente ricorrendo a un’usanza ebraica, ma riesce solo a evidenziare l’odio del cuore umano nei confronti di Gesù. Infatti, i Giudei dicono: “Non costui, ma Barabba”, preferendo un ladro e un assassino ad un innocente.

 

22. La condanna del Signore e la Sua crocifissione – Capitolo 19

In queste ultime scene solenni, vediamo, da un lato, la presenza di Gesù che mette in evidenza tutta la cattiveria dell’uomo e, dall’altro, la sua malvagità che fa risaltare la perfezione del cuore di Gesù. Di fronte all’odio omicida dei Giudei, all’ingiustizia e alla viltà del giudice delle nazioni, agli insulti dei soldati, troviamo in Cristo una perfetta sottomissione, un’infinita pazienza e una calma dignitosa. Non pronuncia una parola di risentimento e non usa la Sua onnipotenza per schiacciare i Suoi nemici. Era giunta l’ora di glorificare Dio attraverso l’opera della croce, ed Egli è obbediente fino alla morte.

Tuttavia, sappiamo che Dio non è indifferente agli insulti rivolti a Suo Figlio. Sta per arrivare il giorno in cui Colui che gli uomini hanno deriso e incoronato di spine apparirà come Re dei re, con molte corone sul Suo capo(Cfr. Apocalisse 19:12). Colui che per derisione gli uomini hanno vestito di porpora verrà sulla terra “vestito di una veste tinta di sangue”, Lui che è stato flagellato colpirà le nazioni con una verga di ferro.

I Salmi e i Profeti annunciano sia le sofferenze e la sopportazione del Signore in presenza dei Suoi nemici, sia le Sue glorie future, quando i Suoi nemici saranno lo sgabello dei Suoi piedi. Così, nel salmo 109, vediamo Cristo umiliato quando gli uomini malvagi parlavano contro di Lui con lingua bugiarda, gli facevano guerra senza motivo e gli rendevano male per bene, odio in cambio di amore, e perseguitavano Lui che aveva “il cuore spezzato, per farlo morire”. Di fronte a tanta malvagità, il Signore può dire “io non faccio che pregare” (v.4). Il salmo 110 dà la risposta alla Sua preghiera. Colui che gli uomini hanno rifiutato è seduto alla destra di Dio, in attesa del momento in cui i Suoi nemici saranno fatti diventare lo sgabello dei Suoi piedi, e quando regnerà da Sion – la città in cui è stato crocifisso – per giudicare le nazioni e benedire il Suo popolo “che si offre volenteroso” (Salmi 110:3).

Abbiamo visto che Pilato cerca prima di non avere nulla a che fare con Cristo, suggerendo ai Giudei di giudicarlo secondo la loro legge (18:31), non vi riesce ed è costretto a trattare il caso. Egli deve ammettere di non aver trovato alcun crimine nel Signore quindi Il suo dovere è chiaro: la giustizia esige che l’innocente venga rilasciato, ma lui, spinto dall’interesse personale, e per rimanere in buoni rapporti coi Giudei, cerca una seconda volta di evitare la condanna di un innocente ricorrendo a una consuetudine secondo la quale un carcerato veniva rilasciato durante la Pasqua. Ma questo compromesso fallisce, perché i Giudei chiedono che sia rilasciato Barabba, imprigionato per omicidio e rapina. Tale è la malvagità dei nostri cuori se non c’è l’intervento della grazia di Dio. 

Capitolo 19:1-5

Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: «Salve, re dei Giudei!» E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo, e disse loro: «Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!»

Ovviamente, Pilato non pensava che i Giudei avrebbero preferito Barabba. Ma attraverso questo tentativo di compromesso, egli cade nelle mani del popolo e sprofonda ancora di più nella malvagità di un giudice ingiusto. Così, in un terzo tentativo di placare i Giudei ed evitare di dover pronunciare l’estrema sentenza, fa flagellare Gesù e, per scherno, permette ai soldati di mettergli una corona di spine sul capo, di vestirlo di porpora e di schiaffeggiarlo. Poi lo conduce fuori a riprova del fatto che cercava di compiacere il popolo disprezzando Colui che esso odiava. Pilato suggerisce di non andare oltre, poiché non trova alcun crimine in Gesù, ma ahimè Pilato non era consapevole della profondità dell’inimicizia del cuore dei Giudei, così come non lo era della totale depravazione del proprio cuore e di quello di coloro che non conoscono Dio.

Capitolo 19:6

Come dunque i capi dei sacerdoti e le guardie lo ebbero visto, gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» Pilato disse loro: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa».

Le frustate e gli insulti a cui il Signore è stato sottoposto non soddisfano la malvagità dei Giudei che gridano: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Essi insistono non solo sulla Sua morte, ma sulla morte più ignominiosa, quella della crocifissione riservata agli schiavi e ai peggiori colpevoli. In un primo momento, Pilato indietreggia di fronte a un esito così estremo e, per la quarta volta, cerca di trovare una via d’uscita a tale malvagità dicendo: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa”. È la terza volta che pronuncia queste parole; in questo modo dà una triplice testimonianza alla perfezione di Gesù e al fallimento del governo nelle mani delle nazioni.

Capitolo 19:7

I Giudei gli risposero: «Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

L’accusa in base alla quale il Signore si sarebbe opposto alle autorità romane dichiarandosi re dei Giudei non ha avuto effetto su Pilato, i Giudei ripiegano su una denuncia più grave e dicono: “Si è fatto Figlio di Dio”. In realtà, Egli era il Figlio di Dio, ma si era fatto carne, come si legge in Galati 4:4: “Dio mandò suo Figlio, nato da donna”.

Capitolo 19:8-9

Quando Pilato udì questa parola, ebbe ancor più paura; e, rientrato nel pretorio, disse a Gesù: «Di dove sei tu?» Ma Gesù non gli rispose.

Questa nuova accusa aumenta la paura di Pilato, perché la maestà e la dignità che poteva vedere nel Signore dovevano sembrargli infinitamente superiori a quelle di un uomo comune sino ad avvicinarsi a quelle divine. Così, con la paura nel cuore, Pilato entra nel Pretorio e chiede al Signore: “Di dove sei tu?” La domanda era ispirata dalla paura, ma non dalla fede e non era nemmeno il risultato di un sentimento di bisogno; così il Signore non gli dà alcuna risposta.

Capitolo 19:10-11

Allora Pilato gli disse: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?» 19:11 Gesù gli rispose: «Tu non avresti alcun’autorità su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto; perciò chi mi ha dato nelle tue mani, ha maggior colpa».

Mortificato dal silenzio del Signore, Pilato si vanta del suo presunto potere di crocifiggerlo o liberarlo secondo la propria volontà, ma deve imparare dalla bocca di Gesù che non aveva alcun potere contro di Lui se non gli fosse stato dato dall’alto. Il Signore stava per compiere l’opera meravigliosa con la quale Dio sarebbe stato glorificato e i peccatori che credono sarebbe stati salvati, quindi all’uomo è permesso di usare il suo potere per portare a termine il preciso consiglio e la prescienza di Dio. Tuttavia, Dio sarà giusto nel trattare il peccato che ha portato gli uomini a crocifiggere il Signore della gloria: sia gli Ebrei che i Gentili sono colpevoli di questo crimine, il peggiore mai commesso, ma gli Ebrei che hanno scientemente consegnato il loro Messia al potere romano sono maggiormente responsabili.

Capitolo 19:12

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridavano, dicendo: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare».

Invece di essere irritato da questa risposta, come lo sarebbe stato se tali parole fossero state pronunciate da una persona comune, Pilato rimane ancora più colpito. Tenta allora un’ultima volta di liberare il Signore, ma non fa altro che provocare la rivolta dei Giudei, che sollevarono una nuova opposizione facendo appello agli interessi politici di Pilato. Se rilasci costui, dicono, “non sei amico di Cesare”.

Capitolo 19:13-16

Pilato dunque, udite queste parole, condusse fuori Gesù, e si mise a sedere in tribunale nel luogo detto Lastrico, e in ebraico Gabbatà. Era la preparazione della Pasqua, ed era l’ora sesta. Egli disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!» Allora essi gridarono: «Toglilo, toglilo di mezzo, crocifiggilo!» Pilato disse loro: «Crocifiggerò il vostro re?» I capi dei sacerdoti risposero: «Noi non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Amando questo mondo e non avendo alcun sentimento delle proprie necessità di peccatore, né alcun apprezzamento della grazia di Cristo, Pilato è scosso dalle argomentazioni dei Giudei riguardanti i suoi interessi politici. Dopo un altro debole tentativo di evitare di condannare Colui del quale per ben tre volte aveva testimoniato l’innocenza, cede alle loro grida: “Toglilo, toglilo di mezzo, crocifiggilo”. I Giudei non vedevano in Gesù nulla che li spingesse a desiderarlo; e Pilato, pur convinto della Sua innocenza e impressionato dalla Sua maestà e dignità, preferisce l’amicizia del mondo al Figlio di Dio. Così Giudei e Gentili si uniscono per crocifiggere il Signore della gloria. I Giudei segnano il loro destino rifiutando totalmente il loro Messia; infatti, dichiarano: “Noi non abbiamo altro re che Cesare”. Questa è l’apostasia pubblica dei Giudei. I Gentili falliscono completamente nel governo consegnando per la crocifissione un innocente.

Così termina la comparsa del Signore davanti a Pilato, presentata in questo Vangelo in modo più dettagliato che negli altri. Tutto ciò che accade tende a far emergere sempre più la gloria della persona di Cristo e ad aumentare la gravità della condanna di Giudei e Gentili. Troviamo prima la testimonianza che Cristo è il Re dei Giudei (18:33); poi che il Suo regno non è di questo mondo (18:36); quindi che è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità (18:37); poi che è il Figlio di Dio (19:7); infine che, in quanto Figlio di Dio, è Colui contro il quale Pilato non avrebbe alcun potere se non gli fosse dato dall’alto (19:11).

Capitolo 19:17-18

Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l’altro di là, e Gesù nel mezzo.”

Il Signore si sottomette al giudizio degli uomini e, portando la croce sulla quale avrebbe sperimentato l’abbandono di Dio, si reca nel “luogo detto del Teschio”. È obbediente fino alla morte, e alla morte di croce, nella compagnia più vile: quella di due briganti.

Capitolo 19:19-22

Pilato fece pure un’iscrizione e la pose sulla croce. V’era scritto: GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l’iscrizione era in ebraico, in latino e in greco. Perciò i capi dei sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto: “Il re dei Giudei”; ma che egli ha detto: “Io sono il re dei Giudei”». Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto».

Tuttavia, Dio mantiene una testimonianza su Gesù, una testimonianza che attesta anche la malvagità dei Giudei, perché sopra la croce Pilato scrive: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. E questa testimonianza è stata data a tutto il mondo, perché è scritta in ebraico, greco e latino. I Giudei si rendono subito conto che quella iscrizione li gettava in un terribile discredito per aver permesso che il loro Re fosse crocifisso; e chiedono che l’iscrizione sia cambiata. Ma Pilato, irritato con sé stesso e con il popolo, si ostina e risponde bruscamente ai Giudei: “Quello che ho scritto, ho scritto”. 

Capitolo 19:23-24

I soldati, dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati.

Inoltre, dividendo le vesti di Gesù tra loro, i soldati testimoniano inconsapevolmente la gloria della Sua persona. Egli è infatti Colui del quale era stato scritto mille anni prima: “Spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica” (Salmi 22:18). “Questo fecero dunque i soldati”, adempiendo così la Parola di Dio.

Capitolo 19:25-27

Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù, dunque vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.

In mezzo a tutte le sofferenze della croce, risplende la tenerezza umana del Signore. All’inizio del Suo ministero, non aveva permesso a Sua madre di interferire nella Sua missione celeste (Cfr. Giovanni 2:3-4); questo non gli impedisce di prendersi cura delle sue necessità terrene. Così ora l’affida alle cure di un discepolo che, più di tutti gli altri, confidava nell’amore di Gesù: quello che si era chinato sul Suo petto e che, in cinque occasioni, si era definito il discepolo che Gesù amava. Da quell’ora, Giovanni la accolse in casa sua.

Capitolo 19:28-30

Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d’aceto, in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito.

Si può notare che questo Vangelo non parla né delle sofferenze nel giardino del Getsemani né di quelle sulla croce. In linea con lo scopo del Vangelo, tutto è presentato dal lato divino. Con conoscenza divina, Gesù, sapendo che tutto era già stato compiuto, dice, affinché si adempisse la Scrittura: “Ho sete” e poco dopo può dire: “È compiuto”. Poi leggiamo: “E chinato il capo, rese lo spirito”. Nei Vangeli di Marco e Luca si legge la stessa affermazione, ma è usata una parola diversa: “spirò” (Cfr. Mr 15:37; Lu 23:46). Questa espressione potrebbe essere usata per chiunque, ma in Giovanni si tratta di un suo atto divino; è Gesù stesso che “rimette il suo spirito”. Un uomo può togliersi la vita, ma nessuno può, con un atto di propria volontà, separare il proprio spirito dal corpo. Il Signore lo fa come Figlio del Padre, come ha già detto in questo Vangelo: “Per questo mi ama il Padre: perché Io depongo la mia vita, per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma Io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla” (Gv 10:17-18).

Capitolo 19:31-37

Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe, e fossero portati via. I soldati, dunque, vennero e spezzarono le gambe al primo, e poi anche all’altro che era crocifisso con lui; ma giunti a Gesù, lo videro già morto, e non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. Colui che lo ha visto, ne ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa che dice il vero, affinché anche voi crediate. Poiché questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura: «Nessun osso di lui sarà spezzato». E un’altra Scrittura dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Gli scrupoli dei Giudei spingono i soldati a spezzare le gambe dei due ladroni e a trafiggere il costato del Salvatore che già era morto. Questi uomini non si rendevano conto che stavano mandando in cielo un credente (il crocifisso convertito) un testimone della grazia purificatrice e salvifica dell’opera di Cristo; stavano anche adempiendo le Scritture che dicevano che nessun osso di Lui sarà spezzato ( Cfr. Esodo 12:46; Numeri 9:12; Salmi 34:20; 22:16-17) e “Guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto” (Zaccaria 12:10).

Capitolo 19:38-42

Dopo queste cose, Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo, che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch’egli, portando una mistura di mirra e d’aloe di circa cento libbre. Essi, dunque, presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in fasce con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei. Nel luogo dov’egli era stato crocifisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.”

Inoltre, la profezia di Isaia si è avverata. Egli aveva scritto: “Gli avevano assegnato la sepoltura tra gli empi, ma nella sua morte è stato con il ricco, perché non aveva commesso violenze ne c’era stato inganno nella sua bocca” (Isaia 53:9). Così, quando tutti gli altri sono fuggiti, alcuni uomini ricchi e di alto rango sociale vanno da Pilato e si procurano il corpo del Salvatore, che depongono in una tomba nuova con gli aromi. È stato giustamente osservato che “l’iniquità, spinta al massimo, porta i deboli a mostrarsi fedeli”. Quante volte questo si è verificato nella storia del popolo di Dio! Questi due credenti, che fino a quel momento erano stati impediti dalla loro ricchezza e dalla loro posizione sociale a identificarsi con Cristo nel Suo cammino di umiliazione, ora si dichiarano risolutamente dalla Sua parte.

 

23. Il giorno della risurrezione – Capitolo 20

In ciascuno dei Vangeli, la risurrezione, come tutto il resto, è presentata in base allo scopo particolare dell’autore. Così Luca, che ci presenta il Signore Gesù in tutta la Sua perfezione di Figlio dell’uomo, specifica che Gesù mangiò del pesce e un favo di miele, a riprova del fatto che, risorto, rimase veramente uomo. Solo Giovanni, in armonia con lo scopo dello Spirito, che è quello di presentare “il Figlio unigenito”, riporta le parole del Signore risorto che stava per ascendere al Padre.

Nel corso del Capitolo, tre scene si svolgono davanti a noi.

  • In primo luogo, i v. da 1 a 18 raccontano quanto avvenuto la mattina presto della risurrezione; Maria di Magdala occupa qui un posto di rilievo; rappresenta la condizione dei discepoli in quel momento e appare come lo strumento del Signore per condurre i Suoi sul nuovo terreno cristiano.
  • In secondo luogo, i v. da 19 a 23 contengono il resoconto dell’apparizione del Signore ai Suoi discepoli la sera di quello stesso giorno, quando dà loro un assaggio di quello che sarebbe stata la Sua presenza e la Sua amministrazione in mezzo alla Chiesa.
  • In terzo luogo, nei v. 24-31, vediamo il Signore apparire ai Suoi otto giorni dopo, presumibilmente anticipando il residuo giudeo fedele che godrà in un giorno futuro la benedizione e costituirà l’inizio della restaurazione del popolo d’Israele.

 

23.1 – Il mattino della risurrezione – Capitolo 20:1-18

Capitolo 20:1-2

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo».

Se altre donne erano con Maria di Magdala, come sembrerebbero indicare i Vangeli sinottici, nel racconto di questo vangelo Maria è l’unica ad emergere. Essa era stata un tempo posseduta dai demoni, ma il Signore l’aveva liberata da questa terribile condizione. Con il cuore rivolto a Colui che l’aveva liberata, lei e altre donne accompagnarono il Signore, servendolo con devozione (Lu 8:2-3; 23:55; 24:10). Ma sembra che il suo amore superi quello delle altre e le conferisca un posto preminente in questa magnifica scena. Apprendiamo che Cristo apprezza l’affetto nei Suoi confronti sopra ogni altra cosa. Nella Sua valutazione, l’amore viene prima del servizio. La chiesa di Efeso si distingueva per il lavoro e lo zelo nel servizio, ma il Signore deve dire: “Hai abbandonato il tuo primo amore”. Molto servizio può essere accompagnato da una mancanza di amore, ma difficilmente si può avere un amore ardente per il Signore senza essere impiegati nel Suo servizio. Vedremo quindi che il Signore usa questa donna devota come collegamento tra Sé e i Suoi discepoli.

Senza avere la minima idea della risurrezione del Signore, perché apparentemente nessuno dei Suoi discepoli si aspettava che avvenisse, Maria fu irresistibilmente attratta verso il luogo in cui aveva visto deporre il corpo del Signore. Non trovava pace in un mondo da cui Cristo era assente. Così va al sepolcro al mattino presto mentre era ancora buio, e scopre che la pietra era stata rimossa e che il sepolcro era vuoto! Affranta, corre dai due discepoli e dice loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo”. Per lei una tomba vuota non era una prova che il Signore fosse risorto; l’unico pensiero che le viene in mente è che degli uomini malvagi si fossero permessi di rimuovere il corpo del suo Signore. 

Capitolo 20:3-4

Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro;

I due discepoli corrono subito al sepolcro, ma lo Spirito di Dio si preoccupò di registrare che, sebbene Pietro sembrasse prendere l’iniziativa, Giovanni, che si era definito per cinque volte come “il discepolo che Gesù amava”, corre più velocemente di colui che si era vantato del suo amore per Gesù. Questo fatto, apparentemente insignificante, è certamente riportato per la nostra istruzione, forse per ricordarci che l’anima che riposa nell’amore di Cristo supererà nel progresso cristiano coloro che si vantano troppo del loro amore per Lui. E questo è significativo in un brano che evidenzia l’amore devoto di Maria per Cristo. Possiamo aspirare ad avere un amore come quello di Maria, ma allo stesso tempo riposare nell’amore di Cristo per noi.

Capitolo 20:5-10

e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. I discepoli dunque se ne tornarono a casa.

Quando arrivano al sepolcro, i due discepoli vedono i teli di lino e il sudario “piegato in un luogo a parte” – dettagli riportati solo nel Vangelo di Giovanni. È chiaro che il corpo non era stato rimosso dal sepolcro, perché in tal caso i teli funerari sarebbero stati portati via insieme al corpo. Questo fatto rafforza ulteriormente la testimonianza del grande potere della Persona gloriosa che, risorta, può deporre a terra i panni con i quali era stato avvolto in modo calmo e ordinato. Lazzaro era uscito dal sepolcro avvolto da bende, mentre il Signore le ha lasciate nella tomba. Di fronte a questa evidenza, i due discepoli capiscono che il Signore non era più lì. La loro fede, però, era basata sulla vista, come leggiamo a proposito di Giovanni: “vide e credette”. Hanno percepito che Gesù se n’era andato, ma “non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti”, e così tornano a casa.

Capitolo 20:11-16

Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!»

Ai discepoli non solo mancava l’intelligenza spirituale data dal Signore, ma anche quell’affetto che rende Cristo l’oggetto supremo dell’anima. Maria invece, pur mancando di quella particolare intelligenza, ama Cristo e pensa soltanto a Lui. Non può trovare riposo in un mondo da cui Lui è assente. Così leggiamo che Maria “stava fuori vicino al sepolcro a piangere”. L’amore la rende una donna sola, dal cuore spezzato. Se Cristo se n’è andato, per Maria tutto è perduto. Ma notiamo che, proprio lì, ella trova Cristo e, attraverso Lui, viene introdotta in una relazione del tutto nuova. Il suo amore per Cristo la distacca da questo mondo.

Nella sua solitudine, Maria si china sul sepolcro e vede due angeli che le dicono: “Donna, perché piangi?” Assorta nel pensiero di Cristo, non esprime alcuna sorpresa alla vista di questi esseri angelici, ma dichiara, non come aveva detto ai discepoli: “Hanno portato via il Signore”, ma: “Hanno portato via il mio Signore”. Qualunque cosa gli altri possano pensare di Gesù, Maria afferma con tutta la sicurezza dell’amore: “Egli è mio”.

Il Signore si compiace di rivelarsi a un’anima di questo tipo. Maria si volta e vede qualcuno che ritiene sia il giardiniere, il quale le chiede: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” Senza pronunciare il nome di Colui che stava cercando, risponde: “Se l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto e io lo prenderò”. Con il cuore colmo di Cristo, presume che tutti avrebbero saputo chi stava cercando; e subito il Signore si rivela a lei con una sola parola: “Maria!” Come spesso in questo Vangelo, il Pastore chiama le Sue pecore per nome, e le pecore, che conoscono la Sua voce, con immensa gioia lo riconoscono come loro Signore. 

Capitolo 20:17-18

Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

Oltre a rivelarsi a un’anima attaccata a Lui, il Signore l’impiega per il Suo servizio: le concede il grande onore di trasmettere ai discepoli questa straordinaria notizia: Il Padre Mio è il Padre vostro e il Mio Dio è il Dio vostro. Come altri dell’epoca, Maria era senza cultura, ma il suo amore era reale, ed è attraverso l’amore che entriamo nella verità. Per questo, anni dopo, l’apostolo Paolo pregherà affinché i credenti fossero “radicati e fondati nell’amore”, in modo da essere “Capaci di … conoscere” l’amore di Cristo (Ef 3:17-18). Sembra quindi che Maria sia stata la prima a capire i risultati della risurrezione. Rappresentando i sentimenti degli Ebrei fedeli, vorrebbe aggrapparsi al suo Signore risorto, con il pensiero che ora era tornato e che non più nell’umiliazione ma, nella gloria della risurrezione, avrebbe preso il posto che gli era dovuto sulla terra come legittimo erede di tutte le cose. Ma Maria come il residuo fedele degli ultimi tempi,  doveva imparare che prima delle glorie del regno, Dio ha glorie ancora più grandi per Cristo e benedizioni infinitamente più profonde per il Suo popolo. Così il Signore Gesù può dire: “Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma vai dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”. 

Il Signore indica così,

  • in primo luogo, che non può più essere “trattenuto” o conosciuto secondo la carne, in relazione alla terra e a un regno terreno, ma conosciuto in relazioni nuove e celesti.
  • In secondo luogo, il Signore può chiamare i discepoli “Miei fratelli”. Prima non lo aveva mai fatto, ma con la Sua morte, avendoli santificati, non si vergogna di chiamarli in tal modo (Cfr. Ebrei 2:11). Come nel Cantico dei Cantici la sposa può dire: “Io sono dell’amico mio e l’amico mio …è mio” e come Maria può dire: “mio Signore”, così Gesù, nella grandezza del suo amore, può parlare dei suoi chiamandoli “miei fratelli”.
  • In terzo luogo, apprendiamo che il Suo popolo viene introdotto in relazioni nuove e celesti, perché il Signore non parla solo di ascendere e quindi di lasciare la terra per il cielo, ma di ritornare a una Persona – il Padre – con cui, grazie alla Sua opera, ci mette in relazione; può dire infatti: “Padre mio e Padre vostro…Dio mio e Dio vostro”. Egli sale per rappresentarci davanti al Padre e noi rimaniamo qui sulla terra per rappresentare Lui davanti al mondo.

Maria ha l’immenso privilegio di essere impiegata per comunicare ai discepoli queste nuove e celesti benedizioni; così ci viene riproposta una verità che spesso siamo lenti ad apprendere e veloci a dimenticare: il Signore si compiace di usare i deboli e gli umili come strumenti per compiere un grandissimo servizio. Quante volte, una grande opera di Dio è iniziata con ciò che è piccolo e debole agli occhi dell’uomo. Il cristianesimo è stato introdotto da un piccolo bambino che giaceva in una mangiatoia; il regno inizia con un seme di senape e le nuove relazioni celesti vengono comunicate da una donna che piangeva.

In Maria vediamo ciò che è prezioso per Cristo: un cuore pieno di amore per Lui. Egli può rivelarsi a un’anima simile, condurla alla comprensione delle cose divine e impiegarla al Suo servizio. La rovina della Chiesa, come presentata nelle lettere alle sette chiese dell’Apocalisse, è iniziata a Efeso con un servizio privo di amore puro e termina a Laodicea con una comprensione senza cuore. La semplice intelligenza non darà mai un cuore puro, ma il cuore puro guadagnerà senza dubbio intelligenza, perché il Signore ama comunicare con chi è attirato dall’amore per Lui. Possiamo ottenere un alto livello di intelligenza nelle cose divine, ma se questo non indirizza il nostro cuore a Cristo e non forma Cristo in noi, alimenta solo la vanità della nostra carne.

“La conoscenza gonfia, ma l’amore edifica” (1 Corinzi 8:1). Se l’amore personale per Lui era ciò che aveva l’approvazione del Signore sopra ogni altra cosa all’inizio del periodo della Chiesa, l’amore individuale per Lui rimane ciò che il Signore cerca fino alla fine, quando nelle nostre mani tutto è stato rovinato dalla perdita del primo amore. L’ultima volta che il Signore parla al Suo popolo, in mezzo alla rovina, è per ricordarci il Suo amore e per ottenere in risposta il nostro amore. Così lo sentiamo dire: “Tutti quelli che amo Io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, Io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3:19-20). Non chiede sacrifici o servizi che vengano notati dal mondo o che ci esaltino agli occhi degli uomini, ma cerca un cuore che risponda al Suo amore e porti alla comunione con Lui a questa persona può affidare un servizio.

Capitolo 20:19-23

La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. Allora Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi». Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».

Nella seconda parte del Capitolo troviamo il resoconto degli eventi della sera di quello stesso giorno, quando il Signore si presenta in mezzo al Suo popolo; e, in previsione del nuovo ordine di benedizione, abbiamo un’immagine della Chiesa e dei suoi privilegi. Il raduno dei discepoli avvenne “il primo giorno della settimana”, in seguito chiamato “Domenica” o “giorno del Signore”, in contrasto con il sabato degli ebrei. Era il giorno in cui i discepoli si riunivano “per spezzare il pane” (Atti 20:7).

Mentre i discepoli erano riuniti, con le porte chiuse per paura dei Giudei, Gesù appare e si ferma in mezzo ai discepoli diventando il centro del loro radunamento. Anche se, dopo la Sua ascensione, non appare più visibilmente in mezzo ai Suoi, le Sue parole rimangono comunque vere: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Questo piccolo gruppo di persone, probabilmente sconosciute al mondo circostante o, se conosciute, disprezzate e considerate senza valore, costituivano sicuramente la comunità più significativa di Gerusalemme, perché il Signore era in mezzo a loro. Notiamo che il Signore si presenta in mezzo a loro nel Suo corpo glorificato, “mentre erano chiuse le porte”, e di nuovo, otto giorni dopo, leggiamo: “Gesù venne a porte chiuse”; non è detto che le porte furono aperte per far entrare il Signore, come lo furono per far uscire Pietro dalla prigione (Atti 12:10; v.19), né dobbiamo pensare che sia stato un miracolo; era un atto normale per un corpo glorificato, anche se abbiamo difficoltà a comprenderlo.

Presente in mezzo ai Suoi, il Signore annuncia la pace ai Suoi discepoli, poi mostra loro le mani e il costato, richiamando alla loro memoria, attraverso queste ferite, la grande opera attraverso la quale è stata fatta la pace. Essa non si ottiene con lacrime, gemiti o preghiere; né attraverso il giudizio di sé stessi o l’abnegazione; né tanto meno con la confessione o l’impegno a rimediare al male commesso. Solo il Suo sangue versato sulla croce, può dare la pace quando si è accettato per fede il suo valore salvifico.

Dopo essersi rivelato e aver pronunciato “pace a voi”, il Signore riempie i loro cuori di gioia. “I discepoli, dunque, quando videro il Signore si rallegrarono”. Anche oggi avremo cuori felici solo se distoglieremo lo sguardo da noi stessi e da ciò che ci circonda e contempleremo il Signore nella Sua bellezza.

In questo modo, i discepoli sono preparati ad andare a servire il Signore; Egli può dire loro: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi”. Sono chiamati ad andare ad annunciare la grazia di Dio ai peccatori, ma partono da un’assemblea riunita intorno al Signore. Per poter compiere la loro missione, il Signore soffia su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo”. Sappiamo che lo Spirito Santo non è venuto prima della Pentecoste, ma qui si tratta piuttosto della nuova vita di risurrezione vissuta nella Sua potenza. In contrasto con l’ordine della prima creazione, quando Dio soffiò nelle narici di Adamo l’alito di vita e l’uomo divenne un’anima vivente (Genesi 2:7), ora, nella risurrezione, in relazione all’ordine della nuova creazione, il Signore soffia nei discepoli una nuova vita da vivere nella potenza dello Spirito, “lo Spirito della vita in Cristo Gesù”, come si legge in Romani 8:2.

Inoltre, il Signore diede ai Suoi discepoli il potere di rimettere i peccati non in vista della salvezza e della vita eterna, ma in relazione a questa nuova missione da svolgere sulla terra. Così, in seguito, vediamo che le anime pentite venivano battezzate in remissione dei peccati (Cfr. Atti 22:16), mentre ad altre, come Simone lo stregone ed Elima il mago, venivano confermati nel loro stato di peccato (Cfr. Atti 8:20; 13:11). Questo non ha nulla a che vedere con il perdono eterno, che l’uomo non può dare e nemmeno il battesimo. Solo Dio, sulla base della fede nel sangue prezioso di Cristo, può concedere il perdono eterno dei peccati. In questo caso, la remissione o il rifiuto dei peccati è in relazione alle modalità di governo di Dio sulla terra. Sottoponendosi al battesimo, Paolo si è separato completamente dalla sua vita passata con tutti i suoi peccati ed è stato così accolto tra i figli di Dio come un uomo perdonato.

Abbiamo quindi, in immagine, l’assemblea (o la chiesa) formata da un gruppo di credenti legati a Cristo nell’amore, riconosciuti come figli di Dio, rappresentati davanti a Dio da Cristo asceso in cielo, separati dalla corruzione religiosa circostante, con Cristo in mezzo a loro come centro del radunamento, che godono della pace da Lui creata e chiamati al Suo servizio.

 

23.2 – Il Signore appare al Suo popolo 8 giorni dopo – Capitolo 20:24-31 

Capitolo 20:24-29

Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e vedi le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

Otto giorni dopo, Tommaso è al centro della scena. Egli era assente “quando venne Gesù”. Tutto il valore di quella prima riunione era dovuto al fatto che Gesù era venuto e Tommaso che non c’era aveva perso il primo radunamento dei credenti intorno alla persona del Signore. Questa seconda apparizione del Signore in mezzo ai Suoi ci trasporta certamente, per immagine, oltre il periodo della Chiesa, agli ultimi giorni, quando esisterà di nuovo tra i Giudei un residuo pio, qui rappresentato da Tommaso. Come gli Ebrei, Tommaso trova difficile credere senza vedere e toccare. A proposito dei Giudei degli ultimi giorni, quando lo spirito di grazia sarà riversato su di loro, è scritto: “Guarderanno a me a colui che essi hanno trafitto” (Zaccaria 12:10) e diranno: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore… Il Signore è Dio… tu sei il mio Dio” (Salmi 118:26-28; Matteo 23:39). Così, guardando al Signore, Tommaso può dire: ” Signor mio e Dio mio!”.

Il Signore riconosce certamente la fede di Tommaso, ma aggiunge: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. L’apostolo Pietro aggiunge: “Benché non lo abbiate visto, voi lo amate”; ed “esultate di gioia ineffabile e gloriosa” (1 Pietro 1:8).

Capitolo 20:30-31

Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Negli ultimi due versetti del Capitolo, leggiamo che Gesù fece molti altri miracoli, ma che ne sono stati riportati abbastanza per farci comprendere il grande scopo di questo Vangelo: presentare Gesù, come il Figlio di Dio, affinché credendo possiamo avere vita attraverso il Suo nome.

 

 

24. La terza apparizione del Signore risorto e il ristabilimento di Pietro – Capitolo 21

Il v. 14 di questo Capitoloafferma che questa prima scena riguarda la terza apparizione del Signore ai Suoi discepoli, dopo la Sua risurrezione.

All’inizio del Vangelo vengono presentate tre scene che si svolgono in tre giorni successivi, in relazione alla manifestazione del Signore ai Suoi discepoli (1:35-44; 2:1). Anche alla fine, nella risurrezione, lo Spirito sottolinea tre apparizioni. Sia all’inizio che alla fine, queste tre apparizioni sembrano presentare, in figura, la Chiesa di Dio nel periodo presente, il riconoscimento di un residuo pio tra i Giudei nei giorni a venire e la futura benedizione millenaria d’Israele. C’è però una differenza: all’inizio del Vangelo, queste immagini sono date più specificamente per rivelare le glorie di Cristo, sono introdotte da Lui, da ciò che dice e fa. Così, all’inizio della prima scena, troviamo che Gesù si volta e vede che lo seguivano (1:38). Il secondo giorno inizia con le parole: “Il giorno seguente Gesù volle partire” (1:43); mentre il terzo giorno, quello delle nozze di Cana, si precisa che Gesù era presente (2:1-2). Passando alla fine del Vangelo, all’inizio della prima scena troviamo che i discepoli erano riuniti (20:19); la seconda scena si svolge quando i Suoi discepoli erano  in casa (20:26); infine, l’ultima scena mostra i discepoli che vanno a pescare.

Abbiamo già visto che la prima occasione in cui il Signore appare presenta in figura le benedizioni di cui gode l’assemblea riunita intorno a Lui. (20:19-25). La seconda apparizione, otto giorni dopo, parla in modo figurato del residuo giudeo pio che, negli ultimi giorni, confesserà Cristo come suo Signore e Dio. La terza apparizione nel nostro Capitolo offre un’immagine della benedizione d’Israele al ritorno di Cristo per regnare. I versetti iniziali raffigurano una scena notturna e i vani sforzi dell’uomo. Sette uomini sono insieme, ma i loro sforzi sono vani. Passano tutta la notte a pescare, ma non prendono nulla. Sicuramente l’immagine è lì per mostrarci che, durante la lunga notte buia dell’assenza di Cristo, tutti gli sforzi dell’uomo per affrontare il male nel mondo e portare benedizione a Israele e alle nazioni saranno vani. Per quanto fedeli, oppure sinceri siano coloro che si impegnano in questo lavoro o per quanto pure siano le loro motivazioni, i loro sforzi sono destinati al fallimento. Possono salire su una barca, possono lavorare nella lunga notte buia per salvare il mondo dalle sue sofferenze, ma, senza Cristo, non ci sarà alcuna liberazione.

Ma alla fine il giorno spunta, arriva il mattino e viene Gesù: il Sole della giustizia sorge e la guarigione è nelle Sue ali. Molto tempo prima, re e profeti avevano predetto che la venuta di Cristo per regnare avrebbe posto fine alla lunga notte di afflizione e che Lui sarebbe stato come la luce del sole, quando sorge in un mattino senza nuvole (2 Sa 23:4).

Su indicazione del Signore, i discepoli gettano la rete in mare e prendono così tanti pesci che non riescono più a tirarla nella barca. Così sarà quando il Signore verrà: si servirà di un pio residuo ebraico per raccogliere Israele dal “mare” delle nazioni, riportarlo in patria e soddisfare tutti i suoi bisogni.

Capitolo 21:1-2

Dopo queste cose, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli presso il mar di Tiberiade; e si manifestò in questa maniera. Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme.

L’intero episodio e il modo in cui il Signore agisce con Pietro, contengono una ricca istruzione morale e spirituale per il credente. Considerando il brano sotto questa luce, notiamo che all’inizio della narrazione sette discepoli si trovano vicino al mare di Tiberiade. Sappiamo che proprio qui i discepoli erano stati chiamati ad abbandonare la loro professione di pescatori per seguire il Signore e diventare pescatori di uomini. Per tre anni e mezzo avevano camminato umilmente con il Signore, annunciando la buona novella, guarendo i malati e scacciando i demoni. Per tutti quegli anni, i loro bisogni erano stati soddisfatti; non mancava loro nulla. Poi era venuto il momento in cui il Signore doveva tornare al Padre e, a quanto pare, i discepoli pensarono che le cure di Gesù per loro fossero terminate con la Sua partenza e che fosse giunto il momento di riprendere la loro occupazione terrena, nello stesso luogo di prima, per provvedere alle loro necessità.

Capitolo 21:3

Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla.

Con la sua prontezza di spirito, Pietro prende l’iniziativa. “Vado a pescare”, dice. Apparentemente senza pensarci troppo, gli altri dicono: “Veniamo anche noi con te”. Così escono e “quella notte non presero nulla”. Perché questo insuccesso? Non è forse perché erano usciti di loro spontanea volontà? Questo è il motivo per cui spesso spendiamo molti sforzi e otteniamo pochi risultati. Lavoriamo tutta la notte e non prendiamo nulla.

Capitolo 21:4-5

Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù. Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No».

Quando arriva il mattino, tutto cambia. All’alba i discepoli vedono Gesù in piedi sulla riva. Erano tornati alla loro vita di sempre, ma invece di riprenderli, il Signore si rivolge loro con un termine che esprime una particolare tenerezza. Li chiama “figliuoli”. Tuttavia, denuncia l’inutilità del lavoro intrapreso senza la Sua direzione chiedendo: “Avete qualcosa da mangiare?”. Hanno guadagnato qualcosa dal lavoro notturno? Sono costretti ad ammettere che non hanno nulla.

Capitolo 21:6

Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci.

Ora dà loro delle istruzioni. Essi fanno quello che avevano fatto per tutta la notte, ma questa volta gettano la rete seguendo le Sue istruzioni. Che differenza! Trovano così tanti pesci che non riescono a tirare la rete. Qualcuno ha detto: “Non dimentichiamo mai che non ci può essere successo se non operiamo in dipendenza da Lui. Le benedizioni coroneranno le nostre fatiche solo nella misura in cui cammineremo individualmente con Dio, in totale dipendenza da Cristo e sotto la Sua guida. Il successo non dipende dalla quantità di lavoro svolto, ma dalla nostra vicinanza a Cristo per ricevere le Sue istruzioni e gettare la rete dalla parte giusta della barca”.

Capitolo 21:7-8

Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare. Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci.

Qui vediamo la differenza di carattere fra Giovanni e Pietro. Con la sua conoscenza più profonda del cuore di Gesù, Giovanni – “il discepolo che Gesù amava” – percepisce che quello è il Signore. Pietro, mosso dalla sua solita energia, si getta in mare per raggiungerlo. La percezione spirituale distingue uno dei discepoli; la prontezza di azione, l’altro. Entrambi sono buoni sentimenti ognuno necessari al momento opportuno.

Capitolo 21:9-14

Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. Gesù disse loro: «Venite a far colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce. Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti.

La scena toccante che segue è bella e istruttiva. I discepoli hanno già scoperto che i loro sforzi per provvedere a sé stessi sono infruttuosi; ora, giunti a terra, devono constatare che sono inutili. C’è un fuoco acceso, e pesci e pani per sfamarli. Inoltre, non solo è stato preparato il cibo, ma sono stati invitati a partecipare al pasto. Non viene pronunciata una parola di rimprovero per il loro ritorno alla precedente occupazione, ma vengono accolti con una parola d’amore: “Venite a far colazione”.

E ancora, il Signore della gloria risorto attende i Suoi discepoli stanchi e scoraggiati. Come “nei giorni della Sua carne” era stato in mezzo a loro come Colui che serviva, così nei giorni della Sua gloriosa risurrezione serve ancora i Suoi discepoli in crisi. Così leggiamo: “Gesù venne, prese il pane e lo diede loro, e così anche il pesce”. Tutto ciò che riguarda il Suo popolo è degno della Sua tenera cura e considerazione.

Meraviglioso Salvatore! Ha lavato i nostri piedi durante il suo cammino quaggiù, ci ha lavati dai nostri peccati con il Suo prezioso sangue, in quel giorno unico, sulla croce. Ora provvede a noi nei giorni della Sua assenza e, quando spunterà il giorno della gloria, ci farà sedere con Lui nei luoghi celesti.

Capitolo 21:15-22

Quand’ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami più di questi?» Egli rispose: «Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, una seconda volta: «Simone di Giovanni, mi ami?» Egli rispose: «Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pastura le mie pecore». Gli disse la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?» Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: «Mi vuoi bene?» E gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità ti dico che quand’eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti». Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, dopo aver parlato così, gli disse: «Seguimi». Pietro, voltatosi, vide venirgli dietro il discepolo che Gesù amava; quello stesso che durante la cena stava inclinato sul seno di Gesù e aveva detto: «Signore, chi è che ti tradisce?» Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e di lui che sarà?» Gesù gli rispose: «Se voglio che rimanga finché io venga, che t’importa? Tu, seguimi».

Se in questa bella scena non troviamo alcuna parola di rimprovero, dobbiamo forse concludere che il Signore è indifferente ai nostri errori? Il fuoco di legna, il pesce e il pane mostrano in modo molto toccante che Egli non è insensibile ai nostri bisogni, per quanto piccoli possano essere; ma la scena che segue testimonierà per sempre che Egli non è indifferente alle nostre mancanze e alle nostre cadute.

Il fuoco e il pesce arrostito ci mostrano la tenera cura del Signore per i nostri corpi; il modo in cui agisce verso il Suo amato servo Pietro ci rivela il Suo amore ancora più profondo per le anime nostre. Tre punti ci colpiscono in particolare: il modo in cui il Signore scruta i nostri cuori per farci conoscere la radice delle nostre cadute; poi la cura commovente con cui ci riporta alla comunione con Lui; infine, dopo la riabilitazione, la Sua meravigliosa grazia che può impiegarci di nuovo nel Suo servizio benedetto nonostante tutte le nostre mancanze.

Inoltre, la grazia e la perfezione del Signore si vedono nel momento scelto per quest’opera di riabilitazione: “quand’ebbero fatto colazione”. Provvedendo alle loro necessità, invitandoli a colazione e servendoli con la Sua umile grazia, il Signore li aveva messi a proprio agio alla Sua presenza e aveva conquistato la loro fiducia; aveva così fatto capire che non c’era risentimento nel Suo cuore. Solo allora iniziò a mettere alla prova il cuore di Pietro per far scoprire al Suo discepolo, e a ciascuno di noi, la radice delle nostre mancanze.

Alla crocifissione, tutti i discepoli avevano abbandonato il Signore ed erano fuggiti. Alla risurrezione, molti di loro erano tornati alla loro vecchia vita. Ma in ognuna di queste occasioni, Pietro si era spinto più in là degli altri. Prima, aveva rinnegato il Signore per tre volte; in questo giorno di risurrezione, è a capo di coloro che tornano alle loro barche e alle loro reti. Quindi il Signore parla in modo speciale a Pietro, ma, se parla a Pietro, è a beneficio di tutti noi. Perché qui, va notato, il Signore non si occupa del peccato particolare del rinnegamento, ma del male non giudicato, che espone tutti noi a cadute simili o ancora più gravi.

Ricordiamoci anche che non è necessario cadere in pubblico per rinnegare il Signore anzi, la Scrittura mostra che possiamo allontanarci da Lui anche nel segreto del nostro cuore (Cfr. Proverbi 14:14).

Tuttavia, sia che lo abbiamo rinnegato apertamente o nel nostro cuore, ricordiamoci, che il ritorno a Lui e  la riabilitazione sono sempre possibili, anche se possono arrivare solo al momento della morte. D’altronde, ogni riabilitazione inizia con il Signore. Le pecore perdute non tornerebbero mai se il Signore, nella Sua grazia, non le cercasse. Davide dice: “Egli mi ristora l’anima mia “. Naomi ha detto: “Il Signore mi riconduce” (Ruth 1:21). Benedetto sia il Suo nome!

Qui vediamo la fase finale della riabilitazione di questo servo devoto. Tuttavia, è molto istruttivo seguire tutti i passi che lo portano alla sua reintegrazione. Essi sono sette:

  1. La preghiera del Signore per Pietro è stato il primo passo. Prima che Pietro cadesse, il Signore aveva detto: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te” (Luca 22:31-32). Notiamo l’oggetto della preghiera del Signore. Non ha chiesto che Pietro non entri in tentazione, che Satana non lo “vagli” e nemmeno che non cada. Il vaglio, la tentazione, la caduta erano tutti necessari per mettere a nudo la tipica fiducia in sé stesso di Pietro. Ma il Signore chiede che la sua fede non venga meno una volta caduto. Il peccato ha l’effetto di distruggere la fiducia in Dio, ma se la fiducia nella grazia di Dio scompare, come può l’anima essere riportata al Signore? Il diavolo vorrebbe farci cadere nel peccato, per distruggere la nostra fede e portarci alla disperazione, ma il Signore non lo permetterà. La caduta di Pietro è stata causata dal vaglio del diavolo; ma la preghiera del Signore era alla base della sua fede e il diavolo non poteva superare la barriera costituita dalla preghiera del Signore. Il diavolo incita Giuda a tradire il Signore, ma, non avendo fede, Giuda è portato alla disperazione e al suicidio. Pietro rinnega il Signore, ma la sua fede rimane e viene portato al pentimento e alla riabilitazione.
  2. Il secondo passo nella restaurazione di Pietro fu l’avvertimento del Signore (Luca 22:34). Nessun credente è mai caduto senza essere stato prima avvertito. Pieni di fiducia in noi stessi, possiamo prestare poca o nessuna attenzione a questo avvertimento, ma in una forma o nell’altra esso ci viene dato. Nel caso di Pietro questo è fatto in modo diretto, perché il Signore stesso l’aveva avvertito: “Io ti dico che il gallo non canterà… finché tu non abbia prima negato tre volte di conoscermi”.
  3. La terza tappa è contrassegnata dallo sguardo del Signore (Luca 22:61). Dopo che Pietro ebbe rinnegato il Signore per la terza volta, leggiamo: “Il Signore voltatosi, guardò Pietro” – uno sguardo pieno di amore infinito, sia chiaro. Pietro aveva appena voltato le spalle al Signore dicendo: “Non conosco quell’uomo” (Matteo 26:74). Il Signore si voltò immediatamente verso Pietro e gli rivolse uno sguardo che doveva parlare al suo cuore: “Tu dici di non conoscermi, ma Io ti conosco e ti amo”. “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Oh, l’amore, il meraviglioso amore che non ci abbandona mai! Notiamo ancora una volta che il vile rinnegamento di Pietro non ha prodotto né risentimento né rabbia nel cuore del Signore. Ma a noi, basta una piccola espressione di ingratitudine, di abbandono o di cattiveria da parte dei nostri fratelli e sorelle per suscitare pensieri amari nei nostri cuori e provocare parole taglienti. Tutto ciò non animava certo il nostro Signore.
  4. Il quarto passo della riabilitazione di Pietro fu la Parola del Signore (Luca 22:61). Lo sguardo del Signore richiamò le Sue parole; infatti, leggiamo: “Pietro si ricordò della Parola che il Signore gli aveva detto”. Lo sguardo del Signore gli spezzò il cuore; la Parola del Signore raggiunse la sua coscienza; di conseguenza, Pietro uscì e “pianse amaramente”. Giuda era “uscito” nella notte per andare a suicidarsi, mentre Pietro, profondamente pentito, “uscì” perché la sua coscienza risvegliata non gli avrebbe più permesso di rimanere in quel cortile. Pianse amaramente perché l’amore immutabile del Signore aveva toccato il suo cuore.
  5. Il messaggio del Signore è la quinta tappa (Marco 16:7). Quanta tenerezza troviamo nelle Sue cure per la pecora smarrita! Il suo sguardo aveva spezzato il cuore di Pietro; la sua parola aveva toccato la sua coscienza; ora il messaggio del Signore rafforzerà la sua fede.

La mattina della risurrezione, il Signore aveva un messaggio speciale per Pietro. L’angelo disse alle donne: “Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Se l’angelo avesse detto solo: “Andate a dire ai suoi discepoli”, Pietro avrebbe potuto pensare: “Non sono compreso, perché non potrò mai più essere annoverato tra i Suoi discepoli”. Ma il nome di Pietro viene menzionato specificamente per dare al suo cuore tremante la certezza che, anche se una volta lo aveva rinnegato, il Signore avrebbe di nuovo mostrato la strada, e Pietro avrebbe seguito e visto il suo Maestro, come aveva detto loro. Pietro aveva fallito, ma la parola del Signore non verrà mai meno; quindi, tutto avverrà come Lui ha “detto”. Come dev’essere stato toccato il cuore di Pietro, come deve essere ancora toccato il nostro cuore, dal fatto che nessuna delle Sue parole cadrà mai a terra, nonostante le cadute a cui possono condurci l’eccessiva fiducia in noi stessi.

  1. La sesta tappa fu il colloquio privato del Signore (Luca 24:34; 1 Corinzi 15:5). Il messaggio del Maestro preparò Pietro all’incontro con Lui. Il servo che aveva rinnegato il Signore avrebbe avuto un incontro privato con Colui che aveva rinnegato; infatti, leggiamo: “Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone”. Che magnifica grazia! Avremmo pensato che sarebbe apparso al discepolo che Gesù amava o alla donna devota che gli aveva unto i piedi. Ma la grazia prende una strada più grande e si manifesta prima al discepolo che aveva rinnegato il Signore. Come dice l’apostolo Paolo, “apparve a Cefa, poi ai dodici”.

Il povero Pietro caduto era l’oggetto speciale dell’amore e delle cure del Signore. Giovanni e gli altri discepoli potevano aspettare, ma lui no. Il Signore, infatti, fascerà il cuore spezzato di Pietro, prima di rallegrare il cuore degli altri discepoli. E nessun estraneo interverrà in questo colloquio segreto. Il Signore vuole che il peccato sia confessato e portato alla luce, ma lo farà da solo con Lui e nessuno saprà mai cosa è successo tra il Maestro e il servo in quel momento solenne.

  1. Il comportamento pubblico del Signore è la settima tappa. Questo ci riporta all’ultimo Capitolo del Vangelo di Giovanni. Qui troviamo il passo finale della riabilitazione di Pietro. Il peccato vero e proprio era stato affrontato nell’incontro privato. Il frutto cattivo del vecchio albero era stato giudicato e confessato al Signore, e quindi la coscienza di Pietro era stata alleggerita; ma la radice del male che aveva prodotto il frutto doveva ancora essere denunciata e giudicata, in modo che il cuore di Pietro potesse essere pienamente ristabilito nella comunione con il Signore. Per il nostro bene, questo lavoro viene fatto in pubblico, perché tutti abbiamo la radice del male in noi, anche se non siamo caduti in particolari peccati. Questa radice proviene dall’uomo peccatore per natura. Per questo il Signore si rivolge a Pietro non con il suo nuovo nome secondo la grazia, ma con il suo nome originale: “Simone, figlio di Giona”.

Pietro aveva rinnegato il Signore per tre volte, e ora il Signore stava per scrutare il suo cuore con tre domande. Pietro aveva giudicato il suo peccato; ora stava per giudicare sé stesso. Leggiamo: “Se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati” (1 Corinzi 11:31). Dietro tutti i nostri difetti esteriori si nasconde la carne non giudicata.

  1. a) La prima delle domande penetranti del Signore è: “Simone, figlio di Giona, mi ami tu più di questi?” Pietro aveva dichiarato pubblicamente di amare il Signore più di tutti gli altri; anzi, aveva detto: “Quand’anche tutti fossero scandalizzati, io però non lo sarò” (Marco 14:29). Il Signore sembra ora dire a Pietro: “Professi ancora di amarmi più degli altri discepoli?” Qui, dunque, impariamo che la radice della caduta di Pietro, come di tante nostre cadute, è la fiducia nella “carne” non giudicata. Come nel caso di Pietro, questa fiducia ci porta a pensare di essere migliori degli altri, e quanto più siamo attivi nel servizio, tanto più è probabile che questo avvenga. Forse, a differenza di Pietro, non esprimiamo la nostra fiducia in noi a parole, ma nel nostro cuore possiamo nutrire il pensiero che siamo migliori degli altri, più dotati di loro e che non falliremo anche quando loro saranno molto carenti. È questa presunzione carnale che il Signore vuole che individuiamo e giudichiamo.

Ora, rifiutandosi di contrapporsi agli altri, Pietro si rivolge al Signore e risponde: “Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene”. È come se dicesse: “Dopo il mio terribile rinnegamento, può sembrare che io non ti ami affatto, e probabilmente altri credono questo, ma tu sai che, nonostante tutto, ti voglio bene”.

  1. b) Con la seconda domanda, il Signore sonda il cuore di Pietro un po’ più in profondità. Non chiede al discepolo se ama più degli altri, ma se ama il Signore. Dice: “Simone, figlio di Giona, mi ami tu?” Ancora una volta, Pietro non vuole vantarsi né confidare nei propri sentimenti, ma si affida a ciò che il Signore sa.
  2. c) Nella terza domanda, il Signore usa la stessa parola di Pietro, che è una parola diversa da quella usata dal Signore nelle prime due domande. Infatti, il Signore aveva usato una parola (agapao) che indica un amore profondo caratterizzato da intelligenza e discernimento. Pietro usa una parola (fileo) che implica un amore reale ma emotivo, che si manifesta nell’attaccamento a qualcuno, senza molta intelligenza o apprezzamento della persona amata. Così, in questa terza domanda, il Signore chiede: “Mi vuoi bene?” Sollecitato nel profondo del suo essere da questa terza domanda, Pietro si abbandona completamente sul Signore. Dice: “Signore, tu conosci ogni cosa”. Dopo il rinnegamento, gli altri forse non sapevano cosa pensare dell’amore di Pietro per il Signore. Ma lui può dire al Signore: “Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. Pietro sembra dire: “Non oso più dire nulla di me, del mio amore o della mia devozione, ma mi affido alla Tua onniscienza. Egli conosce tutto ciò che c’è nel mio cuore; conosce l’amore che gli altri non riescono a scorgere, e conosce la fiducia in me che io ho constatato essere così debole. Lui sa tutto, e d’ora in poi non potrò più confidare nel mio zelo, nella mia consacrazione o nel mio amore, ma potrò confidare nel Signore che è capace di custodirmi”. Pietro comprende che proprio Colui contro il quale ha peccato è l’unico in cui può confidare per il futuro.

Qualcuno ha detto: “Impariamo, sia sulla nostra pelle che attraverso la Parola, che l’inganno del cuore è tale che né i doni, né lo zelo, né la devozione nel servizio possono essere la salvaguardia contro di esso. Sebbene la vigilanza e la preghiera siano sempre necessarie, sarà preservato dal male solo colui la cui anima è occupata del Signore”.

L’opera della riabilitazione è completa. Pietro è stato portato non solo a giudicare il suo peccato, ma anche a condannare la fiducia in sé stesso riconoscendo la propria “nullità” e l’onniscienza del Signore che dopo aver “azzerato” la fiducia in sé stesso di Pietro, gli dà un segno della Sua fiducia in lui. Lo prende al Suo servizio, e gli affida le Sue pecore, e i Suoi agnelli che Pietro è chiamato a “pascere” e nutrire. Proprio le due cose in cui Pietro aveva fallito così miseramente quando aveva cercato di agire con le proprie forze, sono quelle che avrà il grande privilegio di fare nella dipendenza dal Signore. Aveva detto: “Sono pronto ad andare con te in prigione e alla morte” ed ora è come se il Signore dicesse: “Avrai questo alto privilegio. Ti ho tolto la fiducia in te stesso quando dicevi “lo farò…”; ora ricompenserò l’amore che so essere nel tuo cuore. Andrai davvero in prigione e alla morte, perché “quando sarai vecchio, stenderai le mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorresti”. Ma quando Pietro andrà in prigione e alla morte, non sarà più come l’uomo sicuro di sé che si vanta del proprio amore, ma come l’umile discepolo che dipende da un Signore che conosce ogni cosa. Così, dopo aver pronunciato queste parole, gli dice: “Seguimi”.

Per concludere, Pietro è chiamato:

  • a nutrire le pecore di Cristo (21:17).
  • a glorificare Dio (21:19).
  • a seguire Cristo (21:19).

Qualche anno dopo, prima di lasciare questo mondo, Pietro trasmetterà queste tre esortazioni a tutti i credenti: “Cristo ha sofferto per voi, lasciandoci un esempio perché seguiate le sue orme.” Poi parlate e ad agite in modo tale che “in ogni cosa sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo”. Infine: “Pascete il gregge di Dio” (1 P 2:21; 4:11; 5:2).

Tradotto e adattato da Bibliquest

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