Commentario della lettera agli Efesini

Hamilton Smith

Pubblicato con il permesso di Edizioni il Messaggero Cristiano

Prefazione

LEpistola agli Efesini è definita «il testamento spirituale di Paolo alla chiesa» e rappresenta il massimo del suo pensiero. Dopo la lunga prigionia, prima a Cesarea e poi a Roma, L’apostolo condensa in poche righe la rivelazione avuta sull’opera del Padre, del Signore Gesù Cristo e dello Spirito Santo, per la salvezza degli uomini e la costituzione della Chiesa.

Con l’epistola ai Romani, essa costituisce il testo paoliniano più dottrinalmente unitario nella sua stesura e, nel contempo, più scarso di riferimenti alla particolare situazione di una comunità o a problemi personali di credenti.


È giustamente definita «la più impersonale delle epistole di Paolo» e questo carattere pone il problema dei suoi diretti destinatari: è veramente stata indirizzata a quella chiesa dove Paolo ha soggiornato tre anni e alla quale lo legavano tanti ricordi e tanti profondi affetti? Il tono impersonale può adattarsi ad una comunità dove Paolo è stato così a lungo? Come spiegare l’assenza di riferimenti a ricordi comuni, ad insegnamenti dati (2 Timoteo 2:2) e di saluti personali o collettivi? Per quale motivo Paolo non aggiunge i saluti di Timoteo ed Aristarco che erano con lui (Colossesi 1:1, 4:10) e che gli Efesini conoscevano molto bene (Atti 19:22-29, 1Cor. 4:17)? Certamente stupiscono alcune espressioni come: «Avendo udito parlare della fede vostra… » (1:5) quasi che Paolo non li avesse mai conosciuti, al pari dei Colossesi (1:4); oppure: «Poiché senza dubbio avete udito di quale grazia Iddio mi abbia fatto dispensatore per voi; come per rivelazione mi sia stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; le quali leggendo potete capire la intelligenza che io ho del mistero di Cristo » (3:2-3-4); dopo tre anni di permanenza ad Efeso, sicuramente i credenti locali avrebbero avuto piena conoscenza di queste cose. E ancora: «Ma quanto a voi, non è così che avete imparato a conoscere Cristo. Se pur l’avete udito ed in lui siete stati ammaestrati secondo la verità che è in Gesù» (4:20-21). Paolo avrebbe usato quest’espressione se fosse, stato egli stesso ad evangelizzare e insegnare il Cristo? Altre espressioni potrebbero stupirci: «Ti ripeto l’esortazione che ti feci quando andavo in Macedonia, di rimanere ad Efeso per ordinare a certuni che non insegnino dottrina diversa, né si occupino di favole e di genealogie senza fine, le quali producono questioni, anziché promuovere la dispensazione di Dio, che è in fede» (1 Timoteo 1:3-4); tutti i problemi dottrinali presenti in questa assemblea non trovano risposta, o non vengono trattati, nel contesto della epistola. Inoltre l’espressione «ad Efeso» manca nei più antichi manoscritti (Vaticano, Sinaitico, il papiro P. 46 intorno anno 200, il manoscritto 1739, il manoscritto 424, il papiro Chester del 3 ° sec. e altri). Sembrerebbe dunque trattarsi di una lettera «circolare» indirizzata alle chiese di una regione ove Efeso era la città principale, più accessibile; pertanto, la copia di questa epistola presente nell’assemblea di Efeso, venne forse cercata lì e spesso copiata e diffusa come «Epistola agli Efesi». E come tale ci è stata tramandata. La chiesa di Efeso non è stata dunque l’unica destinataria di quest’epistola; tuttavia, la sua importanza quale capitale dell’Asia richiede una breve descrizione.

La città di Efeso

Situata sulla costa occidentale dell’Asia Minore, antica capitale della Ionia, alle foci del fiume Caistro, assieme ad Antiochia ed Alessandria costituiva uno dei porti principali del triangolo commerciale del Mediterraneo occidentale. Grande centro commerciale, Efeso contava a quel tempo circa 400.000 abitanti (dei quali molti erano Giudei) e veniva considerata la capitale religiosa dell’Asia Minore. Essa possedeva uno splendido tempio (quattro volte più grande del Partenone) dedicato a Diana, attorno al quale ruotava un fiorente commercio e una notevole attività di esorcisti ed astrologi (vedi Atti 19).

Origine della Chiesa di Efeso

Numerosi Giudei dell’Asia Minore erano presenti a Gerusalemme il giorno della Pentecoste (Atti 2:9-10) e udirono il messaggio di Pietro e successivamente parlarono dell’Evangelo nella sinagoga di Efeso. In Atti 6:9 vediamo dei Giudei d’Asia discutere con Stefano. Al termine del suo secondo viaggio missionario, Paolo aveva lasciato ad Efeso Aquila e Priscilla (Atti 18:18-19) dove incontrarono Apollo. Forse esisteva già un piccolo nucleo di credenti che si radunavano in casa di Aquila e Priscilla, in quanto Luca ci ricorda che «i fratelli incoraggiarono Apollo a recarsi in Acaia» e scrissero una lettera di raccomandazione alla chiesa di Corinto (Atti 18:27).

Nel terzo viaggio missionario Paolo raggiunse Efeso e vi resta tre anni (Atti 20:31). Luca divide questo soggiorno in tre periodi:

  • tre mesi a predicare nella sinagoga (Atti 19:8)
  • due anni nella scuola di Tiranno, prima dell’episodio dei figli di Sceva (Atti 19:9-10, 13 a 20)
  • «per qualche tempo» (forse nove mesi) dopo l’invio di Timoteo e di Erasto in Macedonia (Atti 19:22).

Il soggiorno prolungato in questa città da parte dell’apostolo Paolo è dunque dovuto alla consapevolezza dell’importanza strategica di questa città per l’espansione dell’Evangelo in Asia Minore, e in effetti le sette chiese menzionate nell’Apocalisse furono sicuramente stabilite in questo periodo, anche con l’aiuto di Epafra. Dopo la partenza di Paolo, la chiesa continuò sotto la direzione degli anziani (Atti 20:17) ai quali egli predisse le difficoltà e i problemi che avrebbero incontrato.

L’occasione storica e contingente per la redazione dell’Epistola agli Efesini è fornita dal viaggio di Tichico che doveva consegnare l’Epistola ai Colossesi alle varie chiese della valle del Lieo (Efesini 6:21-22, Col. 4:7-9), mentre l’occasione «dottrinale» è dovuta alla necessità dell’apostolo di presentare una sintesi del pensiero divino sulla salvezza, sulla Chiesa, sull’unione Giudei-Gentili, sull’opera dello Spirito Santo. Gli errori dottrinali presenti a Colosse lo avevano convinto della necessità di un ’epistola enciclica a carattere generale (1). Per quanto concerne la data, si sa che Paolo la scrisse in prigione (3:1, 4:1, 6:20), verosimilmente al tempo della prima prigionia romana, e cioè nell’anno 62.

(1) L’autore di questo studio, per la verità, ha una visione un po’ diversa da quanto detto in questa introduzione. Egli, infatti, considera la Chiesa di Efeso nella florida condizione spirituale e morale, com’è descritta in Atti 20 e svolge lo studio come se proprio ai credenti di quella chiesa la lettera sia stata indirizzata.

Introduzione

Che Dio si sia rivelato in grazia a un mondo peccatore è un grande favore; ma ha fatto di più: ha svelato ai credenti i consigli segreti del suo cuore!

Per conoscere la grandezza di queste rivelazioni dobbiamo leggere l’epistola di Paolo agli Efesini, dove troviamo, data dall’apostolo ispirato, un’esposizione dei consigli di Dio per la gloria di Cristo e per la benedizione di quelli che sono destinati a condividere la sua gloria.

È molto importante considerare questi due lati: da una parte, l’espressione della volontà di Dio per tutti i credenti, dall’altra, la grazia di Dio che apporta la salvezza per tutti gli uomini. In generale, conosciamo meglio la sua grazia in salvezza che i consigli del suo cuore. La grazia di Dio, del resto, risponde alla nostra condizione di peccatori, ed è giusto cominciare di li; ma i consigli di Dio rivelano ciò che Egli si è proposto di fare per la soddisfazione del suo cuore. La grazia di Dio in salvezza e la conoscenza dei consigli di Dio, pur essendo delle benedizioni distinte, non possono essere separate; perché la grazia che salva le anime nostre conduce alla gloria che soddisfa il cuore di Dio.

Nella rivelazione dei consigli di Dio, scopriamo il carattere vero, celeste, del cristianesimo. Impariamo che la Chiesa, pur essendo formata sulla terra, appartiene al cielo; e, pur esistendo nel tempo, è stata prevista nell’eternità e per l’eternità.

Il capitolo 1 ci svela i consigli eterni di Dio per Cristo e la sua Chiesa in vista dell’eternità.

Il capitolo 2 pone davanti a noi le vie di Dio per la formazione della Chiesa nel tempo, in vista dei suoi piani per l’eternità.

Il capitolo 3 presenta il servizio speciale affidato all’apostolo Paolo in rapporto alla rivelazione della verità della Chiesa.

I capitoli 4,5 e 6 costituiscono la parte pratica dell’epistola. Messi al corrente dei piani di Dio, i credenti sono esortati a camminare secondo queste verità per tutto il tempo del loro pellegrinaggio quaggiù. Se nei suoi piani Dio si è proposto di manifestare la sua grazia nei santi per l’eternità, Egli desidera anche che la Chiesa sia, durante la sua esistenza nel tempo, una testimonianza alla sua grazia, al suo amore e alla sua santità.

Il proponimento di Dio in Cristo

Capitolo 1

Il primo capitolo dell’epistola ci parla della rivelazione del proponimento di Dio riguardo a Cristo e alla sua Chiesa. Nei capitoli successivi scopriamo le vie di Dio piene di grazia nella formazione della Chiesa. Ma il proponimento di Dio in vista dell’eternità ci è rivelato in anticipo, affinché possiamo entrare con intelligenza nelle sue vie mentre siamo ancora sulla terra.

Dopo i versetti di introduzione, c’è prima di tutto lo spiegamento del proponimento di Dio per quelli che compongono la Chiesa (v. 3-7); poi la rivelazione della volontà di Dio per la gloria di Cristo come Capo di tutta la creazione e la benedizione della Chiesa associata a Cristo; e alla fine la preghiera dell’apostolo affinché noi possiamo realizzare la grandezza della chiamata di Dio, la benedizione dell’eredità e l’immensa potenza che compie il proponimento di Dio e introduce i credenti nell’eredità a loro destinata.

Il proponimento di Dio riguardo ai credenti (v. 1-7)

«Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso ed ai fedeli in Cristo Gesù. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signor Gesù Cristo».

Versetti 1-2.

Nel momento in cui rivela i grandi segreti della volontà e del proponimento di Dio, l’apostolo si preoccupa di ricordare ai santi che egli è “apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio”. Non è mandato dall’uomo come servitore dell’uomo per rivelare la volontà dell’uomo. È divinamente preparato e mandato da Gesù Cristo, secondo la volontà di Dio, per rivelare la volontà di Dio.

Inoltre, si rivolge ai credenti di Efeso come “santi e fedeli in Cristo Gesù”, facendo così capire che nell’assemblea di Efeso c’era una condizione spirituale caratterizzata dalla fedeltà al Signore, e preparando gli Efesini a ricevere queste comunicazioni profonde.

Può capitare che un radunamento di santi si distingua per abbondanza di zelo e attività, e nondimeno manchi di fedeltà al Signore. È proprio in tale condizione che questa stessa assemblea di Efeso è caduta alcuni anni dopo, quando il Signore, malgrado il loro zelo e il loro lavoro, dovrà dir loro: “Ma ho questo contro di te: che tu hai lasciato il tuo primo amore… sei caduto” (Apocalisse 3:4).

Ma nell’epoca in cui l’apostolo scriveva, quei credenti erano ancora caratterizzati, come radunamento, dalla fedeltà al Signore. Insieme a una buona condizione morale, abbiamo bisogno di “grazia” e di “pace” da parte di Dio nostro Padre e dal Signor Gesù Cristo; ed era ciò che l’apostolo desiderava per quei santi.

«Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo».

Versetto 3.

Dopo i versetti di introduzione, l’apostolo sviluppa immediatamente la benedizione dei credenti secondo il proponimento di Dio e, di conseguenza, le loro benedizioni più elevate. In questo magnifico passo conosciamo la sorgente di tutte le nostre benedizioni, il loro carattere, la loro origine e lo scopo che Dio ha in vista benedicendoci riccamente. Al di sopra di tutto apprendiamo che i proponimenti di Dio sono adempiuti per mezzo di Cristo.

La sorgente di tutte le nostre benedizioni si trova nel cuore di Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Dio è stato perfettamente rivelato in Cristo il quale, nel suo cammino come uomo attraverso il mondo, ha manifestato la santità e la potenza infinita di Dio, come anche l’amore e la grazia perfetta del Padre. È al cuore di Dio Padre, così rivelato, che abbiamo il privilegio di far risalire tutte le nostre benedizioni.

Siamo poi informati del carattere di queste benedizioni. Il Padre “ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo”. La parola “ogni” ci parla della pienezza delle nostre benedizioni. Nessuna delle benedizioni di cui Cristo, come uomo, ha goduto ci è rifiutata. Siamo benedetti di “ogni” benedizione spirituale. Malgrado tutti i vantaggi terreni che la cristianità professante può conferire agli uomini, resta sempre vero che le benedizioni cristiane sono spirituali, e non materiali com’erano quelle della nazione di Israele. Però, anche se hanno un carattere spirituale, sono benedizioni reali. La posizione di figli, l’accettazione, il perdono, tanto per citare qualcuna delle benedizioni presentate nel nostro passo, sono benedizioni spirituali che sorpassano le ricchezze di questo mondo, ma che sono garantite per mezzo di Cristo al più semplice di quelli che credono in lui.

Inoltre, la sfera delle nostre benedizioni non è la terra, ma il cielo. Siamo benedetti “nei luoghi celesti”. Può darsi che sulla terra siamo poveri; ma nel cielo siamo riccamente benedetti.

Tutte queste benedizioni spirituali e celesti sono in relazione con Cristo, e nessuna di esse proviene dalla nostra relazione con Adamo. Esse sono in Cristo. Le benedizioni dei Giudei erano temporali, legate alla terra e alla discendenza di Abramo; le benedizioni cristiane sono spirituali, celesti e in Cristo. Al contrario delle benedizioni terrestri, esse non sono costituite dalla salute, o dalle ricchezze, o dalla posizione sociale, o dall’educazione, o dalla nazionalità. Sono al di fuori di ogni ordine di cose terrene, e persisteranno in tutta la loro pienezza quando la nostra vita temporale terminerà e il nostro cammino sulla terra avrà preso fine.

«In lui ci ha eletti prima della formazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui».

Versetto 4.

In seguito veniamo a conoscere che queste nostre benedizioni, che procedono dal cuore del nostro Dio e Padre, hanno la loro origine “prima della fondazione del mondo”. Allora, nell’eternità passata, siamo stati eletti in Cristo! Questo implica una scelta sovrana di Dio, del tutto indipendente da ciò che noi siamo in relazione con Adamo e il suo mondo, e non può essere alterata da ciò che avviene nel tempo.

Ed ora, ci è concesso di vedere non solo l’origine delle nostre benedizioni prima della fondazione del mondo, ma anche il grande scopo che Dio ha in vista dopo che il mondo sarà passato. L’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo “ci ha eletti in Cristo prima della fondazione del mondo” affinché nei secoli a venire fossimo “dinanzi a lui” per la soddisfazione del suo cuore “santi e irreprensibili nell’amore”. Se il proponimento di Dio è di avere un popolo davanti a Sé per tutta l’eternità, bisogna che questo sia in una condizione che risponde a ciò che Egli è; e per rispondere a ciò che Egli è, bisogna che sia come Lui. Soltanto ciò che è come Dio può essere adatto a Dio.

Così, Dio vuole che noi siamo 4‘santi e irreprensibili”, e “nell’amore”. Ecco ciò che veramente Dio è, e ciò che è stato manifestato nella perfezione in Cristo Uomo. Egli era santo nel suo carattere, irreprensibile nella sua condotta, amore nella sua natura. Dio vuole pure averci davanti a Sé in uno stato morale di perfetta santità, in una condotta senza biasimo, e con una natura che, essendo amore, può rispondere all’amore di Dio. Dio è amore, e l’amore non può essere soddisfatto se non è corrisposto da coloro che ne sono gli oggetti. Dio si circonderà di coloro che, come Cristo Uomo, rispondono perfettamente al suo amore, e così si potrà rallegrare in noi, e noi in Lui.

Appena per fede riceviamo queste grandi verità e ne consideriamo lo scopo glorioso, ci rallegriamo per tutto ciò che il cuore di Dio ha rivelato e per l’efficacia dell’opera di Cristo. L’amore del Padre e il valore dell’opera di Cristo sono tali da farci essere dinanzi al Padre santi e irreprensibili e, di conseguenza, nel pieno godimento dell’amore divino.

Quanto più proiettiamo il nostro sguardo nell’eternità e scopriamo la vasta distesa delle benedizioni che ci sono riservate, tanto più questo mondo effimero, che spesso ci pare grande e importante, diventa insignificante; e il Cristianesimo, visto nel suo vero carattere secondo Dio, diventa invece grande e benedetto.

«Avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà».

Versetto 5.

Ma vi sono delle benedizioni speciali alle quali i credenti sono predestinati. Secondo la sovrana elezione, i credenti sono stati predestinati al posto particolare di figli, introdotti nella stessa relazione col Padre nella quale è Cristo, come Uomo, tanto che ha potuto dire: “Il Padre mio e Padre vostro”. Gli angeli sono dei servitori, ma noi per lui siamo dei figli!

Questa speciale relazione è “secondo il beneplacito della sua volontà”. Così, la benedizione del versetto 5 sorpassa la benedizione del versetto 4. Nel versetto 4 si trattava dell’elezione sovrana, che per grazia ci rende adatti a Lui; nel versetto 5 è il beneplacito di Dio che predestina dei credenti alla relazione di figli.

«A lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio».

Versetto 6.

Il modo d’agire di Dio nel predestinarci a questo posto elevato di benedizioni andrà “a lode della gloria della sua grazia”. Le ricchezze della grazia di Dio ci rendono idonei a stare davanti a Lui. La gloria della sua grazia ci mette in relazione con Lui, avendoci resi graditi nel Diletto. Se siamo resi graditi nel Diletto, siamo accolti come lo è Lui, con la stessa gioia con cui Egli è stato ricevuto nella gloria.

«In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia».

Versetto 7.

I versetti precedenti hanno presentato il proponimento di Dio per i credenti; in questo versetto ci è ricordato il modo con cui Dio ha potuto farci partecipi di queste benedizioni: siamo stati riscattati col sangue di Cristo e i nostri peccati sono stati perdonati, secondo le ricchezze della sua grazia.

Le ricchezze della sua grazia rispondono a tutti i nostri bisogni come peccatori; la gloria della sua grazia risponde al beneplacido di Dio di benedirci come santi. Un ricco potrebbe colmare un mendicante di abbondanti ricchezze: sarebbe una grande grazia. Ma se il ricco andasse più oltre, e introducesse il povero nella sua casa dandogli il posto di figlio, allora non si tratterebbe più soltanto di grazia ma anche di un atto di gloria e di onore per il ricco stesso. Le ricchezze della grazia hanno risposto ai bisogni del figliuol prodigo e l’han rivestito di una veste che proveniva dalla casa del padre; e la gloria della grazia gli ha dato il posto di figlio nella casa. La gloria della grazia di Dio ha costituito i credenti come figli e non come mercenari!

La rivelazione della volontà di Dio per la gloria di Cristo e la benedizione della Chiesa (v. 8-14).

«che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d’intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé».

Versetti 8 e 9.

Dio non ci ha soltanto destinati alla benedizione nella quale saremo introdotti in futuro; noi possediamo la redenzione delle nostre anime e il perdono dei nostri peccati secondo le ricchezze della sua grazia, ma questa stessa grazia che ha abbondato verso noi ci dà sin da ora la conoscenza del proponimento di Dio. Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà perché abbiamo conoscenza di ciò che s’è proposto in sé stesso.

È volontà di Dio che la Chiesa mentre è quaggiù sia la depositaria dei Suoi disegni. Dio vuole che siamo savi e intelligenti riguardo a tutto ciò che fa e che farà ancora, secondo la Sua libera volontà, per la gloria di Cristo e per la benedizione della Chiesa. Avendo il pensiero di Dio, rimarremo tranquilli in mezzo all’agitazione del mondo e saremo elevati al di sopra di questa scena di afflizione e di peccato, perché conosciamo la fine di tutte le cose.

Nella Bibbia, un “mistero” non è una cosa sconosciuta e nascosta, ma un segreto che è rivelato ai credenti prima di essere manifestato pubblicamente al mondo. In questo mondo vediamo l’uomo che fa la sua propria volontà secondo il suo piacere; ecco il perché di tanti dolori e di tanta confusione. Ma il privilegio del credente è di conoscere i segreti di Dio, di sapere anche che Dio opererà ogni cosa secondo la sua volontà, e che alla fine i suoi propositi trionferanno.

«Per tradurlo in atto nella pienezza dei tempi, e che consiste nel raccogliere sotto un sol capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che son nei cieli, quanto quelle che son sopra la terra».

«In lui, dico, nel quale siamo pur stati fatti eredi, a ciò predestinati conforme al proposito di Colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della propria volontà, affinché fossimo a lode della sua gloria, noi, che per i primi abbiamo sperato in Cristo».

Versetti 10 a 12.

I versetti seguenti ci parlano di questo mistero di Dio. Esso si divide in due parti: la prima riguarda il proponimento di Dio per Cristo; l’altra ciò che Dio si è proposto per la Chiesa associata a Cristo.

È il volere di Dio, per l’amministrazione della “pienezza dei tempi”, di riunire in uno tutte le cose in Cristo. “La pienezza dei tempi” non è lo stato eterno, in quanto allora Dio sarà tutto in tutti. Questa espressione allude al “secolo a venire” (Ebrei 6:5, Luca 20:35) cioè il millennio, quando il pieno risultato delle vie di Dio “in governo” sarà visto nella sua perfezione. Tutte le varie forme di governo che sono state esperimentate dagli uomini in epoche diverse, e alla fine hanno sempre deluso i popoli, saranno viste in perfezione sotto l’amministrazione di Cristo. La “rovina” dei tempi è stata vista sotto il governo degli uomini; la “pienezza” (o la perfezione) dei tempi sarà vista quando Cristo regnerà. Allora ogni cosa creata, ogni essere, sia nei cieli che sulla terra, sarà sottomessa alla sua autorità e alla sua direzione. Il risultato sarà il predominio dell’unità, dell’armonia e della pace. Questo è il segreto, o il mistero, della volontà di Dio per la gloria di Cristo.

Ma il piacere di Dio è che la Chiesa, associata a Cristo, abbia parte a questa vasta eredità sulla quale Cristo sarà capo. Al versetto 12 l’apostolo dice: “Siamo pur stati fatti eredi”, facendo evidentemente allusione ai credenti fra i Giudei. La nazione giudea aveva perso la sua eredità terrestre rigettando Cristo e seguendo la propria volontà. Il residuo fedele dei Giudei che crederà in Cristo otterrà un’eredità più gloriosa nel mondo a venire, secondo il proponimento di Colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della propria volontà. Associati a Cristo nel suo regno, i credenti manifesteranno la Sua gloria. In quel giorno, Egli sarà “glorificato” e “ammirato” in tutti quelli che avranno creduto (2 Tessalonicesi 1:10). La Chiesa avrà una parte con Lui! Questi credenti d’infra i Giudei “per i primi avevano sperato in Cristo”. Avevano sperato in Cristo durante il periodo del suo rigettamento; la nazione di Israele ricostituita crederà in Lui nel giorno della sua gloria.

«In lui voi pure, dopo aver udito la parola della verità, l’evangelo della vostra salvazione, in lui avendo creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso».

Versetto 13.

Il “voi” del versetto 13 introduce i credenti delle nazioni nella benedizione di questa gloriosa eredità. Avevano creduto l’evangelo della loro salvezza ed erano stati suggellati dallo Spirito Santo della promessa.

«Il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio s’è acquistati, a lode della sua gloria».

Versetto 14.

La Parola “nostra” del versetto 14 unisce i credenti Giudei e quelli delle Nazioni. Insieme condividevano ora questa gloriosa eredità. Per mezzo dello Spirito noi pregustiamo la benedizione dell’eredità. Questa eredità è un possesso acquistato; il prezzo è stato il sangue prezioso di Cristo. Tutta la creazione gli appartiene, perché Egli è il Creatore, e tutto gli appartiene perché l’ha comprato. Benché tutto sia stato acquistato, non tutto però è stato riscattato. Ha comprato l’eredità per mezzo del sangue; e la riscatterà per mezzo della potenza. Quando con la sua potenza avrà liberato tutta la creazione dal Nemico, ciò sarà a lode della gloria di Dio.

La preghiera di Paolo perché i credenti sappiano a quale speranza sono chiamati e qual è la gloria dell’eredità (v. 15-23).

«Perciò anch’io, avendo udito parlare della fede vostra nel Signor Gesù e del vostro amore per tutti i santi».

Versetto 15.

La preghiera incomincia con la descrizione della condizione spirituale dei santi ad Efeso; condizione buona, che spingeva l’apostolo a rendere grazie a Dio e a pregare senza interruzione per loro. Quei credenti avevano “fede nel Signore Gesù Cristo e amore per tutti i santi”. Essendo Cristo l’oggetto della loro fede, i santi diventavano l’oggetto del loro amore. La prova più grande di una fede vivente in Cristo è l’amore pratico per i santi. La fede mette l’anima in relazione con Cristo e, essendo in contatto con Lui, il cuore va incontro a tutti quelli ch’Egli ama. Quanto più ci terremo vicini a Cristo, tanto più le nostre affezioni si spanderanno verso quelli che Gli appartengono.

«Non resto mai dal render grazie per voi, facendo di voi menzione nelle mie orazioni».

Versetto 16.

Avendo udito parlare della loro fede e del loro amore, l’apostolo è dunque spinto a rendere grazie e a pregare incessantemente per loro. Se siamo occupati soltanto dei difetti e delle mancanze dei nostri fratelli, saremo rattristati e passeremo il nostro tempo a lamentarci di loro. Ma se cerchiamo di vedere ciò che la grazia di Dio ha prodotto in loro, avremo infiniti motivi per rendere grazie (pur non essendo indifferenti a ciò che eventualmente richiedesse di essere corretto). Paolo non ignorava mai ciò che nei santi era di Cristo, ma neanche era indifferente a quel che proveniva dalla carne. Poteva ringraziare persino per i santi di Corinto, per quel che vedeva in loro secondo Dio, anche se sul loro conto aveva molte cose da riprendere.
Nella nostra debolezza siamo inclini a cadere da un estremo all’altro. Per la premura di manifestare dell’amore, trattiamo forse con molta leggerezza ciò che è male; oppure, per una decisa opposizione a ciò che è male, forse non discerniamo ciò che è secondo Dio.

L’apostolo aveva chiarito i piani di Dio a questi santi, e l’essere portato a pregare per loro dimostra l’immensità di questi piani. La forza del linguaggio umano è insufficiente per esprimerli, e la capacità della mente umana è troppo debole per capirli. Paolo si rende conto che non basta enunciare queste grandi verità per esserne compenetrati. Scrivendo a Timoteo, gli dice: “Considera quello che dico, poiché il Signore ti darà intelligenza in ogni cosa”. In questa epistola, Paolo, condotto dallo Spirito, può rivelarci i piani di Dio, ma sa che soltanto Dio può darcene la comprensione. Per questo si rivolge a Lui con la preghiera del v. 16.

«Affinché l’Iddio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per la piena conoscenza di lui».

Versetto 17.

L’apostolo si rivolge “all’Iddio del Signor nostro Gesù Cristo” perché, in questa preghiera, il Signore Gesù è visto come Uomo. La preghiera del capitolo 3 è rivolta al “Padre del Signor nostro Gesù Cristo”, perché là il Signore è considerato come Figlio. Un altro motivo dell’impiego di nomi diversi nelle due preghiere è forse perché nella prima preghiera l’apostolo desidera che conosciamo la “potenza” di Dio che esegue i suoi piani, e il nome di “Dio” è legato a giusto titolo alla potenza; mentre la seconda preghiera concerne l’amore, ed è normale che si rivolga al “Padre”.

Qui Dio è chiamato anche “il Padre della gloria” perché la scena di gloria verso cui siamo diretti trae il suo carattere dal Padre ed ha in Lui la sua sorgente. Il Suo amore e la Sua santità riempiranno di gloria questo mondo in cui Egli sarà perfettamente manifestato. Mentre il Padre è l’impulso e la sorgente della gloria, il Signore Gesù, come uomo, è il centro e l’oggetto della gloria. In Lui è spiegata tutta la potenza di Dio. Il suo nome è al di sopra di ogni nome. Egli è il capo supremo della Chiesa.

Per entrare nelle verità conosciute ed esposte dall’apostolo Paolo, abbiamo bisogno dello spirito di sapienza e di rivelazione nella piena conoscenza di Cristo. Tutta la sapienza di Dio e tutta la rivelazione della sua volontà son date a conoscere in Cristo. Abbiamo quindi bisogno della piena conoscenza di Cristo per entrare con la sapienza di Dio nella rivelazione che Dio ha fatto di sé stesso e dei suoi piani.

«Ed illumini gli occhi del vostro cuore, affinché sappiate a quale speranza Egli v’abbia chiamati, qual sia la ricchezza della gloria della sua eredità nei santi».

Versetto 18.

La conoscenza di Cristo, per cui l’apostolo prega, non è una semplice conoscenza intellettuale, ma una conoscenza “col cuore”, di una Persona: ecco perché dice: “Illumini gli occhi del vostro cuore”. A più riprese vediamo nella Bibbia, e impariamo per esperienza, che Dio insegna per mezzo delle affezioni. Così fu per la donna peccatrice di Luca 7 “che ha molto amato” ed ha imparato rapidamente. Lo stesso avvenne ad una donna santa e devota, Maria Maddalena, in Giovanni 20. Nel giorno della risurrezione, il suo affetto per il Signore era evidentemente più attivo di quello di Pietro e Giovanni; e il Signore si rivela a quel cuore che ama dandole la magnifica rivelazione delia nuova posizione dei suoi fratelli in relazione col Padre.

Dopo queste richieste preliminari, Paolo espone ora tre grandi richieste:

1. Che sappiamo qual è la speranza della sua chiamata.

2. Che sappiamo quali sono le ricchezze della gloria della sua eredità nei santi.

3. Che conosciamo la potenza che attuerà lo scopo della chiamata introducendo i santi nell’eredità.

La chiamata viene dall’alto, in relazione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo nel cielo.

L’eredità è in basso in relazione sulla terra con le cose create. Come apprendiamo da Filippesi 3:14, la chiamata è celeste, da Dio, in Cristo. La sorgente dell’appello è Dio, per cui ne è parlato qui come essendo Lui “che vi ha chiamati”. Questo è esposto nei versetti 3 a 6 di questo capitolo. Secondo la divina chiamata, siamo benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo, e siamo eletti in Cristo, da parte del Padre, per essere davanti a Dio conformi a Lui, “santi ed irreprensibili dinanzi a lui nell’amore”, per la gioia e la soddisfazione del suo cuore. La chiamata ci dice anche che saremo davanti a Dio non quali servitori, come sono gli angeli, ma come figli. Inoltre, la chiamata ci dice che saremo nel favore eterno di Dio, graditi nell’Amato suo. Infine, impariamo nella chiamata che saremo a lode eterna della gloria della grazia di Dio.

Riassumendo, la chiamata, così come ci è presentata in questi magnifici versetti, significa che siamo eletti e chiamati in alto, nei cieli, a una benedizione celeste, per essere come Cristo e con Cristo davanti al Padre, in relazione col Padre, nel favore eterno del Padre e alla lode della
gloria della sua grazia.

Tale è la chiamata riguardo alla quale l’apostolo prega; e possiamo pregare anche noi che ci sia dato di entrare nella sua benedizione e di sapere “a quale speranza Egli ci abbia chiamati”.

Qui la speranza non ha a che vedere con la venuta del Signore. I santi sono visti in questa epistola come già seduti nei luoghi celesti, per cui non v’è alcuna allusione alla venuta del Signore. La speranza è qui la piena rivelazione, nella gloria eterna, di tutto ciò a cui Dio ci ha chiamati in Cristo, come frutto dei suoi eterni piani.

L’apostolo prega affinché sappiamo “qual sia la ricchezza della gloria della sua eredità nei santi”. È stato detto che “nella sua chiamata noi guardiamo in alto; mentre l’eredità si estende, per così dire, sotto i nostri piedi”. L’eredità è presentata nei versetti 10 e 11 di questo capitolo, dai quali impariamo che essa abbraccia tutte le cose create, nei cieli e sulla terra, di cui Cristo sarà il capo glorioso. In Lui, la Chiesa otterrà l’eredità, perché regnerà con Lui. Nella preghiera, l’eredità è chiamata “la sua eredità nei santi”. Un regno non consiste solamente in un re con un territorio, ma in un re con dei sudditi. Inoltre, “le ricchezze della gloria della sua eredità” saranno viste proprio nei santi. In quel giorno il Signore sarà “glorificato nei santi” e “ammirato in tutti quelli che hanno creduto” (2 Tessalonicesi 1:10).

«E qual sia verso noi che crediamo, l’immensità della sua potenza».

Versetto 19.

Paolo chiede anche che noi sappiamo qual è la potenza che opererà per noi queste grandi cose. È parlato “dell’immensità della sua potenza” e della “potente efficacia della sua forza”. Essa opera dunque nei nostri confronti nel tempo presente. È “la potente efficacia della sua forza”. Ci sono altre grandi potenze nell’universo, ma la potenza che opera verso noi sorpassa ogni altra potenza, sia quella della carne in noi, sia quella del diavolo contro di noi. Che conforto sapere che in tutta la nostra debolezza c’è l’eccellente grandezza di una potenza in nostro favore che opera per noi!

«La qual potente efficacia della sua forza Egli ha spiegata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, al di sopra di ogni principato e autorità e potestà e signoria, e d’ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire».

Versetti 20-21.

Ma questa potenza non ci è stata rivelata soltanto in una dichiarazione, ma si è mostrata nella risurrezione di Cristo. Il mondo e Satana hanno potuto mostrare un grande spiegamento della loro potenza, potenza di morte, nel momento in cui hanno inchiodato Cristo sulla croce. Ma dopo che il diavolo e il mondo ebbero espresso la loro potenza al suo grado estremo, Dio ha manifestato l’eccellente grandezza della sua potenza risuscitando Cristo d’infra i morti e ponendolo, come uomo, nella posizione più elevata dell’universo, alla sua destra. Cristo è stato stabilito, in questa posizione di gloria, al di sopra di qualsiasi altra potenza, sia che si tratti dei principati e delle autorità spirituali, sia delle potenze e dominazioni temporali. Nomi di un certo rilievo sono dati ai governi di questo mondo e del mondo a venire, ma Cristo ha un nome al di sopra di ogni nome, Re dei re e Signore dei signori.

«Ogni cosa Ei gli ha posta sotto ai piedi, e l’ha dato per capo supremo alla Chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti».

Versetto 22.

Cristo non è soltanto “al di sopra” di ogni potenza, ma ogni cosa sarà messa sotto i suoi piedi. Tale è questa potenza che non soltanto ci porterà a condividere con Cristo questo posto elevato di gloria, ma che già oggi ci accompagna mentre camminiamo verso la gloria.

Ma c’è un’altra grande verità: Colui nel quale è stata manifestata tutta la potenza, che è stato posto in una posizione al di sopra di ogni potenza, che ha il potere di assoggettarsi ogni male, è Colui che è stato dato “per Capo supremo alla Chiesa”!

L’opera di Dio in Cristo

Capitolo 2

Il capitolo 1 ci ha parlato dei piani di Dio per Cristo e la Chiesa, e termina con la preghiera dell’apostolo affinché conosciamo la potenza verso noi per mezzo della quale saranno adempiuti i suoi consigli d’amore.

Nel capitolo 2 ci è prima di tutto insegnato come la potenza di Dio opera in noi (v.1-10), poi le vie di Dio verso noi (v. 11-22), per la formazione della Chiesa nel tempo, con lo scopo di compiere i suoi piani per noi.

«E voi pure ha vivificati, voi ch’eravate morti ne’ vostri falli e ne’ vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potestà dell’aria, di quello spirito che opera al presente negli uomini ribelli; nel numero dei quali noi tutti pure, immersi nelle nostre concupiscenze carnali, siamo vissuti altra volta ubbidendo alle voglie della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figliuoli d’ira, come gli altri».

Versetti 1-3.

All’inizio del capitolo è presentato un quadro solenne della condizione in cui è caduto l’uomo nell’antica creazione. I due primi versetti mettono in evidenza la condizione del mondo dei Gentili; il versetto 3 pone i Giudei in questo quadro solenne: “Noi tutti pure”, cioè noi Giudei, dice l’apostolo, “eravamo per natura figliuoli d’ira come gli altri”.

Agli occhi di Dio, Giudei e Gentili sono visti come morti nei loro falli e nei loro peccati, vivendo secondo l’andazzo di questo mondo malvagio sotto la potenza del diavolo, il principe della potestà dell’aria. Così l’uomo è disubbidiente a Dio, compie la volontà della carne e dei pensieri ed è, per natura, sotto il giudizio di Dio.

Il Giudeo, pur essendo esteriormente in una posizione di privilegio, con le sue concupiscenze ha dato prova di possedere una natura decaduta e si è posto sullo stesso piano dei Gentili. Sia i Giudei che i Gentili per Dio sono morti. Nell’epistola ai Romani siamo visti come essendo sotto una sentenza di morte in rapporto a ciò che abbiamo fatto. In questa epistola siamo considerati come già morti agli occhi di Dio, in rapporto a quel che siamo, relativamente alla nostra natura decaduta. Questa condizione di morte non è tuttavia una condizione di irresponsabilità, perché l’apostolo dice “vi abbandonaste”, “siamo vissuti ubbidendo alle voglie della carne”. L’uomo è morto agli occhi di Dio. Ma in ciò che concerne le influenze del mondo, della carne, del diavolo, è proprio vivo. Il diavolo è diventato il padrone dell’uomo a causa della sua disubbidienza a Dio; la natura decaduta che abbiamo è il risultato di questa disubbidienza: «Siamo figliuoli di disubbidienza».

«Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore del quale ci ha amati».

Versetto 4.

Se tutto il mondo è morto agli occhi di Dio, l’uomo non ha nessuna possibilità di sottrarsi a una tale condizione. Un morto non può far nulla nei riguardi di Colui agli occhi del quale è morto. Per un morto ogni benedizione deve dipendere interamente da Dio, il che apre la via alle attività del Suo amore. La verità che qui l’apostolo presenta non è il nostro ingresso in queste cose con una nostra personale esperienza, ma il modo con cui Dio agisce, secondo il suo amore, per la sua propria soddisfazione. Nei tre primi versetti vediamo l’uomo agire secondo la sua natura decaduta, il che lo pone sotto il giudizio. Nei versetti seguenti, vediamo Dio agire secondo la Sua natura, in un assoluto contrasto, per introdurre l’uomo nella benedizione. Quando l’uomo agisce secondo la sua propria natura, lo fa senza occuparsi di Dio, spinto da moventi interiori prodotti dalla concupiscenza del suo proprio cuore. Ma quando Dio agisce secondo la Sua natura, lo fa senza tener conto dell’uomo e spinto dall’amore. L’amore di Dio operò in noi quando eravamo “morti nei nostri falli”, e non quando abbiamo incominciato a diventare coscienti della nostra sventura o quando abbiamo risposto al Suo amore.

Quattro caratteri di Dio ci sono qui segnalati: l’amore, la grazia, la misericordia, la bontà (v. 4-7). L’amore è la natura di Dio, il movente di tutte le sue azioni e la sorgente di tutte le nostre benedizioni. Se Dio agisce secondo l’amore del suo cuore, la benedizione che ne deriva è commisurata al suo amore: non è più questione di sapere come dev’essere grande la benedizione che potrà rispondere ai nostri bisogni, ma qual è la grandezza della benedizione che potrà soddisfare l’amore di Dio. La grazia è l’amore che agisce verso degli esseri indegni. La misericordia è manifestata al peccatore individualmente. La bontà è la concessione delle benedizioni al credente. Iddio agisce allora “per il grande amore del quale ci ha amati” e non per quel che noi siamo. Chi può misurare il suo grande amore, e la benedizione che è secondo questo amore?

«Anche quand’eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (egli è per grazia che siete stati salvati)».

Versetto 5

Questo amore si esprime innanzitutto verso noi nelle attività della grazia che ci vivifica, come individui, in Cristo. Se siamo morti, non può esserci da parte nostra nessun movimento verso Dio. Il primo gesto deve venire da Dio. Ci è stata trasmessa una nuova vita, ma in associazione con Cristo; infatti è la vita di Colui col quale siamo vivificati. Così la condizione che abbiamo ricevuto per grazia è esattamente il contrario della condizione che avevamo per natura: eravamo morti agli occhi di Dio insieme al mondo secondo la nostra natura, ora siamo viventi a Dio insieme a Cristo secondo la sua grazia.

«E ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù».

Versetto 6.

Ma non è solo la nostra condizione che è cambiata; è cambiata anche la nostra “posizione”. La vivificazione è la comunicazione della vita: la resurrezione introduce chi è vivificato nella posizione dei viventi. Questa posizione è presentata in Cristo. I credenti Giudei e Gentili sono risuscitati insieme e insieme seduti nei luoghi celesti “in Cristo”. Siamo vivificati “con Lui”, ma siamo risuscitati e seduti “in Lui”. Attualmente non siamo ancora risuscitati e seduti nei luoghi celesti. Nondimeno, siamo davanti a Dio in questa nuova posizione nella Persona del nostro rappresentante, “in Cristo”.

«Per mostrare nelle età a venire l’immensa ricchezza della sua grazia, nella benignità che Egli ha avuta per noi in Cristo Gesù».

Versetto 7.

Avendo raggiunto il livello della posizione cristiana, veniamo ora a conoscenza del proponimento glorioso che Dio ha in vista agendo così verso di noi in amore: “mostrare nelle età a venire l’immensa ricchezza della sua grazia nella benignità che Egli ha avuta per noi in Cristo Gesù”. Come se Dio dicesse: Attraverso i secoli futuri farò vedere qual è il frutto dell’opera di Cristo e il proponimento del mio cuore. È evidente che nulla potrebbe rispendere a scopi tanto grandi, quanto lo sono la condizione e la posizione così elevate in cui l’uomo viene a trovarsi. Quando gli angeli e i principati vedranno un povero peccatore, e la Chiesa intera, nella stessa gloria del Figlio di Dio, si renderanno conto, nella misura in cui sarà loro possibile, delle immense ricchezze della grazia che li ha posti là.

«Poiché gli è per grazia che voi siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d’opere, affinché niuno si glori».

Versetti 8-9.

Tutto è operato per mezzo della grazia di Dio; ogni benedizione di cui godiamo è il dono di Dio. Le opere dell’uomo non giocano nessun ruolo per assicurare questa benedizione; tutto è da Dio e, di conseguenza, non c’è posto per il vanto dell’uomo.

«Perché noi siamo fattura di lui, essendo stati creati in Cristo Gesù per le buone opere, le quali Iddio ha innanzi preparate affinché le pratichiamo».

Versetto 10.

Questo porta a un’altra verità. Non solo sono escluse le nostre opere, perché Dio ha compiuto ogni cosa, ma noi siamo anche l’opera sua e, come tali, facciamo parte di una nuova creazione nel Cristo Gesù. Nondimeno, se sono escluse le opere della legge come mezzo di salvezza, non dobbiamo però dedurre che le opere non siano parte della vita cristiana. Ci sono delle opere relative alla posizione di benedizione in cui siamo introdotti, “le quali Iddio ha innanzi preparate affinché le pratichiamo”. Queste opere ci saranno presentate nell’ultima parte dell’epistola, dove siamo esortati a “condurci in modo degno della vocazione che ci è stata rivolta”, a “camminare nell’amore”, a “condurci come figliuoli di luce”, “con diligenza” (4:1; 5:2,8,15).

Le “buone opere” di cui ci parlano questi versetti non sono limitate al compimento di un’opera buona che qualsiasi uomo naturale può essere capace di compiere anche se la sua natura non è affatto buona. Qui i credenti son visti non soltanto come persone che fanno delle opere buone, ma che hanno un comportamento generale compenetrato da quelle. Inoltre, le buone opere sono preparate da Dio e conducono ad una vita di pietà e di servizio.

L’opera di Dio verso i credenti (v. 11-22).

Il grande soggetto del capitolo 2 è la formazione della Chiesa nel tempo, in vista dei piani di Dio per l’eternità.

La prima parte del capitolo ci rivela l’opera di Dio in noi individualmente, sia Giudei che Gentili. La seconda parte presenta l’opera di Dio nei confronti dei credenti Giudei e Gentili in vista di unirli in “un corpo unico” e far parte dell’edificio che ha da servire di dimora a Dio.

«Perciò, ricordatevi che un tempo voi, Gentili di nascita, chiamati i non circoncisi da quelli che si dicono i circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d’uomo, voi, dico, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele ed estranei ai patti della promessa, non avendo speranza, ed essendo senza Dio nel mondo».

Versetti 11-12.

Prima di esporre la posizione attuale dei credenti in Cristo, l’apostolo rileva il contrasto tra la vecchia posizione dei Gentili “nella carne” e la loro nuova posizione. La Chiesa non è l’insieme di tutti i credenti dalla creazione del mondo in poi; nei tempi passati (il periodo precedente la croce), c’era una distinzione stabilita da Dio tra Giudei e Gentili che, finché sussisteva, rendeva impossibile l’esistenza della Chiesa. L’apostolo ricorda ai credenti d’infra le nazioni che in quei tempi esisteva una distinzione molto marcata tra i Giudei e i Gentili. Nelle vie di Dio sulla terra, i Giudei, come nazione, godevano di privilegi da cui i Gentili erano completamente esclusi.

Israele formava un popolo terreno con delle promesse relative alla terra e speranze analoghe, ed aveva anche delle relazioni esteriori con Dio. Il loro culto religioso, la loro organizzazione politica, le loro relazioni sociali, dal più elevato atto di culto al più piccolo dettaglio della vita, tutto era regolato dagli ordinamenti di Dio. Era un privilegio immenso al quale i Gentili, come tali, non partecipavano. Non che i Giudei fossero stati migliori dei Gentili, in quanto agli occhi di Dio la grande massa dei Giudei era malvagia come i Gentili ed alcuni di loro anche peggio.

C’erano degli uomini tra i non Giudei, Giobbe, per esempio, che erano veramente credenti. Tuttavia, secondo i suoi piani relativi alla terra, Dio separò Israele dai Gentili e gli diede una posizione di privilegio particolare per cui godeva dell’immenso vantaggio di avere tutti i suoi affari regolati dalla perfetta sapienza di Dio. Le altre nazioni del mondo non avevano una tale posizione; non erano pubblicamente riconosciute da Dio e i loro affari non erano regolati da ordinamenti divini. Infatti, gli ordinamenti stessi che regolavano la vita dei Giudei mantenevano una separazione assoluta tra Giudei e Gentili. Di conseguenza, i Giudei avevano un posto di prossimità con Dio, mentre le altre nazioni erano lontane.

Ma Israele ha completamente mancato, distogliendosi dall’Eterno e dandosi all’idolatria. Essi disprezzarono i comandamenti e gli ordinamenti di Dio che conferivano loro una posizione particolare; lapidarono i profeti per mezzo dei quali Iddio cercava di parlare alla loro coscienza; crocifissero il loro Messia che era venuto in grazia e umiltà; resistettero allo Spirito Santo che rendeva testimonianza ad un Cristo risuscitato e glorificato. Di conseguenza per il tempo attuale, hanno perso la loro posizione speciale di privilegio sulla terra e sono tuttora in gran parte dispersi tra le Nazioni.

«Ma ora, in Cristo Gesù, voi che già eravate lontani, siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo».

Versetto 13.

L’esclusione di Israele prepara la via ad un grande cambiamento dei piani di Dio sulla terra. Il breve ricordo del passato dato dallo Spirito di Dio nei versetti 11 e 12 rende molto più considerevole la posizione dei credenti nel tempo presente. In seguito al rigettamento di Israele, Dio, nell’adempiere i suoi piani, ha fatto emergere la Chiesa ed ha così stabilito una nuova sfera di benedizioni al di fuori dell’ambito dei Giudei e delle Nazioni.

Questa nuova posizione dei credenti non li vede più come essendo nella carne, ma in Cristo. Così, l’apostolo incomincia a parlare di questa nuova posizione con l’espressione “ma ora, in Cristo Gesù”, e di qui inizia a tracciare il contrasto con la vecchia posizione nella carne.

L’apostolo fa vedere come Dio ha operato per formare la Chiesa. Prima di tutto, i credenti sono “stati avvicinati mediante il sangue di Cristo”, e i Gentili condotti dalla posizione di lontananza in cui li aveva posti il peccato in una posizione di prossimità in Cristo. Non è una semplice prossimità esteriore, legata a ordinamenti e cerimonie, ma una prossimità vitale che è vista in Cristo stesso, risuscitato d’infra i morti e che compare davanti a Dio per noi. Così è detto: “In Cristo Gesù… siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo”. I nostri peccati ci tenevano lontani; il sangue prezioso di Cristo ci lava dai nostri peccati e ci avvicina. Il suo valore fa conoscere l’enormità del peccato che esigeva un tale prezzo per essere tolto, proclama la santità di Dio che non poteva essere soddisfatta da un prezzo minore e rivela l’amore che solo poteva pagare quel prezzo. Questo non significa soltanto che il credente può avvicinarsi a Dio, ma che in Cristo è stato avvicinato.

«Poiché è lui ch’è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto un solo ed ha abbattuto il muro di separazione con l’abolire nella sua carne la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti informa di precetti, affin di creare in sé stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace».

Versetto 14 e 15

I credenti tra i Giudei e tra i Gentili son così un popolo solo. Nessuno sottovaluti l’importanza di essere stato avvicinato per mezzo del sangue di Cristo: ma, la Chiesa non è semplicemente costituita da un numero di credenti che sono “stati avvicinati”, perché questo vale per i credenti di ogni epoca, riscattati mediante il sangue di Cristo; essa è formata di credenti d’infra i Giudei e d’infra le Nazioni. “Dei due popoli ne ha fatto uno solo”. Questo, Cristo lo ha compiuto per mezzo della sua morte. «È lui che è la nostra pace». È la pace tra Dio e il credente; ed è la pace tra i credenti Giudei e i Gentili.

Per mezzo della sua morte, Cristo ha abolito “la legge fatta di comandamenti” che era la causa della distanza tra Dio e l’uomo, e tra i Giudei e le Nazioni. La legge prometteva la vita a quelli che la osservavano e condannava quelli che la trasgredivano. E visto che tutti l’hanno trasgredita, essa ha condannato inevitabilmente tutti coloro che erano «sotto la legge», come attualmente condanna tutti gli uomini che sono lontani da Dio. Inoltre, la legge elevava una barriera stabile, “un muro di separazione”, tra Giudei e Nazioni. Non poteva esserci pace tra Dio e gli uomini, finché non c’era fra i Giudei e le Nazioni, finché esisteva quella barriera. Alla croce, la condanna della legge trasgredita è stata subita da Cristo, e in questo modo è stata tolta l’inimicizia tra gli uomini e Dio, e tra i Giudei e le Nazioni.

La pace che ne risulta è dunque in Cristo. Egli è la nostra pace. Guardiamo indietro, alla croce; vediamo che tutto ciò che si interponeva tra Dio e la nostra anima: il peccato, i peccati, la maledizione di una legge trasgredita ed il giudizio, si è interposto tra Dio e Cristo, il nostro Sostituto. Alziamo gli occhi, e vediamo Cristo nella gloria senza nessun ostacolo tra Lui e Dio. Vediamo la pace eterna che è stata fatta e, conseguentemente, non c’è più ostacolo tra Dio e il credente. La nostra pace è visibile in Cristo, che è la nostra pace.

Inoltre, Cristo rappresenta i credenti tanto tra i Giudei quanto delle Nazioni; di conseguenza è la pace tra di noi; siamo fatti un popolo solo. Alla croce, Cristo ha interamente abolito “la legge di ordinamenti” in quanto mezzo per avvicinarsi a Dio, ed ha aperto una nuova via di accesso per mezzo del suo sangue. Il Giudeo che si avvicina a Dio sulla base del sangue l’ha fatta finita con gli ordinamenti giudaici. Il Gentile è avvicinato dalla sua lontananza; e i due son fatti un popolo solo nel godimento di una benedizione comune davanti a Dio che nessuno dei due possedeva prima d’allora. I credenti tra i Gentili non sono elevati al livello dei privilegi giudaici e i Giudei non sono degradati al livello dei Gentili; entrambi sono introdotti su un terreno completamente nuovo, su un piano infinitamente più elevato.

I credenti tra i Giudei e le Nazioni sono creati per essere “un solo uomo nuovo”. Abbiamo già visto che “dei due popoli ne ha fatto uno solo”, ma tutto questo non esprime la verità completa della Chiesa. Se l’apostolo si fosse fermato qui, avremmo visto certamente che i credenti sono stati avvicinati per mezzo del sangue e fatti un popolo solo, essendo stata abolita ogni inimicizia, ma avremmo potuto restare col pensiero che siamo stati costituiti in un gruppo felicemente riunito. Questo è vero e benedetto, ma è ben lungi dalla piena verità che concerne la Chiesa. L’apostolo dunque prosegue, e ci dice che non solo “siamo stati avvicinati” e fatti un unico popolo, ma che “ha fatto dei due un solo uomo nuovo”. L’espressione “uomo nuovo” parla di una nuova specie di uomo caratterizzata dalla bellezza e dalle grazie celesti di Cristo.

«Ed affin di riconciliarli ambedue in un corpo unico con Dio, mediante la sua croce, sulla quale fece morire l’inimicizia loro».

Versetto 16.

Ma un’altra verità si aggiunge: i credenti sono costituiti in “un corpo unico”. I credenti dei Giudei e delle Nazioni non sono soltanto uniti per presentare le grazie dell’uomo nuovo, cioè Cristo in tutte le sue glorie morali, ma sono anche costituiti in “un corpo unico”. È qualcosa di più che un gruppo di persone unite insieme. Esse sono unite l’una all’altra per mezzo dello Spirito per essere un solo corpo sulla terra per presentare “l’uomo nuovo”.

«E con la sua venuta ha annunziato la buona novella della pace a voi che eravate lontani, e della pace a quelli che eran vicini. Poiché per mezzo di lui e gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito».

Versetto 17 e 18

Per un unico Spirito “abbiamo e gli uni e gli altri (Giudei e Gentili) accesso al Padre». La distanza non è soltanto tolta dal lato di Dio, è tolta anche dal nostro lato. Per mezzo dell’opera di Cristo sulla croce, Iddio può avvicinarsi a noi, annunciando la pace; e per mezzo dell’opera dello Spirito in noi, possiamo insieme avvicinarci al Padre. La croce ci dà il diritto di avvicinarci in modo concreto al Padre. Ora, se l’accesso è per mezzo dello Spirito, non c’è posto per la carne. Lo Spirito esclude la carne sotto tutte le sue forme. Non è per mezzo di un edificio, o di riti, o per l’intermediario di una classe speciale di uomini, che otteniamo l’accesso al Padre. È per mezzo dello Spirito, “per un unico Spirito”; così, nella presenza del Padre, tutto è in armonia.

Troviamo dunque, in questo magnifico passo, prima le due classi di cui si compone la Chiesa: quelli che un tempo erano ufficialmente vicini a quelli che un tempo erano lontani. Poi vediamo che Dio ha avvicinato a Sé queste due classi di credenti; dei due ne ha fatto un solo uomo nuovo e li ha riconciliati entrambi in un corpo unico. Infine, veniamo a sapere in che modo Iddio ha compiuto questa grande opera: per mezzo del sangue di Cristo, per mezzo della croce, per mezzo della predicazione, e per mezzo dello Spirito.

«Voi dunque non siete più né forestieri né avventizi; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. Ed in lui voi pure entrate a far parte dell’edificio, che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito».

Versetti 19 a 22.

Fin qui abbiamo visto la Chiesa come il corpo di Cristo, ma nelle vie di Dio sulla terra essa è considerata sotto altri aspetti, due dei quali ci sono presentati negli ultimi versetti di questo capitolo. La Chiesa è vista “innalzarsi per essere un tempio santo nel Signore”, per “servire da dimora a Dio”.

Sotto il primo di questi due aspetti, la Chiesa è paragonata ad un edificio in costruzione che si innalza per essere un tempio santo nel Signore. Gli apostoli e i profeti formano il fondamento, essendo Cristo stesso la pietra angolare. Durante tutta la dispensazione cristiana, i credenti sono aggiunti, pietra su pietra, finché sia arrivato l’ultimo credente, e l’edificio completo sia manifestato in gloria. È «la casa» di cui (Matteo 16) il Signore dice: “Edificherò la mia Chiesa e le porte dell’Ades non la potranno vincere”. Colui che edifica è Cristo, non l’uomo; per cui tutto è perfetto, e di questo santo edificio fan parte soltanto delle pietre viventi. Pietro ce ne dà il significato spirituale quando dice che le pietre viventi sono edificate per essere una casa spirituale, per offrire sacrifici spirituali accettevoli a Dio, e per annunziare le sue virtù (1 Pietro 2:5,9). In Apocalisse 21, Giovanni vede, in visione, l’edificio terminato scendere giù dal cielo, da presso Dio, risplendente della gloria di Dio. Allora infatti, da questo glorioso edificio, dei sacrifici di lode continui si eleveranno a Dio e una testimonianza perfetta delle glorie di Dio sarà resa dall’uomo.

Poi, impiegando sempre la figura di un edificio, l’apostolo Paolo presenta un altro aspetto della Chiesa (v.22). Prima ha considerato i credenti come edificati e in crescita per essere un tempio: ora li vede come una casa già completa, per essere un’abitazione di Dio per lo Spirito. Tutti i credenti sulla terra sono considerati come l’abitazione di Dio.

La dimora di Dio è caratterizzata dalla luce e dall’amore; per cui, quando l’apostolo perviene alla parte pratica dell’epistola, ci esorta a camminare “nell’amore”, e a condurci “come figliuoli di luce” (cap.5:2, 8).

La casa di Dio è un luogo di benedizione e di testimonianza, in cui i santi sono benedetti dal favore e dall’amore di Dio, e diventano una testimonianza al mondo che li circonda. Negli Efesini l’abitazione di Dio è presentata secondo il pensiero di Dio. Purtroppo, altri passi ci faranno vedere come, nelle mani degli uomini, l’abitazione si sia corrotta a tal punto che “è giunto il tempo in cui il giudizio ha da cominciare dalla casa di Dio” (1 Pietro 4:17).

Come Dio fa conoscere il suo proponimento

Capitolo 3

Abbiamo visto che nel primo capitolo ci sono presentati i piani di Dio riguardo alla Chiesa, mentre nel capitolo secondo c’è l’opera di Dio nei credenti e verso i credenti per compiere i suoi piani. Il capitolo terzo sviluppa l’amministrazione della verità della Chiesa, ovvero come

Dio ha fatto conoscere alle nazioni questa verità per mezzo dell’apostolo Paolo.

Paragonando il v. 1 del capitolo 3 col v. 1 del capitolo 4, si vede chiaramente che il capitolo 3 è una parentesi.

Il capitolo 2 presenta la dottrina. Fra la dottrina e la pratica abbiamo questa importante digressione con la quale lo Spirito Santo pone davanti a noi l’amministrazione speciale (o il servizio) conferito all’apostolo. Nel secondo versetto, alludendo a questo servizio, parla “di quale grazia Iddio m’abbia fatto dispensatore”, e nel versetto 9 “di manifestare a tutti quale sia il piano… riguardo al mistero”. Esser fatto dispensatore significa avere ricevuto un servizio particolare. Questo servizio consisteva nel proclamare l’evangelo e nel far conoscere la verità in mezzo ai santi. Ma nel corso di questa parentesi ci sono presentate altre verità di notevole valore in relazione alla Chiesa.

L’effetto della proclamazione della verità della Chiesa.

«Per questa cagione io, Paolo, il carcerato di Cristo Gesù per voi, o Gentili… Poiché senza dubbio avete udito di quale grazia Iddio m’abbia fatto dispensatore per voi».

Versetti 1, 2.

L’apostolo dice che l’effetto immediato della proclamazione della verità della Chiesa è che colui che annunziatale verità è coperto di obbrobrio da parte del mondo religioso. Infatti, questa grande verità suscitò una decisa ostilità dei Giudei, sia perché pone Giudei e Nazioni sullo stesso piano davanti a Dio — morti nei loro falli e nei loro peccati — sia perché non eleva affatto i Giudei a un posto di benedizione più alto dei Gentili e mette da parte tutto il sistema giudaico che si basava sull’uomo naturale per mezzo di un culto esteriore in templi fatti da mano d’uomini. Allora come oggi, difendere la verità della Chiesa, come è stata rivelata all’apostolo Paolo e come egli l’ha presentata, implica il disprezzo e l’opposizione da parte di quelli che cercano di mantenere una professione religiosa esteriore o un sistema ecclesiastico secondo il modello giudaico. Fu dunque l’adempimento di questo servizio speciale, che consisteva nel predicare l’evangelo della grazia di Dio alle Nazioni, che eccitò la malvagità dei Giudei e costò la prigione all’apostolo Paolo. A loro giudizio, un uomo che osava andare verso i Gentili non doveva vivere (Atti 22:21,22). Ma Paolo non si riteneva un prigioniero degli uomini a causa di qualche misfatto, bensì un “carcerato di Cristo Gesù” a causa del suo servizio di amore verso tutti gli uomini.

La verità della Chiesa data a conoscere per rivelazione.

«Come per rivelazione mi sia stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; le quali leggendo, potete capire la intelligenza che io ho del mistero di Cristo».

Versetti 3, 4.

Perché noi potessimo ricevere la grande verità della Chiesa basata sul fondamento dell’autorità divina, l’apostolo si fa premura di informare che la conoscenza del “mistero” della Chiesa l’ha avuta non per mezzo di comunicazioni umane, ma per mezzo di una comunicazione

diretta di Dio, e dice: “Per rivelazione mi sia stato fatto conoscere il mistero”. Questo appiana una difficoltà che potrebbe sorgere in relazione alla verità relativa a quel mistero. Quando Paolo annunziava l’evangelo nelle sinagoghe giudaiche, citava immancabilmente le Scritture (vedi Atti 13:27, 29, 32, 35, 47; 17:2) e i Giudei di Berea sono apertamente elogiati per averle esaminate per vedere se la parola predicata da Paolo era in accordo con esse. Ma quando annunzia la verità della Chiesa non può più riferirsi all’Antico Testamento per averne conferma. I suoi uditori avrebbero invano investigato le Scritture per vedere se le cose stavano così. L’incredulità dei Giudei era tale che già facevano fatica ad accettare molte verità che si trovavano nelle loro Scritture, come Nicodemo che ignorava la verità della nuova nascita (Ezechiele 36:26); ricevere poi qualcosa che non vi si trovava e che metteva da parte tutto il sistema giudaico così come era insegnato e che era esistito con l’autorità di Dio per tanti secoli, per i Giudei costituiva una difficoltà insormontabile.

Molti cristiani fanno fatica a capire questa loro difficoltà perché la verità della Chiesa è molto vaga nella loro mente o addirittura assente; molti pensano che la Chiesa sia l’insieme dei credenti di tutti i tempi, e credono di trovare conferma delle loro idee nell’Antico Testamento. Che questa idea sia stata portata avanti da molti è ampiamente provato dai titoli dati a diversi capitoli dell’Antico Testamento in certe traduzioni. Ma se riceviamo la verità della Chiesa come ci è presentata nell’epistola agli Efesini, ci troviamo subito di fronte al fatto incontestabile che la verità della Chiesa è una rivelazione completamente nuova.

«Il qual mistero, nelle altre età, non fu dato a conoscere ai figliuoli degli uomini nel modo che ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di Lui».

Versetto 5.

Questa grande verità che ha ricevuto per rivelazione, Paolo la chiama “il mistero”, e al versetto 4 “il mistero di Cristo”. Servendosi della parola “mistero”, l’apostolo non vuole dire che si tratta di qualcosa di nascosto secondo l’uso che comunemente si fa di questo termine. Nella Scrittura, un mistero è qualcosa che era stato tenuto segreto fino a quel momento, che non potrebbe essere conosciuto diversamente che per rivelazione e che, una volta rivelato, può essere compreso soltanto per fede.

L’apostolo comincia a spiegare che questo mistero non è stato dato a conoscere ai figliuoli degli uomini ai tempi dell’Antico Testamento, ma che ora è stato rivelato “ai santi apostoli e profeti” di Cristo “per mezzo dello Spirito”. I profeti di cui si parla in questo versetto non sono evidentemente i profeti dell’Antico Testamento, ma piuttosto quelli di cui tratta il capitolo 2:20. In ambedue i casi, l’ordine è “apostoli e profeti”, e non “profeti e apostoli” come sarebbe stato normale se si fosse trattato dell’Antico Testamento. Inoltre, l’apostolo parla di ciò che è stato “ora” rivelato, in contrasto con ciò che era stato rivelato nel passato.

La verità della Chiesa rivelata.

«Vale a dire, che i Gentili sono eredi con noi, membra con noi d’un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante l’Evangelo».

Versetto 6.

Dopo aver dimostrato che la verità della Chiesa gli è stata data a conoscere per rivelazione, l’apostolo, in un breve passo, riassume questa verità e spiega per quale motivo ne è parlato come di un “mistero”. Il mistero non è l’evangelo perché non era stato nascosto nei tempi passati; l’Antico Testamento è pieno di allusioni al Salvatore che doveva venire, anche se erano ben poco comprese. Cos’è il mistero ci è detto al versetto 6: è questa nuova rivelazione che “i Gentili sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante l’evangelo”. Le Nazioni e i Giudei sono fatti coeredi, non soltanto nel regno terrestre di Cristo, ma di quell’eredità che comprende tanto le cose che sono nei cieli quanto quelle che sono sulla terra. Per di più, i credenti delle nazioni sono, con i credenti Giudei, un solo corpo di cui Cristo è la testa (il capo) nel cielo. Non solo, ma sono anche compartecipi di tutte le promesse di Dio nel Cristo Gesù. Le nazioni non sono elevate al livello dei Giudei sulla terra, né i Giudei sono abbassati al livello delle nazioni; entrambi sono usciti dalla loro antica posizione e condotti su un piano infinitamente più elevato, uniti gli uni agli altri su un terreno del tutto nuovo, un terreno celeste, “in Cristo”. Tutto questo è opera dell’evangelo che si rivolge ad entrambi considerandoli allo stesso livello di colpevolezza e di rovina totale.

I tre grandi fatti di cui questo versetto parla ci sono già stati spiegati al capitolo 1. La promessa in Cristo comprende tutte le benedizioni sviluppate nei sette primi versetti di questo capitolo; l’eredità ci è presentata nei versetti 8 a 21, e la verità dell’unico corpo nei versetti 22 a 23.

«Del quale io sono stato fatto ministro, in virtù del dono della grazia di Dio largitami secondo la virtù della sua potenza».

Versetto 7.

Non soltanto il mistero è stato rivelato, ma Paolo è stato anche fatto servitore della verità. Il mistero era stato rivelato anche agli altri apostoli (v. 5), ma Paolo ha ricevuto il servizio speciale di annunziare queste verità ai santi.

Ecco perché soltanto nelle epistole di Paolo troviamo la presentazione del mistero. La grazia di Dio aveva dato questo servizio a Paolo; la potenza di Dio lo rendeva capace di esercitare il suo dono di grazia. I doni di Dio possono essere impiegati nella potenza di Dio.

«A me, dico, che son da meno del minimo di tutti i santi, è stata data questa grazia di recare ai Gentili il buon annunzio delle non investigabili ricchezze di Cristo».

Versetto 8.

L’apostolo ci dice ancora l’effetto che questa grande verità ha avuto su di lui: in presenza della grandezza della grazia di Dio, egli si vede «il primo dei peccatori» (1 Timoteo 1:5); in presenza dell’immensa distesa delle benedizioni scoperte, si sente “da meno del minimo di tutti i santi”. Più sono grandi le glorie che si scoprono, più noi diventiamo piccoli ai nostri occhi. L’uomo che è entrato più profondamente in questo grande mistero è stato colui che ha riconosciuto di essere il minimo di tutti i santi!

Per compiere il suo ministerio, l’apostolo non proclamava soltanto la rovina irrimediabile dell’uomo, ma anche le ricchezze insondabili di Cristo, ricchezze che sorpassano ogni immaginazione umana e che apportano delle benedizioni illimitate.

«E di manifestare a tutti quale sia il piano seguito da Dio riguardo al mistero che è stato fin dalle più remote età nascosto in Dio, il Creatore di tutte le cose, affinché nel tempo presente, ai principati ed alle potestà, ne’ luoghi celesti, sia data a conoscere, per mezzo della Chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio, conforme al proponimento eterno ch’Egli ha mandato ad effetto nel nostro Signore, Cristo Gesù».

Versetti 9 a 11

La predicazione dell’evangelo costituiva la seconda parte del servizio di Paolo e si manifestava nel mettere in luce il mistero dinanzi a tutti, far vedere a tutti gli uomini come il consiglio “eterno” di Dio si realizza “nel tempo” con la formazione della Chiesa sulla terra, rivelando così quel che era stato nascosto in Dio fin dalla fondazione del mondo.

Ma Dio non vuole soltanto che tutti gli uomini siano al chiaro su come si è formata la Chiesa sulla terra; la sua intenzione è che sin da ora la sua infinitamente varia sapienza sia data a conoscere, per mezzo della Chiesa, a tutti gli esseri celesti, quelli stessi che avevano visto uscire buona la creazione dalla mano di Dio e che, nel contemplare la sua sapienza in creazione, avevano esultato di gioia. La creazione è stata la più perfetta espressione della sapienza creatrice, ma nella formazione della Chiesa la sapienza di Dio è manifestata sotto tutti i suoi aspetti. Prima che la Chiesa potesse essere formata, la gloria di Dio doveva essere rivendicata, i bisogni dell’uomo soddisfatti, il peccato tolto, la morte abolita e la potenza di Satana annullata. La barriera tra Giudei e Gentili doveva essere tolta, i cieli aperti, Cristo seduto come Uomo nella gloria, lo Spirito Santo mandato sulla terra e l’evangelo proclamato. Tutto questo è incluso nella formazione della Chiesa. Questi vari scopi non potevano essere raggiunti se non per mezzo della infinitamente varia sapienza di Dio, ma la sapienza spiegata in tutte le direzioni.

Che la Chiesa abbia mancato nelle sue responsabilità non toglie nulla al fatto che per mezzo d’essa sia dato agli angeli di conoscere la sapienza di Dio. Anzi, questo non fa che rendere ancora più manifesta la sapienza meravigliosa che, elevandosi al di sopra delle mancanze dell’uomo e sormontando ogni ostacolo, introduce infine la Chiesa nella gloria, “conforme al proponimento eterno” che Egli ha mandato ad effetto nel nostro Signore Cristo Gesù.

L’effetto pratico della proclamazione della verità.

«Nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui. Perciò io vi chiedo che non veniate meno nell’animo a motivo delle tribolazioni che io patisco per voi, poiché esse sono la vostra gloria».

Versetti 12, 13.

L’apostolo si allontana dalla rivelazione del mistero per descriverne in poche parole il suo effetto pratico. Queste meraviglie non sono poste davanti ai nostri occhi semplicemente per essere ammirate; esse comportano un aspetto molto pratico quando sono ben comprese e applicate.

Agire alla luce della verità ci metterà a nostro agio nel mondo di Dio, ma ci farà anche uscire dal mondo dell’uomo. Come il cieco di Giovanni 9 che, respinto dal mondo religioso, si ritrova alla presenza del Figlio di Dio, così l’apostolo, incarcerato dall’uomo sulla terra, ha accesso alla presenza del Padre nel cielo!

Il Cristo Gesù, colui per mezzo del quale tutti questi proponimenti eterni saranno compiuti, è Colui per mezzo del quale abbiamo accesso con fiducia presso il Padre.

Questa grande verità ci dà coraggio e ci mette a nostro agio nella presenza del Padre, ma ci procurerà anche delle afflizioni nel mondo. Paolo le ha sperimentate, ma dice: non venite meno nell’animo a motivo delle tribolazioni ch’io patisco. Accettare queste verità ci fa trovare nemico il mondo religioso e incontrare subito l’opposizione dei falsi cristiani. Sarà, come per Paolo, un conflitto continuo. Queste grandi verità minano alla base l’organizzazione mondana di ogni sistema religioso eretto dall’uomo, il completo rigettamento di Cristo nella gloria, la presenza dello Spirito Santo sulla terra, la separazione del credente dal mondo e la sua chiamata celeste; tutte cose che trovano forse posto nel ‘credo’ di molte denominazioni cristiane ma non nelle loro preghiere, né nel loro insegnamento, né nella pratica.

La preghiera affinché queste verità siano realizzate dai credenti.

Le grandi verità sviluppate in questo capitolo conducono alla seconda preghiera dell’apostolo. Nel secondo capitolo dell’epistola, l’apostolo ha sviluppato la grande verità che i credenti tra i Giudei e Gentili sono edificati insieme per essere l’abitazione di Dio. Nel terzo capitolo ha presentato la verità del mistero, mostrando che i credenti, presi anche tra i Giudei e i Gentili, sono condotti su un terreno del tutto nuovo per essere un unico corpo in Cristo. Apprendiamo poi che questo mistero è stato fatto conoscere affinché la infinitamente varia sapienza di Dio fosse conosciuta nel tempo presente, conformemente al proponimento eterno che Dio ha mandato ad effetto nel nostro Signore (3:10, 11).

Con questo grande scopo davanti a sé, Paolo si rivolge in preghiera al Padre, affinché i santi siano in una buona condizione spirituale per entrare nella pienezza di Dio. Per produrre questa condizione spirituale nei santi, notiamo che nel corso della preghiera ognuna delle Persone divine è impegnata verso i santi. “Il Padre” è la sorgente di ogni benedizione; “lo Spirito Santo” ci fortifica affinché “Cristo” abiti nei nostri cuori per riempirci di tutta la pienezza di Dio, affinché Dio sia glorificato nell’essere manifestato nei santi ora e per l’eternità.

«Per questa cagione, dico, io piego le ginocchia dinanzi al Padre».

Versetto 14.

Dal momento che la preghiera ha in vista il proponimento eterno “che Egli ha mandato ad effetto del nostro Signore Gesù”, è rivolta al “Padre” che è la sorgente di tutti i consigli eterni. Per questo stesso motivo, nella preghiera non c’è nessuna menzione della morte e della risurrezione. I consigli eterni erano tutti stabiliti prima ancora che la morte entrasse nel mondo, e il loro adempimento finale, oggetto di questa preghiera, avverrà in una scena nella quale la morte non entrerà mai.

«Dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome».

Versetto 15.

Avendo davanti questa nuova scena di gloria, ci è detto che in questo mondo di benedizione futura ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome dal Padre. Nella prima creazione tutti gli animali sfilarono davanti ad Adamo, che diede loro un nome stabilendo i caratteri peculiari che si sarebbero manifestati in ogni famiglia. Così pure, in relazione ai consigli eterni per la nuova creazione, ogni famiglia nei cieli e sulla terra, cioè gli esseri angelici, la Chiesa nel cielo, e i santi sulla terra, prenderà nome dal Padre; ogni famiglia ha e avrà il suo carattere peculiare secondo i consigli eterni del Padre.

La preghiera ha dunque per oggetto tutto ciò che verrà messo in luce nell’eternità, secondo i consigli di Dio prima della fondazione del mondo; una scena in cui il Padre è la sorgente di ogni cosa e il Figlio il centro di ogni cosa; ogni famiglia nei cieli e sulla terra manifesterà qualche gloria speciale del Padre.

La preghiera ha dunque per oggetto tutto ciò che verrà messo in luce nell’eternità, secondo i consigli di Dio prima della fondazione del mondo; una scena in cui il Padre è la sorgente di ogni cosa e il Figlio il centro di ogni cosa; ogni famiglia nei cieli e sulla terra manifesterà qualche gloria speciale del Padre.

«Perch’Egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, d’esser potentemente fortificati mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore».

Versetto 16.

La prima richiesta è che il Padre ci dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere fortificati in potenza per mezzo del suo Spirito quanto all’uomo interiore. L’apostolo non dice: “Secondo le ricchezze della sua grazia” come nel capitolo 1:7, ma “secondo le ricchezze della sua gloria”, perché la preghiera non è in relazione alla soddisfazione dei nostri bisogni, ma piuttosto all’adempimento dei consigli del cuore del Padre.

Nella preghiera del capitolo primo, la richiesta è che noi conosciamo la potenza di Dio verso di noi; qui è che conosciamo la potenza di Dio in noi per fortificarci nell’essere interiore. L’uomo esteriore è l’uomo visibile, naturale, per mezzo del quale siamo in relazione con le cose visibili. Così come l’uomo esteriore deve essere fortificato per mezzo delle cose materiali di questa vita, l’uomo interiore ha bisogno di essere fortificato dallo Spirito per entrare nelle benedizioni spirituali del mondo nuovo dei consigli di Dio.

«E faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori».

Versetto 17.

La seconda richiesta è che Cristo abiti, per mezzo della fede, nei nostri cuori. Essa deriva dalla prima, perché è solo se siamo fortificati dallo Spirito che Cristo abiterà nei nostri cuori per mezzo della fede. Lo Spirito che è venuto dal Padre, operando nell’anima nostra, ci riempirà dei pensieri del Padre riguardo a Cristo, e ci farà pensare al Figlio.

Paolo non domanda a Dio che noi siamo fortificati in potenza per compiere qualche miracolo o per intraprendere qualche mansione ardua, ma perché si elevi la condizione spirituale nell’anima nostra per mezzo di Cristo dimorante nel nostro cuore per mezzo della fede. La potenza del mondo intorno a noi, della carne in noi e del diavolo contro di noi, è talmente grande che Cristo potrà avere il suo vero posto nel nostro cuore soltanto nella misura in cui saremo fortificati per mezzo dello Spirito nell’uomo interiore.

L’apostolo chiede anche che il Cristo “abiti” nei nostri cuori. Non dobbiamo trattarlo come un ospite da ricevere in un’occasione speciale, ma come uno che ha un posto permanente nel nostro cuore. Tutto questo può aver luogo soltanto per la fede, perché essa riguarda a Cristo, e nella misura in cui Egli sarà l’oggetto della nostra contemplazione, Egli avrà un’abitazione nei nostri cuori. Colui che è il centro di tutti i consigli di Dio, diventerà anche il centro dei nostri pensieri. Qualcuno ha detto: “L’oggetto supremo di Dio diventa il nostro supremo oggetto”. Che meravigliosi testimoni di Dio saremmo se le nostre vite fossero governate solo da Cristo! Molto spesso assomigliamo alla Marta di altri tempi, distratta “da molti servigi”, in affanno e in ansia “di molte cose”.

“Una sola” cosa è necessaria, aver Cristo come unico scopo della nostra vita. Allora il servizio e tutto il resto seguiranno senza distrazione. Scegliamo, come Maria, questa “buona parte”.

Il risultato dell’abitazione di Cristo nel cuore è di radicarci e di fondarci nell’amore. In Lui tutto l’amore del Padre è stato rivelato; se abita nei nostri cuori, li riempirà certamente della conoscenza e del godimento di questo amore divino.

«Affinché, essendo radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi qual sia la larghezza, la lunghezza, radezza e la profondità dell’amore di Cristo».

Versetto 18.

Il pensiero dell’abitazione di Cristo nel cuore apre la strada alla terza grande richiesta: che “siamo resi capaci di abbracciare con tutti i santi qual sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo”. Per arrivare a questo, non basta la fede, ma bisogna essere “radicati e fondati nell’amore”. Per mezzo dell’opera dello Spirito Santo, Cristo abita nei nostri cuori per la fede; abitandovi per la fede, riempie il nostro cuore di amore e l’amore ci prepara a capire. E questo amore ci porta ad abbracciare “tutti i santi”, perché quanto più godremo dell’amore di Cristo, tanto più il nostro cuore si aprirà per tutti quelli che sono amati da Lui.

E adesso l’apostolo desidera che siamo capaci di capire “qual sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità”. Sembra che si tratti di tutta la distesa del “proponimento eterno” di Dio, al quale è già stata fatta allusione al versetto 11. Questo proposito eterno abbraccia, nella sua larghezza, “tutti i santi”; nella sua lunghezza si estende di secolo in secolo; nella sua profondità scende fino a noi in tutti i nostri bisogni; nella sua altezza ci introduce in una scena di gloria.

«E di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché giungiate ad esser ripieni di tutta la pienezza di Dio».

Versetto 19.

Tutta questa scena di benedizione ci è assicurata per mezzo dell’amore di Cristo, colui che “ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei”. Così, la quarta richiesta ha per oggetto che siamo capaci “di conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza”. E un amore che può essere conosciuto e gustato, e nondimeno sorpassa ogni conoscenza. Se non possiamo misurare l’altezza della gloria da cui Cristo è venuto, né sondare la profondità delle sofferenze per le quali è passato, meno ancora possiamo misurare l’amore che abbraccia l’immensa folla di riscattati, piccoli e grandi, che si prende cura di loro durante il tempo attuale, e che li introdurrà nella dimora dell’amore per essere con Lui, per la soddisfazione del suo cuore. Un tale amore può essere conosciuto, ma resta sempre un amore “che sorpassa ogni conoscenza”!

La quinta richiesta consiste nel fatto che siamo ripieni di tutta la pienezza di Dio. La pienezza di Dio è tutto ciò che Dio è in quanto rivelato e manifestato in Cristo. Il Figlio ha pienamente fatto conoscere il Padre nel suo amo re e nella sua santità, nella sua grazia e nella sua verità; e l’a postolo desidera che riceviamo una piena misura della pienezza divina, affinché sia vista nei santi.

«Or a Colui che può mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente al di là di quel che domandiamo o pensiamo».

Versetto 20.

La sesta richiesta è questa: che tutto ciò che ha chiesto nella sua preghiera per i santi sia operato in loro per mezzo della potenza di Dio. Certo, Dio può fare “infinitamente” per noi, come diciamo spesso. Ma qui, in cui il pensiero dominante di tutta la preghiera è la condizione spirituale dei santi, non è ciò che Dio può fare per noi o verso di noi, ma piuttosto il suo potere e il suo volere di operare in noi, in risposta a queste richieste, e di farlo al di là “di quel che domandiamo o pensiamo”.

«A Lui sia la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le età nei secoli dei secoli. Amen».

Versetto 21.

La settima e ultima richiesta ha per oggetto la gloria di Dio nella Chiesa, nel Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Ogni richiesta di questa preghiera conduce a questo magnifico pensiero che per tutte le età, nei secoli dei secoli, i santi manifestino la pienezza di Dio per essere così alla sua gloria. Tutta la preghiera mostra chiaramente qual è il desiderio di Dio: vuole che quel che sarà vero dei santi nell’eternità li caratterizzi già durante il loro passaggio attraverso il tempo; che tutto ciò che Dio è brilli attualmente nei suoi.

Il cammino del credente in relazione con la Chiesa.

Capitolo 4

I tre ultimi capitoli dell’epistola costituiscono la parte “pratica”. L’apostolo esorta i credenti a condursi in un modo degno delle grandi verità presentate nei tre primi capitoli, e in armonia coi loro privilegi e le loro responsabilità.

  1. Per prima cosa la nostra condotta deve essere in accordo coi nostri privilegi in relazione con la Chiesa, dal momento che siamo membra del Corpo di Cristo e costituiamo l’abitazione di Dio per lo Spirito Santo (3:1-16).
  2. In seguito, siamo esortati a praticare la pietà come persone che confessano il nome del Signore durante il loro pellegrinaggio in un mondo malvagio (4:17; 5:21).
  3. Infine, siamo esortati a essere coerenti nella nostra condotta nell’ambito della famiglia e delle relazioni sociali secondo l’ordine della creazione (5:22: 6:9).

«Io dunque, il carcerato nel Signore, vi esorto a condurvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta».

Versetto 1.

L’apostolo aveva sofferto la persecuzione e la prigionia per la testimonianza resa alla grazia di Dio verso i Gentili e per la grande verità del mistero della Chiesa (vale a dire che i credenti Giudei e delle Nazioni costituiscono un unico corpo e sono uniti a Cristo che ne è la Testa, il Capo). Paolo, dunque, ricorda le sue sofferenze per la verità traendo spunto per esortare i credenti a condursi in un modo degno dei loro grandi privilegi e in accordo con la loro vocazione; bisognava dunque che la capissero bene. Il primo capitolo dell’epistola ci ha presentato questa vocazione come facente parte dei proponimenti di Dio prima della fondazione del mondo, senza soffermarsi su come è stata, in concreto, compiuta nel tempo e realizzata nelle nostre anime. Il proponimento di Dio è che i credenti siano “santi ed irreprensibili dinanzi a lui nell’amore” per il beneplacito Suo e per la Sua gloria. Al capitolo 2 abbiamo visto come Dio ha operato per rendere questa chiamata effettiva, in attesa del suo completo adempimento nelle età a venire. Nella chiamata di Dio sono incluse due verità: da un lato, i credenti sono costituiti in un corpo unico di cui Cristo è la Testa; dall’altro, sono come un edificio “ben collegato insieme che si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore… e servire di dimora a Dio per lo Spirito”.

Inoltre, l’epistola rivela il proponimento attuale di Dio in queste due verità: in relazione con la Chiesa, vista come il corpo di Cristo, leggiamo che il suo corpo è “la pienezza” di Cristo; e al versetto 19 del capitolo 3 c’è “tutta la pienezza di Dio”. Il proponimento di Dio è dunque che, come corpo di Cristo, la Chiesa manifesti tutte le glorie morali che costituiscono il carattere meraviglioso di Cristo come Uomo, vale a dire “tutta la sua pienezza”.

Questo è dunque l’elevato privilegio al quale siamo chiamati: rappresentare Cristo nel manifestare la sua perfezione e far conoscere Dio nella pienezza della sua grazia.

Al capitolo 3, impariamo che lo stato d’animo che si addice per realizzare la grandezza della nostra vocazione è possibile solo se Cristo abita nei nostri cuori per mezzo della fede e se Dio opera in noi. Se Cristo ha il suo posto nei nostri cuori stimeremo davvero grande il privilegio di essere quaggiù per manifestarne il carattere. Se Dio opera in noi, saremo felici di rendere testimonianza alla gloria della sua grazia.

Cristo è nel cielo come Uomo risuscitato, glorificato, testa del corpo; e lo Spirito Santo, Persona divina, è sulla terra e abita in mezzo ai credenti. Se siamo coscienti della gloria di Cristo e della grandezza della Persona che dimora in noi vivremo in modo degno di questa realtà.

«Con ogni umiltà e mansuetudine, con longanimità, sopportandovi gli uni gli altri con amore, studiandovi di conservare l’unità dello Spirito col vincolo della pace».

Versetti 2 e 3.

L’apostolo riassume qui che cosa vuol dire condursi in un modo degno della vocazione. Se viviamo avendo coscienza dei nostri privilegi come rappresentanti di Cristo, e lasciando agire in noi lo Spirito Santo, saremo caratterizzati da queste sette qualità morali: umiltà, dolcezza, longanimità, sopportazione, amore, unità e pace.

Il sentimento di essere davanti al Signore e di avere Io Spirito Santo in noi conducono all’umiltà e alla dolcezza.

Se ci troviamo in presenza dei nostri fratelli non cercheremo di farci valere, ma con Dio davanti a noi realizzeremo la nostra nullità. L’umiltà non pensa “al proprio io”, e la dolcezza cede di fronte agli altri.

L’umiltà e la dolcezza, che non si preoccupano di esaltare o di far valere l’“io”, conducono alla longanimità e alla sopportazione degli altri. Qualche volta sperimentiamo che gli altri non sono sempre umili e dolci; allora ci vuole della longanimità da parte nostra. Forse dovremo subire degli sgarbi e degli insulti, e sopportare quelli che agiscono in questo modo; ma siamo avvertiti che la sopportazione deve essere esercitata “nell’amore”. Perché è possibile sopportare molte cose ma con uno spirito d’orgoglio che tratta con disprezzo il fratello che ha offeso. Se dobbiamo mantenere il silenzio, facciamolo nell’amore, provando dispiacere per quel modo di fare che ferisce. Inoltre, dobbiamo impegnarci a fondo per mantenere l’unità dello Spirito col legame della pace. È importante distinguere l’unità del corpo dall’unità dello Spirito. L’unità del corpo, è formata dallo Spirito Santo che unisce i credenti a Cristo e tra di loro come membra di un unico corpo. Questa unità è intoccabile. Ma c’è anche un “unico Spirito” che è la sorgente di ogni pensiero, parola o azione; nel corpo, dovrebbe dunque regnare un unico sentimento, quello dello Spirito. È questa unità dello Spirito che dobbiamo impegnarci a mantenere. È stato giustamente detto: “Individualmente possiamo camminare secondo lo Spirito, ma l’unità dello Spirito implica un cammino collettivo”.

Consci del fatto di essere membra di “un unico corpo”, non dobbiamo condurci solo come individui, isolati dagli altri, ma come uniti gli uni agli altri in un unico corpo e fare in modo di essere diretti da un unico pensiero; quello dello Spirito.

I primi giorni della Chiesa ci offrono un bel quadro di credenti aventi il pensiero dello Spirito di cui erano ripieni: erano “di un solo cuore e d’un’anima sola”. Purtroppo questa unità dello Spirito non è stata mantenuta. Nondimeno, lo Spirito c’è ancora e il pensiero dello Spirito è sempre uno; sapendo che apparteniamo ad un unico corpo, impegniamoci a mantenere l’unità dello Spirito. L’unico modo per mantenerla è che ognuno di noi giudichi la carne. Se permettiamo che la carne si manifesti nei nostri pensieri, nelle nostre parole e nei nostri atti, essa introdurrà immediatamente un elemento discordante. Il principio della carne è: ognuno per sé. Questo non porta all’unità. Nell’unità dello Spirito, invece, ognuno è per gli altri.

Questa unità è mantenuta “col vincolo della pace”. La carne pensa solo a far valere i propri diritti e a far le proprie rimostranze con coloro con cui non è d’accordo. Se non si può pervenire ad avere un medesimo sentimento investighiamo la parola di Dio sotto la direzione dello Spirito, con uno spirito di pace.

Se due credenti non hanno lo stesso pensiero, evidentemente uno dei due, o entrambi, non hanno il pensiero dello Spirito e corrono il rischio di litigare. È dunque necessario che lo sforzo per conservare l’unità dello Spirito sia fatto nella pace, che è il legame che ci unisce. Un credente ha detto: “Ciò che viene dallo Spirito è sempre una cosa sola. Perché non siamo sempre d’accordo? Perché facciamo valere i nostri propri pensieri. Se mantenessimo soltanto quel che abbiamo imparato dalla Scrittura, saremmo tutti una cosa sola”.

«V’è un corpo unico ed un unico Spirito, come pure siete stati chiamati ad un ’unica speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti ed in tutti».

Versetti 4-6.

Una domanda importante scaturisce con naturalezza: Qual è questo pensiero dello Spirito che dobbiamo impegnarci ad avere? Ci è presentato nei versetti da 4 a 6. In queste sette unità: un corpo unico, un unico Spirito, un’unica speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un Dio unico e Padre di tutti. Lo Spirito è quaggiù per stabilire nelle nostre anime queste grandi verità e mantenerle. Camminare insieme alla luce di questa verità sarà sufficiente per farci conservare l’unità dello Spirito.

Questi versetti ci presentano le diverse sfere in cui si deve manifestare un cammino secondo lo Spirito: in relazione con il corpo unico, l’unico Spirito e l’unica speranza, nella cerchia di quelli che hanno la vita; in relazione col Signore, nella cerchia della professione cristiana; in relazione con Dio, nella cerchia della creazione (*).

(*) Altri commentatori non vedono chiara la suddivisione di queste sette “unita” in tre gruppi (nati di nuovo, professanti senza vita, increduli) ma ritengono più corretto riferirle tutte e sette solo ai veri credenti, come è anche in 1 Co. 12:4-6.

È della massima importanza che i nostri pensieri siano formati dalla Parola di Dio, affinché possiamo discernere queste unità che esistono agli occhi di Dio per vedere le cose come Dio le vede e per capire quanto grave sia l’abbandono che la cristianità ha fatto della verità. L’apostolo dice prima di tutto: “V’è un corpo unico ed un unico Spirito, come pure siete stati chiamati ad un’unica speranza, quella della vostra vocazione”. Qui tutto è reale e vitale; è la cerchia della vita. Il corpo unico è formato dall’unico Spirito e tende verso lo scopo: la gloria.

Questa unità è nella mano di Dio. Essa non può essere conservata per mezzo di uno sforzo da parte nostra, né può essere infranta dalle nostre mancanze, anche se possiamo perdere il pensiero dello Spirito se rinneghiamo, nella pratica, queste grandi verità. Purtroppo è proprio quello che s’è verificato nella professione cristiana, perché alla luce della grande verità che “v’è un corpo unico”, non molti corpi, i vari “corpi” di cristiani che si sono formati nella cristianità sono frutto di disubbidienza, e “l’unico Spirito” condanna tutti gli aggiustamenti umani dai quali lo Spirito spesso è messo da parte. Inoltre, la chiesa professante si è installata nel mondo, è diventata essa stessa il mondo, rinnegando la speranza celeste della nostra vocazione.

Vi è poi una cerchia più larga che comprende tutti quelli che professano Cristo come Signore, con o senza realtà.

E la cerchia della “professione”, caratterizzata da un’unica autorità, il Signore, e un’unica dottrina, la fede; in essa si è introdotti da un solo battesimo. AI Signore appartengono l’autorità e l’amministrazione. Riconoscere che vi è un solo Signore dovrebbe eliminare l’autorità dell’uomo e ogni modo d’agire indipendentemente da Lui.

Se ammettiamo che c’è “un solo Signore”, capiamo che non è giusto, per una assemblea, non tener conto della disciplina esercitata nel nome del Signore da un’altra assemblea nei confronti di uno che ha peccato. Anche qui, per indipendenza, possiamo scantonare il pensiero dello Spirito rinnegando, in pratica, che c’è “un solo Signore”.

Infine, c’è la cerchia più vasta di tutte, quella della creazione. C’è un solo Dio che è il Padre, la sorgente di tutto.

È bene che sappiamo che, qualunque sia la potenza delle cose o degli esseri creati, Dio è sopra tutti. Infine, Dio lavora “nel credente” per portare a compimento il suo proponimento per lui. Riconoscere queste grandi verità non ci condurrà soltanto a respingere le teorie assurde degli uomini, come quella dell’evoluzione, ma ci incoraggerà ad agire correttamente in tutte le circostanze e relazioni della vita che sono in rapporto con l’ordine della creazione.

Purtroppo, nella grande professione cristiana del giorno d’oggi lo Spirito è messo da parte e sostituito da aggiustamenti umani; il solo Signore è messo da parte e si agisce nell’indipendenza; il Dio unico è messo da parte e si seguono ragionamenti increduli.

Nei versetti seguenti, le esortazioni sembrano riferirsi specialmente a ciascuna di queste cerchie. Prima di tutto, siamo esortati come membra di un unico corpo (nei versetti 7 a 16); poi a comportarci riconoscendo il solo Signore (nei versetti 17 a 31); e infine, per quel che concerne le relazioni della vita sulla terra, in rapporto colla cerchia della creazione (nei capitoli 5, e 6 fino al versetto 9).

«Ma a ciascun di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono largito da Cristo».

Versetto 7.

Avendo posto, in questi versetti di introduzione, i fondamenti di un cammino degno della vocazione, l’apostolo parla delle risorse di cui il credente dispone per vivere fedelmente in relazione col corpo unico, e crescere nella somiglianza di Cristo, la Testa.

L’apostolo parla prima di tutto del dono della grazia:“A ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono largito da Cristo”. In contrasto con ciò che è di tutti, e di cui Paolo ha parlato prima, vi è ciò che è dato “a ciascuno” individualmente. L’unico Spirito del versetto 4 e il solo Signore del versetto 5 escludono ogni atto di indipendenza; il “ciascuno” del versetto 7 mantiene la nostra individualità. Mentre ogni membro ha la sua funzione speciale, tutti lavorano per l’unità e il bene di tutto il corpo. Nel corpo fisico, le funzioni dell’occhio e della mano sono diverse; eppure entrambi agiscono in comune per il buon funzionamento e l’unità del corpo.

“La grazia” è il servizio speciale che ognuno ha ricevuto. Non è necessariamente un dono ben distinto; a ciascuno è data una misura di grazia affinché ognuno possa servire gli altri in amore.

«Egli è per questo che è detto: Salito in alto, egli ha menato in cattività un gran numero di prigioni ed ha fatto dei doni agli uomini».

Versetto 8.

Poi, per promuovere il progresso spirituale, l’apostolo parla dei doni distinti, e introduce il soggetto presentando Cristo salito in alto, perché questi doni provengono dal Cristo trionfante ed esaltato. Sembra sia fatta allusione alla storia di Barak per illustrare la potenza sovrana del Cristo quando dà i doni (Giudici 5:12). Quando Barak liberò Israele dalla sua prigionia, condusse come prigionieri quelli che li avevano tenuti in cattività. Così Cristo ha trionfato su tutta la potenza di Satana e, avendo liberato i suoi dalla potenza del nemico, è esaltato in alto e dà dei doni ai suoi.

«Or questo è salito che cosa vuol dire se non che egli era anche disceso nelle parti più basse della terra? Colui che è disceso, è lo stesso che è salito al disopra di tutti i cieli affinché riempisse ogni cosa».

Versetti 9, 10

Una parentesi di due versetti è qui introdotta per presentare la grandezza della vittoria di Cristo. Alla croce, è disceso nell’abisso profondo in cui il peccato ha posto l’uomo. Da questo abisso nel quale, come nostro sostituto, è stato fatto peccato, il Signore è salito alla più alta gloria alla quale un uomo può essere esaltato: alla destra di Dio. Avendo fatta prigioniera la prigionia, spezzando la potenza del nemico che ci tratteneva nella schiavitù, Cristo agisce ora in potenza e si serve di uomini come strumenti del suo potere. Egli non dà semplicemente una certa quantità di doni lasciando che noi ce li ripartiamo tra di noi, ma dà certi uomini perché esercitino i doni. Egli non dà “l’apostolato”, ma dà “gli apostoli”, e così fa con tutti gli altri doni. Qui, dunque, non è più la grazia data “a ciascuno”; ma “gli uni” e “gli altri” sono dati per esercitare dei doni.

«Ed è lui che ha dato gli uni, come apostoli; gli altri, come profeti; gli altri, come evangelisti; gli altri, come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministerio, per la edificazione del corpo di Cristo, finché tutti siamo arrivati all’unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d’uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo».

Versetti 11-12-13

Prima di tutto il Signore ha dato gli apostoli e i profeti, e la Chiesa è edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti.

Gli altri doni, evangelisti, pastori e dottori, sono per l’edificazione dell’assemblea, dopo che è stato posto il fondamento. Essi permangono durante tutto il periodo della storia della Chiesa sulla terra. Per primo viene l’evangelista, essendo il dono per mezzo del quale le anime sono condotte nella cerchia della benedizione. Così introdotti nell’assemblea, i credenti sono messi al beneficio dei doni di pastori e di dottori. L’evangelista porta Cristo al mondo incredulo; il pastore e il dottore pongono Cristo davanti al credente. Il pastore si occupa delle pecore, ad una ad una; il dottore espone le Scritture. È stato detto: qualcuno può insegnare senza essere pastore, ma non si può essere pastore senza insegnare. Le due cose sono strettamente legate, ma non sono la stessa cosa. Il pastore non dà soltanto del nutrimento, come fa il dottore, ma pasce le pecore, le guida e se ne prende cura.

Nessun dono di miracoli è menzionato in questi versetti. Non sarebbero al loro posto in un passo che parla delle risorse del Signore per la Chiesa. I miracoli e i segni sono stati dati all’inizio per attirare l’attenzione dei Giudei sulla gloria e l’esaltazione di Cristo e sulla potenza del suo nome. I Giudei hanno respinto questa testimonianza e i segni e i miracoli sono cessati. Ma l’amore del Signore per la sua Chiesa non può mai esaurirsi e i doni che testimoniano del suo amore continuano, secondo che è scritto: “Poiché nessuno ebbe mai in odio la sua carne; anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la Chiesa” (Efesini 5:29).

Dopo aver parlato dei doni, l’apostolo pone davanti a noi i tre grandi scopi per cui sono stati dati. Prima di tutto in vista del perfezionamento dei santi, vale a dire dell’affermazione di ogni credente nella verità; in secondo luogo, per l’opera del ministero, cioè per tutto ciò che concerne il servizio in tutte le sue forme; in terzo luogo, per l’edificazione del corpo di Cristo. La benedizione degli individui e l’opera del servizio hanno in vista l’edificazione del corpo di Cristo. Ogni dono, sia quello di evangelista, che di pastore o dottore, è esercitato nel modo giusto solo se ha per scopo l’edificazione del corpo di Cristo.

I versetti seguenti ci insegnano con più precisione ciò che Paolo intende per “perfezionamento dei santi”. Egli non parla della perfezione che sarà raggiunta dal credente nella gloria della risurrezione, ma di quel progresso spirituale nella verità e nella conoscenza del Figlio di Dio che porta a realizzare l’unità e a fare di noi dei cristiani pienamente compiuti quaggiù.

La fede di cui l’apostolo parla è l’insieme di tutta la verità cristiana. L’unità non è quella che risulta da un accordo di tutti, come in un credo, o da un’associazione creata dagli uomini, ma è un’unità di pensiero e di cuore prodotta dall’accoglimento della verità come è insegnata da Dio nella sua Parola. Alla fede è collegata la conoscenza del Figlio di Dio, perché in Lui Dio è pienamente rivelato e la verità è presentata in un modo vivente. Tutto ciò che viola la fede o deprezza in qualche modo la gloria del Figlio di Dio ostacola il perfezionamento dei santi. La conoscenza della fede, così come è rivelata nella Parola e manifestata nel Figlio di Dio, fa crescere fino allo stato di uomini fatti; così si è presentata, in tutta la sua pienezza e la sua perfezione, in Cristo Uomo. L’“uomo fatto” esprime l’idea di un cristiano pienamente sviluppato e in tutto il suo vigore. Il passo sembra avere in vista tutti i santi, perché non parla di “uomini fatti”, ma dello “stato di uomini fatti”, il che implica l’idea che tutti i cristiani presentano, nel loro insieme, un uomo completamente nuovo.

La misura della statura dell’uomo fatto è proprio la misura della statura della pienezza di Cristo. “La pienezza” esprime il pensiero di uno stato completo. “L’uomo fatto” è la manifestazione nei credenti di tutte le glorie morali di Cristo. Tutto il passo considera i credenti come un corpo destinato a manifestare la pienezza di Cristo. Inoltre, la misura che ci è data qui non è soltanto che tutti i caratteri distintivi di Cristo dovrebbero essere visti nei santi, ma che dovrebbero essere visti in perfezione. È vero che questo non sarà mai raggiunto nei credenti quaggiù, ma Dio non ci può dare una misura inferiore alla perfezione vista in Cristo. Guardiamoci dal sottrarci da ciò che Dio ci mette davanti e di scusare le nostre mancanze dicendo che la misura di Dio è impossibile da raggiungere!

«Affinché non siamo più de’ bambini, sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina, per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore».

Versetto 14.

I credenti arrivati a questa piena statura non sono più dei bambini nella conoscenza cristiana, esposti, per ignoranza, a essere “sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina, per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore”. Purtroppo ce ne sono nella cristianità di quelli che con astuzia e particolare abilità sono capaci di ingannare i credenti non ben fermi nella verità; e con la loro falsa dottrina c’è, in generale, l’uso di vie tortuose per ingannare, come è avvenuto ogni volta che, nella storia del popolo di Dio, c’è stato un rinnegamento di qualche grande verità o che un’eresia particolare si è fatta strada nei riguardi della Persona di Cristo.

«Ma che, seguitando verità in carità, noi cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo».

Versetto 15.

Quando vi sono delle controversie c’è il grande pericolo di “essere sballottati qua e là” nell’ascoltare l’uno o l’altro. Attorno a noi vediamo una cristianità eterogenea e senza vita, impotente contro l’inganno. L’unica nostra salvaguardia contro ogni errore risiede non nella conoscenza dell’errore ma nel fatto di “seguire la verità in carità” e d’avere un Cristo vivente nei nostri pensieri e nei nostri cuori. Se Cristo è l’oggetto delle nostre affezioni, ogni verità relativa a Cristo sarà mantenuta, nell’amore; ne risulterà che cresceremo in ogni cosa fino a Lui, e diventeremo moralmente simili a Lui.

Colui alla cui somiglianza e nella conoscenza del quale cresciamo è la Testa del corpo. Ogni saggezza e ogni forza potenza sono nella Testa.

«Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore d’ogni singola parte, per edificar se stesso nell’amore».

Versetto 16.

Al versetto 16 passiamo da ciò che il Signore, nella sua grazia, fa per mezzo dei doni a ciò che fa Egli stesso come Testa del corpo. Il lavoro che ogni giuntura fa non è l’esercizio di un dono, perché i doni non sono dati a tutti; ogni vero credente, però, ha ricevuto qualche cosa dalla Testa da far valere per l’utile delle altre membra del corpo. Nel corpo umano, se ogni membro è sotto il controllo diretto del cervello, tutte le membra funzioneranno insieme per il bene di tutti. Così, se ogni membro del corpo di Cristo fosse sotto il controllo diretto di Cristo, il corpo crescerebbe ed edificherebbe sé stesso nell’amore.

Così, in questo passo, la grazia è data a ciascuno di noi (vers. 7); al versetto 11 ci sono dei doni speciali, e al versetto 16 c’è quel che è dato dalla Testa ad ogni membro per il bene del corpo intero.

Possiamo anche rilevare il grande posto che ha l’amore fra i cristiani: dobbiamo sopportarci gli uni gli altri nell’amore (v. 2); dobbiamo seguitare verità in carità (v. 15); l’edificazione del corpo si deve fare nell’amore (v. 16).

Tutto il passo presenta un magnifico quadro di ciò che la Chiesa dovrebbe essere quaggiù, secondo il desiderio del Signore. Non potremmo mai farci una concezione giusta del cristianesimo o della Chiesa, tenendo conto di ciò che vediamo nella cristianità o di tutto ciò che avviene sulla terra col pretesto del nome di Cristo. Per avere un’idea esatta della Chiesa secondo il Signore dobbiamo sbarazzare le nostre menti da tutto ciò che ci circonda e avere davanti a noi la verità come è presentata nella Parola e manifestata nel Figlio di Dio.

«Questo dunque io dico ed attesto nel Signore, che non vi conduciate più come si conducono i pagani nella vanità de’ loro pensieri, con l’intelligenza ottenebrata, estranei alla vita di Dio, a motivo della ignoranza che è in loro, a motivo dell’induramento del cuor loro. Essi, avendo perduto ogni sentimento, si sono abbandonati alla dissolutezza fino a commettere ogni sorta di impurità con insaziabile avidità».

Versetti 17-19

Paolo ha esortato a vivere una vita che si addice a dei credenti in relazione con la Chiesa. Adesso invita ad un cammino individuale che si addice a quelli che confessano il Signore in un mondo malvagio; ci esorta nel Signore, di cui confessiamo il Nome, a non camminare più come il resto delle nazioni incredule delle quali dà un quadro sommario, ma molto deciso. I pagani camminano nella vanità dei loro pensieri; la loro intelligenza è ottenebrata; sono completamente ignoranti di Dio perché i loro cuori sono induriti per la vita perversa che conducono. Sono estranei alla vita di Dio. È la vita di peccato che indura il cuore; e il cuore indurito ottenebra l’intelligenza; e l’intelligenza ottenebrata fa dell’uomo la preda di ogni vanità.

«Ma quant’è a voi, non è così che avete imparato a conoscer Cristo. Se pur l’avete udito ed in lui siete stati ammaestrati secondo la verità che è in Gesù, avete imparato, per quanto concerne la vostra condotta di prima, a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; ad essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente, e a rivestire l’uomo nuovo che è creato all’immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità».

Versetti 20 a 24.

In contrasto con la vita vana e ignorante dei Gentili, l’apostolo presenta la vita che risulta dalla conoscenza della verità che è in Gesù. Notiamo che l’apostolo non dice: la verità che è in Cristo, perché il suo scopo qui non è di presentare i credenti e la loro posizione davanti a Dio in Cristo. Egli usa il nome personale del Signore, Gesù, per invitarci a un cammino pratico nella giustizia come lo ha manifestato Lui nella sua vita quaggiù. Come qualcuno ha fatto notare, Paolo dice Gesù perché pensa non alla posizione che abbiamo in Lui, né ai risultati della sua opera per noi, ma semplicemente al suo esempio, e Gesù è il suo nome di uomo in questo mondo.

La verità manifestata in Gesù era la verità relativa al nuovo uomo, perché Egli è l’espressione perfetta del nuovo uomo che porta il carattere di Dio stesso: giustizia e santità nella verità. La verità che è in Gesù, dunque, non è la riforma del vecchio uomo, né la trasformazione della carne in un uomo nuovo, ma l’introduzione del nuovo uomo, una creazione completamente nuova che porta il carattere di Dio. Il primo uomo non era giusto, però era innocente. In lui non c’era la conoscenza del bene e del male.

Il vecchio uomo, invece, ha la conoscenza del bene e del male, ma sceglie l’ingiustizia e si corrompe seguendo le sue concupiscenze ingannatrici. Il nuovo uomo ha la conoscenza del bene e del male, ma è giusto, e di conseguenza respinge il male.

La verità che abbiamo imparato in Cristo è stata manifestata in Gesù. La verità che ci è stata insegnata, e che abbiamo imparata da Lui, è che nella croce abbiamo svestito il vecchio uomo e rivestito il nuovo. Alla luce di questa grande verità noi siamo nella nostra vita d’ogni giorno rinnovati nello spirito della nostra mente. Invece del pensiero della carne che è inimicizia contro Dio, abbiamo una mente rinnovata caratterizzata dalla giustizia e dalla santità, che rifiuta il male e sceglie il bene. Il nuovo uomo non è il vecchio uomo trasformato, ma un uomo del tutto nuovo; e il rinnovamento si riferisce alla vita quotidiana del nuovo uomo.

L’apostolo non dice che dobbiamo spogliare il vecchio uomo, ma dice che “abbiamo imparato a spogliarci del vecchio uomo”. Iddio si è occupato del vecchio uomo alla croce e la fede accetta ciò che Cristo ha fatto. Non dobbiamo morire al peccato, ma dobbiamo ritenerci come morti al peccato nella persona del nostro Sostituto.

«Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri».

Versetto 25.

Negli ultimi versetti del nostro capitolo, Paolo applica questa verità alla nostra condotta personale. Dobbiamo spogliarci delle azioni del vecchio uomo, e rivestire il carattere del nuovo uomo. Dobbiamo spogliarci della menzogna e dire la verità, ricordandoci che siamo membra gli uni degli altri. Mettendo la cosa su questo piano, come è stato giustamente detto, se mento a mio fratello è come se ingannassi me stesso. Vediamo così in che modo la grande verità che i credenti sono membra di un unico corpo ha una portata pratica sul più piccolo dettaglio della vita.

«Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra il vostro cruccio».

Versetto 26.

Dobbiamo fare attenzione a non peccare per ira. Esiste un’ira giusta, rappresentata dall’indignazione contro il male, e non contro chi lo ha commesso. Dietro una tale ira vi è della tristezza a causa del male. Il Signore guardò i capi della sinagoga “con indignazione, contristato per l’induramento del cuor loro” (Marco 3:5). L’ira della carne ha sempre “l’io” in vista; non è una tristezza a causa del male, ma del risentimento contro colui che lo ha commesso. E l’ira carnale contro colui che ha agito male porterà a pensieri di vendetta e ad una continua agitazione; in questo senso, chi è adirato lascia tramontare il sole sul suo cruccio. L’ira contro il male, invece, porterà ad una tristezza che non ha altra risorsa se non quella di rivolgersi a Dio, dove l’anima trova il suo riposo.

«E non fate posto al diavolo».

Versetto 27.

Agendo secondo la carne, con o senza ira, diamo un’occasione al diavolo. Pietro, per l’eccessiva fiducia in sé stesso, ha dato al diavolo l’occasione di spingerlo a rinnegare il Signore.

«Chi rubava non rubi più, ma s’affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani’, onde abbia di che far parte a colui che ha bisogno».

Versetto 28.

La vita del nuovo uomo è in contrasto assoluto con quella del vecchio uomo, a tal punto che chi aveva il triste vizio di rubare, diventa un aiuto per chi è nel bisogno.

«Niuna mala parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete alcuna buona che edifichi, secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia a chi l’ascolta».

Versetto 29.

Nelle nostre conversazioni non dobbiamo parlare di cose che possono inquinare lo spirito degli uditori, ma parlare piuttosto di ciò che edifica e comunica la grazia a chi ascolta.

«E non contristate lo Spirito Santo di Dio col quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione. Sia tolta via da voi ogni amarezza, ogni cruccio ed ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di malignità».

Versetti 30 e 31.

Nella prima parte del capitolo, l’esortazione ad avere un cammino degno della vocazione che ci è stata rivolta deriva dalla grande verità che i credenti collettivamente sono l’abitazione dello Spirito Santo. Qui ci è ricordato che come individui siamo stati suggellati dallo Spirito. Dio ci ha contraddistinti come sua proprietà per il giorno della redenzione, dandoci il suo Spirito. Dobbiamo vegliare per non contristare lo Spirito Santo, dando corso all’amarezza, all’ira, alle parole offensive, alla malignità.

«Siate invece gli uni verso gli altri benigni, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonati in Cristo».

Versetto 32.

In contrasto con la maldicenza e la malignità c’è la benignità degli uni verso gli altri, la misericordia, il perdono vicendevole, tenendo sempre presente il modo come Dio ha agito verso di noi perdonandoci in Cristo.

Il cammino del credente come figlio di Dio

Capitolo 5

«Siate dunque imitatori di Dio, come figliuoli suoi diletti».

Versetto 1.

In questa parte dell’epistola, i credenti non solo riconoscono che c’è un solo Dio, ma sono in relazione con Lui in qualità di figli. Tutto il passo ci esorta a vivere come si addice a dei figli. Il «dunque» del primo versetto lo collega con l’ultimo versetto del capitolo precedente.

Iddio ha agito verso di noi in bontà e in grazia, e adesso è giusto che noi agiamo gli uni verso gli altri come Dio ha agito verso di noi. Siamo dunque esortati ad essere imitatori di Dio «come figliuoli suoi diletti». Non dobbiamo cercare di imitare Dio per diventare dei figli, ma perché lo siamo già. Camminare come dei «diletti» figli implica una vita regolata dall’affetto e dall’amore. Un servitore di Dio potrebbe vivere correttamente ma con un’ubbidienza legale; un figlio deve camminare con un’ubbidienza d’amore. Noi siamo non solo dei servi ma dei figli.

Non possiamo certo (e d’altronde non ci è nemmeno chiesto) imitare Dio nella sua onnipotenza o nella sua onniscienza, ma siamo esortati ad agire moralmente come Lui, nell’amore, nella luce e nella saggezza; in tutte queste cose possiamo essere imitatori di Dio. L’apostolo Paolo, nei versetti che seguono, sviluppa il problema del nostro cammino in accordo con queste magnifiche caratteristiche morali. Prima di tutto parla di un cammino «nell’amore», in contrasto con la vita di quelli del mondo, dominato dalla concupiscenza e dell’egoismo (v. 1-7). Poi ci esorta a «condurci come figliuoli di luce» in contrasto con quelli che vivono nelle tenebre (v. 8-14). Infine, a «condurci con diligenza; non da stolti, ma da savi» (v. 15-20).

«Camminate nell’amore come anche Cristo vi ha amati e ha dato sé stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio, qual profumo d’odor soave».

Versetto 2.

Così, essendo come figli di Dio esortati a condurci nell’amore, Cristo è messo davanti a noi come il grande esempio di questo amore. In Lui vediamo la dedizione dell’amore quando ha dato sé stesso per gli altri, e tale dedizione è salita a Dio come un sacrificio di soave odore. Un amore simile va al di là delle esigenze della legge che chiedeva di amare il prossimo come sé stesso. Cristo ha fatto di più, perché ha dato sé stesso per noi. E questo l’amore che siamo chiamati ad imitare, un amore che ci dovrebbe far arrivare fino a sacrificarci per i nostri fratelli; e un tale amore, sebbene nella sua debole misura, salirà anch’esso come un profumo di buon odore a Dio. L’amore che ha indotto l’assemblea di Filippi a contribuire per far fronte ai bisogni dell’apostolo è stato per Dio «un profumo d’odor soave, un sacrificio accettevole, gradito a Dio» (Filippesi 4:16-18).

«Ma come si conviene a dei santi, né fornicazione, né alcuna impurità, né avarizia, sia neppur nominata fra voi».

Versetto 3.

L’amore che si dà al bene degli altri escluderà l’impurità che soddisfa la carne a spese degli altri, e la cupidigia che ricerca il proprio interesse. La nostra condotta deve essere «come si conviene a dei santi»; non soltanto una condotta che si addice a un uomo onesto, ma quella che si addice a dei santi. Quando ci è chiesto di manifestare l’amore, dobbiamo farlo come «figliuoli diletti»; quando bisogna respingere la concupiscenza, è «come si conviene a dei santi».

«Né disonestà, né buffonerie, né facezie scurrili, che son cose sconvenienti; ma piuttosto, rendimento di grazie».

Versetto 4.

Inoltre, la gioia passeggera che il mondo trova nel peccato, nelle buffonerie, nelle facezie scurrili (le barzellette sconce) è sconveniente per i santi. La loro gioia è quella pacifica e profonda dei «rendimenti» di grazie, non il riso dello stolto (Ecclesiaste 7:6).

«Poiché voi sapete molto bene che niun fornicatore o impuro, o avaro (che è un idolatra), ha eredità nel regno di Cristo e di Dio».

Versetto 5.

Quelli che sono caratterizzati dall’impurità, dalla concupiscenza e dall’idolatria, non solo saranno privati delle benedizioni del regno futuro di Cristo e di Dio, ma essendo disubbidienti all’evangelo cadranno sotto l’ira di Dio.

A differenza di questo secolo malvagio, nel regno di Dio l’amore dominerà e non vi sarà la concupiscenza. Come sarà dunque il regno a venire così dovrebbe essere la famiglia di Dio attualmente.

«Niuno vi seduca con vani ragionamenti; poiché è per queste cose che Vira di Dio viene sugli uomini ribelli».

Versetto 6

Ora siamo avvertiti di non lasciarci sedurre da vani ragionamenti. Sappiamo bene che gli uomini, con la loro filosofia e la loro scienza, scusano la concupiscenza e cercano di rivestire certi atti di peccato con un fascino poetico e romantico per dar loro un’apparenza attraente. Ebbene, proprio a causa di queste cose l’ira di Dio viene sugli «uomini ribelli», cioè coloro che hanno udito la verità e l’hanno rigettata. Ai giorni dell’apostolo Paolo, i Giudei erano in modo particolare degli uomini ribelli, ma lo stesso si può dire oggi di tutta la cristianità. Gli uomini saranno giudicati per le loro cattive azioni, per quanto il peccato più grande sia la disubbidienza all’evangelo.

«Non siate dunque loro compagni».

Versetto 7.

Noi non dobbiamo avere nessuna partecipazione con tali persone. I figli di Dio e gli uomini ribelli non possono avere nulla in comune.

«Perché già eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Conducetevi come figliuoli di luce (poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà e giustizia e verità), esaminando che cosa sia accetto al Signore».

Versetto 8-10.

Un tempo eravamo tenebre, ora siamo luce nel Signore; non solo eravamo tenebre in quanto non conoscevamo Dio, ma lo eravamo perché caratterizzati da una natura che è tenebre, che trovava il suo piacere in tutto ciò che è contrario a Dio. Ora siamo partecipi della natura divina che è amore e luce. Così l’apostolo può dire non solo che siamo luce, ma che siamo luce nel Signore. Essendo passati sotto l’autorità del Signore, siamo portati nella luce di ciò che si addice alla sua natura, e ameremo ciò che Egli ama.

Essendo luce nel Signore, dobbiamo vivere come figli di luce, una vita che consiste in tutto ciò «che è bontà e giustizia e verità», perché queste cose sono il frutto della luce. Camminando in questo modo, cercheremo in ogni circostanza ciò che è gradito al Signore e non parteciperemo alle opere infruttuose delle tenebre. Qualcuno ha detto: «Un figlio, nell’osservare il padre, impara a conoscere ciò che gli fa piacere e sa ciò che desidererebbe nelle varie circostanze. È in questo modo che noi esaminiamo «che cosa sia accetto al Signore».

«E non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; anzi, piuttosto riprendetele; poiché egli è disonesto pur di dire le cose che si fanno da costoro in occulto. Ma tutte le cose, quando sono riprese dalla luce, diventano manifeste; poiché tutto ciò che è manifesto, è luce».

Versetti 11-13.

Siamo già stati avvertiti che non dobbiamo avere niente in comune con quelli che fanno il male; adesso siamo esortati a non avere niente in comune con le opere delle tenebre. Dobbiamo piuttosto riprenderle. È disonesto perfino parlare delle cose che si possono fare di nascosto. La luce di Cristo mette in evidenza il male e Io riprova. I cristiani non possono commettere pubblicamente i peccati grossolani che sono praticati pubblicamente nel paganesimo; la luce tra loro è troppo forte. Purtroppo, però, nella misura in cui la luce declina, i peccati sono commessi di nuovo senza ritegno.

«Perciò dice: Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi da’ morti, e Cristo t’inonderà di luce».

Versetto 14.

L’incredulo per Dio è morto. Il vero credente, se non tiene conto di queste esortazioni, può cadere in uno stato di sonno simile alla morte. In una tale condizione, la luce di Cristo è la sola cosa importante. L’esortazione che gli è rivolta è: «Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce». È stato giustamente detto: Per l’anima risvegliata, Cristo stesso è la sorgente della luce, la sua espressione e la sua misura.

«Guardate dunque con diligenza come vi conducete; non da stolti, ma da savi; approfittando delle occasioni, perché i giorni sono malvagi. Perciò non siate disavveduti, ma intendete bene quale sia la volontà del Signore».

Versetti 15-17

Qui siamo esortati a condurci con diligenza. Avendo imparato dai primi quattordici versetti che la vera misura per un cammino retto è la natura di Dio — luce e amore — dobbiamo trarre profitto da questo insegnamento e «condurci con diligenza; non da stolti, ma da savi». In un mondo malvagio, il credente ha bisogno di molta saggezza, saggezza in ciò che è buono; come è scritto in un’altra epistola: «Siate savi nel bene e semplici per quel che concerne il male» (Romani 16:19). La nostra saggezza si manifesterà nell’approfittare delle occasioni e nell’intendere bene quale sia la volontà del Signore. I giorni sono malvagi e se il diavolo potesse agire a modo suo non ci sarebbe mai un’occasione per fare ciò che è accetto al Signore. Per fare il bene dobbiamo, per così dire, carpire l’occasione al Nemico. Se capiamo la volontà del Signore, scopriremo che anche un «giorno malvagio» può essere trasformato in un’occasione per fare il bene. Nehemia, per mezzo della preghiera e il digiuno, capì la volontà del Signore riguardo al suo popolo; così, quando si presentò l’occasione, in presenza del re Artaserse, l’afferrò (Nehemia 1:4; 2: 1-5). Si può avere perfetta consapevolezza del carattere malvagio dei giorni attuali e ignorare la volontà del Signore; saremo così dei «disavveduti».

«E non v’inebriate di vino; esso porta alla dissolutezza; ma siate ripieni dello Spirito, parlandovi con

salmi ed inni e canzoni spirituali, cantando e salmeggiando col cuor vostro al Signore; rendendo del continuo grazie d’ogni cosa a Dio e Padre, nel nome del Signor nostro Gesù Cristo; sottoponendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo».

Versetti 18-21.

La saggezza data da Dio condurrà alla sobrietà non agli eccessi. Il mondo può suscitare un’eccitazione passeggera che porta a degli eccessi nel male, ma il credente ha una sorgente di gioia in sé, Io Spirito Santo, di cui siamo esortati a essere ripieni. Se lo Spirito non fosse rattristato e se potesse controllare tutti i nostri pensieri e le nostre affezioni, saremmo interamente separati dal mondo e dalle sue eccitazioni, e ci rallegreremmo insieme in un tipo di vita del tutto sconosciuta dal mondo, e in cui il mondo non può trovare nessun piacere. Questa vita si esprime nella lode che scaturisce dai cuori che si rallegrano nel Signore, discernere l’amore e la bontà di Dio in «ogni cosa», per quanto difficili possano essere le circostanze. In questo, come in ogni altra cosa, Cristo è il nostro perfetto modello, Lui che quando era rigettato da Israele, malgrado le sue opere di potenza, disse: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra» (Matteo 11:25).

Se siamo ripieni dello Spirito, saremo caratterizzati da uno spirito di umiltà e di dolcezza che ci renderebbe facile sottometterci gli uni agli altri nel timore di Cristo, in contrasto con la presunzione della carne che si vuole imporre e si arroga la libertà di agire senza riguardo alla coscienza degli altri.

Così, i credenti ripieni dello Spirito avranno prima di tutto uno spirito di lode verso il Signore; poi della sottomissione a Lui con azioni di grazie per tutto ciò che il Padre permette; e infine, della sottomissione gli uni agli altri nel timore di Cristo.

«Mogli, siate soggette ai vostri mariti, come al Signore; poiché il marito è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, egli, che è il Salvatore del corpo. Ma come la Chiesa è soggetta a Cristo, così debbono anche le mogli esser soggette ai loro mariti in ogni cosa. Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei».

Versetti 22 a 25

Questa parte dell’epistola tratta della condotta cristiana in rapporto con le relazioni terrene. Paolo parla in primo luogo della più intima di queste relazioni, quella fra moglie e marito, (v. 22-23) poi dei figli e dei genitori (6:1-4), dei servi e dei padroni (6:5-9).

Se riconosciamo Cristo come Signore, le responsabilità legate ad ognuna di queste relazioni debbono essere assolte nel timore del Signore. La moglie deve essere sottomessa al suo marito «come al Signore» (v. 22); i figli devono ubbidire ai loro genitori «nel Signore» (v. 6:1); i padri devono allevare i loro figli «in ammonizione del Signore» (6:7); e i padroni devono ricordarsi che hanno un Padrone nei cieli.

Le mogli cristiane sono esortate a sottomettersi ai loro mariti in ogni cosa, ed i mariti cristiani ad amare le loro mogli. Le esortazioni speciali tengono sempre conto delle possibili mancanze di cui è suscettibile colui al quale si indirizzano. La donna è incline a mancare di sottomissione e, di conseguenza, le viene ricordato che il marito è il capo della donna, e che il suo dovere è di essergli sottomessa. L’uomo è suscettibile di mancare di affetto più facilmente della donna, per cui i mariti sono esortati ad amare le loro mogli.

Per far capire bene l’importanza della sottomissione ricordata alla moglie e dell’affetto richiesto al marito, l’apostolo Paolo si trova indotto a parlare di Cristo e della Chiesa, e ad insegnarci la grande verità che le relazioni terrene sono state formate sul modello delle relazioni celesti. Quando Dio ha stabilito all’inizio la relazione tra marito e moglie, l’ha fatto sul modello di ciò che esisteva allora solo nei suoi piani eterni: Cristo e la Chiesa. Così, da una parte, la relazione di Adamo ed Eva tra loro, come marito e moglie, diventano, nella Scrittura, la prima immagine di Cristo e della Chiesa; e, d’altra parte, Cristo e la Chiesa servono ad illustrare il vero comportamento del marito e della moglie l’uno verso l’altro. La moglie deve essere sottomessa al marito, in quanto capo, come anche Cristo è il capo della Chiesa e il Salvatore del corpo mortale dei credenti. Il marito è esortato ad amare la sua sposa secondo il modello dell’amore di Cristo e la Chiesa, perché deve amarla «come Cristo ha amato la Chiesa».

Si può pensare che il modello proposto sia troppo elevato e che queste esortazioni di sottomissione e di amore siano troppo forti. Ma chi è quella moglie che rifiuterebbe di essere sottomessa a un marito che l’amasse come Cristo ha amato la Chiesa? e quale marito si stancherebbe di amare una sposa sempre sottomessa come la Chiesa dovrebbe esserlo a Cristo? Il cuore dell’apostolo è talmente pieno di Cristo e della Chiesa che coglie l’occasione di queste esortazioni pratiche per esporre in modo molto esauriente le relazioni eterne di Cristo e della sua Chiesa. Egli ci ricorda che Cristo «è capo della Chiesa»; che «Cristo ha amato la Chiesa», che la nutre e la cura «teneramente». Essa ha in Lui un capo (la testa) per guidarla, un cuore per curarla teneramente, e una mano potente per far fronte a tutti i suoi bisogni. In mezzo a tutte le difficoltà che possiamo incontrare, la nostra risorsa infallibile è di guardare a Cristo nostro capo per ottenere saggezza e guida. In tutti gli affanni e le debolezze dell’amore umano, possiamo contare sull’amore immutabile di Cristo che sorpassa ogni conoscenza; e in tutti i nostri bisogni possiamo contare sulle sue cure e le sue risorse.

Inoltre, l’amore di Cristo ci è presentato sotto un triplice aspetto. Vi è ciò che il suo amore ha fatto nel passato, ciò che fa nel presente e ciò che farà ancora nell’avvenire.

Nel passato, Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei. Non solo ha rinunciato a una corona regale, alle glorie del regno e ai suoi agi terreni per seguire un cammino di umiliazione e di dolori, ma alla fine ha dato Sé stesso. Non poteva dare di più.

«Affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola».

Versetto 26

Oggi, Egli vive per noi. Oggi santifica e purifica la Chiesa col lavacro dell’acqua mediante la Parola. Si occupa di noi ogni giorno, aiutandoci a separarci da questo mondo malvagio e a purificarci dalla contaminazione della carne. Questo lavoro benedetto è fatto applicando la Parola ai nostri pensieri, alle nostre parole e al nostro comportamento. Ricordiamoci che Cristo non ha reso la Chiesa degna di essere amata per poi amarla e darsi per lei. L’ha amata così com’era, e poi ha dato Sé stesso per lei; ed ora lavora per renderla adatta a Sé. In un modo molto prezioso, Dio ha agito con lo stesso principio verso Israele: «E io ti passai accanto, vidi che ti dibattevi nel sangue… tu eri nuda e scoperta. Io ti passai accanto, ti guardai, ed ecco il tuo tempo era giunto: il tempo degli amori: io stesi su di te il lembo della mia veste, e copersi la tua nudità… fermai un patto con te… ti fornii d’ornamenti, ti misi dei braccialetti ai polsi e una collana al collo… e una magnifica corona sul capo… diventasti sommamente bella… E la tua fama si sparse fra le nazioni, per la tua bellezza; poiché essa era perfetta, avendoti io coperta della mia magnificenza, dice il Signore, l’Eterno» (Ezechiele 16:6-14). Il tempo della miseria di Israele era per Dio il tempo di amarla. E come non siamo soddisfatti se l’oggetto del nostro amore non ci assomiglia, così Cristo non sarà soddisfatto prima che la Chiesa gli sia resa perfettamente conforme.

«Affin di far egli stesso comparire dinanzi a sé questa Chiesa, gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile, ma santa ed irreprensibile».

Versetto 27.

Tra poco, nel suo amore, Cristo farà comparire davanti a Sé la Chiesa «senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile, ma santa ed irreprensibile». La santificazione attuale del v. 26 è legata alla presentazione in gloria del v. 27; vale a dire, la perfezione nella quale saremo presentati a Cristo nella gloria, «santi ed irreprensibili», è la misura di quella che dovrebbe essere la nostra santificazione attuale. Finché siamo quaggiù, non raggiungeremo il livello che avremo nella gloria, ma non c’è nessun’altro punto di riferimento.

«La Parola» nel rivelarci ciò che siamo e occupandoci di Cristo nella gloria, è la potenza purificatrice. La Parola e l’effetto santificante della presenza di Cristo nella gloria sono unite dal Signore nella sua preghiera: «Santificali nella verità; la tua Parola è la verità» (Giovanni 17:17); e aggiunge: «E per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati in verità». Il Signore glorificato è l’oggetto della contemplazione dei suoi quaggiù; e noi, essendo occupati di Lui, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria.

Il Cristianesimo, purtroppo, ha fatto un completo fallimento non avendo mantenuto queste grandi verità che concernono Cristo e la Chiesa. In pratica, ha cessato di dare a Cristo il suo posto di Capo, per cui ha mancato nella sottomissione che Gli è dovuta.

Non c’è da stupirsi se nel mondo, nelle famiglie, le mogli rifiutano di sottomettersi ai mariti, e i mariti sono infedeli e mancano di amore per le loro mogli.

La rovina della cristianità, la dispersione dei credenti in una moltitudine di sette, possono essere riferite a due mali: i cristiani hanno abbandonato il posto di sottomissione a Cristo, che si addice alla Chiesa, e hanno usurpato il posto di autorità che appartiene al Capo. Gli inizi di questi mali si sono trovati nella chiesa di Corinto. Là, i credenti avevano stabilito dei conduttori al posto di Cristo e si erano raggruppati in partiti sottomessi ai conduttori che si erano scelti. Il male che ha avuto inizio a Corinto si è poi sviluppato nel cristianesimo dove il clericalismo ha praticamente messo da parte la signoria di Cristo e l’indipendenza si è sostituita alla sottomissione a Lui.

«Allo stesso modo anche i mariti debbono amare le loro mogli, come i loro propri corpi. Chi ama sua moglie ama sé stesso. Poiché niuno ebbe mai in odio la sua carne, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la Chiesa».

Versetti 28-29.

Dopo aver presentato in modo così bello la verità di Cristo e della Chiesa, l’apostolo riprende le esortazioni pratiche. I mariti devono amare le loro mogli come i loro propri corpi, perché sono veramente «una stessa cosa»; il marito può considerare la sua sposa come essendo sé stesso; troverà quindi piacevole nutrire la propria moglie soddisfando a tutti i suoi bisogni e curandola teneramente.

Di nuovo, Paolo presenta Cristo e le sue cure per la Chiesa come il modello perfetto delle cure che il marito deve avere per la propria moglie. Cristo è morto per noi nel passato, si occupa di noi nel presente, in vista dell’eternità, e durante il nostro pellegrinaggio veglia su noi, prendendosi cura di noi, trattandoci come Sé stesso. «Poiché noi siamo membra del suo corpo», della sua carne e delle sue ossa. Egli poteva dire a Saul da Tarso, nei giorni in cui spirava minacce e strage contro i discepoli: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti»? È stato detto che il corpo di un uomo è sé stesso, e Cristo si prende cura di sé stesso prendendosi cura della Chiesa, che è il suo corpo. Qualsiasi bisogno abbia la Chiesa di Cristo, essa trova sempre la risposta nel cuore di Lui.

«Poiché noi siamo membra del suo corpo. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e s’unirà a sua moglie, e i due diverranno una stessa carne. Questo mistero è grande; dico questo, riguardo a Cristo ed alla Chiesa».

Versetti 30 a 32

Il marito che ama la sua sposa ama sé stesso, e deve dimenticare ogni altra relazione per rimanere unito alla sua moglie. L’apostolo cita la Genesi, ma dice espressamente che è un mistero grande quello che ha in vista Cristo e la Chiesa.

Cristo come uomo ha abbandonato ogni relazione con Israele secondo la carne per comprare la sua Chiesa e unirla a Sé.

«Ma d’altronde, anche fra voi, ciascuno individualmente così ami sua moglie, come ama sé stesso; e altresì la moglie rispetti il marito».

Versetto 33.

D’altronde, dice ora, nel cercare di entrare in queste verità eterne del grande mistero di Cristo e della Chiesa, ogni marito, individualmente, ami sua moglie come sé stesso; e così la moglie rispetti il marito.

Capitolo 6

«Figliuoli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori, poiché ciò è giusto. Onora tuo padre e tua madre (è questo il primo comandamento con promessa) affinché ti sia bene e tu abbia lunga vita sulla terra».

Versetti 1 a 3

Abbiamo notato che nell’epistola agli Efesini le esortazioni incominciano tutte da coloro a cui la sottomissione è richiesta: mogli, figli, servi. Le esortazioni speciali sono precedute da una di ordine generale a sottomettersi gli uni agli altri (5:21).

Le mogli vengono esortate prima dei mariti, i figli prima dei genitori e i servi prima dei padroni. Questo ordine sembra che attribuisca una grande importanza al principio della sottomissione; un fratello ha detto: il principio della sottomissione e dell’ubbidienza porta in sé la guarigione dell’umanità. Il peccato è entrato nel mondo per mezzo della disubbidienza. Da allora, l’essenza del peccato è che l’uomo fa la sua propria volontà e rifiuta di essere sottomesso a Dio. Una moglie porta la miseria nella casa; un figlio non sottomesso sarà infelice e porta la tristezza in famiglia; un mondo non sottomesso a Dio non può essere altro che infelice e miserabile. Soltanto quando il mondo si sottometterà a Dio, sotto il regno di Cristo, le sue sofferenze saranno guarite. Il cristianesimo insegna questa sottomissione, e la famiglia cristiana dovrebbe anticipare qualcosa della felicità di un mondo sottomesso allo scettro di Cristo re.

L’ubbidienza del figlio deve tuttavia essere «nel Signore»; ciò presuppone una famiglia dove ci sia il timore del Signore. La citazione dell’Antico Testamento, che unisce una promessa di benedizione all’ubbidienza ai genitori, mostra quanto Dio stimasse l’ubbidienza all’epoca della legge di Mosè. Nel cristianesimo, anche se le benedizioni sono di ordine celeste, spirituali, nelle sue vie di «governo» il principio resta valido: il fatto di onorare i propri genitori porta alla benedizione anche sulla terra.

«E voi, padri, non provocate ad ira i vostri figliuoli, ma allevateli in disciplina e in ammonizione del Signore».

Versetto 4.

I genitori non devono allevare i loro figli secondo i principi della legge: «Se non fai il bravo, Dio ti punirà». E non devono nemmeno allevarli secondo i principi del mondo che non tengono nessun conto di Dio. Se li educhiamo semplicemente con dei motivi mondani, per prepararli alla vita del mondo, non dobbiamo essere sorpresi che scivolino poi verso il mondo. Inoltre, i genitori devono far attenzione a non irritare né provocare ad ira i loro figli e a non distruggere così, perdendo la loro fiducia e il loro affetto, la buona influenza che possono avere su di loro. Bisogna che i figli possano essere legati ai genitori da vero amore; e saranno guardati dalle influenze del mondo soltanto se allevati «in disciplina e in ammonizione del Signore», vale a dire come per il Signore e come il Signore farebbe.

«Servi, ubbidite ai vostri signori secondo la carne, con timore e tremore, nella semplicità del cuor vostro, come a Cristo, non servendo all’occhio come per piacere agli uomini, ma, come servi di Cristo, facendo il voler di Dio d’animo; servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quand’abbia fatto qualche bene, ne riceverà la retribuzione dal Signore, servo o libero che sia. E voi, signori, fate altrettanto rispetto a loro; astenendovi dalle minacce, sapendo che il Signor vostro e loro è nel cielo, e che dinanzi a lui non v’è riguardo a qualità di persone».

Versetti 5 a 9

Perché il servo (o, in ogni caso, un dipendente) cristiano sia ubbidiente a un signore terreno, bisogna che abbia il cuore «retto» verso Cristo. È soltanto come servo di Cristo, cercando di fare di cuore la volontà di Dio, che potrà servire il suo padrone terreno ò il suo capo «con benevolenza». Solo ciò che è fatto con benevolenza per il Signore avrà la sua ricompensa.

I padroni, i capi cristiani devono essere guidati dagli stessi principi dei dipendenti cristiani. In tutto il loro modo di fare verso quelli che sono loro sottoposti, i padroni devono ricordarsi che anch’essi hanno un Signore nel cielo. Devono quindi trattare i loro «servi» nello stesso modo con cui si aspettano che i loro servi li servano. Inoltre, devono evitare le minacce, e non approfittare della loro posizione di autorità.

«Del rimanente, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua possanza».

L’epistola agli Efesini termina con un testo molto importante sul combattimento cristiano. Questa lotta non è il travaglio che può avere un’anima nel cercare di afferrare la verità. Qui si presuppone che noi conosciamo già e apprezziamo le meravigliose verità esposte, e la lotta nasce dallo sforzo per conservare e vivere queste verità di fronte a tutte le potenze contrarie.

Nel corso dell’epistola, Paolo ha parlato della nostra chiamata celeste, dell’eredità della gloria alla quale siamo predestinati, del mistero della Chiesa e del modo come dobbiamo vivere conoscendo queste grandi verità. Ma quando decidiamo di entrare nelle nostre benedizioni celesti e vivere conseguentemente, scopriamo immediatamente che tutta la potenza di Satana è spiegata contro di noi.

Nel suo odio contro Cristo, il diavolo cerca di sottrarci la verità, oppure, se non vi riesce, di gettare del disonore sul nome di Cristo e screditare la verità producendo un cedimento morale in coloro che tengono fermo. Quanto più grande è la nostra conoscenza della verità, tanto più sarà grande il disonore gettato su Cristo se veniamo meno lasciando agire la carne. Dobbiamo dunque essere pronti ad affrontare la lotta, e quanto più conosceremo la verità tanto più la lotta sarà dura.

In vista di questa lotta, ci sono poste dinanzi tre cose: la sorgente della nostra forza, il carattere del nemico contro il quale lottiamo, l’armatura che ci è fornita per poter resistere ai suoi assalti.

Prima di tutto l’apostolo orienta i nostri pensieri verso la potenza che è in nostro favore, prima di descrivere la potenza che è contro di noi. Per affrontare questa lotta, dobbiamo sempre ricordarci che ogni nostra forza è nel Signore, per cui l’apostolo Paolo dice: «Fortificatevi nel Signore e nella forza della sua possanza». Facciamo spesso fatica ad ammettere che in noi non c’è nessuna forza; ci piacerebbe essere forti in numero, forti in doni, forti nella potenza di qualche capo energico… ma la nostra sola e vera forza è «nel Signore e nella forza della sua possanza».

La preghiera del primo capitolo aveva messo in risalto la grandezza della potenza di Dio. Cristo è stato risuscitato dai morti e si è seduto alla destra di Dio nei luoghi celesti, «al di sopra di ogni principato e autorità e potestà e signoria, e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire». Ebbene, dice Paolo, è proprio là «l’immensità della sua potenza, verso noi che crediamo». La potenza che è contro di noi è molto più grande della nostra forza, ma la potenza che è per noi è una potenza di gran lunga superiore, e sorpassa ogni potenza che si oppone a noi. Inoltre, Colui che ha la potenza suprema è Colui che possiede «le ricchezze insondabili» e che ci ama di un amore che «sorpassa ogni conoscenza» (3:8,19).

Anticamente, Gedeone fu preparato per il combattimento prima di tutto con queste parole: «Va’ con cotesta tua forza». La famiglia di Gedeone poteva essere la più povera di tutta la tribù di Manasse ed egli stesso essere il più giovane della famiglia di suo padre; ma che importanza aveva la povertà di Gedeone o la sua debolezza se l’Eterno, che è ricco e potente, era per lui e con lui (Giudici 6:12-15)? Più tardi, Gionathan e il ragazzo che portava le sue armi poterono affrontare un grande esercito per mezzo della potenza dell’Eterno, perché, come dice Gionathan stesso, «nulla può impedire all’Eterno di salvare con molta o con poca gente» (1 Samuele 14:6).

Allo stesso modo noi, oggi, con le mancanze che abbiamo, la debolezza e la corruzione che ci circonda, abbiamo bisogno di realizzare continuamente la gloria del Signore, la potenza del Signore, le ricchezze del Signore, l’amore del Signore e andare avanti «nella forza della sua possanza» col Signore davanti a noi.

Al di fuori di Cristo non abbiamo nessuna forza. Il Signore dice: «Senza di me non potete fare nulla», e l’apostolo Paolo dichiara: «Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica» (Filippesi 4:13). È soltanto quando le nostre anime rimangono nella comunicazione intima con Cristo che potremo servirci della potenza che è in Lui. Certo, tutta la potenza di Satana tenderà a distogliere le nostre anime da Cristo e cercherà di impedirci di nutrirci di Lui e di vivere in comunione con Lui; può darsi che proverà a privarci della comunione con Cristo per mezzo delle ansie e dei doveri della vita di ogni giorno, o con la malattia e la debolezza del corpo, e che si serva delle difficoltà della vita, delle dispute tra i fratelli o degli affronti che dobbiamo subire, per deprimerci del nostro spirito e turbarci nel nostro animo. Ma se, invece di lasciare che tutte queste cose si intromettano tra l’anima nostra e il Signore, cogliamo l’occasione per avvicinarci a Lui, impareremo che cosa significa essere forti nel Signore, pur constatando la nostra debolezza; e gusteremo il conforto di queste parole: «Getta sull’Eterno il tuo peso, ed Egli ti sosterrà» (Salmo 55:22).

«Rivestitevi della completa armatura di Dio, onde possiate star saldi contro le insidie del diavolo; poiché il combattimento nostro non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti».

Versetti 11 e 12

Non è contro carne e sangue che lottiamo. Certo, il diavolo può servirsi di uomini e di donne per opporsi al credente e intralciare la sua testimonianza, ma dobbiamo guardare al di là degli strumenti e discernere chi è che li utilizza. Una donna («carne e sangue») si è opposta a Paolo, a Filippi, ma Paolo ha saputo discernere lo spirito cattivo che l’animava e, nella potenza del nome di Gesù Cristo, è entrato in lotta con la potenza spirituale della malvagità, ordinando allo spirito malvagio di uscire da lei (Atti 16:16-18).

Un vero discepolo («carne e sangue») si è opposto al Signore: Pietro. Alla previsione delle sofferenze future del Signore ha detto: «Tolga ciò Iddio». Ma il Signore, conoscendo la potenza di Satana che era dietro allo «strumento», ha potuto dire: «Vattene via da me, Satana» (Matteo 16:22-23).

Il combattimento è dunque contro Satana e i suoi eserciti, qualunque sia il mezzo e lo strumento da lui impiegato. «I principati e le potestà» sono degli esseri spirituali che hanno un gran potere; sono angeli. Possono essere buoni o malvagi; in questo caso, in Efesini 6, sono quelli malvagi e la loro malvagità si esplica in una duplice direzione: verso il mondo (sono i dominatori di queste tenebre) e verso i credenti (sono «le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti»). Il mondo è nelle tenebre, nell’ignoranza di Dio, e questi esseri spirituali dominano e dirigono le tenebre del paganesimo, della filosofia, di «quella che falsamente si chiama scienza» e dell’incredulità; ma agiscono anche con le superstizioni e le corruzioni morali che si trovano nella cristianità. Il vero cristiano è introdotto nella luce ed è benedetto di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti; incontra, dunque, un’opposizione di carattere religioso; gli esseri spirituali cercano di spogliarlo della realtà della sua vocazione celeste e di portarlo in un cammino che è rinnegamento della verità, in una condotta che non è in accordo con essa.

Siamo inoltre istruiti sul carattere di questa opposizione. Non è semplicemente la persecuzione o un rinnegamento diretto della verità; è un’opposizione molto sottile e pericolosa, descritta come «le insidie del diavolo».

Un’insidia è qualcosa che sembra bella e innocua, ma distoglie l’anima dal sentiero dell’obbedienza. Molto spesso, in questi giorni di confusione, il diavolo cerca di condurre quelli che conoscono la verità in qualche sentiero trasverso che, all’inizio, devia pochissimo dal vero cammino. Ma c’è una semplice domanda che ognuno può porsi, per mezzo della quale ogni astuzia satanica può essere svelato: «se proseguo in questa via, dove mi condurrà»?

Quando il diavolo suggerì al Signore di trasformare le pietre in pane per sfamarsi, la cosa sembrava molto logica; eppure era un’insidia che lo avrebbe portato fuori dal sentiero dell’ubbidienza a Dio, e a un rinnegamento della parola che diceva: «L’uomo non vivrà di pane soltanto, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio».

Per distogliere i credenti della Galazia dalla verità dell’Evangelo, il diavolo si è servito della legge di Mosè come insidia per prenderli in trappola (Calati 3:1-10). Per distogliere i santi di Corinto dalle verità relative alla Chiesa, il diavolo ha impiegato il mondo come insidia per condurli ad un compiacimento carnale dell’«io». Per distogliere i santi di Colosse dalla verità della piena sufficienza di Cristo, il diavolo ha dovuto ricorrere alle insidie «delle parole seducenti», della «filosofia» (Col. 2:8-15), e della superstizione per farli cadere nel tranello dell’esaltazione religiosa. Sono queste le stesse insidie alle quali dobbiamo far fronte noi, oggi.

«Perciò, prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e dopo aver compiuto tutto il dover vostro, restare in pié».

Versetto 13.

In questo combattimento, un’armatura umana non serve a nulla. Possiamo resistere al diavolo soltanto con «l’armatura di Dio». Le risorse umane, come le capacità naturali e la forza del carattere, non sono di alcuna utilità in questo combattimento. La fiducia in una tale falsa armatura potrebbe indurci a scatenare un combattimento contro il Nemico, per essere poi sconfitti. L’apostolo Pietro ne ha fatto l’esperienza quando, confidando nelle proprie forze, ha ingaggiato il combattimento ed è caduto davanti a una serva (Matt. 26:59-75). Certamente, Dio può impiegare per il suo servizio le capacità e la cultura umane; ma qui, non si tratta di ciò che Dio impiega per il suo servizio, ma di ciò che Dio ha dato a noi come armi contro le insidie del nemico. Il nemico che dobbiamo incontrare non è la carne e il sangue, e le armi della nostra guerra quindi non sono carnali (2 Corinzi 10:4).

In questo combattimento, abbiamo bisogno della «completa» armatura di Dio. Se manca un pezzo, Satana saprà immediatamente attaccarci nella parte vulnerabile.

Infine, l’armatura deve essere «rivestita». Non è perché siamo dei cristiani che abbiamo automaticamente rivestito l’armatura. Essa è preparata per il cristiano che ha l’obbligo di rivestirla. Non basta guardare l’armatura, ammirarla, o essere capaci a descriverla; bisogna rivestire «la completa armatura di Dio».

Inoltre essa è necessaria in vista del «giorno malvagio». In senso generale tutto il periodo dell’assenza il Signore Gesù è «un giorno malvagio» per il credente. Tuttavia, ci sono delle occasioni in cui il Nemico lancia degli attacchi speciali contro i figli di Dio. Per resistere abbiamo bisogno dell’armatura di Dio. Quando già siamo impegnati nel combattimento è troppo tardi per rivestire l’armatura.

Abbiamo bisogno dell’armatura per «resistere» e per «restare in piedi». Dopo aver resistito all’offensiva del nemico in un attacco particolare, abbiamo ancora bisogno dell’armatura per restare sulla difensiva. «Dopo aver compiuto tutto il dovere nostro», abbiamo ancora bisogno della nostra armatura per «restare in pié». È quando si è riportata una vittoria di un certo rilievo che si è più in pericolo, perché è più facile perdere una posizione che mantenerla. Una volta rivestita, l’armatura non può più essere tolta finché la potenza spirituale della malvagità è nei luoghi celesti e noi siamo sulla scena dove Satana usa le sue insidie.

«State dunque saldi, avendo presa la verità a cintura dei fianchi, essendovi rivestiti della corazza della giustizia».

Versetto 14

La cintura della verità. Spiritualmente essa rappresenta i pensieri e le affezioni mantenute sotto il controllo della verità. Applicando la verità a noi stessi e giudicando così per mezzo di essa tutti i pensieri e tutti i segreti del cuore, dovremmo non solo essere liberati dalle aspirazioni interne della carne, ma avere le nostre affezioni plasmate dalla verità e fissate sulle cose che sono «di sopra» con uno spirito di umiltà.

Il primo elemento dell’armatura fortifica dunque l’essere interiore e regola i nostri pensieri e i nostri affetti, e poi la nostra condotta e le nostre parole. Spesso ci sforziamo di salvaguardare un comportamento esteriore corretto gli uni in presenza degli altri, mentre non facciamo attenzione ai nostri pensieri e alle nostre affezioni. Se vogliamo resistere alle insidie del nemico, bisogna incominciare coll’essere retti interiormente. Salomone ci mette in guardia verso quel che diciamo con le labbra, quello che i nostri occhi guardano, e il cammino che i nostri piedi percorrono; ma prima di tutto dice: «Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa» (Proverbi 4:23-27). Giacomo dice: «Se avete nel cuor vostro dell’invidia amara e uno spirito di contenzione, non vi gloriate e non mentite contro la verità» (Giacomo 3:14). Le discordie tra i fratelli incominciano nel cuore e hanno la radice «nell’invidia amara». Quando la verità mantiene il controllo delle affezioni, le discordie, l’invidia amara e le altre tristi manifestazioni della carne saranno giudicate; e se sono giudicate, saremo capaci, nel giorno malvagio, di resistere alle insidie del diavolo!

La corazza della giustizia. Col secondo pezzo dell’armatura passiamo alla nostra condotta pratica. La giustizia è vista nel cristiano da un cammino in accordo con la posizione e le relazioni in cui è posto. Non possiamo resistere al Nemico con una coscienza che ci accusa di un male non giudicato. Non possiamo restare in piedi nella verità se la rinneghiamo nella pratica. Ma avendo rivestito la corazza e camminando nella giustizia pratica, non temeremo quando dovremo incontrare il nemico nel giorno malvagio.

«E calzati i piedi della prontezza che dà l’Evangelo della pace».

Versetto 15.

I piedi calzati. (1) La giustizia pratica produce un cammino “nella pace”. L’evangelo della pace che abbiamo ricevuto ci prepara a vivere in pace in mezzo all’agitazione del mondo. Quando il nostro cuore è governato dalla verità e le nostre vie sono in accordo con la verità, camminiamo in questo mondo con la pace nell’anima e possiamo affrontare il giorno malvagio con uno spirito di pace e di serenità. Non saremo indifferenti all’agitazione di questo mondo, ma non saremo nemmeno impressionati né ansiosi per ciò che accade. Parlando degli uomini senza Dio la Parola dice: «Non hanno conosciuto la via della pace» (Romani 3:17); ma quelli che hanno i piedi calzati sono caratterizzati dalla pace, anche in mezzo al combattimento più duro.

«Prendendo oltre a tutto ciò lo scudo della fede, col quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno».

Versetto 16.

Lo scudo della fede. Per quanto siano necessari la cintura della verità per controllare i nostri pensieri e le nostre affezioni, la corazza per mantenere la nostra condotta nella giustizia pratica e i calzari per farci camminare nella pace attraverso questo mondo, occorre qualcos’altro per il combattimento: abbiamo bisogno «oltre a tutto ciò», dello scudo della fede per proteggerci dai dardi infuocati del maligno. In questo caso, la fede non è solo quella che riceve la testimonianza di Dio riguardo a Cristo per essere salvati, ma è la fiducia giornaliera in Dio, la sicurezza che Dio è per noi. Sotto il peso delle diverse prove che ci opprimono, la malattia, il dolore, o le numerose difficoltà che sorgono costantemente tra il popolo di Dio, siamo facile bersaglio del nemico, che cercherà di amareggiare l’anima nostra insinuando l’orribile sospetto che Dio sia indifferente. In quella oscura notte, nella quale i discepoli dovettero affrontare la tempesta sul lago, con le onde che coprivano la barca, Gesù era con loro, sebbene dormisse; non era affatto indifferente al pericolo che li minacciava. Era una prova per la loro fede.

Ma non avendo essi preso lo scudo della fede, un «dardo infuocato» trapassò la loro armatura ed essi ritennero che, tutto sommato, il Signore non si curava di loro; per questo lo svegliarono, dicendo: «Maestro, non ti curi tu che noi periamo?» (Marco 4:37, 38).

Il dardo infuocato non è il desiderio improvviso di soddisfare qualche concupiscenza della carne; è piuttosto una suggestione diabolica venuta dal di fuori e che crea un dubbio sulla bontà di Dio. Satana lanciò un dardo a Giobbe quando, nella sua terribile prova, sua moglie gli suggerì: «Maledici Iddio e muori». Giobbe spense questo dardo per mezzo dello scudo della fede, perché disse: «Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremo d’accettare il male?» (Giobbe 2:9,10). Il diavolo si serve anche delle circostanze difficili della vita per cercare di scuotere la nostra fiducia in Dio e allontanarci da lui. Ma la fede adopera queste stesse circostanze per avvicinarci a Dio, e così trionfa sul diavolo. Satana può anche cercare di insinuare qualche cattivo pensiero nel nostro spirito, qualche idea incredula il cui veleno penetra nell’anima e oscura lo spirito. Tali pensieri non sono respinti con dei ragionamenti umani o appoggiandosi su dei «sentimenti» o su delle «esperienze», ma con la semplice fede in Dio e nella sua Parola.

«Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio».

Versetto 17

L’elmo della salvezza. Con l’elmo, il credente potrà alzare con fierezza il capo in presenza del nemico. Resistendo per mezzo della fede ai dardi infiammati del maligno scopriremo, nelle nostre circostanze di prova, che Dio è per noi, e che ci libera non soltanto dalle prove ma, come i discepoli nella tempesta, «attraverso» le prove. Siamo allora in grado di avanzare con coraggio ed energia, coscienti che, per quanto deboli siamo, Dio è il Dio della nostra salvezza e che Cristo può salvarci «pienamente» (Ebrei 7:25). La spada dello Spirito. E chiaramente detto che questo elemento dell’armatura è la Parola di Dio; è vero, ma è la Parola utilizzata nella potenza dello Spirito. È l’arma offensiva per eccellenza. Se non abbiamo rivestito l’armatura che controlla i nostri pensieri interiori e il nostro cammino esteriore, e che ci rende saldi nella fiducia di Dio, non saremo in una buona condizione per maneggiare la spada dello Spirito. Quando la Parola di Dio è usata nella potenza dello Spirito contro il nemico, è un’arma irresistibile. Quando il Signore è stato tentato dal diavolo, gli ha ogni volta resistito per mezzo della Parola di Dio utilizzata nella potenza dello Spirito. L’espressione «sta scritto» ha smascherato e vinto l’avversario. La Parola di Dio «dimorate in noi» è la nostra forza, perché l’apostolo Giovanni può dire dei giovani: «Voi siete forti,… e la Parola di Dio dimora in voi… e avete vinto il maligno» (1 Giovanni 2:14).

Qualcuno ha detto: Il nostro compito è di agire secondo la Parola, succeda quel che succeda; il risultato farà vedere che in ciò vi era la sapienza di Dio. Chi si serve della Parola può essere debole e avere poca intelligenza naturale, ma darà prova che la Parola di Dio è vivente ed operante, e che per mezzo di essa ogni insidia del nemico si trova sventata.

«Orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni; ed a questo vegliando con ogni perseveranza e supplicazione per tutti i santi, ed anche per me, acciocché mi sia dato di parlare apertamente per far conoscere con franchezza il mistero dell’Evangelo, per il quale io sono ambasciatore in catena; affinché io l’annunzi francamente, come convien ch’io ne parli».

Versetti 18 a 20

La preghiera. Dopo aver descritto l’armatura ed averci esortati a rivestirla, l’apostolo termina con l’esortazione alla preghiera. L’armatura, per perfetta che sia, non ci è data per renderci indipendenti da Dio; anzi, deve essere utilizzata in uno spirito di dipendenza verso Colui che l’ha fornita.

Il Signore esorta i suoi a «pregare del continuo e non stancarsi» (Luca 18:1); e Paolo vuole che «gli uomini preghino in ogni luogo» (1 Timoteo 2:8). Qui siamo esortati a pregare «in ogni tempo». La preghiera è l’attitudine di costante dipendenza da Dio. In ogni circostanza, in ogni luogo e in ogni tempo, dobbiamo pregare. Ma la preghiera non deve diventare una semplice ripetizione ma il grido pressante dell’anima cosciente del proprio bisogno. Essa deve essere rivolta sotto la direzione dello Spirito ed essere accompagnata dalla fede che aspetta la risposta di Dio. Quando Pietro era in prigione, «fervide preghiere eran fatte dalla chiesa per lui a Dio», ma chiaramente mancava di un po’ di fede (Atti 12), in quanto che, nel momento in cui Dio rispose alla preghiera, stentarono a credere che Pietro fosse libero. Inoltre, la preghiera per mezzo dello Spirito abbraccerà «tutti i santi»; ma può anche essere fatta per i bisogni di un solo servitore. Così l’apostolo esorta i santi di Efeso a non pregare soltanto «per tutti i santi» ma anche per lui, per il suo lavoro di evangelista.

Nel corso dei secoli, i credenti hanno sempre avuto bisogno dell’armatura di Dio; ma in questi giorni della fine, nelle «tenebre di questo mondo» dove «le insidie del diavolo» si moltiplicano, in mezzo a una cristianità che ritorna al paganesimo e alle filosofie orientali, è tanto più importante prendere l’armatura completa di Dio, per poter resistere nel giorno malvagio e dopo aver compiuto tutto il dovere nostro restare in piedi. Possiamo concludere che resteremo in piedi se avremo:

  • cinto i nostri fianchi della verità ed essendo cosi mantenuti interiormente retti, nei nostri pensieri e nelle nostre affezioni;
  • rivestito la corazza della giustizia, per essere coerenti in tutta la nostra vita;
  • calzati i piedi della preparazione (o della prontezza) dell’evangelo della pace, per camminare in pace in mezzo ad un mondo di discordia, di combattimento e di confusione, portando agli altri l’evangelo di Cristo;
  • preso lo scudo della fede, per avere piena fiducia in Dio;
  • indossato l’elmo della salvezza, realizzando che Dio fa concorrere ogni cosa per il nostro bene e per la nostra salvezza;
  • presa la spada dello Spirito, per mezzo della quale potremo respingere tutti gli attacchi sottili del nemico;
  • Infine, «pregando in ogni tempo», per poterci servire dell’armatura in uno spirito di dipendenza costante da Dio.

«Or acciocché anche voi sappiate lo stato mio e quello che io fo, Tichico, il caro fratello e fedel ministro del Signore, vi farà saper tutto. Ve l’ho mandato apposta affinché abbiate conoscenza dello stato nostro ed ei consoli i vostri cuori. Pace a’ fratelli e amore con fede, da Dio Padre e dal Signor Gesù Cristo. La grazia sia con tutti quelli che amano il Signor nostro Gesù Cristo con purità incorrotta».

Versetto 24

L’epistola si conclude con un cenno al servizio del fedele Tichico per la consolazione degli Efesini, per i quali Paolo augura la pace, l’amore e la grazia di Dio Padre. Ma c’è anche un avvertimento alla fine: per godere delle benedizioni divine bisogna che l’amore per il Signore Gesù Cristo sia santo e puro.

«La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo con purità incorrotta»

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