di Marc Allovon
“Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1 Cor. 15:58)
Dio opera
Fra i temi principali del libro dell’Ecclesiaste, troviamo il fatto che Dio opera (Ecclesiaste 8:17; 11:5) e che ciò che Egli fa è per sempre (3:14), in contrasto con il vano e fugace lavoro con cui l’uomo si tormenta “sotto il sole”.
Dopo aver creato i cieli e la terra, poi gli esseri viventi e l’uomo, Dio si è riposato il settimo giorno. L’entrata del peccato nel mondo ha interrotto il riposo di Dio. Il Signore Gesù dice: “Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero” (Giovanni 5:17). Che lavoro quello del Figlio di Dio venuto sulla terra per fare la volontà di suo Padre! Egli è stato rifiutato dagli uomini, tanto che Isaia ha potuto dire di Lui: “Invano ho faticato, inutilmente e per nulla”; ma poi è aggiunto: “Il mio diritto è presso il Signore”. Allora Dio gli ha risposto: “Voglio fare di te… lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra” (Isaia 49:4, 6). Un giorno, “Egli vedrà il frutto del suo tormento interiore, e ne sarà saziato” (Isaia 53:11).
Vero e perfetto servitore per fare, sulla terra, la volontà di Dio, il Signore Gesù, risuscitato e glorificato, continua il suo servizio dall’alto dei cieli. E’ Lui che edifica la sua Chiesa, che la nutre e la cura, ed è Lui che intercede continuamente per noi. Egli agisce nei suoi e per mezzo dei suoi. “Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. Vi è diversità di ministeri, ma non v’è che un medesimo Signore. Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti… Ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole” (1 Cor. 12:4-6,11). Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, agiscono insieme in una perfetta unità.
Collaborare nell’opera del Signore
L’apostolo Paolo esorta i Corinzi ad essere “sempre abbondanti nell’opera del Signore”, e poi a sottomettersi “a chiunque lavora e fatica nell’opera comune” (1 Cor. 15:58; 16:16). Egli dice di Timoteo: “Egli lavora nell’opera del Signore come faccio anch’io” (16:10), e lo chiama “servitore di Dio” (1 Tess. 3:2). Non si trattava dell’opera di Timoteo né di quella di Paolo; l’opera è del Signore. Cosa c’è di più desiderabile che lavorare come collaboratori nell’opera del Signore? E’ chiaro che ciò implica dipendenza, umiltà, diligenza, fiducia, pazienza, speranza. E prima di tutto un attaccamento personale al Signore: “Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l’eredità. Servite Cristo, il Signore!” (Colossesi 3:23-24). Il Signore Gesù era l’oggetto delle affezioni di Paolo, che dice di Lui: “Il Figlio di Dio… mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2:20). Ecco la vera motivazione di ogni servizio.
Le opere buone sono quelle “che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo” (Efesini 2:10). Il Signore compie la sua opera sia direttamente nel cuore delle persone (Atti 16:14), sia per mezzo dei servizio dei suoi figli (Galati 2:7; Tito 1:3). Servizio che essi ricevono da parte sua (Colossesi 4:17; 1 Corinzi 4:7), per lavorare poi sotto la sua direzione.
Paolo dice: “Noi siamo infatti collaboratori di Dio, voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio” (1 Corinzi 3:9). Non si tratta soltanto di coloro che hanno ricevuto un compito speciale, in relazione con un particolare dono (apostolo, profeta, pastore, dottore, evangelista), ma di tutti i credenti. Il “Padrone” ha assegnato a “ciascuno il proprio compito” (Marco 13:34).
La dipendenza
La prima caratteristica che si addice al servitore è la dipendenza; egli deve solo ubbidire, perché è il Padrone che opera, e il servo lavora con lui. Se agisse secondo la propria volontà, lo farebbe a scapito dell’opera di Dio. Il Signore dice ai discepoli: “Chi non raccoglie con me, disperde” (Matteo 12:30). Cristo edifica la sua Chiesa, e noi abbiamo la responsabilità di ricevere le sue direttive e le sue risorse per collaborare in quest’opera che è sua.
L’umiltà
Un’altra caratteristica del servitore è l’umiltà. Paolo non dice mai “la mia opera”; solo una volta dice “il mio servizio” (Rom. 15:31). Egli non voleva vantarsi. Qualche volta è stato costretto a difendere il suo ministerio poiché v’era chi lo diffamava, ma l’ha fatto malvolentieri, come uno che parla “fuori di sé” (2 Cor. 11:13,23). E non l’ha fatto per se stesso, ma per proteggere i santi dalle insinuazioni degli “operai fraudolenti”.
Il Signore aveva detto: “Quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare” (Luca 17:10); e Paolo l’ha realizzato, e può dire: “Perché se evangelizzo non debbo vantarmi, poiché necessità me n’è imposta” (1 Cor. 9:16). Egli non ha mai fatto pesare sugli altri l’obbligo di servire come serviva lui, ma poteva invitare i credenti ad imitarlo nel suo cammino di fede (1 Corinzi 4:16; 11:1; Filippesi 3:17).
“Pregate dunque il Signore della messe perché spinga degli operai nella sua messe” (Luca 10:2). Sarà il Signore, che è il Padrone, a scegliere e ad inviare (Giovanni 15:16), ma non tutti coloro che sono chiamati ubbidiscono al suo appello. Vi sono pochi operai, tuttavia non spetta a nessuno di spingere o di mandare degli operai, vedendo i bisogni della messe. Ma noi, siamo almeno diligenti nel supplicare il Signore della messe affinché spinga degli operai?
E io, sono pronto ad ubbidire alla chiamata del Signore per un servizio, anche se non mi mette particolarmente in evidenza?
La responsabilità è del servitore
Se è il Signore che manda, che assegna il posto al servitore, che lo forma, che gli fornisce il necessario per il suo servizio, la responsabilità di lavorare è poi del servitore. “Figliolo, va’ a lavorare nella vigna oggi”, dice il padre della parabola (Matteo 21:28). L’uomo nobile di Luca 19:11-26, prima di andarsene in un paese lontano, per ricevere l’investitura di un regno, chiamò i suoi servi e “…diede loro dieci mine e disse: Fatele fruttare fino al mio ritorno” (Luca 19:13). “Quanto allo zelo, non siate pigri” (Rom. 12:11), esorta l’apostolo Paolo per stimolare i servitori ad essere diligenti.
Egli poteva dire: “Mi affatico, combattendo con la sua forza, che agisce in me con potenza” (Col. 1:29). Come avrebbe potuto vantarsi? “Ho faticato più di tutti loro”, dice; ma poi precisa: “Non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1 Corinzi 15:10).
Riconoscere il lavoro degli altri.
In Romani 16 e in Filippesi 4 Paolo ci tiene ad elencare i nomi di quelli che hanno lavorato, che si sono molto affaticati; perché è giusto che ognuno riconosca il lavoro dell’altro. E poi aggiunge: “Fratelli, vi preghiamo di aver riguardo per coloro che faticano in mezzo a voi” (1 Tessalonicesi 5:12) e invita ad onorare gli anziani, “specialmente quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento” (1 Timoteo 5:17).
Lavorare senza stancarsi
“Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” (Galati 6:9). E’ difficile perseverare senza stancarsi; ed è per questo che abbondano le esortazioni e gli incoraggiamenti, specialmente per quanto riguarda la preghiera (Romani 12:12; Efesini 6:18; Atti 1:14; 2:42; 6:4; Colossesi 4:2; 1 Timoteo 5:5). Forse è proprio la preghiera lo strumento indispensabile per collaborare con il Signore!
Lavorare insieme
In linea generale la relazione del servitore è direttamente con il suo Signore. Molti passi lo confermano: “Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore”; “Tu, seguimi” (Giovanni 12:26; 21:23); “Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone” (Romani 14:4).
Tuttavia spesso vediamo dei servitori che hanno lavorato insieme, come Paolo e Timoteo. Il Signore ha mandato i suoi discepoli due a due (Marco 6:7, Luca 10:1); nel corso del tempo molti sono quelli che hanno sperimentato che “due valgono più di uno solo” (Ecclesiaste 4:9).
“Una corda a tre capi non si rompe così presto” (Ecclesiaste 4:12). In questo versetto, che spesso viene riferito al matrimonio, è suggerita l’idea che il Signore sia uno dei tre capi.
Dipendere dal Signore presuppone un lavorio del cuore che talvolta è difficile condividere con altri. Nel caso in cui più servitori lavorino insieme, ciascuno dipende innanzi tutto dal Signore e avanza con la propria fede, pur riconoscendo ciò che il Signore ha accordato agli altri. Quando il numero cresce, diventa più difficile andare d’accordo; nel libro degli Atti, due dei più notevoli servitori, Paolo e Barnaba, hanno dovuto separarsi a causa del disaccordo che riguardava un terzo servitore.
Spesso vediamo dei servitori riuniti per pregare (Atti 4:31), per manifestare la comunione a uno o più di loro (Atti 13:2,3; Galati 2:9; 1 Timoteo 4:14), o per raccontare all’assemblea “tutte le cose che Dio aveva compiute per mezzo di loro” (Atti 14:27). Felici occasioni in cui ognuno riconosce la grazia concessa all’altro, e ci si raccomanda reciprocamente al Signore, incoraggiandosi a perseverare nella fede e nell’amore (Atti 20:31,36).
I risultati del servizio
“Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere… Ciascuno riceverà il proprio premio secondo la propria fatica” (1 Cor. 3:6, 8). Se l’opera è del Signore, è lui che produce i risultati alla gloria di Dio (1 Pietro 4:11). Può accadere che il servitore non veda al momento molto frutto del suo lavoro; ma è scritto che la nostra fatica “non è vana nel Signore” (1 Corinzi 15:58). In queste parole c’è una promessa e un avvertimento. Il servitore potrebbe essere scoraggiato pensando alla propria debolezza, alla vanità dei suoi sforzi, a tutto ciò che tende ad ostacolarne i risultati; ma è il Signore che opera, e lui saprà salvaguardare i propri interessi e ciò che gli appartiene. D’altra parte, solo ciò che è “nel Signore” sussisterà; il resto non è che fieno e paglia che alla prova del fuoco saranno consumati.
La pazienza e la speranza
“Il lavoratore che fatica dev’essere il primo ad avere la sua parte dei frutti” (2 Timoteo 2:6).
“Osservate come l’agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell’ultima stagione: Siate pazienti anche voi; fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina” (Giacomo 5:7-8).
L’apostolo Paolo aveva attraversato prove dolorose nel compimento del suo servizio, fino a disperare perfino della vita (2 Corinzi 1:9); ma dice: “Affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti“.
“Infatti per questo fatichiamo e combattiamo: abbiamo riposto la nostra speranza nel Dio vivente” (1 Timoteo 4:10).
L’esortazione riportata all’inizio è la conclusione del cap. 15 della prima lettera ai Corinzi, nella quale l’apostolo Paolo ci presenta la risurrezione di Cristo, fondamento della fede cristiana, e la gloriosa prospettiva della risurrezione dei credenti. Alla venuta del Signore, tutti i credenti saranno riuniti con Lui, sia quelli deceduti sia i viventi; tutti avranno il corpo trasformato e reso “conforme al corpo della sua gloria” (Filippesi 3:21). Questa è la nostra speranza che dà forza e slancio al nostro impegno per il Signore.