Commentario prima lettera di Giovanni

di F.B. Hole
 

 

Introduzione

Una semplice lettura della prima epistola di Giovanni è sufficiente a mostrare una forte somiglianza con il Vangelo di Giovanni. Gli stessi temi appaiono in entrambi. Nel Vangelo sono evidenziati principalmente, ma non esclusivamente, nelle parole del Signore e nell’illustrazione della Sua vita. Nell’epistola, sono evidenziati perché ora devono manifestarsi nella vita dei figli di Dio. Il Vangelo ci mostra le cose che sono vere in Lui, mentre l’epistola parla di un “comandamento nuovo… ciò che è vero in lui e in voi” (1 Giovanni 2:8). Questa breve frase ci dà la chiave per comprendere tutta l’epistola.

Questa lettera è tra le ultime scritte. Già all’epoca della stesura vi erano degli “anticristi” qua è là, come è indicato al capitolo 2, che si vantavano di possedere una conoscenza superiore. Sostenevano che i loro insegnamenti rappresentassero un progresso, un miglioramento rispetto a ciò che era esistito in precedenza. Tuttavia dietro questa pretesa di progresso, non facevano altro che allontanarsi dal fondamento che era stato posto in Cristo e dalla vita che era stata manifestata in Lui sin dal principio, quando era venuto tra noi nella carne. Di conseguenza la prima necessità era dimostrare molto chiaramente che vi era stata una manifestazione reale, vera e oggettiva della vita eterna in Cristo.

Capitolo 1

Versetti 1 e 2

Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata)

È fondamentale non confondere le espressioni “dal principio” dell’inizio dell’Epistola e “nel principio” dell’inizio del Vangelo. Nel Vangelo si afferma l’esistenza eterna e la divinità della Parola (Gesù Cristo), riportandoci al principio, e addirittura oltre il principio di tutte le cose di cui si può dire che abbiano avuto un inizio (le cose create). Nell’epistola ci si concentra sul fatto che tutta la verità cristiana inizia con la rivelazione che ci è giunta in Cristo nella Sua incarnazione. Questo ha rappresentato l’inizio della vera manifestazione di Dio e della vita eterna ed era la base di tutto l’insegnamento apostolico. Gli anticristi, al contrario, proponevano i loro insegnamenti seduttori le cui origini risiedevano semplicemente nelle loro menti insensate. Gli apostoli, invece, dichiaravano ciò che era da principio, e non qualcosa introdotto successivamente.

Nei versetti 1 e 2, il Signore Gesù non è menzionato personalmente, l’enfasi è posta invece su ciò che ci è stato presentato in Lui. Egli era “la Parola della vita”. In Giovanni 1, Egli è “la Parola” e, in quanto tale, Egli crea in modo che la creazione possa almeno esprimere qualcosa di Dio. Si fa anche carne e dimora in mezzo a noi affinché possa essere per noi la piena espressione di Dio. Qui all’inizio dell’Epistola il pensiero è simile, ma più limitato. La vita è il punto essenziale: Egli era “la vita eterna, che era presso il Padre”, ed essa ci è manifestata in Lui. È avendo Lui che abbiamo la vita; ma in primo luogo bisogna vedere il carattere pieno della vita come è stato manifestato in Lui.

La vita era la vita eterna, ma essa era anche “presso il Padre”. Questa affermazione, secondo ciò che ci viene detto, ci dà anche il carattere di questa vita, non è pertanto una semplice affermazione che la vita “era presso il Padre”, ma piuttosto indica il carattere di questa vita. Essa “era presso il Padre” in quanto Lui, che è la Sorgente di questa vita, “era presso il Padre”, e in Lui ci è stata manifestata. Si è fatto carne perché si manifestasse.

Attraverso la Sua incarnazione, si è posto alla portata di tre dei cinque sensi di cui l’uomo è dotato. Egli ha potuto essere udito, visto e toccato. L’udito viene prima di tutto, perché nella nostra condizione decaduta, l’udito è la facoltà a cui Dio si indirizza particolarmente. “La fede viene da ciò che si ascolta e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo” (Romani 10:17). Quindi, in primo luogo, gli apostoli ascoltarono la Parola della Vita e in questo modo furono in grado di comprenderla.

Ma poi, lo videro anche i loro occhi, e lo contemplarono. Nel passato vi erano state manifestazioni fugaci di questa Persona meravigliosa, come “l’Angelo del Signore”, ma non era stato possibile contemplarlo perché era visibile solo per breve tempo. Ora, essendo stato manifestato nella carne, era completamente diverso. Gli apostoli hanno trascorso diversi anni con Lui e sono stati in grado di scrutarlo attentamente. Lo hanno guardato a lungo e intensamente, anche se non capivano correttamente tutto ciò che osservavano prima di ricevere il dono dello Spirito Santo.

Sono anche entrati in contatto fisico con Lui. Le loro mani Lo hanno toccato. È la garanzia che non era una semplice manifestazione dello spirito (spirituale). Era in mezzo a loro in un vero corpo umano, fatto di carne e sangue. Dopo la Sua risurrezione, ha soggiornato in mezzo a loro nel Suo corpo di risurrezione, fatto di carne e ossa, e ci ricordiamo che Egli ha chiesto loro in modo particolare di toccarlo affinché si rendessero conto che non era uno spirito dopo la sua risurrezione.

Tutto ciò quindi stabilisce incontestabilmente che vi era stata davanti a loro questa reale manifestazione della vita eterna. Giovanni 1:18 ci dice che Egli ha fatto conoscere il Padre; Colossesi 1:15 ci dice che Dio è stato perfettamente rappresentato in Lui come Sua immagine; Ebrei 1: 2-3 ci dice che, come Figlio, Egli è la Parola, e che è l’espressione (impronta) e splendore dell’Essere e della gloria di Dio. Noi troviamo qui (1 Giovanni 1) che Egli ha dato l’unica vera e oggettiva manifestazione della vita eterna. È straordinario che così come abbiamo quattro Evangeli che mettono in risalto aspetti diversi della Sua vita, abbiamo anche questi quattro passi che mettono in evidenza aspetti diversi di tutto ciò che è stato rivelato in Lui.

Il motivo per cui Giovanni insisteva su questo punto in questi primi versetti dell’Epistola era che i dottori anti-cristiani lo sminuivano, o addirittura lo negavano del tutto. Erano chiamati “gnostici” perché si vantavano di essere “quelli che conoscono”. Preferivano le proprie impressioni soggettive e speculazioni filosofiche rispetto ai fatti oggettivi stabiliti in Cristo. Tuttavia per gli apostoli come per noi, tutto inizia con fatti consolidati. La fede che una volta trasmessa ai santi è radicata e fondata sui fatti. Non possiamo non essere chiari o non enfatizzare abbastanza questo punto. Ciò che viene prodotto soggettivamente nei santi (come vedremo) è strettamente conforme a ciò che è stato oggettivamente manifestato in Lui.

Versetti 3 e 4

quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia completa.

La manifestazione di quanto è stato descritto fu fatta per la prima volta agli apostoli. Il “noi” dei primi versetti li rappresenta. Ma nella frase “quel che abbiamo visto e udito noi lo annunciamo anche a voi”, il “voi” rappresenta i santi in generale. La manifestazione che è stata fatta davanti agli apostoli li ha introdotti nella “comunione… con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo”. Ci hanno fatto conoscere ciò che è stato manifestato, in modo che potessimo essere introdotti in quella stessa meravigliosa comunione. Il Padre e il Figlio ci sono stati rivelati. La vita eterna in relazione al Padre e al Figlio ci è stata manifestata attraverso di loro. Le cose del Padre e del Figlio sono state rivelate. Niente potrebbe essere più meraviglioso di questo: niente di più avvincente una volta che iniziamo ad appropriarcene per mezzo dello Spirito Santo; niente di meglio per riempire i nostri cuori di una felicità duratura. Non sorprende che l’apostolo aggiunga: “Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia completa” (1: 4).

Il versetto 4 indica con chiarezza che la comunicazione di queste cose da parte degli apostoli ci è stata trasmessa attraverso le Scritture: “Noi vi scriviamo queste cose…”. Gli apostoli avevano udito, visto e toccato. Noi dobbiamo leggere. Rendiamo grazie a Dio per le Sacre Scritture che ci portano la conoscenza di queste cose per la nostra gioia.

Versetti 5-6 e 7

Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che vi annunciamo: Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che abbiamo comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, com’egli è nella luce, abbiamo comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.

Al versetto 5, Giovanni inizia il suo messaggio. Da dove inizia? Da questo grande fatto che “Dio è luce” e non, come ci saremmo aspettati, dal fatto che “Dio è amore”. Se la manifestazione di Dio avesse avuto luogo in un’area di purezza e luce, senza contaminazione, l’enfasi sarebbe stata posta senza dubbio sul suo amore. Ma poiché la manifestazione è stata fatta in questo mondo, così contaminato dal peccato e pieno di tenebre, l’enfasi principale è posta sulla luce.

Chi può definire la luce? Gli uomini hanno formulato delle teorie per spiegare la luce della creazione, ma non riescono davvero a spiegarla. Chi può allora spiegare la Luce che non è stata creata? Sappiamo che la luce è necessaria affinché la vita esista sotto qualunque forma, anche la più semplice. Sappiamo che è la sorgente di tutto ciò che è sano, che illumina ed espone tutte le cose e che l’oscurità fugge là dove essa penetra. In Dio non ci sono tenebre, perché l’oscurità rappresenta ciò che sfugge all’azione della luce, ciò che è nascosto e peccato.

Non solo Dio stesso è luce, ma, come ci dice il versetto 7, Egli è “nella luce”. Molto tempo fa Dio aveva detto “che avrebbe abitato nell’oscurità” (2 Cron. 6:1); e la costruzione di una casa per lui da parte di Salomone non cambiò la situazione, poiché la sua presenza continuava a essere nel luogo santissimo dove regnavano le tenebre. Questo fatto fu cambiato dalla venuta del Signore Gesù, poiché in Lui Dio si è esposto alla piena luce. Il Dio che è luce è ora nella luce.

Questo fatto è usato come test nel versetto 6. In questo versetto abbiamo il primo di diversi test proposti. La presenza di molti falsi dottori con le loro svariate e vanagloriose affermazioni rendeva necessarie queste prove; e noteremo che nessuno di questi si basa su considerazioni elaborate o forzate. Sono di tipo molto semplice e basati sulla natura fondamentale delle cose. Qui, ad esempio, il fatto che Dio è luce e che è nella luce è un criterio che mette alla prova ogni pretesa di essere in comunione con Lui. Una persona del genere non può camminare nelle tenebre perché, come si legge altrove: “quale comunione tra la luce e le tenebre? (2 Cor. 6:14). Non c’è affatto comunione tra i due. Sono diametralmente opposti.

Ciò che è in discussione qui non è se noi camminiamo sempre secondo la luce che abbiamo ricevuto. Tutti noi falliamo a questo riguardo prima o poi, per nostra vergogna. “Camminare nelle tenebre” significa camminare nell’ignoranza della luce che risplendeva in Cristo. Vale la pena riferirsi qui a Isaia 50:10-11: “Sebbene cammini nelle tenebre privo di luce confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio”. Tuttavia, anche ai giorni di Isaia, alcuni preferivano accendere un fuoco e camminare alla luce del fuoco e delle scintille che avevano acceso. Era lo stesso ai giorni di Giovanni, e lo è ancora oggi. Ci sono ancora troppi falsi dottori che preferiscono le scintille che loro stessi accendono piuttosto che la luce della rivelazione divina. Ne consegue che loro e i loro discepoli sono nelle tenebre nonostante tutte le loro pretese e non hanno comunione con Lui.

Il vero credente cammina nella luce dove Dio è completamente rivelato. La luce lo ha già sondato sicuramente; non potrebbe essere altrimenti. Ma cammina felice nella luce perché ha appreso in quella luce che “il sangue di Gesù Cristo, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato”. Qualsiasi macchia di sporcizia esposta alla luce viene rimossa dal Sangue.

Il verbo “ci purifica” è al tempo presente. Alcuni hanno dedotto che il sangue deve essere applicato continuamente. Ma il tempo presente è anche usato per indicare la natura o il carattere delle cose, proprio come diciamo: il sughero galleggia, il fuoco arde, il sapone lava. Tali sono le funzioni di questi elementi secondo la loro natura. Queste proprietà gli appartengono. Tale è anche la natura del sangue di Cristo: purificare da ogni peccato. È una proprietà intrinseca e benedetta. L’idea che il Sangue debba essere applicato continuamente o ripetutamente è contraddetta dall’insegnamento di Ebrei da 9:23 a 10:14. Siamo “resi perfetti per sempre” da “una sola offerta” in modo da “non essere più consapevoli dei peccati”.

Versetti 8 e 9

Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.

Non solo ci sono uomini che professano di avere comunione con Dio mentre camminano ancora nelle tenebre, ma ci sono alcuni che arrivano al punto di dire di “essere senza peccato”. Nessun test viene offerto per questa affermazione malvagia. Non ce n’è bisogno perché verrebbero inevitabilmente e rapidamente scoperti. Queste persone stavano ingannando loro stesse e Giovanni glielo dice chiaramente. Difficilmente ingannerebbero qualcun altro; e se anche solo per un momento ci riuscissero, l’inganno verrebbe rapidamente dissipato dalla fin troppo evidente manifestazione del peccato in loro. Se alcuni indulgono in affermazioni così alte e infondate, non stanno mostrando che il peccato non è in loro, ma stanno solo manifestando chiaramente che la verità non è in loro.

Difficilmente si può immaginare che dei veri credenti ingannino loro stessi in questo modo, se non per un tempo molto breve. L’unico atteggiamento vero e onesto per noi è confessare i nostri peccati e farlo subito. Ovviamente è vero per il non credente che l’unica cosa onesta da fare quando la convinzione del peccato lo raggiunge è confessare i suoi peccati; allora gli sarà concesso il perdono, pieno ed eterno. Tuttavia qui si tratta del credente. Si dice: “Se confessiamo…”. Il peccato di un credente non compromette né annulla il perdono eterno che ottiene quando, come peccatore, si rivolge a Dio in pentimento. Tuttavia, compromette la sua comunione con Dio, come abbiamo appena letto. La comunione sarà sospesa fino a quando non confesserà il peccato che l’ha interrotta.

Quando confessiamo un peccato, Dio è fedele e giusto in tutto ciò che Cristo è e ha fatto, e il peccato è perdonato, così che la comunione possa essere ristabilita. Questo è quello che può essere chiamato perdono paterno, in quanto distinto dal perdono eterno che otteniamo quando siamo peccatori.

Non solo perdona, ma purifica anche da ogni iniquità. Una sincera confessione del peccato da parte di un credente non solo gli assicura il perdono, ma ha anche un effetto purificatore. Confessione dei peccati significa il giudizio nei nostri cuori e nei nostri pensieri di ciò che confessiamo. E questo significa la purificazione della sua influenza e la liberazione dalla sua potenza.

Versetto 10

Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo, e la sua parola non è in noi.

Una terza affermazione appare nel versetto 10. Alcune persone possono arrivare al punto di illudersi dicendo di “non aver peccato”. Su questo argomento viene offerto loro un test, cioè la Parola di Dio. Fare una dichiarazione così irragionevole ci mette in opposizione alla Parola di Dio e fa Dio bugiardo. Egli afferma chiaramente che abbiamo peccato, il che pone fine al dibattito. Non possiamo contraddire la Sua Parola e nonostante questo avere la Sua Parola che dimora in noi.

È certo che siamo nella luce, ma allo stesso tempo sappiamo di aver peccato e che il peccato è ancora in noi. Ma conosceremo anche il valore del sangue di Cristo e la sua potenza purificatrice, così come la restaurazione che ci appartiene dopo una confessione sincera. Così la comunione nella luce con il Padre e Suo Figlio è stabilita per noi e viene anche mantenuta. Siamo resi capaci di conoscere la vita che è stata manifestata e di gioire in essa, e in tutto ciò che sin dall’inizio è stato reso evidente nel prezioso Figlio di Dio.

Se la nostra gioia è completa su questi argomenti, non ci sentiremo inclini a inseguire uomini che vorrebbero attirarci con i loro pretesi miglioramenti ed estensioni di “ciò che è stato dal principio”. Le scintille che sprigionano davanti a noi possono essere molto belle, ma sono loro ad averle accese per cui svaniscono nell’oscurità.

Capitolo 2

Versetto 1

Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; e se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto.

Gli ultimi versetti del capitolo 1 ci hanno mostrato che non possiamo dire di non avere peccato, né che il peccato non sia in noi. I primi versetti del cap. 2 ne sono la controparte affinché non ci affrettiamo a concludere che siamo giustificati quando pecchiamo, sostenendo che sia difficile o praticamente impossibile impedire che questo avvenga. Ebbene nulla di tutto ciò è vero. Giovanni scrisse queste cose affinché non peccassimo. Altri passi delle Scritture parlano di risorse speciali per impedirci di cadere: il punto messo in evidenza qui è che, se entriamo nella santa comunione di cui parla il capitolo 1 versetto 3, saremo preservati. Il godimento di questa comunione esclude il peccato, così come il peccato esclude dal godimento di questa comunione, finché non viene confessato.

Abbiamo grandi risorse per non peccare, anche se il peccato è ancora in noi. Non dovremmo peccare. Non abbiamo scuse se pecchiamo; ma se ciò accade, c’è per noi, grazie a Dio, “un avvocato presso il Padre”. La parola qui tradotta come “avvocato” è la stessa di quella tradotta con “consolatore” in Giovanni 14, una parola che letteralmente significa “uno che è chiamato ad aiutare fianco a fianco”. Il Risorto, “Gesù Cristo, il giusto”, è stato chiamato alla destra del Padre nella gloria per aiutare i Suoi santi, se e quando peccano. Lo Spirito Santo è stato chiamato al nostro fianco qui sulla terra per aiutarci.

È detto: “il Padre”, notiamolo, perché l’Avvocato agisce per coloro che sono già figli di Dio. Le prime parole del capitolo sono: “Figlioli miei”, il termine utilizzato non è quella che ha il significato di “bambini piccoli”, ma quello usato per “figli” in generale. Con questo termine affettuoso, l’apostolo abbraccia come suoi tutti coloro che sono veri figli di Dio. Siamo stati introdotti in questa relazione benedetta dal Salvatore, come ci dice Giovanni 1:12. Essendo in questa relazione, abbiamo bisogno dell’intercessione di un Avvocato quando pecchiamo.

In questo caso viene messa in evidenza la giustizia del nostro Avvocato. Ci si sarebbe potuti aspettare che l’attenzione fosse rivolta alla Sua bontà e alla Sua misericordia; altrove si pone l’accento anche sulla giustizia quando si parla del peccato, come avviene qui. Colui che si fa carico del nostro caso davanti al Padre quando pecchiamo, farà in modo che la giustizia prevalga. Da un lato, la gloria del Padre non sarà offuscata dal nostro peccato; dall’altro, Egli si prenderà cura di noi in modo giusto, affinché giungiamo ad un giusto giudizio del nostro peccato, lo confessiamo, venga perdonato e avvenga la purificazione.

Versetto 2

Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Colui che è il nostro avvocato in cielo è anche “la propiziazione per i nostri peccati”. Questo ci riporta alle solide fondamenta su cui tutto poggia. Grazie al Suo sacrificio espiatorio, tutte le esigenze di Dio nei nostri confronti sono state soddisfatte; Egli esercita il Suo servizio di avvocato presso il Padre su questa base di giustizia. La Sua propiziazione ha regolato per noi peccatori le eterne richieste sollevate dai nostri peccati. Il Suo ruolo di avvocato regola i problemi che sorgono quando pecchiamo, pur essendo figli di Dio, nei confronti del Padre.

La propiziazione è ciò che possiamo chiamare la parte di Dio nella morte di Cristo. Essa riguarda l’argomento fondamentale: soddisfare le esigenze divine contro il peccato. Rispondere ai bisogni del peccatore deve essere una questione conseguente rispetto a questo primo argomento. Pertanto, quando Paolo sviluppa il tema dell’Evangelo nella lettera ai Romani, troviamo che la prima menzione della morte di Cristo è la propiziazione mediante la fede nel Suo sangue (3:25). La sostituzione non è chiaramente espressa prima di Romani capitolo 4 versetto 25 dove leggiamo che “è stato dato a causa delle nostre offese”.

Poiché questo è l’aspetto della Sua morte nei confronti di Dio, il cerchio si allarga e si parla di “il mondo intero”. Quando si parla di sostituzione, vengono considerati solo i credenti: si parla “dei nostri peccati” o “dei peccati di molti”. Ma sebbene solo i credenti siano al beneficio dei risultati acquisiti dalla morte di Cristo, Dio ha bisogno di una propiziazione per ogni peccato che sia mai stato commesso dagli uomini, a causa del grande oltraggio che il peccato ha causato. La propiziazione è stata quindi fatta nei confronti di Dio attraverso la morte di Cristo, e per questo Egli può offrire gratuitamente il perdono agli uomini senza scendere a compromessi quanto alla sua natura e al suo carattere.

Propiziazione è una parola che suscita molta rabbia e disprezzo tra coloro che si oppongono al Vangelo. Essi presumono che la propiziazione abbia lo stesso significato che ha tra i pagani, cioè che si tratti di placare, versando molto sangue, una divinità in collera, nemica e assetata di sangue. Ma nelle Scritture questo termine ha un significato molto più elevato, mantiene sì, il significato generale di placare o rendere favorevole attraverso un sacrificio, ma non c’è alcuna ragione di considerare Dio come nemico o come un sanguinario. Egli è infinitamente santo, giusto in tutte le Sue vie ed ha una maestà eterna. La Sua natura e tutti i Suoi attributi devono ricevere il loro giusto riconoscimento ed essere magnificati nell’esecuzione del giudizio appropriato; eppure Egli non è contro l’uomo, ma per l’uomo, perché ciò che la giustizia richiedeva, l’amore ha provveduto. Come leggiamo nella lettera che stiamo esaminando: “Dio ha amato noi e ha mandato Suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (4:10). Dio stesso ha provveduto alla propiziazione, il Suo proprio Figlio, che era Dio, è diventato propiziazione. Questa propiziazione, ben compresa, non è un concetto degradante ma che eleva e nobilita. L’unica cosa degradante è l’interpretazione sostenuta da coloro che vi si oppongono e che cercano di insinuare la loro idea degradante nel Vangelo, ma la Parola di Dio la smentisce.

Versetti 3 e 4

Da questo sappiamo che l’abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Io l’ho conosciuto», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui;

Consideriamo ora un’altra affermazione, fatta erroneamente molte volte: «Lo conosco». È in effetti possibile che il credente dica con grande gioia di conoscere Dio, poiché la “comunione con il Padre e con suo Figlio Gesù Cristo” ci è concessa, e non può esserci comunione senza conoscenza. Ma anche in questo caso, è necessario un test per determinare se tale affermazione non sia solo una semplice pretesa. Questo test è l’osservanza dei comandamenti che Egli ci ha dato. Conoscere Dio non può essere scisso dall’essere ubbidienti a Lui.

Osservando i Suoi comandamenti, sappiamo che Lo abbiamo conosciuto. Senza questa obbedienza non può esserci questa conoscenza, e se si afferma di conoscerlo, si manifesta solo che la verità non è in chi ha questa pretesa. Confrontare a questo riguardo i versetti 2: 4 e 1: 8. La verità non è in chi afferma di non avere peccato, non più di quanto lo sia in chi afferma di avere conoscenza di Dio, e tuttavia non ubbidisce ai Suoi comandamenti.

Dobbiamo capire che ci sono comandamenti nel cristianesimo, sebbene non siano un’imposizione legale; con questo intendiamo dire che non ci sono dati per poter stabilire o mantenere la nostra posizione davanti a Dio per mezzo della loro osservanza. Ogni precisa espressione della volontà di Dio ha la forza del comandamento, e vedremo che questa epistola ha molto da dirci sui Suoi comandamenti, che non sono “gravosi” (5: 3). La legge di Cristo è una legge di libertà, perché partecipiamo alla Sua vita e alla Sua natura.

Versetto 5

ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente completo. Da questo conosciamo che siamo in lui:

Da “osservare i suoi comandamenti” si passa a “osservare la sua parola” nel v. 5. Questo è un ulteriore passaggio. La Sua Parola include tutto ciò che ci ha rivelato dei Suoi pensieri e della Sua volontà, compresi i Suoi comandamenti ovviamente, ma questa va oltre. Un uomo potrebbe dare ai suoi figli molte istruzioni specifiche: i suoi comandamenti. Ma oltre a questo, i suoi figli hanno acquisito per anni un’intima conoscenza dei suoi pensieri durante il rapporto quotidiano e le relazioni reciproche per cui, anche in assenza di precise istruzioni, osservano attentamente le sue parole con la dedizione di figli ubbidienti. È così che dovrebbe essere da parte dei figli di Dio. Quando questo si realizza, l’amore di Dio è “veramente completo” o “reso perfetto” poiché ha prodotto in loro i suoi effetti e le sue risposte.

Inoltre, da tale obbedienza “conosciamo che siamo in Lui”. Essere “in Lui” implica la nostra partecipazione alla Sua vita e alla Sua natura. Naturalmente c’è una connessione molto stretta tra il sapere “che lo conosciamo” (2: 3) e il sapere “che siamo in Lui” (2: 5). Il secondo aspetto ci introduce a qualcosa di più profondo. Gli angeli Lo conoscono e obbediscono ai suoi comandamenti. Dobbiamo conoscerlo come coloro che sono in Lui, e allora comprenderemo anche la più piccola indicazione dei suoi pensieri o dei Suoi desideri, e questo ci porterà ad una felice obbedienza.

Versetto 6

chi dice di rimanere in lui, deve camminare com’egli camminò.

Essendo in Lui, dobbiamo “rimanere in Lui”, il che significa, come lo intendiamo, rimanere nella consapevolezza e nella potenza di essere in Lui. Chiunque di noi può facilmente dire: “Io rimango in Lui”; ma se è davvero così, dobbiamo manifestare ciò che dimostri la verità di questa affermazione. Una persona del genere “deve anche camminare come Lui ha camminato”. Se siamo nella Sua vita, e anche nella potenza e nella gioia di questa vita, essa deve necessariamente esprimersi nei nostri comportamenti e nelle nostre azioni, proprio come avvenne in Lui. La grazia e la forza del nostro cammino, se paragonate al Suo, saranno povere e deboli, ma sarà comunque un cammino della stessa natura. Non vi sarà alcuna differenza di essenza, ma solo di grado.

Versetti 7 e 8a

Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita. E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo, il che è vero in lui e in voi

Che straordinaria elevazione dovrebbe dunque caratterizzare il nostro cammino! Quanto siamo al di sopra del livello accettato ai tempi dell’Antico Testamento! Quando Giovanni scrisse queste parole, molti avranno probabilmente sentito il bisogno di protestare, ritenendo che il livello richiesto fosse troppo alto e che stesse introducendo un concetto completamente nuovo. Per questo, nel versetto 7, egli li rassicura, affermando che non stava dicendo nulla di nuovo, al contrario degli insegnamenti degli anticristi, che erano realmente nuovi, ma che si trattava piuttosto di un comandamento antico. Allo stesso tempo, in un altro senso, era anche un comandamento nuovo. Questo non costituisce una contraddizione, benché possa sembrare un paradosso. Era un comandamento antico perché era stato già rivelato fin dal principio in Cristo, come espressione della santa volontà di Dio e del Suo compiacimento per l’uomo: non vi era dunque nulla in esso che potesse somigliare alle nuove dottrine degli Gnostici. Tuttavia, era anche un comandamento nuovo, perché ora doveva essere manifestato in coloro che appartenevano a Cristo, e per questo risultava, per loro, come qualcosa di nuovo. Giovanni afferma infatti: «è vero in Lui e in voi». La vita che si è manifestata in Cristo, e che inizialmente apparteneva solo a Lui, deve ora trovarsi nei credenti che sono in Lui. Finché rimarranno in Lui, questa vita si esprimerà in loro nello stesso modo e produrrà frutti simili.

Versetto 8b

perché le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce.

E leggiamo dunque: “…già risplende la vera Luce”. Tra la vita e la luce esiste il legame più stretto possibile. Se la vera vita è stata manifestata in Cristo, anche la vera luce ha brillato in Lui. Se partecipiamo a questa vera vita, anche la vera luce risplenderà in noi. L’apostolo scrive: “Le tenebre stanno passando”, e non “sono passate”. Per poter dire che sono completamente scomparse, dovremo attendere il mondo a venire; tuttavia, è evidente che stanno svanendo, poiché la vera luce ha iniziato a risplendere in Cristo e nei Suoi. Quando Dio agirà nel giudizio e la falsa vita e la falsa luce di questo mondo saranno eliminate, allora le tenebre saranno definitivamente passate. Nel frattempo, possiamo rallegrarci nella certezza che esse stanno scomparendo e che la vera luce risplende. Quanto più cammineremo come Lui ha camminato, tanto più la luce brillerà realmente attraverso di noi.

Versetto 9

Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre.

Ma inoltre, se la luce sta già risplendendo, in noi e attraverso di noi, ciò significa che dobbiamo essere noi stessi nella luce. Affermiamo di essere nella luce? Bene, c’è un semplice test con il quale possiamo dire se questa affermazione è autentica. Se qualcuno dice di essere nella luce e odia suo fratello, la sua affermazione è falsa ed è nelle tenebre, cioè non conosce veramente Dio, non può essere nella luce di Dio rivelata in Cristo. Nessuno può essere nella luce di Dio se non ha la vita di Dio, che è amore. Ecco perché poco più avanti nella lettera si legge che “chi non ama rimane nella morte” (3:14). Così ora stiamo scoprendo che vita, luce e amore vanno di pari passo; e nella natura stessa delle cose, funzionano come prove l’una per l’altra. Chi ama suo fratello manifesta la vita, secondo il cap. 3. Qui l’accento è posto sul fatto di dimorare nella luce.

Versetti 10 e 11

Chi ama suo fratello rimane nella luce e non c’è nulla in lui che lo faccia inciampare. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi.

Giovanni aggiunge questa osservazione: “Non c’è nulla in lui che lo faccia inciampare” (2:10). Questo è in netto contrasto con ciò che segue al versetto 11, dove colui che odia suo fratello viene descritto come uno che è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va. Non possediamo luce in noi stessi, così come la luna non ha luce propria, ma risplende solo quando è illuminata dal sole. Allo stesso modo, chi odia suo fratello, essendo nelle tenebre, è completamente immerso nelle tenebre e, di conseguenza, diventa un’occasione di caduta per gli altri. Egli stesso inciampa e si comporta come una pietra d’inciampo. Così erano gli anticristi e i loro seguaci. Chi ama, come frutto della vita divina che possiede, cammina nella luce e non inciampa, né diventa un ostacolo per gli altri. Amare il proprio fratello significa, ovviamente, amare tutti coloro che, come noi, sono nati da Dio; significa amare ciascuno di loro. Si tratta di un amore divino per natura, esteso a tutti coloro che sono entrati a far parte della famiglia di Dio, un amore che ama i figli di Dio in quanto tali, indipendentemente dalle preferenze o antipatie umane.

Versetto 12

Figlioli, vi scrivo perché i vostri peccati sono perdonati in virtù del suo nome.

Un nuovo paragrafo inizia al versetto 12. Al versetto 1:4, Giovanni indicava i temi di cui stava scrivendo. Ora ci viene presentata la base su cui scriveva. Tutti coloro ai quali si rivolgeva si trovavano nella meravigliosa grazia di avere i peccati perdonati e tutti godevano della posizione di figli. Il termine tradotto con “figli” non è lo stesso usato per “piccoli bambini”, ma include tutti i figli di Dio senza distinzione. Il perdono che ci appartiene è nostro unicamente a motivo del Suo Nome. Il valore e il merito appartengono solo a Lui. È in quanto perdonati e introdotti in una relazione stabilita divinamente che queste parole ci sono rivolte.

Versetto 13

Padri, vi scrivo perché avete conosciuto colui che è fin dal principio. Giovani, vi scrivo perché avete vinto il maligno.

D’altra parte, vi sono distinzioni nella famiglia di Dio, e il versetto 13 le mette in evidenza. Ci sono i “padri”, i “giovani” e i “ragazzi”. Questo è il modo in cui Giovanni indica le diverse fasi della crescita spirituale. Dobbiamo tutti necessariamente iniziare come ragazzi nella vita divina. Normalmente dovremmo crescere come giovani e infine diventare padri. Ognuna di queste tre categorie ha caratteristiche precise. Il versetto 13 enuncia i tratti distintivi di coloro ai quali si rivolge, non i temi che tratta né la base su cui scrive. I padri sono caratterizzati dalla conoscenza di Colui che è fin dal principio; in altre parole, hanno maturato una profonda conoscenza di Cristo, quella “Parola di Vita” in cui la vita eterna è stata manifestata. Essi conoscono realmente Colui nel quale è stato rivelato tutto ciò e che deve essere conosciuto di Dio. Qualsiasi altra conoscenza è insignificante in confronto a questa: i padri la possiedono.

I giovani sono caratterizzati dal fatto che hanno vinto il maligno. I versetti seguenti del capitolo spiegano meglio la portata di questa espressione. Hanno superato le insidie sottili del diavolo che agisce attraverso gli insegnamenti degli anticristi, e lo hanno fatto perché edificati sulla Parola di Dio e in essa radicati. All’inizio del nostro cammino cristiano, prima di aver avuto il tempo di stabilirci fermamente negli insegnamenti della Parola, siamo molto più esposti al rischio di lasciarci sviare da dottrine ingannevoli contrarie alla Parola, e quindi di essere sconfitti dal maligno.

Questo è il pericolo a cui i ragazzi sono esposti, come vedremo. Tuttavia, un tratto meraviglioso li caratterizza: conoscono il Padre. Un neonato umano manifesta presto l’istinto che gli permette di riconoscere i suoi genitori, e lo stesso avviene per i figli di Dio. Essi hanno la Sua natura, quindi Lo conoscono. Hanno ancora molto da apprendere sul Padre, ma Lo conoscono. In quanto figli di Dio, dobbiamo essere motivati a non restare ragazzi. È da lì che dobbiamo iniziare, ma aspiriamo a quella conoscenza della Parola di Dio che favorirà la nostra crescita spirituale, permettendoci di diventare giovani e, a tempo debito, anche padri.

Versetto 14a

Ragazzi, vi ho scritto perché avete conosciuto il Padre. Padri, vi ho scritto perché avete conosciuto colui che è fin dal principio.

Dopo aver esposto, al versetto 13, i tratti caratteristici rispettivamente di padri, giovani e ragazzi, l’apostolo inizia nel versetto 14 il messaggio speciale rivolto a ciascuno di loro.

Comincia dai padri e il suo messaggio a loro riguardo è molto breve; inoltre, l’apostolo riprende esattamente le stesse parole del versetto precedente quando ha descritto il loro tratto caratteristico. È davvero degno di nota e potremmo ben chiederci perché. Crediamo che la ragione di ciò sia che, una volta giunti alla conoscenza di “Colui che è dal principio”, otteniamo la conoscenza di Dio in una pienezza infinita ed eterna, oltre la quale non c’è nulla di più elevato. Colui che è “Figlio” e “Verbo”, “Parola della vita”, manifestato in mezzo a noi, è Colui che è dal principio. In Lui conosciamo Dio e non c’è niente che vada oltre una conoscenza di tale profondità.

Così i padri Lo conoscono in questo modo profondo e meraviglioso. Il Dio che è amore è diventato la dimora delle loro anime, e dimorando in questo amore dimorano in Dio e Dio in loro. Dovevano solo continuare ad approfondire questa benedetta conoscenza. Non c’era bisogno di dire loro altro.

Versetto 14b

Giovani, vi ho scritto perché siete forti, e la parola di Dio rimane in voi, e avete vinto il maligno.

I giovani non avevano ancora raggiunto questa statura, ma la stavano raggiungendo. La loro caratteristica era quella di aver vinto il maligno, secondo il versetto 13. Ora apprendiamo come questa vittoria ha potuto avere luogo. Erano stati resi forti dalla Parola di Dio che dimorava in loro.

Cominciamo tutti la nostra vita cristiana da bambini e, se avremo una crescita sana, progrediremo fino a diventare giovani. Ora la conoscenza della Parola di Dio deve avvenire in primo luogo. Non possiamo dimorare in ciò che ignoriamo. Questo ci porta di fronte al motivo per cui tanti veri cristiani sono stati bambini per molti anni – solo piccoli bambini. Non hanno mai veramente conosciuto la Parola di Dio. Il grande avversario dell’opera di Dio conosce molto bene questa necessità, che mette in luce vividamente l’abilità dei suoi disegni approfonditi.

Il cattolicesimo romano ha tolto le Scritture dalle mani dei suoi seguaci sulla base del fatto che, per quanto riguarda la Parola di Dio, è troppo elevata per dei laici, e adatta solo per essere posta nelle mani dei dottori della chiesa, i soli in grado di interpretarla. Il modernismo prevale nel mondo protestante. Nella sua forma più evoluta, nega completamente la Parola di Dio: la Bibbia è per loro solo una raccolta di leggende discutibili punteggiate da riflessioni religiose obsolete. Nella sua forma diluita, che spesso inganna i veri cristiani e quindi è ancora più dannosa per noi, indebolisce l’autorità della Parola, e così condanna i suoi seguaci all’infantilismo spirituale perpetuo. E dove questi mali sono assenti, le persone si accontentano troppo spesso di ciò che già sanno della Parola, dei testi su cui a volte predicano i loro ministri di culto. Non leggono, osservano, studiano o digeriscono la Parola interiormente per loro stessi. Questo è il motivo per cui la loro crescita non sta continuando.

Ma la Parola non deve essere semplicemente conosciuta, deve dimorare in noi. Deve risiedere nei nostri pensieri e nei nostri affetti; in questo modo ci controllerà, governando l’intera nostra vita. Se uno di noi raggiunge questo punto, allora si può dire che è forte, perché la sua vita è fondata sulla roccia invincibile della Sacra Scrittura. Tuttavia, anche così, la forza non è tutto, poiché è ancora necessario essere condotti a quella conoscenza di Colui che è fin dal principio, che caratterizza i padri.

Versetti 15 e 16

Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo.

I giovani affrontano un pericolo che, se prevale, impedirà loro di avanzare ulteriormente verso questa benedetta conoscenza. Questo pericolo è il mondo e l’amore per il mondo: non il mondo come concetto astratto, ma le cose concrete e materiali che sono nel mondo. Usiamo molte di queste cose, e almeno occasionalmente troviamo piacere in esse, ma non le dobbiamo amare. Ciò che amiamo ci domina e non dovremmo essere governati dal mondo, ma dal Padre. L’amore per il mondo e l’amore per il Padre si escludono a vicenda. Non possiamo essere posseduti da entrambi. O l’uno o l’altro. Quale ci possiede?

Se l’amore del Padre ci possiede, vedremo il mondo nella sua vera luce. Avremo la facoltà spirituale che agisce come i raggi X. Penetreremo sotto la superficie delle cose, alla spina dorsale dello scheletro su cui tutto è costruito. Questo scheletro ci viene rivelato nel versetto 16 come “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita”; tutto questo non viene dal Padre ma è interamente del mondo.

La concupiscenza della carne è il desiderio di avere, il desiderio di possedere per sé quelle cose che nutrono e sostengono la carne. La concupiscenza degli occhi è il desiderio di vedere, sia con gli occhi del corpo che con quelli della mente, tutto ciò che alimenta e sostiene ciò che ci piace. Questo comprende la sete insaziabile di conoscenza dell’uomo, così come la sua continua ricerca di piaceri spettacolari. L’orgoglio della vita è il desiderio di essere, l’ardente aspirazione a diventare qualcuno o qualcosa che alimenti e sostenga l’orgoglio del cuore. È il male più profondamente radicato tra i tre, e spesso quello di cui ci si rende meno conto.

Abbiamo dunque appena visto la struttura su cui è costruito il sistema del mondo; tutti i suoi elementi sono in totale opposizione al Padre e al mondo a venire, quando l’ordine mondiale attuale sarà messo da parte. Ci viene detto: “il mondo passa, con la sua concupiscenza”.  Non c’è da stupirsi nel sentirlo dire. Che grazia che stia passando, perché non sarebbe forse la peggiore delle calamità se il mondo e le sue concupiscenze si perpetuassero per sempre? Il mondo scomparirà; il Padre e il Suo mondo rimarranno. Saremmo davvero stolti ad amare ciò che passa, piuttosto che Colui che rimane.

Versetto 17

E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.

Che contrasto sorprendente al versetto 17! Ci saremmo aspettati che la conclusione del versetto fosse: “ma il Padre rimane”; ma ciò è talmente evidente che non è nemmeno necessario dirlo. “Chi che fa la volontà di Dio rimane in eterno”: questo è un fatto meraviglioso. Ciò che scomparirà è il mondo. Quando i credenti muoiono, si dice spesso che “sono scomparsi”. Il mondo prosegue tranquillamente senza di loro e sembra perfettamente stabile. L’apostolo Giovanni vede le cose dalla prospettiva divina e ci aiuta a fare lo stesso. Così vediamo il mondo svanire, mentre colui che fa la volontà di Dio, anche se viene tolto dalla scena terrena, rimane in eterno. Egli fa la volontà di Dio, e questa volontà è stabile e permanente. Il servitore di questa volontà, dunque, rimane anch’egli.

Versetti da 18 a 27

Dal versetto 18 al versetto 27, l’apostolo si rivolge ai “ragazzi” (in altre versioni il termine è tradotto con “figlioletti” o “piccoli bambini”). Senza alcuna introduzione, egli si lancia in un monito contro i dottori anticristiani che iniziavano ad abbondare. L’ “Anticristo” è un personaggio sinistro la cui apparizione negli ultimi giorni è stata predetta. Non è ancora venuto, ma da lungo tempo sulla terra esistono molti uomini di minore importanza che manifestano, in gradi diversi, lo stesso carattere malvagio. Questo ci dimostra che ci troviamo negli ultimi tempi, cioè nell’epoca immediatamente precedente il momento in cui il male raggiungerà il suo apice e subirà il giudizio finale.

Versetti 18 e 19

Ragazzi, è l’ultima ora. Come avete udito, l’anticristo deve venire, e di fatto già ora sono sorti molti anticristi. Da ciò conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma ciò è avvenuto perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri.

Ora, gli anticristi apparsi ai tempi in cui Giovanni scriveva ebbero, per un certo periodo, un posto tra i credenti, come mostra il versetto 19. Ma in seguito avevano interrotto ogni relazione e si erano allontanati da loro. In questo modo, avevano reso manifesto che in realtà non avevano mai fatto parte della famiglia di Dio: non erano “dei nostri”. Il vero credente si caratterizza per la fermezza nella fede. Costoro, invece, l’avevano abbandonata e si erano separati dalla comunità cristiana, rivelando così di non avere alcun legame vitale con i figli di Dio. Il vero figlio di Dio ha l’unzione da parte del Santo, e proprio questa unzione era ciò che gli anticristi non avevano mai posseduto.

Versetti 20 e 21

Quanto a voi, avete ricevuto l’unzione dal Santo e tutti avete conoscenza. Vi ho scritto, non perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché tutto ciò che è menzogna non ha niente a che fare con la verità.

L’ “Unzione” menzionata nel versetto 20 è la stessa del versetto 27, e in entrambi i casi si fa riferimento allo Spirito Santo. Dimorando nei figli di Dio, Egli diventa la Fonte da cui proviene la loro intelligenza spirituale. Anche il più giovane tra i figli della famiglia divina ha ricevuto questa unzione, e per questo si può dire che egli “conosce la verità”. Il termine “conoscere” qui indica una conoscenza interiore e consapevole. Se si trattasse di una conoscenza acquisita, il giovane credente ignorerebbe ancora innumerevoli dettagli, ma l’Unzione gli conferisce questa capacità interiore che lo rende in grado di accedere a tutte le cose. Egli conosce tutto potenzialmente, ma non ancora nei dettagli.

Si può quindi anche dire che il “figlioletto conosce la verità” e possiede la capacità di distinguere tra la verità e la menzogna. Per il momento, potrebbe conoscere solo l’Evangelo nella sua forma più elementare; tuttavia, nell’Evangelo possiede la verità pura e incontaminata, la verità fondamentale da cui scaturiscono tutte le altre verità successive. Tutte le menzogne del diavolo possono essere smascherate quando vengono poste in contrasto con la luce splendente dell’Evangelo.

Versetti 22 e 23

Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Egli è l’anticristo, che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non ha neppure il Padre; chi riconosce pubblicamente il Figlio, ha anche il Padre.

Ogni menzogna del diavolo mira, in un modo o nell’altro, a distorcere la verità riguardante il Cristo di Dio. Non è un “tiratore” improvvisato: anche quando sembra mirare ai margini della verità, calcola con precisione un effetto di rimbalzo che, alla fine, lo porta a colpire esattamente il centro del bersaglio. Ai tempi dell’apostolo Giovanni, il nemico mirava apertamente al cuore della questione. Gli anticristi negavano esplicitamente che Gesù fosse il Cristo; in tal modo, negavano sia il Padre che il Figlio. Oggi, alcuni sono ancora così diretti, ma molti altri operano in modo più sottile: introducono dottrine apparentemente innocue, che a prima vista non sembrano particolarmente pericolose, ma che alla fine portano esattamente agli stessi rinnegamenti. Così, il centro del bersaglio viene comunque colpito.

Quando l’Anticristo apparirà, sarà la negazione totale del Padre e del Figlio. Egli “si esalterà al di sopra di ogni dio e pronunzierà parole inaudite contro il Dio degli dei” (Daniele 11:36), e questa profezia è ulteriormente sviluppata in 2 Tessalonicesi 2:4. I “molti anticristi” che lo avranno preceduto seguiranno tutti percorsi simili. Le loro negazioni si concentreranno in particolare sul Figlio che è stato manifestato sulla terra, al punto da dichiarare persino di non avere nulla da dire né a favore né contro il Padre. Un’affermazione del genere è priva di senso. Negare il Figlio significa negare anche il Padre. Confessare il Figlio significa avere anche il Padre. Sebbene siano persone distinte, essi sono uno nella Deità, e chi ha ricevuto l’Unzione (lo Spirito Santo), che è anch’egli uno con Loro nella Deità, ne ha piena consapevolezza e non rischia di essere ingannato su questo punto.

L’intero flusso dell’Antico Testamento dimostra che Gesù è il Cristo, come vediamo in Atti 17:2-3. La verità riguardante il Padre e il Figlio è rivelata nel Nuovo Testamento. Non è che la relazione tra il Padre e il Figlio abbia avuto inizio solo allora, ma quella relazione, che esisteva eternamente nella Deità, fu allora rivelata pienamente per la prima volta. La comunione nella quale siamo stati introdotti è con il Padre e con il Figlio, come affermato all’inizio di questa epistola; perciò, negare questa verità distrugge la nostra comunione.

Va sottolineato che l’errore assume il più delle volte la forma di una negazione della verità. Le negazioni sono pericolose: dovrebbero essere espresse solo con la massima cautela e basarsi su una conoscenza approfondita. Di solito, è necessaria una conoscenza più ampia per negare qualcosa piuttosto che per affermarla. Ad esempio, posso affermare che una certa cosa si trova nella Bibbia; per dimostrarlo, è sufficiente conoscere un solo versetto della Bibbia in cui essa è dichiarata. Ma se nego che sia nella Bibbia, devo conoscere la Bibbia dall’inizio alla fine per essere certo di non essere validamente smentito.

Versetto 24

Quanto a voi, ciò che avete udito fin dal principio rimanga in voi. Se quel che avete udito fin dal principio rimane in voi, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre.

Fin dal principio, Gesù è stato manifestato come il Cristo e, in quanto Figlio, ha rivelato il Padre. Anche i “ragazzi” nella fede erano giunti a questa conoscenza, che doveva rimanere in loro, così come ora deve rimanere in noi. Gesù è il Cristo, ossia l’Unto; e noi abbiamo ricevuto l’Unzione affinché la verità possa dimorare in noi, e di conseguenza, noi possiamo dimorare nel Figlio e nel Padre.

L’apostolo Paolo ci insegna che siamo “in Cristo” come frutto dell’opera di grazia di Dio. L’apostolo Giovanni, invece, ci istruisce sulla rivelazione del Padre e del Figlio e sulla comunione stabilita in relazione a questa realtà, nella quale ogni figlio di Dio, anche il più giovane nella fede, è stato introdotto, affinché possiamo dimorare “nel Figlio e nel Padre”. Il Figlio è menzionato per primo perché non possiamo dimorare nel Padre se non dimoriamo prima nel Figlio. Dimorare significa rimanere nella conoscenza e nella consapevole comunione con il Figlio e con il Padre, una comunione resa possibile per noi dal fatto che siamo nati da Dio e abbiamo ricevuto l’Unzione.

Versetto 25

E questa è la promessa che egli ci ha fatta: la vita eterna.

Dimorare nel Figlio e nel Padre significa avere la vita eterna. La promessa della vita eterna esisteva già “prima di tutti i secoli”, come afferma Tito 1:2. Il Signore Gesù ha detto riguardo alla vita eterna: “questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3). Tuttavia, il versetto 25 del nostro capitolo fa un ulteriore passo avanti: colui che dimora nel Figlio e nel Padre dimora nella vita stessa, che è eterna. La Vita Eterna era stata manifestata e contemplata, ma solo gli apostoli ebbero il privilegio di vederla con i propri occhi. Ora, invece, possiamo possedere questa vita e dimorare in essa, e questo dono è esteso a tutti noi, poiché queste cose sono state scritte ai figlioletti nella famiglia di Dio.

Versetti 26 e 27

Vi ho scritto queste cose riguardo a quelli che cercano di sedurvi. Ma quanto a voi, l’unzione che avete ricevuta da lui rimane in voi, e non avete bisogno dell’insegnamento di nessuno; ma siccome la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera, e non è menzogna, rimanete in lui come essa vi ha insegnato.

L’apostolo ha detto tutto questo per rafforzare i ragazzi contro coloro che diffondevano insegnamenti ingannevoli. Nel versetto 27 ritorna ancora sul soggetto dell’’Unzione, poiché è mediante lo Spirito che è stato donato loro che tutte queste cose sono accessibili. Che incoraggiamento sapere che l’Unzione dimora in noi! Qui non vi è né variazione né errore. E l’Unzione non solo dimora in noi, ma ci insegna ogni cosa. L’istruzione può giungere dall’esterno, ma è per mezzo dello Spirito Santo che abbiamo la capacità di comprenderla. Non abbiamo bisogno che un uomo ci insegni. Questa affermazione non ha lo scopo di screditare i dottori (insegnanti) che il Signore ha suscitato e dotato per fare la Sua opera, altrimenti si potrebbe addirittura mettere in discussione questa stessa epistola che stiamo leggendo. L’intento è piuttosto quello di farci comprendere che, per quanto utili possano essere i dottori spirituali, essi non sono assolutamente indispensabili, mentre l’Unzione lo è.

L’Unzione, Colui stesso che unge, è la verità. Questo concetto viene ribadito con termini leggermente diversi nel capitolo 5 v 6. Cristo è la verità come un Oggetto posto davanti a noi. Lo Spirito è verità, poiché Egli porta la verità nei nostri cuori attraverso l’insegnamento divino. A questi piccoli figlioletti, Giovanni poteva dire: “come essa vi ha insegnato”, perché essi possedevano già l’Unzione.

Grazie a Dio, anche noi abbiamo ricevuto l’Unzione. Per questo motivo, l’espressione “rimanete in Lui” è valida anche per noi. Possiamo essere solo dei figlioletti, con una conoscenza limitata, ma nulla deve distoglierci da questa vita e dalla comunione nella quale siamo stati introdotti! Tutto è centrato su di Lui. Dimoriamo in Lui.

Versetti 28 e 29

E ora, figlioli, rimanete in lui affinché, quando egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna. Se sapete che egli è giusto, sappiate che anche tutti quelli che praticano la giustizia sono nati da lui.

Il paragrafo rivolto in modo speciale ai “figlioli” iniziava al versetto 18 e si concludeva al versetto 27. Al versetto 28 compare l’espressione “figlioli” in un senso più generale: è lo stesso termine usato nei versetti 1 e 12 (cap. 2), e lo ritroveremo anche in 3:7, 10, 18.

Dal versetto 28, l’apostolo torna a rivolgersi all’intera famiglia di Dio, a tutti coloro che sono Suoi figli, indipendentemente dalla loro crescita o condizione spirituale. Aveva appena rassicurato i figlioletti che avevano ricevuto l’Unzione e che, di conseguenza, potevano “dimorare in Lui”. Ora si rivolge a tutta la famiglia di Dio ed esorta tutti a “dimorare in Lui”. Ciò che è valido per i figlioletti è valido per tutti, e il solo modo per crescere spiritualmente e portare frutto è proprio questo: dimorare in Lui. Quando ci allontaniamo da Lui e gli affetti e gli interessi del nostro cuore si concentrano sulle cose del mondo, allora diventiamo deboli e sterili. L’apostolo considerava la manifestazione di Cristo, quando tutti saremo rivelati per quello che siamo veramente, e desiderava che in quel giorno avessimo piena fiducia e non fossimo coperti di vergogna.

Egli sarà manifestato, e anche noi saremo manifestati alla Sua venuta; è ovviamente possibile che un credente potrebbe trovarsi coperto di vergogna in quell’ora solenne. È molto probabile che, con queste parole, l’apostolo esprimesse il suo senso di responsabilità nei loro confronti e il suo desiderio che essi gli facessero onore, se così possiamo dire, in quel giorno. Ma queste parole indicano certamente anche che ciascuno di noi potrebbe provare vergogna per sé stesso. Possa ognuno di noi dimorare realmente in Lui, affinché ora possiamo portare frutto ed avere piena fiducia; e affinché non ci sia vergogna né per noi né per coloro che hanno lavorato per la nostra edificazione, siano essi evangelisti o pastori.

Il versetto 28 forma un breve paragrafo a sé stante, e sarebbe stato meglio se il capitolo 2 si fosse concluso con esso. Dal versetto 29 inizia un altro paragrafo che si estende fino al versetto 3 del cap. 3.

Ci si potrebbe ora chiedere: chi sono i figli di Dio? E come possiamo distinguerli con precisione da coloro che non lo sono? 

La risposta che viene data qui è che i figli di Dio sono coloro che sono nati da Dio, e li si può riconoscere perché praticano la giustizia. “Praticare” significa fare qualcosa in modo abituale e caratteristico. Non si tratta di agire secondo giustizia solo occasionalmente, di tanto in tanto, ma di viverla come una costante nella propria vita. Non la praticano in modo perfetto, uno solo lo ha fatto perfettamente, ma essendo nati da Dio, possiedono necessariamente la Sua natura. Egli è giusto, lo sappiamo molto bene. Dunque, coloro che sono nati da Lui devono necessariamente essere caratterizzati dalla giustizia: non potrebbe essere altrimenti. Pertanto, quando vediamo qualcuno praticare davvero la giustizia, possiamo giustamente supporre che sia un vero figlio di Dio. 

La pratica della giustizia è una questione di grande importanza, che va ben oltre il semplice atto di pagare cento centesimi per un euro. Bisogna cominciare con Dio e renderGli ciò che Gli è dovuto, e solo dopo considerare come rendere agli altri ciò che è loro dovuto. Non si può dire di un non credente che pratica la giustizia, perché non ha mai compiuto il primo passo verso di essa. Non pratica ciò che è giusto agli occhi di Dio. 

Noi conosciamo Dio. Egli è giusto, quindi quando qualcuno pratica la giustizia, possiamo senza alcun dubbio considerarlo nato da Dio. Egli appartiene alla famiglia divina. Che amore meraviglioso è questo! Ed è il Padre stesso a concedercelo! 

Il termine che Giovanni utilizza qui è “bambini” piuttosto che “figli”. È un termine più intimo. Nella Scrittura, anche gli angeli sono definiti “figli di Dio”. Tutte le cose appartengono a Dio in quanto sono state create da Lui, ma per essere Suoi figli è necessario essere “nati da Lui”. È qualcosa di più profondo e al contempo più intimo, e possiamo solo rimanere stupefatti di fronte all’amore di Dio, che ci ha concesso una tale grazia. Siamo stati introdotti in questa nuova relazione per opera di Dio stesso, realizzata in noi mediante la potenza dello Spirito Santo. Avrebbe potuto decidere, pur salvandoci, di introdurci in una relazione con Lui di livello inferiore. Ma no, questa è stata l’espressione del Suo amore. 

Ma c’è di più: proprio come il fatto di essere stati generati da Lui ci ha legati a Lui in questa nuova relazione, allo stesso modo ci ha separati dal mondo in modo radicale. Quando Cristo era sulla terra, il mondo non ha né conosciuto né compreso né Lui né Suo Padre, perché Egli era totalmente opposto al mondo, sia nella Sua origine che nella Sua natura. Disse loro: “Voi siete di quaggiù; io sono di lassù. Voi siete di questo mondo; io non sono di questo mondo” (Giovanni 8:23). E ancora, quando essi pretendevano di avere Dio per Padre, Egli disse: “Se Dio fosse vostro Padre, mi amereste” (Giovanni 8:42). Il problema era che non possedevano la natura che li avrebbe resi capaci di conoscere o comprendere Cristo. Noi invece, grazie a Dio, abbiamo la natura che Lo conosce e Lo ama; ed è proprio per questo motivo che il mondo non ci conosce né ci comprende. È una conseguenza inevitabile della nostra nuova natura.

Capitolo 3

Versetti 1 e 2

Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è.

La posizione di figli ci appartiene ora. L’amore del Padre, che è il tratto distintivo di questa relazione, è nostro adesso. Ma vi è ancora qualcosa che attendiamo. Ciò che saremo non è stato ancora manifestato, ma lo sarà quando Il Signore apparirà. Quando Egli sarà manifestato nella Sua gloria, non saremo soltanto con Lui, ma anche simili a Lui, poiché Lo vedremo così com’è. In quel giorno, il mondo Lo vedrà rivestito della Sua maestà e della Sua potenza. Lo vedranno nelle Sue glorie ufficiali. Noi, invece, Lo vedremo nelle Sue glorie personali più intime. I re di questo mondo si mostrano con i loro abiti cerimoniali durante le occasioni ufficiali, ma i membri della loro famiglia li vedono nella loro intimità, così come sono realmente. 

Dobbiamo essere simili a Lui per poterLo vedere così com’è. Solo portando l’immagine del Celeste potremo camminare nei cortili celesti e contemplarLo in modo intimo. Saremo effettivamente simili a Lui. Oggi non vi è nulla di speciale nell’apparenza dei figli di Dio. Spesso sono persone umili e disprezzate. In autunno si vedono molti bruchi poco attraenti strisciare tra le ortiche. Ciò che diventeranno non è ancora visibile. Ma attendete l’estate successiva, quando si schiuderanno trasformandosi in splendide farfalle! Allo stesso modo, noi appariremo simili a Lui nel giorno della Sua manifestazione. In quel momento, saremo visti nello stato che si addice ai figli di Dio.

Versetto 3

E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com’egli è puro.

Questa è la nostra speranza in Cristo. Quando la consideriamo, dobbiamo certamente essere consapevoli della potenza che ha di elevarci e purificarci. Se questa è il nostro destino, non possiamo accontentarci di tollerare le impurità di questo mondo, che siano dentro di noi o attorno a noi. Dobbiamo purificarci avendo dinanzi agli occhi una tale speranza. Potremmo forse convivere con l’impurità se queste verità fossero per noi solo semplici nozioni o teorie, ma ciò diventa impossibile se si tratta di una speranza reale. Con questa speranza ardente nei nostri cuori, dobbiamo purificarci, e questo processo continuerà per tutto il tempo che trascorreremo su questa terra, poiché la misura della purezza è “com’ Egli è puro”.  Possiamo applicare a questa verità il passo di Marco 9:3, dove si dice che le Sue vesti “divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare”. Nessun lavandaio sulla terra può renderci così puri; raggiungeremo questo livello solo quando saremo simili a Lui nella gloria.

Versetti da 4 a 9

Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge.

Passando dal versetto 3 al versetto 4 di questo capitolo, notiamo un cambiamento netto e improvviso. Abbiamo appena visto come possiamo riconoscere i veri figli di Dio dalla loro pratica della giustizia. Ora, invece, ci viene mostrato il contrasto assoluto tra i figli di Dio e i figli del diavolo. Queste due categorie rappresentano due “semi” moralmente e spiritualmente distinti sulla terra, in opposizione totale l’uno all’altro. Non si possono né confondere né mescolare, sebbene un individuo possa passare dall’uno all’altro grazie ad un intervento Divino, venendo rigenerato da Dio. 

Ma prima di tutto, bisogna mettere in evidenza la vera natura del peccato. Alcune versioni traducono la parola “iniquità” con “violazione della legge”. Tuttavia, questa interpretazione non riflette il senso originale del testo. Il versetto afferma: “Chi pratica il peccato pratica l’iniquità, e il peccato è l’assenza di ogni legge” intendendo qui una condotta senza legge e senza freni. Se il peccato fosse semplicemente la trasgressione della legge, allora, come afferma Romani 5:13-14, non ci sarebbe stato peccato da Adamo fino a Mosè, prima della promulgazione della legge. Ma il peccato è qualcosa di ben più profondo: l’iniquità è il rifiuto e la negazione di ogni legge, non solo la violazione di una legge già stabilita. 

Se i pianeti che orbitano intorno al sole improvvisamente rigettassero ogni legge, l’intero sistema solare collasserebbe. Allo stesso modo, l’iniquità, cioè il vivere senza legge e senza freni, nelle creature intelligenti di Dio è una forza distruttiva e mortale, che mina il Suo ordine morale ed il Suo governo universale.

Versetto 5

Ma voi sapete che egli è stato manifestato per togliere i peccati; e in lui non c’è peccato.

Il peccato è dunque un abominio per Dio, che non può lasciarlo perdurare per sempre. Per questo Cristo (Colui in cui il peccato era totalmente assente) è stato manifestato per toglierlo dal mondo. Il versetto 5 sottolinea che Egli è stato manifestato per togliere i nostri peccati, cioè i peccati dei figli di Dio. I nostri peccati sono solo una parte di tutti i peccati, ma qui si parla di questa parte specifica, perché l’accento è posto sul fatto che i figli di Dio sono stati liberati dall’iniquità che prima li caratterizzata e sono stati portati all’obbedienza.

Versetto 6

Chiunque rimane in lui non persiste nel peccare; chiunque persiste nel peccare non l’ha visto, né conosciuto.

Colui nel quale non c’è peccato è stato manifestato affinché i nostri peccati fossero tolti, in modo che rimanessimo in Lui e non peccassimo più. Il versetto 6 presenta il contrasto in termini astratti e deve essere letto in relazione al versetto 4, di modo che il senso del verbo “peccare” sia inteso come “praticare l’iniquità”. I figli di Dio sono caratterizzati dal fatto che dimorano in Colui che è stato manifestato per togliere le loro iniquità; quindi, sotto la Sua guida, non praticano l’iniquità. Al contrario colui che pratica l’iniquità non ha visto né conosciuto questa Persona Benedetta.

Versetto 7

Figlioli, nessuno vi seduca. Chi pratica la giustizia è giusto, com’egli è giusto.

La giustizia del versetto 7 è in contrasto con l’iniquità del versetto 6. Non dobbiamo ingannarci su questo punto, perché l’albero si riconosce dal suo frutto. Si può ragionare dall’albero al frutto e dire che chi è giusto pratica la giustizia. Tuttavia, qui il ragionamento va dal frutto all’albero, perché Giovanni afferma che chi pratica la giustizia è giusto, secondo la giustizia di Colui che lo ha generato. Questo è evidente se colleghiamo i versetti 3:7 e 2:29.

Versetto 8

Colui che persiste nel commettere il peccato proviene dal diavolo, perché il diavolo pecca fin da principio. Per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo.

D’altra parte, chi pratica l’iniquità non è affatto da Dio. È dal diavolo, poiché mostra esattamente lo stesso carattere di Colui da cui proviene. Fin dal principio, il diavolo ha peccato. Fin dall’inizio era dedito all’iniquità, e il Figlio di Dio è stato manifestato per distruggere le sue opere. Ciò che il diavolo ha fatto, conducendo gli uomini all’iniquità, il Figlio di Dio è venuto per annullarlo.

Versetto 9

Chiunque è nato da Dio non persiste nel commettere peccato, perché il seme divino rimane in lui, e non può persistere nel peccare perché è nato da Dio.

Il versetto 9 mette in evidenza ciò che è stato detto nei versetti 6 e 7, formulandolo in modo più solenne. Nessuno che è nato da Dio pratica l’iniquità, e questo per una ragione fondamentale. Il seme divino dimora in lui, e poiché è nato da Dio, non può peccare. Si tratta di affermazioni dogmatiche di grande forza. Non è consentito introdurre alcuna restrizione che possa modificarne la portata positiva ed è per questo motivo che queste hanno rappresentato una grande difficoltà per molte persone.

Due elementi aiutano a chiarire queste difficoltà. Il primo è comprendere la portata delle dichiarazioni astratte. Dicendo “astratte”, intendiamo eliminare deliberatamente dalle nostre menti e dai nostri discorsi qualsiasi idea di limitazione, al fine di far emergere più chiaramente la natura essenziale di ciò di cui parliamo. Prendiamo un’illustrazione molto semplice: diciamo che il sughero galleggia, che l’alcol intossica, che il fuoco brucia. In questo modo, stiamo esprimendo il carattere essenziale o la natura di queste cose, senza soffermarci sulle eccezioni pratiche che sembrerebbero contraddirle. Per esempio, una vecchia signora in una casa isolata potrebbe dire che, in una giornata fredda e ventosa, avrebbe voluto che il fuoco nel suo cammino bruciasse davvero. Sappiamo tutti che questa apparente contraddizione, che può verificarsi occasionalmente, non altera la verità dell’affermazione astratta: il fuoco brucia.

Il secondo elemento è che dobbiamo leggere questo passaggio alla luce del versetto 4, che ne costituisce una sorta di prefazione. Dal versetto 2:12 fino a 3:4 non viene menzionato il peccato. Ma dal versetto 4 al versetto 9 la parola “peccato” appare circa dieci volte in forme diverse; e fin dall’inizio ci viene dato il significato esatto da attribuire a questo termine, ovvero “assenza di legge”. Ci viene dato un corretto significato del termine, ed è per questo che un errore nella sua traduzione (ad esempio “trasgressione della legge” come riportato nella versione autorizzata inglese King James) è particolarmente infelice. L’intero passaggio riguarda la pratica della giustizia, che si esprime nell’obbedienza, in contrasto con la pratica dell’iniquità, che si esprime nella disobbedienza.

Nel versetto 9, colui che è nato da Dio è visto nella sua essenza astratta. Se lo consideriamo al di fuori di questa prospettiva astratta, vedremo che in lui c’è ancora il peccato, e ci sono peccati che, quando vengono commessi, devono essere confessati e perdonati, come è stato già detto all’inizio di questa epistola (1:8 fino a 2:1). Tuttavia, considerato nella sua essenza astratta, egli non pratica l’iniquità e, in effetti, non può essere iniquo semplicemente perché è nato da Dio.

Che affermazione meravigliosa e straordinaria! Questa è la nostra vera natura come nati da Dio. Tuttavia, attualmente, questa realtà è spesso oscurata dalla carne, che è ancora in noi, e alla quale diamo spazio. Ma quando saremo con Lui e saremo come Lui, e Lo vedremo come Egli è, la carne sarà eliminata per sempre. Allora non ci saranno più limitazioni. Il fatto sarà assoluto, e non più soltanto astratto. Quando saremo glorificati con Cristo, non solo non peccheremo più, ma sarà impossibile per noi peccare. Non potremo peccare più di quanto possa peccare Lui.

Se qualcuno desidera un aiuto ulteriore per comprendere meglio questo argomento, può trovarlo confrontando questo passo con Romani 8:7-8. In quel brano, la carne è vista nella sua natura astratta, ed è esattamente l’opposto di ciò che troviamo qui. La carne è essenzialmente iniqua (senza legge, senza freni) ed è completamente opposta a Dio e alla Sua natura.

Versetto 10

In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chiunque non pratica la giustizia non è da Dio; come pure chi non ama suo fratello.

Il versetto 10 presenta un altro fatto caratteristico dei veri figli di Dio. Non solo praticano la giustizia, ma sono anche contrassegnati dall’amore. Altri passi della Scrittura ci mostrano che l’amore dovrebbe caratterizzare il nostro contatto con il mondo. Qui ci viene detto di mostrare amore ai nostri fratelli, cioè a tutti coloro che, come noi, sono nati da Dio. Coloro che hanno la loro origine in Dio e coloro che hanno la loro origine nel diavolo sono quindi chiaramente differenziati da queste due cose: i primi hanno la giustizia e l’amore, gli altri non hanno nessuna di queste cose.

L’amore e la giustizia sono strettamente correlati, ma distinti. L’amore ha a che fare con la natura di Dio. “Dio è amore”, leggiamo, mentre non leggiamo che Dio è giustizia. L’amore è ciò che Egli è in sé stesso. La giustizia esprime la sua relazione con tutti coloro che sono esterni a lui. Noi nasciamo da Dio: quindi da una parte manifestiamo la sua natura, dall’altra agiamo come Egli opera.

Versetto 11

Poiché questo è il messaggio che avete udito fin dal principio: che ci amiamo gli uni gli altri.

Nei figli di Dio, l’amore deve necessariamente fluire verso tutti coloro che sono Suoi figli. È l’amore della famiglia divina. L’istruzione di amarsi l’un l’altro non era nuova, perché era stata data fin dal principio Fin dal principio siamo stati esortati ad amare. Vedi quanto il Signore insiste su questo argomento in Giovanni 13:34-35.

Versetto 12

Non come Caino, che era dal maligno e uccise il proprio fratello. Perché l’uccise? Perché le sue opere erano malvagie e quelle di suo fratello erano giuste.

Allo stesso modo, l’odio che caratterizza il mondo, e coloro che sono associati al diavolo e alla sua menzogna, risale a tempi molto antichi. Risale anch’esso al principio, all’inizio delle attività del diavolo tra gli uomini. Non appena l’uomo è stato generato nel peccato, dal punto di vista morale è divenuto “progenie” del diavolo. Subito questa caratteristica di malvagità è stata trovata in quell’uomo. Caino era quell’uomo, e l’odio della progenie del maligno fu portata alla luce in tutta la sua forza. Ha ucciso suo fratello. Non c’era amore, ma odio. E perché? Perché non c’era giustizia ma iniquità.

Il quadro fornisce quindi un’illustrazione completa. Caino, progenie del diavolo, era un uomo iniquo che, per questo, odiò e uccise suo fratello. In quanto nati da Dio, abbiamo l’amore come nostra stessa natura, e siamo lasciati quaggiù per praticare la giustizia. Amando i nostri fratelli e praticando la giustizia, manifestiamo che siamo figli di Dio.

Possa questo fatto manifestarsi sempre più chiaramente in ciascuno di noi.

Tutto ciò che è creato si riproduce “secondo la sua specie”. Questo fatto è affermato dieci volte in Genesi 1. Nel nostro capitolo vediamo la stessa legge valida anche nel campo spirituale. Coloro che sono “nati da Dio” sono caratterizzati dall’amore e dalla giustizia, coloro che sono “figli del diavolo” sono caratterizzati dall’odio e dall’iniquità, perché è “secondo la loro specie”. Le due discendenze si manifestano chiaramente in questo, e sono totalmente opposte l’una all’altra.

Versetto 13

Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia.

Non sorprende quindi che il credente si trovi di fronte all’odio di questo mondo. Il “mondo” qui non è inteso come sistema, questo non può odiare, ma si tratta delle persone dominate dal mondo come sistema. Il figlio di Dio non li odia. Come potrebbe, quando amare è la sua vera natura? Il mondo lo odia, per lo stesso motivo per cui chi fa il male odia la luce, per lo stesso motivo per cui Caino odiava Abele. Bisogna ammettere tristemente che molto spesso siamo sorpresi dal fatto di essere odiati. Questo è un po’ ridicolo da parte nostra. Piuttosto, è questo odio che dovremmo aspettarci   secondo la natura delle cose.

Versetto 14

Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.

Il cristiano non odia, egli ama. Ma al versetto 14 non è detto, in contrasto, che noi amiamo il mondo. Se fosse affermato, saremmo in pericolo di entrare in conflitto con il versetto 2:15. È vero che dobbiamo essere caratterizzati dall’amore per gli uomini in generale, come mostrano Romani 13:8-10, ma ciò che viene detto qui è che amiamo i fratelli, cioè tutti coloro che sono nati da Dio. L’amore è la vita stessa della famiglia di Dio.

Come passiamo dalla morte alla vita? Una risposta a questa domanda ci è data in Giovanni 5:24. Si passa dalla morte alla vita ascoltando la parola di Cristo e credendo in Colui che Lo ha mandato. Nel passo che stiamo considerando, la risposta è evidente: nascendo da Dio, il contesto lo rende chiaro. Associando i due passi, otteniamo da un lato quello che potremmo chiamare il nostro lato umano della questione e, dall’altro, il lato divino. Decidere esattamente come i due aspetti, il divino e l’umano, si combinino è qualcosa che ci supera. Il modo esatto in cui il divino e l’umano si uniscono è un mistero, sia in Cristo stesso, sia nella Scrittura ed in qualsiasi altro ambito.

Ma il fatto rimane: siamo passati dalla morte alla vita, e la prova è che amiamo i fratelli, perché l’amore è praticamente la vita stessa della famiglia, come lo è per il Padre. Ciò che l’apostolo Giovanni afferma qui conferma le dichiarazioni così forti sull’amore che l’apostolo Paolo fa all’inizio di 1 Corinzi 13. Paolo ci dice che se qualcuno di noi non ama il proprio fratello, allora egli rimane nella morte, a prescindere dalle apparenze. Egli ci insegna che, nonostante tutto ciò che potremmo sembrare avere, se non abbiamo l’amore, non siamo nulla, semplicemente non ha valore per Dio

Versetto 15

Chiunque odia suo fratello è omicida; e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna.

Il versetto 15 consolida il pensiero. Non possiamo essere neutrali in questo ambito. Se non amiamo nostro fratello, lo odiamo; e chi odia, è potenzialmente un omicida. Per Caino è stato davvero così, ma in Matteo 5:21-22, il Signore Gesù pone l’accento non tanto sull’atto in sé, quanto sull’ira e sull’odio che conducono all’atto; ed è esattamente ciò che fa anche questo passo. Chi è posseduto da uno spirito di odio, è posseduto dallo spirito di omicidio, e una persona del genere non può avere la vita eterna.

Come abbiamo visto, la nostra realizzazione della vita eterna è nella misura in cui dimoriamo “nel Figlio e nel Padre” (2:24-25). Dimorando in Lui, la vita eterna dimora in noi, e la natura essenziale di questa vita è l’amore.

Versetto 16a

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi

Ma sebbene l’amore sia il semplice respiro della vita che possediamo, nessuno di noi lo possiede come se fosse una piccola sorgente a sé stante La manifestazione soggettiva dell’amore in noi non può mai essere separata dalla sua manifestazione oggettiva in Dio. È per questo motivo che dobbiamo sempre guardare fuori da noi stessi, se vogliamo realmente percepire l’amore così com’è nella sua essenza. “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la Sua vita per noi” (3:16). Questa è stata la manifestazione suprema del vero amore.

Se desideriamo comprendere l’amore in modo adeguato, dobbiamo meditare profondamente su tutta la virtù, l’eccellenza e la gloria racchiuse in questa parola: “Egli”, e poi contemplare il peccato, l’infelicità e la miseria che caratterizzavano il “noi”. È di fondamentale importanza farlo, perché è l’unico modo per affrontare alla responsabilità che, di conseguenza, ricade su di noi. Egli ha manifestato il Suo amore dando la Sua vita per noi. Come frutto di questa opera, viviamo nella Sua vita, che è una vita d’amore. Si chiude così un cerchio di bellezza perfetta: Egli ci ha amati; ha dato la Sua vita per noi; noi viviamo della Sua vita; noi amiamo.

Versetto 16b

anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli.

Passiamo ora alla nostra responsabilità: “Dare la nostra vita per i fratelli” (3:16). L’amore in noi dovrebbe andare così lontano. Priscilla e Aquila erano arrivati fino a questo punto per Paolo, perché avevano rischiato la vita per lui (Romani 16:4). L’avrebbero fatto anche per un credente molto umile, “normale”, ci chiediamo? Certamente, perché sono posti in cima alla lunga lista dei cristiani degni di essere salutati in Romani 16. In ogni caso, è fino a questo punto che può arrivare l’amore della natura Divina.

Se l’amore si può spingere così lontano, arriverà anche in qualsiasi punto anche un po’ più basso. Ci sono molti modi in cui un figlio di Dio può “dare la sua vita per i fratelli”, senza che questo implichi la morte, o anche senza contemplarla realmente. La famiglia di Stefana, per esempio (1 Corinzi 16:15), era “dedicata al servizio dei fratelli”. Se non mettevano la loro vita per i fratelli, almeno la dedicavano al loro servizio. Hanno servito Cristo a favore delle membra del Suo Corpo e hanno mostrato amore in modo molto pratico.

Versetto 17

Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?

L’amore di Dio dimorava in loro e deve dimorare in noi come il versetto 17 lo mostra. Se è così, deve necessariamente trovare un modo per riversarsi sugli altri figli di Dio. Dio non ha dei bisogni ai quali noi potremmo provvedere. Egli dice: “Sono mie infatti tutte le bestie della foresta, mio è il bestiame che sta sui monti a migliaia” (Salmo 50:10). Sono i figli di Dio che hanno afflizioni e bisogni in questo mondo. Il modo pratico per mostrare il nostro amore per Dio è prenderci cura dei Suoi figli se li vediamo nel bisogno. Se abbiamo dei mezzi del mondo, e rifiutiamo la compassione verso il nostro fratello bisognoso per godere da soli dei nostri beni, è certo che l’amore di Dio non dimora in noi.

A questo punto, sottolineiamo questa parola molto caratteristica di questa epistola: dimorare. È importante sottolinearlo per seguire meglio la continuità del pensiero dell’apostolo. Poiché si occupa di ciò che è fondamentale ed essenziale nella vita e nella natura divina, è inevitabile che parli delle cose che dimorano.

Versetti 18 e 19

Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità. Da questo conosceremo che siamo della verità e renderemo sicuro il nostro cuore davanti a lui.

Il versetto 18 non è rivolto ai “figlioletti”, ma a tutti i figli di Dio, indipendentemente dal loro livello spirituale. Ricordiamoci sempre che l’amore non è un semplice sentimento, né una questione di parole dolci pronunciate con le labbra. È una questione di azione e realtà. L’amore che abbiamo visto nel versetto 16 non esiste solo nelle parole, ma si manifesta in un atto di suprema virtù. L’amore di Dio dimorava nella persona del Signore Gesù, ed Egli ha dato la Sua vita per noi. Se l’amore di Dio dimora in noi, esprimeremo il nostro amore per il fratello con azioni e opere, piuttosto che con sole parole.

Se amiamo così NELLA verità, sarà evidente che siamo DALLA verità. Siamo, per così dire, nati dalla verità, ed è per questo che la verità si esprime nelle nostre azioni; e non solo gli altri saranno certi che siamo dalla verità, ma noi stessi avremo fiducia nei nostri cuori davanti a Dio. Un uomo può comprare ciò che gli viene detto essere un melo di una certa varietà, e per garantirglielo gli viene consegnato un certificato firmato dal coltivatore che ha piantato l’albero. È una buona garanzia, ma potrebbe comunque esserci un errore. Tuttavia, quando nella stagione giusta l’uomo raccoglie dall’albero mele di quella varietà, allora ha la certezza più assoluta. Allo stesso modo, quando l’amore e la verità di Dio producono frutto nella nostra vita e nelle nostre azioni, i nostri cuori possono avere piena certezza e stare tranquilli

Versetto 20

Poiché se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.

“Ahimè! Non sono affatto positivo; questo frutto tanto desiderato è spesso mancato in me”, è così che molti di noi si esprimerebbero. E l’apostolo prevede proprio questa reazione nel versetto successivo. Riflettendo su queste cose, i nostri cuori ci condannano. E quanto è solenne allora il fatto che “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (3:20). È un pensiero solenne, ma al tempo stesso pieno di consolazione; basta vedere come questa verità abbia agito nel cuore di Simon Pietro, secondo il racconto di Giovanni 21:17. 

Pietro si era vantato con grande sicurezza del suo amore per il Signore, eppure aveva clamorosamente fallito nel dimostrarlo con i fatti. Al contrario, lo aveva rinnegato per ben tre volte, addirittura con giuramenti e maledizioni. Ora il Signore lo interroga per tre volte su questo punto, mettendo alla prova la sua coscienza. Pietro non ha più la sicurezza di prima; il suo cuore lo condanna, anche se, in fondo, sa di amare davvero il Signore. Se Pietro aveva una certa consapevolezza della sua colpa, il Signore, che conosce ogni cosa, ne vedeva la profondità molto più chiaramente di lui. Tuttavia, proprio perché vedeva tutto, sapeva anche che, nonostante il rinnegamento, in Pietro ardeva un amore sincero. E così Pietro si abbandona con fiducia a questa certezza: “Signore, tu conosci ogni cosa, tu sai che ti voglio bene” (Giovanni 21:17). Anche noi, nelle nostre debolezze, possiamo trovare conforto in questa stessa verità: Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.

Versetto 21

Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio

D’altra parte, ci sono occasioni in cui, grazie a Dio, il nostro cuore non ci condanna; occasioni in cui la vita, l’amore e la verità di Dio nelle nostre anime sono state forti ed espresse nella pratica. Quindi abbiamo fiducia e sicurezza davanti a Dio. Abbiamo la libertà alla Sua presenza. Possiamo farGli richieste con la certezza che Egli risponderà e che a tempo debito riceveremo ciò che abbiamo chiesto.

Versetti 22 e 23

e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri secondo il comandamento che ci ha dato.

La frase “qualunque cosa chiediamo” nel versetto 22 ci presenta un assegno in bianco, con la libertà di compilarlo. Ma il “noi” si riferisce alle persone che osservano i suoi comandamenti. Questi sono coloro i cui cuori non li condannano, quelli che osservano il Suo comandamento e fanno le cose che Gli piacciono. Queste persone possono ricevere assegni in bianco. Sono i cristiani che amano a fatti, e non solo a parole; sono caratterizzati da questa obbedienza che tanto piace a Dio. Chi è caratterizzato dall’amore e dall’obbedienza avrà i suoi pensieri e desideri in armonia con quelli di Dio in modo che chiederà secondo la Sua volontà, e quindi riceverà le cose che desidera.

Osserviamo i suoi comandamenti, ma vi è un comandamento che spicca in modo particolare, ed è diviso in due capi: fede e amore. Dobbiamo credere nel nome di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, e poi amarci gli uni gli altri come ha comandato ai suoi discepoli, in particolare nel vangelo di Giovanni 13:34-35.

Qui riconosciamo le due cose così spesso menzionate insieme nelle Epistole. Paolo non era mai stato a Colosse, ma rendeva grazie a Dio per questa assemblea “abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell’amore che avete per tutti i santi” (Col 1:4). Queste due cose familiari sono la prova della vera conversione, la prova dell’autentica opera di Dio.

Ciò che potrebbe non esserci così familiare è che sia la fede che l’amore sono trattati come un comandamento. Vale la pena notare che, di tutti gli apostoli, Giovanni è quello che ha scritto di più ai cristiani sui comandamenti che ci sono stati dati. Scrisse quando gli altri apostoli non erano più in vita, e quando cominciò ad aumentare la tendenza a trasformare la grazia in dissolutezza; questo è il motivo di questa particolare insistenza, crediamo. Questi non sono comandamenti legali da adempiere per stabilire la nostra giustizia davanti a Dio; ma sono comunque comandamenti. Ciò che Giovanni ci dichiara in questa epistola è affinché noi potessimo essere introdotti nella comunione con Dio. Se entriamo in questa comunione, scopriamo rapidamente i comandamenti e non c’è nulla di incompatibile tra loro. Sono completamente in accordo, perché la comunione si gusta e si mantiene solo nell’obbedienza ai comandamenti.

Versetto 24

Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. Da questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

È su questo punto che il versetto 24 insiste: colui che dimora in Lui è il credente che cammina nell’obbedienza. Alla fine del capitolo 2, tutti i figli di Dio, l’intera famiglia di Dio, erano stati esortati a dimorare in Lui, poiché questo è il cammino di una vita cristiana autentica e fruttuosa. Qui troviamo un ulteriore aspetto: il dimorare in Lui dipende dalla nostra obbedienza. Le due cose sono strettamente collegate, influenzandosi reciprocamente: chi dimora in Lui obbedisce, ma è altrettanto vero che chi obbedisce dimora in Lui. 

L’obbedienza, però, porta anche a un altro risultato: non solo noi dimoriamo in Lui, ma anche Lui dimora in noi. Se dimoriamo in Lui, attingiamo necessariamente da Lui le sorgenti vive della nostra vita spirituale; e poiché la nostra vita pratica è nutrita dalla Sua, allora è la Sua stessa vita a manifestarsi in noi, rendendo evidente che Egli dimora in noi. In questo passo, Giovanni mette in risalto un principio che Paolo esprime come esperienza personale in Galati 2:20: poiché viveva “nella fede nel Figlio di Dio”, poteva affermare con certezza: “Cristo vive in me”. 

Noi sappiamo che Cristo dimora in noi grazie allo Spirito che ci è stato donato. Lo Spirito è la forza vitale della nuova vita che abbiamo in Cristo, ed è chiamato in altri passi “lo Spirito di Cristo”. Anche coloro che ci osservano possono riconoscere che Cristo dimora in noi, vedendo in noi, almeno in parte, il Suo carattere. Noi lo sappiamo con certezza perché ne abbiamo la testimonianza interiore dello Spirito che ci è stato dato.

Nel capitolo 2, si era già fatto riferimento allo Spirito Santo come “l’Unzione”, il dono che permette anche ai credenti più giovani di conoscere la verità. Ora, invece, viene messo in evidenza un altro aspetto della Sua opera: Egli è lo Spirito attraverso cui Cristo dimora in noi, affinché possiamo manifestarlo nel mondo. Lo Spirito è anche Colui che ha permesso alla Parola di Dio di essere rivelata e trasmessa: inizialmente attraverso gli apostoli e i profeti che Egli ha ispirato. È la potenza attraverso la quale la Parola di Dio viene data, così come è la potenza attraverso la quale viene ricevuta. 

Questo è un punto che ha sempre rappresentato un bersaglio per gli oppositori della verità. Già nei primi tempi della Chiesa, erano sorti alcuni anticristi, noti come “gnostici”, termine che significa “coloro che sanno”. Anche loro parlavano attraverso una potenza spirituale, ma non era quella di Dio. Pretendevano di possedere una conoscenza superiore e contrapponevano le loro dottrine alla verità rivelata dagli apostoli. Proprio per questo motivo, l’apostolo Giovanni si prende un momento di pausa dal suo argomento principale nei primi versetti del capitolo 4. 

Questa digressione era di grande importanza all’epoca e lo è ancora oggi, come vedremo.

Capitolo 4

Versetti da 1 a 3

Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo.

Tra le astuzie del diavolo, l’imitazione occupa un posto di rilievo. Nell’Antico Testamento, ad esempio, quando Dio manifestò la Sua potenza attraverso Mosè davanti al faraone, i maghi egiziani cercarono di riprodurre i suoi miracoli per quanto possibile, nel tentativo di neutralizzare l’effetto che questi segni avevano sull’animo del faraone. Lo stesso accadde quando fu istituito il santuario a Gerusalemme con le sue cerimonie di culto: Geroboamo riuscì facilmente a distogliere le dieci tribù instaurando una religione di imitazione a Betel e a Dan. Nei primi versetti del capitolo 4, vediamo che Satana iniziò molto presto a introdurre falsi insegnamenti, subito dopo che la fede era stata trasmessa ai santi dagli apostoli scelti da Dio. 

L’apostolo Giovanni, l’ultimo degli apostoli, visse abbastanza a lungo per vedere molti falsi profeti già diffusi nel mondo (4:1). Gli apostoli, animati e sostenuti dallo Spirito Santo, trasmettevano la Parola di Dio, sia oralmente che per iscritto. Ma ben presto comparvero altri uomini che parlavano con un’apparente autorità spirituale, come se fossero anch’essi ispirati. Tuttavia, il loro messaggio era molto diverso da quello degli apostoli, sebbene affermassero di perfezionarlo e ampliarlo. Questo insegnamento appariva attraente e seducente, ma era davvero la verità? Come distinguerlo? 

Abbiamo già osservato che, in questa lettera, ogni pretesa viene testata. E più siamo circondati da imitazioni, più diventa necessario verificare attentamente. La questione è di primaria importanza: come distinguere “lo Spirito di Dio” dallo “spirito dell’Anticristo”, “lo spirito della verità” dallo “spirito dell’errore”? Dobbiamo esaminare gli spiriti, ma secondo quale criterio? 

Il primo test riguarda Cristo stesso e la verità sulla Sua persona. Lo spirito confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne? Se sì, viene da Dio; se no, non è da Dio. È un test semplice, ma di fondamentale importanza. 

Non possiamo dire di noi stessi che “siamo venuti nella carne”. L’Eterno aveva dichiarato molto tempo prima: “Lo Spirito Mio non contenderà per sempre con l’uomo, poiché… egli non è che carne» (Genesi 6:3). Noi siamo carne. Inoltre, non possiamo dire di essere venuti nella carne perché non esistevamo prima della nostra nascita e non abbiamo avuto alcuna possibilità di scegliere il modo in cui venire al mondo. Essere esseri umani significa avere un corpo di carne e sangue. Ma per Gesù Cristo è stato diverso. Egli esisteva da sempre e avrebbe potuto manifestarsi in modi differenti. E infatti, nell’Antico Testamento, lo vediamo apparire in forme diverse, come l’”Angelo del Signore”. 

La verità è che Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio, è venuto nella carne tra noi, diventando veramente uomo. I falsi dottori non riconoscevano questa verità. Esprimevano menzogne riguardo alla Sua divinità, come mostra il capitolo 2:22, e, ugualmente, riguardo alla Sua umanità, come dimostra il capitolo 4:3.

La storia ci dice che una delle prime eresie che colpirono la Chiesa fu proprio quella che Giovanni affronta qui. Si chiamava Docetismo: questa dottrina insegnava che, poiché la materia era considerata intrinsecamente malvagia, Cristo non poteva aver avuto un vero corpo umano di carne e sangue, ma solo un’apparenza corporea, una sorta di illusione. 

Più tardi, un altro errore riguardante l’umanità di Cristo emerse nella Chiesa: alcuni sostenevano che il peccato risiedesse nella parte spirituale dell’uomo piuttosto che nel suo corpo materiale. Perciò negavano l’aspetto spirituale dell’umanità di Cristo e insistevano solo sulla realtà della Sua carne. Questo errore apparve uno o due secoli dopo, ma non è quello a cui Giovanni si riferisce qui. 

Gesù Cristo venne nella carne, in una natura perfettamente santa, ed è per questo che in Lui si manifestò in modo perfetto la vita eterna, come afferma il primo versetto di questa lettera. Negare la Sua incarnazione non significa soltanto negare la possibilità che Dio si sia rivelato chiaramente in mezzo a noi, ma significa anche negare la pienezza della Sua divinità manifestata. Questo punto viene trattato con ancora maggiore fermezza nei versetti successivi: non serve nemmeno un rifiuto esplicito per smascherare l’inganno; basta l’assenza stessa di una chiara confessione della verità per rivelare l’opera dello spirito dell’anticristo.

Versetto 4

Voi siete da Dio, figlioli, e li avete vinti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo.

Nel versetto 4 troviamo un forte contrasto tra i santi (termine che qui comprende tutta la famiglia di Dio, non solo i “figlioletti”) e i falsi profeti. I primi sono “da Dio”, mentre i secondi sono “del mondo”. Nel capitolo 2 abbiamo visto come il Padre e il mondo siano in opposizione totale; qui vediamo che da queste due realtà scaturiscono due famiglie distinte, in contrasto tanto quanto le loro origini. Inoltre, entrambe le famiglie sono abitate da una potenza spirituale, sebbene in modi diversi: da un lato c’è “Colui che è in voi”, dall’altro c’è “chi è nel mondo». I figli di Dio hanno ricevuto l’Unzione dello Spirito di Dio, mentre il mondo “giace sotto il potere del maligno” (5:19); di conseguenza, il maligno dimora in esso. 

Che immenso incoraggiamento sapere che lo Spirito di Dio è più grande di ogni potenza dell’avversario! Questo è il segreto della sorprendente sopravvivenza della fede in Cristo nel corso dei secoli. Il Signore stesso ha detto: “I figli di questo mondo… sono più avveduti dei figli della luce” (Luca 16:8). Se giudicati secondo i criteri umani, i credenti non sono considerati saggi, e purtroppo la realtà non si ferma qui: la storia della Chiesa è segnata da molte infedeltà. I colpi più duri contro la fede sono stati inflitti non solo dagli avversari esterni, ma anche da coloro che si professavano credenti. Tuttavia, la fede ha resistito a ogni attacco, sia da parte di falsi credenti che da parte di coloro che perseguitavano i fedeli, e questo perché lo Spirito Santo dimora nei credenti. 

Qui viene sottolineato il fatto che è attraverso lo Spirito che possiamo superare gli inganni degli anticristi. Nel capitolo 2 abbiamo visto che siamo vincitori grazie alla Parola di Dio che dimora in noi. Tuttavia, essa può dimorare in noi solo se siamo guidati dallo Spirito di Dio. Spirito e Parola operano sempre insieme.

Versetto 5

Costoro sono del mondo; perciò parlano come chi è del mondo e il mondo li ascolta.

Le prime 4 parole del versetto 5, “Costoro sono del mondo”, contrastano nettamente non solo con ciò che precede, “Voi siete da Dio”, ma anche con ciò che segue: “Noi siamo da Dio”. Il “noi” si riferisce chiaramente agli apostoli e ai profeti del Nuovo Testamento, attraverso i quali la Parola di Dio ci è stata trasmessa, poiché il contrasto riguarda il contenuto dei loro messaggi. Coloro che appartengono al mondo parlano secondo i principi del mondo: il mondo è la loro origine e la loro ispirazione. Al contrario, coloro che appartengono a Dio parlano da parte di Dio e secondo la Sua volontà. 

Questo principio ci offre un ulteriore criterio per discernere gli insegnamenti che riceviamo. I falsi insegnamenti provengono dal mondo perché si basano su principi mondani e portano l’impronta del mondo. Di conseguenza, le persone del mondo li accolgono con favore, li comprendono e li accettano con facilità. Tali insegnamenti, anziché scuotere le coscienze e mettere in discussione la mondanità, la confermano e la rafforzano. 

L’insegnamento degli apostoli era di tutt’altra natura. Essi parlavano da parte di Dio, e la potenza e l’autorità delle loro parole erano immediatamente riconosciute da coloro che erano da Dio e Lo conoscevano. Al contrario, coloro che non appartenevano a Dio non davano ascolto al loro messaggio.

Versetto 6

Noi siamo da Dio; chi conosce Dio ascolta noi, chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo conosciamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.

Qui abbiamo un terzo criterio. Coloro che si rivolgono a noi come maestri della verità accettano l’autorità degli apostoli, oppure no? Se non li “ascoltano”, possiamo tranquillamente presumere che non provengano da Dio.

Notiamo che questa prova è la stessa che il Signore applicava a Sé stesso, in Giovanni 10: “Le mie pecore ascoltano la mia voce“, mentre quelle che non erano le sue pecore non credevano. Quando il Signore era sulla terra, coloro che erano da Dio erano caratterizzati dall’ascoltarlo con l’orecchio della fede. Quando gli apostoli erano qui sulla terra, coloro che erano da Dio erano caratterizzati dal fatto che li ascoltavano con l’orecchio della fede. E ora che non ci sono più, abbiamo i loro scritti, questi scritti apostolici, scritture ispirate, e quelli che appartengono a Dio sono caratterizzati dall’ascoltarli con l’orecchio della fede. La modalità di comunicazione può essere diversa, ma ciò che viene comunicato ha la stessa autorità in tutti i casi. Un re della terra può parlare di persona, o per bocca di un ministro debitamente accreditato, oppure può mettere per iscritto il suo messaggio: ci sono differenze quanto al modo di trasmissione, ma nessuna quanto all’autorità del messaggio.

È importante essere del tutto chiari su questo punto, perché oggi non mancano coloro che cercano di screditare gli apostoli e i loro scritti ispirati con il pretesto ingannevole di un ritorno a Cristo. Cominciano dicendo che dovremmo citare solo le parole dirette di Gesù, perché solo esse avrebbero piena autorità. Ma questa posizione non regge a lungo. Non ha basi solide, perché tutte le parole del Signore ci sono giunte attraverso gli scritti degli apostoli e dei profeti. Perciò, in breve tempo, queste persone finiscono per selezionare arbitrariamente quali insegnamenti accettare, riducendo la loro fede a una questione di preferenze personali. Alla fine, non credono più nella rivelazione divina, ma nella loro capacità di discernere e scegliere, cioè in sé stessi. 

Quanto è pesante e superficiale tutta questa incredulità moderna, che fa tanto rumore ma si rivela inconsistente non appena viene analizzata con un minimo di attenzione! 

Siamo davvero riconoscenti che Dio abbia trionfato sulle eresie dei primi tempi, dandoci criteri chiari e semplici per discernere la verità dall’errore. Questi criteri, validi ieri come oggi, ci permettono di riconoscere “lo spirito della verità” e “lo spirito dell’errore”. Se rimaniamo saggi quando ci troviamo di fronte a insegnamenti dubbi, applicheremo subito questi test invece di affidarci alla nostra sola intelligenza.

Versetto 7

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio.

Con il versetto 7 torniamo al filo conduttore del pensiero dell’apostolo. È necessario fare ripetutamente delle digressioni per mettere in guardia contro il male, ma ciò che ci interessa soprattutto è ciò che è bene e ciò che è da Dio. L’amore viene da Dio, e come figli di Dio dobbiamo amarci prima di tutto. Questo è il modo per manifestare la natura divina e per mostrare che siamo nati da Dio e che Lo conosciamo. Chi è nato da Dio ama in modo divino. Chi ama in modo divino è certamente nato da Dio. Entrambe queste affermazioni sono vere; l’unica differenza è che nella prima si ragiona dalla fonte verso l’effusione esterna, e nella seconda si risale da questa effusione esterna verso la fonte.

Versetto 8

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.

Al contrario, chi non ama secondo il modello divino non conosce Dio, per la semplice ragione che Dio è amore. All’inizio di questa epistola abbiamo letto che Dio è luce. Questo principio è alla base di tutto ciò che è stato rivelato in Cristo. In questo capitolo, invece, troviamo per due volte l’affermazione complementare: Dio è amore. 

A prima vista, potrebbe sembrare che ci sia un contrasto tra questi due aspetti. Il peccato, introdotto dal diavolo, ha cercato proprio di creare un conflitto tra la luce e l’amore in Dio. Ma tutta la Scrittura può essere vista come la risposta di Dio a questa sfida: la storia meravigliosa di come la Sua luce e il Suo amore operano insieme in perfetta armonia, per la Sua gloria e per la nostra benedizione.

Versetti 9 e 10

In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

Dio è amore. Questa è una verità fondamentale, un dogma, ma chi cerca di confermarla guardando al mondo peccaminoso e disordinato che lo circonda non vi riuscirà. Bisogna volgere lo sguardo nella giusta direzione. L’amore di Dio è stato manifestato in modo perfetto, ma in una sola direzione, come i versetti 9 e 10 ci mostrano chiaramente. L’invio del Figlio, e tutto ciò che questo ha comportato, è la rivelazione suprema dell’amore divino. 

Il Figlio è stato mandato in un mondo in cui giacevamo, morti spiritualmente sotto il peso dei nostri peccati. È venuto affinché potessimo vivere per mezzo di Lui, e per realizzare questo obiettivo ha compiuto la propiziazione per i nostri peccati. La vita era lo scopo, ma affinché potessimo vivere, era necessario che ci fosse la propiziazione. 

Due cose immense: vita e propiziazione! Dopo la conversione, è la propiziazione a occupare maggiormente i nostri pensieri. Convinti del nostro peccato, comprendiamo il nostro profondo bisogno di perdono, e quale sollievo abbiamo provato nel riconoscere che la propiziazione è stata compiuta dal Figlio, inviato nel mondo come dono dell’amore di Dio! Poi, a poco a poco, iniziamo a comprendere che la propiziazione ha aperto per noi la porta della vita, e che il disegno di Dio era che vivessimo per mezzo di Colui che ci ha inviato. 

Qui questo fatto grandioso è espresso in termini generali: viviamo per mezzo di Lui, perché è Lui che ci ha introdotti nella vita. Nel capitolo successivo vedremo che la nostra vita è in Lui: è poiché siamo in Lui che abbiamo la vita. In Galati 2:20 scopriamo che, nella pratica, la nostra vita è per Lui, perché Lui ne è l’oggetto. In 1 Tessalonicesi 5:10 impariamo che la nostra vita sarà con Lui per sempre. Non possiamo che essere colmi di lode e gratitudine per il fatto che Egli sia venuto nel mondo affinché vivessimo per mezzo di Lui, soprattutto considerando tutto ciò che la Sua venuta ha significato sia per Lui che per il Padre che Lo ha inviato. È stato davvero amore!

Versetto 11

Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.

Questo amore meraviglioso ci impone un obbligo: “noi dobbiamo”. Non si dice “noi possiamo”, né semplicemente “noi amiamo già”, ma “noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”, perché siamo stati amati da un amore così grande. Non evitiamo il pensiero dell’obbligo. 

Tuttavia, non si tratta di un obbligo legale, come se fosse necessario per garantirci una posizione davanti a Dio. È un obbligo che nasce dalla grazia e dalla nuova natura che abbiamo ricevuto, essendo nati da Dio. Essere figli di Dio significa avere una natura incline all’amore, ma questo non cambia il fatto che abbiamo il dovere di amare.

Versetto 12

Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.

Dobbiamo amarci gli uni gli altri perché, come afferma il versetto 12, è proprio attraverso questo amore che l’amore di Dio è reso perfetto (si compie) in noi. L’amore di Dio è stato riversato su di noi, ma il suo scopo si compie pienamente quando si diffonde attraverso ogni credente verso gli altri. Quando questo accade, Dio dimora realmente in noi, poiché Egli è amore, e il Suo carattere diventa visibile nel riflesso della Sua natura, nei Suoi figli. 

Questo versetto dovrebbe essere confrontato con Giovanni 1:18. Entrambi iniziano nello stesso modo. Nel Vangelo, Dio è rivelato nel Figlio. Nell’epistola, Egli deve essere visto come Colui che dimora nei Suoi figli. Questo è il chiaro significato del versetto.

Versetto 13

Da questo conosciamo che rimaniamo in lui ed egli in noi: dal fatto che ci ha dato del suo Spirito.”

Se Dio dimora in noi, allora sarà certamente visibile in noi. Tuttavia, la consapevolezza che Egli dimora in noi ci viene data dallo Spirito che ci ha donato. Il versetto 13 dovrebbe essere confrontato con il versetto 3:24. In quel passo si parlava del fatto che Dio dimora in noi, mentre qui si sottolinea il fatto che noi dimoriamo in Lui e Lui in noi. In entrambi i casi, però, la nostra conoscenza di queste realtà deriva dallo Spirito che ci è stato donato. 

Essendo nati da Dio, possediamo la Sua natura, che è amore. Ma, oltre a questo, Egli ci ha dato il Suo Spirito, e grazie a questa unzione abbiamo la certezza che dimoriamo in Lui e che Lui dimora in noi.

Versetto 14

E noi abbiamo veduto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figlio per essere il Salvatore del mondo.

Inoltre, lo Spirito è la potenza che ci rende testimoni, e il versetto 14 ci presenta il messaggio caratteristico dei figli di Dio. Il “noi” di questo versetto si riferisce, prima di tutto, agli apostoli. Essi avevano visto il Figlio come il Salvatore del mondo in un modo che noi non possiamo vedere. Tuttavia, in un senso più ampio, anche noi possiamo fare nostra questa affermazione. Sappiamo che il Padre ha mandato il Figlio con un disegno che va ben oltre Israele: la salvezza del mondo intero.  È stato spesso sottolineato come il Vangelo di Giovanni sposti l’attenzione dalle promesse riservate ai Giudei per rivelare i propositi universali di Dio. Per esempio, in Giovanni 1, Cristo non è annunciato semplicemente come il Liberatore di Israele, ma come “Colui che toglie il peccato dal mondo”. In Giovanni 4, i Samaritani, dopo averLo ascoltato, scoprono che Egli è il Cristo, il Salvatore del mondo. Ciò che loro hanno scoperto, lo abbiamo scoperto anche noi, e questa verità è diventata il cuore della nostra testimonianza. 

Che meravigliosa connessione tra tutti questi elementi! Dio è amore. Il Suo amore si è manifestato nell’invio del Suo Figlio. Noi viviamo per mezzo di Lui. Lo Spirito ci è stato donato. Dimoriamo in Dio e Dio dimora in noi. Ci amiamo gli uni gli altri. Dio, che è invisibile, viene riflesso in noi davanti agli uomini. E a questi uomini portiamo la testimonianza che il Padre ha mandato il Figlio come Salvatore del mondo.  Tutto ha origine dall’amore divino: esso ci è stato rivelato e ora opera in noi. E più lasciamo che l’amore di Dio si manifesti in noi, più la nostra testimonianza al Salvatore del mondo sarà efficace.

Versetti 15 e 16

Chi riconosce pubblicamente che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.

Quando Giovanni scrisse la sua epistola, tutti sapevano che un uomo, Gesù di Nazareth, era apparso nel mondo ed era morto sulla croce. Non c’era bisogno di testimoniare su questo fatto storico. La testimonianza da rendere riguardava la verità su chi Egli fosse realmente e quale fosse la Sua missione. Per questo, proclamiamo che Egli era il Figlio, inviato dal Padre per la salvezza del mondo. Tutti coloro che accolgono la testimonianza cristiana credono in Gesù come il Figlio di Dio e Lo confessano come tale. E chiunque Lo confessa in questo modo, “Dio rimane in lui, ed egli in Dio”. 

Abbiamo già notato che il termine “dimorare” è una caratteristica chiave di questa epistola. Nel capitolo 2, troviamo quattro riferimenti al fatto che noi dimoriamo in Lui (2:6, 24, 27, 28); un quinto si trova in 3:6, e un sesto in 3:24. Proprio in questo ultimo riferimento viene introdotta la verità reciproca: anche Dio dimora in noi, e “da questo conosciamo che Egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. 

Nel capitolo 4, è questa seconda realtà a essere enfatizzata (4:12, 13, 15, 16): Dio dimora in noi. Questo non è separato dal fatto che noi dimoriamo in Lui, ma chiaramente è il punto su cui l’attenzione è ora focalizzata. L’ordine in cui questi concetti vengono presentati è significativo e istruttivo: prima dobbiamo essere ben radicati nella certezza che dimoriamo in Lui, e solo da qui scaturisce la realtà che Egli dimora in noi. Nei quattro versetti citati, il fatto che Dio dimori in noi è messo in relazione con: 1) l’amore fraterno; 2) il dono del Suo Spirito; 3) la confessione di Gesù come Figlio di Dio; 4) il dimorare nell’amore, poiché Dio stesso è amore. Dio dimora in noi affinché il Suo carattere, il Suo amore e la Sua verità si manifestino attraverso di noi. 

È interessante notare quanto questo insegnamento sia parallelo a quello dell’apostolo Paolo. Nei primi capitoli dell’epistola agli Efesini, il concetto centrale è “essere in Cristo”: noi siamo in Lui. Nell’epistola ai Colossesi, il tema diventa “Cristo in voi”. In altre parole, siamo in Cristo affinché Cristo sia in noi. Tuttavia, c’è una differenza: Paolo si concentra maggiormente sulla nostra posizione e condizione spirituale, mentre Giovanni parla della vita e della natura divine in noi. 

Un altro aspetto degno di nota è che, in questa epistola, il soggetto di “dimorare in Lui” può riferirsi sia a Cristo sia a Dio. Ad esempio, nei versetti 2:6, 28 e 3:6, il “Lui” si riferisce chiaramente a Cristo; mentre in 3:24 e nei versetti del capitolo 4 (13, 15, 16), si riferisce a Dio. In 2:24, si parla di dimorare “nel Figlio e nel Padre”; in 2:27, il riferimento è meno chiaro. L’insieme di questi versetti ci insegna che il Figlio e il Padre sono uno: non si può essere nel Figlio senza essere nel Padre, e viceversa. Per questo, in 2:24, il Figlio è menzionato per primo. 

Nel versetto 16, invece, il soggetto è Dio: “Noi dimoriamo in Lui, ed Egli dimora in noi”. Nell’epistola ai Colossesi, i credenti sono visti come il corpo di Cristo, chiamati a manifestarLo. Qui, invece, siamo visti come figli di Dio, parte della Sua famiglia, che ricevono da Lui la vita e la natura divine. E proprio perché Dio è il nostro Padre, Egli dimora in noi e si manifesta attraverso di noi. Poiché Dio è amore, chi dimora nell’amore dimora in Dio, e Dio, che è amore, dimora in lui. 

Che meraviglia dimorare nell’amore! Un recipiente immerso nell’oceano e che vi rimane è completamente riempito dell’oceano. Allo stesso modo, il figlio di Dio, immerso nell’amore divino, ne è riempito. Ed è proprio questo che rende efficace la nostra testimonianza del fatto che il Padre ha mandato il Figlio. Certamente, è necessario e giusto testimoniare con le parole, ma quando si può anche vedere Dio dimorare nei Suoi figli nella pienezza del Suo amore, allora la testimonianza diventa ancora più potente. Un cristiano ricolmo dell’amore di Dio esercita un’influenza profonda, che agisce con grande efficacia anche senza che lui stesso ne sia consapevole.

Versetto 17

In questo l’amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo.

Nel versetto 4:17 si tratta di “amore con noi”. L’amore è stato compiuto [reso perfetto] con noi (per noi), cioè, l’amore di Dio per noi è stato portato al suo obiettivo finale e al suo culmine. E si consumava [perfezionato] “in questo”, che senza dubbio si riferisce a ciò che immediatamente precede. Colui che dimora in Dio perché dimora nell’amore, e nel quale perciò Dio dimora, deve necessariamente avere ogni certezza nel giorno del giudizio. Sarà infatti certo del giorno del giudizio prima che giunga il giudizio, cioè già nel momento presente.

Il fatto stesso che l’amore di Dio risplenda su di noi è già una cosa meravigliosa. Ma che siamo fatti per dimorare in lui in modo che Dio, che è amore, dimori in noi, che davvero ci porti al culmine di tutta questa cosa. Ciò significa che “così come lui, anche noi siamo in questo mondo”. Questa breve frase è molto profonda nel suo significato. È perfettamente vero se lo leggiamo in relazione alla nostra posizione e accettazione davanti a Dio. Ma questa è solo un’applicazione, non la sua interpretazione nel contesto. Quando il Figlio si fece carne, là c’era l’uomo perfetto, che dimorava in Dio e nel quale Dio abitava, sia durante il suo soggiorno quaggiù che nella sua gloria presente in cielo. E dobbiamo dire ancora adesso: “che è vero in lui e in voi” (2:8). Questi sono i figli di Dio, e dimorano in Dio e Dio in loro. Sono come Lui è, e lo sono proprio ora.

Che meraviglia, questo apogeo di amore! Se lo comprendiamo, anche se molto debolmente, avremo certamente ogni certezza nel giorno del giudizio. Sebbene questo giorno sia motivo di terrore del Signore per coloro che non conoscono Dio, non può esserlo per il cuore di chi, nel momento presente e in questo mondo, dimora in Dio e Dio in lui.

Versetti 18 e 19

Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.

Questo è ciò che dice il versetto 18: “nell’amore non c’è paura”. Questo amore perfetto da parte di Dio, poiché tutto procede da Lui, deve necessariamente scacciare la paura con tutto il suo tormento. Tuttavia, può essere riscontrato in alcuni, coloro che nutrono paure, sia per il giorno del giudizio che per qualcos’altro. Non sono resi perfetti nell’amore. Da parte di Dio, l’amore si è compiuto verso di noi, ma da parte nostra, non possiamo essere resi perfetti nell’amore. Possiamo veramente credere che Dio ci ama, e tuttavia non dimorare così coscientemente nell’amore in modo che non vi sia più spazio per la paura nei nostri cuori.

L’amore di Dio, conosciuto e di cui possiamo gioire, non solo scaccia ogni paura dal nostro cuore, ma produce anche amore in risposta a sé stesso. Non abbiamo la capacità di amare con questo amore divino se non per questo afflusso dell’amore di Dio in noi. A questo proposito, siamo proprio come piccole cisterne. Lui è la Sorgente che non si esaurisce mai. Una volta che siamo collegati a questa Sorgente, l’amore può fluire fuori da noi.

Versetti 20 e 21

Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello.

Al versetto 20, Giovanni ci avverte di essere pratici in questo campo. Un uomo può dire “Io amo Dio” in termini generali. Può anche dirlo in uno stile molto elaborato, rivolgendosi a Dio come in uno spirito di lode, esprimendo bei pensieri e parole toccanti. Ma questo deve ancora essere verificato da un test; poiché Dio è invisibile, e in alcune menti attive i bei pensieri e le belle parole a buon mercato scorrono facilmente. Cosa verificherà l’autenticità di una simile professione?

Se io stesso sono nato da Dio, chiunque altro è nato da Dio mi è fratello. Il Dio che non posso vedere mi si presenta in colui che è nato da Dio, questo fratello che posso vedere. Tuttavia, la prova proposta dalla domanda di Giovanni non si può evitare: “Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? “. La stessa prova si trova nel primo versetto del capitolo successivo, in forma positiva e dogmatica: “Chi ama colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato” (5:1).

Questa è la terza volta in questa epistola relativamente breve che viene sollevato il tema dell’atteggiamento del credente nei confronti del fratello (cfr. 2:9-11; 3:10-23). Quindi questo è ovviamente un argomento molto importante. Traiamo questa conclusione non solo dalla lunghezza dei brani ad essa dedicati, ma anche perché in questo versetto se ne parla come di un comandamento. Il dovere di amarsi gli uni gli altri come fratelli non è solo il messaggio “che avete udito fin dal principio” (3:11), ma anche “il suo comandamento (quello di Dio)… secondo il comandamento che ci ha dato” (3:23). Questo è il comandamento del Signore Gesù confermato e approvato da Dio. Un comandamento dunque della più estrema solennità. La triste storia della chiesa mostra quanto ce ne fosse bisogno. Il dissenso e persino l’odio all’interno della sfera cristiana hanno causato molto più disonore al Nome di Dio e disastri per i santi, di tutta l’opposizione e persino di tutte le persecuzioni del mondo esterno. Se l’amore fosse stato esercitato pienamente da noi, non avremmo evitato le difficoltà, ma le avremmo affrontate con uno spirito completamente diverso, e invece di essere sopraffatti da esse, avremmo prevalso. Non siamo stati avvertiti altrove che l’amore non avrà mai fine? (1 Corinzi 13:8).

Capitolo 5

Versetto 1

Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato.

Quando consideriamo le nostre responsabilità verso i nostri fratelli, c’è sempre il rischio, se lasciamo prevalere la carne, di cadere nella stessa attitudine di Caino, che chiese: “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Genesi 4:9).

Forse non siamo chiamati a essere guardiani, ma sicuramente dobbiamo essere un sostegno, animati da uno spirito d’amore. 

Allo stesso modo, potremmo cadere nella stessa mentalità del dottore della legge in Luca 10, che cercando di giustificarsi, chiese: “E chi è il mio prossimo?” (Luca 10:29). Anche noi potremmo chiederci: “E chi è mio fratello?”. La risposta ci viene data in modo chiaro all’inizio del capitolo 5: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio”. Di conseguenza, siamo chiamati a riconoscere come nostro fratello chiunque crede in Gesù come il Cristo, indipendentemente da chi sia. Non possiamo scegliere solo coloro che ci piacciono. 

Molti di questi fratelli, pur essendo nati da Dio, potrebbero non piacerci affatto dal punto di vista umano. Per educazione, abitudini o carattere, potremmo avere poco o nulla in comune con loro. Inoltre, potremmo non condividere le loro opinioni su molte questioni spirituali. Ma è proprio questo che mette alla prova il nostro amore. Possiamo permetterci di ignorarli e passare oltre, come fece il sacerdote nella parabola del buon Samaritano? No. 

Se amo il fratello che mi è simpatico e con cui mi trovo bene, sto facendo solo ciò che farebbe chiunque altro. “Se infatti amate chi vi ama, che premio ne avete?  Non fanno lo stesso anche i pubblicani?” (Matteo 5:46). Ma se amo mio fratello perché è nato da Dio, anche se non è gentile con me e non mi è simpatico, allora sto manifestando l’amore che appartiene alla natura stessa di Dio. E non c’è nulla di più grande di questo.

Versetti 2 e 3

Da questo sappiamo che amiamo i figli di Dio: quando amiamo Dio e mettiamo in pratica i suoi comandamenti. Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.

Il versetto 2 riassume il tema dicendoci che amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio e camminiamo nell’obbedienza. L’amore per Dio ci spinge ad amare i Suoi figli, e il Suo comandamento ci ordina di farlo. Dunque, se amiamo veramente Dio e osserviamo i Suoi comandamenti, ameremo anche i Suoi figli in modo autentico. Inoltre, come già visto in questa epistola, amore e obbedienza vanno insieme: non è possibile amare Dio senza ubbidirgli. 

Forse abbiamo visto un bambino che esprime con entusiasmo il suo amore per la madre: “Oh, mamma, ti voglio tanto bene!” seguito da abbracci e baci. Ma basta che la madre gli dia un’istruzione che contrasta con i suoi desideri, e subito scoppia in un impeto di collera e disobbedienza! Chi osserva la scena comprende subito il vero valore di quell’amore dichiarato poco prima: è privo di consistenza. Allo stesso modo, ricordiamo che “questo è l’amore di Dio: che osserviamo i Suoi comandamenti” (5:3). 

Il bambino potrebbe trovare le richieste della madre scomode perché lo distolgono dal suo gioco. Ma se ci allontaniamo dalla via dell’obbedienza, non abbiamo nemmeno questa scusa, perché “i Suoi comandamenti non sono gravosi”. Ciò che Dio ci chiede è perfettamente in accordo con la Sua natura, che è amore. E se siamo veramente nati da Dio, possediamo questa natura. 

Sarebbe davvero opprimente se ci venisse imposto qualcosa di totalmente contrario alla nostra natura, come sarebbe per un cane mangiare fieno o per un cavallo nutrirsi di carne. La legge di Mosè imponeva pesi gravosi, perché era stata data a uomini ancora nella carne. Ma noi abbiamo ricevuto dei comandamenti insieme a una nuova natura, che trova la sua gioia nel compiere ciò che Dio comanda. Questo fa tutta la differenza. 

Le parole di Giovanni trovano conferma in Paolo, che afferma: “È Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il Suo disegno benevolo” (Filippesi 2:13). Anche Giacomo lo conferma parlando della “legge perfetta, la legge della libertà” (Giacomo 1:25).

Versetti 4 e 5

Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il Figlio di Dio?

Fortunatamente, riconosciamo ogni vero credente come nostro fratello, poiché è nato da Dio. Ora, nel versetto 4, troviamo che un altro elemento che lo caratterizza: è vittorioso sul mondo. Inoltre, questa vittoria sul mondo è legata alla nostra fede. Crediamo che la “fede” qui non sia solo questa facoltà spirituale dentro di noi di vedere e ricevere la verità, ma anche la verità che riceviamo, la fede cristiana. La vera essenza di questa fede è che Gesù è il Figlio di Dio, come ci mostra il versetto 5.

Riassunto:

Ricapitoliamo quanto abbiamo visto finora. Davanti a noi si è delineato la cerchia cristiana, la famiglia di Dio, composta da coloro che sono nati da Dio. Dio è amore, e quindi coloro che sono nati da Lui partecipano della Sua natura e dimorano nel Suo amore. Dimorando in Lui, Egli dimora in loro; si amano reciprocamente e, così facendo, osservano i Suoi comandamenti. Ma non solo: sono anche vincitori sul mondo, anziché essere sottomessi ad esso. Pur attraversando questo mondo, la famiglia di Dio ne è separata ed è in una posizione grandemente elevata. 

Il segreto della vittoria ha due aspetti. Primo, l’opera divina compiuta nei santi; secondo, la fede in Gesù come Figlio di Dio, che ci viene presentato come il nostro obiettivo e che riceviamo mediante la fede. 

In 1 Giovanni 2:14, abbiamo visto che chi è nato da Dio può vincere il maligno. Al capitolo 3 versetto 9, abbiamo letto che chi è nato da Dio “non persiste nel commettere peccato”. Qui, invece, scopriamo che chi è nato da Dio è vincitore sul mondo. Possiamo quindi affermare che essere nati da Dio garantisce la vittoria sul diavolo, sulla carne e sul mondo. 

Ma c’è un altro elemento da considerare: non solo ciò che Dio ha operato in noi, ma anche ciò che ci è stato rivelato attraverso l’evangelo. Gesù è il Figlio di Dio. Egli non era semplicemente il più grande dei profeti, venuto a introdurre un nuovo ordine sulla terra, secondo le aspettative profetiche. No, Egli era il Figlio che era nel seno del Padre e che ha rivelato le realtà celesti, ben al di sopra e al di fuori di questo mondo. Quando la fede si appropria di questa verità, il mondo perde il suo fascino e può essere messo da parte come una cosa di poco conto. Chi è nato da Dio e vive nella fede in Gesù come Figlio di Dio non può essere sedotto dal mondo: egli lo vince. 

Naturalmente, in tutto ciò stiamo considerando le cose in modo astratto, osservandole nella loro essenza più profonda, senza soffermarci sulle difficoltà e sulle lotte della nostra condizione attuale sulla terra. Eppure, vale la pena vederle in questa prospettiva, perché così possiamo comprendere la loro vera natura, vedendole come Dio le vede. Inoltre, questa è la visione delle cose come esse saranno pienamente manifestate nel giorno futuro, quando Dio avrà completato la Sua opera in noi, poiché Egli “la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Filippesi 1:6). 

Se però guardiamo alla nostra condizione attuale, dobbiamo riconoscere quanto siamo lontani da ciò che abbiamo considerato! Quanto poco dimoriamo nell’amore e, di conseguenza, in Dio, e quanto poco lasciamo che Dio dimori in noi! Siamo onesti nel riconoscerlo. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo mantenere alta la misura divina e giudicare noi stessi in base ad essa. Questo contribuirà alla nostra salute spirituale e alla nostra crescita nel portare frutto. 

La fede che Gesù è il Figlio di Dio è il cuore di tutto ciò che Gesù Cristo, come figura storica, ha rappresentato nel mondo. Nessuno può negare la Sua esistenza storica. Ma la vera domanda è: chi è Egli realmente? Per la nostra fede, la fede cristiana, Egli è il Figlio di Dio.

Versetto 6

Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, cioè Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che ne rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

Una volta stabilito questo, sorge un’altra domanda: come è venuto e in che modo si è manifestato? La risposta si trova nel versetto 6: Egli “è venuto con acqua e sangue”. 

Questa è una di quelle dichiarazioni concise, tipiche degli scritti di Giovanni: semplici nella forma, ma di significato profondo, offrendo una ricca materia di meditazione per chi desidera comprendere.

Qui si fa chiaramente riferimento all’episodio in cui un soldato romano trafisse con una lancia il costato di Cristo già morto, facendo uscire sangue e acqua, come riportato in Giovanni 19:34. Nessun altro evangelista menziona questo dettaglio, e Giovanni vi pone particolare enfasi dicendo: “Colui che lo ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è vera; ed egli sa che dice il vero, affinché voi crediate” (Giovanni 19:35). Giovanni scrisse il suo Vangelo affinché credessimo che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (Giovanni 20:31). È evidente che l’episodio dell’acqua e del sangue testimonia proprio questi due aspetti: Gesù è sia il Cristo che il Figlio di Dio.

Innanzitutto, il sangue e l’acqua testimoniano la Sua vera umanità. Il Figlio di Dio è venuto tra noi come vero uomo, fatto di carne e sangue, non come una semplice apparizione o un’ombra. Questo fatto è stato dimostrato in modo inequivocabile quando dal Suo costato trafitto uscirono sangue e acqua. 

Ma sangue e acqua hanno anche un significato specifico: l’acqua simboleggia la purificazione, il sangue l’espiazione. Dunque, la venuta di Gesù Cristo è stata caratterizzata dalla purificazione e dall’espiazione. Entrambe queste cose erano assolutamente necessarie affinché gli uomini potessero ricevere la benedizione di Dio: dovevano essere purificati dalla corruzione in cui si trovavano e i loro peccati dovevano essere espiati. La purificazione risolveva la questione morale, l’espiazione quella giuridica. Entrambe erano indispensabili. Non sarebbe bastata una trasformazione morale senza la risoluzione della colpa davanti a Dio, né sarebbe stata sufficiente la rimozione della colpa senza una reale purificazione interiore. 

Qui troviamo una nuova testimonianza del fatto che Gesù è il Figlio di Dio. Egli era realmente un uomo, ma nessun uomo ordinario avrebbe potuto venire con la potenza di purificare e di espiare i peccati. Per questo, doveva essere davvero il Figlio, la Parola della Vita. 

Nel Vangelo leggiamo che “dal Suo costato uscirono sangue e acqua”, mentre nell’epistola troviamo “è venuto con acqua e sangue”. Il Vangelo segue l’ordine storico: prima la nostra necessità di perdono (il sangue), poi il bisogno di purificazione (l’acqua).

Nell’epistola, invece, l’accento è posto sull’opera che Dio ha compiuto in noi, poiché siamo nati da Lui, e sulla purezza della nostra nuova vita. Una vita così santa nella sua essenza (“non può persistere nel peccare, perché è nato da Dio” 3:9) che è evidente l’opera meravigliosa di purificazione che abbiamo ricevuto. Per questo, è appropriato che qui l’acqua venga menzionata per prima, in stretta connessione con la morte di Cristo: non dobbiamo mai separare l’opera compiuta in noi da quella compiuta per noi.

Tuttavia, benché l’acqua sia menzionata per prima, il versetto 6 insiste sul fatto che Egli non è venuto solo con l’acqua, ma “con acqua e sangue”. La Sua venuta nel mondo non era semplicemente finalizzata a un rinnovamento morale, ma anche e soprattutto all’espiazione. Questa verità è particolarmente importante oggi, perché una delle idee più diffuse nell’incredulità religiosa moderna è che si possa accettare Cristo come riformatore morale senza accettare l’idea dell’espiazione. Secondo questa visione, Egli sarebbe venuto solo con l’acqua, ossia come un grande esempio di amore e sacrificio altruista, volto a migliorare l’umanità. La Sua morte, in questa prospettiva, sarebbe solo un atto supremo di dedizione, capace di ispirare gli uomini a sradicare l’egoismo dai loro cuori. Ma l’idea di una morte espiatoria per la colpa dell’umanità viene rigettata. 

Chi accetta l’acqua ma rifiuta il sangue dovrà un giorno rendere conto allo Spirito di Dio, il cui stesso testimone viene negato. Lo Spirito, che rende testimonianza, è la verità. Il Suo è un testimone vero, e coloro che lo rigettano saranno manifestati come bugiardi nel giorno del giudizio, se non prima. Nel Vangelo, dove l’episodio è narrato storicamente, l’evangelista stesso si fa testimone diretto di ciò che ha visto. Ma quando Giovanni scrive l’epistola, ci sono già uomini che sfidano la verità, perciò egli si ritrae come testimone umano e lascia spazio all’autorità suprema dello Spirito Santo, il testimone divino. Egli è la verità, e il Suo testimoniare stabilisce con assoluta certezza chi è venuto e quale sia il vero significato della Sua venuta.

Versetti 7 e 8

Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e i tre sono concordi.

Questi versetti ci presentano una triplice testimonianza concorde. Lo Spirito di Dio è il Testimone vivente attivo; l’acqua e il sangue sono testimoni muti, ma tutti e tre convergono su un punto: quello che si trova nei versetti 11 e 12. I versetti 9 e 10 formano una parentesi.

Versetto 9 

Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore; poiché questa è la testimonianza di Dio che egli ha reso al Figlio suo.

Dobbiamo capire che una testimonianza, data dallo Spirito o dall’acqua e dal sangue, è la testimonianza di Dio, e dovrebbe essere trattata come tale. Naturalmente riceviamo la testimonianza degli uomini; siamo tenuti a farlo quasi ogni giorno della nostra vita. Lo facciamo nonostante sia spesso contaminata da imprecisioni, anche dove non c’è desiderio di ingannare. La testimonianza di Dio è molto più grande nell’oggetto e nel carattere. Il soggetto di questa testimonianza è il Figlio, e il suo carattere deve essere assolutamente la verità. Quando il Figlio era sulla terra, rese testimonianza a Dio. Ora lo Spirito è qui e la testimonianza di Dio è data al Figlio. Non è davvero notevole?

Versetto 10

Chi crede nel Figlio di Dio ha questa testimonianza in sé; chi non crede a Dio, lo fa bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha resa al proprio Figlio.

Inoltre, chi crede nel Figlio di Dio ha la testimonianza dentro di sé, poiché lo Spirito, che è il Testimone, ci è stato donato per dimorare in noi. Inizialmente, crediamo alla testimonianza resa al Figlio di Dio che ci è stata annunciata. Poi, grazie allo Spirito che Egli ci ha dato, questa testimonianza diventa una realtà interiore per noi. L’incredulo, invece, non può avere questa testimonianza dentro di sé, perché rifiuta di credere alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al Suo Figlio. In questo modo, lo considera bugiardo. È una cosa tremenda fare Dio bugiardo!

Versetto 11

E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel Figlio suo.

La testimonianza di Dio riguarda Suo Figlio, ma in modo particolare riguarda il fatto che Dio ha donato a noi credenti la vita eterna, e che questa vita è nel Suo Figlio. Lo Spirito di Dio è il testimone vivente che lo attesta. L’apostolo Paolo parla dello Spirito come dello “Spirito della vita in Cristo Gesù”. Anche l’acqua e il sangue rendono testimonianza di questo, seppur in modo più negativo: vedendo la vita del Figlio di Dio versata nella morte per coloro che erano perduti, comprendiamo quindi che in loro non c’era vita. Paolo lo conferma dicendo: “uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono” (2 Corinzi 5:14). In altre parole, tutti erano spiritualmente morti, ed è per questo che il Figlio di Dio ha dato la Sua vita nella morte. L’acqua e il sangue testimoniano che non c’è vita nell’umanità decaduta (il primo Adamo e la sua discendenza), ma che la vita è solo in Colui che dona la Sua vita e la riprende nella risurrezione. 

Versetto 12 

Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.

La testimonianza è chiara: questa vita eterna ci appartiene. Ci è stata data da Dio ed è “nel Suo Figlio”. “Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita.”  La questione è posta con assoluta chiarezza. Nessuno può “avere” il Figlio se Lo nega, come facevano i falsi maestri anticristiani. Nel capitolo 2:22-23, abbiamo visto che nessuno può “avere” il Padre se nega il Figlio. Ora vediamo che chiunque nega il Figlio non può possedere né il Figlio né la vita. 

Versetto 13 

Vi ho scritto queste cose perché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.

Il versetto 13 spiega cosa significa “avere” il Figlio. Giovanni scrive: “Vi ho scritto queste cose perché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.” Ci saremmo aspettati che dicesse: “Vi ho scritto queste cose a voi che avete il Figlio”, ma invece specifica cosa significa avere il Figlio: è credere “nel nome del Figlio di Dio”. Chi crede in Lui ha il Figlio e, di conseguenza, ha la vita eterna. Giovanni ha scritto queste cose affinché coloro che credono possano averne la certezza. 

Senza dubbio, quando Giovanni scrisse queste parole, voleva rafforzare e incoraggiare i credenti semplici, che potevano sentirsi intimoriti e turbati dalle pretese orgogliose degli anticristi. Questi ultimi si presentavano con le loro nuove filosofie e la loro presunta “illuminazione”, trattando con disprezzo coloro che rimanevano fedeli alla verità rivelata fin dal principio. Tuttavia, la realtà è che proprio colui che crede nel nome del Figlio di Dio è colui che ha il Figlio e la vita eterna, l’unica vita che conta davvero. 

Questo versetto ha ancora oggi un valore immenso per i credenti che possono sentirsi incerti o deboli. L’apostolo Giovanni ci ha dato dei segni distintivi della vita eterna, affinché possiamo sapere che essa è nostra, non solo perché Dio lo ha detto, ma anche perché queste caratteristiche si manifestano in noi. Le emozioni e i sentimenti, per quanto piacevoli, non sono la prova più grande della vita divina, ma lo sono l’amore e la giustizia. 

Versetti 14 e 15 

Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce. Se sappiamo che egli ci esaudisce in ciò che gli chiediamo, noi sappiamo di aver le cose che gli abbiamo chieste.

Il versetto 14 sembra introdurre un cambiamento improvviso di argomento, ma in realtà riprende un pensiero già espresso nel capitolo 3 e momentaneamente lasciato in sospeso (3:22). Lì Giovanni parlava del fatto che, se amiamo in azione e verità, il nostro cuore sarà sicuro davanti a Dio e, di conseguenza, avremo fiducia nelle nostre preghiere. Qui troviamo una progressione simile.  Sapendo di avere la vita eterna, abbiamo fiducia in Dio. Questa fiducia ci porta a pregare con la certezza che “se chiediamo qualcosa secondo la Sua volontà, Egli ci esaudisce”. E se sappiamo che ci ascolta, sappiamo anche che ci concederà ciò che chiediamo.  Possedendo la vita, la nostra volontà diventa allineata con la Sua. Quanto più è naturale, allora, pregare in armonia con la Sua volontà! Questo dovrebbe essere lo stato normale del credente, con la conseguenza che le sue preghiere vengono esaudite. Purtroppo, spesso la nostra esperienza è ben diversa, perché camminiamo secondo la carne anziché secondo lo Spirito. 

Versetti da 16 a 18 

Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduca a morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a quelli, cioè, che commettono un peccato che non conduca a morte. Vi è un peccato che conduce a morte; non è per quello che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma c’è un peccato che non conduce a morte.
Noi sappiamo che chiunque è nato da Dio non persiste nel peccare; ma colui che nacque da Dio lo protegge, e il maligno non lo tocca.

Il versetto 16 mostra che le nostre preghiere non devono essere egoistiche, ma devono includere l’intercessione per i nostri fratelli. La libertà che abbiamo davanti a Dio non riguarda solo le nostre richieste personali, ma si estende anche agli altri. Tuttavia, ci sono dei limiti: non tutto può essere chiesto, e Dio non rinuncia al Suo governo nei confronti dei Suoi figli.  La “morte” menzionata qui si riferisce alla morte fisica, come nel caso di Anania e Saffira (Atti 5). Possiamo chiedere la vita per chi non ha commesso un peccato che porti alla “morte”, ma se qualcuno ha peccato in un modo che conduce alla morte, la Scrittura non ci incoraggia a pregare per lui. Giovanni non specifica quale sia questo peccato, ma il principio rimane chiaro.  Nei versetti 16 e 17, l’attenzione è rivolta alla pratica della vita cristiana: il peccatore è definito “fratello”. Nel versetto 18, invece, Giovanni torna a una visione più astratta: chi è nato da Dio non pratica il peccato nella sua natura essenziale. Abbiamo già visto questa verità nella lettera. Inoltre, coloro che sono nati da Dio sono capaci di vigilare su lori stessi, affinché il maligno non li tocchi. Questo rafforza l’idea che il “peccato che conduce a morte” menzionato prima potrebbe essere collegato agli inganni anticristiani diffusi all’epoca. In senso assoluto, chi è nato da Dio è protetto dal maligno; ma in senso pratico, il credente può essere ingannato e portato sotto la disciplina di Dio, che può arrivare fino alla morte. 

Versetti da 19 a 21 

Noi sappiamo che siamo da Dio, e che tutto il mondo giace sotto il potere del maligno. Sappiamo pure che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato intelligenza per conoscere colui che è il Vero; e noi siamo in colui che è il Vero, cioè, nel suo Figlio Gesù Cristo. Egli è il vero Dio e la vita eterna. Figlioli, guardatevi dagl’idoli.

Nel versetto 19, Giovanni riassume la verità fondamentale: “Noi sappiamo che siamo da Dio, e che tutto il mondo giace sotto il potere del maligno.” La linea di demarcazione è netta: da una parte c’è la famiglia di Dio, dall’altra il mondo, sotto il dominio del maligno. 

Nel versetto 20, Giovanni conclude il suo insegnamento dicendo: “Sappiamo pure che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato intelligenza per conoscere colui che è il Vero.” All’inizio della lettera, Giovanni ci ha mostrato la manifestazione della vita nel Figlio. Ora aggiunge che, come risultato della Sua venuta, abbiamo ricevuto la capacità di comprendere e rispondere alla rivelazione di Dio. Senza questa capacità, anche la rivelazione più perfetta sarebbe inutile. 

Grazie a Dio, abbiamo ricevuto questo intendimento. Siamo nati da Dio e abbiamo il Suo Spirito, come abbiamo visto in tutta la lettera. Ora conosciamo “il Vero”, perché il Padre ci è stato rivelato nel Figlio. Giovanni dichiara chiaramente che Gesù Cristo è “il vero Dio e la vita eterna”. Questa è una delle affermazioni più forti della Sua divinità. 

Infine, nel versetto 21, Giovanni chiude con un avvertimento: “Figlioli, guardatevi dagl’ idoli.” Un idolo è qualsiasi cosa che prenda il posto di Dio nei nostri cuori. Se viviamo nella realtà di 1 Giovanni 5:20, potremo dire con il profeta Osea: “Che cosa ho io più da fare con gli idoli?” (Osea 14:8). Se il Figlio di Dio riempie i nostri cuori, le false attrazioni del mondo perderanno ogni fascino.

 

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