Conoscere il Signore Gesù e seguirlo

di P. E. Fuzier

Leggere Marco da 8:27 a 9:51    

Il servizio del Signore in mezzo al Suo popolo è praticamente concluso; fra poco Egli si recherà in Giudea (10:1) e salirà a Gerusalemme, dove sarà arrestato e messo a morte (10:32).

Prima, però, si ritira coi Suoi discepoli nei villaggi della Cesarea di Filippo, nel nord d’Israele, nella regione che un tempo era stata scelta dalla tribù di Dan. Sapendo che sarebbe stato respinto da Israele apostata, il Signore vuole informare i Suoi discepoli su quale sarà il Suo cammino e quale sarà il loro, dopo di Lui. Lo fa in modi e in luoghi diversi: durante il viaggio, sul “monte santo”, ai piedi del monte e in casa. In questi passi, vorremmo considerare come il Signore, respinto in terra, si presenta a noi, e in che modo ci invita oggi a seguirlo.

Queste scene tratte dal Vangelo di Marco non ci presentano la nostra posizione davanti a Dio in Cristo o la chiamata celeste di Dio – argomenti che troviamo nelle Lettere degli apostoli – ma ci mostrano che cosa significa nella pratica, mentre attraversiamo questo mondo, l’attaccamento al nostro Signore, che qui è stato respinto e crocifisso, e che ora aspetta la manifestazione della Sua gloria nel regno.

  1. Durante il viaggio (Marco 8:27-38)

Mentre vanno verso i villaggi di Cesarea di Filippo, il Signore pone una domanda ai discepoli; la risposta a questa domanda è il punto di partenza del cammino di chiunque voglia seguirlo.

Un punto di partenza

Il Signore chiede ai Suoi discepoli: “Chi dice la gente che io sia?”; poi: “E voi, chi dite che io sia?”.

In realtà è una sola domanda, ma una domanda fondamentale: chi è Gesù? Ci sono solo due risposte possibili: da una parte, quella delle valutazioni, dei ragionamenti e dei sentimenti umani, dall’altra quella della fede. Gli uomini pensano molte cose di Gesù, mettendolo volentieri fra i più grandi, al rango di quelli che potevano dare un messaggio particolarmente importante. Il Signore, tuttavia, non s’interessa di queste opinioni degli uomini; non le prende nemmeno in considerazione, perché per Lui non hanno alcun valore. Egli chiede ai discepoli, e a ciascuno di noi: “E voi, cosa dite di Me?

La risposta di Pietro, la risposta della fede, ci è riportata da Marco nella forma più concisa: “Tu sei il Cristo” (v. 29); poche parole, ma dette con una profonda convinzione. Ci colpisce vedere quanto la fede sia indipendente dai pensieri degli uomini. Non si tratta di scegliere fra le diverse valutazioni degli uni o degli altri, ma di vedere la grandezza unica di Cristo, l’Unto di Dio, al centro di tutti i Suoi pensieri (cfr. Salmo 2:6).

Chi è Gesù? La risposta della fede separa i discepoli dal mondo e dalla sua pretesa saggezza, e costituisce il punto di partenza del sentiero nel quale dovranno camminare. Il Signore parlerà loro anche di questo cammino, ma prima mostra loro quale dovrà essere il Suo proprio cammino. Poiché noi siamo chiamati a seguire Lui, dobbiamo conoscere quale sarà questa strada.

Il cammino del Signore

Quello che il Signore inizia ad insegnare era per i discepoli una cosa incomprensibile: “Era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse” (Marco 8:31). Non era il cammino di gloria del Messia, al quale si erano attaccate le loro speranze, ma il cammino del Figlio dell’uomo, respinto dal mondo e accolto da Dio dopo essere passato per la morte e la risurrezione. Le sofferenze, la condanna e la morte del Signore dimostrano chiaramente che l’uomo non ha voluto saperne di Lui. Egli ha incontrato “l’ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori” (Ebrei 12:2-3). La Sua risurrezione è la risposta di Dio a tutto l’odio dell’uomo contro Suo Figlio, ma è anche la conferma che non c’è alcuna relazione fra Lui e il mondo, benché il Vangelo debba esservi predicato. Il mondo non lo vedrà più dopo la Sua morte, finché non tornerà in gloria.

Pietro allora interviene, facendosi involontariamente strumento di Satana per cercare di allontanare il Signore da quel cammino, e spingerlo a cercare la gloria nel mondo. Poteva anche sembrare legittimo: il Maestro non era forse l’Unto di Dio, Colui che deve dominare sulla terra? La risposta del Signore sottolinea ciò che animava la propria vita: i Suoi pensieri erano volti tutti alle cose di Dio (v. 33), fin dall’infanzia (Luca 2:49), fin dalla Sua entrata nel mondo (Ebrei 10:5-7). Ed era secondo i pensieri di Dio che la gloria di Cristo facesse seguito alle Sue sofferenze, poiché bisognava che la questione del peccato fosse regolata alla gloria di Dio.

Prima di rispondere a Pietro, il Signore ci fa capire che è per noi, per i Suoi, che ha accettato quel cammino di sofferenza. Era giusto per Dio che fosse reso “perfetto, per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza” (Ebrei 2:10). Chi altri poteva unire, in un medesimo perfetto pensiero, la gloria di Dio e la risposta ai bisogni dell’uomo? Era, come leggiamo nel Salmo 16 a Suo riguardo, Colui che trovava ogni piacere nei santi e nella gente onorata, e che aveva sempre posto l’Eterno davanti a Sé.

 

Il cammino dei discepoli

Il Signore, a questo punto, può chiamare la folla con i discepoli e presentare loro il cammino di chi vuole seguirlo: rinunciare a se stesso e prendere la propria croce (Marco 8 34).

Rinunciare a se stesso è in relazione con la carne, l’io, la tendenza che c’è in noi di innalzarci, di cercare soddisfazione e gloria qui sulla terra. Prendere la croce è piuttosto in relazione con il mondo: chi portava la croce per andare al supplizio era già considerato crocifisso; il mondo non si aspettava più niente da lui e non aveva più niente da offrirgli. È la realizzazione, nella vita di ogni giorno, di ciò che significa “la croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo” (Galati 6:14).

Nella pratica concreta e quotidiana, che cosa cerchiamo per noi stessi in questo mondo? La soddisfazione dei nostri desideri, un posto in vista, nella speranza forse di migliorare il mondo e di avere la sua approvazione, o cerchiamo semplicemente di seguire Gesù nel Suo cammino di umiltà e di ubbidienza?

 

La fine del cammino

Qual è il termine del viaggio? Il Signore dirige sempre i nostri sguardi in avanti: si tratta di perdere la vita o di salvarla, di guadagnare il mondo o di ottenere la benedizione dell’anima. Per chi non è ancora impegnato nel cammino della fede in Gesù, si tratta della salvezza eterna; per il discepolo di Gesù, è l’apprezzamento che il Signore darà alla sua corsa, al valore che avrà dato alla Sua persona, al Vangelo e alle Sue parole (v. 35, 38). Ciò che avremo imparato di Lui sarà la nostra gioia eterna, e costituisce oggi la potenza per la quale possiamo seguirlo nel Suo cammino.

 

  1. Sulla montagna (Marco 9:2-13)

 La Sua maestà

La gloria del Signore appare a tre dei Suoi discepoli quando sono soli, in disparte, con Lui, sulla cima di un monte. Il mondo che non crede in Lui non può esserne testimone (cfr. Giovanni 7:3-5). Il “servo” dell’Eterno appare davanti a loro trasfigurato. Il Suo viso risplendeva; il biancore dei Suoi vestiti era indescrivibile, perché riceveva questa gloria dal Suo Dio e Padre.

Colpito e confuso da questa straordinaria visione, Pietro non sa bene cosa dire; così, nella sua proposta, mette il Signore allo stesso livello di Mosè ed Elia, anche se lo nomina per primo, dimenticando che, solo qualche giorno prima, aveva confessato la grandezza e l’unicità della Sua gloriosa persona. Non gli viene comunque rivolto alcun rimprovero; semplicemente, la voce del Padre orienta gli sguardi dei discepoli verso il Figlio del Suo amore. In questo modo Dio, nella Sua bontà, risponde alla nostra debolezza. Dalla nube, il Padre Stesso conferma ed accresce la testimonianza che la fede di Pietro aveva reso alla persona del Signore.

La gloria del regno e la nostra speranza

Pietro ha custodito nel suo cuore il ricordo di questa scena meravigliosa, che costituisce il centro della sua seconda Lettera, dove ce ne fa comprendere la portata per noi oggi.

In primo luogo, “abbiamo la parola profetica più salda” (2 Pietro 1:19). Il regno del nostro Signore Gesù Cristo è una certezza, ma che si realizzerà nel futuro e che appartiene a quella grande testimonianza di Dio che costituisce la “parola profetica”, espressione dei Suoi pensieri quanto alla gloria di Suo Figlio in questo mondo.

In secondo luogo, questo regno glorioso non è per il tempo presente. La parola profetica è per noi “come una lampada splendente in un luogo oscuro” (v. 19). Non è il sole di giustizia che sorge a splendere su quelli che temono il nome dell’Eterno (Malachia 4:2), ma una luce nel triste stato di un mondo empio, senza vita, nonostante le sue pretese religiose (2 Pietro 2).

In terzo luogo, la nostra parte è fin d’ora la stella del mattino che sorge nei nostri cuori, quella luce che non brilla sul mondo, ma nel cuore di quelli che aspettano l’alba, e li rallegra. Per il futuro, oltre il regno, noi aspettiamo “il giorno di Dio… nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia” (3: 12-13), e ci rallegriamo pensando che la gloria del Signore sarà manifestata proprio là dov’è stato respinto. Questo dovrebbe separarci dal mondo e anche da ogni speranza terrena, per attaccare i nostri cuori sempre di più a Lui!

Scendendo dalla montagna, il Signore parla ancora delle Sue sofferenze. La fine di Giovanni Battista, che era venuto “con lo spirito e la potenza di Elia” (Luca 1:17) già le preannunciavano. Ma ricordando anche la Sua risurrezione dai morti, il Signore fa loro comprendere che lo avrebbero conosciuto in un modo nuovo, al di là delle Sue sofferenze e della Sua morte. Ed è così che noi oggi lo conosciamo.

 

  1. Ai piedi della montagna (Marco 9:14-27)

Che contrasto per il Signore fra il momento in cui, sul monte, aveva potuto gustare in anticipo la gioia del Suo regno, e la scena che incontra appena tornato in pianura!

Un gran dolore e una grande liberazione

Un bambino tormentato da uno spirito malvagio era stato portato ai discepoli perché lo guarissero. In assenza del Signore, il padre pensava che i discepoli avessero la Sua stessa potenza (v. 17). Ma questi si erano mostrati senza forza, e si erano lasciati trascinare in una sterile diatriba con degli scribi. Che tristezza per il Signore! Ma che lezioni e che consolazioni ci vengono dal Suo intervento!

Il Signore interroga il padre del bambino: “Da quanto tempo gli avviene questo?” Questa domanda denota l’interesse che ha sempre avuto per quelli che andavano da Lui, ma sonda anche l’anima. Nella risposta del padre c’è tutto: la grandezza del suo dolore e dei suoi bisogni, la consapevolezza che la sua sola risorsa è nel Signore, l’incapacità di fare qualsiasi cosa da solo. È la preghiera di chi ha come unica speranza, sebbene con una debole fede, le compassioni di Gesù.

Quando il Signore, in un’altra circostanza, domanda ad un uomo: “Vuoi essere guarito?” (Giovanni 5:6), lo fa perché quell’uomo confessi il proprio stato. In molte delle nostre prove e difficoltà, possiamo anche noi sentire la stessa domanda, e il Signore aspetta che rispondiamo dal profondo del cuore. Spesso conserviamo qualche speranza in noi stessi, nei nostri sforzi, qualche fiducia nella carne; oppure siamo increduli, dubitiamo dell’amore o della potenza del Signore. Anche se per noi è difficile, dobbiamo confessare la nostra totale mancanza di risorse e di saggezza, ammettendo che Lui solo ci può liberare.

La risposta del Signore arriva subito, e dimostra come male vediamo la realtà delle cose. Il padre del bambino aveva parlato di uno spirito muto, il Signore invece parla di uno spirito muto e sordo. Dimostra quale fosse l’origine della miseria, dell’incapacità di capire. Non è forse nell’incapacità di comprendere la Parola di Dio che si trova la causa prima di tutti i bisogni dell’uomo, sia che si tratti della rovina dell’uomo peccatore o della debolezza spirituale dei credenti?

Poi, lo spirito immondo straziò violentemente il bambino tanto che questi svenne, e tutti credevano che fosse morto. I nostri cuori sono lenti a comprendere il lavoro di Dio. I nostri pensieri sulla realtà della vita e della morte sono spesso lontani dai pensieri di Dio. Si poteva chiamare vita la terribile agitazione di quel povero ragazzo? Senza una parola, con un solo gesto che dimostra tutto il Suo amore per il bambino che aveva liberato, il Signore risponde ad ogni domanda. È Lui che è venuto da noi, che si è avvicinato alla nostra miseria per portarci la salvezza, la liberazione e la pace.

 

Un quadro del tempo presente

In questa scena troviamo un quadro del giorno d’oggi:

– In assenza del Signore, quando la gloria che già gli appartiene non può ancora essere manifestata, i Suoi discepoli sono i Suoi rappresentanti: “Ho condotto da te mio figlio… Ho detto ai tuoi discepoli…” (v. 17-18).

– È solo sul Signore che si deve fondare la fede, quella fede che è il solo mezzo di liberazione offerto all’uomo, nella sua miseria.

Qui troviamo anche delle profonde lezioni pratiche per noi, testimoni del Signore Gesù oggi, esposti, durante la Sua assenza, alla potenza del nemico e a molte pene e prove.

Il Signore non ci ha mai promesso che ci avrebbe risparmiato le prove e le lacrime; non ci guarisce sempre, anche se, forse, lo fa più spesso di quanto pensiamo (Giacomo 5:15-16; 1 Giovanni 5:16). Ma nella prova sostiene la nostra anima perché possiamo superarla con Lui, rallegrarci in Lui e glorificarlo nella pazienza e nella sottomissione, assaporando la pace e la gioia della Sua comunione. Siamo esortati a rinfrancare “le mani cadenti e le ginocchia vacillanti” (Ebrei 12:12), affinché la lode e la preghiera possano rianimare i nostri fratelli e sostenerli nel cammino, per la gloria del Signore (Ebrei 12:13).

In questa scena, tuttavia, troviamo anche un incoraggiamento: per quanti sforzi abbia fatto, Satana non l’ha avuta vinta. Dio aveva vegliato su quel bambino, proteggendolo dal fuoco e dall’acqua per custodirlo fino al momento in cui sarebbe stato accompagnato davanti al Signore. È un grande conforto pensare che, al di sopra di tutti gli sforzi e della potenza del nemico, Dio protegge quelli che lo cercano, e li porterà, al tempo opportuno, davanti al Signore per la loro definitiva liberazione.

 

  1. In casa (Marco 9: 28 – 51)

A due riprese, alla fine del cap. 9 troviamo il Signore in casa con i discepoli. Ci sono degli insegnamenti che Egli riserva ai Suoi, nell’intimità; il mondo non deve esserne testimone né deve distrarci. Qualunque sia l’importanza della testimonianza e del servizio, dobbiamo imparare il valore di questi momenti d’intimità. Là il Signore mostra ai Suoi il segreto della potenza, e qual è la vera grandezza.

La sorgente della potenza

Sono i discepoli che, per primi, interrogano il Signore (v. 28, 29). Desiderano sapere perché non hanno potuto far nulla di fronte al potere del nemico, e il Signore risponde che la sola risorsa si trova nella preghiera e nel digiuno.

La preghiera è spesso più difficile di quanto pensiamo: qui si trattava di affrontare la potenza di Satana, cioè di combattere. La preghiera è la dimostrazione che in noi non abbiamo alcuna risorsa, né forza né saggezza per un simile combattimento. Non possiamo contare su noi stessi, siamo costretti ad affidarci completamente a Dio. Ma questo è contrario alla volontà della nostra carne, che vorrebbe sempre agire sfruttando la propria energia e saggezza.

L’apostolo Paolo ci istruisce con il suo esempio: “Noi non combattiamo secondo la carne; infatti le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distruggere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio, conquistando ogni pensiero all’ubbidienza a Cristo” (2 Corinzi 10:3-5).

Questo passo ci aiuta a capire perché il Signore associa il digiuno alla preghiera; il digiuno che è, in senso spirituale, la rinuncia a cose che riguardano la soddisfazione di bisogni legati al nostro corpo, con lo scopo di affidarsi completamente al Signore in situazioni particolari. In senso spirituale, il digiuno insegna che solo mettendo da parte le pretese della “carne” e badando a non soddisfarla, potremo realizzare la potenza delle “armi della nostra guerra”, in primo luogo la potenza della preghiera. Oltre a questo pensiero, non dovremmo forse interrogarci sul posto che prendono, nella nostra vita certe cose, anche legittime, a detrimento della preghiera?

La vera grandezza

Il Signore riprende il cammino, parla di nuovo ai discepoli delle Sue sofferenze, della Sua morte e della risurrezione; poi parla ancora con loro in una casa (v. 33-51). Troppo occupati di se stessi, i discepoli non avevano capito quel che il Signore diceva, e non osavano interrogarlo. Può darsi che i discepoli, tutti concentrati su di sé, invece di cercare di comprendere ciò che sembrava loro troppo difficile, si siano messi a parlare di quello che credevano di conoscere meglio, il regno futuro del Messia. Nella Sua bontà, è Lui che va loro incontro, e li interroga, come per ristabilire la comunione perduta. Lo fa – come fa con noi – sondando i loro cuori, perché non può lasciarli nell’ignoranza.

Egli dimostra che il sentiero, sul quale si erano impegnati seguendolo, implica la rinuncia ad ogni pretesa. I discepoli discutevano su chi di loro fosse il più grande! Ma il Signore dimostra loro che la vera grandezza sta nel servire gli altri. È il posto che Egli stesso ha preso, essendo venuto non per essere servito, ma per servire e per dare la Sua vita come riscatto per molti (Marco 10:45). E servire il Signore oggi, non vuole forse dire farsi servo del Vangelo, della Chiesa (Colossesi 1:23, 25) e dei santi (Ebrei 6:10)?

Il Signore continua ad istruire i Suoi discepoli prendendo in braccio un bambino e dicendo: “Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato” (v. 37). Ricevere un bambino nel nome del Signore è come ricevere uno che il mondo non considera, che non rivendica alcun posto, ma accetta con semplicità e fiducia il posto che il Signore gli dà, nelle Sue braccia. È riconoscere semplicemente che la nostra sola dignità, la nostra nobiltà, è quella che il Signore ci ha donato per grazia.

Giovanni, comprendendo forse da queste parole di Gesù quanto fosse lontana da Lui la tendenza a riferire ogni cosa a noi stessi, gli parla allora di quell’uomo al quale i discepoli avevano impedito di scacciare dei demoni, anche se lo faceva nel nome di Gesù, con questa motivazione: “perché non ci seguiva” (v. 38) o “perché non ti segue con noi” (Luca 9:49)! Il motivo, tuttavia, di chi agiva in quel modo era la gloria del Signore, così Gesù risponde: “Non glielo vietate”. Se la grazia di Dio è all’opera in questo mondo, non dobbiamo ostacolarla, con la pretesa di organizzare a modo nostro l’opera di Dio. Se i credenti sono chiamati ad essere “servitori di tutti”, è al loro Signore che devono rispondere del loro servizio (cfr. Romani 14:4).

Questi pensieri portano poi il Signore a parlare delle occasioni di caduta; non solo di quelle degli altri, ma anche delle nostre. Se comprendiamo quanto sia importante quello che ci aspetta, la vita e il regno di Dio, dobbiamo essere molto severi con noi stessi. È l’importanza che diamo alla fede riguardo alle “cose che non si vedono” che può darci la forza morale di “respingere” o di “afferrare” quello che per noi sarebbe un’occasione di caduta.

Infine il Signore conclude i Suoi insegnamenti dicendo che “l’opera di ognuno sarà messa in luce”. Per chi non avrà creduto, si tratta del giudizio; per il credente, la salvezza non può essere messa in discussione, ma “il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno” (1 Corinzi 3:13).

Noi non siamo giudici della nostra vita e del nostro servizio, né di quello dei nostri fratelli; il Signore è Colui che giudicherà tutte le cose con giustizia. Secondo la legge, ogni offerta, ogni sacrificio, andava ricoperto di sale: tutto ciò che dev’essere offerto a Dio, dev’essere preservato dalla corruzione. Se siamo chiamati a “presentare i nostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio” (Romani 12:1), a darci al Signore e ai Suoi (2 Corinzi 8:5), dobbiamo “conservarci puri dal mondo” (Giacomo 1:27) e da ogni cattiva influenza, giudicando noi stessi. È la conclusione di ciò che il Signore ha insegnato ai discepoli dopo le dispute che li avevano turbati nel cammino. Giudicare le pretese e i desideri della nostra carne e tenerci lontani dallo spirito del mondo: ecco che cosa darà forza alla nostra testimonianza e ci conserverà in pace fra noi, vicino a Lui.

Non dimentichiamo che l’amore della verità, la ricerca della santità e l’ubbidienza sono indispensabili per la pace con i nostri fratelli e con tutti (Zaccaria 8:19; Ebrei 12:14; 1 Pietro 1:22).

Articolo pubblicato da “Il messaggero cristiano”

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