“Hai serbato la mia Parola” (Apocalisse 3:8)

di Koechlin M.

Questa “parola” è la Parola di Dio, quella che noi possediamo.  Dio ce l’ha data e ci chiede di serbarla. Egli stesso se n’è preso cura. Gli uomini, dopo aver crocifisso suo Figlio pensando di sbarazzarsi per sempre di Lui, hanno cercato di oscurarla e anche di distruggerla; l’hanno mutilata, derisa, oltraggiata, ma essa rimane, vivente e operante; essa brilla in mezzo alle tenebre e si fa sentire nella notte dei tempi. I ciechi non la vedono, i sordi non la odono. Tuttavia, essa rimane come una luce risplendente per coloro che hanno gli occhi aperti per mezzo della fede, e il cui cuore non è rimasto indifferente e insensibile di fronte alle infinite ricchezze della bontà e dell’amore di Dio.

Il Figlio di Dio, già prima che venisse nel mondo, è definito la “Parola”. Di lui Dio dice: “Voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra” (Isaia 49:6). La Parola, infatti, ha portato in tutto il mondo il messaggio del Vangelo. Essa è sparsa nel mondo intero, ovunque vi sono degli uomini, tradotta in tutte le loro lingue da fedeli strumenti di Dio; perché Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati”.

Benedetto sia Dio per quello che ha fatto per conservarci la sua Parola, nonostante gli sforzi del nemico che ha seminato la zizzania nel campo di questo mondo con l’intento di soffocarla.

Cosa ne hanno fatto gli uomini di questa Parola? Come l’hanno conservata i cristiani nel corso dei secoli? La risposta è data dal Signore stesso in quello che scrive alla sette chiese in Apocalisse cap. 2 e 3. Egli incomincia col dire a ciascuna le cose che apprezza; poi vengono i rimproveri, le esortazioni e un appello al pentimento.

Su sette chiese, cinque non erano in un buono stato. Così, dopo aver detto ad ognuna che lui conosceva le loro opere, e aver elencato le cose che apprezzava, c’è un “ma”, al quale fa seguito l’aspetto negativo, ciò che Dio non può approvare.

Alla chiesa di Efeso scrive: “Io conosco le tue opere, la tua fatica, la tua costanza… Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore”.

Alla chiesa di Pergamo: “Tu tieni fermo il mio nome e non hai rinnegato la fede in me… Ma ho qualcosa contro di te…

Alla chiesa di Tiatiri: “Io conosco le tue opere, il tuo amore, la tua fede, il tuo servizio, la tua costanza… Ma ho questo contro di te…”

Alla chiesa di Sardi: “Io conosco le tue opere: tu hai fama di vivere ma sei morto”.

Alla chiesa di Laodicea: “Io conosco le tue opere… perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca”.

Infine, lo Spirito indirizza una preziosa promessa a coloro che rimangono fedeli nel contesto corrotto in cui si trovano; sono “gli altri di voi” di Tiatiri che non professano le errate dottrine della maggioranza (2:24), e anche gli “alcuni” della chiesa di Sardi “che non hanno contaminato le loro vesti” (3:4) in un ambiente altamente responsabile che ha un’apparenza di vita, ma che in realtà è morto.

Ma vi sono due chiese, che nel loro insieme rappresentano la fedeltà al Vangelo alla sua origine, nel corso del tempo e nei suoi caratteri, alle quali il Signore non rimprovera nulla; sono quelle di Smirne e di Filadelfia.

A Smirne il Signore scrive: “Io conosco la tua tribolazione… Non temere quello che avrai da soffrire… Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita”.

A Filadelfia, dà la sua approvazione; e dopo averle detto, come alle altre chiese, “io conosco le tue opere”, dichiara: “Hai serbato la mia parola”, “hai osservato la mia esortazione alla costanza”.

Serbare la sua Parola implica l’obbedienza in tutto il cammino del fedele, un vero attaccamento alla sua Persona con un cuore nel quale Cristo abita per la fede. Non è forse anche la manifestazione più reale dell’amore per il Signore? “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui” (Giovanni 14: 23). Che inestimabile promessa!

La sua Parola comprende molto di più dei suoi comandamenti e delle sue leggi; è una rivelazione completa di quello che sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: il Padre nel suo amore, il Figlio nella sua ubbidienza, le sue sofferenze, la sua vita, la sua morte, la sua risurrezione, lo Spirito nel suo lavoro fra gli uomini e nei credenti.

Essa comprende l’Evangelo che ci da la piena sicurezza della salvezza delle nostre anime e della risurrezione gloriosa dei nostri corpi. Essa proclama la grandezza della potenza di Dio, la sua perfezione in tutti i suoi caratteri: amore, luce, giustizia esaltata dal Figlio che è venuto fino a noi per farci conoscere il Padre e manifestare verso di noi le immense ricchezze della sua grazia.

Essa ci apre il cielo per farci contemplare per la fede il Signore Gesù nella sua gloria. Essa da ai nostri cuori la pazienza della speranza nell’attesa del momento in cui Egli verrà a prendere i suoi per averli sempre con Sé.

Essa è l’inalterabile ed eterna verità che svela e distrugge, una dopo l’altra, le menzogne del diavolo; è la “spada a doppio taglio” di cui Cristo si è servito per vincere Satana e che ha messo nelle nostre mani perché anche noi possiamo vincerlo.

Serbiamo noi questa Parola? Ce ne serviamo? Confessiamo pure le nostre mancanze, inchiniamoci, umiliamoci, e diamo gloria a Dio che, malgrado tutto, ci affida un tale tesoro.

La Parola è ispirata da Dio, scrive l’apostolo Paolo (2 Timoteo 3: 16), “utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia”. Ne abbiamo tanto bisogno! E’ l’alimento divino delle nostre anime, latte per i piccoli bambini, cibo solido per gli uomini fatti. Essa ci esorta, ci mette alla prova, ci corregge, ci disciplina come figli per renderci “completi” e “ben preparati per ogni opera buona”.

La Parola ci presenta un quadro vivente dell’Uomo perfetto affinché lo imitiamo nel nostro cammino, in modo degno della vocazione che ci è stata rivolta, in modo degno di Dio e del Vangelo di Cristo (Efesini 4:1; 1 Tessalonicesi 2:12; Filippesi 1:27), “con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandoci gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace” (Efesini 4:2,3).

Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi a vicenda, se uno a di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti” (Colossesi 3:12-15).

Quando vi sono delle discussioni e dei conflitti fra fratelli, quando la pace è turbata, domandiamoci: Abbiamo, ho, “serbato la Parola”? Oppure abbiamo dimenticato i suoi comandamenti, e specialmente quello che li comprende tutti, il comandamento antico e nuovo: l’amore gli uni per gli altri, “come Cristo ci ha amati”?

Tra voi si faccia ogni cosa con amore” (1 Corinzi 16:14). “La Parola di Cristo abiti in voi abbondantemente” (Colossesi 3:16). Sì, abbondantemente; perché “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).

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