di Alfredo Apicella
Quando si è giovani la vita sembra molto lunga. Le conoscenze ancora da acquisire, i progetti da realizzare e gli obiettivi da raggiungere sono tanti e lontani. Tutto è proiettato nel futuro e si intravede all’orizzonte. La via per raggiungere le mete sembra non finire mai. Poi però, col passare degli anni, queste lunghe distanze si accorciano con straordinaria rapidità e si diventa consapevoli di quanto sia breve il nostro passaggio sulla terra. “I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni; o, per i più forti, a ottant’anni, e quel che ne fa l’orgoglio non è che travaglio e vanità; perché passa presto e noi ce ne voliamo via” (Salmo 90:10).
Oggi, nei Paesi più sviluppati, le aspettative di vita sono notevolmente migliorate rispetto al tempo di Mosè; i più forti superano facilmente gli ottant’anni e spesso anche in discrete condizioni di salute. Nonostante l’inquinamento dell’aria che respiriamo e i veleni che introduciamo coi cibi, si vive di più, grazie soprattutto ai progressi della medicina e della chirurgia. Ma come sempre avviene, ogni successo che l’uomo ottiene col suo sapere ha dei risvolti negativi. L’invecchiamento della popolazione è una minaccia per il benessere delle generazioni future e l’assistenza agli anziani è un onere non indifferente per le famiglie e per la società. Ma così è. Per la scienza, aver prolungato la vita è comunque un successo, indipendentemente dai problemi che ne derivano. In fondo, l’idea di vivere un po’ di più, di diventare molto anziani, fa piacere a tutti, anche se tutti speriamo di arrivarvi in buone condizioni e di non dover trascorrere troppo tempo internati in un ospizio per la vecchiaia.
Che viviamo ottanta o cent’anni, siamo pur sempre “un vapore che appare per un istante e poi svanisce”, come ricorda Giacomo. La fine verrà comunque, salvo ovviamente per quei credenti che il Signore troverà ancora vivi alla sua venuta. Molti passi delle Scritture ci invitano a riflettere sulla fugacità della vita.
Il Salmo 90 rivolge a Dio una bella preghiera che noi tutti dovremmo fargli: “Insegnaci a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio” (v. 12). I nostri giorni sono pochi e importanti; contarli significa rendersene conto e non certo stabilire quanti saranno o quanti ce ne restano ancora, perché questo è nelle mani di Dio. Contare i giorni non per diventare tristi e demotivati aspettando con angoscia la morte che presto o tardi verrà, ma per utilizzare con la sapienza che viene dall’alto il poco tempo che ci resta da vivere, non dimenticando le parole del Signore: “Porteranno ancora frutto nella vecchiaia; saranno pieni di vigore e verdeggianti per annunciare che il Signore è giusto” (Salmo 92:14).
Chi non conosce il Signore, sapendo che la vita è breve, approfitta per godersela. “Carpe diem”, cogli l’attimo, è la filosofia dell’uomo senza Dio, in ogni tempo: divertirsi il più possibile, fare soldi, soddisfare le passioni, prima che sia tutto finito. Il credente ha invece ben altra visione; quella di “consacrare il tempo che gli resta da vivere nella carne, non più alle passioni degli uomini ma alla volontà di Dio” (1 Pietro 4:2). C’è un lavoro da fare per il Signore in questo mondo, una testimonianza da dare; c’è da contribuire al progresso del Vangelo o, comunque, da fare in modo che Dio possa portare a compimento il progetto che ha per noi, gli obiettivi che si è proposto per la nostra vita. Usare bene questa breve vita è approfittare delle occasioni per far conoscere l’amore di Dio e dare gloria al Signore; questo è il nostro privilegio. “Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i cattivi giorni”, esorta l’Ecclesiaste (12:3). La brevità del tempo che rimane è un’incentivo alla santità di condotta e alla pietà, per essere trovati dal Signore “immacolati e irreprensibili nella pace” (2 Pietro 3:11, 14).
Il re Ezechia, quando seppe che la sua malattia l’avrebbe portato alla morte, ebbe momenti di disperazione. In un’accorata preghiera ricordò a Dio le buone cose che aveva fatto, la propria fedeltà, la saggezza. Egli pensava di meritare una lunga vita, secondo le promesse dell’Eterno al suo popolo, e invece vedeva la sua vita come una tela arrotolata, si sentiva “tagliato via dalla trama” (Isaia 38: 12). Dio ebbe pietà di lui e gli concesse altri quindici anni (Isaia 38:1-5). Ezechia poteva dunque contare i suoi giorni nel vero senso della parola. Quei quindici anni che Dio gli aveva regalato, e che non erano poi tantissimi, avrebbe dovuto usarli con umiltà e riconoscenza. Purtroppo, invece, non seppe approfittare di quel prolungamento di vita. Non “contò i suoi giorni”, non “acquistò un cuore saggio”. 2 Cronache 32:25 dice esplicitamente che “Ezechia non fu riconoscente del beneficio ricevuto; poiché il suo cuore s’inorgoglì”.
Un giorno il Signore Gesù raccontò di un tale che “aveva piantato un fico nella sua vigna; andò a carcarvi del frutto ma non ne trovò”. E non era la prima volta. Per ben tre anni il fico non aveva fatto frutto. Ordinò dunque al vignaiuolo di tagliarlo perché sfruttava il terreno inutilmente. Il vignaiuolo gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai” (Luca 13:6-9). Ancora un anno! Credo che raffiguri il tempo che il Signore, nella sua infinita pazienza, ancora concede a qualcuno di noi per vedere se, contando i pochi giorni che ci rimangono da vivere, acquistiamo un cuore saggio e ci impegniamo a portare quel frutto che Egli si aspetta.
Edizioni Il Messaggero Cristiano