di Michael Hardt
Cristo, come uomo, ha mostrato ogni bellezza morale. Tutto ciò che Dio ha sempre voluto vedere nell’uomo è stato manifestato in Lui. Come esclama la sposa nel Cantico dei Cantici: “tutta la sua persona è un incanto” (5:16). In questo articolo ci concentriamo su un aspetto della Sua gloria morale, ossia il modo in cui si rifletteva nelle parole che pronunciava. Con il Suo aiuto, possiamo vedere la verità di un altro versetto dello stesso capitolo: “le sue labbra sono gigli” (5:13).
Pronunciare la parola giusta al momento giusto è qualcosa di prezioso: “Le parole dette a tempo sono come frutti d’oro in vasi d’argento cesellato” (Proverbi 25:11). Le parole degli uomini peccatori, invece, possono essere strumenti affilati che portano scompiglio: “Aguzzano la loro lingua come il serpente; hanno un veleno di vipera sotto le loro labbra” (Salmo 140:3). La “maldicenza” (Salmo 31:20) è qualcosa di terribile. Anche come credenti dobbiamo stare attenti perché la lingua, se usata in modo sbagliato, può causare gravi danni, proprio come un piccolo fuoco può divampare ed incendiare una grande foresta (Giacomo 3:2-12).
Le parole pronunciate dal Signore Gesù sono in netto contrasto con tutto questo. Il Suo discorso era sempre appropriato e pieno di bellezza, eppure potente. Fin dall’inizio del suo ministerio la Sua parola era pronunciata “con autorità” (Luca 4:32), eppure era attraente. Persino gli ufficiali mandati a prenderlo tornarono a mani vuote e, interpellati, dovettero confessare: “Nessuno parlò mai come quest’uomo” (Giovanni 7:46).
È particolarmente difficile pronunciare le parole giuste quando gli altri fanno commenti “non utili”. È facile lasciarsi trascinare da commenti inutili e rispondere in modo altrettanto inutile. Non è così per il Signore. La sua parola era “sempre con grazia”, tuttavia era anche “condita con sale” (Col 4:6).
Esempio 1: “Sei tu Colui che deve venire?”
In Luca 7 troviamo una situazione delicata. I discepoli di Giovanni Battista si recano dal Signore Gesù e gli rivolgono la domanda di Giovanni: “Sei tu colui che deve venire, o ne aspetteremo un altro?” (vv. 19, 20). I dubbi alla base di questa domanda devono essere stati dolorosi per il Signore. Egli era il Messia, il Figlio di Dio, diventato Figlio dell’uomo. Aveva compiuto i miracoli più meravigliosi di sempre. A rendere ancora più dolorosa la domanda era il fatto che fosse posta da colui che era stato inviato come Suo precursore!
È notevole la risposta del Signore. Con perfetta calma e dolcezza dice: “Andate a riferire a Giovanni ciò che avete visto e udito” (v. 22). Non aveva alcun desiderio di evidenziare la momentanea debolezza e perdita di fiducia del suo servo Giovanni, ma non può nemmeno nascondere chi è. La sua bella risposta ha due elementi:
- In primo luogo, il Signore indicò i segni che aveva compiuto: “i ciechi ricuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il Vangelo è annunciato ai poveri”. L’allusione alla profezia di Isaia doveva essere chiara ai discepoli di Giovanni, solo che i miracoli testimoniati andavano oltre quelli che, secondo Isaia 35, avrebbero accompagnato la venuta del Messia, infatti include: ‘i morti risuscitano’. L’implicazione era chiara: il Messia era lì presente. Il modo in cui il fatto viene sottolineato, però, è veramente degno di nota: è pieno di grazia, indica i miracoli di grazia compiuti.
- Poi, il Signore Gesù, ha aggiunto un breve, ma importante commento a beneficio di Giovanni: “Beato colui che non si sarà scandalizzato di me” (v. 23). Essere scandalizzato, nel linguaggio biblico, significa cadere o inciampare. Le parole del Signore sono un avvertimento molto delicato per Giovanni. Non deve inciampare nel senso di non riconoscere la gloria del Signore e le sue affermazioni come quelle di colui che viene. L’avvertimento stesso è accompagnato da una benedizione. Invece di dire “sono preoccupato per te; assicurati di non cadere”, Egli dice “beato colui che…”. Si trattava di un messaggio benevolmente velato, volto a mettere in guardia e allo stesso tempo a incoraggiare Giovanni, ma senza biasimarlo o sminuirlo agli occhi dei messaggeri.
I messaggeri erano partiti, ma il Signore non aveva ancora finito di rispondere alla domanda che avevano posto. Ora aggiunge qualche altra parola, questa volta rivolta agli astanti che avevano ascoltato quelle parole. Il Signore era senza dubbio consapevole del pericolo che queste persone potessero ora guardare dall’alto in basso Giovanni Battista. Anche in questo caso, la risposta del Signore ha due elementi:
- In primo luogo, difende il suo servo (sì, quello che aveva appena fallito e aveva chiesto: “Sei tu colui che deve venire?”). Sottolinea che Giovanni era “più che un profeta” (v. 26) e, anzi, era proprio l’araldo annunciato da Malachia (v. 27; Malachia 3:1). Giovanni aveva appena mancato di confessare chi fosse Cristo, ma Cristo non manca di confessare chi fosse Giovanni! In quella circostanza Giovanni non ha mostrato i caratteri del buon messaggero, ma Cristo risponde affermando le credenziali di Giovanni come messaggero. I figli di Core hanno detto bene: “Tu sei bello, più bello di tutti i figli degli uomini; le tue parole sono piene di grazia…” (Salmo 45:2).
- In secondo luogo, dopo aver difeso il suo servo, voleva anche raggiungere le coscienze dei suoi uditori. “A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione? A chi sono simili?” (v. 31). Per rispondere a questa domanda utilizza l’immagine dei bambini che sono seduti in piazza, ma non reagiscono a nessuna melodia: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto” (v. 32). Avevano rifiutato “la melodia malinconica” di Giovanni (egli “non mangia pane e non beve vino e voi dite: ‘Ha un demonio’”, v. 33), ma avevano ugualmente rifiutato la “melodia” gioiosa del Signore (“è venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve e voi dite: ‘Ecco un mangione e un beone, un amico dei pubblicani e dei peccatori’”, v. 34). Avrebbero continuato a comportarsi come quei bambini, senza rispondere, o avrebbero iniziato ad ascoltare la voce della saggezza? Solo i figli della sapienza avrebbero ascoltato e, facendo ciò, avrebbero reso giustizia alla sapienza (vv. 33-35). Questo principio è splendidamente esemplificato nell’episodio successivo, in cui “un figlio della sapienza” entra nella casa di un fariseo (dal v. 36).
Esempio 2: “Lascia andare la folla”
Un po’ più avanti nel Vangelo di Luca si racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani per cinquemila uomini (da 9:10). Il consiglio dei discepoli fu: “Lascia andare la folla” (v. 12). Sembra che questo non sia stato solo un commento spontaneo, ma il risultato di un sentimento comune, nessun discepolo in particolare viene individuato. Si dice, invece, che “e i dodici avvicinatisi gli dissero”. Avevano considerato i fatti e raggiunto la loro conclusione. In apparenza, il loro consiglio era pragmatico. Eppure avrebbe avuto come risultato che le folle sarebbero state mandate via affamate e a mani vuote. Non era questa la strada del Salvatore. Come risponde al freddo pragmatismo dei discepoli? Le sue parole sono, ancora una volta, piene di bellezza: “Date loro voi da mangiare” (v. 13). Non solo voleva che le folle fossero sfamate, ma voleva anche usare i discepoli, per quanto potessero sembrare freddi, nell’opera stessa di provvedere alla moltitudine. Quanto possiamo imparare dal nostro Maestro! Le parole che escono dalle sue labbra sono “come gigli”.
Esempio 3: “Che devo fare per ereditar la vita eterna?”
In Luca 10, un dottore della legge si presenta al Signore (v. 25). La domanda che pone sembra essere eccellente, ma il Signore guarda oltre le apparenze. Quest’uomo era venuto per metterlo alla prova.
In effetti, la sua domanda turba l’atmosfera dei fatti descritti in questo capitolo. Il Signore aveva inviato i 70 discepoli in una missione speciale di grazia. Era occupato dai nomi scritti nei cieli, dalla rivelazione del Padre, dai meravigliosi frutti della grazia. Egli “mosso dallo Spirito Santo esultò” (v. 21) e pronunciò una benedizione speciale su coloro che vedevano queste cose meravigliose (v. 23), cose che non erano mai state raccontate prima. Il dottore della legge, però, sembra completamente insensibile all’atmosfera elevata del momento. La sua è una domanda di stampo legalista: “Che cosa devo fare…?” o “Dopo aver fatto cosa…?”.
Tuttavia, il Signore non manda via quest’uomo con una risposta dura. La sua risposta mira a due cose: convincere il dottore della legge moralista della sua rovina, oltre al suo fallimento nell’osservare la legge, e presentare la misericordia di Dio. Come lo fa? In primo luogo, sottolinea che il fondamento della legge è amare Dio e amare il prossimo come se stessi (cosa che nessuno esaminandosi onestamente pretenderebbe di riuscire a fare). In secondo luogo, quando il dottore della legge cerca di eludere ciò che Cristo gli aveva posto davanti chiedendo “chi è il mio prossimo?”, il Signore racconta la parabola del Samaritano. In questo modo chiarisce che la vera misericordia si trova solo presso Dio. È solo il disprezzato samaritano che ama il suo prossimo come se stesso. Dove tutti gli uomini avevano fallito, il Signore torna all’amore divino, al racconto toccante di colui che, dopo che il sacerdote e il levita erano passati, si recò nel luogo del bisogno (“passandogli accanto”, v. 33). Questo è ciò che significa amare il prossimo come se stessi e se il dottore della legge, come tutti gli altri, aveva fallito in questo, allora anche lui, come tutti gli altri, doveva riconoscersi come qualcuno che “s’imbatté nei briganti” e bisognoso (non di “fare qualcosa”, ma) della grazia e della misericordia del Samaritano.
In tutto questo, l’approccio del Signore è stato estremamente delicato e disarmante. Invece di smascherare subito il dottore della legge, gli dà l’opportunità di mostrare la sua conoscenza della legge e di usare la sua abilità nel citarla alla lettera. Poi, invece di dirgli che aveva fallito, il Signore lo guida, con l’aiuto di domande, nel confessare le sue mancanze (se non era sicuro di chi fosse il suo prossimo, allora sicuramente non lo aveva amato come se stesso). Quando il dottore della legge cerca di eludere la questione, il Signore apre il racconto della grazia.
Esempio 4 – Una sfida su due fronti
In seguito, in Luca 11, ci troviamo di fronte a un’occasione in cui il Signore è stato attaccato e contestato. L’attacco era: “Ma alcuni di loro dissero: ‘E’ per l’aiuto di Belzebù principe dei demoni, che egli scaccia i demoni” (v. 15). La sfida era che altri, “per metterlo alla prova, gli chiedevano un segno dal cielo” (v. 16).
L’insinuazione di scacciare i demoni attraverso il potere di Belzebù era una grave bestemmia, perché era con la potenza dello Spirito che il Signore aveva scacciato il demonio. Era anche molto provocatoria, ma la risposta del Signore è calma e chiara. Egli usa l’immagine di un regno diviso che, lottando contro o all’interno di se stesso, non ha potenza e non reggerà. Spiega che Satana non è così disavveduto da combattere i suoi stessi servitori. Il Signore non si limita a correggere un’idea sbagliata. La sua risposta va molto più in profondità di una confutazione meramente intellettuale.
Nel versetto 19, Egli sottolinea che i suoi accusatori sapevano bene di cosa si trattava. Avevano avuto un’esperienza diretta attraverso i loro figli. Accusavano il Signore contro la loro stessa conoscenza. Pertanto, i loro figli sarebbero stati i loro giudici. In secondo luogo, sottolinea che c’era solo una spiegazione plausibile: se l’uomo forte (Satana) era stato vinto da uno più forte, quest’ultimo doveva essere Dio. Quindi, la loro opposizione contro Cristo era un’opposizione contro Dio: “Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demòni, allora il regno di Dio è giunto fino a voi”(v. 20).
Il Signore non aveva ancora risposto alla seconda sfida (“dacci un segno”) quando fu interrotto da una donna che si avvicinò e disse:«Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!» (v. 27). Si potrebbe classificare la sua esclamazione come piuttosto emotiva (e senza dubbio lo era) e fuorviante (e, in una certa misura, lo era anche). Come ha risposto il Signore? Ancora una volta troviamo una bella risposta: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (v. 28). In primo luogo, il Signore trae spunto da ciò che la donna stava cercando di esprimere. Aveva capito che Cristo non era come gli altri, che si distingueva dalla massa e che vi era una benedizione nell’essere associati a Lui. Quello che non aveva capito era come si potesse ottenere questo risultato. Il meglio che poteva pensare erano i legami naturali e, quindi, Sua madre sarebbe stata benedetta in modo unico. La madre del Signore era davvero benedetta tra le donne, ma c’erano benedizioni per altri che erano ancora più elevate di quelle di Maria: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”. La chiave per essere legati a Cristo non è una relazione naturale, ma spirituale. Tutto dipendeva dall’accogliere la Parola di Dio, dal suo “ascolto” e dalla sua “osservanza”.
Dopo aver gestito gentilmente l’interruzione, il Signore passa alla sfida: “un segno dal cielo”. Volevano vedere un miracolo e un miracolo stupefacente, qualcosa di così eccezionale che non ci sarebbe stata altra scelta che riconoscerlo come “dal cielo”. Il Signore sapeva che dicevano questo “tentandolo” (v. 16). Ancora una volta, come si può rispondere “con grazia” e allo stesso tempo “con sale”? Il Signore lo fece: “Questa generazione è una generazione malvagia; chiede un segno ma nessun segno le sarà dato”, disse, offrendo la giusta dose di sale. Ma poi continuò: “tranne il segno di Giona” (v. 29). Il segno di Giona non era un segno dal cielo, ma un segno dal profondo, dalla profondità del mare! Giona, nel ventre del pesce, indicava Cristo che andava incontro alla morte (Matteo 12:40). Il segno di cui avevano bisogno non era una sorta di miracolo strabiliante, ma un segno dal profondo, il Figlio dell’uomo che sopporta la morte per i peccati degli altri. Anche di fronte a tale indurimento e opposizione, il Signore si presenta con grazia come colui che è venuto a soffrire per i peccatori e a salvarli.
Esempio 5: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità»
Nel capitolo successivo, un uomo viene dal Signore e gli dice: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» (12:13). Di nuovo, ci chiediamo quale possa essere la risposta giusta. Con molta calma, il Signore rispose: «Uomo, chi mi ha costituito su di voi giudice o spartitore?» (v. 14). Il concetto di eredità era ancorato nella legge (Numeri 27:11, 36, Deuteronomio 21:17). C’era qualcosa di sbagliato nel ricevere un’eredità o nel dividere l’eredità in modo giusto? Sicuramente no, ma farsi coinvolgere avrebbe dato un’impressione sbagliata. Il Signore era venuto per “cercare e salvare ciò che era perduto”, non per arricchire materialmente le persone. Lo fa notare con l’aiuto di una domanda. Non era venuto come giudice nelle questioni temporali, né come spartitore di eredità. Quell’uomo aveva frainteso la sua missione. Ancora una volta, la sua parola era con grazia, ma condita con sale.
Esempio 6: “Sono pochi i salvati?”
In Luca 13 un uomo chiede: «Signore, sono pochi i salvati?» (v. 23). In altre occasioni il Signore aveva parlato dell’abbondanza dei frutti (ad esempio, 30, 60, 100 volte: vedere Marco 4:20; “molto frutto”: Giovanni 12:24), ma qui il numero di coloro che sarebbero stati salvati non era in discussione. Questa domanda può aver solleticato la curiosità di colui che l’aveva posta, ma la vera domanda era se lui stesso fosse salvato. Con ammirevole saggezza, il Signore vede attraverso la domanda, coglie il bisogno di chi aveva posto la domanda e dà una risposta pensata per soddisfare il suo bisogno (non la sua curiosità): “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno” (v. 24). Lo esorta a fare in modo di entrare lui stesso e a farlo in fretta, prima che sia troppo tardi (v. 25).
Questa persona si era rivolta a Lui chiamandolo “Signore” (v. 23), un altro dettaglio di cui il Signore tenne conto e di cui si occupò nella sua risposta: sarebbe venuto un tempo in cui alcuni avrebbero detto: “Signore, aprici” solo per ricevere la risposta: “Non so da dove vieni…” (v. 25). Una confessione fatta solo con labbra senza una realtà interiore non porterebbe alcun beneficio. Colpisce anche il fatto che la risposta del Signore non sia stata concepita per dimostrare la propria conoscenza, ma per aiutare l’interrogante.
Esempio 7: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire»
Poco dopo leggiamo di alcuni farisei che si avvicinano al Signore dicendo con coraggio: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire» (v. 31). Che lo dicessero in aperta opposizione o con la scusa di voler proteggere il Signore, era una cosa offensiva da dire al vero Messia, che era il Figlio, l’erede (20:14). La risposta del Signore, ancora una volta, è molto istruttiva. In primo luogo, smaschera il carattere di Erode chiamandolo volpe: le volpi rovinano la vigna (Cantico dei Cantici 2:15). In secondo luogo, sottolinea la propria opera di scacciare i demoni e di guarire i malati. Aveva un’opera positiva da compiere, un’opera di grazia, e non spettava a Erode porre fine o anche solo limitare le opere d’amore del Signore. Poi, dopo tre giorni, sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe donato la Sua vita (non prima e non dopo, a prescindere dagli schemi e dalle intenzioni di Erode). Il Signore usa due espressioni per questo evento: “terminato” (nel senso di “completato”) e “morire” (“non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”, v. 33):
- “terminato” è il lato divino. Il ministerio e la vita del Signore sulla terra non sarebbero stati abbreviati, né interrotti, ma completati, fino alla fine. Il Signore stesso sarebbe stato “completato” o “reso perfetto” nel senso che la sua opera di espiazione faceva parte del suo percorso e sarebbe diventato il Salvatore (cfr. Ebrei 2:10 e 5:9, dove viene usata la stessa parola).
- “morire” è il lato della responsabilità, di Erode, dei farisei e dell’intera nazione. Molti profeti erano stati uccisi; Gerusalemme era nota come “la città che uccide i profeti” (Matteo 23:37) e la loro colpa sarebbe stata portata al culmine uccidendo (per quanto riguarda la loro responsabilità) il più grande dei profeti, il Salvatore.
Ma aggiunge un altro punto, usando una similitudine toccante. Se Erode venne paragonato una volpe, Egli presentò se stesso come una chioccia: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!” (v. 34). La gallina cura e protegge; la volpe attacca e rovina. Essi avevano rifiutato la chioccia ed erano diventati preda della volpe. Il Signore, come una gallina, li avrebbe raccolti e protetti, ma aggiunge solennemente: “e voi non avete voluto”.
Può un credente contemplare queste parole senza ammirarne la bellezza e sentirsi spinto a inchinarsi davanti al Signore che era calmo di fronte all’insulto e il cui amore non si lasciava raffreddare dall’opposizione? Abbiamo potuto considerare solo un piccolo campione delle parole che Egli pronunciò, ma sentiamo comunque come le nostre parole siano pallide e superficiali rispetto alle Sue, che sono di una tale profondità e semplicità.
Possiamo solo incoraggiarci l’un l’altro a ricercare e a nutrirci (Ger. 15:16) di queste parole. Pensate alla grazia e alla bellezza anche dei suoi discorsi più brevi: “Dammi da bere“ (Giovanni 4:7), “ Và in pace” (Luca 7:50), “Non temere” (Luca 8:50) e “Bambino, alzati” (Luca 8:54). O chi oserebbe esprimere un invito aperto come “venite a me…”, non a persone divertenti o popolari, ma a tutti coloro che hanno dei pesi? E, considerando questo, chi avrebbe potuto aggiungere la promessa “e io vi darò riposo” (Matteo 11:28)? Considerate le sue parole e comincerete presto a stupirvi come quelli della sinagoga di Nazaret “per le parole benevole che uscivano dalla sua bocca” (Luca 4:22). Poi considerate le sue sfide “Perché avete paura, o gente di poca fede?” (Matteo 8:26), “Seguitemi” (8:22), “Volete andarvene anche voi?” (Giovanni 6:67) e “Dove sono gli altri nove?” (Luca 17:17) e sentirete la potenza e la profondità delle sue parole. Sia che parlasse a uomini o donne, a singoli individui o a folle, in relativa comodità o sotto pressione, le Sue parole erano sempre “dette a tempo” (Proverbi 25:11) e piene di bellezza. “Oh, come sono dolci le tue parole al mio palato! Sono più dolci del miele alla mia bocca.” (Salmi 119:103).
Tradotto e adattato da biblecenter.org.