di P. Diedrichs
Nella Parola di Dio troviamo i nomi di alcune località in cui il Signore manifesta in modo speciale il Suo amore per i Suoi fedeli; luoghi di cui Egli ha voluto conservare il ricordo per le generazioni future. Così è per Betania, dove il Signore manifestò la potenza della vita risuscitando Lazzaro, ed è così anche per Emmaus, un piccolo borgo a qualche ora di cammino da Gerusalemme. Proprio qui il Signore risorto accompagnò i due discepoli (Luca 24), facendosi riconoscere nel momento di rompere il pane.
Il numero due: testimonianza e debolezza
Nella Scrittura il numero due rappresenta la completezza e la testimonianza: “Due valgono più di uno solo”, dice l’Ecclesiaste (4:9). Eppure, a dire il vero, in quel momento Cleopa e il suo compagno sono tutt’altro che testimoni di Cristo. Sono delusi e scoraggiati, nonostante il Signore si fosse preso cura di avvertirli: non avrebbero dovuto lasciarsi turbare dagli eventi successivi, come il Suo rifiuto da parte della nazione e la Sua condanna a morte (Giov. 14:1).
Quei tragici avvenimenti non potevano annullare le promesse legate alla Sua Persona. L’insegnamento dell’Antico Testamento sulla risurrezione del Signore (Luca 18:33) e sulla Sua elevazione in gloria (Luca 20:42-43; Giov. 6:62) — così come quello sul regno futuro, differito a causa dell’incredulità del popolo (Mat. 19:27-28; Luca 22:28-30) — era stato pienamente confermato dal Signore stesso.
Tuttavia questi due discepoli, proprio come accade spesso a noi, mancavano di fede, ossia di una fiducia incrollabile nelle promesse di Dio e nelle parole del Signore (v. 25). Avevano perso la speranza e, con essa, il loro carattere di testimoni di Cristo. Se avessero creduto, la fede dell’uno avrebbe potuto fortificare quella dell’altro. Questo effetto benedetto lo riscontriamo ancora oggi nella comunione tra coniugi o nel legame profondo con tutti i membri della grande famiglia della fede.
Promesse celesti e terrene
Quelle promesse erano di due tipi, celesti e terrene, ed erano strettamente connesse alla Persona di Cristo, al tempo stesso Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo. Su di esse si basavano tutte le benedizioni dei discepoli.
- Benedizioni celesti: i discepoli erano stati avvertiti che il Signore avrebbe preparato loro un posto nella casa del Padre (Giovanni 14:2-3), dove avrebbero contemplato la Sua gloria (Giov. 17:24); questa era la parte più elevata. [
- Benedizioni terrene: il Signore aveva confermato le promesse dei profeti, dichiarando che sarebbe ritornato come Figlio dell’uomo per stabilire sulla terra il Suo regno di gloria (Luca 21:27). Queste ultime, tuttavia, non erano destinate direttamente a loro, ma al rimanente fedele di Israele alla fine dei tempi, dopo il rapimento della Chiesa.
La morte del Signore, che li aveva così profondamente rattristati, poteva forse annullare le promesse di Dio? Non avrebbero dovuto, come il patriarca Abramo, essere persuasi che “Dio è potente da risuscitare anche i morti” (Ebrei 11:19)?
Le nostre cadute e il rimedio divino
Anche noi dimostriamo le stesse debolezze. Per quanto riguarda l’esperienza celeste, cadiamo ogni volta che distogliamo lo sguardo da “Colui che crea la fede [l’iniziatore della fede] e la rende perfetta” (Ebrei 12:2). Per quanto riguarda le promesse terrene, ci scoraggiamo oltre misura di fronte ai problemi della vita, della famiglia o dell’assemblea, dimenticando la promessa scritta: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”. Così possiamo dire con piena fiducia: “Il Signore è il mio aiuto e non temerò” (Ebrei 13:5-6). [1]
La mancanza di fede non porta solo scoraggiamento e tristezza, ma può causare — come in questo episodio — sia un allontanamento dai fratelli (v. 33), sia la spinta a dare priorità alle cose materiali rispetto a quelle spirituali. Qui i due discepoli stanno probabilmente ritornando al proprio paese d’origine, nonostante gli straordinari eventi di quel giorno li riguardassero da vicino in quanto discepoli del Signore (Luca 24:22-24).
Per contrastare queste tendenze esiste un rimedio: la fede unita alla virtù (1 Pietro 1:5) che è, come ha scritto un autore, “il coraggio morale che supera le difficoltà e dirige il cuore”. Grazie all’opera potente dello Spirito Santo, potremo allora trovare, o ritrovare, quel giusto equilibrio che solo il credente può possedere.
Il Compagno del cammino
Se non raggiungiamo subito questi livelli spirituali, il Signore non ci lascia comunque senza soccorso. Nel racconto lo vediamo avvicinarsi ai Suoi discepoli e parlare loro con commovente semplicità. È Lui che va incontro a loro e cammina al loro fianco fino al termine del viaggio, come il compagno dei giorni buoni e di quelli difficili. [1]
Per i due viandanti quello era un giorno buio, il “giorno malvagio” di cui parla Efesini 6:13. Il Signore, muovendosi a compassione della loro tristezza, desidera fare del bene. Andando loro incontro, anticipa quel servizio di Sommo Sacerdote che, dopo la Sua ascensione, esercita ora per i Suoi direttamente nel cielo.
Quando siamo stanchi e ci sentiamo lontani, il Signore si fa vicino. Ci parla delle “cose che lo riguardano” e restituisce la gioia al nostro cuore. Cambia il corso dei nostri pensieri, “ci ristora l’anima”, e lo fa lasciando penetrare la Sua Parola nelle nostre coscienze. Il ministero della Parola ha un’importanza vitale, sia nella meditazione personale sia all’interno dell’assemblea. Attraverso di esso, il Signore ci comunica i Suoi pensieri e fa ardere i nostri cuori (v. 32). Coltiviamo questi momenti di intimità (v. 29) e impegnamoci ad apprezzare i doni che Dio ha fatto alla Chiesa.
Gli occhi si aprono nell’intimità
Il racconto di Luca ci conduce fino al villaggio e dentro la casa (v. 28). Il divino Compagno fa “come se volesse proseguire”: desidera infatti che i discepoli sentano il bisogno profondo della Sua presenza e Lo trattengano. Vuole che Lo riconoscano nell’atto di spezzare il pane. È proprio nell’intimità della comunione con Lui che possiamo godere delle gioie più profonde.
È meraviglioso pensare al Signore seduto a tavola con loro mentre, come un perfetto padrone di casa, rende grazie, spezza il pane e lo distribuisce. Che momento indimenticabile per i discepoli! È l’istante in cui i loro occhi finalmente si aprono e Gesù risorto si manifesta a loro in modo incomparabile.
Il credente che sperimenta i privilegi della vita d’assemblea avrà sempre a cuore il desiderio di ritrovarsi insieme ai fratelli e alle sorelle laddove la Parola di Dio viene letta, meditata e dove ogni pensiero è rivolto al Signore Gesù. Nel proseguimento del racconto (v. 33), vediamo che i discepoli, trasformati nell’animo, ritornano immediatamente a Gerusalemme per unirsi a coloro che il Signore vuole radunare intorno a Sé (v. 36; Giov. 20:19).
Il Signore li ha guidati fin lì come un Pastore pieno di cure, tappa dopo tappa, nutrendoli con la Sua Parola e sostenendo i loro passi incerti. Confidiamo in Lui: Egli sarà sempre, fino alla fine del nostro viaggio terreno, il “pastore e custode” delle anime nostre (1 Pietro 2:25).