Alcuni caratteri della Persona e dell’Opera dello Spirito Santo

Sommario

Perché è fondamentale parlare dello Spirito Santo?.
Chi è lo Spirito Santo?
L’unicità di Dio e la rivelazione trinitaria nella Scrittura.
Prove della divinità dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo una Persona, non semplicemente una potenza.
Azione dello Spirito nell’ispirazione delle Sacre Scritture.
L’ispirazione delle Sacre Scritture.
L’Ispirazione dichiarata nella Bibbia.
L’Ispirazione verbale e plenaria nelle Scritture.
Altri elementi fondamentali che rivelano l’Opera dello Spirito come Unico Autore.
Lo Spirito Santo nell’opera della creazione.
L’azione dello Spirito Santo nell’Antico Testamento.
Lo Spirito Santo nel Nuovo Testamento.
Il mistero dell’incarnazione.
Il ministero del Signore Gesù.
La Nuova Nascita.
Il Dono e il battesimo con lo Spirito Santo.
Le benedizioni legate al dono dello Spirito Santo:
Dimora.
Adozione.
Sigillo.
Caparra.
Unzione.
L’opera dello Spirito nei salvati: la santificazione, assoluta e pratica.
Santificazione pratica.
La pienezza dello Spirito nella vita del credente.
Le opere della carne.
Frutto dello Spirito.
Il nostro corpo: Il tempio dello Spirito Santo.
1 Corinzi 6.
1 Tessalonicesi 4.
Doni dello Spirito Santo – equipaggiati per servire.
Doni legati alla fondazione della Chiesa.
Doni legati a segni, o doni/segno.
Doni legati al ministerio.
L’Azione dello Spirito Santo nelle Riunioni dell’Assemblea.
Le diverse occasioni di radunamento della Chiesa.
Lo Spirito Santo nel futuro.
Dopo il Rapimento.
Millennio.

 

Perché è fondamentale parlare dello Spirito Santo?

  1. Parlare dello Spirito Santo significa parlare di Dio stesso e della Sua opera.
  2. L’opera dello Spirito Santo è essenziale in ogni epoca per la rigenerazione dell’uomo: Egli è l’Agente divino attraverso cui l’uomo può “nascere di nuovo” (Giovanni 3:5-8).
  3. Lo Spirito Santo è presentato nella Parola come il vero Autore di tutta la Scrittura (2 Timoteo 3:16; 2 Pietro 1:20-21).

Ragioni specificamente legate all’azione dello Spirito Santo nel tempo presente:

  • Egli è Colui che ha formato la Chiesa.
  • Dimora sia nel credente individualmente che nell’assemblea collettivamente.
  • È venuto per glorificare e rivelare Cristo.
  • Dona ai credenti la consapevolezza e la gioia derivanti dall’essere figli di Dio.
  • Guida i figli di Dio nel loro cammino in questo mondo.
  • Sigilla i credenti come appartenenti a Dio.
  • È il pegno, ossia la garanzia, dell’eredità promessa ai figli di Dio.
  • La Sua azione consente ai credenti di sperimentare pienamente le ricchezze spirituali che Dio ha loro donato, e li rende consapevoli della responsabilità che ne deriva nel loro percorso di fede.
  • La Sua presenza è la base della responsabilità del credente nel vivere una vita coerente con la chiamata divina.
  • È attraverso di Lui che si manifesta e si sviluppa nel credente la nuova vita in Cristo.

Riteniamo che la conoscenza della Persona divina dello Spirito Santo sia fondamentale per comprendere quale sia il grande scopo che Egli persegue.

Chi è lo Spirito Santo?

  1. Lo Spirito Santo è Dio.
  2. Lo Spirito Santo è una Persona divina.

L’unicità di Dio e la rivelazione trinitaria nella Scrittura

La Parola di Dio, in particolare nell’Antico Testamento, afferma con forza l’unicità del vero Dio, in netto contrasto con la molteplicità di divinità adorate dalle nazioni idolatre. Questa verità fondamentale costituisce un tema ricorrente e centrale lungo tutta la rivelazione biblica.

Passi chiave:

Antico Testamento

  •  “Ascolta, Israele: il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico Signore” (Deuteronomio 6:4).
  • “Tu sei davvero grande, Signore, DIO! Nessuno è pari a te e non c’è altro Dio fuori di te, secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi” (2 Samuele 7:22).
  • “Io sono il SIGNORE, e non ce n’è alcun altro; fuori di me non c’è altro Dio!” (Isaia 45:5).

Nuovo Testamento

Anche nel Nuovo Testamento, l’unicità di Dio è affermata con chiarezza:

  • “Ora, un mediatore non è mediatore di uno solo; Dio invece è uno solo” (Galati 3:20).
  • “…un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti” (Efesini 4:6).
  • “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2:5).
  • “Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano” (Giacomo 2:19).

Accanto alla grande verità dell’unicità di Dio, la Scrittura ci presenta un’altra realtà altrettanto fondamentale: l’unico Dio si è rivelato come “Trinità”.

La parola trinità si compone di due parti: tri (tre) e unità (uno), a indicare a indicare la perfetta unità nella pluralità delle Persone divine.

Sebbene “Trinità” non sia un termine che appare nel testo biblico, dall’esame della Scrittura emerge con chiarezza che la Deità si riferisce a tre Persone distinte, unite in un’unica sostanza: Dio il Padre, Dio il Figlio e Dio lo Spirito Santo. Le Persone della Trinità hanno differenti titoli e funzioni, compiono azioni diverse, ma complementari e interdipendenti per portare a compimento il piano divino. 

Non sono tre divinità indipendenti, ma uno stesso DIO, un DIO Unico che si rivela in questa gloriosa maniera all’uomo.

DIO è l’Unico DIO, rivelato nelle tre Persone della Trinità, co-eguali, co-sustanziali e co-eterne.

Alcuni esempi della Scrittura ci fanno comprendere meglio le relazioni nelle persone della Deità.

Il Figlio quando si è incarnato, è stato generato dallo Spirito Santo, e ha dichiarato a più riprese di essere proceduto dal Padre (Giovanni 8:42; 16:27-28) e di essere stato mandato dal Padre (Giovanni 4:34; 5:23-24, 36-38; 12:44-45). Il Figlio sulla terra ha manifestato e glorificato il Padre (Giovanni 14:9-10).

In riferimento allo Spirito Santo, la Scrittura dice che  è mandato dal Figlio, da parte del Padre (Giovanni 15:26) e che la Sua venuta sulla terra, avrebbe glorificato il Figlio (Giovanni 16:14).   

La Trinità: una realtà rivelata nella Scrittura fin dalle origini

La verità della Trinità, pienamente rivelata nel Nuovo Testamento, è comunque presente fin dai primi versetti della Parola.

In Genesi 1:1 leggiamo: “Nel principio Dio (Elohim) creò i cieli e la terra”. Il termine ebraico Elohim, utilizzato per “Dio”, è un plurale assoluto, grammaticalmente indicativo di più di due. È interessante notare che, pur essendo un sostantivo plurale, il verbo che lo accompagna (creò) è al singolare. Questo accostamento singolare-plurale rappresenta già una prima testimonianza della grandezza del Dio Uno e Trino.

La Trinità si manifesta in modo ancora più esplicito in Genesi 1:26: “Poi Dio (Elohim) disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza”. Qui non solo il sostantivo è plurale, ma anche il verbo (facciamo) e i pronomi (nostra immagine, nostra somiglianza) riflettono un dialogo interno alla Deità.

Questo schema si ripete in altri momenti fondamentali. Dopo la caduta dell’uomo, prima che egli venga allontanato dal giardino di Eden, Dio afferma: «Poi l’Eterno Iddio (YHWH Elohim) disse: Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi» (Genesi 3:22).

Anche nel racconto della Torre di Babele troviamo la medesima dinamica: «Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!» (Genesi 11:7).

Questi plurali non indicano una molteplicità di dèi, bensì l’azione all’unisono dell’unico vero Dio nelle Persone della deità

Ulteriori riferimenti alla Trinità nell’Antico Testamento

Oltre al libro della Genesi, anche i profeti offrono preziosi spunti di rivelazione trinitaria. Il profeta Isaia, in particolare, contiene diversi riferimenti alla Trinità:

  • «Avvicinatevi a me [il Figlio], ascoltate questo: Fin dal principio io non ho parlato in segreto; quando questi fatti avvenivano, io ero presente; ora, il Signore, DIO, mi manda [il Padre] con il suo spirito [lo Spirito]». (Isaia 48:16)
  •  “[È il Figlio che parla] “Lo Spirito del Signore [lo Spirito], di DIO, è su di me, perché il SIGNORE [il Padre] mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l’apertura del carcere ai prigionieri…” (Isaia 61:1)

In entrambi i casi, Isaia non sta parlando di sé stesso, non parla mai della sua persona in questo modo. Si tratta piuttosto della voce del Servo del Signore, il Messia, che si presenta a Israele con la piena autorità del mandato divino.

La piena rivelazione nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento, la dottrina trinitaria si manifesta con chiarezza e pienezza. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti, ma uniti in una sola essenza. Sono coeterni, senza principio né fine, e cooperano in perfetta unità per il compimento del piano divino. La Trinità non è un concetto filosofico astratto, ma una verità vivente, centrale per comprendere l’identità di Dio e il mistero dietro al piano che Egli ha intrapreso nei confronti dell’uomo.

Una delle occasioni nelle quali troviamo la menzione delle Persone della Trinità in modo distinto nella stessa scena in modo esplicito, è sicuramente il battesimo del Signore. In quell’occasione ci viene descritto quanto segue:  “Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.  Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto»” (Matteo 3:16-17).

La Trinità nella formula battesimale e nella benedizione apostolica

La realtà della Trinità è affermata con chiarezza anche nella formula battesimale pronunciata dal Signore Gesù una volta risorto: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28:19).

È significativo che sia usata l’espressione “nel nome al singolare, e non “nei nomi”. Questo indica che, pur essendo menzionate tre Persone distinte, esse condividono un’unica identità divina.

Il Signore Gesù non sta parlando di tre dèi distinti, ma di un solo Dio rivelato in tre Persone coeterne e consustanziali: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Anche l’apostolo Paolo riflette questa realtà trinitaria nella benedizione riportata in 2 Corinzi 13:13: “La grazia del Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

Qui non si parla genericamente di una “comunione con lo Spirito Santo”, ma la comunione stessa è attribuita allo Spirito, il quale opera nei credenti per renderli partecipi dell’amore del Padre e della grazia del Figlio. Lo Spirito Santo, quindi, non è un semplice tramite, ma una Persona divina che attualizza e rende sperimentabile la relazione con Dio Trino nella vita del credente.

Possiamo concludere che: Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre divinità indipendenti, ma uno stesso DIO, un Dio Unico che si rivela in questa gloriosa maniera all’uomo. DIO è l’Unico DIO, rivelato nelle tre Persone della Trinità, co-eguali, co-sustanziali e co-eterne.Per chi ha ricevuto la piena rivelazione della Scrittura non è possibile dichiarare di credere in Dio e negare la divinità della persona di Cristo e dello Spirito Santo. In tal modo si respinge  la testimonianza dell’Unico vero Dio.

A questo punto possiamo esaminare specificatamente, ciò che riguarda la divinità dello Spirito Santo. 

Prove della divinità dello Spirito Santo

Una prima prova della divinità dello Spirito Santo è sicuramente fornita dagli appellativi che la Scrittura gli attribuisce:

È chiamato numerose volte:

  • “Lo Spirito di Dio” (1 Pietro 4:14)
  • “Lo Spirito del nostro Dio” (1 Corinzi 6:11)
  • “Lo Spirito di Gesù” (Atti 16:7)
  • “Lo Spirito di Cristo (Romani 8:9; 1 Pietro 1:11);
  • “Lo Spirito del Suo Figlio”(Gal. 4:6);

La Parola insegna che lo Spirito Santo possiede gli attributi propri di Dio.

È  Onnisciente

“Dio però le ha rivelate a noi per mezzo del suo Spirito, perché lo Spirito investiga ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi tra gli uomini, infatti, conosce le cose dell’uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così pure nessuno conosce le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio” (1 Corinzi 2:11-12).

È  Onnipresente

“Dove potrei andare lontano dal tuo Spirito, o dove potrei fuggire lontano dalla tua presenza? Se salgo in cielo, tu sei là; se stendo il mio letto nello Sceol, ecco, tu sei anche là” (Salmo 139:7).

È Onnipotente

Lo Spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell’Onnipotente mi dà la vita” (Giobbe 33:4).

“Allora egli mi rispose: «È questa la parola che il SIGNORE rivolge a Zorobabele: “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio”, dice il SIGNORE degli eserciti” (Zaccaria 4:6).

È Eterno

il sangue di Cristo mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio” (Ebrei 9:14).

È Santo

Sebbene possa apparire scontato, è fondamentale ribadire che lo Spirito Santo possiede in pienezza la santità divina. Egli non solo è comunemente chiamato “lo Spirito Santo” (Luca 11:13), ma è anche definito “lo Spirito di santità” (Romani 1:4), conforme alla perfezione di Dio.

È Verità

Il Signore Gesù lo presenta come “lo Spirito della verità” (Giovanni 15:26), e l’apostolo Giovanni afferma con chiarezza che “lo Spirito è la verità” (1 Giovanni 5:6). Questo attribuisce allo Spirito non solo l’adesione alla verità, ma l’essere Egli stesso sua espressione piena e assoluta.

È Vita – comunica la vita

Inoltre, lo Spirito possiede la vita in Sé e la comunica: è Colui che vivifica. Gesù dichiara che “è lo Spirito che vivifica” (Giovanni 6:63), e l’apostolo Paolo lo definisce “lo Spirito della vita” (Romani 8:2) e “lo Spirito dà vita” (Romani 8:10).

Lo Spirito Santo una Persona, non semplicemente una potenza

Accade spesso che in ambienti “cristiani” lo Spirito Santo sia descritto in termini impersonali: come una forza, un’energia o una semplice influenza. Questa concezione errata deriva, in parte, dalla nostra tendenza umana ad associare la nozione di “persona” a una forma fisica o a un’immagine visibile. Tuttavia, tale visione è riduttiva e non biblicamente fondata.

In senso teologico, quando parliamo di “persona” ci riferiamo a un essere vivente dotato di autocoscienza, intelletto, volontà, capacità di provare sentimenti, di comunicare e di agire intenzionalmente. Queste sono le caratteristiche che definiscono una persona, e come vedremo sono tutte pienamente attribuite allo Spirito Santo nella Parola.

Vediamo i passi nei quali allo Spirito Santo sono associate caratteristiche, azioni e qualità che appartengono a una persona.

1. Intelletto e conoscenza

Lo Spirito Santo possiede la capacità di conoscere e investigare.

A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti chi, tra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio (1 Corinzi 2:10-11).

2. Sentimenti e sensibilità

Lo Spirito può essere rattristato, il che implica la Sua capacità di provare sentimenti.

Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione” (Efesini 4:30).

Ora, fratelli, vi esorto, per il Signore nostro Gesù Cristo e per l’amore dello Spirito, a combattere con me nelle preghiere che rivolgete a Dio in mio favore” (Romani 15:30).

3. Potenza  

La Scrittura presenta lo Spirito come fonte di potenza e amore divino.

Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo”  (Romani 15:13).

4. Volontà e decisione

Lo Spirito sceglie e guida secondo la Sua volontà.

Mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: «Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati” (Atti 13:2).

ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole” (1 Corinzi 12:10).

5. Aiuto, intercessione e desiderio

Lo Spirito intercede per i credenti secondo la volontà di Dio.

Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili;  e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio” (Romani 8:26.27).

6. Insegnamento

Lo Spirito è presentato come Colui che insegna.

ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Giovanni 14:26).

7. Guida

Lo Spirito guida attivamente i figli di Dio nel loro cammino.

infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio” (Romani 8:14).

8. Testimonianza e attestazioni

Lo Spirito attesta realtà spirituali fondamentali.

Quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me” (Giovanni 15:26).

Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8:16).

9. Contrasto al male e giudizio

Lo Spirito è coinvolto nel contendere con l’uomo peccatore.

Il SIGNORE disse: «Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni dureranno quindi centoventi anni»” (Genesi 6:3).

 10. Non gli si può mentire, o tentare

Si può mentire o tentare lo Spirito Santo. Non si mente e non si tenta una potenza. “Ma Pietro disse: «Anania, perché Satana ha così riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo e trattenere parte del prezzo del podere? … Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio»… Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati a tentare lo Spirito del Signore? ” (Atti 5:3-4,9).

In questi versetti abbiamo l’ulteriore evidenza dell’identificazione della Persona dello Spirito Santo con l’Unico Vero Dio. Inoltre, lo Spirito è qui identificato come lo Spirito del Signore.

Queste numerose testimonianze bibliche confermano che lo Spirito Santo non è una forza astratta, ma una Persona della Trinità.

Azione dello Spirito nell’ispirazione delle Sacre Scritture

Prima di approfondire alcuni aspetti che sono sviluppati nella Parola riguardo alla Persona dello Spirito Santo, vorremmo soffermarci sul ruolo che ha avuto nella comunicazione della rivelazione dei pensieri di Dio all’uomo. In particolare affrontare succintamente il tema dell’ispirazione. 

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia” (2 Timoteo 3:16). 

L’espressione “ispirata da Dio” è la traduzione della parola greca “theopneustos”, utilizzata nel testo originale, ed è formata dalle parole “theos”, che significa “Dio”, e “pneustos”. “Pneustos” è un termine derivato da “pneuma”, “soffio”, e dal verbo “pneo”, “soffiare”; dunque “theopneustos” significa “ispirato (soffiato) da Dio”. 

L’ispirazione delle Sacre Scritture

L’ispirazione è l’opera sovrana dello Spirito Santo mediante la quale Dio ha guidato quegli uomini che Egli stesso aveva scelto per la redazione delle Sacre Scritture. Questa guida ha garantito che quanto scritto non derivasse in alcun modo dalla “volontà dell’uomo”, ma fosse esente da errori e omissioni nei manoscritti originali, comunicando fedelmente le rivelazioni che Egli dava loro.

È fondamentale sottolineare che gli autori biblici non scrivevano in modo meccanico, come semplici strumenti passivi sotto dettatura. Ciascuno di loro conservava il proprio stile, la propria formazione e il proprio contesto culturale. Dio ha operato sovranamente in ciascun autore, senza annullarne la personalità, ma servendosene pienamente per compiere il Suo scopo.

In sintesi: L’ispirazione biblica consiste nella guida divina che ha preservato gli scrittori dal cadere in errore, permettendo loro di trasmettere con esattezza la rivelazione di Dio, pur attraverso la loro individualità. Si afferma quindi che l’ispirazione delle Scritture è verbale e plenaria: ogni parola della Bibbia è ispirata, vera e priva di errore (2 Pietro 1:20-21).

Gli strumenti attraverso i quali le Scritture furono redatte erano uomini; la sorgente era Dio; l’unico Autore che dirigeva e sovrintendeva l’intero processo era lo Spirito Santo. L’espressione “sospinti” usata in 2 Pietro 1:21 indica che lo Spirito Santo ha accompagnato e guidato attivamente gli scrittori umani nella stesura delle Sacre Scritture. Il termine è lo stesso impiegato in Atti 27:15 per descrivere la forza del vento impetuoso che sospinse la nave di Paolo in modo irresistibile verso Roma: un’immagine eloquente della potenza e della direzione sovrana dello Spirito.

 “Nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo” e “nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale” (2 Pietro 1:20-21).

Ciò significa che le profezie non hanno origine nell’iniziativa o nell’elaborazione soggettiva dell’uomo, ma procedono interamente dallo Spirito Santo. Gli scrittori non solo furono guidati, ma furono preservati da ogni influenza della propria volontà.

Questa consapevolezza era chiaramente riconosciuta dagli stessi autori dell’Antico Testamento, che affermavano esplicitamente di parlare per mezzo dello Spirito Santo. Per esempio:

  • Davide dichiarava: “lo Spirito del SIGNORE ha parlato per mio mezzo” (2 Samuele 23:2).
  • Michea afferma: “Ma, quanto a me, io sono pieno di forza, dello Spirito del SIGNORE, di giustizia e di coraggio, per far conoscere a Giacobbe la sua trasgressione e a Israele il suo peccato” (Michea 3:8).

La testimonianza dell’ispirazione nei testi del Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento troviamo varie citazioni dell’Antico Testamento che confermano i concetti fin qui espressi: lo Spirito Santo è il vero Autore della Scrittura, mentre gli uomini ne sono stati strumenti sottomessi alla Sua guida. In diversi casi, l’ispirazione è attribuita direttamente allo Spirito, come vedremo nei seguenti esempi:

  1. Il Signore Gesù, interrogando i farisei, dichiara: “Davide, ispirato dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: “Il SIGNORE ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io abbia messo i tuoi nemici sotto i tuoi piedi”? (Matteo 22:43-44). Qui il Signore riconosce che le parole di Davide nel Salmo 110 sono state pronunciate sotto l’ispirazione dello Spirito Santo.
  2. Pietro, nel suo discorso afferma:  “Fratelli, era necessario che si adempisse la profezia della Scrittura pronunciata dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù” (Atti 1:16).

L’apostolo non attribuisce la profezia semplicemente a Davide, ma dichiara che lo Spirito Santo parlò per mezzo suo.

  • Anche i primi credenti, pregando con una sola voce, riconoscono l’opera ispiratrice dello Spirito: “Udito ciò, essi alzarono concordi la voce a Dio e dissero: “Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi;  colui che mediante lo Spirito Santo ha detto per bocca del tuo servo Davide, nostro padre: “Perché si sono agitate le nazioni, e i popoli hanno meditato cose vane?” (Atti 4:24-25).
  • Più avanti, l’apostolo Paolo dichiara solennemente: “Ben parlò lo Spirito Santo quando per mezzo del profeta Isaia disse ai vostri padri: “Va’ da questo popolo e di’: “Voi udrete e non comprenderete” (Atti 28:25-26).

Ancora una volta, l’origine divina delle parole profetiche è attribuita direttamente allo Spirito.

La lettera agli Ebrei aggiunge altre dichiarazioni esplicite sull’ispirazione dello Spirito Santo:

  • “Perciò, come dice lo Spirito Santo: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, come nel giorno della tentazione nel deserto, dove i vostri padri mi tentarono mettendomi alla prova, pur avendo visto le mie opere per quarant’anni! Perciò mi disgustai di quella generazione e dissi: “Sono sempre traviati di cuore; non hanno conosciuto le mie vie”; così giurai nella mia ira: “Non entreranno nel mio riposo!” (Ebrei 3:7-11).

Qui è lo Spirito stesso a parlare nella Scrittura; non si tratta di una semplice citazione, ma di un’affermazione diretta della Sua voce.

Più avanti, leggiamo:

  • “Anche lo Spirito Santo ce ne rende testimonianza. Infatti, dopo aver detto: “Questo è il patto che farò con loro dopo quei giorni”, dice il Signore, metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti”, egli aggiunge: “Non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità” (Ebrei 10:15-17).
  • Infine, il Signore Gesù, anticipando il completamento delle Scritture del Nuovo Testamento, aveva promesso ai discepoli l’opera futura dello Spirito: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio Nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Giovanni 14:26).

L’Ispirazione dichiarata nella Bibbia

A. Testimonianza generale delle Scritture

La Scrittura è consapevole di essere la Parola di Dio. Le già considerate dichiarazioni esplicite di ispirazione in 2 Timoteo 3:16 e 2 Pietro 1:20-21 formano la base dottrinale su cui poggia la fede cristiana nella rivelazione divina.

  • Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia” (2 Timoteo 3:16).
  • Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo” (2 Pietro 1:20-21).

In numerosi casi – circa 3.800 volte – la Scrittura riporta una delle formule seguenti:

  • Dio disse …
  • Così dice il SIGNORE…”
  • La parola del SIGNORE fu rivolta a…”
  • Oracolo del SIGNORE…”

Tutto ciò evidenzia come la Bibbia si presenti essa stessa come rivelazione divina.

B. Gli scrittori biblici rivendicano l’ispirazione

Numerosi autori delle Scritture dichiarano esplicitamente di aver parlato da parte di Dio:

  • Davide: “Lo Spirito del SIGNORE ha parlato per mio mezzo” (2 Samuele 23:2).
  • Geremia: “La parola del SIGNORE mi fu ancora rivolta in questi termini … “Così dice il SIGNORE …’” (Geremia 2:1-2).
  • Paolo: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo dato nel nome del Signore Gesù” (1 Tessalonicesi 4:2).

Inoltre, in 1 Corinzi 2:13, dichiara: “Ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali”.Questo è un riferimento diretto all’ispirazione verbale: lo Spirito non solo dà il concetto, ma anche le parole.

  • Giovanni: “Rivelazione di Gesù Cristo … che egli ha fatto conoscere mandando il suo angelo al suo servo Giovanni” (Apocalisse 1:1).

C. Il Signore Gesù riconosce l’ispirazione delle Scritture

Anche il Signore Gesù attesta l’autorità e l’ispirazione delle Scritture:

  • Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto” (Matteo 5:18).
  • “… poi disse loro: «Queste sono le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi” (Luca 24:44).

Il Signore non ha mai messo in discussione la veridicità storica, morale o dottrinale delle Scritture. Anche quando citava episodi più miracolosi o controversi (come Giona nel ventre del pesce), li trattava come fatti storici effettivi, e non semplici immagini.

Inoltre, Egli ha usato la Scrittura come autorità finale per rispondere a Satana (Matteo 4), per correggere errori dottrinali (Matteo 22:29), per dimostrare di essere il Messia (Luca 4:17-21).

L’Ispirazione verbale e plenaria nelle Scritture

A. Testi fondamentali sull’ispirazione

La Bibbia afferma che è Dio stesso ad aver ispirato gli scrittori sacri:

  • Dio ha ispirato gli scrittori (2 Timoteo 3:16 – “Ogni Scrittura è ispirata da Dio”).
  • Il termine “ispirata”, come abbiamo visto,  significa “soffiata da Dio”.
  • Lo Spirito ha spinto gli scrittori (2 Pietro 1:20-21 “Degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo”).
  • C’era interazione tra lo Spirito Santo e l’uomo:
  •  “… la legge e le parole che il SIGNORE degli eserciti rivolgeva loro per mezzo del suo Spirito, per mezzo dei profeti del passato” (Zaccaria 7:12),
  •  “ Dio … colui che mediante lo Spirito Santo ha detto per bocca del tuo servo Davide, nostro padre …” (Atti 4:24-25).

B. Cosa si intende per “ispirazione verbale” e “ispirazione plenaria”

1. Ispirazione verbale

Non solo i concetti, ma le parole stesse della Scrittura sono ispirate. Ecco alcune testimonianze:

  •  “Metterò le mie parole nella sua bocca.” (Deuteronomio 18:18).
  •  “La somma della tua parola è verità.” (Salmo 119:160).
  • Zaccaria 7:12 e Matteo 4:4, 7, 10 confermano questa attenzione alla parola scritta.

L’ispirazione si estende persino ai dettagli grammaticali:

  • Il tempo verbale preciso è significativo: “Io sono” (Matteo 22:32).
  • Anche il singolare al posto del plurale ha valore teologico: “Non dice: “E alle progenie”, come se si trattasse di molte; ma, come parlando di una sola, dice: “E alla tua progenie”, che è Cristo.” (Galati 3:16).
  • Il Signore afferma che nemmeno “un iota o un apice” passerà (Matteo 5:17-18), confermando l’ispirazione fino alla minima parte della lettera ebraica.
2. Ispirazione plenaria

Tutte le Scritture, senza eccezioni, sono ispirate:

In 2 Timoteo 3:16 vediamo come non solo le parti dottrinali, ma anche genealogie, resoconti storici, parabole e precetti morali.

 Nota:La Bibbia riporta fedelmente parole e azioni, non solo di Dio e dei Suoi servitori, ma anche di Satana, di peccatori e di uomini increduli. L’ispirazione non significa che ogni affermazione riportata nella Bibbia sia vera o giusta in sé, ma che è stata fedelmente trascritta perché Dio ha voluto comunicarla. L’elemento essenziale è che tutto ciò che è scritto è esattamente ciò che Dio ha voluto farci conoscere.

La Scrittura contiene:

  • parole di Dio (es. Genesi 1:3);
  • parole di uomini (Giobbe 3:1);
  • parole di Satana (Genesi 3:1);
  • perfino menzogne (Atti 5:3).

Questo tipo di ispirazione richiede attenzione alla traduzione fedele e allo studio del testo originale, ma non significa che solo l’ebraico o il greco siano “ispirati” in senso esclusivo. Le Scritture tradotte conservano l’autorità, purché fedeli.

Altri elementi fondamentali che rivelano l’Opera dello Spirito come Unico Autore.

A. L’adempimento delle profezie bibliche

Una delle evidenze più straordinarie dell’ispirazione divina della Bibbia è rappresentata dall’adempimento preciso e letterale delle sue profezie. La Scrittura contiene centinaia di profezie che si sono realizzate con assoluta esattezza, spesso a distanza di secoli.

1. Personaggi annunciati per nome prima della nascita

In alcuni casi, la Bibbia menziona non solo le azioni, ma anche i nomi propri di figure storiche ancor prima della loro nascita:

  • Il re Giosia fu profetizzato circa tre secoli prima della sua comparsa (1 Re 13:2), con riferimento specifico alla sua opera di purificazione del culto in Israele.
  • Ciro il Grande, re di Persia, fu menzionato nominalmente da Isaia circa 200 anni prima della sua nascita come lo strumento scelto da Dio per liberare il popolo d’Israele e ordinare la ricostruzione del tempio (Isaia 44:28; 45:1).
2. La distruzione di Tiro

Il profeta Ezechiele annunciò, con dovizia di particolari, la distruzione della potente città fenicia di Tiro (Ezechiele 26), intorno al 600 a.C. Disse che:

  • molte nazioni l’avrebbero attaccata (vr.3);
  • le sue mura sarebbero state abbattute (vr.4);
  • i suoi resti sarebbero stati gettati nel mare (vr.12);
  • sarebbe divenuta “una roccia nuda; tu sarai un luogo da stendervi le reti” (vr.14).

Tale profezia iniziò a realizzarsi con Nabucodonosor, ma fu Alessandro Magno nel 332 a.C. a completare l’opera, costruendo una strada sopra il mare con le macerie della città antica per conquistare l’isola fortificata. Ogni dettaglio profetico si adempì esattamente.

3. Le grandi potenze mondiali profetizzate da Daniele

Nel VI a.C., Daniele annunciò l’ascesa e il declino di quattro imperi mondiali:

  • Babilonia
  • Persia
  • Grecia
  • Roma

Questi regni furono rappresentati profeticamente in forma di una statua (capitolo 2) e di quattro bestie simboliche (capitolo 7). Ogni fase della storia universale descritta da Daniele ha trovato riscontro nei fatti, con una precisione tale da far supporre a critici moderni che fosse stata scritta dopo gli eventi, una tesi rigettata da numerosi riscontri storici e dalla testimonianza della tradizione giudaica.

4. Le profezie messianiche

Nell’Antico Testamento si contano oltre 300 profezie riferite alla persona di Cristo, che descrivono nei dettagli:

  Data a.C. Profezia Libro della profezia Compimento
1 4000 Nato dalla discendenza della donna Genesi 3:15 Matteo 1:1
2 4000 Della stirpe dei Giudei Genesi 12:3 Matteo 1:1
3 4000 Della tribù di Giuda Genesi 49:10 Matteo 2:6
4 1451 Essere un profeta Deuteronomio 18:18  Matteo 24-25-26
5 1047 Il Traditore Salmo 55:12-13 Giovanni 13:25-30
6 1047 Il grido dell’abbandono Salmo 22:1 Matteo 27:46
7 1047 Disprezzato Salmo 22:7 Matteo 27:41-43
8 1047 Nessun osso rotto Salmo 34:20 Giovanni 19:34
9 1047 Mani e piedi forati Salmo. 22:16 Luca 23:33
10 1047 Vestiti tirati a sorte Salmo 22:18 Giovanni 19:24
11 1047 L’abbandono dei Suoi Salmo 38:11 Luca 23:49
12 1047 La sua risurrezione Salmo 16:10 Atti 2:24-33
13 1047 La sua ascensione Salmo 110:1 Atti 7:55
14 1000 Discendente della casa di Davide Salmo 132:11 Romani 1:3
15 1000 Rigettato dai capi Salmo 118:22, 23 Atti 4:11
16 758 Insegnamento rigettato Isaia 6:9, 10 Matteo 13:14
17 742 Che sarebbe stato una pietra di intoppo Isaia 8:14 1 1 Pietro 1:23
18 740 Che sarebbe fuggito in Egitto Osea 11:1 Matteo 2:15
19 712 Contato tra i malfattori Isaia 53:12 Luca 22:47
20 712 Nato da una vergine Isaia 7:14 Matteo 1:23
21 712 Una luce per tutte le nazioni Isaia 49:6 Luca 2:30-32
22 712 Venuta presso i suoi Isaia 40:3 Luca 3:4
23 712 Rigettato dal suo popolo Isaia 53:3 Giovanni  1:11
24 712 La sua sepoltura Isaia 53:9 Matteo 27:57
25 710 Nato a Betlemme Michea 5:2 Matteo 2:1-6
26 698 Che avrebbe compiuto miracoli Isaia 61:1, 2 Matteo 11:2-6
27 606 Garante di un nuovo patto Geremia 31:31, 33 Ebrei 8:7
28 600 Che avrebbe scacciato i mercanti Geremia 7:11 Matteo 21:13
29 487 Venduto per 30 sicli d’argento Zaccaria 11:12 Matteo 6:14, 15
30 487 Acquisto del campo del vasaio Zaccaria 11:13 Matteo 27:5-10
31 487 Costato forato Zaccaria 12:10 Giovanni 19:34-37
32 487 Abbandonato dai discepoli Zaccaria 13:7 Matteo 26:56
33 487 Che avrebbe cavalcato un asino Zaccaria 9:9 Matteo 21:1-7

Tutti questi elementi si sono realizzati alla lettera nella persona del Signore Gesù Cristo, confermando la natura soprannaturale della rivelazione biblica e l’ispirazione profetica delle Scritture.

La probabilità che una sola persona adempia solo otto di queste profezie per caso è 1 su 10^17 (Peter Stoner, Science Speaks).

B. Cristo è il soggetto unico delle Scritture

Questo aspetto costituisce un ulteriore elemento di rilievo a sostegno dell’ispirazione: Cristo è il soggetto centrale e unico delle Scritture. È significativo osservare come:

Il Signore Gesù citava la Scrittura, riconoscendone l’autorità della Legge e dei Profeti.

Nel corso del Suo ministerio terreno, Egli non solo citò continuamente la Parola, ma ne riaffermò la piena autorità, opponendola direttamente alle tentazioni di Satana (Matteo 4:4–10) e alle interpretazioni distorte dei religiosi del Suo tempo. Le Sue parole in Matteo 5:17–18 sottolineiamo che ogni minimo dettaglio della Legge e dei Profeti doveva adempiersi, dimostrando che la Scrittura non è soggetta a mutamenti nemmeno nella Sua più piccola parte.

In Giovanni 10:34–35, citando il Salmo 82, il Signore afferma in modo solenne che “la Scrittura non può essere annullata”, a conferma che ogni parola ha la stessa autorità divina.

Il Signore Gesù distingueva nettamente tra la Parola di Dio e le tradizioni umane:

Un altro aspetto rilevante è la netta distinzione che Egli operò tra il comandamento di Dio, immutabile, e le tradizioni stabilite dagli uomini, spesso in contrasto con la Parola ispirata dallo Spirito. In Marco 7:6–13, il Signore condanna il formalismo religioso che annulla la Parola di Dio a favore di interpretazioni e regole umane, riaffermando così che l’autorità risiede unicamente nella Parola.

Questo principio resta di fondamentale importanza anche oggi: la dottrina e la pratica cristiana non possono fondarsi su tradizioni o insegnamenti umani, ma devono sussistere unicamente alla luce della Parola di Dio.

Il Signore Gesù dichiarò esplicitamente che le Scritture parlano di Lui e testimoniano di Lui:

Il Signore Gesù è il compimento di tutta la Parola. Egli stesso dichiarò più volte che le Scritture rendevano testimonianza di Lui e che tutto ciò che era stato annunciato dai profeti, dai Salmi e dalla Legge doveva necessariamente adempiersi in Lui (Luca 18:31–33; Luca 22:37; Giovanni 5:39).

Dopo la Sua risurrezione, spiegando ai discepoli sulla via di Emmaus che in tutte le Scritture le cose vi erano cose che Lo riguardavano, Egli mostrò che ogni libro contiene figure, profezie e ombre che trovano in Lui la loro piena realizzazione (si veda: Luca 24:27, 44–46).

La Sua opera è già presente nelle prime parole di Genesi: subito dopo la caduta, Dio promette che la progenie della donna avrebbe schiacciato il capo al serpente (Genesi 3:15). Da quel momento, l’intera storia dell’Antico Testamento è intessuta di promesse figure, che hanno in vista Lui. La Legge Lo prefigura nei sacrifici e nelle feste solenni; i Profeti annunciano la Sua venuta, le Sue sofferenze, il Suo rigettamento e la gloria futura; i Salmi esprimono le Sue preghiere, le Sue sofferenze e la Sua esaltazione. I Vangeli narrano la Sua storia, gli Atti e le Epistole annunciano la Sua presenza come Uomo glorificato nel cielo e il Suo posto come Capo della Chiesa, Suo corpo, e l’Apocalisse rivela “il gran giorno della Sua ira” e la Sua manifestazione finale come Re dei re e Signore dei signori.

Nessun libro umano scritto da tanti autori in epoche, lingue e contesti diversi, avrebbe potuto mantenere un’unità così perfetta senza una mente sovrana che ne guidasse la redazione attraverso i secoli.

C. L’uniformità straordinaria della Bibbia

Un altro aspetto che conferma l’ispirazione divina della Bibbia è la sua straordinaria coerenza interna. La Bibbia è stata redatta lungo un arco di oltre 1.600 anni, da circa 40 autori diversi, provenienti da contesti sociali, culturali e professionali molto distanti tra loro.

Tra gli autori troviamo:

  • Mosè, educato alla corte d’Egitto;
  • Giosuè, un condottiero militare;
  • Davide e Salomone, re di Israele;
  • Amos, un pastore di pecore;
  • Daniele, un alto funzionario e consigliere nei regni babilonese e persiano;
  • Ezechiele, membro di una famiglia sacerdotale;
  • Neemia, coppiere di un re persiano;
  • Pietro, un pescatore della Galilea;
  • Matteo, un esattore delle tasse;
  • Luca, un medico;
  • Paolo, un fariseo esperto della legge mosaica.

Questi autori vissero in epoche diverse, su tre continenti (Asia, Africa, Europa) e scrissero prevalentemente in due lingue principali (ebraico e greco, con parti in aramaico). Eppure, pur nella diversità di tempo, luogo e condizione, tutti presentarono un messaggio straordinariamente uniforme e coerente, privo di contraddizioni sostanziali.

In tutti i 66 libri che compongono la Bibbia si ritrova una sorprendente unità di pensiero e di dottrina:

  • Riguardo l’origine dell’uomo (creato da Dio);
  • Riguardo lo scopo dell’esistenza (servire e glorificare Dio);
  • Riguardo il destino eterno (vita eterna o separazione eterna da Lui).

Le narrazioni storiche, i principi morali, le profezie e ogni altro aspetto trattato, si intrecciano in un unico piano di redenzione che culmina nella Persona del Signore Gesù Cristo.

È inconcepibile come un’opera così perfettamente armonica e senza alcuna contraddizione dottrinale sia stata prodotta, se gli scrittori non fossero stati tutti guidati da un unico Autore divino: lo Spirito Santo.

D. La potenza trasformatrice della Bibbia

In ogni tempo migliaia e migliaia di persone si sono convertite e la loro vita è cambiata radicalmente, trasformata dal messaggio dell’Evangelo. Le molte testimonianze di cristiani la cui vita è cambiata per effetto delle Scritture conferma l’evidenza dell’ispirazione della Bibbia. La Bibbia è un libro scritto migliaia di anni fa, ma risponde in modo attuale ai bisogni dell’uomo. Questa potenza capace di cambiare radicalmente la vita è un’ulteriore conferma dell’ispirazione divina della Bibbia. Essa non è semplice letteratura, o religione, ma Parola di Dio, in grado di penetrare i cuori.

E. Il miracolo della sua trasmissione e della sua diffusione

Un altro aspetto che testimonia l’unicità e la potenza della Parola di Dio è lo straordinario miracolo della sua conservazione e diffusione attraverso i secoli.

La Bibbia è di gran lunga il libro più stampato, distribuito, tradotto e letto in tutta la storia dell’umanità. Si stima che ne siano state pubblicate miliardi di copie, una quantità ineguagliata da qualsiasi altro scritto. La Bibbia, completa o in parte, è oggi disponibile in oltre 2.400 lingue, coprendo circa il 90% della popolazione mondiale, e nuove traduzioni continuano ad aggiungersi anno dopo anno.

Nonostante questa diffusione, la Bibbia è sopravvissuta a innumerevoli tentativi di censura, persecuzione e distruzione. Uno degli esempi più noti è l’editto dell’imperatore Diocleziano, attorno al 300 d.C., con il quale ordinò la distruzione di tutte le copie delle Scritture e la persecuzione di coloro che le possedevano. Tuttavia, mentre l’impero romano è crollato, la Parola di Dio ha continuato a diffondersi, raggiungendo popoli e nazioni lontane.

Anche nel periodo dell’Illuminismo, filosofi come Voltaire pretesero di annunciare la fine imminente della Bibbia e del cristianesimo. Celebre è la sua affermazione secondo cui, entro un secolo, la Bibbia sarebbe stata dimenticata e relegata in musei di antichità. Non fu cosi, anzi, cinquant’anni dopo la sua morte, nel 1828, proprio la casa di Voltaire a Ginevra fu acquistata dalla Società Biblica per stamparvi e distribuire copie delle Sacre Scritture.

Inoltre, il miracolo della trasmissione della Bibbia è sostenuto da una quantità impressionante di manoscritti antichi che attestano l’accuratezza del testo biblico lungo i secoli:

  • I Rotoli del Mar Morto (Qumran): scoperti nel 1947, contengono copie di quasi tutti i libri dell’Antico Testamento databili dal II secolo a.C. al I secolo d.C., dimostrando la straordinaria fedeltà della trasmissione del testo rispetto ai manoscritti medievali.
  • Il Codex Sinaiticus e il Codex Vaticanus: due dei manoscritti più antichi e completi del Nuovo Testamento greco, risalenti al IV secolo d.C., che confermano la stabilità del testo trasmesso dalla Chiesa primitiva.
  • Il Codex Alexandrinus e il Codex Ephraemi Rescriptus: altri testimoni importanti risalenti ai primi secoli, che testimoniano l’uniformità del testo ricevuto.

A differenza di molti altri testi antichi, di cui esistono solo poche copie frammentarie, la Bibbia vanta, secondo l’”Institute for New Testament Textual Research (INTF) di Münster (Germania)”, che mantiene l’elenco più accurato e riconosciuto a livello accademico, oltre 5.800 manoscritti greci del Nuovo Testamento e migliaia di versioni antiche in latino, siriaco, copto e altre lingue, oltre a innumerevoli citazioni. Questo rende il testo sacro uno dei documenti storici più abbondantemente attestati di tutta l’antichità.

Il Signore Gesù stesso dichiarò con solenne autorità: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Marco 13:31).

Questa dichiarazione è stata fedelmente confermata nei secoli: nessun altro libro è stato così combattuto e, al tempo stesso, così conservato e diffuso come la Bibbia. La sua trasmissione fedele attraverso manoscritti, traduzioni, copie e stampe è uno dei più grandi miracoli che attestano l’opera provvidenziale di Dio a favore della Sua Parola.

F. L’archeologia supporta la Bibbia

Un altro elemento è offerto dalle continue scoperte archeologiche. Numerosi siti, reperti e iscrizioni portati alla luce nel corso dei secoli hanno contribuito a confermare l’esistenza di luoghi, popoli, eventi e personaggi menzionati nella Parola di Dio, spesso in un tempo in cui la loro storicità era messa in dubbio da studiosi e atei.

Molti luoghi di cui si era persa ogni traccia, come Ninive, Ur dei Caldei, Gerico e altre città dell’antico Medio Oriente, sono stati riportati alla luce, offrendo prove tangibili della precisione storica della Scrittura.

Uno dei massimi archeologi del XX secolo, Nelson Glueck, di origine ebraica, ha dichiarato: “Si può affermare categoricamente che nessuna scoperta archeologica ha mai contraddetto un riferimento biblico”. Huston Smith, uno studioso americano, ha affermato che se i canoni rigorosi impiegati per verificare l’affidabilità storica della Bibbia fossero stati applicati anche agli studi classici, la nostra visione del mondo Greco-Romano oggi non esisterebbe.

Al contrario, più si scava, più le scoperte sostengono ciò che la Bibbia riporta, dissipando critiche infondate e rendendo evidente che la Parola di Dio si fonda non su miti o leggende, ma su fatti concreti e verificabili.

L’archeologia non può sostituire la fede, ma offre un supporto prezioso per dimostrare la storicità di molti avvenimenti e personaggi e per confutare obiezioni razionalistiche. Essa rappresenta quindi uno dei tanti testimoni esterni che confermano l’affidabilità della Parola nella sua narrazione storica.

Esempi:

1) Gli Ittiti: Per secoli, molti studiosi occidentali considerarono gli Ittiti come un popolo leggendario, citato solo nella Bibbia e in alcuni testi antichi vaghi. Tuttavia, a partire dal XIX secolo, importanti scavi in Anatolia (l’odierna Turchia) portarono alla luce intere città, archivi reali e migliaia di tavolette cuneiformi che documentano la grandezza dell’impero ittita, confermando così la precisione del racconto biblico (Genesi 23; 2 Re 7:6).

2) Ninive: Dopo la sua distruzione nel 612 a.C., se ne persero le tracce e a alcuni studiosi consideravano le storie di Giona o di Naum come miti. La città di Ninive era descritta in una maniera troppo grande per essere ritenuta credibile. Solo a metà del XIX secolo gli archeologi Layard eBotta riportarono alla luce le rovine di Ninive vicino a Mosul (Iraq), confermando l’ampiezza e la potenza della capitale assira.

3) Sargon II. Per lungo tempo, studiosi e critici biblici sostenevano che non fosse mai esistito un sovrano assiro con questo nome, poiché al di fuori del testo biblico non si trovavano riferimenti a lui. La sua menzione in Isaia 20:1, dove si narra della sua conquista di Asdod era considerata falsa. Tuttavia, questa tesi fu completamente smentita quando, nel XIX secolo, l’archeologia portò alla luce il palazzo di Sargon II a Khorsabad, nell’attuale Iraq settentrionale. Le iscrizioni e i rilievi murali ritrovati tra le rovine documentavano esattamente l’evento riportato dal profeta Isaia con riferimenti diretti alla campagna contro Asdod.

4) Baldassar.  Per secoli, gli studiosi affermarono che il libro di Daniele fosse storicamente inaffidabile perché non esisteva alcun re babilonese con questo nome. I documenti storici noti indicavano Nabonide come ultimo re di Babilonia. Tuttavia, nel XIX secolo, furono scoperte iscrizioni cuneiformi (Cilindri di Nabonide) che rivelarono che Baldassar  era figlio di Nabonide e governò Babilonia come co-reggente, mentre Nabonide si trovava lontano per motivi religiosi e militari.

5) Ponzio Pilato Per lungo tempo, alcuni critici hanno sostenuto che Ponzio Pilato fosse un’invenzione, dal momento che non vi erano prove extrabibliche della sua esistenza. Tuttavia, nel 1961, presso l’antico teatro di Cesarea Marittima, fu scoperta la famosa “Iscrizione di Pilato”, una lastra di pietra che riporta chiaramente il suo nome e il titolo di prefetto della Giudea sotto Tiberio, confermando quanto riportato dai Vangeli (Matteo 27:2; Luca 3:1).

6) Re Davide Alcuni studiosi ritenevano Davide una figura semi-mitica, appartenente al folclore più che alla storia, ma nel 1993 fu scoperta, a Tel Dan, una stele aramaica databile al IX secolo a.C. che menziona esplicitamente la Casa di Davide, fornendo un’importante prova esterna dell’esistenza della dinastia davidica.

Conclusione:

Dopo queste dichiarazioni possiamo chiederci: la Bibbia è la completa rivelazione di Dio all’uomo o stiamo attendendo nuove rivelazioni?

Per la salvezza:

  • Dio dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi. Egli, che è lo splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi” (Ebrei 1:1-3)
  • La rivelazione è completa, perché l’opera di Dio in favore dell’uomo è completa. Per la salvezza dell’uomo non abbiamo bisogno di un’ulteriore rivelazione. “Badate di non rifiutarvi di ascoltare colui che parla” (Ebrei 12:25)

Per la dottrina:

  • Carissimi avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre” (Giuda 3).

Per il futuro:

  • Io lo dichiaro a chiunque ode le parole della profezia di questo libro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali i flagelli descritti in questo libro; se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dell’albero della vita e della santa città che sono descritti in questo libro” (Apocalisse 22:17-18).

Iniziamo ad esaminare alcuni caratteri e alcune opere che si sono presentate dalla Parola in riferimento alla Persona dello Spirito Santo.  

Lo Spirito Santo nell’opera della creazione

La prima menzione esplicita dello Spirito Santo nella Bibbia si trova già nel secondo versetto del libro della Genesi, nel contesto del racconto della creazione:

“La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque” (Genesi 1:2).

Questo passo introduce la presenza attiva dello Spirito di Dio all’inizio dell’opera della creazione. È importante notare che Genesi 1 non si sofferma sulla creazione dell’universo nel suo insieme, quanto piuttosto sull’inizio del lavoro di Dio in relazione alla terra, preparandola come dimora per l’uomo. La terra viene descritta come “informe e vuota”, una condizione di disordine e desolazione, la cui causa non viene specificata. Tuttavia, proprio in questa situazione caotica, lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, pronto ad agire.

Il verbo ebraico tradotto con aleggiava suggerisce un’attività continua e dinamica, e non compiutasi una sola volta nel tempo. Questa immagine è il preludio all’intervento ordinatore e vivificante di Dio nella creazione.

Il capitolo si conclude con la creazione dell’uomo, culmine dell’opera divina. È proprio in relazione a questa finalità, l’abitabilità della terra per l’essere umano, che si comprende il ruolo dello Spirito Santo come Agente divino attivo nel trasformare il caos in ordine, le tenebre in luce, la desolazione in un luogo adatto alla vita.

Questo intervento dello Spirito nella creazione ha anche una valenza simbolica e spirituale. Il testo, infatti, offre un’immagine di ciò che è l’opera dello Spirito: la condizione iniziale della terra informe, vuota e avvolta dalle tenebre rappresenta anche la realtà dell’uomo senza Dio, immerso nel peccato, spiritualmente in uno stato di desolazione e di tenebre.

È significativo che subito dopo la considerazione sullo stato di desolazione della terra, ci vengano rivelate le seguenti parole di Dio: “Dio disse: Sia la luce. E luce fu” (Genesi 1:3). Questo atto divino è anche preso come figura dell’opera della grazia di Dio: “Il Dio che disse: Splenda la luce nelle tenebre, è quello che risplendé nei nostri cuori” (2 Corinzi 4:6).

Così come nel principio, lo Spirito Santo si muove anche oggi su ciò che è desolato, per portare vita, luce e ordine. La Sua azione non si è limitata al momento iniziale della creazione, ma è un principio costante della Sua opera: lo Spirito si prende cura dell’uomo, lo chiama al ravvedimento, agisce nei cuori, trasforma le vite, e continua a operare nel tempo e nella storia.

Questo è un fatto straordinario che rivela quanto valore abbia l’essere umano agli occhi di Dio. Lo Spirito Santo ha agito in modo che la creazione non rimanesse nel disordine. In tutti i tempi la Sua opera è volta a glorificare Dio donando agli uomini che si ravvedono una nuova vita. 

In sintesi: Genesi 1 contiene: L’inizio della rivelazione: Dio eterno, Creatore assoluto. La prima menzione dello Spirito Santo come Agente vivificante. Un quadro del passaggio dal caos all’ordine, dalle tenebre alla luce. Un’anticipazione della nuova creazione spirituale in Cristo.

L’azione dello Spirito Santo nell’Antico Testamento

Dopo aver visto l’opera dello Spirito nella creazione, dove Egli agisce per ordinare la terra in vista della gloria di Dio, Lo ritroviamo nuovamente attivo nel libro della Genesi, questa volta in relazione alla condizione dell’uomo decaduto nel peccato.

La Scrittura mostra chiaramente che, fin dall’inizio, lo Spirito Santo ha operato per contenere e rallentare la diffusione del male, fino al momento in cui Dio, nella Sua giustizia deve intervenire in giudizio. Un esempio significativo si trova immediatamente prima del diluvio: “Il SIGNORE disse: “Il mio Spirito non contenderà per sempre con l’uomo, poiché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni dureranno centoventi anni” (Genesi 6:3).

Se lo Spirito è stato, è e sarà sempre attivo per lavorare nel cuore dell’uomo per portarlo al ravvedimento e per generare in lui una nuova vita. Chi rifiutava o rifiuta di credere, di ascoltare la voce di Dio, si oppone allo Spirito Santo. In Genesi 6:3 Dio dice: “Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo“. Nella Parola troviamo degli esempi significativi a questo riguardo. Nell’Antico Testamento, nella preghiera di umiliazione che troviamo nel libro di Neemia, ripercorrendo la storia di Israele è detto che Dio “ha avuto pazienza con loro molti anni, mentre li avvertiva per mezzo del suo Spirito e per bocca dei profeti, ma essi non vollero dare ascolto” (Neemia 9:30).  In Atti 7:51 Stefano, il primo martire nell’epoca cristiana, di fronte al tribunale religioso in Gerusalemme  dice: “Gente di collo duro e incirconcisa di orecchi, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo: come fecero i vostri padri, così fate anche voi“. 

Un altro aspetto importante dell’azione dello Spirito nell’Antico Testamento riguarda il Suo operare attraverso uomini scelti da Dio, dotandoli di capacità e potenza per compiere compiti specifici. Ecco alcuni esempi significativi:

  1. Giosuè, successore di Mosè, fu pieno dello Spirito per guidare il popolo nella conquista della terra promessa: “Giosuè, figlio di Nun, fu pieno dello Spirito di sapienza, perché Mosè aveva imposto le mani sul suo capo; e i figli d’Israele gli ubbidirono e fecero quello che il SIGNORE aveva comandato a Mosè” (Deuteronomio 34:9).
  2. Besaleel, artigiano incaricato della costruzione del Tabernacolo, ricevette dallo Spirito capacità artistiche straordinarie: “(Il SIGNORE) lo ha riempito dello Spirito di Dio per dargli sapienza, intelligenza e conoscenza per ogni sorta di lavori “ (Esodo 35:31).

Lo Spirito operava anche tramite i profeti e i re, ispirando le loro parole e rafforzandoli nel loro ministero. Davide affermava: “Lo Spirito del Signore ha parlato per mio mezzo e la Sua parola è stata sulle mie labbra” (2 Samuele 23:2).

Come abbiamo visto, l’ispirazione delle Scritture è attribuita all’opera dello Spirito Santo nei profeti dell’Antico Testamento. L’apostolo Pietro scrive: “Cercavano di sapere l’epoca e le circostanze cui faceva riferimento lo Spirito di Cristo che era in loro, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze di Cristo e delle glorie che dovevano seguire” (1 Pietro 1:11).

In più occasioni, lo Spirito viene descritto come Colui che fortifica, incoraggia e guida il popolo di Dio:

  • “Il mio Spirito è in mezzo a voi; non temete!” (Aggeo 2:5).
  • Ma, quanto a me, io sono pieno di forza, dello Spirito del SIGNORE, di giustizia e di coraggio, per far conoscere a Giacobbe la sua trasgressione e a Israele il suo peccato “ (Michea 3:8).
  • “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio”, dice il SIGNORE degli eserciti” (Zaccaria 4:6).

Nell’Antico Testamento vediamo lo Spirito agire anche attraverso uomini increduli, come Balaam e Saul:

  • “E, alzati gli occhi, Balaam vide Israele accampato tribù per tribù; e lo Spirito di Dio fu sopra di lui”  (Numeri 24:2).
  • “Appena giunsero a Ghibea, una schiera di profeti si fece incontro a Saul; allora lo Spirito di Dio lo investì ed egli si mise a profetizzare in mezzo a loro” (1 Samuele 10:10). O ancora: “Lo Spirito del SIGNORE si era ritirato da Saul; e uno spirito cattivo, permesso dal SIGNORE, lo turbava” (1 Samuele 16:14).

Questi esempi dimostrano che lo Spirito Santo era attivamente presente lungo tutto l’Antico Testamento, sebbene la piena rivelazione della Sua Persona divina non fosse ancora manifestata come nel Nuovo Testamento. Inoltre, lo Spirito non era ancora disceso per dimorare stabilmente nel popolo di Dio, né collettivamente né individualmente, poiché l’opera redentrice della Croce non era stata ancora compiuta.

La Sua presenza era dunque occasionale, selettiva e temporanea, legata a specifiche missioni o ruoli. Questo spiega le parole del re Davide, che nel suo pentimento implora: “Non respingermi dalla tua presenza e non togliermi il tuo Santo Spirito” (Salmo 51:11).

Infine, i profeti dell’Antico Testamento annunciarono un tempo futuro in cui lo Spirito sarebbe stato effuso in modo nuovo (Ezechiele 39:29, Gioele 2:29).

Lo Spirito Santo nel Nuovo Testamento

Già prima della nascita del Signore Gesù e del Suo precursore, Giovanni Battista, il Nuovo Testamento ci presenta alcune persone che, animate da una viva attesa del Messia, erano ripiene dello Spirito Santo e agivano sotto la Sua guida. Tra questi, Elisabetta (Luca 1:41), Zaccaria (Luca 1:67) e Simeone (Luca 2:25-27) sono esempi significativi. Le loro esperienze, per quanto bellissime, si collocano ancora nell’ambito delle manifestazioni temporanee dello Spirito di Dio, analoghe a quelle riscontrabili nell’Antico Testamento.

Con l’apparizione di Giovanni Battista, che proclamava un battesimo di ravvedimento, si apre una nuova fase nella rivelazione dello Spirito. Giovanni annuncia con forza la venuta di Colui che è più grande di lui e che “battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco” (Matteo 3:11; Luca 3:16).

Nota:   In senso generale, questa dichiarazione può riferirsi al battesimo dello Spirito Santo avvenuto nel giorno della Pentecoste, dopo la glorificazione del Signore, come scritto in Atti 2. Tuttavia, il contesto immediato suggerisce che il “battesimo di fuoco” non debba essere confuso con le lingue di fuoco apparse in quell’occasione. Piuttosto, esso allude ai giudizi futuri, ancora a venire, che caratterizzeranno la manifestazione della giustizia divina.

Possiamo esaminare quanto i Vangeli rivelano circa l’opera dello Spirito Santo in relazione alla persona del Signore Gesù e agli insegnamenti da Lui trasmessi. Considereremo alcuni aspetti rilevanti a tale riguardo.

Il mistero dell’incarnazione

Il concepimento del Signore Gesù nel grembo di una vergine, Maria, rappresenta un evento unico nella storia dell’umanità, opera dello Spirito Santo. La Scrittura lo afferma con chiarezza e autorità, sottolineando il carattere soprannaturale e divino di questa nascita.

Nel racconto dell’annunciazione, l’angelo Gabriele, rivolgendosi a Maria, dichiara: “Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio” (Luca 1:35).

A Giuseppe, turbato per la situazione di Maria, un angelo del Signore appare in sogno e gli rivela: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (Matteo 1:20-21).

Queste dichiarazioni confermano in modo inequivocabile che il Figlio di Dio è venuto nel mondo mediante un’opera diretta dello Spirito Santo, senza intervento umano, secondo il disegno eterno di Dio. L’incarnazione è dunque un mistero profondo, in cui la piena divinità del Signore Gesù si unisce alla vera umanità.

Cristo è vero Dio e vero Uomo. È stato “manifestato in carne”, in un corpo santo formato dallo, Spirito Santo cioè non partecipando alla condizione peccaminosa dell’umanità. La Sua incarnazione è il fondamento della redenzione, ma mai ha cessato di essere ciò che era dall’eternità: il Figlio di Dio.

Il ministero del Signore Gesù

All’inizio del Suo ministero pubblico, il Signore Gesù si recò al fiume Giordano per essere battezzato da Giovanni Battista. Con questo atto Egli si identificò con il residuo fedele d’Israele, che si sottoponeva al battesimo di ravvedimento. Dio in quel momento  si occupò di distinguere da tutti gli altri Colui che non aveva nessuna colpa da confessare. I cieli si aprirono, lo Spirito scese sul  Signore Gesù in forma di colomba e la voce del Padre si fece udire: “Questo è il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17). È in questo momento che, per la prima volta, le tre Persone della Deità si manifestano in modo così evidente e distinto.

Il Vangelo di Giovanni aggiunge ulteriori particolari: Dio, che aveva inviato Giovanni Battista, gli aveva detto: “Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quello che battezza con lo Spirito Santo. Giovanni Battista vede e testimonia: “E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio” (Giovanni 1:32-34).

Nel Vangelo di Luca viene messo in rilievo che ogni parola, azione e movimento del Signore Gesù era compiuto nella potenza dello Spirito Santo: “Gesù, pieno di Spirito Santo, ritornò dal Giordano, e fu condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni, dove era tentato dal diavolo… Gesù, nella potenza dello Spirito, se ne tornò in Galilea; e la sua fama si sparse per tutta la regione...” (Luca 4:1,14)

A Nazaret, nella sinagoga, leggendo il profeta Isaia, applicò a Sé le parole del profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il ricupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi, per proclamare l’anno accettevole del Signore” (Luca 4:16-18).

Nel corso del Suo ministero, il Signore operava per mezzo dello Spirito. Egli affermò: “Ma se è con l’aiuto dello Spirito di Dio che io scaccio i demoni, è dunque giunto fino a voi il regno di Dio” (Matteo 12:28).

Anche il Suo sacrificio fu offerto per mezzo dello Spirito: “Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio” (Ebrei 9:14).

Nell’Antico Testamento troviamo una bella figura, di quanto appena esaminato, nell’oblazione descritta in Levitico 2. Si trattava di una focaccia senza lievito, fatta di fior di farina, figura dell’umanità perfetta di Cristo, impastata con olio, unta d’olio e coperta d’olio: simboli dello Spirito Santo. Così, sotto qualsiasi aspetto noi guardiamo al Signore Gesù come Uomo, troviamo la Sua purezza, l’assenza totale di peccato manifestata dal concepimento miracoloso per mezzo dello Spirito Santo (Matteo 1:22; Luca 1:35), dalla dimora in Lui dello Spirito Santo e dalla Sua unzione con lo Spirito Santo (Matteo 3:16; Luca 4:1). 

Il Signore Gesù nei Suoi insegnamenti parlò spesso dello Spirito Santo, rivelando aspetti fondamentali della Sua Persona e della Sua opera. Tali insegnamenti si trovano in modo particolare nel Vangelo di Giovanni.

Possiamo ora considerare alcuni di questi aspetti.

La Nuova Nascita

Nel capitolo 3 del Vangelo di Giovanni, il Signore Gesù esprime una verità di carattere universale. Evidenzia che per l’uomo è necessario “nascere di nuovo”, perché possa “vedere” ed “entrare” nel regno di Dio. Questa nuova nascita è opera dello Spirito Santo: è per mezzo dell’azione di questa Persona divina che l’uomo riceve una nuova natura.


Una necessità imprescindibile: perché?

Dio creò l’uomo a Sua immagine e somiglianza. L’“immagine” si riferisce alla posizione di autorità conferita all’uomo nella creazione: Adamo doveva rappresentare Dio esercitando il dominio sull’opera delle Sue mani. La “somiglianza”, invece, richiama la condizione morale originaria: una natura pura, priva di peccato, conforme al carattere del Creatore.

A differenza di ogni altra creatura terrena, l’uomo fu anche creato per durare in eterno. Dio lo pose in un giardino colmo di benedizioni, con una sola proibizione: “Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” (Genesi 2:16-17).

Adamo trasgredì quell’unico comandamento e così conobbe la morte morale e, in seguito, la morte fisica. Da un punto di vista biblico, la morte è separazione: la morte fisica è la separazione dello spirito dal corpo; quella morale, la separazione da Dio, l’impossibilità di avere con Lui, nella condizione di peccatore, una relazione vivente.

Il peccato corrompe la natura morale di Adamo, e l’intera sua discendenza, l’intera razza umana eredita questa natura decaduta (posizione) e corrotta (condizione).

L’apostolo Paolo, nella lettera agli Efesini, descrive con chiarezza questa condizione: “Eravate morti nei vostri falli e nei vostri peccati … per natura eravate figli d’ira” (Efesini 2:1-3).

L’uomo è quindi sotto condanna non solo per la natura peccaminosa che possiede, ma anche per le manifestazioni concrete di tale natura: i peccati. La Scrittura, infatti, afferma che “non c’è nessun giusto, neppure uno, non c’è nessuno che capisca non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà” (Romani 3:10-12).

Questo versetto evidenzia l’universalità del peccato: nessuno è esente, e ciascuno si trova in uno stato di morte spirituale davanti a Dio.

La nuova nascita si lega pertanto ad un bisogno universale dell’uomo.

In questa situazione di corruzione, inimicizia e morte, che appare disperata, irrompono le parole del Signore Gesù: “Bisogna che nasciate di nuovo” (Giovanni 3:7).

L’urgenza di questa necessità diventa evidente: l’essere umano, morto spiritualmente, ha bisogno di una nuova vita per poter essere riconciliato con Dio e ristabilire una relazione con il proprio Creatore.

Il dialogo con Nicodemo.

Il terzo capitolo del Vangelo di Giovanni ci presenta l’incontro tra Gesù e Nicodemo, un dottore della legge, uomo religioso che attendeva una tangibile manifestazione del regno di Dio. Questi si avvicina al Signore di notte, riconoscendo in Lui un “maestro venuto da Dio”, attratto dai segni e dai miracoli che Egli compiva.

A quest’uomo il Signore Gesù rivolge parole profonde e inattese: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3:3).

La cecità spirituale, effetto del peccato, rende l’uomo incapace di discernere il regno di Dio anche quando il Re stesso, il Signore Gesù, era presente un mezzo a loro. Nicodemo, pur riconoscendo una grande autorità in Gesù, non riusciva a cogliere la vera natura del Suo regno: per vederla, avrebbe dovuto nascere di nuovo.

La risposta di Nicodemo, tutta centrata su una comprensione puramente materiale delle parole del Signore, conferma ciò che l’apostolo Paolo affermerà più tardi: “l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui e non le può conoscere perché devono essere giudicate spiritualmente” (1 Corinzi 2:14).

La nuova nascita non è un ritorno fisico al grembo materno, ne è necessario morire per rinascere fisicamente, è un’opera che riguarda l’interiorità dell’uomo, la sua parte spirituale. Trattandosi di qualcosa di spirituale la nuova nascita sarà operata da agenti (mezzi) spirituali. Il Signore prosegue aggiungendo un altro elemento al Suo insegnamento: “In verità vi dico che se uno non è nato di acqua e di Spirito non può entrare nel regno di Dio”.

Non basta vedere il regno: è necessario entrarvi. E l’accesso è reso possibile solo da una nuova nascita operata “d’acqua e di Spirito”.

Cosa significa nascere d’acqua e di Spirito?

L’espressione utilizzata dal Signore Gesù in Giovanni 3:5 potrebbe richiamare una verità contenuta nel libro di Ezechiele: “Vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno Spirito nuovo” (Ezechiele 36:25-27).

L’acqua nella simbologia biblica rappresenta frequentemente l’azione purificatrice della Parola di Dio. Il Signore stesso affermò ai discepoli: “Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato” (Giovanni 15:3).

Allo stesso modo, l’apostolo Paolo scrive riguardo a Cristo e alla Chiesa: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della Parola…”.(Efesini 5:26).

La Parola è quindi il mezzo utilizzato dallo Spirito Santo per produrre la nuova nascita. Essa, applicata all’anima, nella potenza dello Spirito, genera una nuova vita.

Per Parola di Dio intendiamo il fatto che Dio in ogni tempo ha parlato all’uomo rivelandosi, e lo ha fatto “In molti modi e in molte maniere” (Ebrei 1). La creazione, i profeti, le circostanze della vita e tutto quanto Dio nella Sua Onnipotenza ha a disposizione. 

Oggi nella nostra epoca, dopo la venuta del Signore Gesù Cristo, possediamo la rivelazione completa e del messaggio divino. Ciò che prima era velato nell’Antico Testamento, affidato a promesse, profezie e figure, ha trovato il suo pieno compimento nella persona e nell’opera del Figlio di Dio.

Questa rivelazione ci è stata trasmessa attraverso le Sacre Scritture, che comprendono sia la testimonianza del Vecchio Testamento sia la testimonianza del Nuovo Testamento.

“… Siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio” (2 Pietro 1:23).

Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature” (Giacomo 1:18).

Il messaggio della Parola è vivente, completo e penetrante, in grado di produrre la vita. La Parola di Dio ci comunica la vera conoscenza: essa ci rivela il nostro reale stato di peccato davanti a Dio, proclamando la giusta e inevitabile condanna che in quanto peccatori meritiamo. Ci dichiara inoltre che l’uomo, in tale condizione, è lontano da Dio, separato da Lui ed estraneo alla Sua vita. Tuttavia, la Scrittura ci mostra anche che Dio, nella Sua grazia, non ci ha lasciati al nostro destino ma ha provveduto un mezzo per la nostra salvezza eterna per permetterci di entrare nel Suo Regno celeste.

La Parola di Dio annuncia la grazia manifestata in Cristo, il quale ha subito la condanna per il peccato al posto nostro, è morto, risuscitato ed è ora vivente nel cielo. Essa ci chiama a riceverlo con fede per ottenere la vita eterna. Infatti, Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo “affinché per mezzo di Lui vivessimo” (1 Giovanni 4:9).

La Parola di Dio ci assicura che il passaggio dalla morte alla vita avviene per grazia mediante la fede: ciò di cui abbiamo realmente bisogno è accogliere Cristo come nostro personale Salvatore.

L’opera dello Spirito Santo

Assieme alla Parola, è indispensabile l’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito che illumina, convince di peccato e rende efficace la Parola annunciata. Come fu attivo nella creazione materiale, così lo è nella nuova creazione spirituale. Lo Spirito opera una trasformazione interiore producendo una nuova vita nell’anima rigenerata.

Essere “nati d’acqua e di Spirito” significa quindi essere rigenerati dalla Parola di Dio, applicata al cuore mediante l’azione dello Spirito Santo. L’Una non agisce senza l’Altro. Paolo descrive così quest’opera scrivendo a Tito: “Ma quando la bontà di Dio nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo …” (Tito 3:4-6).

Il ruolo dell’uomo: Qual è la nostra parte? Nessuna!

L’opera della nuova nascita è interamente di Dio. Nessuna iniziativa o sforzo umano può produrla. Tuttavia, l’uomo è responsabile di una cosa: credere. Il vangelo di Giovanni dichiara: “… a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli cioè che credono nel suo nome; i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (Giovanni 1: 12-13).

Questo passo esclude ogni forma di eredità naturale, volontà personale o mediazione umana.

  1. Non da sangue” – La vita nuova non si trasmette per discendenza naturale. Nascere in una famiglia di credenti è certamente un privilegio ma non conferisce automaticamente il diritto di diventare figli di Dio.
  2. Né da volontà di carne” – Non si tratta di qualcosa che possiamo ottenere con i nostri sforzi, desideri o capacità personali. La volontà umana per quanto sincera non può generare la vita divina.
  3. Né da volontà d’uomo” – Nessuna opera compiuta da altri, né alcuna cerimonia o ordinanza religiosa stabilita dall’uomo, può comunicarci la vita di Dio.
  4. “…ma sono nati da Dio” La nuova nascita è esclusivamente opera di Dio. È Lui che comunica una nuova natura a chi crede.

La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù. Attraverso queste ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina dopo essere sfuggiti alla corruzione che è nel mondo” (2 Pietro 1:3-4).


Come possono avvenire queste cose?”. È questa la successiva domanda posta da Nicodemo. In altre parole egli si interroga sul “come”, sul meccanismo attraverso il quale si compie la nuova nascita.

Ma possiamo davvero comprendere i dettagli di tali realtà spirituali? Chi, ad esempio, è in grado di spiegare con esattezza scientifica come avvenne la creazione dell’universo o l’origine stessa della vita? O ancora, chi può descrivere nei particolari il concepimento di Maria ad opera dello Spirito Santo? Sono eventi che sfuggono alla piena comprensione umana. Eppure, siamo certi che sono opere di Dio, originate da Lui e rese possibili dalla Sua potenza.

Il Signore Gesù risponde a Nicodemo con un’immagine eloquente: “Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Giovanni 3:8).

Che intendeva dire? Anche al giorno d’oggi, i migliori meteorologi, pur disponendo di strumenti tecnologici all’avanguardia, non riescono sempre a prevedere con precisione i movimenti dell’aria. Possono rilevare la direzione del vento, ma non ne controllano né l’intensità né la provenienza esatta. Il vento resta una forza invisibile e misteriosa, i cui effetti, tuttavia, sono chiaramente percepibili.

Allo stesso modo, la nuova nascita è un’opera spirituale profonda, i cui meccanismi ci restano nascosti. Non possiamo spiegarla nei dettagli, ma ne vediamo con chiarezza gli effetti nella vita di chi ne è oggetto.

Quali sono dunque gli effetti di questa nuova nascita? La Scrittura risponde con chiarezza:
“… È creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità” (Efesini 4:24).
E ancora: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco sono diventate nuove” (2 Corinzi 5:17).

Chi è nato di nuovo possiede una nuova natura, una natura spirituale che lo rende capace di compiere il bene secondo la volontà di Dio. Nonostante la nuova nascita rimanga per noi un mistero, essa produce frutti visibili e tangibili nella vita di chi ne è stato trasformato.


Proseguiamo il nostro percorso nel Vangelo di Giovanni.

Nel capitolo 4, nell’episodio dell’incontro tra il Signore Gesù e la donna samaritana, il Signore le parla del “dono di Dio” e ne descrive i risultati. Le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: “Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva” (Giovanni 4:10).

In questo contesto, il “dono di Dio”, cioè “l’acqua viva”, è un riferimento allo Spirito Santo. Nel capitolo 3 avevamo visto che Dio comunica una nuova vita, una nuova natura. Qui, invece, si parla della potenza che agisce in quella nuova vita. Dio dona ciò che costituisce l’energia, la sorgente di gioia propria della natura divina. Non è solo la vita eterna che Egli dona per quanto preziosa sia, ma dona lo Spirito Santo.

Nel capitolo 7, ai versetti da 37 a 39, lo Spirito Santo è paragonato a “fiumi d’acqua viva” che scaturiscono dal seno di chi crede nel Signore. La Parola aggiunge una nota esplicativa di grande importanza: “Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avevano creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato” (Giovanni 7:39).

Lo Spirito Santo sarebbe stato donato ai credenti soltanto dopo la morte, la risurrezione e la glorificazione del Signore. Non poteva essere dato prima che Cristo fosse glorificato. Tuttavia, già in quel momento il Signore annunciava gli effetti futuri della presenza dello Spirito Santo: una benedizione a beneficio del credente stesso e di coloro che lo circondano, “dei fiumi d’acqua viva”. 

Già da questi due episodi emerge chiaramente che la nuova nascita e il dono dello Spirito Santo sono realtà distinte. Nascere di nuovo, avere la vita eterna, è una necessità per l’uomo in ogni tempo. Il dono dello Spirito Santo, invece, è strettamente legato alla venuta del Figlio di Dio e al compimento della Sua opera. È un privilegio concesso solo in seguito alla glorificazione di Cristo.


Gli ultimi discorsi del Signore ai suoi discepoli

Nei capitoli da 14 a 16 del Vangelo di Giovanni, che riportano le parole del Signore Gesù ai discepoli prima della Sua partenza da questo mondo, troviamo una rivelazione nuova e profonda riguardo allo Spirito Santo. In questi discorsi, il Signore annuncia la venuta di “un altro Consolatore” che sarebbe stato mandato dal Padre una volta che Egli fosse ritornato in cielo.

Io (il Signore Gesù) pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Consolatore perché sia con voi per sempre: lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi” (Giovanni 14:16-17).

Il Signore Gesù stava per affrontare la Croce, e compiere cosi l’opera che il Padre Gli aveva affidato. In quella morte Dio sarebbe stato pienamente glorificato. Dopo la risurrezione Il Signore sarebbe stato esaltato alla destra del Padre. Questo significava che i discepoli sarebbero rimasti senza la Sua presenza visibile. Ma per consolarli, il Signore promise che avrebbe inviato loro un altro Consolatore: lo Spirito della verità. Cristo stesso era stato il Consolatore in mezzo ai discepoli; ma l’altro Consolatore, lo Spirito Santo, sarebbe stato con loro per sempre. La presenza dello Spirito non sarebbe stata solo per confortarli, ma per rendere Cristo reale e presente in loro, in un modo nuovo, più profondo, spirituale e permanente.

A conferma di quanto detto fin qui, il Signore presenta lo Spirito come una Persona divina, distinta dal Padre e da Sé stesso. Non si tratta di una semplice potenza, come alcuni sostengono. Cristo utilizza il pronome personale maschile “Egli” per riferirsi allo Spirito.

Il termine “Paracletos”, che significa “consolatore”, è preceduto dalla parola: “altro” (allos* in greco), che indica una persona di identica natura rispetto alla precedente. Ciò significa che il Signore sta parlando indirettamente di Sé stesso come del primo Consolatore e dello Spirito come di un altro Consolatore (uno della stessa natura del precedente) che DIO manderà.

Nota: Paracletos La parola Paracletos ha un significato molto vasto, si riferisce a qualcuno che si identifica con i nostri interessi, prende in mano le nostre cause, si impegna a sostenerci nelle nostre difficoltà, qualcuno che a tutti gli effetti diventa sia il nostro rappresentante che il grande agente personale che gestisce tutti i nostri affari per noi. Qualcuno che è assolutamente e infinitamente competente a farsi carico di tutto ciò che può essere fatto a nostro favore, per la benedizione delle nostre anime.

In questo passo sono messi in evidenza altri elementi:

  • la presenza dello Spirito sarebbe stata permanente: “sia con voi per sempre”;
  • l’aspetto collettivo di questa presenza: “con voi”;
  • l’aspetto individuale: “in voi”.

Questa presenza interiore dello Spirito Santo, sconosciuta nell’economia dell’Antico Testamento, è il privilegio distintivo del credente sotto la grazia. Il Signore afferma che il Consolatore “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Giovanni 14:26), e ancora “prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Giovanni 16:14).

Lo Spirito Santo insegnerà ogni cosa.

Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto”  (Giovanni 14:26-27).

I discepoli in diverse occasioni avevano dimostrato di non comprendere appieno ciò che il Signore gli diceva. Lo Spirito Santo avrebbe comunicato loro una nuova capacità insegnandogli “ogni cosa”, cioè tutto quello che il Signore Gesù non gli aveva potuto dire perché non era ancora alla loro portata, inoltre, avrebbe loro ricordato ciò che il Signore Gesù gli aveva detto e che non avevano afferrato (Giovanni 16:12-13; Giovanni 2:22; Giovanni 12:16).

La testimonianza dello Spirito e quella dei discepoli

 “Quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me;  e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio” (Giovanni 15:26-27).

In questo passo il Signore annuncia che lo Spirito Santo sarebbe stato inviato per sostenere la testimonianza che doveva essere resa nel mondo.

La testimonianza personale di Cristo sulla terra stava per concludersi: era venuto, aveva parlato e operato, ma la Sua parola era stata rigettata. Con profonda tristezza afferma: “hanno odiato me e il Padre mio” (Giovanni 15:22, 24).

Tuttavia, la grazia di Dio avrebbe continuato ad essere annunciata: una nuova testimonianza sarebbe stata resa, quella dello Spirito della verità che procede dal Padre. Questa testimonianza non sarebbe stata isolata, ma unita a quella degli stessi discepoli: “e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio”. Essi erano stati col Signore fin dal principio del Suo ministero, testimoni oculari della Sua vita, della Sua morte, della Sua risurrezione e della Sua ascensione in gloria.
Per mezzo dell’azione dello Spirito Santo, questi testimoni sarebbero stati resi capaci di proclamare con potenza la verità riguardante Cristo risorto e glorificato, come ci è raccontato nel libro degli Atti.

L’elevazione del Signore nella gloria e la discesa dello Spirito Santo sulla terra

Questi due eventi sono profondamente connessi l’uno all’altro. Il Signore Gesù stesso afferma: “È utile per voi che io me ne vada; perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò” (Giovanni 16:7).

La presenza dello Spirito Santo sulla terra costituisce la testimonianza vivente che un Uomo, Gesù Cristo, è stato glorificato nel cielo.

Durante il Suo ministero terreno, i discepoli erano legati al loro Maestro in modo visibile e tangibile. Con la glorificazione di Cristo, i credenti sarebbero stati uniti, in modo nuovo e spirituale, a Colui che ora si trova alla destra di Dio. Anticipando questo cambiamento e i benefici che ne sarebbero derivati con la venuta dello Spirito Santo, il Signore poteva dire con certezza: “È utile per voi che io me ne vada.”.

Nota: Il periodo attuale, quello che la Chiesa sta vivendo, è dunque segnato da due realtà fondamentali: la presenza del Signore Gesù glorificato nel cielo e la presenza dello Spirito Santo sulla terra.

L’effetto della presenza dello Spirito Santo sul mondo

A questo si riferisce il Signore nei versetti da Giovanni 16:8 a 11. Il termine “convincere”, in questo contesto, può essere reso più precisamente con “dimostrare”, “portare prove inconfutabili”. La presenza dello Spirito sulla terra è, di per sé, una dimostrazione solenne:

  1. del peccato del mondo, che ha rigettato il Figlio di Dio;
  2. della giustizia di Dio, manifestata nel fatto che Cristo, l’unico giusto, è stato esaltato alla Sua destra;
  3. e del giudizio che inevitabilmente colpirà questo mondo, responsabile della crocifissione del Signore della gloria.
Convincere di peccato

La presenza stessa dello Spirito è una prova della colpevolezza del mondo, perché Egli non sarebbe venuto se Cristo non fosse stato rigettato. Il rifiuto del Figlio di Dio è totale, come affermano le parole del Signore: 

“Se non fossi venuto e non avessi parlato, loro non avrebbero colpa; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto tra di loro le opere che nessun altro ha mai fatte, non avrebbero colpa; ma ora le hanno viste, e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo è avvenuto affinché si adempisse la parola scritta nella loro legge: “Mi hanno odiato senza motivo” (Giovanni 15:22-25).

La prova definitiva e assoluta che il mondo è sotto il peccato non si trova nel fatto che gli uomini hanno trasgredito le leggi di Dio o profanato il tempio e lapidato i profeti; ma si vede quando Dio si è manifestato qui sulla terra in grazia e in amore, con potenza e bontà, in favore dell’uomo colpevole, nella Persona del Figlio che è stato rifiutato, non creduto e condannato a morte.

Questo rifiuto del Signore Gesù è il fatto decisivo che smaschera la vera condizione morale del mondo. La presenza attuale dello Spirito Santo sulla terra non fa che confermare questa realtà: il mondo è sotto il peccato perché non ha creduto in Cristo.

Convincere di giustizia

Cristo è stato accolto nella gloria. Se l’assenza attuale di Cristo dalla terra è la massima prova del peccato, la Sua presenza nella gloria è la massima espressione della giustizia. La colpevolezza degli uomini ha raggiunto il suo apice quando il mondo ha messo in croce Colui che era senza peccato. La giustizia si vede, nel fatto che Cristo è tornato al Padre e il mondo non Lo vedrà più. È assolutamente giusto che Egli abbia il posto più elevato nella gloria, così come è altrettanto giusto che il mondo, che Lo ha visto e odiato senza motivo, non Lo veda più. Questo dimostra che il mondo è sotto il peccato e senza giustizia.

Convincere di giudizio

Perché “il principe di questo mondo è stato giudicato” (Giovanni 16:11). Dio nei suoi consigli ha voluto stabilire Cristo sopra tutte le cose. Il diavolo ha voluto ostacolare il proposito di Dio e, dal giardino dell’Eden fino alla croce del Calvario, ha sempre cercato di manipolare ed istigare  l’uomo come strumento per realizzare il suo scopo. La presenza dello Spirito mostra che, nonostante tutto ciò che il mondo ha fatto spinto da Satana, Cristo occupa il posto più elevato nella gloria. Dio ha trionfato sul peccato dell’uomo e sulla potenza del nemico. La posizione di gloria in cui si trova Cristo dimostra che il diavolo è stato sconfitto. L’intero sistema del mondo di cui è il capo sarà giudicato allo stesso modo. Questo giudizio non è ancora stato eseguito, ma moralmente il mondo e il suo capo sono già condannati.

Per il mondo non vi è un barlume di speranza. È già giudicato, così come il suo capo, il diavolo. Delle anime individualmente possono essere portate al Salvatore grazie all’attività dello Spirito, ma il Signore in questo contesto sta parlando del mondo come sistema organizzato contro Dio, dominato da Satana.

Guiderà i Suoi nella Verità

Ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Giovanni 16:12-15).

Fino a quel momento i discepoli non erano in grado di comprendere pienamente l’insegnamento del Signore. Era necessario che lo Spirito Santo intervenisse per illuminare la loro mente e permettere loro di afferrare determinate verità. Inoltre, la rivelazione completa della “dottrina cristiana” non poteva essere data prima del compimento degli eventi fondamentali: la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo. La portata e le implicazioni di questi eventi erano troppo profonde per essere comprese in anticipo.

Durante la Sua vita e il Suo ministero terreno, il Signore aveva avuto lo scopo costante di glorificare il Padre. Lo Spirito Santo, invece, avrebbe avuto il compito di glorificare Cristo: “Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annuncerà”. È solo attraverso l’opera dello Spirito in noi che possiamo progredire nella conoscenza di Cristo, che rappresenta la vera essenza della vita del credente.

Nel discorso del Signore si distinguono due aspetti fondamentali dell’opera dello Spirito per insegnare e condurre in tutta la verità. In primo luogo, vi è l’ispirazione dello Spirito sugli autori del Nuovo Testamento, che ha completato la rivelazione trasmessa da Dio attraverso la Sua Parola. In secondo luogo, lo Spirito agisce individualmente in ciascun credente, rendendolo capace di comprendere quelle verità.

Espressioni come “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà quello che vi ho detto» (Giovanni 14:26), «vi guiderà in tutta la verità” e “vi annuncerà le cose a venire” (Giovanni 16:13) alludono non solo alla produzione degli scritti ispirati, come i Vangeli, le Epistole e l’Apocalisse, ma anche a un’opera più ampia e che va ben oltre questo: quella dello Spirito nel cuore del credente, che permette di afferrare verità spirituali che l’intelletto umano da solo non potrebbe comprendere.

Dopo la Risurrezione

La sera della risurrezione, il Signore Gesù si presentò ai discepoli e disse loro: “Pace a voi”, mostrando le mani e il costato. La loro gioia fu grande alla Sua vista. In quel momento, Egli li incaricò di una missione:  “Come il Padre mi ha mandato, io mando voi”… “detto questo soffiò su di loro e disse: “ricevete lo Spirito Santo” (Giovanni 20:21-22).

Quest’azione simbolica non va confusa con la venuta dello Spirito Santo che avverrà più avanti. Essa richiama piuttosto il gesto di Dio in Genesi 2:7, quando dopo aver formato l’uomo dalla polvere, soffiò nelle sue narici un alito vitale. In modo analogo, il “secondo Uomo”, Cristo, il Primogenito dai morti, soffia su di loro e li rende partecipi della Sua vita di risurrezione. La vita dei credenti deriva da Lui, come Egli stesso aveva affermato:  “perché io vivo e voi vivrete” (Giovanni 14:19).

Il Dono e il battesimo con lo Spirito Santo

All’inizio del libro degli Atti ci viene ricordato che, dopo aver sofferto, il Signore Gesù si mostrò vivente ai Suoi discepoli per quaranta giorni. Poco prima della Sua ascensione al cielo, Egli li radunò e rinnovò la promessa già fatta: “Sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni” (Atti 1:5). Un annuncio simile si trova anche in Luca 24:48-49. In quell’occasione, il Signore esortò i Suoi a rimanere a Gerusalemme, in attesa del compimento della promessa del Padre, “la quale”, disse, “avete udita da me” (Atti 1:4).

Tutto ciò rappresentava l’adempimento delle parole del Signore. Egli annunciò esplicitamente che la venuta dello Spirito Santo avrebbe conferito loro la potenza necessaria per rendergli testimonianza: prima a Gerusalemme, poi in tutta la Giudea e la Samaria, fino agli estremi confini della terra (Atti 1:8).

Fiduciosi nella promessa ricevuta i discepoli rimasero insieme, radunati nell’attesa. Al momento stabilito, ciò che il Signore aveva annunciato si compì. “Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo“. Dio introduce questo fatto nuovo in modo adeguato alla Sua sapienza, con un segno esteriore.

Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi” (Atti 2:1-4).

Questo brano descrive il battesimo con lo Spirito Santo, la venuta della Persona divina dello Spirito Santo sulla terra.

Nota: “Giorno della Pentecoste”   È significativo considerare il momento preciso in cui ebbe luogo il battesimo con lo Spirito Santo. La Pentecoste era una delle feste solenni che Israele doveva celebrare in onore dell’Eterno, conosciuta anche come “Festa delle Settimane” o “Festa della Mietitura”. In quell’occasione, secondo la legge, ogni israelita doveva recarsi nel luogo che Dio avrebbe scelto per stabilire il Suo Nome: Gerusalemme.   Nel calendario religioso d’Israele, la Pentecoste seguiva altre feste fondamentali, ciascuna con un profondo significato spirituale: La Pasqua, celebrata nel mese di Abib, commemorava la liberazione dalla schiavitù d’Egitto mediante il sangue dell’agnello. Alla luce del Nuovo Testamento, comprendiamo che questa festa era una figura del sacrificio del Signore Gesù: “La nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata” (1 Corinzi 5:7). La Festa delle Primizie, celebrata il giorno dopo il sabato (dunque la domenica) durante la settimana della Pasqua, richiedeva che gli Israeliti portassero al sacerdote una mannella di spighe, da agitare davanti al Signore. In questa festa è possibile vedere una chiara allusione alla risurrezione di Cristo che è il primo ad essere risuscitato dai morti, “primizia di quelli che dormono” (1 Corinzi 15:20-23).La Festa delle Settimane, o Pentecoste, si celebrava sette settimane dopo la Pasqua, anch’essa “il giorno dopo il sabato”. In questa occasione, oltre ai sacrifici stabiliti, dovevano essere presentati a Dio due pani come offerta agitata, preparati con due decimi di efa di fior di farina e, in via eccezionale, cotti con lievito (Levitico 23:17). I due pani rappresentano simbolicamente due categorie di persone, Giudei e Gentili che, uniti, formano un solo corpo: la Chiesa. Questa offerta prefigurava così l’inizio di una nuova dispensazione e l’istituzione dell’Assemblea come corpo di Cristo sulla terra, una nuova realtà collettiva, non più legata a Israele, ma Giudei e Gentili uniti a Cristo glorificato nel cielo. Pertanto, se la festa delle Primizie ci parlava di Cristo risuscitato la Primizia, qui vi è la presentazione di una realtà collettiva che nasce quale risultato della risurrezione e glorificazione di Cristo per mezzo dello Spirito Santo inviato dal cielo.  

Il fatto che nella festa di Pentecoste descritta in Levitico i pani fossero cotti con lievito, contrariamente alle offerte di oblazione ordinarie (Levitico 2:11) è altamente significativo. Il lievito, nella Scrittura, è figura del peccato. Le oblazioni senza lievito raffigurano Cristo nella Sua santità, come uomo perfetto. I due pani lievitati, invece, simboleggiano i credenti di questa nuova dispensazione nei quali il peccato è ancora presente. Tuttavia, il pane offerto era cotto. Ciò indica che il peccato nei credenti è stato giudicato e condannato nella morte di Cristo. Sebbene il peccato abiti ancora in loro, essi, per la potenza dello Spirito Santo che dimora in loro, sono chiamati a considerarsi morti al peccato (sono tenuti a farlo) e viventi a Dio in Cristo Gesù (Romani 6:11; 1 Giovanni 1:8).

La Pentecoste segna il punto di chiusura fra il vecchio ordine e il nuovo. Non è una continuazione d’Israele da un punto di vista spirituale, ma una creazione interamente nuova, fondata sulla risurrezione e sull’unione a Cristo mediante lo Spirito.

Questo evento segna l’avvio una nuova fase segnando l’inizio della storia della Chiesa e la manifestazione del fatto che lo Spirito Santo è stato donato per abitare nell’Assemblea e in ogni singolo credente. Il battesimo dello Spirito Santo, così come descritto in Atti 2, costituisce un evento unico, attraverso il quale fu formato il corpo di Cristo sulla terra. Da quel momento in poi, ogni credente nel Signore Gesù è reso partecipe di questo battesimo, fino al giorno in cui la Chiesa sarà tolta da questo mondo.

La verità del Corpo di Cristo, composto da Giudei e Gentili uniti in un solo Spirito, sarà sviluppata in modo particolare negli scritti dell’apostolo Paolo: “Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito” (1 Corinzi 12:13). In questo versetto, Paolo fa riferimento a un fatto compiuto, storico, non ripetibile nei termini in cui è descritto in Atti 2.

Era perfettamente in linea con il disegno divino che la venuta dello Spirito Santo fosse introdotta in modo glorioso, nel contesto della Pentecoste, in quel giorno stabilito da Dio fin dai tempi antichi. Ciò che ebbe luogo nel giorno della Pentecoste rappresentò un evento assolutamente nuovo e senza precedenti.

Nella Sua grazia, Dio accompagnò questo intervento sovrano con segni percepibili dai sensi umani, affinché fosse chiaro che si trattava di qualcosa di divino e unico. Tuttavia, va sottolineato un principio importante: le verità divine e le benedizioni spirituali sono oggetto di fede, non di percezione sensoriale. Non è attraverso l’udito, la vista o il tatto che si ricevono le realtà spirituali, ma attraverso la fede (Ebrei 11:1).

Dio, nella Sua sovranità, sceglie in alcune occasioni specifiche di confermare una verità spirituale mediante segni esterni, e ciò avviene soprattutto quando introduce una nuova fase nel Suo piano. Questo è ciò che vediamo anche in Atti 2. Ma è essenziale comprendere che non ci si deve attendere il ripetersi di tali segni in epoche successive, né oggi, quando un credente riceve lo Spirito Santo per fede.

Tre cose accompagnarono l’adempimento della parola del Signore:

  1. Un suono fu udito;
  2. Un segno visibile fu visto;
  3. Un effetto nel parlare fu manifestato.

Analizziamo ora più in dettaglio il primo di questi segni:

1° segno – Il suono come di un vento impetuoso

“Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti.” (Atti 2:2)

  • “Improvvisamente”: la venuta dello Spirito Santo e la nascita dell’Assemblea non sono stati conseguenti a un lungo e articolato processo. Si trattò di un intervento istantaneo e miracoloso da parte di Dio, non spiegabile con cause naturali.
  • “Dal cielo”: l’origine è chiaramente divina. Non è frutto dell’iniziativa o dell’attesa umana, ma proviene dal cielo, da Dio stesso, in adempimento della promessa del Signore Gesù: “Io mando su di voi quello che il Padre mio ha promesso” (Luca 24:49).
  • “Un suono”: questo elemento evidenzia la voce di Dio che si fa sentire: “Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse” (Atti 2:6). C’è dunque un’intenzionalità divina nel rendere noto pubblicamente l’evento.
  • “Come di vento impetuoso”: il vento nella Scrittura è spesso figura dello Spirito (Giovanni 3:8). È un elemento che l’uomo non può controllare né spiegare. L’aggettivo “impetuoso” richiama la potenza sovrana e attiva dello Spirito Santo, che agisce con efficacia secondo la volontà di Dio.
  • “Riempì tutta la casa”: questa espressione evidenzia l’aspetto collettivo della discesa dello Spirito Santo. La casa ripiena illustra il fatto che l’abitazione di Dio sulla terra non è più il tempio di Gerusalemme, ma la Chiesa. Le epistole confermano che l’insieme dei credenti è il tempio di Dio sulla terra:
  • “Voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio.”(1 Corinzi 3:9);
    • “Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Corinzi 3:16-17);
    • “In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito” (Efesini 2:22).

2° segno – Le lingue come di fuoco che si dividevano

“Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro.” (Atti 2:3).

Questo segno richiama in modo particolare l’aspetto personale e individuale della venuta dello Spirito Santo.

Fino a quel momento, lo Spirito Santo era sceso per dimorare in un solo Uomo: il Signore Gesù Cristo, il Figlio dell’uomo, l’Uomo perfetto. In Lui non c’era alcun peccato e dunque nessuna opera preparatoria era necessaria affinché lo Spirito vi dimorasse. Su di Lui lo Spirito discese in forma di colomba (Luca 3:22), immagine di purezza e mansuetudine (si veda Matteo 10:16). Questo simbolo era perfettamente adatto per indicare che lo Spirito poteva abitare nel Signore Gesù senza spargimento di sangue, poiché Egli era santo, innocente, immacolato (Ebrei 7:26).

Nel caso dei discepoli, invece, lo Spirito scese in forma di lingue come di fuoco che si dividevano, una differenza immensa tra Colui nel quale non c’era peccato e noi che avevamo bisogno di essere liberati sia dai nostri peccati che dal peccato. L’uomo peccatore non poteva ricevere lo Spirito se non in virtù di un’opera compiuta in precedenza: l’opera di redenzione di Cristo, che ha sofferto la morte e il giudizio, pur essendo senza peccato. Solo mediante il sacrificio espiatorio e la potenza della Sua risurrezione, Dio poteva far abitare il Suo Spirito in uomini che erano stati redenti.

La ricezione personale dello Spirito Santo è una realtà che riguarda ogni vero credente, in virtù della fede nell’opera della redenzione compiuta da Cristo alla Croce. Essa non dipende dal grado di maturità spirituale: tanto il cristiano più anziano quanto il neoconvertito ne sono partecipi. La fede nell’evangelo viene suggellata dalla presenza stessa dello Spirito Santo, che viene a prendere dimora nel singolo credente. Questo carattere personale è messo in evidenza dal fatto che il corpo del credente è definito “tempio dello Spirito Santo”: “Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio?” (1 Corinzi 6:19).

Questo segno ci parla dell’energia purificatrice e giudicatrice della presenza divina, ma in grazia, non in condanna.

  • “Lingue”: l’immagine è associata alla testimonianza e allude a ciò che seguirà: il parlare in altre lingue, segno che l’Evangelo stava per oltrepassare i confini culturali e linguistici di Israele. Le lingue “come di fuoco” prefigurano l’azione viva e penetrante dello Spirito Santo attraverso la Parola. Era una testimonianza globale, in perfetto contrasto con la dispersione linguistica di Babele (Genesi 11). Ora Dio non divide più gli uomini per confondere, ma li raggiunge nelle loro lingue per salvarli.
  • “Come di fuoco”: era una manifestazione visiva che richiamava la purezza, la potenza e il giudizio. Il fuoco nella Scrittura è spesso associato all’opera purificatrice e alla presenza santa di Dio (Isaia 6:6-7; Ezechiele 1:27; Ebrei 12:29). Il fatto che il fuoco non consumasse ma si posasse su ciascuno è significativo: il giudizio era già avvenuto, non su di loro, ma sulla Croce, dove il Signore Gesù ha pagato. Lo Spirito ora non veniva più per giudicare, ma per dimorare in coloro che erano stati lavati dal sangue dell’Agnello (1 Pietro 1:2).
  • “Si dividevano”: Questo “dividersi” richiama la molteplicità della testimonianza.
  • “Una su ciascuno”: l’opera dello Spirito è personale e individuale: ogni credente riceve lo Spirito. Questo è un principio fondamentale del cristianesimo: ogni membro del corpo di Cristo è dimora dello Spirito Santo, non soltanto alcuni (Romani 8:9; 1 Corinzi 6:19).

3° segno – Parlare in altre lingue

“Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.” (Atti 2:4).

In questo versetto troviamo una delle espressioni ricorrenti nel libro degli Atti: “ripieno di Spirito Santo”. È importante distinguere questa condizione dal battesimo con lo Spirito Santo e dalla ricezione personale dello Spirito Santo, poiché viene menzionata anche in riferimento a credenti che avevano già ricevuto lo Spirito da tempo.

Essere “ripieni di Spirito Santo” significa che lo Spirito esercita un dominio attivo e completo su tutta la vita del credente: sentimenti, pensieri, capacità e azioni sono sotto la Sua guida. In tal modo, ciò che il credente compie al servizio del Signore è pienamente in armonia con la volontà dello Spirito. Questa “pienezza” di cui parleremo successivamente è spesso legata a momenti specifici di servizio, in cui Dio, nella Sua sovrana grazia, prepara e abilita gli strumenti scelti per compiti particolari. Nel caso che stiamo esaminando, i discepoli furono riempiti di Spirito Santo per proclamare, in lingue a loro ignote, “le grandi cose di Dio”.

Perché le lingue erano divise?

Il segno delle lingue, visibile e udibile, indicava che da quel momento in poi l’evangelo della grazia sarebbe stato annunciato non solo al popolo giudeo, l’unico con cui Dio aveva avuto fino ad allora un rapporto diretto, ma a tutte le nazioni della terra. La divisione delle lingue prefigurava la diffusione universale del messaggio evangelico. Era solo questione di tempo prima che anche i Gentili ricevessero la Parola di Dio.

Il Signore Gesù stesso aveva preannunciato questo allargamento dell’opera divina in Giovanni 10, parlando delle Sue pecore giudaiche e aggiungendo: “Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16). Questo è ciò che stava per accadere.

Le diverse lingue, che fin dal tempo della torre di Babele avevano costituito un segno del giudizio di Dio e una barriera tra i popoli, diventano ora un mezzo di grazia per la proclamazione universale dell’evangelo. Le “grandi cose di Dio” potevano così essere annunciate a ogni nazione sotto il cielo. Questo fenomeno straordinario suscitò grande attenzione e reazioni contrastanti, ma Pietro spiegò chiaramente che si trattava di ciò che era stato preannunciato dai profeti. Egli non affermò che si trattasse dell’adempimento completo della profezia di Gioele, il cui compimento pieno avverrà in un giorno futuro, ma indicò che l’evento in corso ne costituiva l’inizio: “Avverrà negli ultimi giorni … che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona” (Atti 2:17; Gioele 2:28).

Va osservato, però, che gli ascoltatori di quel giorno erano ancora tutti Giudei, anche se provenienti da ogni nazione. Il fatto che le parole fossero pronunciate in lingue dei Gentili era già di per sé un segno profetico di ciò che Dio avrebbe realizzato presto.

Possiamo quindi riassumere quanto avvenuto:

  • “Tutti furono ripieni”: la pienezza dello Spirito era collettiva ed anche personale.
  • “Parlavano in altre lingue”: il miracolo consisteva nel fatto che i presenti udirono parlare ciascuno nella propria lingua nativa (Atti 2:6-8). Era il segno evidente che Dio stava ora parlando a tutte le nazioni. Questo era l’opposto di ciò che avvenne a Babele (Genesi 11): là Dio confuse le lingue per disperdere l’uomo; qui, unifica nella testimonianza del Cristo risorto.
  • “Come lo Spirito dava loro di esprimersi”: non era un parlare estatico né caotico, ma guidato dallo Spirito per uno scopo preciso: proclamare le “grandi cose di Dio” (v. 11).

Il parlare in altre lingue non era fine a sé stesso, ma la manifestazione che Dio stava ora operando qualcosa di completamente nuovo: un popolo celeste in un mondo terreno. Non era più una sola nazione il mezzo della rivelazione, ma lo Spirito parlava in molte lingue, come per annunciare che l’Evangelo era destinato a tutti gli uomini.

Riepilogo conclusivo

Nel giorno della Pentecoste si compì la “promessa del Padre”: la discesa dello Spirito Santo dal cielo. Si adempì anche la specifica assicurazione data dal Signore Gesù ai Suoi discepoli: “Sarete battezzati con lo Spirito Santo” (Atti 1:5). Questo battesimo ebbe come risultato la formazione di un solo corpo.

Sebbene la piena rivelazione della dottrina dell’unico corpo sarebbe stata affidata più tardi agli scritti dell’apostolo Paolo, fin da quel giorno se ne vide la manifestazione. Solo la morte e la risurrezione del Signore potevano porre il fondamento su cui edificare e soltanto Cristo risorto e glorificato poteva essere il Capo tale corpo.

Che cosa apprendiamo dunque riguardo all’Assemblea di Dio? Essa è il corpo di Cristo, formato solo dopo che l’opera della redenzione fu compiuta. Le questioni del peccato e dei peccati sono state risolte davanti a Dio per la giustificazione di chiunque crede. Le membra di questo corpo sono non solo rigenerate e giustificate per mezzo del sangue di Cristo, ma anche unite perfettamente a Lui, il Capo glorioso, mediante la presenza dello Spirito Santo che dimora in loro.

L’assemblea, corpo di Cristo, ha avuto inizio il giorno della Pentecoste. Ogni vero credente, nel momento in cui riceve lo Spirito Santo, viene unito a questo corpo e diventa partecipe della sua gloriosa realtà.

Che posizione meravigliosa! Essere membra del corpo di Cristo uniti con il Signore glorificato alla destra di Dio e uniti agli altri credenti per mezzo dello Spirito Santo.

Da questo punto in avanti ci occuperemo di alcune grandi benedizioni che si legano alla presenza dello Spirito Santo nel credente.

Le benedizioni legate al dono dello Spirito Santo

Abbiamo già considerato in dettaglio quanto avvenne nel giorno della Pentecoste. Immediatamente dopo quell’evento straordinario, che segnò la venuta dello Spirito Santo, si svolse la prima predicazione pubblica del vangelo. L’apostolo Pietro, rivolgendosi ai Giudei presenti, li esortò a ravvedersi, a farsi battezzare e ad accogliere il messaggio del vangelo per il perdono dei peccati. Pietro concluse il suo appello con questa solenne promessa: “… e riceverete il dono dello Spirito Santo” (Atti 2:38).

Questa dichiarazione evidenzia chiaramente che la ricezione del “dono dello Spirito Santo”, così come lo presenta Pietro (e come è ribadito in altri passi della Scrittura), è da distinguere dall’opera dello Spirito che convince il peccatore del suo stato e lo conduce al ravvedimento e alla fede e produce una nuova vita. Si tratta piuttosto di un’azione successiva: una benedizione distinta e conseguente, accordata a chi ha già creduto. È un privilegio che poggia su una fede autentica e operante nel cuore.

Dalla venuta e dal dono dello Spirito Santo derivano molteplici e preziose benedizioni spirituali. Come vedremo, diversi passi biblici che trattano di questo tema racchiudono, talvolta nello stesso versetto, più aspetti dell’opera dello Spirito. Questo ci fa comprendere che tali benedizioni, pur essendo diverse tra loro, sono profondamente connesse e, per certi versi, si sovrappongono nella loro manifestazione.

Esaminiamone alcune.

Dimora:

E’ sempre stato il desiderio di Dio di abitare con l’uomo, ma questo non fu mai possibile prima che la redenzione fosse compiuta. Un eloquente immagine di questa verità la troviamo nel libro dell’Esodo ed in particolare in riferimento alla liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto e l’istituzione della Pasqua. Una volta passato il Mar Rosso, Dio nel deserto del Sinai, stabilisce il luogo della Sua dimora in mezzo al Suo popolo: il Tabernacolo.

Dio, attraverso la redenzione compiuta in Cristo e la santificazione dello Spirito Santo ha compiuto questo Suo desiderio, rendendo noi il Suo Tempio, ovvero la Sua casa.

Fin qui abbiamo considerato la grande verità della venuta dello Spirito Santo e la formazione del Corpo di Cristo, unito al Suo Capo celeste e glorificato. Ora possiamo considerare un altro aspetto, legato alla presenza dello Spirito in questo mondo, e al fatto che i riscattati sono la dimora di Dio.

Nulla del genere poteva essere manifestato prima che Cristo fosse morto, risorto e glorificato alla destra del Padre. Quando il Signore si è seduto alla destra della Maestà, lo Spirito Santo è sceso in questo mondo per formare un’ abitazione, una dimora duratura e stabile, che unisce tutti i riscattati ed è caratterizzata dalla presenza dello Spirito Santo.

 “Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito.” (Efesini 2:19-22)

Il fatto che l’apostolo Paolo dica “si va innalzando”, mostra come questo edificio non sia ancora completo, e non lo sarà finché l’ultimo dei riscattati non sarà stato chiamato da Dio.

  • “Voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio.”(1 Corinzi 3:9).
  •  “Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.” (1 Corinzi 3:16-17).
  •  “affinché tu sappia, nel caso che dovessi tardare, come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità.” (1 Timoteo 3:15).
  •  “anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo.” (1 Pietro 2:5).

Vogliamo sottolineare anche un’altra grande verità, infatti, i credenti sono anche visti singolarmente come il Tempio di Dio.

“Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo.” (1 Corinzi 6:19).

E’ un privilegio immenso e un altrettanto immensa responsabilità pensare che noi siamo il Tempio di Dio. Considereremo in dettaglio l’aspetto della santificazione che si lega a questa verità.

Adozione:

Prima della creazione del mondo”, Dio ci ha “predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo” (Efesini 1:4-5).

Il termine adottare (o: adozione) esprime che delle persone che non sono figli sono introdotti nella posizione di figli, con tutti i privilegi che ne derivano. Un tale privilegio, accordato da Dio a dei peccatori che ne erano assolutamente indegni, è “a lode della gloria della sua grazia” (Efesini 1:6). Ora la nostra miseria morale e la nostra indegnità appartengono al passato: nella Sua grazia “Egli ci ha resi graditi a sé, in colui che è l’amato” (Efesini 1:6 – Versione Vecchia Diodati).

Nella lettera ai Galati, Paolo si indirizza a dei credenti che rischiavano di sottoporsi ai comandamenti della legge che erano stati dati ad Israele, è sottolineata nuovamente la verità riguardante la nostra adozione. In quella epistola viene ricordato come Dio ha liberato dalla posizione di schiavitù dalla legge sia i Giudei, sia gli uomini delle nazioni senza la legge, per farne dei figli: “Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione” (Galati 4:4-5). È venuto quaggiù per riscattare e introdurre altri nella posizione di figli.

Tutto ciò che possediamo in Cristo, lo possediamo per pura grazia. Non si tratta solo di avere ricevuto una nuova natura per opera della rigenerazione, ma anche e soprattutto di essere stati introdotti in una nuova posizione davanti a Dio: quella di figli, riconosciuti, amati e resi partecipi della gloria del Figlio stesso. Questa posizione è fondata sull’opera compiuta del Signore Gesù e resa viva e reale in noi per mezzo dello Spirito Santo.

Paolo prosegue dichiarando: “E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Galati 4:6-7). Lo Spirito Santo, mandato da Dio, abita nei cuori di coloro che sono stati santificati per mezzo dell’opera di Cristo. Egli rende vivente e reale la relazione di figliolanza: non solo la garantisce, ma ne dà la consapevolezza. Il cuore rigenerato, reso libero, può spandersi in tutta libertà verso Dio chiamandolo Padre.

Tutto questo è confermato in un passaggio analogo nella lettera ai Romani: “E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo” (Romani 8:15-17). Qui l’apostolo introduce una preziosa doppia testimonianza:

  • Lo spirito del credente, rinnovato dall’azione dello Spirito Santo, mediante la Parola ricevuta per fede.
  • Lo Spirito di Dio, che dimora in lui, conferma queste verità con una potenza divina, producendo sicurezza, pace e libertà.

Lo spirito d’adozione è una relazione con il Padre vissuta coscientemente e profondamente apprezzata.

Quando, nello spirito di adozione, diciamo: “Abbà, Padre”, non stiamo semplicemente formulando una frase religiosa: è l’espressione spontanea e profonda di un’attitudine del cuore. È il linguaggio della preghiera vissuta alla luce di una relazione reale e cosciente con Dio. Non si tratta di una dichiarazione formale, ma vivente, intima e affettiva. La sicurezza non dipende dallo sforzo personale, ma dalla presenza dello Spirito che attesta e conferma che siamo figli di Dio.

Inoltre, l’espressione “Abbà, Padre” contiene in sé una grande verità che abbiamo già presentato:

  • “Abba” è aramaico, la lingua che parlavano i giudei.
  • “Padre” è greco, la lingua del mondo dei gentili.

Questa doppia espressione non è una ripetizione inutile: è piuttosto un segno profetico e anticipatore del fatto che il Signore Gesù “dei due popoli ha fatto uno solo” (Efesini 2:14).

Così, questa frase racchiude già un anticipazione del mistero della Chiesa: un popolo solo, di molte lingue e culture, ma unito per mezzo dello Spirito ed in relazione con un unico Dio e Padre.

La nostra sicurezza di essere figli di Dio riposa su un doppio fondamento.

La testimonianza della Parola di Dio:

Il Nuovo Testamento ci insegna chiaramente questa verità. Passi come:

  • “Ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto, egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio…” (Giovanni 1:12)
  • “Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio!” (1 Giovanni 3:1)

…e molti altri, ne parlano in modo esplicito e inequivocabile.

La testimonianza dello Spirito Santo:

Lo Spirito di Dio testimonia con il nostro spirito rinnovato che siamo figli. Vi è dunque una testimonianza verso di noi (la Parola scritta) e una in noi (l’opera interiore dello Spirito). Queste due testimonianze non si contraddicono, ma si completano a vicenda. Lo Spirito si serve della Parola per imprimere nel cuore la realtà della nostra figliolanza, esaltandola nella coscienza del credente.

Nel campo delle relazioni umane, essere generati ed essere adottati si escludono reciprocamente:

  • chi è generato fisicamente da un padre non ha bisogno di essere adottato da lui;
  • chi è adottato, non è stato generato da colui che lo adotta, ma acquisisce i diritti di figlio, compresa l’eredità.

Tuttavia, nel piano della salvezza, adozione e generazione non solo non si escludono, ma si completano.

  • L’adozione, come insegna l’apostolo Paolo, sottolinea il fatto che siamo stati trasferiti da uno stato di estraneità e distanza da Dio a una posizione di figli davanti a Lui, in grazia: “Affinché noi ricevessimo l’adozione” (Galati 4:5).
  • La generazione, come evidenziato da Giovanni, mette l’accento sulla nuova vita ricevuta da Dio: una natura che proviene direttamente da Lui: “i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (Giovanni 1:13).

Infine, l’adozione non si ferma alla relazione, ma ci introduce all’eredità: “Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo” (Romani 8:17).

Qui lo Spirito testimonia e garantisce che la nostra posizione non è solo presente, ma ha una prospettiva futura gloriosa.

Sigillo:

Il sigillo dello Spirito Santo è un tema centrale nel Nuovo Testamento e costituisce una verità di grande consolazione e sicurezza per il credente. Viene menzionato in vari passi, tra cui:

  • Ora colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (1 Corinzi 1:21-22).
  • In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso” (Efesini 1:13).
  • Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione” (Efesini 4:30).

Tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento, i passi che parlano di sigilli ne chiariscono il significato. Ecco alcuni esempi:

  • Scrivete dunque, in favore dei Giudei, come vi parrà meglio, nel nome del re, e sigillate con l’anello reale; perché ciò che è scritto in nome del re e sigillato con l’anello reale, è irrevocabile” (Ester 8:8).
  • Poi fu portata una pietra e fu messa sull’apertura della fossa; il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi grandi, perché nulla fosse mutato riguardo a Daniele” (Daniele 6:17).
  • Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli” (Apocalisse 5:1).
  • Non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato sulla fronte, con il sigillo, i servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati di tutte le tribù dei figli d’Israele” (Apocalisse 7:1-8).

Da questi riferimenti si evince che il sigillo ha i seguenti significati principali:

  • Proprietà: la persona o cosa sigillata appartiene in modo pieno e esclusivo a colui che ha posto il sigillo.
  • Garanzia e sicurezza: quanto è sigillato è custodito, riservato e protetto.
  • Irrevocabilità: ciò che è sigillato è stabilito, fissato e non può essere alterato da altri.

Esaminiamo ora più da vicino il passo di Efesini 1:13-14:

In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria”.

In questi versetti è delineata una sequenza chiara e significativa:

  1. L’ascolto del vangelo della salvezza: la “parola della verità”.
  2. La fede nel Signore Gesù Cristo: una risposta personale al messaggio udito.
  3. Il sigillo dello Spirito Santo promesso: conferito a chi ha creduto. 
  4. È in vista dell’eredità: “è pegno della nostra eredità”.

È dunque evidente che il sigillo dello Spirito Santo segua la fede. Si tratta di un atto divino con cui Dio approva, autentica e sancisce la realtà della fede nel cuore del credente. Il sigillo non è altro che la presenza stessa dello Spirito Santo che dimora nel credente, testimoniando la sua appartenenza a Dio e garantendo la certezza della redenzione futura: “siete stati suggellati per il giorno della redenzione” (Efesini 4:30).

La nuova nascita, operata dallo Spirito, trasforma il peccatore in una nuova creatura. Il sigillo, invece, è l’attestazione di Dio su chi ha creduto: una garanzia divina della salvezza ricevuta.

Nel testo esaminato, il sigillo è espressamente collegato con l’ascolto “del vangelo della vostra salvezza” e la conseguente fede. E’ la fede nell’opera del Signore Gesù per il perdono dei peccati a essere sigillata.

Un tempo eravamo peccatori perduti, ma abbiamo creduto nel valore eterno del sacrificio di Cristo, nel sangue da Lui versato alla croce. Per mezzo di quel sangue abbiamo ottenuto pace con Dio e siamo stati da Lui avvicinati (Romani 3:21-26; Colossesi 1:20; Efesini 2:13-14).

Dio suggella questa fede, la riconosce e vi imprime il Suo sigillo. Lo Spirito Santo che abita in noi è quel sigillo, la prova vivente che siamo proprietà di Dio, acquistati per la Sua gloria.

Nel capitolo 4 dell’epistola agli Efesini leggiamo:

“Non rattristate lo Spirito Santo di Dio col quale siete stati sigillati per il giorno della redenzione” (Efesini 4:30).

Anche Efesini 1:13 e 2 Corinzi 1:22 collegano il sigillo dello Spirito Santo alla nostra eredità futura. Ma quale aspetto della redenzione è qui in vista?

Oggi, pur avendo ricevuto la salvezza dell’anima, non abbiamo ancora ottenuto la redenzione del nostro corpo, descritta in Romani 8 come “l’adozione” (Romani 8:23). Non siamo ancora entrati nella pienezza dell’eredità che ci è stata promessa. Infatti, siamo stati salvati “in speranza” (Romani 8:24), ma questa speranza non implica alcuna incertezza essendo fondata su Dio stesso.

Il sigillo dello Spirito Santo, conferito al credente, è la dichiarazione divina che gli apparteniamo, e per questo motivo saremo certamente partecipi della Sua eredità. Lo Spirito Santo non è solo il sigillo, ma anche la caparra, ovvero la garanzia anticipata della completa redenzione che ci attende.

È proprio per mezzo della potenza dello Spirito Santo che un giorno riceveremo anche la redenzione del corpo (Romani 8:11). L’espressione “salvati in speranza” deve dunque essere intesa in senso biblico: non come un’eventualità incerta, ma come una certezza assoluta fondata sulle promesse di Dio. La presenza dello Spirito Santo è la garanzia che Dio ci porterà e ci custodirà fino al giorno della redenzione.

Una nota pratica

Nel contesto di Efesini 4:30, l’affermazione che siamo “sigillati per il giorno della redenzione” è preceduta da un’esortazione precisa: “Non rattristate lo Spirito Santo”.

L’apostolo Paolo collega questo avvertimento a peccati specifici, in particolare le parole corrotte e maliziose menzionate nei versetti 29 e 31.

Questo ci fa comprendere che la presenza dello Spirito Santo in noi è un privilegio straordinario, ma comporta anche una grande responsabilità. Non possiamo trascurare la santità di Colui che dimora in noi. Egli non ci lascia, ma può essere contristato quando viviamo in modo incoerente con la nuova natura che ci è stata data. Approfondiremo questo aspetto più avanti, ma fin d’ora possiamo riconoscere quanto sia seria e preziosa la realtà del sigillo dello Spirito.

Caparra:

In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria” (Efesini 1:13-14).

Ora colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (1 Corinzi 1:21-22).

Il concetto di “caparra” evoca l’immagine di un anticipo versato per garantire il completamento di una transazione. Si tratta, dunque, di un impegno vincolante da parte di chi ha versato tale anticipo. In alcune traduzioni, il termine viene reso anche come “pegno”, sottolineando l’idea di garanzia sicura.

Nel contesto della salvezza cristiana, la presenza dello Spirito Santo nel credente è la prova tangibile che Dio stesso ha preso l’impegno di condurre a pieno compimento l’opera iniziata. Egli garantisce, mediante il dono dello Spirito, che il riscattato entrerà nella pienezza delle benedizioni promesse.

È importante notare che, nel linguaggio degli affari, la caparra obbliga chi la versa a portare a termine l’acquisto. Applicato a Dio, questo principio assume un peso straordinario: Dio non può venir meno al proprio impegno. La presenza dello Spirito Santo è dunque la garanzia più sicura e divina che ogni aspetto futuro della nostra salvezza sarà adempiuto.

I passi di 2 Corinzi 1:22 e Efesini 1:13-14 uniscono queste due immagini potenti: il sigillo e la caparra. Il sigillo attesta che apparteniamo a Dio; la caparra anticipa e garantisce che riceveremo l’intera eredità.

Il dono dello Spirito non è soltanto un privilegio, è una dichiarazione irrevocabile di impegno divino. Quando Dio ci ha salvati, non ha semplicemente iniziato qualcosa: ha promesso di portarla a compimento, e per darcene certezza ha messo dentro di noi lo Spirito Santo. La nostra speranza non è fondata sulla nostra costanza, né sulla nostra comprensione, ma sul carattere di Dio stesso. Lui ha promesso. Lui ha sigillato. Lui ha dato la caparra. E Lui porterà a termine ciò che ha cominciato.

Ma c’è di più. La caparra, per definizione, è una parte tangibile di ciò che ci attende. Non solo un simbolo, ma una partecipazione anticipata alle benedizioni celesti. Lo Spirito che abita in noi è già oggi il legame vivente con il cielo, la primizia della gloria futura, una realtà celeste anticipata nel cuore del credente.

Per questo possiamo dire con certezza che, anche se non vediamo ancora ogni cosa compiuta, abbiamo già le prove nelle nostre vite: la Sua voce che ci parla e ci ammaestra, la Sua guida, la Sua presenza, il Suo sostegno. Tutto questo è un assaggio del cielo, il pegno della pienezza celeste ed eterna, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1 Corinzi 15:28).

Quest’ultimo aspetto è quanto mai solenne e ci ammonisce a non trattare mai con leggerezza la presenza dello Spirito in noi. È il più grande impegno che Dio abbia preso nei nostri confronti, e allo stesso tempo, è la più grande consolazione nei momenti di dubbio o prova.

Unzione:

Ora colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (1 Corinzi 1:21-22).

Quanto a voi, avete ricevuto l’unzione dal Santo e tutti avete conoscenza… Ma quanto a voi, l’unzione che avete ricevuta da lui rimane in voi, e non avete bisogno dell’insegnamento di nessuno; ma siccome la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera, e non è menzogna, rimanete in lui come essa vi ha insegnato” (1 Giovanni 2:20, 27).

Nel Nuovo Testamento troviamo tre passi fondamentali che trattano il tema dell’unzione: 2 Corinzi 1:21 e 1 Giovanni 2:20, 27. Da questi versetti emerge con chiarezza che l’unzione riguardatutti i credenti, senza eccezione, ed è un’azione permanente. Non si tratta di un privilegio riservato a pochi, ma di una realtà spirituale condivisa da ogni vero figlio di Dio.

L’unzione dello Spirito Santo consiste nella presenza dello Spirito che dimora nel credente, rendendolo partecipe di una comunione reale e immediata con Dio. Attraverso questa unzione, i credenti vengono messi in grado non solo di conoscere i pensieri di Dio, ma anche di discernere ciò che è contrario alla Sua volontà.

È importante comprendere che questa unzione non implica la piena conoscenza di tutta la verità, né rende il credente indipendente dall’insegnamento della Parola. Piuttosto, essa dona una capacità spirituale di discernimento: lo Spirito Santo agisce nell’anima del credente affinché egli possa riconoscere se un insegnamento è conforme alla verità di Dio oppure se è fuorviante o pericoloso.

Nella sua prima epistola, l’apostolo Giovanni si rivolge in particolare ai “figlioletti”, cioè ai giovani nella fede, a coloro che hanno da poco creduto nel Signore Gesù. Egli afferma che anche questi nuovi credenti possiedono l’unzione (1 Giovanni 2:20, 27), e quindi sono capaci, per mezzo dello Spirito, di riconoscere l’errore, anche se non sempre riescono ad argomentare contro di esso.

Questi giovani credenti sapevano due cose essenziali: che i loro peccati erano stati perdonati nel nome di Gesù Cristo (1 Giovanni 2:12), e che avevano conosciuto il Padre (1 Giovanni 2:13). Questo bastava perché lo Spirito Santo abitasse in loro; essi erano stati “unti dal Santo” e, per questo, avevano la possibilità di riconoscere ciò che era da Dio. Se anche non potevano confutare un falso insegnamento, ne percepivano l’incompatibilità con lo Spirito della verità.

Questo è un insegnamento estremamente prezioso per ogni giovane credente. Nel panorama attuale del cristianesimo, dove abbondano dottrine diverse e spesso contraddittorie, come può un nuovo convertito rimanere saldo nella verità? La risposta è data con chiarezza in 1 Giovanni 2:20: “Voi avete ricevuto l’unzione dal Santo e conoscete ogni cosa.” E ancora, al versetto 24: “Quello che avete udito fin dal principio rimane in voi”. Perché questo avvenga occorre che il credente viva in comunione con Dio.

La Parola di Dio è la fonte della verità, e lo Spirito Santo è Colui che la applica nei cuori dei credenti. È attraverso questa combinazione, la Parola che dimora in noi e l’unzione che ci è stata data che il Signore protegge anche i più semplici e i più giovani nella fede dalle insidie dell’errore e li guida nella via della verità.

L’OPERA DELLO SPIRITO NEI SALVATI: LA SANTIFICAZIONE, ASSOLUTA E PRATICA.

Abbiamo fin qui considerato che lo Spirito Santo sia una Persona divina. Egli si occupa dei peccatori perduti per portarli al ravvedimento e in tutti coloro che si ravvedono genera una vita nuova, una vita di risurrezione che è legata al Signore Gesù risorto e ora seduto nei cieli. Abbiamo anche esaminato che questa Persona divina viene a dimorare in colui che è nato di nuovo dopo che ha accettato il messaggio dell’evangelo. Egli è il Consolatore, Colui che ci libera dalla potenza del peccato, ci unge, ci sigilla e costituisce la caparra dell’eredità celeste. In Lui riceviamo privilegi e benedizioni inestimabili, una delle grandi opere compiuta dallo Spirito Santo nel riscattato è quella della santificazione. Quest’azione ha due grandi aspetti, legati al ruolo dello Spirito.

Dal punto di vista biblico il significato base del verbo santificare (greco hagiazo) è separare o mettere a parte. E’ un atto attraverso il quale una persona, un luogo, un oggetto, vengono separati, distinti dalla realtà che li circonda e messi a parte per Dio, per uno scopo particolare.  Ad esempio Dio ha santificato il settimo giorno (Genesi 2:3); il popolo di Israele; i sacerdoti Leviti si dovevano santificare (Esodo 19:10, Giosuè 3:5; 2 Cronache 29:15); una casa poteva essere consacrata (Levitico 27:14).

Uno degli aspetti principali della santificazione è quello assoluto o di posizione, un atto di Dio in Cristo fatto mediante lo Spirito Santo, per il quale siamo stati messi a parte per Lui.

Ci sono diversi passi che ci illustrano questo meraviglioso fatto:

  • “Ma noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità” (2 Tessalonicesi 2:3).
  • “eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito” (1 Pietro 1:2).
  • E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio.” (1 Corinzi 6:11).

La santificazione dello Spirito pertanto è un’opera divina in noi. Dio non corregge qualcosa che è corrotto, non migliora qualcosa che è decaduto: crea qualcosa di completamente nuovo.

La santificazione dello Spirito è un’opera di questo Agente divino, ed avviene quando una persona posta di fronte alla luce di Dio, si riconosce peccatore e si converte. È l’attività divina per mezzo della quale siamo separati dal mondo e, allo stesso tempo, siamo messi in relazione con Dio. Attraverso questo lavoro, diveniamo delle persone che Egli chiama “santi” o santificati. Quello che abbiamo descritto non è un processo che prevede diversi passaggi, o una crescita, ma una cosa fatta una volta e per sempre riguardo la nostra posizione in Cristo davanti a Dio.  Per questo motivo, l’aspetto che abbiamo esaminato è definitivo.

Per evidenziare maggiormente questo carattere della santificazione, citiamo ancora un paio di versetti dalla Lettera agli Ebrei. Riferendosi al Signore Gesù il salmista dice: “Ecco io vengo o Dio per fare la tua volontà… in virtù di questa volontà noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre”, “infatti con un’unica offerta Egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (Ebrei 10:9-10, 14).

Questo ci insegna che tutti i credenti sono chiamati santi perché santificati dall’opera di Cristo a cui hanno creduto. In virtù dell’unione con Cristo il credente è santificato per sempre davanti a Dio.

SANTIFICAZIONE PRATICA

Una volta presa coscienza del fatto che siamo stati santificati da Dio in Cristo per mezzo dello Spirito, dobbiamo realizzare che non apparteniamo più a noi stessi, Dio ci ha messo a parte (santificati) affinché fossimo Suoi.

L’opera che lo Spirito compie è grande e non finisce quando una persona arriva a credere e ad accettare Gesù. Lo Spirito infatti continua a lavorare dall’interno del credente per fargli vivere una vita santa, conforme alla Sua chiamata. Dio agisce per mezzo dello Spirito per produrre in ciascuno dei Suoi una santificazione pratica in tutti gli aspetti della loro vita  La Parola ci esorta ad  impegnarci a “cercare la santificazione” (Ebrei 12:14).  Non si tratta di cercarla perché non la possediamo, al contrario, essendo santi, dovremmo dimostrare quello che siamo in virtù della nostra posizione in Cristo. Se riusciamo a realizzare nella nostra vita una reale santificazione pratica, vi sarà del frutto alla gloria del Signore, gioiremo della Sua comunione ed Egli sarà manifestato in noi. Laddove la santificazione pratica fa difetto, lo Spirito Santo è contristato, la testimonianza del credente sarà debole e non vi sarà in lui né gioia né pace. Si troveranno piuttosto comportamenti carnali, e mancherà una crescita spirituale.

Per questo, diviene importante considerare le implicazioni positive di una vita di santificazione vissuta nella pienezza dello Spirito e dove il frutto dello Spirito può essere visibile.

La pienezza dello Spirito nella vita del credente

Essere ripieni dello Spirito è uno degli aspetti fondamentali della vita cristiana. La pienezza dello Spirito è collegata al controllo dello Spirito sulla vita di un credente.

Va chiarito fin da subito che ricevere lo Spirito Santo e essere ripieni dello Spirito sono due realtà distinte: la prima è una benedizione concessa a tutti coloro che sono nati di nuovo; la seconda dipende da alcune condizioni. Nella Parola abbiamo due forme distinte di pienezza dello Spirito:

1. La pienezza sovrana per un compito specifico

Questa forma di pienezza, concessa in base alla sovranità di Dio, riguarda la potenza dello Spirito per compiere un servizio specifico, o in particolari fasi storiche del popolo di Dio. È stata accordata anche a credenti dell’Antico Testamento e a persone contemporanee al Signore Gesù, come ad esempio:

  • Giovanni Battista (Luca 1:15),
  • Elisabetta (Luca 1:41),
  • Zaccaria (Luca 1:67).

2. La pienezza come stato spirituale

Questa pienezza non è occasionale, ma permanente. Essa si manifesta nella misura in cui il credente non contrista lo Spirito e si lascia interamente guidare da Lui. Si tratta di un’influenza pervasiva, il controllo totale dello Spirito nella vita di un credente, durante il quale nulla ostacola l’azione dello Spirito Santo e tutti i sentimenti, i pensieri, parole e atti sono guidati dallo Spirito Santo.

L’espressione greca utilizzata è “plere”, o “pleroo pneumatos agiou”, è riferita anche al Signore Gesù (Luca 4:1), il perfetto modello di Uomo ripieno dello Spirito. La stessa espressione ricorre associata a diversi servitori di Dio nel libro degli Atti:

  • I primi diaconi (Atti 6:3,5),
  • Stefano (Atti 7:55),
  • Barnaba (Atti 11:24),
  • I discepoli (Atti 13:52).

Troviamo un’importante esortazione ad essere ripieni dello Spirito Santo nella lettera agli Efesini: “Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza, ma siate ricolmi dello Spirito…” (Efesini 5:18).

In questo versetto vi è un contrasto tra essere ubriachi di vino ed essere ricolmi dello Spirito.

Qual è il punto fondamentale di questo paragone tra il vino e lo Spirito Santo? Senza dubbio è relativo all’influenza o al controllo. Una persona sotto l’effetto del vino sperimenta un comportamento alterato. Può dire o fare cose che normalmente non farebbe. Le emozioni sono intensificate per un breve periodo, con sentimenti che si susseguono: rabbia, euforia e depressione etc. Se la persona è sotto l’effetto dell’alcool, i suoi processi mentali saranno influenzati e la sua capacità decisionale sarà radicalmente alterata, quasi sempre con un risultato negativo.

Fermiamoci a fare una riflessione profonda, non limitando l’applicazione di questo passo alla sola bevanda alcolica. Quante cose nella nostra vita ci possono inebriare, ovvero ci anestetizzano, ci esaltano, ci deprimono, influenzando così il nostro modo di agire? Se ci sono delle cose che controllano la nostra vita, vi saranno delle conseguenze negative sui nostri comportamenti, sulle nostre abitudini e ostacoleranno l’azione dello Spirito in noi.

D’altra parte, essere ripieni dello Spirito Santo produce un cambiamento profondo e visibile nella condotta del credente. Questo non è un concetto astratto o teorico, ma una realtà che deve avere conseguenze concrete nel comportamento quotidiano di chi è stato rigenerato.

Il passo di Efesini 5:18, che esorta a essere ricolmi dello Spirito, merita particolare attenzione. Consideriamone alcune caratteristiche grammaticali e spirituali:

1. È un comandamento

Nel testo greco, il verbo “siate ricolmi” è all’imperativo. Questo ci indica che non si tratta di una semplice raccomandazione o di uno stato riservato a pochi ma è un ordine del Signore rivolto a tutti i Suoi. Essere ripieni dello Spirito non è un’opzione facoltativa nella vita cristiana, è una necessità vitale. Ogni credente è chiamato a desiderarlo e a perseguirlo con perseveranza e sottomissione.

2. È al tempo presente

Il verbo è al presente, e ciò esprime un’azione continua e abituale. Non si tratta di un evento isolato, ma di una condizione spirituale che deve essere mantenuta giorno per giorno. Potremmo rendere il senso del versetto dicendo: “Siate continuamente ripieni di Spirito Santo” oppure “Vivete costantemente sotto il controllo dello Spirito”. La pienezza dello Spirito deve essere il normale stile di vita del cristiano fedele.

3. È alla forma passiva

Il verbo è passivo, e questo è particolarmente significativo. Non ci viene detto: “Riempitevi di Spirito”, ma piuttosto: “Siate ripieni”. La pienezza dello Spirito non è qualcosa che possiamo produrre da noi stessi con sforzo umano; è un’opera che Dio compie in noi.

Da questa verità derivano due importanti implicazioni:

  1. Lo Spirito Santo è pronto e disponibile a manifestare la Sua pienezza in qualsiasi momento a chi non si oppone alla Sua azione e  gli si arrende completamente;
  2. Siamo chiamati a vivere in una condizione di consacrazione e fedeltà, affinché la Sua pienezza si manifesti in noi.
4. È al plurale

Infine, è importante notare che l’imperativo è espresso al plurale. Paolo non si rivolge a un singolo, ma alla chiesa dicendo: “Ciascuno di voi sia ripieno dello Spirito”. Questo significa che la pienezza dello Spirito è il desiderio di Dio per ogni credente, non solo per alcuni. La pienezza dello Spirito dovrebbe caratterizzare tutti i credenti che si ritrovano insieme, affinché sia tutta la chiesa locale a beneficiarne. Quando un’intera assemblea vive in questa condizione, si manifesta l’armonia, l’amore fraterno, la potenza spirituale nel servizio e un culto che glorifica Cristo.

Il passo di Efesini 5 non solo ci comanda di essere ripieni dello Spirito, ma ne mostra anche i frutti visibili nella vita di chi vive sotto il Suo controllo. L’apostolo Paolo elenca diverse manifestazioni concrete della pienezza dello Spirito, che possiamo così sintetizzare:

  • Saggezza per vivere in questo tempo malvagio (vv. 15-16): Chi è guidato dallo Spirito avrà discernimento spirituale e capacità di valutare le circostanze in un mondo malvagio. Camminerà “con diligenza”, come un saggio e non come uno stolto, “recuperando il tempo”, investendolo in ciò che ha un valore eterno.
  • Comprensione della volontà di Dio (v. 17): La pienezza dello Spirito produce discernimento e intelligenza spirituale. Il credente ripieno dello Spirito non vivrà nell’incertezza o nella confusione spirituale, ma comprenderà ciò che il Signore si aspetta da lui e sarà pronto a ubbidire.
  • Un cuore gioioso e pieno di canti al Signore (v. 19): La gioia dello Spirito trabocca in un’espressione di lode spontanea. Non si tratta soltanto di cantare con la bocca, ma di cantare e salmeggiare con il cuore a Dio. Questo è un frutto che solo una comunione vivente e autentica può produrre.
  • Un cuore pieno di ringraziamenti (v. 20): La gratitudine è un segno distintivo della pienezza spirituale. Non si tratta di ringraziare solo per ciò che riteniamo per il nostro bene, ma “per ogni cosa”, riconoscendo la mano di Dio anche nelle prove, nella sofferenza, nelle circostanze difficili. Questo tipo di riconoscenza può essere prodotto solo dall’opera dello Spirito.
  • Un atteggiamento di sottomissione reciproca (v. 21): Un altro segno evidente della pienezza dello Spirito è l’umiltà. Dove lo Spirito guida, non c’è spirito di competizione, di orgoglio o di supremazia personale. I rapporti tra i membri del corpo di Cristo sono caratterizzati dall’amore.

Alcune condizioni per realizzare la pienezza dello Spirito

La Scrittura non ci presenta la pienezza dello Spirito Santo come il risultato di una preghiera particolare o di un’esperienza straordinaria. Piuttosto, ci offre una serie di indicazioni spirituali e morali che delineano le condizioni necessarie per viverla.

Essere ripieni dello Spirito non è una questione di emozione o di sforzo umano, ma il frutto di una disposizione del cuore in armonia con la volontà di Dio. Ecco alcune condizioni fondamentali:

 Una vita separata dal male e consacrata a Dio

Consacrazione: “Vi esorto dunque fratelli per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale” (Romani 12:1).

La consacrazione è una condizione indispensabile per godere della pienezza dello Spirito. Dobbiamo donarci a Dio senza riserve, in modo che lui possa influenzarci in ogni aspetto della nostra vita.

Separazione: “Non conformatevi a questo mondo” (Romani 12:2).

Il credente non può essere ripieno dello Spirito se vive secondo i principi di questo mondo. “Il mondo passa con la sua concupiscenza” (1 Giovanni 2:17). Il cristiano deve vigilare affinché nessun idolo, anche nascosto, prenda il posto che spetta solo al Signore. Il conformarsi con i modelli/idoli del tempo presente soffoca l’azione dello Spirito e impedisce una comunione profonda con Dio.

Trasformazione: “ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:2). 

Serve conoscere la Parola. La trasformazione di cui parla la Scrittura non è superficiale, ma profonda e continua. Essa avviene mediante la rigenerazione operata dallo Spirito Santo attraverso la Parola di Dio. Non si tratta semplicemente di conoscere dei principi dottrinali, ma di vivere in modo tale da sperimentare nella pratica la volontà di Dio. Un credente che trascura la lettura e la meditazione della Parola di Dio non potrà mai sperimentare in modo stabile la pienezza dello Spirito, poiché mancherà della guida spirituale necessaria per discernere la volontà di Dio. Lo Spirito non ci condurrà mai verso qualcosa che è contrario alla Parola, ma piuttosto a ciò che è in armonia con i pensieri di Dio.

Una vita di pietà

Un’altra condizione essenziale per vivere nella pienezza dello Spirito Santo è una vita di pietà. La pietà non è un atteggiamento esteriore apparente, ma una disposizione interiore del cuore che si traduce in un comportamento quotidiano in comunione con Dio per fare la Sua volontà. E’ la manifestazione pratica della relazione personale con Dio. Una vita vissuta alla Sua dipendenza, in ubbidienza, nel santo timore che gli è dovuto e nella ricerca della Sua gloria e volontà in ogni cosa.

La pietà si manifesta in uno stile di vita sobrio, giusto, santo, che si riflette in ogni ambito: nella famiglia, nel lavoro, nella chiesa e nella testimonianza verso il mondo. È una vita che, pur nella debolezza che ci contraddistingue, è coerente con ciò che professiamo e onora il nome del Signore Gesù.

 “Infatti la grazia salvifica di Dio è apparsa a tutti gli uomini,  e ci insegna a rinunziare all’empietà e alle mondane concupiscenze, perché viviamo nella presente età saggiamente, giustamente e piamente.” (Tito 2:11-12) .

Lo Spirito Santo non si compiace né può manifestare la Sua potenza e la Sua guida in un cuore occupato da cose carnali, da ambizioni umane da compromessi morali e peccaminosi. Per essere ripieni dello Spirito, è necessario vivere nella pratica quotidiana una pietà fondata sulla Parola e alimentata dalla comunione con Dio.

In sintesi: la pietà è una vita pratica che scaturisce da una relazione personale con Dio, sotto la guida dello Spirito, in obbedienza alla Sua Parola e con Cristo come centro e fine.

Una vita dipendente

Un’altra condizione essenziale per godere della pienezza dello Spirito è una vita di dipendenza pratica da Dio. Questo principio attraversa tutta la Scrittura e si manifesta perfettamente nella vita del Signore Gesù, il nostro modello supremo. Colui che visse in dipendenza costante dal Padre, nella potenza dello Spirito Santo.

Essere ripieni dello Spirito significa essere controllati dallo Spirito e perché questo avvenga occorre una vita di separazione e consacrazione, il costante giudizio sul peccato, un atteggiamento di ubbidienza e di dipendenza.

In conclusione: La pienezza dello Spirito Santo non si ottiene con sforzi umani, ma si realizza in chi: Vive una vita separata dal male e consacrata a Dio; Coltiva una vera pietà, cioè una comunione reale e pratica con Dio; Cammina in dipendenza quotidiana, lasciandosi guidare e trasformare dallo Spirito.

Conseguenze della pienezza dello Spirito

Una delle conseguenze della pienezza dello Spirito, sarà la manifestazione del frutto dello Spirito nel credente, ovvero i caratteri di Cristo in lui. Quando vi è la pienezza dello Spirito vi sarà la manifestazione della Sua potenza in tutti i campi della vita spirituale. Parlando delle Sue pecore il Signore Gesù ha detto: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10).

Quando, nella vita del credente, si realizza la pienezza dello Spirito, egli manifesterà il frutto dello Spirito. Cristo sarà reso visibile nella sua vita, e cioè si vedranno quei caratteri che Cristo ha manifestato in modo perfetto quando era su questa terra.

Come è possibile realizzare tutto questo?

Per comprendere come si realizza praticamente la manifestazione del frutto dello Spirito, possiamo considerare i versetti di Galati 5:16-26. In questo passo, lo Spirito di Dio, per mezzo dell’apostolo Paolo, ci mostra il contrasto tra camminare secondo la carne e camminare secondo lo Spirito.

Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge. Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c’è legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri.  Se viviamo dello Spirito, camminiamo altresì guidati dallo Spirito. Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri” (Galati 5:16-26).

Camminare secondo lo Spirito o per lo Spirito è un elemento essenziale per colui che possiede la nuova vita in Cristo. Non si tratta di un’opzione, ma di una necessità spirituale per vivere in coerenza con la vita che ci è stata donata.

Ma cosa significa precisamente “camminare”?

Il termine greco utilizzato nel Nuovo Testamento per “camminare” è molto comune e indica semplicemente lo spostarsi da un luogo all’altro. Tuttavia, il tempo presente utilizzato nel verbo suggerisce continuità e potremmo renderlo con l’espressione “continuare a camminare”, oppure “camminare costantemente”. Camminare, in senso figurato, descrive un progresso regolare, un movimento continuo fatto di piccoli passi nella stessa direzione, per un periodo prolungato.

Applicato alla vita spirituale, camminare secondo lo Spirito significa avanzare quotidianamente sotto la guida dello Spirito Santo. Ogni passo del credente implica una scelta: affidarsi a se stesso, cioè alla carne, o sottomettersi allo Spirito di Dio. Significa permettere allo Spirito Santo di dirigere l’intera condotta del credente, giorno dopo giorno, in ogni ambito della vita.

Quando lo Spirito è libero di agire in noi, Egli esercita il Suo controllo sui nostri pensieri, orienta le nostre decisioni, guida le nostre parole e  le nostre azioni e modella il nostro comportamento. Questo cammino spirituale è totalmente contrapposto alla carne: “non adempirete affatto i desideri della carne” (Galati 5:16).

È importante ricordare che sebbene il credente non sia più “nella carne”, essendo in una nuova posizione in Cristo, la carne è ancora presente in lui. La carne, la natura malvagia che ereditiamo in quanto discendenti di Adamo, ha delle concupiscenze che manifestano la sua inimicizia contro Dio. Essa non è stata tolta, ma è stata condannata alla croce, e ora non ha più autorità su coloro che appartengono a Cristo. Tuttavia, essa cerca ancora di esercitare influenza. Cosa fare? La carne è in me e cerca di portarmi a soddisfare le sue concupiscenze. Devo combattere contro la carne? Solo camminando per lo Spirito possiamo evitare di cedere ai suoi desideri e vivere una vita che glorifica Dio: “camminate per lo Spirito e non adempirete i desideri della carne”.

Noi, nei quali lo Spirito Santo abita e che siamo “nello Spirito” possiamo camminare per mezzo dello Spirito nella vita di tutti i giorni. Noi non abbiamo la forza per vincere la carne, lo Spirito Santo invece possiede tutta la potenza necessaria per farlo. La carne, infatti, desidera opporsi allo Spirito, nel tentativo di ostacolare la nostra sottomissione alla Sua guida. Ma lo Spirito Santo, a Sua volta, si oppone alla carne, operando in noi affinché non agiamo secondo la nostra volontà naturale, ma secondo la volontà di Dio. Questa azione avviene affinché noi non compiamo ciò che vogliamo, ma agiamo soltanto secondo la volontà di Dio in modo che, anche se in debole misura, si possa trovare in noi ciò che caratterizzò perfettamente il Signore Gesù: “Faccio sempre le cose che gli piacciono” (Giovanni 8:29).

Vi è un segno inequivocabile che può indicarci se ciò che facciamo è per mezzo dello Spirito o viene dalla carne: lo Spirito ricerca unicamente la gloria del Signore Gesù e mai la nostra. Egli non compirà mai nulla che si allontani dalle Scritture o che promuova l’orgoglio dell’uomo. Qualsiasi cosa facciamo per riceverne gloria personale, nasce dalla carne. La Parola ci invita a giudicare noi stessi e a valutare con serietà la nostra condotta.

Possiamo porci ora altre domande.

  1. Se facciamo la nostra propria volontà lo Spirito non sarà forse contristato?
  2. Utilizziamo il nostro corpo, che è il Suo tempio, in modo che lo Spirito Santo possa agire con efficacemente in noi Ovunque andiamo, siamo consapevoli che lo Spirito Santo abita in noi?
  3. Tutto quello che noi vediamo o udiamo è in accordo con la Sua santità? Può ascoltare, osservare, tutto quello che noi diciamo o facciamo senza essere contristato?

Se lo Spirito è libero di agire in noiallora cammineremo per lo Spirito, ma se lasciamo agire la carne allora cammineremo secondo le concupiscenze (desideri) della carne.

Nel credente vi sarà un combattimento interiore. Questo conflitto è sconosciuto alle persone non rigenerate, le quali non possiedono lo Spirito di Dio e vivono sotto il dominio della carne. Per loro, la carne guida ogni pensiero, decisione e azione; non vi è opposizione interiore, ma una continua sottomissione ai desideri della natura peccaminosa. Per il cristiano, invece, questo conflitto è reale e continuo. Dobbiamo ammettere che non è con i nostri desideri, o buone intenzioni, che possiamo vincere la carne. Non possiamo combattere con la nostra propria forza e con la nostra volontà. La soluzione è quella di sottomettere la nostra volontà allo Spirito Santo. In questo modo realizzeremo cosa significa essere condotti dallo Spirito e camminare per lo Spirito, che è esattamente l’opposto di quello che desidera la carne.

Le opere della carne

Dopo aver parlato del conflitto tra la carne e lo Spirito, l’apostolo Paolo, nella sua lettera ai Galati, elenca ciò che egli definisce le opere della carne(vr.19-21). Troviamo alcuni elenchi simili in: Marco 7:20-23; Romani 1:29-32; 1 Timoteo 1:9-10; 2 Timoteo 3:2-5.

L’apostolo afferma che le opere della carne “sono manifeste”, cioè visibili, riconoscibili. L’uomo che vive nella carne non può nascondere a lungo ciò che è e prima o poi le sue inclinazioni si manifestano.

L’elenco che troviamo in Galati può essere suddiviso in 3 principali categorie:

1. Peccati legati alla sfera sessuale e a comportamenti dissoluti:

– fornicazione: (Gr. porneia), si riferisce in maniera generale a pratiche sessuali al di fuori del matrimonio. Sappiamo che siamo esortati dalla parola a fuggire la fornicazione (1 Corinzi 6:18).

– impurità: (Gr. akatharsi), si riferisce a pensieri e comportamenti che contaminano il nostro essere “Infatti Dio non ci ha chiamati a impurità, ma a santificazione” (1 Tessalonicesi 4:7).

Notiamo che fornicazione e impurità si trovano associate in altri elenchi negativi che vediamo nella Parola (Efesini 5:3; Colossesi 3:5).

– dissolutezza (Gr. asélgeia): In alcune traduzioni è indicata come comportamenti indecenti, l’esibizione aperta e spudorata di questi peccati. È qualcosa che caratterizza l’uomo lontano da Dio. “Essi (i pagani), avendo perduto ogni sentimento, si sono abbandonati alla dissolutezza fino a commettere ogni specie di impurità con avidità insaziabile” (Efesini 4:19).

– ubriachezze: (Gr. metha), eccesso nel consumare sostanze che ci dominano, ci rendono dipendenti da essi e ci portano a comportamenti che disonorano Dio “il vino porta alla dissolutezza” (Efesini 5:18)

– orgie: (Gr. komoi), pratiche legate ad eccessi nel campo sessuale, nel mangiare e nel bere. “Basta già il tempo trascorso a soddisfare la volontà dei pagani vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle ubriachezze, nelle orge, nelle gozzoviglie e nelle illecite pratiche idolatriche” (1 Pietro 4:3).

2. Peccati legati alla “sfera religiosa”:

– Idolatria: (Gr. eidololatria) l’adorazione di qualsiasi cosa che non sia l’unico vero Dio e tutto ciò che è associato a tale adorazione. “Perciò, miei cari, fuggite l’idolatria.” (1 Corinzi 10:14).

– stregoneria: (Gr. Pharmakeia), pratiche attraverso le quali si utilizza l’aiuto delle potenze della malvagità e i  comportamenti a queste associati. “Non si ravvidero neppure dai loro omicidi, né dalle loro magie, né dalla loro fornicazione, né dai loro furti” (Apocalisse 9:21).

3. Peccati legati alle relazioni:

– inimicizie: (Gr. echthrai): ostilità che perdura, atteggiamenti di rancore verso gli altri.

-discordie: (Gr. eris) antagonismo, generatore di contese dovute a divergenze, rivalità o ambizioni personali. È l’espressione di una natura carnale.

– gelosia: (Gr. zelos):brama possessiva ed egoistica; una rivalità che nasce dal desiderio di possedere ciò che altri hanno.

Questi comportamenti, ad esempio, si evidenziavano nella chiesa di Corinto e Paolo scriveva loro: “dato che ci sono tra di voi gelosie e contese, non siete voi carnali e non vi comportate secondo la natura umana?” (1 Corinzi 3:3).

– ire: (Gr. Thymoi): perdita del controllo, problemi di equilibrio nel temperamento. La Parola ci invita ad essere “lenti all’ira” e ci esorta dicendo “adiratevi, e non peccate”. (Giacomo 1:19-20; Efesini 4:26).

– contese: (Gr. Eritheiai): mettere gli altri in secondo piano per dominare su di loro. Le guerre e le contese secondo la Scrittura derivano dalle passioni che si agitano nelle nostre membra (Giacomo 4:1).

– divisioni: (Gr. dichostasiai): separazioni causate da opinioni personali o da spirito di parte. Esse compromettono l’unità del corpo di Cristo e disonorano il Signore. “Ora, fratelli, vi esorto, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad aver tutti un medesimo parlare e a non aver divisioni tra di voi, ma a stare perfettamente uniti nel medesimo modo di pensare e di sentire” (1 Corinzi 1:10).

– sette: (Gr. haireseis): divisioni su questioni o personalità, temi dottrinali. La Parola ci invita ad evitare l’uomo settario (Tito 3:10).

– invidie: (Gr. phthonoi): desiderio peccaminoso di possedere beni e caratteristiche altrui. “Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell’ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza” (1 Pietro 2:1).

L’ultima espressione “e altre simili cose” mostra che non si tratta di un elenco completo, ma di una rappresentazione generale della vita secondo la carne.

Il credente, per mezzo del discernimento spirituale, è chiamato a riconoscere quando ha lasciato spazio all’azione della carne, affinché possa giudicarne le opere alla luce della Parola.

È importante notare che Paolo afferma che coloro che vivono abitualmente secondo queste opere della carne,  coloro cioè il cui stile di vita è dominato da tali cose, non erediteranno il regno di Dio (Galati 5:21). Si tratta di un avvertimento estremamente serio, che richiede da parte nostra un’attenta riflessione. La condotta esteriormente visibile rivela la natura interiore: se l’opera dello Spirito è assente e le opere della carne predominano in modo continuativo, vi è motivo per dubitare che vi sia stata una vera rigenerazione.

Frutto dello Spirito

Che bel contrasto troviamo con quello che è invece il frutto dello Spirito (v. 22). Il credente manifesta il frutto dello Spirito; non è lui che lo produce, ma è lo Spirito che opera in lui ciò che è alla gloria di Dio.

È significativo che Paolo parli delle opere della carne al plurale, mentre parli del frutto dello Spirito al singolare.  Le opere sono ciò che una persona fa quando si dà da fare con i propri sforzi, mentre il frutto è qualcosa che nasce spontaneamente grazie a una forza operante interiore. Questo contrasto è coerente con l’enfasi posta da Paolo in tutta l’epistola, nella quale ha più volte contrapposto le opere della legge alla fede; ora contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito.

La forma singolare della parola “frutto” suggerisce che le nove qualità elencate da Paolo non vanno viste come frutti separati, ma piuttosto come un’unica realtà spirituale che riflette il carattere del Signore Gesù Cristo. Questo frutto, che manifesta la vita nuova in chi cammina per lo Spirito, può essere suddiviso in due  gruppi:

1. Frutto per la nostra relazione con Dio, che si riflette all’esterno

Amore (gr. agapè): L’elenco del frutto dello Spirito inizia con l’amore, fondamento essenziale di tutte le altre sue manifestazioni. Come illustrato in 1 Corinzi 13, i tratti del vero amore cristiano coincidono con molte delle qualità che costituiscono il frutto dello Spirito.

L’amore si può manifestare perché siamo stati amati da Dio e questo amore è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito (Romani 5). Esso si esprime nel dono di sé a Dio e al prossimo, ed è strettamente legato all’ubbidienza: “In questo è l’amore: che camminiamo secondo i Suoi comandamenti”.

Il Signore Gesù è il supremo modello di amore: la Sua vita fu un dono costante al Padre e agli uomini.  In ogni aspetto della Sua vita ha manifestato questo amore. In ogni passo della Sua vita lo ha mostrato agli uomini. Quando ha incontrato il giovane ricco è detto: “guardatolo lo amò” (Marco 10:21); e parlando della famiglia di Betania è indicato: “or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” (Giovanni 11:5) e quando la folla lo vide piangere alla tomba di Lazzaro disse: “guarda come lo amava” (Giovanni 11:36). Prima di lasciare i Suoi discepoli, disse loro “Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici” (Giovanni 15:13) e si poneva come modello di amore “come vi ho amati anche voi amatevi gli uni gli altri” (Giovanni 13:34). Egli ci ha lasciato un modello per amare.

Gioia (gr. chara): La gioia è una conseguenza naturale dell’amore divino nel cuore. Non dipende dalle circostanze esterne, ma si radica in una relazione viva con Dio e nella verità. Paolo, seppure in condizioni difficili, poteva scrivere ai Filippesi: “Rallegratevi nel Signore, da capo dico rallegratevi” (Filippesi 4:4).

Il Signore Gesù quando era su questa terra è stato l’uomo di dolore, familiare con la sofferenza, poteva provare la beatitudine dell’uomo che camminava onorando il Suo Dio e Padre. È detto che: “Gesù, mosso dallo Spirito Santo, esultò” (Luca 10:21) e utilizzò delle espressioni di lode verso il Padre. Parlando ai Suoi discepoli, poco prima della Sua morte disse: “Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa” (Giovanni 15:11). Il Signore Gesù conosceva la gioia nel gustare una costante relazione di comunione con il Padre e avere la Sua approvazione. Dunque, è questa gioia, la Sua gioia, quella che Egli desidera comunicare ai Suoi: una gioia piena, duratura, indipendente dalle prove.

Pace (gr. eirene): La pace è il frutto della presenza di Dio nel cuore. Calma interiore e riposo dell’anima. L’amore e la gioia insieme producono la pace di Dio che “supera ogni intelligenza” (Filippesi 4:7). Sempre il Signore Gesù ha detto ai Suoi discepoli: “Vi lascio pace; vi do la mia pace”. Il credente, grazie all’opera della croce, è giustificato ed ha la pace con Dio (Romani 5:1), ma qui il Signore parla della Sua pace. La pace di Colui che confidava e dipendeva interamente da Dio e seguiva il cammino conservando questa pace nel Suo cuore nonostante le difficoltà che incontrava. Egli desidera che i Suoi discepoli la conoscano e la manifestino nella loro vita quotidiana. Infatti, “Il regno di Dio non consiste in vivanda e né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14:17).

Pazienza (Gr. Makrothymia): La pazienza, o longanimità, è la capacità di sopportare con calma e costanza, anche quando si è provocati. “Vi esortiamo, fratelli…a essere pazienti con tutti” (1 Tessalonicesi 5:14).

Siamo chiamati a “sopportarci gli uni gli altri con amore” (Efesini 4:2). Questa qualità è riflessa perfettamente nel Signore Gesù, che sopportò con pazienza l’opposizione da parte degli uomini, l’incomprensione, la derisione e “l’ostilità dei peccatori contro la Sua persona” (Ebrei 12:3).

2. Frutto nell’aspetto delle nostre relazioni con gli altri

Benevolenza (Gr. Chrestote): E’ un frutto che si manifesta in una disposizione di dolcezza nei rapporti interpersonali. È un atteggiamento benevolo e in grazia verso il prossimo “Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri” (Efesini 4:32).

Il Signore Gesù ha manifestato perfettamente la benevolenza nei suoi gesti e nelle sue parole. “Tutti rendevano testimonianza e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca” (Luca 4:22).

Bontà (Gr. Agathosyne): La bontà, distinta dalla benevolenza, si riferisce a una virtù morale profonda collegata ad un azione costruttiva che si rivolge agli altri per il loro bene. Tutto questo testimonia che apparteniamo al Signore: “comportatevi come figli di luce, perché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità” (Efesini 5:9). Ogni azione del Signore Gesù, quando era in questo mondo, era per il bene degli altri e per rispondere ai loro bisogni “Egli ha fatto ogni cosa bene” (Marco 7:37).

Fedeltà (Gr. Pistis): Affidabilità, attendibilità, essere degni della fiducia degli altri. Il credente nella sua vita manifesterà fedeltà a Dio e nelle relazioni con gli altri. Ci parla di qualcuno che serve, testimonia, con costanza. Qualcuno su cui gli altri possono contare. Dobbiamo avere questa attitudine nella quotidianità anche in quelle cose che in apparenza potrebbero essere insignificanti. “Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi” (Luca 16:10). Questo carattere ci è richiesto in quanto amministratori delle cose di Dio. “Del resto, quel che si richiede agli amministratori è che ciascuno sia trovato fedele” (1 Corinzi 4:2). Il Signore ha manifestato tutto questo ad ogni passo della Sua vita. È chiamato: “il testimone fedele” e il “testimone fedele e veritiero” (Apocalisse 2:13; 3:14).

Mansuetudine (Gr. Praytes): Sottomissione all’autorità e considerazione degli altri. Caratteristica di colui che non accampa i propri diritti, che non è suscettibile e non si contraria. È detto di qualcuno che utilizza autorità senza inasprirsi. È l’atteggiamento che bisogna avere nei confronti di chi è caduto “Voi che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine” (Galati 6:2) ed è il modo in cui ci si deve rapportare con chi si oppone “Il servo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti, capace di insegnare, paziente. Deve istruire con mansuetudine gli oppositori…” (2 Timoteo 2:24-25).

La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini” (Filippesi 4:5). Da chi possiamo imparare? Da colui che diceva “prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Matteo 11:29-30).

Autocontrollo (Gr. enkrateia): L’autocontrollo è la capacità di disciplinare i desideri, le emozioni, le reazioni, secondo Dio. È una qualità che si manifesta nella vita pratica: nel parlare, nel mangiare, nell’uso del tempo, nella gestione delle relazioni. Nel libro dei Proverbi abbiamo indicazioni preziose a questo riguardo: “Chi è lento all’ira vale più del prode guerriero; chi ha autocontrollo vale più di chi espugna una città” (Proverbi 16:32), “L’uomo che non ha autocontrollo è una città smantellata, priva di mura” (Proverbi 25:28). Il Signore ha sempre misurato i Suoi comportamenti, le Sue Parole, le sue reazioni. Anche quando si è indignato, scacciando i mercanti dal tempio, lo ha fatto perché animato da sentimenti di amore per il Padre e per la Sua casa: “Lo zelo per la tua casa mi consuma” (Giovanni 2:17).   

Conclusione

“Contro queste qualità non c’è legge”(Galati 5:23).

Il frutto dello Spirito, che rende il credente simile a Cristo, non è soggetto a restrizioni da parte della legge. Sebbene la legge non possa né controllare la carne né produrre queste qualità spirituali, ciò non significa che vi si opponga. Al contrario, le approva, poiché riflettono la giustizia e la santità che la legge stessa prescrive, ma che l’uomo naturale è incapace di realizzare.

“Coloro che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri”(Galati 5:24).

Questa è la posizione fondamentale del credente: la carne è stata giudicata alla croce. In Cristo, il credente è stato liberato dalla schiavitù della carne e non vive più secondo i suoi impulsi. L’unica via per realizzare questa vittoria pratica è camminare “per mezzo dello Spirito”, in dipendenza e comunione con Dio.

La vita del cristiano è generata dallo Spirito, non dalla carne. Poiché abbiamo ricevuto una nuova vita dallo Spirito, siamo chiamati a camminare in coerenza con essa: “Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì guidati dallo Spirito” (Galati 5:25). La nostra condotta deve essere in armonia con la nostra nuova natura. Cosi come  sarebbe assurdo per un uccello, fatto per l’aria, voler vivere sott’acqua, o per un pesce, fatto per l’acqua, cercare di vivere sulla terra. Allo stesso modo, i cristiani non possono avere la loro vita nello Spirito e le loro attività nella carne!

Infine, l’apostolo conclude mettendo in guardia i Galati:

Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.” (Galati 5:26).

Questa frase rivela il pericolo insito in ogni tentativo umano di miglioramento della carne: esso genera orgoglio, rivalità, gelosie e divisioni. È solo per mezzo dello Spirito di Dio che possiamo riflettere, seppur in misura limitata, il meraviglioso carattere del nostro Signore Gesù Cristo.

Il nostro corpo:  Il tempio dello Spirito Santo

Desideriamo ora soffermarci su un argomento di grande importanza per la vita cristiana: la santità del corpo del credente,  tempio dello Spirito Santo.

Esamineremo alcuni passaggi tratti dalla prima epistola ai Corinzi, in particolare dal capitolo 6, e dal capitolo 4 della prima epistola ai Tessalonicesi.

La città di Corinto, all’epoca dell’apostolo Paolo, era tristemente nota per il suo permissivismo morale e per la diffusione di pratiche sessuali impure, spesso persino associate al culto idolatrico. La chiesa di Corinto, pur essendo stata raggiunta dal vangelo, viveva in un contesto profondamente corrotto e doveva affrontare l’influenza del mondo. Per questo motivo, Paolo dedica una parte rilevante della sua lettera a richiamare i credenti alla purezza personale, fondando il suo appello su una verità fondamentale: il corpo del credente appartiene al Signore ed è dimora dello Spirito Santo. Il nostro tempo è per tanti aspetti estremamente simile al loro, e queste parole dovrebbero suonare, oggi come allora, come un monito estremamente serio.

1 Corinzi 6

“Non sapete che gl’ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti,né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio” (1 Corinzi 6:9-11).

È molto significativo osservare che, prima di condannare apertamente i peccati d’immoralità, l’apostolo Paolo richiama i credenti di Corinto alla memoria della potenza purificatrice e trasformante della grazia di Dio. Non inizia con un rimprovero, ma con un richiamo alla realtà spirituale che ora li caratterizza in Cristo.

Paolo elenca una serie di peccati che un tempo definivano la loro vita, tra cui spiccano quelli legati alla sfera sessuale: fornicazione, adulterio, effeminatezza e sodomia. Questi ultimi due termini fanno riferimento al peccato dell’omosessualità maschile, pratiche molto diffuse a quel tempo. Paolo tuttavia non si limita a condannare l’aspetto maschile dell’impurità sessuale, infatti nella lettera ai Romani (1:26-27) egli tratta esplicitamente anche l’omosessualità femminile, mostrando come il rifiuto di Dio porti l’umanità a degradarsi nei suoi affetti più intimi, sostituendo l’ordine naturale con ciò che è contro natura.

È importante sottolineare che nessun peccato, per quanto profondo o radicato, è al di fuori della portata della grazia di Dio. La potenza del Vangelo non si limita a perdonare, ma trasforma dei peccatori in nuove creature. Paolo lo sottolinea con chiarezza ai Corinzi: “E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio” (1 Corinzi 6:11).

Solo a partire da questa realtà nuova,  separata dal peccato e riconciliata con Dio il credente può comprendere appieno quale sia la dignità e la responsabilità legata all’utilizzo del proprio corpo. Il corpo non è più uno strumento per soddisfare desideri egoistici, ma un vaso consacrato, una dimora dello Spirito Santo, destinata a glorificare Dio in ogni aspetto della vita, anche e soprattutto nella sfera della purezza.

“Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Corinzi 6:12).

Con il versetto 12 si apre un nuovo paragrafo in cui l’apostolo Paolo affronta direttamente lo scopo e della dignità del corpo del credente. In un contesto fortemente influenzato dalla filosofia greca, il corpo veniva spesso considerato come la parte inferiore, materiale e quindi insignificante dell’essere umano, rispetto all’anima o alla mente, ritenute superiori.


Le parole: “Ogni cosa mi è lecita…”, utilizzate anche da Paolo per insegnare che il cristiano non è sotto una legge come l’Israelita, ma che, come uomo nuovo, è chiamato alla libertà (Galati 5:1), venivano ora strumentalizzata dai Corinzi per giustificare il proprio comportamento immorale. Essi confondevano la libertà cristiana con il permissivismo, riducendo la grazia a pretesto per vivere secondo la carne.

A questa deformazione della verità, Paolo risponde con due importanti avvertimenti:

1. Non ogni cosa è utile, cioè non tutto ciò che è “lecito” contribuisce alla crescita spirituale o all’edificazione.

2. Non mi lascerò dominare da nulla, vale a dire che colui che è libero non è colui che fa tutto ciò che vuole, ma colui che non si lascia schiavizzare da nulla. La libertà cristiana non è il lasciarsi andare all’indulgenza della carne: il peccato benché ci illuda di essere liberi, ci domina e ci rende schiavi delle nostre passioni. Il credente, invece, è liberato da questo giogo per la potenza dello Spirito, e può così vivere nella vera libertà, quella che nasce dalla disciplina spirituale. Se qualcosa, pur lecita in sé, ci sottrae il controllo, ci lega, o prende un posto eccessivo nel nostro cuore, allora essa ci allontana dal Signore piuttosto che avvicinarci a Lui.

“Le vivande sono per il ventre e il ventre è per le vivande” (1 Corinzi 6:13).

Questa era un’altra argomentazione dei Corinzi, usata per giustificare la loro condotta sessuale disordinata. Trattavano il sesso come un semplice istinto biologico, paragonabile al bisogno di mangiare. Secondo questa logica, soddisfare un desiderio sessuale, anche in modo promiscuo o illecito, era ritenuto naturale e innocuo.

Si tratta di una visione materialistica e terrena, che esclude Dio dal centro della vita morale e relega il corpo umano a semplice strumento di piacere. Secondo questo ragionamento, così come lo stomaco ha bisogno di cibo, il corpo ha bisogno di rapporti sessuali; e poiché tanto il cibo quanto lo stomaco sono destinati a perire, non c’è motivo di sentirsi colpevoli per ciò che si fa col corpo.

Questa logica mondana portava i Corinzi a giustificare persino i rapporti con prostitute sacre dei culti idolatrici pagani. La logica che seguivano era: “Dio mi ha dato istinti sessuali, quindi è naturale soddisfarli. E poi, che importanza ha ciò che faccio col corpo, se esso è destinato a morire?”

Paolo interviene in modo netto esponendo il pensiero di Dio riguardo al corpo del credente. Il suo insegnamento ha piena validità anche per noi oggi: “Il corpo però non è per la fornicazione, ma è per il Signore, e il Signore è per il corpo; Dio, come ha risuscitato il Signore, così risusciterà anche noi mediante la sua potenza” (1 Corinzi 6:13-14).

“Il corpo non è per la fornicazione”: Il corpo del credente non è uno strumento per la soddisfazione di desideri sessuali e pulsioni carnali. Questa idea, largamente diffusa nel mondo è in netto contrasto con la rivelazione divina. La fornicazione disonora il corpo e viola il disegno di Dio per la purezza del credente.

“Il corpo è per il Signore”: Il corpo non è separato dalla vita spirituale, ma è incluso nel piano di redenzione. Dio ha stabilito che il corpo sia al servizio del Signore, per la Sua gloria. Per questo motivo, il credente è esortato a presentare il proprio corpo “in sacrificio vivente” (Romani 12:1). Le nostre membra devono essere prestate “a servizio della giustizia per la santificazione” (Romani 6:19).

“Il Signore è per il corpo”: Quest’espressione sottolinea l’attenzione che il Signore ha verso il corpo del credente. Egli non solo si prende cura della nostra anima, ma anche del nostro corpo. Tramite lo Spirito possiamo utilizzare il nostro corpo per la Sua gloria.

“Dio, come ha risuscitato il Signore, così risusciterà anche noi mediante la sua potenza”:  Il corpo del credente ha un destino eterno e glorioso. Così come Dio ha risuscitato il corpo del Signore Gesù, così anche i Suoi saranno risuscitati con un corpo glorificato. Questo rende ancora più solenne la responsabilità che abbiamo oggi di onorare Dio nel nostro corpo. Come potremmo usare ciò che è destinato alla gloria eterna per uno scopo negativo come l’impurità sessuale?

Attualmente i nostri corpi sono deboli e ancora segnati dal peccato, ma verranno trasformati e resi conformi al “corpo della gloria” del nostro Signore (Filippesi 3:21). La natura meravigliosa di questo corpo glorificato è descritta in 1 Corinzi 15:35-50. In quel corpo nuovo, eterno, glorioso, avremo il privilegio indescrivibile di vedere il nostro Signore “come Egli è” (1 Giovanni 3:2).

“Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo?” (1 Corinzi 6:15): Con questa domanda, Paolo dichiara l’unione del credente con Cristo. Il corpo del credente appartiene a Cristo. Questo rende i peccati sessuali particolarmente gravi, perché non solo violano il disegno divino, ma sono in aperto contrasto con la verità della nostra unione con Cristo. Fornicare significa negare nella pratica che il corpo appartiene al Signore.
Come può un credente, unito a Cristo, unirsi a ciò che è impuro? Come possiamo essere, allo stesso tempo, membra di Cristo e strumenti del peccato?

Nei versetti che seguono, Paolo usa dei paragoni ben noti ai credenti di Corinto, facendo riferimento a una realtà culturale e religiosa largamente diffusa nella loro città: la prostituzione sacra legata al culto di Afrodite. In quel contesto, la fornicazione era considerata una pratica normale, persino legittimata religiosamente. Con forza Paolo afferma che “chi si unisce a una meretrice è un corpo solo con lei” (1 Corinzi 6:16). L’atto sessuale non è solo l’unione fisica tra un uomo e una donna, ma l’unione di due persone nella forma più profonda di intimità che possiamo conoscere.

Nell’Antico Testamento, l’unione sessuale è spesso definita come un uomo che “conosce” la propria moglie. Secondo la volontà di Dio, marito e moglie, nel vincolo del matrimonio, formano un’unità.

Proprio per richiamare il proponimento originale di Dio, Paolo cita Genesi 2:24: “I due diventeranno una sola carne”. Questa verità, stabilita da Dio alla creazione, riguarda l’unione tra marito e moglie all’interno del vincolo del matrimonio. Solo in quel contesto, l’unione sessuale è secondo la volontà divina e porta benedizione. Ma nella fornicazione, si realizza un’unità illegittima, opposta all’ordine divino e quindi peccaminosa. Unirsi sessualmente fuori dal matrimonio non è solo un comportamento immorale, ma una profanazione del significato sacro che Dio ha attribuito al corpo e all’intimità fin dalla creazione.

A contrasto con questa unione carnale, Paolo dichiara: “Chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui” (1 Corinzi 6:17).

Per mezzo dello Spirito Santo, ogni credente è unito al Signore in modo reale, profondo e permanente. È una comunione spirituale che supera ogni altro tipo di relazione, e che coinvolge tutta la nostra persona. Questo legame con Cristo è incompatibile con ogni legame peccaminoso. Non possiamo essere uniti al Signore e allo stesso tempo unirci a ciò che è in aperta ribellione contro di Lui.

Cosa fare, dunque? La risposta è immediata e inequivocabile: “Fuggite la fornicazione” (1 Corinzi 6:18).

La tentazione che si lega agli aspetti della vita sessuale è molto forte. E sottolineiamo che la Parola non ci invita a resistere alla tentazione, ma a fuggire. Come Giuseppe davanti alla moglie di Potifar (Genesi 39:12), il credente è chiamato a fuggire da ogni occasione, luogo o relazione che potrebbe condurre al peccato sessuale. Non si tratta solo di evitare l’atto in sé, ma tutto ciò che vi conduce, incluse le fantasie, le immagini, le parole, gli atteggiamenti e le compagnie sbagliate.

“Ogni altro peccato che l’uomo commetta, è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo” (1 Corinzi 6:18).

La Parola di Dio distingue in modo molto chiaro il peccato di fornicazione da ogni altra forma di peccato. Molti peccati si consumano esteriormente: il corpo può essere uno strumento per nuocere ad altri (come nel caso dell’omicidio o del furto) o per assecondare desideri che si manifestano con oggetti esterni (come l’ingordigia o l’ubriachezza). Tuttavia, nel peccato sessuale, e in particolare nella fornicazione, il corpo non è solo un mezzo, ma è coinvolto interamente come soggetto e oggetto. L’intera persona viene contaminata.

Il pensiero comune della società moderna è che il sesso sia semplicemente l’unione di due corpi e lo strumento per soddisfare un bisogno naturale.

“Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi.” (1 Corinzi 6:19).

L’apostolo Paolo introduce una verità profonda e solenne: il corpo del credente è il tempio dello Spirito Santo. Non si tratta solo della Chiesa, nel suo insieme, che è la casa di Dio (1 Corinzi 3:16), ma anche il corpo individuale di ogni riscattato è dimora dello Spirito.

Come nel passato il tempio di Gerusalemme era il luogo santissimo della presenza di Dio e sede del culto divino, così oggi il corpo del credente è chiamato a essere un “santuario”, consacrato al servizio e alla gloria del Signore. La presenza dello Spirito Santo nel credente non è simbolica ma reale.

Se comprendiamo che il nostro corpo è un santuario abitato dalla Persona divina dello Spirito, ogni comportamento che lo contamina non è una semplice mancanza, ma una profanazione del tempio di Dio.

Viviamo in un tempo in cui domina l’idea dell’autonomia assoluta sull’uso del proprio corpo: “Il corpo è mio”, “Posso farne ciò che voglio”, “Ho dei bisogni e li soddisfo come mi pare”. Ma il credente sa che queste affermazioni sono false: non ci apparteniamo, siamo stati acquistati. Il corpo non è un oggetto da usare a piacimento, ma qualcosa che appartiene a Dio.

“Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Corinzi 6:20).

La verità cardine di questo insegnamento è il prezzo pagato per la nostra redenzione: il sangue prezioso del Signore Gesù Cristo (1 Pietro 1:18-19). Siamo Suoi, perché Egli ci ha acquistati alla Croce, strappandoci dal dominio del peccato e del mondo. Non apparteniamo più a noi stessi.

La purezza è la decisione personale di glorificare Dio con il proprio corpo, la propria anima e il proprio spirito. Troppo spesso, quando si parla di santificazione o di purezza, il discorso si riduce a una lista di regole o di divieti. Ci si chiede:

  • Posso andare in quel luogo?
  • Devo leggere questo libro?
  • È sbagliato vedere questo film?
  • Questo vestito è troppo scollato, o attillato?
  • Devo ascoltare questa musica?

Sono domande legittime, ma secondarie rispetto alla vera questione. Dio vuole la nostra purezza morale. Ci ha chiamati a santificazione e viene glorificato quando camminiamo in questo sentiero. La vera domanda non è “Lo voglio?”, “Mi piacerebbe?” o “Ne ho bisogno?”, ma: “Onorerà Dio?”.

1 Tessalonicesi 4

“Del resto fratelli, avete imparato da noi il modo in cui dovete comportarvi e piacere a Dio ed è già così che vi comportate. Vi preghiamo e vi esortiamo nel Signore a progredire sempre più. Infatti sapete quale istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di DIO: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità ed onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio… Infatti Dio ci ha chiamati non a impurità, ma a santificazione. Chi dunque disprezza questi precetti, non disprezza un uomo, ma quel Dio che vi fa anche dono del suo Santo Spirito” (1 Tessalonicesi 4:1-8).

Quale grazia pensare che la Parola di Dio ci fornisce le indicazioni per come comportarci per piacere a Dio e ci esorta a progredire sempre di più. Spesso, di fronte a certe decisioni della vita, ci chiediamo quale sia la volontà di Dio per noi. Qui ci sono indicate delle istruzioni (letteralmente comandamenti) nel nome del Signore Gesù. Nell’epoca attuale, l’epoca della grazia, i comandamenti di Dio ci vengono dati “per mezzo del Signore Gesù”. Grazie alla nuova natura che possediamo e allo Spirito Santo, siamo in grado di osservare questi comandamenti. Ecco dunque espressa con chiarezza la volontà di Dio per la nostra vita:

  1. Che ci santifichiamo

Questa è la prima esortazione: essere santi nella condotta quotidiana. Non si tratta di una santificazione posizionale, quella ci è già stata attribuita in Cristo, ma dell’aspetto pratico e legato alla crescita nella vita spirituale. Significa vivere come persone separate per Dio in mezzo a un mondo immerso nel peccato e corrotto. Il credente deve distinguersi, non per esibizionismo, ma per una vita moralmente e spiritualmente “diversa”, segnata dalla purezza, dall’obbedienza e dalla fedeltà. Una persona santificata è una persona che appartiene a Dio e la cui condotta lo dimostra.

  • Che ci asteniamo dalla fornicazione

Il secondo punto è netto: “Fuggite la fornicazione” (1 Corinzi 6:18). Non si tratta di un consiglio, ma di un comandamento divino. Lo abbiamo detto: la fornicazione è incompatibile con la santità. La volontà di Dio per i suoi figli è che si mantengano puri, lontani da ogni forma di immoralità sessuale, in un tempo in cui la purezza è spesso disprezzata o ridicolizzata.

  • Che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo in santità e onore

Il versetto dice letteralmente che ciascuno deve “ possedere il proprio vaso ”. “Possedere” significa esercitare il dominio su se stessi, non lasciarsi guidare dagli impulsi della carne. Questo controllo, però, non è umano, ma è reso possibile dall’azione interiore dello Spirito Santo. Il corpo del credente non è più strumento di peccato, ma tempio dello Spirito (1 Corinzi 6:19); deve essere mantenuto con rispetto, dignità e consacrazione.

  • Che non ci abbandoniamo a passioni disordinate, come fanno i pagani

Le passioni sono desideri incontrollati, che non si sottomettono ai limiti stabiliti da Dio. L’espressione “come fanno i pagani” sottolinea la differenza tra chi conosce Dio e chi non lo conosce. Chi non ha una relazione con Dio vive secondo l’istinto, è privo di freni morali, e può cadere nei più profondi abissi di peccato, vergogna e immoralità. Non c’è limite. Dove Dio non è conosciuto, tutto diventa possibile: nessuna legge interiore, nessuna coscienza illuminata, nessun argine al male. Ma noi conosciamo Dio ed è questa la grande differenza.

“Infatti Dio ci ha chiamati non a impurità, ma a santificazione” (1 Tessalonicesi 4:7).

La nostra condotta deve essere in armonia con il carattere di Colui che ci ha chiamato: “come colui che vi ha chiamati è Santo anche voi siate santi in tutti la vostra condotta poiché sta scritto: siate santi perché io sono santo” (1 Pietro 1:15-16). Egli è luce, e in Lui non ci sono tenebre (1 Giovanni 1:5).

Dobbiamo camminare come figli di luce (Efesini 5:8). Gli occhi di Dio sono “troppo puri sopportare la vista del male” (Abacuc 1:13).

Se desideriamo comprendere quanto sia serio il peccato agli occhi di Dio, dobbiamo guardare al Golgota: lì, nella morte del Signore Gesù, vediamo il giusto giudizio del Dio Santo sul peccato. Poiché Dio è luce e non può vedere il peccato, il Salvatore ha dovuto gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Salmo 22:1; Matteo 27:46).

Chi conosce questa santità non può prendere alla leggera la propria condotta.

In quanto cristiani, siamo chiamati alla libertà, come dice Paolo in Galati 5:13. Questo non significa che possiamo vivere come vogliamo. Ecco perché l’apostolo nello stesso versetto aggiunge: “Soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne”.

La vera libertà cristiana non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel vivere per piacere a Dio. È la libertà di camminare nella luce, di servire Cristo con gioia, di rinunciare al peccato perché siamo stati affrancati dal suo potere. Essere santificati non è una costrizione: è il frutto di una nuova natura, il riflesso di un cuore rigenerato che desidera piacere a Dio in ogni cosa.

Concludiamo con un’esortazione carica di solennità: “Chi dunque disprezza questi precetti, non disprezza un uomo, ma quel Dio che vi fa anche dono del suo Santo Spirito” (1 Tessalonicesi 4:8).

Queste parole non sono rivolte ai non credenti, ma ai figli di Dio. Infatti, solo chi ha creduto nel Signore Gesù ha ricevuto il dono dello Spirito Santo. È perciò estremamente serio e grave disprezzare i comandamenti che Dio ci ha dato: significherebbe disprezzare Dio stesso.

Ogni volta che scegliamo consapevolmente di agire contro la volontà del Signore, lo disonoriamo. Ecco perché la nostra condotta quotidiana ha un peso spirituale così rilevante. Una vita non santificata disonora il nome di Dio.

Dio ci ha fatto dono del Suo Spirito Santo. Egli abita nella Chiesa come corpo (1 Corinzi 12:13), ma dimora anche in ciascun credente individualmente (Galati 4:6; 1 Corinzi 6:19). La Sua opera in noi è chiara e costante: glorificare Cristo (Giovanni 16:14).

Questa opera, per sua natura, non può mai essere compatibile con la fornicazione o qualsiasi forma di impurità. L’apostolo Paolo, parlando ai Corinzi, fu particolarmente netto nel denunciare tali peccati, proprio perché a Corinto, ancor più che a Tessalonica,  l’immoralità era un pericolo diffuso e tollerato.

Anche per noi sono vere quelle parole e quelli ammonimenti, non possiamo ignorare che il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo. Siamo perciò chiamati a glorificare Dio anche nel corpo, vivendo in santificazione e astenendoci da ogni male.

Lo Spirito che dimora in noi è Santo. Il Suo desiderio è produrre in noi una vita santa, separata dal peccato e consacrata a Dio, “oppure pensate che la scrittura dichiari invano che: lo Spirito che Egli ha fatto abitare in noi ci brama fino alla gelosia?” (Giacomo 4:5).

Ci domandiamo allora:

  • Disprezzeremo questi insegnamenti?
  • Faremo poca stima del dono inestimabile dello Spirito Santo?
  • Dimenticheremo che il nostro corpo è il Suo tempio?

Chi ama il Signore risponderà con la santità della propria vita.

Doni dello Spirito Santo – equipaggiati per servire

Abbiamo visto come lo Spirito Santo unisca i credenti in un corpo unico: la Chiesa, il corpo di Cristo. Questa verità è sviluppata in diversi passaggi del Nuovo Testamento, in particolare in 1 Corinzi 12, Romani 12 ed Efesini 4. Come il corpo umano è formato da molti organi, così anche il corpo di Cristo è composto da molte membra. Ogni membro, cioè ogni credente, ha una diversa funzione nel corpo. Per lo svolgimento di questo compito, servizio, i credenti sono dotati di carismi, o doni spirituali.

La parola “dono” è la traduzione del termine greco charisma, la cui radice charis significa grazia, quindi il tutto può essere reso con “dono di grazia”.

Il dono è la capacità, o abilità, che il Signore impartisce, per mezzo del Suo Spirito, ad ogni credente per renderlo adatto a servire Dio in modo specifico. Non si tratta di un talento naturale, ma piuttosto di un dono elargito liberamente e per grazia. Si tratta inoltre della diretta conseguenza della dimora dello Spirito nel credente. Il dono è spirituale sia nella sua origine, che nei suoi scopi.

La Scrittura ci fornisce preziosi dettagli riguardo ai doni spirituali. In 1 Corinzi 12:7 leggiamo: “Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune” (1 Corinzi 12:7).

Or a ciascuno: tutti i credenti hanno ricevuto almeno un dono. Il termine ciascuno, riferito ad ogni credente, è ripetuto anche in Efesini 4:7 e 1 Pietro 4:10.

È data: è qualcosa che non viene da noi stessi, viene da Dio, dalla Sua azione sovrana. I passi citati evidenziano questo: 

  •  “tutte queste cose (riferito alla varietà dei doni) le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole” (1 Corinzi 12:11).
  • “E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei dottori…” (1 Corinzi 12:28).
  • avendo carismi differenti secondo la grazia che ci è stata concessa…”(Romani 12:6).

La manifestazione dello Spirito: è una particolare evidenza della presenza dello Spirito Santo nel singolo credente. Un segno distintivo tangibile, che manifesterà la fede in modo particolare, nello svolgimento di un’attività per il Signore.

Per il bene comune: è qualcosa diretto verso gli altri non per compiacere a noi stessi e siccome è dato da Dio ha come scopo il bene. Il bene comune, ovvero “l’edificazione del Corpo di Cristo”, può essere ulteriormente dettagliato secondo il passo di Efesini 4:12:“per il perfezionamento dei santi, in vista dell’opera del ministerio e dell’edificazione del Corpo di Cristo fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti all’altezza della perfetta statura di Cristo”.

La Parola di Dio ci presenta diversi elenchi di doni spirituali, che vanno intesi come esempi rappresentativi delle manifestazioni o carismi dello Spirito. Questi elenchi non sono esaustivi, come dimostra il fatto che non coincidono perfettamente tra loro. Ciò suggerisce che lo Spirito Santo può operare in modi molteplici, anche oltre quelli esplicitamente menzionati nella Scrittura.

Prima di addentrarci nell’esame specifico dei doni spirituali, è utile soffermarci su alcuni concetti generali espressi nei versetti che precedono 1 Corinzi 12:7.

Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito.  Vi è diversità di ministeri, ma non vi è che un medesimo Signore.  Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti” (1 Corinzi 12:4-6).

Lo Spirito può manifestarsi attraverso doni molto diversi. Tuttavia, essi sono tutti esercitati con l’energia e la potenza che viene conferita dallo Spirito: l’unico Spirito.

Vi è una molteplicità di servizi/ministeri in campo spirituale e i servitori devono rispondere del loro operato ad uno stesso ed unico Signore che dirige ogni cosa. Da questo deduciamo che i doni si distinguono dai servizi e dagli incarichi nella chiesa locale: I carismi spirituali vengono utilizzati per realizzare diverse forme di servizio, in quanto sono il mezzo attraverso il quale esso è svolto.

Infine, l’esercizio dei doni nei diversi servizi produrrà effetti o “operazioni” diverse, ma è lo stesso Dio che opera per produrre risultati nelle anime.

Questi versetti sono molto utili per confutare, e allo stesso tempo correggere, alcuni errori presenti nella  cristianità:

  • All’interno del mondo religioso si insegna generalmente che, per l’esercizio di un dono, l’abilità naturale, la saggezza umana e la formazione in una scuola teologica sono prerequisiti necessari. La Parola insegna che, per l’esercizio di un dono nell’assemblea di Dio, abbiamo bisogno di ciò che nessuna scuola di uomini può dare e nessuna conoscenza umana può fornire: la presenza e la potenza dello Spirito.
  • Nella cristianità si sostiene che prima che un uomo possa esercitare il suo dono, deve essere ordinato da un clero, o nominato da un’autorità umana per il servizio. L’apostolo insiste sul fatto che il servitore risponde innanzitutto all’autorità del Signore.
  • Molti, nel cristianesimo professante, ritengono che per produrre effetto nelle anime, occorra affidarsi all’eloquenza, agli appelli commoventi, alla musica, al canto o ad altri metodi che fanno presa sull’emozionalità. L’apostolo ci dice che è “Dio che opera ogni cosa in tutti gli uomini”. È la Sua opera avviene attraverso l’azione dello Spirito e della Parola.

Esaminiamo ora alcuni di questi doni che ci sono  presentati nella Parola:

Infatti a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito;  a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito;  a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l’interpretazione delle lingue; ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole” .

 “…E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti? Voi, però, desiderate ardentemente i doni maggiori!” (1 Corinzi 12:8-11, 28-31).

 “È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori” (Efesini 4:11). 

Da questi passi possiamo vedere alcune distinzioni nei doni legati alla loro finalità e alla loro permanenza anche nel tempo attuale. Potremmo suddividerli in 3 gruppi distinti:

1. Doni legati alla fondazione della Chiesa

2. Doni legati a segni, o doni/segno

3. Doni legati al ministerio

Doni legati alla fondazione della Chiesa

Gli apostoli e i profeti erano gli strumenti scelti da Dio per l’edificazione e lo sviluppo della Chiesa degli inizi.
Ci sono alcuni passaggi che ci illustrano questo fatto.

Parlando della Chiesa nell’aspetto dell’edifico, Paolo scriveva agli Efesini: “Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare” (Efesini 2:20).

Poco più avanti riferendosi al mistero rivelato che Giudei e stranieri erano eredi della promessa fatta in Cristo evidenziava che “…nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui” (Efesini 3:5).

Apostolo – significato del termine “mandato” (1 Corinzi 12:28; Efesini 4:11). Secondo quanto indicato nella Scrittura l’essere apostolo era prerogativa di coloro che avevano visto il Signore (cfr. 1 Corinzi 9:1 e Atti 1:21-23). La Scrittura ci indica che Paolo e i 12 avevano questo appellativo (1 Corinzi 15:5-7-9). Sulla base di queste considerazioni questo dono sarebbe cessato di esistere nel II secolo d.C.. Gli Apostoli hanno ricevuto delle rivelazioni da parte di Dio per mezzo dello Spirito Santo per completare la redazione della Scrittura diffondere e insegnare la dottrina cristiana (Giovanni 16:13; 1 Corinzi 2:9-11).

Profezia (Rom. 12:6; 1 Cor. 12:10-28-29;14:1-40; Efesini 4:11). Questo dono riguarda la capacità di ricevere e proclamare un messaggio che viene da Dio. Un profeta parlava per diretta rivelazione di Dio, sia che si trattasse di dottrina fondamentale, sia per portare un messaggio di edificazione. Esprimeva, nel ministerio, il pensiero proveniente da Dio, in quanto agli inizi della chiesa non era stata raccolta la rivelazione completa della dottrina cristiana. Possiamo dire che questo dono è stato limitato nel tempo, in quanto era necessario durante il periodo in cui si stava formando la Scrittura (Nuovo Testamento) e la sua finalità è cessata quando il canone delle Scritture è stato completato. Il messaggio di Dio è stato reso disponibile in forma scritta e non sono state date ulteriori rivelazioni oltre alla Bibbia. Paolo nella prima lettera ai Corinzi esortava a “desiderare il dono di profezia”, “perché chi profetizza… parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione…chi profetizza edifica la Chiesa” (1 Corinzi 14:1-3,4).

Secondo quanto si trova nel Nuovo Testamento i profeti potevano avere una rivelazione da parte di Dio riferita ad eventi futuri, oppure un messaggio divino per i bisogni del momento. Alla prima categoria possiamo ascrivere Agabo: “E uno di loro, di nome Agabo, alzatosi, predisse mediante lo Spirito che ci sarebbe stata una grande carestia su tutta la terra; la si ebbe infatti durante l’impero di Claudio” (Atti 11:28), alla seconda Giuda e Sila di cui è detto che, svolgendo un servizio a favore dei fratelli essendo “anch’essi profeti con molte parole li esortarono e li confortarono” (Atti 15:32).

Doni legati a segni, o doni/segno

I “doni di guarigioni“, l'”operare miracoli“, la diversità di lingue” con la necessaria interpretazione delle lingue” (1 Corinzi 12:9-10) sono chiamati “doni-segno”, che Dio ha dato all’inizio della predicazione del Vangelo per confermarlo (Marco 16:17-18; Ebrei 2:4). 

Miracoli e guarigioni. Si riferiscono alla capacità spirituale di operare segni particolari e miracoli di guarigione. Possiamo dire che questa tipologia di dono ha avuto il suo sviluppo, in particolare, all’inizio della Chiesa. Ritroviamo diversi esempi nel libro degli Atti. In questo libro vediamo diversi episodi in cui gli apostoli operavano dei segni miracolosi e delle guarigioni. Questi segni venivano operati per dimostrare che quanto si stava sviluppando era opera di Dio e si accompagnavano alla predicazione del Vangelo. Nella lettera agli Ebrei l’autore parlando della salvezza dichiara che: “dopo essere stata annunciata prima dal Signore, ci è stata poi confermata da quelli che lo avevano udito,  mentre Dio stesso aggiungeva la sua testimonianza alla loro con segni e prodigi, con opere potenti di ogni genere e con doni dello Spirito Santo, secondo la sua volontà” (Ebrei 2:3-4). Senza voler mettere dei limiti alla potenza di Dio, riteniamo che questi doni oggi non siano diffusi come al principio, in quanto vi è stata la diffusione e l’affermazione del messaggio dell’Evangelo. È possibile che Dio operi in questo modo, ancora oggi, in zone di frontiera, dove la Sua Parola è in fase di predicazione.

Lingue. Si tratta della capacità di poter parlare una lingua straniera senza averla precedentemente appresa. Nei brani del libro degli Atti dove si parla in altre lingue si evince chiaramente che si tratta di lingue umane straniere. Ci ricordiamo che in Atti 2 al momento della venuta dello Spirito Santo, le persone che ascoltavano udivano parlare delle cose di Dio nel loro proprio linguaggio nativo. Questa fu la sua prima manifestazione. La Parola ce ne descrive altre in Atti 10, quando i Gentili in casa di Cornelio credettero al messaggio dell’Evangelo e in Atti 19 a Efeso, quando lo Spirito scese su alcuni discepoli che erano stati battezzati. Secondo quanto comprendiamo dalla Parola non si tratta di parlare in lingue estatiche, o linguaggi non intellegibili “senza significato”. Nella prima lettera ai Corinzi è indicato che il dono di parlare in lingue fu dato come segno agli increduli, ovvero il suo scopo principale era quindi non l’edificazione dei credenti, ma la manifestazione della potenza di Dio fra i non credenti, specialmente fra i Giudei: “le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti” (1 Corinzi 14:22). Riteniamo che il dono delle lingue, come descritto nella Parola, non è associabile a manifestazioni di tipo estatico, che trovano spazio in alcuni ambienti della cristianità.

Interpretazione delle lingue. Era la capacità spirituale di poter interpretare un messaggio che era stato donato in lingua straniera.

Discernimento degli spiriti. Questo si riferisce al dono di capire se il messaggio che veniva dato proveniva veramente da Dio o veniva presentato in modo subdolo, tale da far sembrare che provenisse da Dio. In Atti 16:16-18 troviamo un esempio di questo. Quando Paolo e Sila erano a Filippi il messaggio pronunciato da una ragazza sembrava genuino, ma Paolo comprese che aveva un’origine satanica. Nella prima lettera di Giovanni l’apostolo esortava i credenti in questo modo: “Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo” (1 Giovanni 4:1). Nei versetti successivi vengono forniti dei parametri da applicare per conoscere l’origine dell’insegnamento. “Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo” (1 Giovanni 4:2-3).

Va comunque osservato che il passo 1 Giovanni 4 dà il principio generale (valido ancora oggi), mentre il dono di 1 Corinzi 12 era la manifestazione di un dono speciale in un momento di fondamentale transizione dal giudaesimo al cristianesimo. Il discernimento degli spiriti è un dono passato, servito nella fase iniziale della chiesa a fronteggiare il diffondersi di falsi insegnamenti e di false dottrine, in un tempo il canone della Scrittura era ancora inconcluso. Era quindi necessario che lo Spirito Santo dotasse la chiesa di strumenti immediati per discernere la verità dall’errore.

Nota: I doni straordinari come il discernimento degli spiriti avevano uno scopo temporaneo, legato alla rivelazione e alla fondazione della chiesa. Rimane valido per noi l’appello di Giovanni a “provare gli spiriti”, ma il mezzo non è più un dono dello Spirito, bensì la capacità di ogni credente, mediante la Parola e lo Spirito, di discernere il vero dal falso.

Doni legati al ministerio

Evangelisti (Efesini 4:11).  L’evangelista è colui che è dotato in particolare della capacità di predicare la buona notizia del Vangelo in vari luoghi. Può anche essere un ministerio itinerante fatto sia in pubblico che privatamente. Paolo si definiva servitore del vangelo (Colossesi 1: 23) e nel libro degli Atti troviamo Filippo l’evangelista (Atti 21:8). A margine possiamo dire che, il fatto di non essere evangelisti, non ci esime dal predicare l’evangelo quando ne abbiamo l’occasione.

Pastori. La parola pastore si collega al fatto di pascere; questo implica che il dono di pastore comporta il fatto di condurre, provvedere nutrimento, avere cura e proteggere la parte del gregge di Dio assegnata alle cure di chi ha questo dono. Nel passo di Efesini, l’attività di insegnare (dottore) è collegata a quella di pastore e in Atti 20:28 è aggiunto il compito di condurre il gregge.

Dottori. Credenti dotati in modo particolare per poter esporre insegnare e trasmettere in modo chiaro i fondamenti dottrinali della fede cristiana. Paolo e Barnaba nello svolgimento del loro servizio esercitarono questo dono con il ministerio dell’insegnamento presso la chiesa di Antiochia “Essi parteciparono per un anno intero alle riunioni della chiesa e istruirono un gran numero di persone” (Atti 11:26). Qualche tempo dopo è detto che “Nella chiesa che era ad Antiochia c’erano profeti e dottori” (Atti 13:2).

Fede (1 Corinzi 12:9). Questo dono non si riferisce alla fede che salva, o alla fiducia quotidiana nelle questioni della nostra vita, piuttosto quella fede ferma e salda in Dio che permette di rimanere saldi e sereni anche quando umanamente non sembra possibile che ci siano delle soluzioni.  

Parola di sapienza (1 Corinzi 12:8). La capacità di applicare i principi della parola di Dio in un modo pratico alle specifiche situazioni e di raccomandare la cosa giusta, donare un consiglio saggio al momento opportuno. Spesso siamo nella necessità di conoscere la volontà di Dio. Il ministerio di qualche fratello dona la risposta al nostro bisogno, magari attraverso un’esposizione del pensiero biblico dal quale si può comprendere la volontà di Dio.

La sapienza è l’applicazione della luce divina a ciò che è bene e male e a tutte le circostanze attraverso le quali passiamo. Lo Spirito Santo equipaggia qualcuno di questa saggezza che è secondo Dio. Questa saggezza consiste da una parte nella percezione dell’esatta natura delle cose e della relazione tra di esse, e d’altra parte nell’intelligenza riguardo alla condotta che noi dobbiamo seguire a loro riguardo.

Parola di conoscenza (1 Corinzi 12:8). E’ la capacità di comprendere e trasmettere in modo sistematico le verità bibliche per il beneficio degli altri. In questo modo vi sono dei fratelli che espongono la conoscenza della Parola di Dio e sono in grado di comunicarla e insegnarla in modo chiaro trasmettendo agli altri la sana dottrina. “le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri” (2 Timoteo 2:2).

Assistenza (1 Corinzi 12:28). Il termine usato da Paolo vuol dire “venire in soccorso, sostenere saldamente qualcuno che ha bisogno di aiuto”. Perciò questo dono consiste nella capacità data da Dio di portare sostentamento ed aiuto. Si tratta di assistenza in senso fisico, emotivo e spirituale. Alcuni suggeriscono che mentre il dono di servizio è più orientato verso un gruppo, il dono di aiuto è più orientato alla singola persona.

A Ioppe c’era una discepola di nome Tabita che tradotto vuol dire Gazzella: ella faceva molte opera buone (assistenza) ed elemosine (donare)” tutte le vedove si presentarono a lui (Pietro) piangendo mostrandogli tutti i vestiti che Gazzella faceva mentre era con loro” (Atti 9:36).

Quando Paolo nella lettera indirizzata ai Romani raccomanda loro Febe diaconessa di Cencrea dice “…ella pure ha prestato assistenza a molti e anche a me” (Romani 16:2).

Governo (1 Corinzi 12:28). Questo termine viene usato in modo affine a timoniere o pilota. Denota la capacità di dare direzione e guida, in modo spirituale e edificante. Questo dono si manifesta nelle questioni che riguardano l’ordine nella Chiesa. Un esempio lo si può trovare in Tito l’apostolo Paolo nella lettera che gli indirizza scrive: “Per questa ragione ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine nelle cose che rimangono da fare…”.

Questo dono è necessario a chi ha l’incarico locale di anziano, o a quei credenti che hanno delle responsabilità in alcuni ambiti dell’assemblea “Gli anziani che tengono bene la presidenza siano reputati degni di doppio onore” (1 Timoteo 5:17).

Conduzione (Romani 12:8). Questo dono è strettamente collegato a quello precedente, ma il termine “conduzione” fa capire che si riferisce specificatamente al dono che viene richiesto nell’esercizio dell’incarico locale di anziano. Questa parola conduzione, infatti, viene riferita agli anziani in Ebrei 13:7, 17, 24 e 1 Timoteo 5:17.

Servizio (Romani 12:7; 1 Pietro 4:11). Anche questo termine copre un ampio di attività e di servizi cristiani ed è sinonimo, (o comunque strettamente legato) al dono di assistenza. E’ certo che i diaconi devono possedere questo dono. La parola greca utilizzata per questo dono è la stessa utilizzata per ministero o diacono, ma il dono non deve essere confuso con questo ufficio.

Esortazione (Romani 12:8). Si tratta di un dono particolarmente importante. Il dono dell’insegnamento è rivolto alla mente, quello dell’esortazione piuttosto alla coscienza e alla volontà. L’esortazione trova largo spazio nella  testimonianza cristiana, in quanto in essa vi è un costante richiamo al pensiero e alla volontà di Dio. E’ un ministerio volto a stimolare all’azione, inoltre nel significato del termine originale questa parola ha    anche l’accezione di consolare e incoraggiare coloro che soffrono.

Donare (Romani 12:8). Tutti i credenti sono chiamati a donare una parte dei loro beni per l’opera dal Signore. Dio chiama alcuni per affidare loro un ministerio particolare in questo campo. La ricchezza non è un requisito bensì lo è l’atteggiamento di amorevole generosità. Si dona solo perché spinti dall’amore di Cristo sotto la guida dello Spirito Santo, il donare viene elevato dal piano materiale a quello spirituale diventando così dono dello Spirito. Donare con semplicità, vuol dire farlo senza enfasi, senza far pesare l’azione.

Alcune considerazioni e incoraggiamenti per i giovani credenti.

È una grazia considerare come il Signore non si limita solo a chiamarci al Suo servizio; ci prepara e ci fornisce il necessario per farlo. Ci ha dato il suo Spirito dal quale riceviamo la potenza, l’energia, la saggezza. Ci ha poi fornito di particolari capacità, di doni spirituali perché li usiamo per Lui. Ci ha collocato nel Suo corpo perché partecipiamo alla vita di questo organismo vivente, per essere aiutati dai nostri fratelli e sorelle in fede e per trovare l’ambito particolare dove possiamo essere di aiuto agli altri.

Cari giovani, nessuno può sentirsi escluso dalle cose sin qui esaminate. Abbiamo ricordato che i passi che illustrano i doni spirituali ripetono il termine ciascuno. Pertanto se abbiamo creduto all’evangelo e lo Spirito dimora in noi, abbiamo ricevuto da Dio una particolare capacità per servirlo.

Possiamo fare alcune riflessioni su come sviluppare pienamente le capacità spirituali di cui Dio ci ha fornito, in modo da poter essere dei “buoni amministratori della svariata grazia di Dio” (1 Pietro 4:10).

E’ importante riconoscere il dono spirituale che Dio ci ha donato. Questo non per darsi un’etichetta, o un titolo di cui fregiarsi, ma per poterci impegnare efficacemente nel campo di azione dove il Signore ci vuole indirizzare.

Innanzitutto è una buona cosa, conoscere dalla Parola, quali sono i doni spirituali e quali possono essere i servizi nei quali esercitarli. Occorre lasciarsi plasmare dal Signore ed essere poi disponibili e volenterosi. Essere pigri e inattivi non ci aiuterà certo a capire quali sono le qualità spirituali di cui Dio ci ha equipaggiato. Da giovani, è necessario provare e iniziare da quelle cose che Dio ci ha posto davanti, cominciando a servire il Signore, da attività semplici, che ci aiuteranno a comprendere le qualità spirituali di cui Dio ci ha dotato. Se siamo dipendenti da Lui, Egli ci farà vedere dove è meglio che orientiamo l’esercizio del dono di grazia ricevuto. In particolare se la nostra sensibilità è esercitata rispetto a dei bisogni specifici, è possibile che il Signore ci abbia donato la capacità per rispondere a queste necessità. Inoltre, se lo Spirito ci ha fornito di un carisma, noteremo che svolgeremo un determinato servizio con spontaneità spirituale, senza forzature.  

In tutto questo ci dovrà essere anche l’impegno dei credenti più maturi nel coinvolgere i più giovani, offrendo loro delle opportunità di servizio, secondo quella che può essere la loro misura del momento.

Bisogna poi avere un atteggiamento equilibrato rispetto ai doni che abbiamo ricevuto. Non li dobbiamo sottovalutare, coprendoci di falsa modestia, né dobbiamo sopravvalutarli in maniera orgogliosa.

Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno” (Romani 12:3).

Non dimentichiamoci che il dono spirituale è qualcosa che Dio ci ha voluto elargire in grazia “infatti chi ti distingue dagli altri? E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4:7).

Dovremmo poterci confrontare e consigliare con credenti più maturi. I doni esercitati in una chiesa locale devono essere riconosciuti. Gli altri credenti possono avere una percezione più chiara della nostra rispetto al dono che Dio ci ha dato. Poter aiutare un credente a scoprire il dono che ha ricevuto, costituisce un importante servizio che possiamo svolgere nei confronti degli altri. Dobbiamo anche pensare che se nessuno scorge in noi il dono che pensiamo di avere è molto improbabile che tutti gli altri si sbaglino; invece qualora fratelli e sorelle ci incoraggino a servire il Signore in uno specifico ambito, dobbiamo considerare seriamente davanti a Lui se questa è la Sua volontà.

I doni che abbiamo ricevuto devono essere sviluppati e questo può avvenire attraverso un esercizio continuo e sistematico. Possiamo intendere a questo riguardo le esortazioni che Paolo indirizzava a Timoteo: “Non trascurare il carisma che è in te” (1 Timoteo 4:14) e “Ti ricordo di ravvivare il carisma di Dio che è in te“ (2 Timoteo 1:9).

Non possiamo non concludere con qualcosa che è fondamentale per l’esercizio dei doni spirituali e per tutta la vita cristiana. Quando Paolo scriveva ai Corinzi su questo argomento diceva: “Desiderate ardentemente i doni maggiori ed ora vi mostrerò una via per eccellenza” (1 Corinzi 12:31). Questa via, naturalmente, è quella dell’amore che la Parola ci illustra in modo meraviglioso in 1 Corinzi 13.

I doni spirituali sono indispensabili per il buon andamento della chiesa locale, ma se manca l’amore non servono a nulla. Pertanto “desiderate ardentemente l’amore” (1 Corinzi 14:1). Infine, se l’amore è il mezzo per poter esercitare i doni spirituali, ricordiamoci che lo scopo è l’edificazione. “Così anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa” (1 Corinzi 14:12).

L’Azione dello Spirito Santo nelle Riunioni dell’Assemblea

La Scrittura ci presenta con chiarezza i principi fondamentali che devono caratterizzare la vita della chiesa quando essa si raduna. Uno degli aspetti centrali è la sottomissione alla guida dello Spirito Santo. In questa parte di studio, desideriamo approfondire le implicazioni di tale realtà.

Le diverse occasioni di radunamento della Chiesa

La Parola di Dio ci indica varie circostanze nelle quali la Chiesa locale è chiamata a riunirsi:

  • per l’adorazione e il ricordo della morte del Signore (1 Corinzi 11:17-34).
  • per la preghiera (Matteo 18:20).
  • per il ministerio della Parola (1 Corinzi 14).

A queste si aggiungono altre occasioni di insegnamento o riunioni speciali.

Nel Nuovo Testamento non troviamo traccia di un clero istituito per rendere culto a Dio o per esercitare in modo esclusivo l’insegnamento della Parola. L’apostolo Pietro, nella sua prima epistola, afferma che tutti i veri credenti sono pietre viventi “edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” e ancora che sono “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1 Pietro 2:5, 9-10) .

Per quanto riguarda il ministerio della Parola, la Scrittura insiste in modo particolare sulla sovranità e sull’azione dello Spirito Santo nel distribuire doni e servizi:

Nella chiesa che era ad Antiochia c’erano profeti e dottori: Barnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaem, amico d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo.  Mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: «Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati»” (Atti 13:1-2).

E ancora:

Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune…  ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole” (1 Corinzi 12:7-12).

Nella cristianità spesso, vi sono delle organizzazioni umane che danno l’investitura a dei soggetti specifici per esercitare una funzione nella Chiesa. I passi che abbiamo citato ci indicano che non è prerogativa di alcuni rendere culto a Dio, o di un clero “distribuire doni e servizi”. Quello che avviene in alcune realtà della chiesa professante è affidare ad un singolo, o ad una minoranza ristretta, la responsabilità esclusiva delle riunioni della chiesa locale. Questo potrà essere evitato realizzando nella vita di assemblea la presenza e la conduzione dello Spirito e sottomettendoci ad esso.

Presupposti fondamentali

Affinché lo Spirito Santo possa agire liberamente, l’assemblea deve essere sottomessa all’autorità del Signore e alla Sua Parola. Ogni cosa nelle riunioni deve svolgersi con decoro e ordine, e i rapporti fraterni devono essere fondati sull’amore. Il peccato non giudicato, l’azione della carne, la mondanità e le discordie tra fratelli costituiscono ostacoli alla libera azione dello Spirito.

La riunione di adorazione

Questa riunione ha come scopo l’elevare a Dio la lode e l’adorazione che Gli sono dovute, per ciò che Egli è nella Sua essenza e per ciò che ha compiuto in Cristo. Il desiderio del Padre è quello di avere degli adoratori che proclamino le Sue perfezioni, la Sua gloria e quella del Suo Figlio Unigenito.

Durante il culto, l’assemblea offre “sacrifici spirituali” a Dio. Come afferma il Signore Gesù: “Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori.  Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità»”(Giovanni 4:24).

Nota: La nostra versione riporta la parola spirito in maiuscolo, ma nel contesto di questo versetto, la parola “spirito” non si riferisce propriamente allo Spirito Santo, ma alla natura spirituale dell’adorazione. Ciò che questo passo indica che Dio è un essere spirituale e che, il culto che gli è dovuto, viene espresso con sacrifici spirituali. Tuttavia, lo Spirito Santo ha un ruolo essenziale nel culto, essendo il mezzo con il quale un credente si accosta a Dio per adorarlo. E’ scritto: “Offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio” (Filippesi 3:3).

Lo Spirito Santo non è il fine ultimo dell’adorazione, né oggetto di adorazione, ma il mezzo con il quale noi eleviamo a Dio il nostro culto. Pertanto ogni intervento, cantico, versetto, o preghiera che facciamo dovrebbe essere originato da ciò che lo Spirito mette nel cuore, non da preferenze personali o abitudini.

Non si tratta semplicemente di alzarsi e leggere un passo dalla Parola, o di citare un cantico che ci piace, occorre leggere dei versetti della Scrittura, citare un cantico, proferire delle parole di lode, che racchiudano ed esprimano realmente l’adorazione dell’assemblea. Per far questo è fondamentale seguire il culto, ed essere attenti a ciò che leggiamo e cantiamo, dare un amen consapevole alle preghiere che i nostri fratelli fanno e non limitarci ad intervenite per “riempire un silenzio”. Quando citiamo un cantico o leggiamo un versetto, non lo facciamo perché mi ci piace, ma dobbiamo agire secondo la conoscenza che abbiamo dei vari cantici e della Parola, mossi dalla convinzione sincera che sia quello che realmente esprime e prosegue l’andamento del Culto e il pensiero dello Spirito.

Pertanto occorre avere discernimento nel citare i cantici e leggere passi tratti dalla Parola. Potrebbe essere fuori luogo durante il culto citare un cantico che abbia come tema la preghiera, o il cammino pratico del credente, o citare passi non inerenti alla lode, o all’opera di Cristo. D’altra parte il fatto che il cantico indicato contenga un soggetto di lode, o il passo si riferisca all’adorazione, non è una garanzia che siamo guidati dallo Spirito: ciò che conta è la realtà spirituale da cui scaturisce ogni atto di adorazione.


Il culto e i doni spirituali

La riunione di culto non è il contesto per esercitare i doni spirituali. Un’esposizione dottrinale, ad esempio, potrebbe distogliere dall’oggetto principale della riunione: la persona e l’opera di Cristo. Tuttavia, ogni fratello, dal più anziano al più giovane, può contribuire secondo la propria misura, in base al proprio stato spirituale e alla profondità in cui è entrato nell’apprezzamento del valore infinito del sacrificio di Cristo e delle Sue perfezioni. Sicuramente la guida dello Spirito non ci spingerà oltre il nostro livello reale di maturità spirituale. Occorre evitare espressioni altisonanti che rivelano più la voglia di impressionare che una reale comprensione della verità. L’obiettivo dello Spirito è glorificare il Padre e il Figlio.

Inoltre, la guida dello Spirito spingerà ad “aspettarci gli uni gli altri”, affinché diversi fratelli possano avere libertà d’espressione nella lode. Interventi ripetuti da parte della stessa persona potrebbero essere indice di iniziativa carnale, non di guida spirituale.

Evitare liturgie e programmi prestabiliti

Nel culto, è importante evitare lo sviluppo di uno “schema fisso” o la ripetizione automatica di abitudini consolidate, che possono trasformare la riunione in una forma liturgica svuotata di ogni realtà. Nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di stabilire in anticipo chi debba intervenire e in che modo: lo Spirito Santo è libero di usare chi vuole, come vuole, quando vuole.

La riunione di preghiera

La preghiera d’assemblea occupa un posto centrale nella vita dell’assemblea cristiana, e il suo valore è evidenziato fin dalle parole del Signore Gesù, ancor prima della formazione della Chiesa. Egli promise la Sua presenza in mezzo a coloro che si riuniscono nel Suo nome e si accordano nella preghiera:

E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli.  Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Matteo 18:19-20).

Era una consuetudine dei primi credenti ritrovarsi per la preghiera. Dopo l’ascensione del Signore, i discepoli si riunirono proprio a questo scopo:

quando furono entrati, salirono nella sala di sopra dove di consueto si trattenevano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d’Alfeo e Simone lo Zelota, e Giuda di Giacomo. Tutti questi perseveravano concordi nella preghiera, con le donne e con Maria, madre di Gesù, e con i fratelli di lui” (Atti 1: 13-14).

La preghiera era inoltre la risposta spontanea dell’assemblea anche nelle situazioni di prova. Quando i credenti iniziarono ad affrontare persecuzioni, cosa fecero? “Udito ciò, essi alzarono concordi la voce a Dio” e cosa chiesero? “Considera le loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunciare la tua Parola in tutta franchezza, stendendo la tua mano per guarire, perché si facciano segni e prodigi mediante il nome del tuo santo servitore Gesù». Dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano riuniti tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunciavano la Parola di Dio con franchezza” (Atti 4:29-31).

La stessa cosa accadde in Atti 12, quando Pietro fu imprigionato: “Pietro dunque era custodito nella prigione; ma fervide preghiere a Dio erano fatte per lui dalla chiesa” e quando fu miracolosamente liberato Pietro dove andò? “Egli dunque, consapevole della situazione, andò a casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove molti fratelli erano riuniti in preghiera” (Atti 12:5, 12).

Tutti questi episodi mettono in luce quanto la riunione di preghiera fosse una componente vitale e prioritaria nella vita della Chiesa primitiva. Tuttavia, oggi si osserva spesso e con grande dispiacere come questa riunione sia tra le meno frequentate nelle comunità locali.

Ma, nonostante lo scarso apprezzamento che noi ne facciamo, questa riunione è fondamentale per il benessere di un radunamento e anche qui è essenziale la guida dello Spirito Santo. La Scrittura come principio generale ci esorta a pregare: “in ogni tempo, per mezzo dello Spirito con ogni preghiera e supplica” (Efesini 6:18; Giuda v. 20).

La dipendenza dalla guida dello Spirito è quindi fondamentale sia nella preghiera individuale che in quella di assemblea e ci guarderà da preghiere eccessivamente lunghe, ripetitive o generiche, caratterizzate in alcuni casi da esposizioni dottrinali, quasi dovessimo ricordare noi a Dio le verità contenute nella Sua Parola. La dipendenza dallo Spirito Santo ci guiderà invece a preghiere mirate, secondo i reali bisogni spirituali e pratici dell’assemblea.

E’ opportuno accostarsi con cuori preparati, con soggetti anticipatamente considerati, ed eventualmente condivisi in anticipo con i fratelli e le sorelle. La preghiera collettiva, come ci ricorda Matteo 18, richiede unità di cuore e d’intenti: l’accordo spirituale tra i partecipanti è una condizione fondamentale per presentare al Signore le richieste dell’assemblea in comunione fraterna e sotto la guida dello Spirito.

La riunione di ministerio

La riunione di edificazione, o di ministerio, è il momento in cui l’assemblea si raduna per ricevere l’insegnamento della Parola di Dio, mediante l’esercizio dei doni spirituali che lo Spirito Santo ha affidato ai Suoi servitori. Lo scopo di questa riunione è la crescita spirituale dei credenti attraverso l’edificazione, l’esortazione, l’incoraggiamento e la consolazione:

Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione” (1 Corinzi 14:3).

È un momento in cui Dio parla ai cuori e alle coscienze di coloro che sono riuniti nel Suo nome, mediante i messaggi portati con la guida dello Spirito. Tuttavia, per essere veramente guidata dallo Spirito, la riunione di ministerio deve svolgersi in piena sottomissione all’autorità e all’insegnamento della Scrittura. Ciò richiede che l’intera assemblea, e ogni singolo credente, sia disposto a ricevere ciò che il Signore desidera comunicare in quel preciso momento, secondo i bisogni reali del radunamento.

La preparazione

Stabilire in anticipo chi debba intervenire nella riunione di ministerio, o predisporre un calendario di oratori, equivale nei fatti a limitare l’azione libera e sovrana dello Spirito. In alcuni contesti, la predicazione è affidata sempre e solo al pastore; in altri, è un anziano a designare chi deve intervenire. A volte, si arriva persino a pianificare rigidamente ogni riunione per timore del silenzio o per prevenire interventi precipitosi e inopportuni dettati dalla carne.

Tuttavia, tutto questo contrasta con lo Spirito che deve poter guidare chi vuole all’esercizio del ministerio. La Scrittura non autorizza un controllo umano sull’azione dello Spirito, ma richiede discernimento spirituale e ordine, nella piena libertà che viene da Dio.

Cosa occorre allora?

È essenziale che i fratelli dotati di doni spirituali legati al ministerio della Parola siano spiritualmente preparati. Ciò non significa preparare un sermone scritto o memorizzare un discorso punto per punto, ma essere interiormente pronti, con cuori e menti sottomessi al Signore, affinché lo Spirito Santo possa usarli liberamente per trasmettere il messaggio necessario all’assemblea.

La preparazione spirituale nasce dalla comunione con Dio, dalla consacrazione quotidiana e da una lettura costante della Parola. Senza tempo dedicato alla lettura, alla meditazione e allo studio delle Scritture, o se la mente è troppo occupata dalle cose del mondo, il credente non sarà nelle condizioni spirituali per essere uno strumento utile nel ministerio della Parola.

Il servo di Dio è chiamato a vivere in una reale dipendenza dal Signore, affinché sia Lui a mettere nel cuore il pensiero adatto e a dare le parole opportune nel momento stabilito, secondo la guida e la potenza dello Spirito Santo.

Conduzione della riunione

Quale fratello, per quanto maturo e sensibile, può davvero discernere con precisione i bisogni spirituali di ogni credente presente; siano essi fratelli, sorelle, giovani o anche visitatori esterni? Al massimo, egli potrà supporre alcuni di questi bisogni e cercare di rispondere con un pensiero tratto dalla Parola. Tuttavia, solo lo Spirito Santo conosce perfettamente i cuori e le situazioni individuali:

“lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Corinzi 2:10).

Per questa ragione, è fondamentale che ogni aspetto della riunione si svolga nella dipendenza dello Spirito Santo. Questo principio riguarda non solo il ministerio della Parola, ma anche l’inizio della riunione, i cantici, le preghiere, e la lettura di un brano della Scrittura. Nulla dovrebbe essere lasciato al caso o alla mera abitudine, ma  come abbiamo già detto ogni azione dovrebbe riflettere una reale dipendenza alla direzione dello Spirito.

Senza voler stabilire regole rigide, si può osservare che in assemblee numerose può risultare inopportuno che un solo fratello guidi più momenti consecutivi della riunione; ad esempio, scegliendo un cantico, pregando e poi portando una meditazione. Il rischio è che, inconsapevolmente, egli finisca per dirigere l’intero incontro secondo i propri pensieri, dando una parvenza di unità che però non nasce dalla comunione dello Spirito, ma da una costruzione puramente umana.

Pluralità e complementarietà degli interventi

La Scrittura ci presenta chiaramente il principio della pluralità nel ministerio durante le riunioni dell’assemblea:

i profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino” (1 Corinzi 14:29).

Pur senza voler interpretare in modo assoluto questa indicazione, è evidente che la Parola di Dio incoraggia la partecipazione di più fratelli nella presentazione della Parola durante una stessa riunione. Non è quindi coerente con l’insegnamento biblico che una sola persona occupi regolarmente tutto il tempo disponibile, impedendo agli altri servitori di esercitare i propri doni spirituali.

Al tempo stesso, l’espressione “due o tre” può anche essere letta come un limite prudenziale. Troppe esortazioni o interventi differenti, specialmente se scollegati tra loro, possono generare confusione, ridurre la capacità di ascolto e comprensione, e allontanare la riunione dal suo scopo di edificazione.

Inoltre, gli “altri giudichino” non significa che i presenti debbano criticare o sottolineare le debolezze umane, che sono presenti nei vari servitori, ma discernere se l’insegnamento ricevuto è conforme alla Parola di Dio e risponde al bisogno dell’assemblea, nel rispetto della verità e dell’edificazione collettiva.

Quando lo Spirito guida un fratello a condividere un pensiero, è auspicabile che gli eventuali interventi successivi siano in sintonia con ciò che è già stato esposto, per rafforzarne il messaggio, approfondirne gli aspetti pratici o affrontarlo da una prospettiva complementare. In questo modo si rende visibile una reale comunione fraterna nel ministerio della Parola, espressione dell’unità che lo Spirito Santo opera tra coloro che servono.

Altri principi

Si faccia ogni cosa per l’edificazione” (1 Corinzi 14:26).

Questo è un principio fondamentale che deve guidare ogni aspetto della riunione di edificazione. I servitori della Parola sono chiamati a trasmettere le verità divine in modo chiaro e comprensibile, affinché l’uditorio possa ricevere un beneficio reale. Lo Spirito Santo non ispira discorsi complessi o elevati sul piano intellettuale, ma guida a esprimere le verità in modo accessibile, spiritualmente utile e coerente con i bisogni dei presenti.

È illuminante, in tal senso, quanto avvenne durante la lettura pubblica della Legge ai giorni di Neemia:

Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano” (Neemia 8:8).

Come allora, anche oggi il ministerio della Parola deve essere chiaro e accompagnato una spiegazione di quanto letto, affinché la chiesa possa comprendere ed essere edificata.

“Tutto il popolo se ne andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni ai poveri, e a fare gran festa, perché avevano capito le parole che erano state loro spiegate.” (Neemia 8:12).

Lo stesso principio è presente nell’insegnamento dell’apostolo Paolo:

Infatti tutti potete profetizzare a uno a uno, perché tutti imparino e tutti siano incoraggiati” (1 Corinzi 14:31).

Qui si evidenzia nuovamente come il servizio della Parola deve essere svolto con ordine e alternanza, affinché ogni intervento contribuisca all’istruzione e all’incoraggiamento dell’assemblea. Il fine è il bene comune. Ogni meditazione dovrebbe essere proporzionata al livello spirituale dei presenti, alla varietà dell’uditorio (giovani, anziani, nuovi credenti, ecc.) e ai bisogni reali dell’assemblea nel momento attuale.

Lo Spirito Santo guida dunque non solo nel contenuto, ma anche nell’intento del ministerio, affinché ogni parola contribuisca in modo efficace alla crescita spirituale del corpo di Cristo.

Predicazione

Lo Spirito Santo opera sia in noi che attraverso di noi per chiamare l’uomo al ravvedimento. La Sua azione in questo senso è continua e ininterrotta: dal momento in cui è stato inviato sulla terra, e anche prima, fino alla fine.

Il Signore stesso, poco prima dell’ascensione, ha parlato di questo:

«Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e fino all’estremità della terra» (Atti 1:8).

Questa testimonianza non è limitata a una fase storica del cristianesimo, ma continua fino al ritorno del Signore, in obbedienza al mandato di portare il Vangelo a tutte le nazioni. Apocalisse 22 è chiara a questo riguardo e ci ripropone, prima che l’intera rivelazione della Parola sia conclusa quale sia la “missione” dello Spirito Santo in ogni tempo.

«Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni”. E chi ode, dica: “Vieni”. Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda in dono dell’acqua della vita» (Apocalisse 22:17).

Questo versetto non solo ci mostra la comunione tra lo Spirito e la Chiesa (la sposa) nell’annuncio dell’invito alla salvezza, ma esprime anche la continuità della missione dello Spirito.

Lo Spirito Santo ha sempre avuto un obiettivo che ne ha caratterizzato l’opera: ha parlato agli uomini di perdono, grazia, salvezza, li ha convinti di peccato, ha operato in loro il ravvedimento e dato vita alla fede che guarda al Salvatore Gesù e/o comunque crede nel Dio che giustifica l’empio.

Lo Spirito ha lavorato, lavora e lavorerà per la salvezza degli uomini fino alla conversione dell’ultimo peccatore che accetterà il perdono di Dio alla fine del Millennio.

Lo Spirito Santo nel futuro

Il prossimo avvenimento profetico che si realizzerà è il “rapimento dei santi”, ossia il momento in cui i credenti viventi e “i morti in Cristo”, saranno presi per essere sempre con il Signore.

Dopo il Rapimento

Lo Spirito Santo che oggi dimora nella Chiesa ed in ogni vero credente sarà tolto da questo mondo quando la Chiesa sarà rapita. Dopo queste cose avrà inizio un periodo di giudizi  della durata di sette anni, il tempo noto alla profezia come la “settantesima settimana di Daniele”. A questo seguirà il Regno di Cristo, conosciuto come regno milleniale.

È bene qui soffermarci su un punto essenziale riguardo l’azione dello Spirito Santo. Il tempo attuale della Sua azione come Consolatore,  di cui parla il Signore non appartiene al periodo dei giudizi Apocalittici, né tantomeno al Regno millenniale. A quel tempo non si riferiscono le particolari promesse rivolte alla Chiesa né l’azione che oggi lo Spirito compie nel Corpo. In quel giorno Egli opererà cose meravigliose e con grande potenza, nondimeno non abiterà come oggi avviene in ogni singolo credente.

Lo Spirito Santo, che al giorno della Pentecoste è venuto in questo mondo per formare la Chiesa, sarà “tolto” assieme alla stessa prima che inizi il tempo dei giudizi .

“Non vi ricordate che quando ero ancora con voi vi dicevo queste cose?  Ora voi sapete ciò che lo trattiene affinché sia manifestato a suo tempo. Infatti il mistero dell’empietà è già in atto, soltanto c’è chi ora lo trattiene, finché sia tolto di mezzo” (2 Tessalonicesi 2:5-7).

L’apostasia  durante il periodo di giudizio dilagherà, in conseguenza al fatto che sarà tolta la presenza dello Spirito Santo da questo mondo.

La posizione dei credenti viventi in quel momento sarà diversa rispetto alla nostra. Lo Spirito Santo continuerà ad operare negli uomini per portarli al ravvedimento e produrre una nuova vita, come l’ha fatto dalla caduta, ma essi non beneficeranno delle particolari benedizioni che noi gustiamo nel tempo presente, legate alla presenza dello Spirito in noi e nella Chiesa

Durante i 7 anni dei giudizi, lo Spirito agirà ancora nei credenti ma lo farà secondo un carattere diverso da quello del Consolatore. Egli opererà, come ha già fatto in passato negli uomini di Dio dell’Antico Testamento (Mosè, Elia, Davide, Sansone ecc…) in potenza ed in giudizio (es: i due testimoni Apocalisse 11).

Quando “l’anno della grazia” giungerà al termine ed avrà inizio il “giorno della vendetta”, il Signore Gesù Cristo, Colui che sta per venire, indosserà delle vesti completamente diverse ed i Suoi testimoni riprodurranno esattamente quel carattere.

Un Ebreo che oggi si converte e riceve lo Spirito Santo entra a far parte della Chiesa, diviene un membro del corpo di Cristo; questo lo pone su un terreno completamente diverso da quello sul quale camminarono Mosè, Davide e Isaia. La Chiesa, in quanto straniera sulla terra, oggi è chiamata a prendere parte allo stesso rifiuto e opposizione, che il Signore ha ricevuto dalla mano degli uomini mentre era in questo mondo. La sua chiamata e le sue benedizioni sono di natura celeste ed è legata a Cristo glorificato in cielo. Invece, quando la Chiesa non ci sarà più, un Israelita sarà posto su un terreno non celeste, ma terrestre e avrà diritto alle promesse legate alla terra.

Millennio

Passato il giudizio, il Re dei Re e Signore dei Signori stabilirà il Suo regno. Entrati nel millennio, lo Spirito sarà nuovamente sparso, stavolta non nel carattere di Consolatore, poiché Cristo stesso regnerà, ma in potenza e in rinnovamento. Sarà il periodo del quale è detto “finché su di noi sia sparso lo Spirito dall’alto
e il deserto divenga un frutteto, e il frutteto sia considerato come una foresta
” (Isaia 32:15).

La profezia parla di questo momento ed il profeta Gioele lo annuncia: «Dopo questo, avverrà che io spargerò il mio spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni. Anche sui servi e sulle serve, spargerò in quei giorni il mio spirito» (Gioele 2:28-29).

Questo, come abbiamo già esaminato,  si è parzialmente avverato il giorno della Pentecoste, come Pietro ha dichiarato in Atti 2, ma quei segni che furono dati in testimonianza ad Israele erano solo un anticipo delle potenze del mondo futuro (Ebrei 6). Quella potenza e quei miracoli svanirono presto, poiché non era ancora venuto il tempo di quella manifestazione anche se Israele ne ebbe allora un anticipo.

“Mondo futuro” è un termine che la Scrittura usa per riferirsi al millennio, introducendo un ordine di benedizione che non esiste ancora. Questo nuovo mondo di benedizione sarà sottomesso al Figlio dell’uomo e quindi la scena per la manifestazione della Sua gloria.

Al capitolo 44 di Isaia, la promessa è ribadita in un contesto di attesa messianica:

«Così parla il SIGNORE che ti ha fatto, che ti ha formato fin dal seno materno, colui che ti soccorre: Non temere, Giacobbe mio servo, o Iesurun che io ho scelto! Io infatti spanderò le acque sul suolo assetato e i ruscelli sull’arida terra; spanderò il mio spirito sulla tua discendenza e la mia benedizione suoi tuoi rampolli; essi germoglieranno come in mezzo all’erba, come salici in riva a correnti d’acque» (Isaia 44:2-4).

Un altro profeta che parla di queste cose è Ezechiele. Il profeta si sofferma sulla venuta dello Spirito e alla Sua azione di redenzione e di rinnovamento del cuore del popolo: «Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni» (Ezechiele 36:24-27). «E metterò in voi il mio spirito, e voi tornerete in vita (…)» (Ezechiele 37:14).

Alla fine del Millennio, dopo il giudizio dei morti al gran trono bianco, vi saranno nuovi cieli e nuova terra, si entrerà nello stato eterno, dove “Dio sarà tutto in tutti”, vi sarà una misura piena e meravigliosa delle benedizioni che si legano al compimento dei disegni di Dio. Contempleremo e conosceremo quell’amore che sorpassa ogni conoscenza e saremo “ricolmi di tutta la pienezza di Dio”.

 

Scopri di più da BibbiaWeb

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Exit mobile version