Commentario del Cantico dei Cantici

Pubblicato con il permesso di Edizioni IL MESSAGGERO CRISTIANO

di Alfred Guignard

Introduzione

Tutti i libri della Parola ci parlano di Cristo, presentando la sua gloria sotto differenti aspetti. È dunque importante, quando leggiamo le Scritture, sapere sotto quale aspetto lo Spirito Santo ce lo presenta.
Nel Cantico dei Cantici, Cristo è «l’Amico»* del residuo fedele di Israele; e lo è a maggior ragione per la sua Chiesa, la sua Sposa celeste, quella che sarà manifestata in gloria con Lui agli occhi di tutto l’universo. In esso ci è parlato dell’amore del Messia per i fedeli d’Israele, un amore espresso in modo poetico e sovente sotto forma di immagini. È l’amore «forte come la morte» del Re per i fedeli del suo popolo, ed è anche l’amore dei fedeli per Lui. Essi desiderano conoscere questo amore e rallegrarsene.
I nostri cuori sono riscaldati e possono ardere dentro di noi mentre contempliamo in questo cantico l’Amico dei fedeli. Egli è sempre lo stesso per le affezioni dei suoi, in tutti i tempi e in tutte le dispensazioni. Pur avendo meno privilegi e meno conoscenza di noi, i fedeli che troviamo qui hanno un amore che ci pare più vero e più ardente del nostro, e questo produce in noi una santa gelosia e rianima i nostri affetti per lui.
* Il termine originale, nella nostra versione tradotto con «amico», indica una persona amata, il «beneamato», il «diletto».
Il primo versetto di questo cantico è il titolo: «Il cantico dei Cantici» di Salomone. Questo prezioso libro ci è dunque stato dato da Dio per mezzo di Salomone. Sappiamo che questo re aveva ricevuto da Dio una saggezza straordinaria; la sua fama si era sparsa fra tutte le nazioni. Egli scrisse tremila proverbi e i suoi cantici furono millecinque. Salomone è l’autore ispirato di tre parti della Scrittura: il «libro dei Proverbi» che ci fa conoscere Colui che è la «sapienza» e ci insegna come condurci in un mondo pieno di insidie e di pericoli; il «libro dell’Ecclesiaste» che ci mostra che tutto è vanità sotto il sole e che è perfettamente inutile cercare la felicità in un mondo dove tutto passa. Infine il «Cantico dei Cantici» che pone davanti ai nostri occhi una persona capace di riempire i cuori e renderli perfettamente felici. Nell’Ecclesiaste il mondo non può soddisfare l’anima immortale; ma nel Cantico dei Cantici il cuore è troppo piccolo per contenere Colui che lo riempie!

Capitolo 1

v. 1 — Il Cantico dei cantici di Salomone.
Più di un lettore si è chiesto perché questo titolo: Il Cantico dei Cantici. Abbiamo ricordato che Salomone compose millecinque cantici; a parte il Salmo 127, questo solo è giunto fino a noi; esso solo doveva costituire un libro nel canone ispirato. Considerato da questo punto di vista, esso ha un posto particolare. Ma la portata di questo titolo non si limita qui. Nelle Scritture, un cantico celebra sempre una liberazione. Ora, questo cantico celebra la liberazione suprema e anche Colui che è «la liberazione», Gesù Cristo, il solo che può renderci perfettamente felici e che sarà la nostra felicità quando ogni cosa sarà compiuta. Essere occupati di Lui è la vera liberazione del riscattato.
In questo libro non si è parlato di peccato, di perdono, di giustificazione: sono questioni già regolate; qui c’è il cuore che gioisce di Colui che ama. « Chi è colui che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il Figliuol di Dio? » (1 Giov. 5:5). Chi per la fede si è impossessato di Lui, ha i propri pensieri e le proprie affezioni non sulla terra ma già nei cieli. Cosa può offrire il mondo e le sue attrattive a uno che gioisce già quaggiù di Colui che fa la gioia del cielo? È questa la liberazione suprema, il vero cantico dei cantici.
I versetti 2 e 4 sono come l’introduzione del libro; vi troviamo, per sommi capi, il soggetto che sarà trattato: l’amore nelle sue grandi manifestazioni, dal momento del bacio che porta la pace fino al giorno in cui l’anima ne godrà nella sua pienezza, nella dimora del suo Signore.
v. 2 — Mi baci egli dei baci della sua bocca! … poiché le tue carezze son migliori del vino.
Abbiamo qui la prima manifestazione dell’amore di Dio, vale a dire il bacio della riconciliazione che porta la pace a un cuore turbato. Chi non conosce la dolcezza del bacio della riconciliazione, non conosce ancora nulla dell’amore di Dio, né delle delizie della sua casa; è estraneo alle gioie del cielo.
Il bacio è la prima cosa che il figlio prodigo ha ricevuto dal padre quando si è trovato nelle sue braccia. Tutto il suo passato era dimenticato; quel bacio gliene dava la dolce sicurezza. Ora egli conosceva l’amore di suo padre. Chi potrebbe descrivere ciò che ha provato quando ha ricevuto questo bacio d’amore? Lasciamo che Dio stesso ce lo racconti: «E come egli era ancora lontano, suo padre lo vide e fu mosso a compassione, corse e gli si gettò al collo e lo baciò e ribaciò» (Luca 15:20). Chi riceveva una tale testimonianza d’amore era un figlio indegno che aveva speso tutto, un miserabile coperto di stracci. Poco prima pasturava i maiali; ora è nelle braccia di suo padre.
Anche i fratelli di Giuseppe hanno conosciuto qualcosa di questa gioia inesprimibile quando questi disse loro: «Io sono Giuseppe» e si gettò al loro collo e diede a tutti il bacio del perdono; quel giorno, molte lacrime scesero sui loro volti.
Con quale nota armoniosa si apre dunque il Cantico dei Cantici! Il bacio dell’amore divino è più dolce di tutte le
gioie che il mondo può offrire e che sono qui rappresentate dal vino.
v. 3 — I tuoi profumi hanno un odore soave; il tuo nome è un profumo che si spande;
Conoscere l’amore dell’Amico è una cosa, altra cosa è conoscere Lui che ne è la piena manifestazione. Lo Spirito Santo, divino consolatore, inviato dal Signore stesso, ha il compito di farcelo conoscere. Questo libro, dall’inizio alla fine, ci dice quanto è sublime. Nel tabernacolo, che era stato eretto da Mosè nel deserto, e che era l’immagine delle cose che sono nei cieli (Ebrei 9:23), il profumo di aromi bruciati sull’altare d’oro saliva continuamente nella presenza di Dio. Questo profumo, composto « secondo l’arte del profumiere» e di odore soave, ricordava il profumo, a nient’altro paragonabile, del nome di Gesù. L’apostolo Paolo ne conosceva l’eccellenza quando diceva: « Ma grazie siano rese a Dio che sempre ci conduce in trionfo in Cristo, e che per mezzo nostro spande da per tutto il profumo della sua conoscenza. Poiché noi siamo dinanzi a Dio il buon odore di Cristo fra quelli che sono sulla via della salvezza e fra quelli che sono sulla via della perdizione: a questi, un odore di morte, a morte; a quelli, un odore di vita, a vita » (2 Cor. 2:14-16).
Per coloro che amano il Signore Gesù, che hanno in Lui la vita eterna, il nome di Gesù, che è stato sparso nel mondo per mezzo dell’Evangelo, è un odore di vita, un profumo soave, il profumo che riempie il santuario celeste. Parlate di Gesù a coloro che lo conoscono; la gioia li invade. Non è forse lui che sarà la loro gioia per l’eternità?
v. 3 — perciò t’amano le fanciulle!
Dobbiamo imparare a familiarizzarci con le immagini che lo Spirito Santo usa nelle Scritture, altrimenti corriamo il pericolo di scoraggiarci o di cadere in errore nella lettura e nella meditazione di tali soggetti. Confrontando queste immagini con altri passi comprendiamo meglio ciò che Dio vuole insegnarci.
«È gloria di Dio nascondere le cose; ma la gloria dei re sta nell’investigarle» (Prov. 25:2). Per quale motivo il residuo dei fedeli d’Israele ci viene presentato come delle giovani fanciulle? Poiché non è ancora venuto il momento in cui saranno manifestati in gloria, con il Re, e riconosciuti da tutti come la sposa terrena. Così è della Chiesa, la Sposa celeste. L’apostolo diceva ai Corinzi: «Io vi ho fidanzati ad un unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo» (2 Cor. 11:2). Ma in Apocalisse, dove vediamo Cristo che viene nel suo regno, non abbiamo più le medesime immagini; è detto che «la sua Sposa si è preparata, e le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro, perché il lino fino son le opere giuste dei santi» (Apoc. 19:7-8).
Non si tratta più di relazioni segrete e intime fra l’anima del fedele e il suo Signore, ma di una manifestazione gloriosa e pubblica di ciò che Cristo è per i suoi e di ciò che essi sono per Lui.
v. 4 — Attirami a te! Noi ti correremo dietro!
Abbiamo già visto il bacio dell’Amico che porta la pace, il profumo del Suo nome che rallegra il cuore. È verso
lui che corre il fedele. Non ha Egli detto ad ognuno dei suoi: «Seguimi»? È Lui che attira con legami d’amore. L’apostolo Paolo, dimenticando le cose che gli stavano dietro, si protendeva verso quelle che gli stavano davanti. Egli correva diritto verso la meta che è Cristo nella gloria! Quando era sulla via per Damasco, questa gloria di Dio aveva brillato attorno a lui e, da quel giorno memorabile, uno solo fu il suo obiettivo e ad esso rivolse tutti i suoi sforzi: Cristo glorificato. Quando un fedele corre in tale maniera, trascina inevitabilmente dietro a sé i suoi compagni; non è detto: « Attirami a te e io ti correrò dietro», ma «Attirami a te, noi ti correremo dietro». Chi corre stimola coloro che lo attorniano e tutti insieme, come attratti da una potente calamita, tendono verso una stessa meta, la Persona amata.
v. 4 — Il re m’ha condotta nei suoi appartamenti;
Quando corriamo, necessariamente avanziamo verso un punto previsto. Per il fedele è un luogo glorioso: il Re m’ha condotta nei suoi appartamenti. Non si tratta ancora della «casa del Padre» che troviamo nel Nuovo Testamento (Giov. 14) e che poteva essere rivelata soltanto dal Figlio.
Isacco introdusse Rebecca nella tenda di Sara sua madre; il Re introdurrà la sposa Giudea nelle camere del palazzo; il Figlio introdurrà la famiglia di Dio nella casa del Padre! Che gioia per i fedeli del suo popolo, quando Dio li condurrà nel suo palazzo dove ogni cosa dice « Gloria! ». Allora vedranno il Re nella sua bellezza, come dice il profeta Isaia (33:17). Ma prima di queste cose, la Chiesa sarà stata raccolta nelle dimore celesti. Egli stesso disse: «Padre, io voglio che dove sono io, siano meco anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria che tu m’hai data, poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo » (Giov. 17:24). E ciò può aver luogo da un istante all’altro perché «il Signore stesso, con potente grido, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo e i morti in Cristo risusciteranno i primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo insieme con loro rapiti sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre col Signore » (1 Tess. 4:16-17). Questa speranza ha il potere di rianimare le affezioni dei suoi, ed anche risvegliare un profondo timore in coloro che sono senza speranza e che saranno lasciati dietro la «porta chiusa». Avranno un bel gridare: «Signore, aprici»; sarà troppo tardi.
v. 4 — noi gioiremo, ci rallegreremo a motivo di te;
Chi farà la nostra felicità eterna quando arriveremo alla meta? Sarà colui che avrà fatto la nostra felicità qui sulla terra, che avrà rallegrato i nostri cuori durante il cammino; Lui, e nessun altro: «Noi gioieremo, ci rallegreremo a motivo di te». Lo aveva ben compreso il salmista quando diceva: «Chi ho io in cielo fuori di Te? e sulla terra non desidero che Te» (Salmo 73:25).
v. 4 — noi celebreremo le tue carezze più del vino!
Quando il Re tanto amato avrà raccolto presso di sé i fedeli del suo popolo Israele, questi gioiranno con Lui di
tutta la sua gloria, della sua bellezza e del suo amore. Amore di cui avranno davanti agli occhi una testimonianza palese, perché gli diranno : «Cosa sono quelle ferite che hai nelle mani? » (Zacc. 13:5). Essi si ricorderanno così di questo immenso amore che lo spinse a darsi in sacrificio presso Gerusalemme, città di cui è il gran re. Noi faremo lo stesso: nel cielo e per l’eternità ci ricorderemo di quel grande amore che è stato manifestato con la discesa sulla terra del Figlio diletto, amore del quale possiamo ora godere sebbene in maniera imperfetta. Ma nel cielo, nella pienezza, sarà per noi come un oceano di cui non conosceremo mai le sponde né la profondità. Un tale ricordo alimenterà eternamente la lode dei riscattati!
v. 4 — A ragione sei amato!
Nel cielo gli affetti non saranno più parziali, ma avranno un solo ed unico oggetto, Lui, l’Amico; tutti gli occhi saranno fissi su Lui, tutti i cuori palpiteranno all’unisono per Lui, tutte le bocche saranno aperte per dargli gloria. Beati, in quel giorno, coloro che si saranno ricordati di Lui e che avranno sospirato per Lui durante la sua assenza!
Questi quattro primi versetti formano dunque un tutt’uno e tracciano, a grandi linee, il soggetto che ci occuperà in questo libro: l’amore del Messia, dalla sua prima manifestazione a un cuore fino al momento in cui, nell’eternità, questo cuore ne potrà godere in modo completo, senza distrazioni e senza impedimenti.
v. 5 — Io sono nera ma sono bella, o figliuole di Gerusalemme, come le tende di Chedar,
Quelli che sono amati dal Re non sono delle persone apprezzabili per le loro virtù, i loro meriti, le loro buone opere. No; sono dei miserabili che, consci della loro indegnità, gridano: «Io sono come le tende di Chedar». Chedar, figlio di Ismaele, era uno dei dodici principi menzionati in Genesi 25:13-15. Lui ed il popolo nato da lui sono i principali destinatari dell’oracolo dell’Eterno contro l’Arabia (i discendenti di Ismaele), in Isaia 21:13-17. È citato molte volte nella Scrittura e sembra fosse il più importante dei suoi fratelli, sebbene non il primogenito. Chedar era uomo forte, energico, tiratore d’arco come suo padre; con il suo commercio ebbe ricchezze e gloria (Ezech. 27:21, Ger. 49:28). Il popolo di Chedar viveva in tende nel deserto ed il salmista diceva: «Misero me che soggiorno in Mesec e dimoro fra le tende di Chedar».
Un giudizio speciale su queste tende è stato pronunciato dal profeta Geremia (49:29). Esse sono l’immagine del mondo nel quale viviamo. Coloro che sono amati dal Re hanno coscienza della propria indegnità; sono per natura figli d’ira come gli altri, ma per la meravigliosa grazia del Re sono diventati il riflesso di ciò che egli era per Dio. Per questo il Re è chiamato loro Amico. Nessun Re sarà amato dal suo popolo come il Re di gloria.
v. 5 — come i padiglioni di Salomone.
Le tende del re Salomone saranno state molto belle e ci fanno pensare alla più bella di tutte, cioè la tenda che
separava il luogo santo dal luogo santissimo nel tempio che Salomone aveva costruito; essa era un’immagine di Cristo nella sua perfetta umanità (Ebrei 10:20) e si strappò al momento della sua morte in croce. È in Lui e in virtù della sua morte che i suoi sono stati resi graditi a Dio, amati come Lui stesso e amati a motivo di Lui. Essi erano neri come le tende di Chedar, ma sono stati lavati nel sangue dell’Agnello e sono diventati più bianchi che neve.
v. 6 — Non guardate se sono nera, è il sole che mi ha bruciata;
Qui il nero è in rapporto con le afflizioni e le sofferenze dei santi; l’ardente sole della prova li ha anneriti, bruciati; così sarà per quelli del residuo di Israele che avranno attraversato la grande tribolazione, il giorno dell’ira di Dio, un tempo di distretta come non ve n’è mai stato e come mai più vi sarà. Con questo doloroso mezzo, la loro fede sarà messa alla prova, purificata, ed essi saranno condotti a giudicare i propri peccati e quelli della nazione che ha violato la santa legge di Dio e messo a morte il Messia. Annientati, senza più alcuna risorsa né alcuna fiducia in se stessi, eccoli resi capaci di apprezzare in tutto il suo giusto valore l’eccellenza della grazia offerta loro, sulla montagna di Sion, dal Re, quel Re che la nazione aveva rigettato e del quale avevano detto: «Non vogliamo che costui regni su noi». Non avendo nulla in se stessi, essi hanno tutto in Lui e possono dire con il salmista: «O Dio, scudo nostro, vedi e riguarda la faccia del tuo unto » (Salmo 84:9).
v. 6 — i figliuoli di mia madre si sono adirati contro di me;
«I figli di mia madre» sono i Giudei increduli, persecutori del residuo fedele. Troviamo qui, per la prima volta, colei che in questo cantico è chiamata «la madre». Si tratta di Israele, poiché è da Israele secondo la carne che è venuto il Cristo, «che è sopra tutte le cose Dio, benedetto in eterno» (Romani 9:5). La ritroveremo più avanti nel nostro libro. Qui sono i suoi figli, la nazione stessa nella sua apostasia che, associata ai nemici esterni, opprimerà e perseguiterà i fedeli, coloro che non seguiranno l’Anticristo e di cui è spesso parlato nel libro dei Salmi. «Fammi ragione, o Dio, difendi la mia causa contro un’empia gente», dice il residuo nel Salmo 43:1. «E per cagione tua che siamo ogni dì messi a morte» (Salmo 44:22). Numerosi altri passi ci parlano delle sofferenze che incontreranno i fedeli da parte dei loro compatrioti. Come sempre, è l’odio che riempie il cuore dei malvagi contro i giusti, l’odio che ha conosciuto Abele il giusto da parte di Caino suo fratello, e Davide, perseguitato da Saul come una pernice sulle montagne; ma soprattutto il solo Giusto, che ha dovuto dire: «O Eterno, quanto numerosi sono i miei nemici! Molti sono quelli che si levano contro di me» (Salmo 3:1). Ed è poi lo stesso odio che hanno incontrato, da parte dei Giudei, Paolo e coloro che annunciavano l’Evangelo alle nazioni.
v. 6 — m’hanno fatta guardiana delle vigne, ma io, la mia vigna, non l’ho guardata.
Ci è parlato della vigna in Isaia 5 e nel Salmo 80:8. Israele che guarda le vigne è un’immagine di ciò che è stato questo popolo sotto la legge. Nella sua follia aveva detto: «Noi faremo tutto ciò che l’Eterno ci comanderà». Essi non conoscevano né la santità di Dio né la loro incapacità. Infatti, hanno perso tutto a causa della loro infedeltà. Il residuo, però, non potrà nemmeno lui soddisfare le esigenze della legge dell’Eterno. Così quei fedeli non potranno essere benedetti se non dalla grazia di Dio che sarà loro recata dal Re di giustizia e di pace, e che darà loro gioia e benedizione eterna. Allora, Egli metterà la sua legge nella loro mente e la scriverà sul loro cuore.
Ritroveremo la vigna alla fine del cantico, nel momento in cui Cristo, il divino «Salomone», regnerà sul suo popolo. In quel giorno, Egli riceverà del frutto della sua vigna in abbondanza. Giorno felice sia per Lui che per il suo popolo!
Abbiamo nei versetti 5 e 6 la descrizione di ciò che sarà, durante il regno di Cristo, la Sposa amata dal Re: un oggetto della sua pura grazia!
v. 7 — O tu che il mio cuore ama, dimmi dove meni a pascere il tuo gregge, e dove lo fai riposare sul mezzogiorno.
Questo libro è tutto un dolce dialogo fra la donna amata e il re. A volte, nell’ardore del suo amore, ella parla di lui alle proprie compagne. È un segno della preziosa intimità di cui godono i riscattati con Colui che li ama. La coscienza della sua grandezza e della sua maestà nulla toglie alla santa libertà nella quale essi si trovano davanti a Lui: il suo amore scaccia ogni timore.
Nel versetto 7 è la Sposa che parla, come nei versetti 5 e 6 , con la differenza che in quelli ella parla alle figlie di Gerusalemme, mentre nel versetto 7 parla al Re che è anche il Pastore, il sommo Pastore della sua anima: «Tu che il mio cuore ama». Se essa gli parla dell’amore che ha per Lui, è perché è cosciente dell’amore che Egli ha per lei, povera pecora del suo gregge. Ella lo ama perché Egli l’ha amata per primo ed è presso a Lui, fedele e buon Pastore, che viene a cercare sicurezza, nutrimento e riposo, durante il calore del giorno. E la verità benedetta che è esposta e sviluppata in un modo così toccante nel Salmo 23. L’Eterno è il mio Pastore, nulla mi mancherà; Egli mi fa riposare nei verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque tranquille. Dimmi dove pasci il tuo gregge, dove lo fai riposare; presso di Lui troviamo in abbondanza tutto ciò che è necessario per la nostra felicità. Un’altra preziosa esperienza è fatta da coloro che cercano il Pastore: quella di una completa comunione fra di loro.
v. 7 — Poiché, perché sarei io come una donna sperduta (letteralmente: una donna velata), presso i greggi dei tuoi compagni?
Una donna il cui viso è velato non può essere riconosciuta. Mentre chi ha imparato a conoscere il buon Pastore desidera anche essere conosciuto dagli altri e trovarsi con loro per potersi rallegrare delle cure del fedele Pastore nella comunione fraterna. Coloro che hanno in vista la stessa Persona devono incontrarsi per parlare l’uno all’altro del loro comune Signore nel luogo in cui si è rallegrati dalla sua presenza. Una pecora che si tiene in disparte, che
non cerca il gregge e la compagnia delle altre pecore, è certamente una pecora malata.
v. 8 — Se non lo sai, o la più bella delle donne,
C’è, in questo «Se non lo sai», un leggero rimprovero. Ma con quale delicatezza il Re ci fa sentire la nostra ignoranza! È come se dicesse: Sono cose che dovreste sapere! Ma il Signore vede i suoi diletti non nelle loro infermità, nelle loro debolezze, ma come sono davanti a Lui, in virtù dell’eccellenza dell’opera che Egli ha compiuto in loro favore. Il credente è reso perfetto per sempre a causa del sacrificio di Cristo; egli è rivestito della giustizia stessa di Dio, un Dio che ha trovato, nel suo amore, il mezzo per giustificare i colpevoli. Lo fa in perfetto accordo con tutti i diritti della sua santità, del suo amore e della sua giustizia; perché la sua giustizia è stata pienamente soddisfatta quando l’unico Giusto è morto per gl’ingiusti, per condurli davanti a Dio come dei figli diletti, in tutta la bellezza della sua propria persona riflessa in loro. È desiderabile che tutti i diletti del Signore siano felici di essere in Cristo, e ciò permetterà loro di gustare una pace solida e di apprezzare pienamente l’amore di cui sono gli oggetti.
v. 8 — esci e segui le tracce delle pecore,
Il gregge suggerisce l’idea della Chiesa, e i greggi delle assemblee locali. Coloro che ci hanno preceduti su questo terreno vi hanno lasciato le impronte dei loro passi; è un luogo dove ci si può rallegrare della presenza del Pastore,
un sentiero nel quale Egli conduce il suo gregge. Questa via è stata tracciata da Lui stesso; la fede la discerne in un mondo sviato dal principe delle tenebre e vi vede le Sue sante impronte. È la stessa via che hanno percorso i servitori fedeli dell’inizio, i testimoni del Signore. L’apostolo Paolo poteva dire: «Siate miei imitatori, fratelli, e riguardate a coloro che camminano secondo l’esempio che avete in noi» (Fil. 3:17).
L’epistola agli Ebrei ci dice: «Ricordatevi dei vostri conduttori, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio, e considerando come hanno finito la loro carriera, imitate la loro fede» (13:7). Perché vi sono oggi tanti greggi diversi? E perché vi sono tanti sedicenti pastori che invece di radunare le pecore attorno al Pastore le disperdono? Ciò proviene dal fatto che non si è ascoltata la voce del buon Pastore e si è invece ascoltata quella degli estranei. Per questo le pecore si sono smarrite nelle strade più diverse. Non v’è che un rimedio: considerare alla luce della Parola le orme lasciate da coloro che sono stati nel giusto sentiero dell’inizio. Solo essa farà luce sul nostro sentiero e ci mostrerà dove dobbiamo posare i nostri piedi.
v. 8 — e fa’ pascere i tuoi capretti presso alle tende dei pastori.
La sollecitudine del Pastore si mostra qui in un modo commovente. Egli pensa a coloro che sono giovani nella fede, che sono ancora inesperti e, per conseguenza, particolarmente esposti ai pericoli creati dal nemico e dai cattivi pastori, che sono spesso come lupi rapaci. La sicurezza per questi «capretti» sta nel non allontanarsi da coloro che possono istruirli, nutrirli e far loro conoscere la persona del loro Signore. Vicino a Lui siamo al sicuro. Vi sono degli ambienti dove si fa l’esperienza della sua presenza e dove Egli ha messo i «doni» necessari per la cura del gregge. Beati coloro che, coscienti dei pericoli ai quali sono esposti, stanno dove si è al sicuro e dove si trovano nutrimento e cure necessarie. Sono insegnamenti di grande importanza anche per coloro ai quali il Signore ha affidato un servizio pastorale e che devono occuparsi dei giovani credenti. «Pasci i miei agnelli» ha detto il Signore al suo servitore Pietro. Ma vediamo anche quanto sia importante che i giovani ascoltino quelli che il Signore ha qualificato come pastori e non si allontanino dal luogo in cui il Suo nome è onorato e dove si gode delle cure del suo amore.
v. 9 — Amica mia, io t’assomiglio alla mia cavalla che s’attacca ai carri di Faraone.
Se il v. 8 ricorda il Salmo 23, abbiamo qui qualcosa che richiama il Salmo 24. È un semplice paragone; non bisogna confondere i cavalli d’Egitto, di cui ci parlano spesso le Scritture, con la cavalla attaccata ai carri di Faraone. In questo passo Faraone è un’immagine di Colui che verrà in tutta la sua gloria come Signore di tutta la terra. Nella sua magnificenza, egli manderà davanti il suo carro, carro meraviglioso e terribile che annienterà tutti i suoi nemici e di cui abbiamo la descrizione nel primo capitolo del profeta Ezechiele. Nel giorno del suo trionfo sarà accompagnato da tutti i suoi servitori, così come i servi e i cavalieri del Faraone 1 ’accompagnavano quando egli inseguiva i figli d’Israele (Esodo 14:23). Ma questa scena brilla più per contrasto che per analogia. Nei giorni di Esodo 14, Faraone è finito in mare con tutti i suoi cavalieri. Quando il Signore verrà, i suoi saranno manifestati con Lui in gloria e tutte le nazioni «faranno cordoglio» per causa sua. Egli le trafiggerà con le sue frecce acute. È il Re di gloria. Beati i suoi servitori che, di loro spontanea volontà e con un santo zelo, l’accompagneranno nel giorno del suo trionfo, e vedranno quando stabilirà il suo trono. Essi sono gli oggetti di tutto il suo amore poiché li chiama con questo dolce nome, «amica mia». Essere amati dal Re di gloria! C’è forse qualcosa di meglio da desiderare?
v. 10 — Le tue guance sono belle in mezzo alle collane(lett.: gioielli),
I gioielli sono il simbolo delle varie glorie di Cristo. Il Re si compiace di parlare di ciò che vede nella sua Sposa: nota le sue gote e tutto il suo viso; le cose più belle e più preziose sono usate come immagini per farci comprendere la bellezza che Egli vede nei suoi. Qui, i gioielli che ornano le guance della donna amata sono una figura delle diverse glorie della persona di Cristo riflesse nei suoi, che brillano sui loro volti. «Contemplando a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di lui, di gloria in gloria, secondo che opera il Signore che è Spirito» (2 Corinzi 3:18).
II Re individua così qualche raggio della propria gloria sul viso dei suoi; può contemplare su di loro il riflesso della propria bellezza e delle proprie perfezioni. Non desideriamo noi assomigliare a Colui che è più bello di tutti i figliuoli degli uomini e avere un posto glorioso nel brillante corteo che l’accompagnerà nel giorno del suo trionfo? Da quale gloria saranno avvolti in quel giorno coloro che avranno sofferto per il suo nome e che, per causa sua, sono saliti anche sul rogo! E quale sarà la gloria di coloro che oggi osservano la sua Parola con una santa obbedienza! La loro ricompensa sarà come dei gioielli attorno al loro collo!
v. 10 — e il tuo collo è bello tra i filari di perle.
La collana, nelle Scritture, suggerisce l’idea di una ricompensa pubblica assegnata a coloro che hanno ubbidito a Dio e gli sono stati sottomessi piegando il loro collo alla sua autorità. Il Signore ha detto: «Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me, perché io sono mansueto ed umile di cuore e voi troverete riposo alle anime vostre, poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero» (Matt.11:29-30). Il giogo si mette sul collo, perché la nostra volontà sia subordinata interamente a quella del Signore (al contrario di quella dei principali fra i Tekoiti i quali non piegarono il collo al servizio del Signore! (Neemia 3:5).
Daniele, quando era prigioniero nel paese dei Caldei, ha ubbidito in quel paese lontano come se fosse stato a Gerusalemme, nei tempi più belli della storia del popolo di Dio. Non ha voluto contaminarsi mangiando i cibi delicati del re e, come giusta ricompensa, l’Eterno gli ha dato la saggezza e una grande gloria, e gli ha fatto mettere al collo una catena d’oro. Era una gloriosa risposta di Dio alla fedeltà del suo servitore. Questa collana del re di Babilonia era di oro che perisce, ma la ricompensa che il Signore darà a coloro che gli obbediscono sarà una ricompensa che dura per l’eternità.
v. 11 — Noi ti faremo delle collane d’oro con dei punti d’argento.
Al versetto 9 è al singolare: il Re parla di ciò che lui vede di bello nella sua Sposa. Ma qui non è più «io», è «noi»: noi ti faremo. Vale la pena meditare questo soggetto. Questo «noi» meraviglioso è lo stesso di Giovanni 3:11 e di altri passi delle Scritture. È Dio nella sua pienezza, Padre, Figlio e Spirito Santo, allora non ancora pienamente rivelati, ma che agivano con uno stesso pensiero, uno stesso scopo, con lo stesso amore. Li troviamo già nella prima pagina della Parola, nella decisione presa insieme: «Facciamo l’uomo a nostra immagine».
In questo passo non è per creare i mondi che la deità è all’opera, ma per creare dei legami, legami d’oro e d’argento per attaccare il fedele al suo Signore. Le catene servono per legare, l’oro ci parla della giustizia divina, l’argento della redenzione, ovvero dell’opera di Cristo che ha riscattato dei colpevoli. Cosa leggiamo nella 2a epistola ai Corinzi 1:21-22? «Or Colui che con voi ci rende fermi (letteralmente: «ci lega fermamente») in Cristo e che ci ha uniti, è Dio, il quale ci ha pur segnati col proprio sigillo e ci data la caparra dello Spirito nei nostri cuori». Come sono dolci questi legami dell’amore di Dio che in giustizia e in virtù della redenzione ci legano gli uni agli altri e tutti insieme a Colui che è il Re! Come li gustiamo? Cosa sono le vanità di un mondo in cui tutto passa, in confronto a ciò che abbiamo nel Signore?
Questi legami ci fanno anche pensare ai «legami d’amore» per mezzo dei quali il Dio Salvatore voleva attirare gli uomini (Osea 11:4); e alla risposta dei ribelli: «Rompiamo i loro legami e gettiamo via da noi le loro funi» (Salmo 2:3). Come giusta ricompensa essi sono «legati nell’afflizione e nei ferri». Che distretta quando giungeranno alle porte della morte (Salmo 107:10, 18, 19)!
v. 12 — Mentre il re è nel suo convito, il mio nardo esala il suo profumo.
I versetti dal 12 al 14 sono la risposta della sposa alla testimonianza che il Re ha appena dato di lei. Essa parla di Lui, e in questi tre versetti abbiamo il profumo del suo nome che ci è presentato sotto diversi aspetti: il nardo, la mirra, il Cipro, in tre scene differenti. Che lo Spirito Santo apra i nostri occhi e tocchi i nostri cuori per mezzo di questa lettura.
II Re è venuto nel mondo al tempo fissato, ma alla sua venuta le nazioni si sono agitate, i popoli hanno «meditato cose vane». I re della terra si sono ritrovati e i principi si sono consigliati assieme contro l’Eterno e contro il suo Unto (Salmo 2). Così, è stato rigettato dal suo popolo e, nel palazzo del sommo sacerdote, i capi del popolo si sono consultati insieme per arrestarlo, processarlo con inganno e farlo morire. Il residuo fedele, che troviamo in tutti i tempi e di cui ci parla questo cantico, era in quel momento ridotto a un piccolo numero di persone. Alcune le vediamo radunate a Betania in casa di un lebbroso; il Signore è ospite. L’ora delle tenebre e della potenza di Satana si avvicina. Sei giorni dopo sarà la Pasqua e l’Agnello di Dio sarà immolato. Viene una donna; ha un vaso di alabastro pieno di profumo di nardo puro, di gran prezzo; rotto il vaso, versa il profumo sul suo capo e la casa è piena dell’odore del profumo. Niente per lei era troppo grande e prezioso per onorare il suo Signore rigettato e disprezzato; ella rompe il vaso con l’intenzione di non farlo servire a nessun altro uso; tutto era per Lui. A questa testimonianza d’amore solo Lui poteva dare il giusto valore. Prima di questo fatto, ella si era seduta ai suoi piedi, aveva imparato a conoscere l’eccellenza della sua persona e aveva gustato il suo amore. Delle « catene d’oro con dei punti d’argento» l’avevano legata a Lui e il suo cuore traboccava di riconoscenza. Ma che scena abbiamo in questo versetto! Qui, mille anni prima, lo Spirito Santo ci parla anticipatamente di questo Re, di questa cena, di questo profumo. Era proprio di nardo il profumo che Maria ha versato sul suo Signore. Duemila anni sono trascorsi da quando il vaso è stato rotto ed il profumo è stato sparso, e in qualunque luogo in cui l’Evangelo è predicato, nel mondo intero, si parla di ciò che questa donna ha fatto !
La legge ordinava: «Tu amerai il Signore Iddio tuo», ma mai la legge ha fatto scaturire la minima scintilla di amore. La grazia di Dio ci dice che «Dio ha tanto amato il mondo», ed ecco che questa grazia spezza i cuori più induriti e li riempie di un amore che arderà per tutta l’eternità. Che soddisfazione per il Re rigettato incontrare un riscattato che lo ama, che apprezza la sua grazia e se ne rallegra in questo modo! Che cosa sarà l’eternità nella quale il nostro amore per Lui potrà esprimersi senza ostacoli?
v. 13 — E mio amico m’è un sacchetto di mirra, che passa la notte sul mio seno.
La mirra simbolizza le sofferenze di Cristo; è amara, ma il suo profumo è gradevole. Ci ricorda Colui che è stato ferito, che ha sofferto, che ha pianto quando era quaggiù. Il Signore è stato sepolto, e il suo corpo trattato con uria «mistura» di mirra e di aloe di circa cento libbre (Giovanni 19:39). Qui, il sacchetto di mirra fa allusione a un uso delle donne orientali: mettersi in seno un sacchetto di fiori o di piante aromatiche per profumare le vesti. Coloro che amano il Signore durante il tempo in cui non è più sulla terra, hanno sul cuore il ricordo delle sue sofferenze. Noi che amiamo il Signore comprendiamo questa immagine; soffrire con Lui e a causa di Lui è come il profumo della mirra che ci accompagna nella notte di questo mondo.
v. 14 — Il mio amico m’è un grappolo di cipro delle vigne d’Enghedi.
Il versetto 12 ricorda una scena passata che ha avuto luogo mentre il Signore era sulla terra in mezzo al suo popolo. Il versetto 13, invece, ci parla di una scena attuale: è il tempo in cui il Re è assente da questo mondo, ma sempre presente nelle affezioni della sposa. In questo versetto 14 abbiamo ora una scena futura. I profumi del nardo e della mirra faranno posto all’odore di cipro nelle vigne di Enghedi.
Il cipro è un grazioso arbusto dai rami sottili e ricoperti di una corteccia biancastra di odore gradevole. I fiori, in bianchi grappoli, spandono un soave profumo. Gli Egizi ne facevano dei sacchetti che usavano per profumare. Tale profumo ci parla del Signore come re. Questa scena si svolge a Enghedi, città appartenente alla tribù di Giuda, che si trova in un deserto (Gios. 15:62). È in questa oasi che Davide trovò rifugio quando fuggì da Saul (1 Samuele 24:1; vedere anche 2 Cron. 20:2). Ma in questo versetto non si tratta più di pericoli, di combattimenti, né del deserto. Questi fiori di cipro ci parlano di un’eterna primavera e delle vigne che prefigurano la gioia che ci sarà. È un notevole esempio della trasformazione meravigliosa che avverrà a questa terra sotto il regno di Cristo.
v. 15 — Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Abbiamo qui la risposta del Re all’amore dei suoi, espresso nei versetti che precedono. Egli dice loro che cosa sono per lui e come li vede. Prima di tutto sono belli. Questa sposa che egli ha atteso durante la notte della sua assenza, e che ora è là per acclamarlo nel giorno del suo trionfo, è di grande bellezza agli occhi suoi. È Lui l’uomo che cercava delle belle perle e che, trovatane una di gran prezzo, se ne andò, vendette tutto ciò che aveva e l’acquistò. Solo Lui è capace di apprezzarne tutta la bellezza e di conoscerne il vero valore. Non si stanca di ripetere che è bella.
Forse possiamo chiederci quale bellezza Cristo può vedere in poveri esseri che sono coscienti di essere moralmente oscuri come le tende di Chedar; ma è il riflesso della propria bellezza che Egli contempla in loro. I raggi della sua gloria, così poco visibili nei suoi, sono però riflessi, come la luna che non ha in sé alcuna luce ma riflette i raggi del sole, e brilla di un dolce chiarore in seno alle tenebre che coprono la terra, mentre il sole è nascosto nei cieli (lo vedremo più avanti al cap. 6 v. 10). Quale desiderio è più grande e prezioso di poter manifestare nella nostra vita di
ogni giorno qualche raggio della gloria del nostro Signore? Il mondo lo ha respinto ed ora Egli è nascosto nei cieli; ma sappiamo che presto apparirà come il sole di giustizia che porta la salvezza «nelle sue ali» (Malachia 4:2). Di quale gloria saranno attorniati in quel giorno coloro che lo hanno amato e onorato, e che lo avranno aspettato con ansia durante la notte della sua assenza! Essi sono gli oggetti di tutto il suo amore: «Amica mia», ripete.
Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro, e trovava la sua gioia in mezzo a loro. Oggi Egli ama la sua Chiesa, coloro che hanno creduto in Lui, senza averlo visto, e che osservano la sua Parola nell’attesa del suo ritorno. Ben presto Egli testimonierà questo amore anche ai fedeli in Israele che, dopo il rapimento della Chiesa, lo glorificheranno in mezzo alla più spaventosa persecuzione. Siamo coscienti di essere gli oggetti del suo più tenero amore?
v. 15 — I tuoi occhi son come quelli dei colombi.
Più avanti, in questo cantico, il Re farà la descrizione della sua sposa dalla testa ai piedi; qui non parla che degli occhi, che hanno per lui un’attrattiva enorme, e li paragona a quelli di una colomba.
La colomba di Noè non trovava un luogo per posarsi (Genesi 8:6-13) in un mondo ancora sotto le conseguenze del giudizio di Dio. Un corvo impuro poteva trovarsi a suo agio nel mondo, ma la colomba ritornò all’arca, il solo luogo in cui si sentiva a casa propria. «Chi sono costoro che volano come colombi verso il loro colombario?» (Isaia 60:8). La colomba, lontana dalla sua abituale dimora, è sempre a disagio.
I fedeli che troviamo qui realizzano ciò che dice il salmista: «Io sono un forestiero sulla terra » (Salmo 119:19). Essi sospirano al pensiero del loro Signore e gemono poiché sono lontani da Lui: la loro abitazione è presso il Signore. «Oh avessi io delle ali come la colomba! me ne volerei via e troverei riposo. Ecco, me ne fuggirei lontano, andrei a dimorare nel deserto» (Salmo 55:6-7). Meglio essere nel deserto con il Signore, che nella città dove si trova l’iniquità e il tormento.
v. 16 — Come sei bello, amico mio, come sei amabile!
Si può essere belli ma sgradevoli, o gradevoli senza essere belli. In Cristo tutto è riunito, la bellezza e l’amabilità. In questo passo è l’amore che risponde all’amore. È la sposa che, avendo gli occhi fissati sul suo Amico per contemplare la sua persona, esclama: «Tu sei bello, tu sei amabile». Sono gli stessi fedeli che ascoltiamo nel Salmo 45; il loro cuore arde, poiché in questo Salmo il Re appare subitamente sulla scena. Egli brillerà come la luce che esce dall’Oriente e appare fino ad Occidente. Essi lo vedono, lo contemplano: «Tu sei più bello di tutti i figliuoli degli uomini, la grazia è sparsa sulle tue labbra». Non solo è bello, ma è anche amabile. Tutto ciò che può renderlo desiderabile è riunito nella sua persona: Egli è l’Amato.
Diversi re sono stati amati dai loro sudditi, come Davide e Salomone, ma nessun re sarà amato dal suo popolo come il Signore. Quando i fedeli canteranno il cantico da essi composto, e che avrà per soggetto il Re, lo faranno con accenti armoniosi mai uditi fino allora dagli uomini e dagli angeli!
v. 16 — Anche il nostro letto è verdeggiante.
Le pecore del buon Pastore realizzano ogni giorno ciò che ci è detto qui con semplicità. L’Amico è il Re, ma è anche il fedele e buon Pastore. Rileggiamo il Salmo 23; ci farà capire la dolcezza di ciò che troviamo qui meglio di ogni altra spiegazione: «Il Signore è il mio Pastore… egli mi fa giacere in verdeggianti paschi». Presso il buon Pastore ci sarà sempre riposo.
Gesù non ha fatto sedere per schiere sull’erba verde le numerose persone che come pecore affamate e senza pastore lo seguivano? Con quale abbondanza le ha saziate! Ci furono anche degli avanzi!
v. 17 — Le travi delle nostre case sono cedri, i nostri soffitti sono di cipresso.
Presso il buon Pastore, come abbiamo appena constatato, si trova un perfetto riposo e nutrimento in abbondanza, ma anche un luogo dove Egli si trova in mezzo ai suoi. I suoi godono di una grande sicurezza e si rallegrano di tutti i beni di questo «santuario». «O Eterno, io amo il soggiorno della tua casa e il luogo dove risiede la tua gloria» (Salmo 26:8); «Una cosa ho chiesto all’Eterno e quella ricerco: ch’io dimori nella casa dell’Eterno tutti i giorni della mia vita, per mirare la bellezza dell’Eterno e meditare nel suo tempio» (Salmo 27:4).
Il fedele è al sicuro. Come tutto è solido e confortevole in questa casa! Le travi sono di cedro, albero maestoso dal legno duro e resistente. I soffitti sono di cipresso. Potremmo desiderare una dimora migliore?

Capitolo 2

v. 1 — Io sono la rosa (oppure il narciso) di Saron, il giglio delle valli.
Abbiamo occhi per ammirare queste immagini? Troviamo piacere a contemplarne la ricca varietà? Abbiamo respirato i deliziosi profumi e ci troviamo in mezzo ai fiori più belli. Spesso Dio si serve di immagini per farci comprendere i grandi fatti che la fede coglie.
Qui troviamo il «narciso». Osserviamolo! È un fiore straordinario; il narciso bianco è di un bianco puro come la neve, ma con una corona gialla come l’oro al centro.
Io sono il narciso, può dire il fedele; egli sa che è stato lavato nel sangue dell’Agnello di Dio. Più bianco della neve, apparirà ben presto con il suo Signore, portando la corona d’oro che è l’emblema della giustizia divina. Piacque a Dio di salvare dei malvagi; Egli si glorifica facendo ciò. E fra poco, rivestiti di giustizia e incoronati, saranno manifestati agli occhi di tutto l’universo con il Re di gloria. Sarà un glorioso corteo. In quel giorno Dio sarà glorificato nei suoi e ammirato in tutti coloro che avranno creduto.
II giglio delle valli è anche chiamato anemone rosso. «Considerate come crescono i gigli della campagna; — dice il Signore — essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro» (Matteo 6:28-29). Nella valle, il luogo basso della terra dove spesso si piange e si soffre, coloro che sanno confidarsi in Dio per il presente e per l’eternità vedono delle meraviglie, e sono agli occhi suoi come il giglio dai brillanti colori.

v. 2 — Quale un giglio tra le spine, tale è l’amica mia tra le fanciulle.
Le spine sono cresciute sulla terra in seguito al peccato; sono il simbolo del peccato dell’uomo e di ciò che egli è nel suo stato naturale. Ciò è vero sia per i buoni (Michea 7:4) che per i malvagi, come dice il re Davide nelle sue ultime parole: «Ma gli scellerati tutti quanti son come spine che si buttan via e non si piglian con la mano; chi le tocca s’arma d’un ferro o di un’asta di lancia e si bruciano interamente là dove sono» (2 Sam. 23:6-7).
Ma di quelle spine gli uomini ne hanno fatto una corona che hanno messo sul capo del Re di gloria, l’Amico di questo Cantico. Egli considera i suoi, coloro che l’amano e si confidano in Lui, e fa il paragone fra loro e gli altri. I suoi sono come i gigli, mentre i malvagi non hanno che da aspettare il giudizio di un fuoco consumante. Egli ripete questa parola: amica mia. I suoi fedeli sono amati continuamente.
v. 3 — Qual è un melo fra gli alberi del bosco, tal è l’amico mio fra i giovani.
Il versetto 2 era la risposta di lui alla sua amata. Al v. 3 è lei che di nuovo prende la parola e si serve anch’essa di un paragone per dire ciò che lui è per lei. Nel mondo che la circonda non vi è che agitazione; tutti sono «come gli alberi della foresta agitati dal vento», dice il profeta Isaia 7:2. È un’agitazione sfrenata e senza frutto che nulla può calmare. In seno a un tale stato di cose, essa ha trovato Colui che è come il melo: in Lui possiede tutto: riparo, riposo e frutto squisito.
v. 3 — Io desidero sedermi alla sua ombra, e il suo frutto è dolce al mio palato.
Vicini a Lui si è al riparo dai raggi ardenti di un sole che prosciuga tutto in questo mondo (Salmo 121:6). Isaia dice: «Ognuno di essi (letteralmente: Egli) sarà come un riparo dal vento, come un rifugio contro l’uragano, come dei corsi d’acqua in luogo arido, come l’ombra di una gran roccia in una terra che langue» (Isaia 32:2).
Non solo la sua ombra ci protegge, ma ai suoi piedi troviamo un riposo che nulla può turbare. Maria di Betania stava ai piedi del Signore (Luca 10:38-42). Imitiamola, scegliendo anche noi quella buona parte!
v. 4 — Egli m’ha condotta nella casa del convito, (in ebraico: del vino)
È una casa dove si trova in abbondanza ciò che l’uomo cerca invano: la gioia (di cui il vino è l’emblema). Conosciamo noi questa casa? Abbiamo detto al Signore come i discepoli: «Dove dimori?», e siamo stati con Lui? (Giovanni 1:38-39). In comunione con Lui c’è pace e gioia. Egli fa gustare le delizie della sua persona «un convito di vini vecchi, ben chiariti » (Isaia 25:6) con dei cibi spirituali sconosciuti al mondo, ma reali per la fede.
Cosa non fa il Signore in favore di coloro per i quali ha sacrificato la propria vita? Il giorno stesso della sua risurrezione Egli venne fra i discepoli radunati e si presentò in mezzo a loro, ed essi si rallegrarono quando lo videro. Questa gioia, più grande di tutto ciò che il mondo può offrire, è ancora adesso la parte di coloro che conoscono la bellezza di essere radunati intorno a Lui e vanno a cercarvi la sua presenza. Essi si rallegrano di tutta la benedizione che si trova in quella «casa» sconosciuta al mondo: «la casa del convito».
v. 4 — e l’insegna che spiega su di me è Amore.
L’insegna è un segnale di richiamo, intorno al quale si radunano le schiere (6:10). Ma le schiere del Re di pace, di Cristo, il divino Salomone, non si radunano per la guerra ma per godere del suo amore, proclamare le sue glorie e adorarlo. È l’amore del Re che vuole avere attorno a sé il suo popolo, ed è l’amore del popolo che ama teneramente il proprio Re. Sulla sua casa sventola uno stendardo sul quale si trova una sola parola: AMORE; una parola che riassume tutto ciò che egli è e tutto ciò che riempirà l’eternità quando senza impedimenti tutti i suoi santi potranno godere di questo amore inesprimibile.
Lo stesso stendardo sventolerà ben presto sulle mura di Gerusalemme. Allora si vedrà che l’amore di Cristo non è cambiato, neanche dopo duemila anni di desolazione.
v. 5 — Fortificatemi con delle schiacciate d’uva, sostentatemi con dei pomi,
La schiacciata d’uva è un’immagine della gioia che trova il riscattato in Cristo, nella sua perfetta umanità. Uomo di dolore, ha percorso prima di noi, senza mai stancarsi né fermarsi, il cammino della sofferenza. Conoscendo perfettamente ciò che incontriamo in questa vita, Egli simpatizza con i suoi, li incoraggia, li ristora, li consola. Quando soffriamo, abbiamo bisogno più che mai di nutrirci di Lui e dei frutti squisiti che provengono da Lui, «il melo» all’ombra del quale possiamo rimanere seduti.
v. 5 — perch’io sono malata d’amore.
«Malattia» dolorosa, a volte crudele, quella dell’amore, ben conosciuta da coloro che amano il Signore. Perché un profeta come Geremia ha tanto sofferto? Perché ha versato tante lacrime? Perché amava l’Eterno e avrebbe voluto vedere il bene del suo popolo. Constatare la rovina nella quale precipitava, a causa dei suoi peccati e della sua ribellione contro l’Eterno, era per Geremia una sofferenza continua. Egli desiderava che i suoi occhi fossero una fontana di lacrime (Geremia 9:1) per piangere la rovina di quella che chiamava la «figlia del suo popolo». Ma il popolo non ascoltava né la voce di Dio né gli avvertimenti del profeta.
Anche l’apostolo Paolo ha conosciuto la sofferenza per il Signore e per la Chiesa. Dopo la lunga enumerazione delle cause dei suoi patimenti (2 Cor. 11), aggiunge: «E per non parlar d’altro, c’è quel che m’assale tutti i giorni, l’ansietà
per tutte le chiese». Che dolore era per lui vedere la follia dei Corinzi e la rovina prodotta dal nemico in quelle assemblee che egli amava come una madre ama il suo bambino! Comprendiamo bene che i servitori del Signore devono essere sostenuti in modo tutto particolare per non soccombere; è loro necessario un nutrimento appropriato al loro stato.
Conosciamo noi questa «malattia d’amore»? Siamo «costretti» (2 Cor. 5:14) dall’amore di Cristo? Lo conosciamo noi come Colui che ristora le nostre anime, anche nelle peggiori tribolazioni?
v. 6 — La sua sinistra sia sotto il mio capo e la sua destra mi abbracci.
La sua mano destra ci parla di potenza, la sua sinistra delle sue affezioni. Se il nostro capo è stanco in seguito a combattimenti e pene, che privilegio poterlo appoggiare sulla sua dolce mano! Con la sua destra, la mano potente che sostiene i mondi, Egli stringe il povero servitore. Come sono preziose le sue due mani per delle pecore stanche come siamo sovente, e per i deboli agnelli del gregge!
v. 7 — O figliuole di Gerusalemme, io vi scongiuro
Per la prima volta nel Cantico dei cantici è qui menzionata Gerusalemme, la città del gran Re. È in quella città che il Signore Gesù, il Messia, ha sofferto e ha voluto morire per riscattare il suo popolo. Egli ha lo sguardo su quella città, le sue mura sono del continuo davanti ai suoi occhi. Là stabilirà ben presto il trono della sua gloria (Salmi 122 e 125).
v. 7 — per le gazzelle, per le cerve dei campi, non svegliate l’amor mio, finch’essa non lo desideri!
Fino al suo ritorno, il Re vuole che nulla impedisca ai suoi di godere il dolce riposo presso di lui, fosse pure il passo leggero e quasi impercettibile della gazzella o della cerva. Sotto la sua mano protettrice, nulla deve turbarli. Egli veglia con tenerezza e sollecitudine sul riposo della sua sposa.
Notiamo che queste parole sono come un ritornello in questo cantico. Nel luogo in cui Egli ha stabilito il suo nome, nulla deve privare i suoi della più perfetta pace.
v. 8 — Ecco la voce del mio amico!
È l’esclamazione della donna amata all’udire la voce ben conosciuta di Colui che essa attende da molto tempo. Le sue effezioni non sonnecchiano, e al suono della sua voce il suo cuore arde. Finalmente, eccolo! Ci fa pensare al vicino momento in cui il Signore stesso, con un grido potente, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo; i morti in Cristo risusciteranno e i viventi saranno cambiati. Tutti insieme andremo a incontrarlo sulle nuvole nell’aria, e così saremo sempre con Lui. Beata speranza!
v. 8 — Eccolo che viene, saltando per i monti, balzando per i colli.
È il suo amore che lo fa correre così; egli ama l’amica sua e non può dimenticare la sua promessa né tardare a
compierla. Se noi aspettiamo, stiamo certi che Egli aspetta ancora più di noi. «Io vengo tosto» (Apoc. 22:20). Vi è piena comunione, nell’attesa, fra Colui che viene e coloro che l’aspettano.
v. 9 — L’amico mio è simile a una gazzella o ad un cerbiatto.
Nel suo rapido cammino è paragonato a una gazzella, così leggera che i suoi piedi toccano appena il suolo, e alla cerva rapida nella sua corsa sui luoghi elevati (Hab. 3:19).
v. 9 — Eccolo, egli sta dietro al nostro muro e guarda per la finestra, lancia occhiate attraverso alle persiane.
Per maggior sicurezza, una persiana è stata messa alla finestra, affinché, quando guardano verso il mondo, i fedeli non siano esposti ad una caduta. Persiane della sapienza; essa può dire: «Ero alla finestra della mia casa e dietro alla mia persiana stavo guardando» (Prov. 7:6).
Acazia cadde dalla cancellata (2 Re 1:2); si trovava in un triste stato morale. Una professione cristiana, per bella che sia, non basta; è necessario uno stato interiore che le corrisponda. Il Signore non ha chiesto al Padre di togliere i suoi dal mondo, ma di guardarli dal maligno (Giov. 17:15). Noi non saremo mai troppo prudenti; i muri e le persiane ci insegnano delle importanti lezioni. Sono quelli che si trovano dietro al muro che il Signore guarda e viene a cercare; separandosi dal male che li attornia, essi hanno mostrato il loro amore per Lui. Essi non potrebbero tollerare ciò che è incompatibile con la sua gloria.
v. 10 — Il mio amico parla e mi dice: Levati amica mia, mia bella, e vienitene,
Quanti preziosi insegnamenti in questo breve versetto! Egli ci ama, e di quale amore! Solo la croce del Calvario ne dà la misura. Cristo vede nei suoi diletti una bellezza che lo rapisce. Egli è simile a quell’uomo che cercava delle belle perle e che, avendo trovato una perla di gran prezzo, andò, vendette tutto ciò che possedeva e l’acquistò. La bellezza di una tale perla l’ha spinto a spogliarsi di tutto ciò che aveva pur di possederla. Solo Lui era capace di apprezzarne il valore e la bellezza.
Levati, vieni! Sono parole che hanno un’eco nel cuore di tutti coloro che lo amano.
v. 11 — poiché, ecco l’inverno è passato, il tempo delle piogge è finito, se n’è andato;
Il tempo dell’assenza dell’Amico è qui paragonato a un lungo inverno, tempo di sofferenza, di lacrime, di difficoltà. Alla sua venuta, l’inverno termina per sempre e cede posto all’eterna primavera, al mattino senza nuvole (2 Sam. 23:4).
v. 12 — i fiori appaiono sulla terra, il tempo del cantare è giunto,
Sarà un cambiamento inaudito per questa creazione che fino ad ora è in travaglio e geme. Essa sarà allora liberata dalla servitù della corruzione e si rallegrerà della libertà della gloria dei figliuoli di Dio (Rom. 8:20-21). Le bocche si apriranno in ogni luogo per dare gloria al Signore.
Quante sofferenze affliggono oggi questa povera umanità! Non è frequente udire un canto di lode che sale verso il cielo. Paolo e Sila lo facevano udire dal fondo della prigione, ma era del tutto insolito (Atti 16:25). I prigionieri li ascoltavano; non avevano mai udito una cosa simile. Il primo giorno della settimana i riscattati del Signore si riuniscono qua e là per cantare le sue lodi. Sono come le prime note di quel cantico che risuonerà dappertutto, il preludio di un concerto eterno.
v. 12 — e la voce della tortora si fa udire nelle nostre contrade.
Diverse specie di animali erano offerti in sacrificio sotto l’antico patto: tori, pecore, agnelli e anche tortore. Queste vittime ci fanno conoscere diversi aspetti dell’eccellenza di Cristo, la santa offerta che ha tolto il peccato davanti a Dio. È stato l’Agnello, l’innocente vittima. È stato il sacrificio interamente consacrato a Dio sulla croce del Calvario. La tortora ci parla dei caratteri celesti di Colui che si è offerto in sacrificio. Per l’eternità si racconterà che il Re diletto è Colui che è venuto dal cielo e si è offerto in sacrificio per riscattare il suo popolo. Dappertutto, nel paese, si racconterà «come egli ha operato» (Salmo 22:31);
v. 13 — Il fico ha messo i suoi ficucci,
La prova che hanno attraversato i fedeli durante il lungo periodo dell’assenza dell’Amico non è stata senza frutto. Eccolo rappresentato dai ficucci che profumano in primavera e che sono alla gloria del Signore. Tali frutti sono stati portati attraverso un tempo in cui, come nell’inverno, tutto era morte e sterilità. Cosa facciamo per il nostro Signore durante il tempo della sua assenza? Vede Egli dei frutti che si preparano per maturare al sole primaverile e che saranno manifestati in quel gran giorno? Non è ora che i fedeli devono aspettare la ricompensa di ciò che fanno per amore del loro Signore. Dobbiamo essere oggi di coloro che sono pieni di frutti di giustizia e che sono per mezzo di Gesù Cristo alla gloria e alla lode di Dio (Fil. 1:11).
v. 13 — e le viti fiorite esalano il loro profumo.
Nella Scrittura la vigna ci parla di gioia e di comunione. Nel mattino della primavera eterna vi sarà abbondanza di gioia e di benedizione. Tempo di gioia, felicità senza nuvole portata dalla presenza del Signore.
v. 13 — Levati amica mia, mia bella, e vienitene.
Vi sono delle espressioni che l’amore non si stanca mai né di dire né di ascoltare. «Dell’abbondanza del cuore, la bocca parla» (Matt. 12:24). Abbiamo già sentito quest’invito al v. 10. Vieni! Egli sta per prendere presso di sé colei che è l’oggetto di tutto il suo amore.
Noi pensiamo volentieri alla nostra felicità quando andremo ad incontrarlo. Ma pensiamo alla sua quando vedrà il frutto del tormento dell’anima sua e il suo amore ne sarà saziato (Isaia 53:11). Egli presenterà a se stesso colei per la quale si è dato, e che ha nutrito e amato teneramente per così tanto tempo.
v. 14 — O mia colomba, che stai nelle fessure delle rocce, nel nascondiglio delle balze,
Se la roccia è spaccata, è perché è stata colpita. Abbiamo già parlato della colomba meditando il primo capitolo. Essa ha realizzato a lungo che era una povera straniera sulla terra. Com’era infelice! Ma vedete come si tiene nascosta nelle fessure della roccia, la roccia dei secoli colpita per noi, per i nostri peccati (Isaia 26:4); soltanto là si sente sicura e al riparo. Ora essa sta per aprire le ali e volare incontro a colui che ama. Egli ha detto: «Vieni»; nulla la trattiene. Che gioia inesprimibile! «Colomba mia»; essa è sua, e sta per prenderla per sempre presso di sé.
v. 14 — mostrami il tuo viso, fammi udire la tua voce; poiché la tua voce è soave, e il tuo viso è bello.
Le lingue umane non hanno parole per esprimere i sentimenti sia di Lui che di lei quando si incontreranno. La Chiesa lo vedrà nelle nuvole, lucente stella mattutina che si è già levata sul suo cuore, preludio del giorno che è vicino. Quando il Re apparirà come sole di giustizia che porterà la «guarigione» (Mal. 4:2) nei suoi raggi, i fedeli d’Israele lo vedranno; i suoi piedi si poseranno sul monte di Sion e avrà la piena accoglienza del suo popolo terreno. Una grande voce verrà dal cielo, come la voce di un forte tuono, come il suono di molte arpe, e canterà un cantico nuovo, il cantico che cantano già i santi che sono nel cielo (Apoc. 5:9), e che potranno imparare solo quelli che sono con l’Agnello sul monte Sion. Così, il cielo e la terra saranno uniti da uno stesso cantico, da uno stesso soggetto di lode. Allora si realizzerà il Salmo 148: «Lodate l’Eterno dai cieli… Lodate l’Eterno dalla terra!». Mai prima di allora la creazione avrà udito un tale concerto. Voi che come la colomba aspettate Colui che viene dal cielo, rallegratevi!
v. 15 — Pigliateci le volpi, le volpicine che guastano le vigne, poiché le nostre vigne sono in fiore!
In quel beato giorno, tutto ciò che oggi può interrompere la comunione dei riscattati sarà per sempre distrutto. Durante la notte dell’attesa, numerosi nemici assalgono coloro che aspettano il giorno, come il leone che cerca di divorarli (1 Pietro 5:8). Ma altri nemici, all’apparenza meno pericolosi però più astuti, scivolano nell’ombra e riescono a compiere la loro opera nefasta, privando i fedeli della comunione con delle cose da nulla, delle attività insignificanti, ma che non possono associarsi con il nome del Santo e del Vero. Che ciascuno di noi vegli!
Quando il Signore sarà con i suoi, tutti i pericoli cesseranno: il leone, legato e rinchiuso nell’abisso, non ruggirà più, e tutte le volpicine saranno prese. Nulla potrà più turbare le dolci relazioni fra i riscattati e il loro Signore.
v. 16-17 — Il mio amico è mio, ed io sono sua: di lui, che pastura il gregge fra i gigli. Prima che spiri l’aura del giorno e che le ombre fuggano,
È Cristo l’oggetto dell’amore della sua amata. Ella conosce pure il prezzo che ha per Lui, ella è sua. In che misura sappiamo noi apprezzarlo? Egli trova la sua gioia in mezzo ai suoi, diremmo perfino il suo alimento, poich’egli pasce fra i gigli.
Abbiamo già considerato i gigli all’inizio del capitolo; sono coloro che in questo povero mondo si confidano pienamente in Cristo, che dipendono da Lui; essi sono, ai suoi occhi, più belli di un Salomone vestito dei suoi abiti regali e seduto sul suo trono; essi sono più preziosi per Lui di tutti i più savi fra gli uomini. È in mezzo a loro che Egli sta fino al giorno in cui apparirà. Allora le ombre fuggiranno dinanzi al suo splendore.
v. 17 — torna, amico mio, come la gazzella o il cerbiatto sui monti che ci separano! (o di Bether)
Egli viene correndo velocemente come la gazzella i cui piedi sembrano non toccare il suolo, e come il cerbiatto sui dirupi. Le frane della montagna di Bether non potranno fermarlo nella sua marcia trionfale. Il suo viso è rivolto verso i suoi diletti; Egli sta per prenderli con sé e vuole essere in mezzo a loro per sempre. Ciò vale sia per la Chiesa di oggi che per i fedeli del suo popolo terreno, quelli di Israele. Colui che rende testimonianza di queste cose dice: «Sì, io vengo tosto. Amen, vieni Signor Gesù!» È il grido fervente di coloro che l’amano in ogni tempo.

Capitolo 3

v. 1 — Sul mio letto, durante la notte, ho cercato colui che l’anima mia ama; l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Con il capitolo 3 entriamo in un altro soggetto. Abbiamo appena udito una delle note più elevate: l’Amico che viene! Ora il cantico passa ad una delle più basse. I primi accenti sembrano scendere dal cielo; quelli che troviamo qui, invece, sembrano salire dalla profondità della terra.
Un grande amore non ci basta per preservarci dalle cadute. Qui l’amico ha cessato di essere davanti agli occhi di lei, che pure era così felice nella scena precedente. Ella lo cerca ma non lo trova. Quanto è fragile la comunione! basta un nonnulla per turbarla. L’amico è pur tuttavia l’oggetto del suo amore, ella vorrebbe averlo con sé, non è soddisfatta che da Lui; ma egli non c’è più. Cosa può essere successo? Basta un po’ di torpore spirituale (ella è sul letto), « dormire un po’, sonnecchiare un po’, incrociare un po’ le mani per riposare…» (Prov. 6:10), ed ecco che il nemico ha privato la donna amata di tutto ciò che può fare la sua felicità. Non avendo più il suo Signore, ella è nella più completa miseria, poiché ha tutto in Lui; come Pietro al quale, per non aver vegliato un’ora sola con il suo Signore, non rimase altro che delle lacrime amare. È più facile perdere la comunione che ritrovarla. Importante lezione per noi tutti!
v. 2 — Ora mi leverò, e andrò attorno per la città, per le strade e per le piazze; cercherò colui che l’anima mia ama; l’ho cercato ma non l’ho trovato.
«Mi leverò»; è la stessa decisione che prese il figliuol prodigo di Luca 15, ed è sempre di lì che bisogna incominciare. Il torpore ha chiuso gli occhi della povera sposa e le ha tolto il discernimento: ella va a cercare l’amico nei luoghi dove è impossibile trovarlo. Non va sugli alti monti, né nelle ricche campagne, né in mezzo alle vigne in fiore. Eccola nel buio di una città, Gerusalemme, che non può avere il suo Signore poiché lo ha rigettato e messo a morte. Non è in questa città, una volta così privilegiata, che bisogna andare a cercarlo. Là, gli stessi conduttori stabiliti per mantenere l’ordine e la santità, non hanno fatto altro che sviare il popolo e spingerlo a rigettare il proprio Messia. Comprendiamo bene il dolore del Signore Gesù quando, avvicinandosi a Gerusalemme e contemplando la città dall’alto del monte degli Ulivi, piange su di essa. «Oh se tu pur avessi conosciuto in questo giorno quel ch’è per la tua pace! Ma ora è nascosto agli occhi tuoi».
Abbiamo qui, descritto molto bene, lo stato del residuo fedele d’Israele. Esso cercherà invano il proprio Messia, fino al momento in cui Egli tornerà per liberare il suo popolo.
Ma anche per noi c’è un’importante lezione. Le tenebre invadono facilmente i nostri cuori e ci fanno perdere la comunione con il Signore. Non è nel mondo, né nelle cose che il mondo ha stabilito, che potremo trovarlo e gioire della sua compagnia: «Io l’ho cercato, ma non l’ho trovato».
v. 3 — Le guardie che vanno attorno per la città m’hanno incontrata; e ho chiesto loro: Avete visto colui che l’anima mia ama?
Le guardie, ancor più ignoranti di lei, non conoscono l’Amico. Egli è uno straniero per i suoi fratelli e uno sconosciuto per i figli di sua madre. Essi non possono essergli di alcun aiuto né sono in grado di dargli qualche informazione su colui che il suo cuore ama. Nella città in cui il Signore aveva stabilito il proprio nome, anche il mondo religioso l’ha dimenticato.
v. 4 — Di poco le avevo passate, quando trovai colui che l’anima mia ama;
È ritirandosi dal mondo e dalla sua organizzazione che si trova il Signore. Appena l’amica si allontana ecco che trova colui che l’anima sua ama. Che felicità! Egli non è del mondo, e coloro che sono suoi non ne fanno parte; e ciò che rappresenta la città e tutto quel che vi si trova non può in alcun modo farci conoscere l’amico per rallegrarci della sua comunione.
Lot abitava nella «città», ma non poteva che affliggere la sua anima giusta (2 Pietro 2:7); egli non conosceva, in quel luogo corrotto, la dolce comunione che gustava Àbramo il quale era con l’Eterno sui monti, nei luoghi elevati.
Che sappiamo realizzare meglio la nostra separazione morale da tutto ciò che è del mondo, non amando il mondo né le cose che sono nel mondo; è la condizione necessaria per gustare la presenza del Signore, del nostro fedele e vero Amico (1 Giov. 2:15).
v. 4 — io l’ho preso, e non lo lascerò, finché non l’abbia menato in casa di mia madre e nella camera di colei che m’ha concepita.
Quando un credente ha sofferto per essere stato lontano dalla presenza del suo Signore, quando ha versato delle lacrime amare, come Maria Maddalena al sepolcro vuoto, che gioia ritrovarlo! La Sunamita non lo lascia più andare; ha sofferto troppo lontano da lui; una nuvola era venuta a velare, davanti ai suoi occhi, la bellezza del suo Signore e le ha impedito di godere liberamente del suo amore. Ora, la nuvola è scomparsa e i raggi della gloria del suo amato vengono ad inondarla. Ella lo vuole condurre in casa di sua madre; chi è questa «madre», più volte menzionata in questo cantico? Essa personifica Israele. È da Israele che, secondo la carne, è uscito il Cristo che è, sopra tutte le cose, Dio benedetto in eterno (Rom. 9:5). È anche in questo popolo che si formerà il residuo fedele di cui ci parlano in modo particolare il libro dei Salmi e il Cantico dei Cantici. Sono loro che, alla fine, dopo un lungo periodo di sofferenze e di afflizioni, vedranno il loro Messia e andranno dappertutto a raccontare la sua gloria. E bisognerà che la nazione senta parlare di queste cose perché, dopo un periodo così lungo di incredulità, i cuori siano toccati e disposti a riceverlo. Sarà come ricondotto in mezzo al suo popolo affinché esso possa godere della sua persona e delle benedizioni che risulteranno dalla sua presenza. Beati i messaggeri del Re! Essi non avranno riposo prima che il popolo terreno di Dio possa godere di Cristo. Essendo i loro cuori ripieni di lui, le loro bocche racconteranno la sua gloria. Ma queste cose sono scritte solo per Israele? No; esse sono scritte anche per noi. Cristo è tutto
per noi? Se è così, possiamo serbare solo per noi questo tesoro? Non restiamo inattivi ! Presto il nostro Signore raccoglierà nel riposo il suo popolo celeste.
v. 5 — Io vi scongiuro, o figliuole di Gerusalemme, per le gazzelle, per le cerve dei campi, non svegliate, non svegliate l’amor mio, finch’essa non lo desideri!
Ecco il ritornello che si fa di nuovo udire. È dolce il riposo di cui gode ora la donna amata presso colui che ama! Niente può turbare questo riposo; soltanto la nostra follia potrebbe privarcene. Egli è fedele verso i suoi; sappiamo noi esserlo verso di Lui?
v. 6 — Chi è colei che sale dal deserto,
La scena cambia ancora: la sposa sale dal deserto. Senza dubbio, c’è un’allusione al popolo d’Israele che un tempo saliva trionfante dal deserto, guidato dalla nuvola, per prendere possesso del paese promesso; e anche di questo stesso popolo che presto risalirà dai luoghi diversi in cui è disperso, per andare a Gerusalemme ad adorare. Ma la Parola di Dio ci insegna che, prima che questo avvenga, un popolo celeste, la Chiesa, salirà dalla terra, rapito sulle nuvole per incontrare trionfante il suo Signore che lo introdurrà nella casa del Padre. Tale è la gioiosa speranza di tutti coloro che hanno trovato in Gesù Cristo il loro Salvatore. Questo giorno è vicino; rallegriamocene!
v. 6 — simile a colonne di fumo, profumata di mirra e d’incenso e d’ogni aroma dei mercanti?
Di cosa ci parlano questi profumi se non delle perfezioni di Gesù? Il suo nome è un profumo che si spande (1:3). Questo nome prezioso, nel giorno in cui i suoi diletti andranno ad incontrarlo, riempirà i cuori di adorazione e le bocche di lode, la quale salirà davanti a Dio come un profumo di odore soave.
La mirra ricorderà ciò che Egli è stato come uomo di dolore; l’incenso ciò che Egli è come intercessore in favore dei suoi; gli aromi dei mercanti, prodotti preziosi con i quali sono preparati i diversi profumi il cui odore soave riempie il santuario, sono stati raccolti con santa diligenza da coloro che amano il Diletto. Tutto ciò che poteva far loro conoscere l’eccellenza della sua persona è stato l’argomento delle loro meditazioni; e c’è stata anche un’attività per far conoscere ad altri il suo amore e la sua grandezza. «Trafficate finch’io venga» (Luca 19:13); un tale lavoro dà molto frutto, sia per il Signore come per il servitore. Tutto ciò che è fatto per Lui sale davanti a Dio per la sua gioia e per la gloria del nome di Cristo.
v. 7 — Ecco la lettiga di Salomone,
Il re Salomone, vero figlio di Davide, re di giustizia e di pace, sta per comparire davanti ai fedeli. È verso lui che la fidanzata sale dal deserto, già adorna delle perfezioni di Colui il cui nome è un profumo che si spande. Essa prende posto nella sua ricca lettiga. «Ai dì d’esso il giusto fiorirà e vi sarà abbondanza di pace finché non vi sia più luna. Egli signoreggerà da un mare all’altro e dal fiume fino all’estremità della terra» (Salmo 72). Tempi felici, nei quali la creazione, che finora sospira ed è in travaglio, sarà liberata dalla servitù della corruzione.
Il primo oggetto che colpisce gli occhi di coloro che contemplano questa scena è la portantina, nella quale il re entra nella città che sarà il suo riposo glorioso e perfetto. Il tempo della sofferenza è ormai passato; i risultati della sua opera sono perfetti. Così come Dio si è riposato dalle sue opere il settimo giorno, il Signore si riposerà della sua opera in favore dei suoi. Egli poteva dire: «Il Padre mio opera ed anche io opero» (Giov. 5:17). Come riposarsi quando tutta la creazione sospira sotto le conseguenze del peccato dell’uomo? Ma quando i suoi saranno con Lui, la lode salirà senza posa davanti a Dio, la terra risponderà al cielo e il cielo alla terra (Osea 2:21), e il suo amore sarà pienamente soddisfatto.
v. 7-8 — intorno alla quale stanno sessanta prodi, fra i più prodi di Israele. Tutti maneggiano la spada, sono esperti nelle armi; ciascuno ha la sua spada al fianco, per gli spaventi notturni.
Un piccolo numero d’uomini, scelti dal re fra i più forti del popolo di Dio, attorniano la portantina di Salomone. Essi prenderanno parte al suo riposo e alla sua gloria. In seno ad un popolo che ha rigettato il suo Messia essi sono stati sottomessi alla parola del loro Signore. È con questa parola, spada dello Spirito, che hanno combattuto il buon combattimento per la gloria dell’amico e per rivendicare i suoi diritti.
Con i fianchi cinti, hanno la spada a portata di mano, per garantire e tutelare l’arrivo trionfale del re che hanno la gloria di scortare. Non si tratterà più, per loro, dello «spavento della notte», né dei suoi combattimenti.
Ben presto il nostro Signore ritornerà; in quel giorno, saremo noi semplicemente uomini che faranno parte del popolo di Dio o saremo «uomini forti»? Avremo noi un posto d’onore, come coloro che formeranno la guardia d’onore del re nel giorno della sua gloria? Lo Spirito Santo presenta gli uomini valorosi di Davide con la menzione onorevole attribuita a ciascuno di essi (2 Samuele 23); così vorrebbe fare di ognuno di noi.
v. 9 — Il re Salomone si è fatto una lettiga di legno del Libano.
Abbiamo visto la guardia d’onore del re Salomone; ora consideriamo un momento la sua lettiga, il trono glorioso sul quale egli viaggia ed è portato in trionfo da un popolo di buona volontà. È fatto di legno del Libano. Troviamo il Libano più avanti nel nostro cantico; esso rappresenta ciò che vi è di grande e di glorioso nel mondo. «La gloria del Libano verrà a te… per ornare il luogo del mio santuario ed io renderò glorioso il luogo ove posano i miei piedi» (Isaia 60:13). È là, in Libano, che andarono ad abbattere i cedri magnifici impiegati per la costruzione del tempio dell’Eterno a Gerusalemme. Così per la gloriosa lettiga. Un tale trono non poteva essere fatto che con materiali preziosi.
v. 10 — Ne ha fatto le colonne d’argento, la spalliera d’oro, il sedile di porpora; in mezzo è un ricamo, lavoro d’amore delle figliuole di Gerusalemme.
Tutto è magnifico; Salomone non è altro che l’ombra del divino Figlio di Davide, il Signore di gloria. Ma, per vedere la sua gloria, bisogna prima poter rispondere alla domanda posta dal Signore ai Farisei che erano radunati attorno a Lui: «Che vi par egli del Cristo?… Se dunque Davide lo chiama Signore, com’è egli suo figliuolo?» (Matt. 22:42,45).
Consideriamo un momento questa portantina di legno prezioso; le sue colonne sono di argento, emblema della redenzione; l’argento sostiene tutto nel suo regno. Gesù, il re di gloria, in virtù della redenzione che ha operato morendo sulla croce, regnerà non soltanto sul suo popolo Israele ma anche su tutto l’universo. La sua opera è stata compiuta a profitto di tutti gli uomini.
Tutto nel suo regno sarà di una solidità e di una stabilità indistruttibili. La spalliera, alla quale s’appoggia, è d’oro, emblema della giustizia divina. Egli è il re che regnerà in giustizia di cui ci parla Isaia 32:1.
Il sedile è di porpora. Lo scarlatto ci parla della sua gloria di Figlio di Davide regnante sul suo popolo Israele; la porpora è il simbolo della gloria imperiale del Figlio dell’uomo che deve regnare su tutto l’universo. Re dei re e Signore dei signori, Egli stabilirà la sua potenza nei cieli e sulla terra. È questo il mistero della volontà di Dio. Chi potrebbe opporsi al compimento di una tale volontà?
In mezzo c’è un ricamo, lavoro d’amore delle figliuole di Gerusalemme. Gerusalemme è la città del gran Re. Quando venne a visitarla la prima volta, i suoi non l’hanno ricevuto; ora, eccolo che arriva attorniato di tutto l’amore del suo popolo. Nessun re sarà amato tanto teneramente dal suo popolo come il Re di gloria. Tutti i suoi sudditi, senza eccezione, potranno dire: «Il Re è morto per me!». Tutto sarà grande nel suo regno: stabilità, forza, magnificenza, amore e pace.
v. 11 — Uscite, figliuole di Sion, mirate il re Salomone con la corona di cui l’ha incoronato sua madre, il giorno dei suoi sponsali, il giorno dell’allegrezza del suo cuore.
Le figlie di Sion che avranno preso parte alla grazia che sarà recata dal Re di gloria, sono chiamate a contemplarlo nella sua bellezza. Ma noi cristiani anticipiamo quel giorno grazie alla fede, e siamo già ora spettatori di questa gloria. Conosciamo la sua guardia d’onore, la gloria della sua manifestazione al suo popolo pentito e umiliato. In più, ammiriamo la sua corona. Un tempo il suo popolo gli ha posto sul capo una corona di spine e l’ha inchiodato a una croce. Ora, questo stesso popolo, personificato dalla «sua madre», pone sul suo capo una corona di gloria. Egli è riconosciuto da tutti come il Re d’Israele, e riprenderà le sue relazioni con questo popolo che oggi erra ancora lontano da Lui, lontano dal suo paese e senza relazioni con il suo Dio.
Fra poco, quando tutto Israele sarà rientrato in questo paese che nessuno gli contenderà più, il suo Signore ritornerà e compirà la sua promessa: «Io ti fidanzerò a me per l’eternità, ti fidanzerò a me in giustizia, in equità, in benignità e in compassioni. Ti fidanzerò a me in fedeltà e tu conoscerai l’Eterno» (Osea 2:19-20). Quanto sarà grande la gioia del popolo, privato per tanti anni dell’approvazione dell’Eterno a causa dei suoi peccati, quando sarà di nuovo in relazione con Lui e prenderà parte a tutte le benedizioni promesse dai profeti di un tempo per bocca dell’Eterno! Ma la gioia del popolo non sarà per nulla paragonabile a quella del suo Re: «Egli vedrà il frutto del tormento dell’anima sua e ne sarà saziato » (Isaia 53:11).

Capitolo 4

v. 1 — Come sei bella amica mia, come sei bella!
La maggior parte del capitolo 4, parlando delle bellezze della donna amata, ci descrive ciò che i fedeli del popolo terreno sono per Lui, ciò che Egli vede di bello in loro. Noi che abbiamo una parte celeste, sappiamo rivestire i caratteri che sono belli agli occhi suoi e che sono gli stessi in tutti i tempi e sotto tutte le dispensazioni? Questo capitolo deve insegnarci a discernere ciò che è piacevole per il Signore e che rallegra il suo cuore.
«Come sei bella», Egli ripete, poiché vuole che noi sappiamo ciò che siamo per Lui. Se è prezioso sapere ciò che Egli ha fatto per noi e ciò che Egli è per noi, sappiamo ciò che noi siamo per Lui e quanto gli siamo cari? Egli stesso descrive la sua sposa come la vede con i suoi propri occhi. Consideriamolo, con umiltà e ricordandoci della nostra miseria.
v. 1 — I tuoi occhi, dietro al tuo velo, somiglian quelli delle colombe;
Come nel primo capitolo, il re descrive gli occhi della sua amica e li paragona a quelli delle colombe (1:15). Essa è straniera nel mondo ed ha lo sguardo fisso non sulle cose che l’attorniano, ma su uno che il mondo non vede e non conosce: il suo amico. Come la colomba, ella è straniera dove non si trova l’oggetto del suo cuore; ma guardando verso Lui è illuminata. Così è per la Chiesa.
Il suo amato aggiunge un dettaglio di cui non parla nel primo capitolo: «dietro al tuo velo». Questo velo è simbolo di umiltà. Rebecca ce ne dà un esempio; era bella fisicamente e di viso ma, coprendosi di un velo, nascondeva la sua bellezza agli occhi di tutti, e la riservava per Isacco.
v. 1 — i tuoi capelli son come un gregge di capre, sospese ai fianchi del monte di Galaad.
I capelli mettono in evidenza un ruolo di subordinazione. Il capitolo 6 del libro dei Numeri contiene gli ordini concernenti il «nazireo» che faceva un voto per essere consacrato all’Eterno. Una lunga capigliatura ne era il segno esteriore, visibile (Numeri 6:5). Qui, la donna amata, come la Chiesa, è moralmente separata da tutto ciò che l’attornia per essere tutta del suo Signore. Essa manifesta così i caratteri di Cristo stesso, nazireo perfetto dal seno di sua madre fino al giorno della sua morte.
v. 2 — I tuoi denti son come un branco di pecore tosate, che tornano dal lavatoio; tutte hanno dei gemelli, non ve n’è alcuna che sia sterile.
L’allusione ai denti, che lui ammira nella sua donna, ci fa pensare che ella è in grado di nutrirsi di nutrimento solido, il che non è possibile ai piccoli fanciulli. Sia i Corinzi che gli Ebrei avevano bisogno di latte (1 Cor. 3:2; Ebrei 5:12-14). Il nutrimento solido «è per gli uomini fatti, per quelli cioè che per via dell’uso hanno i sensi esercitati a discernere il bene e il male». Un uomo «fatto», spiritualmente parlando, è uno che conosce non soltanto il perdono dei propri peccati ma anche la perfezione della sua posizione in Cristo davanti a Dio; egli si nutre di un Cristo celeste. Per arrivare a questa statura, bisogna essere stati come una pecora tosata, spogliata di tutto ciò che si è come uomini nella carne, di tutto ciò che noi crediamo che ci possa glorificare o dare qualche apparenza, sia ai nostri occhi che a quelli degli altri. Dobbiamo mantenerci in uno stato di purezza pratica, mediante un giudizio continuo di noi stessi, come una pecora che, dopo essere stata tosata, torna dal lavatoio. Ciò assicura una completa comunione con il Signore. E così, ben nutrito e con l’anima che prospera, il fedele abbonda in frutti (3a Epistola di Giovanni). Vi è in lui una santità che non ha niente a che fare con la debolezza e l’incapacità del fanciullo, ancora inesperto nella parola della giustizia.
v. 3 — Le tue labbra somigliano a un filo di scarlatto, e la tua bocca è graziosa;
Le labbra pronunciano le parole che manifestano ciò che riempie il cuore, poiché «dall’abbondanza del cuore, la bocca parla». Lo spaventoso quadro dipinto da Dio stesso, che troviamo nel cap. 3 dell’epistola ai Romani, rivela ciò che sono gli uomini come Lui li vede. Fra le varie cose ci dice che «la loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno usato frode; v’è un veleno d’aspidi sotto le loro labbra. La loro bocca è piena di maledizione e d’amarezza». Ma nell’amata tutta questa sporcizia non esiste più! Egli vede le sue labbra come un filo di scarlatto.
Rahab, la meretrice, aveva ricevuto l’ordine di mettere alla sua finestra un filo scarlatto, se voleva essere liberata lei e tutti i suoi (Giosuè 2:18). Il colore di questa cordicella ci parla della morte di Cristo, il vero Messia d’Israele, e del suo sangue che purifica da ogni peccato. Sulle labbra dell’amica non si vede più alcuna sozzura, ma soltanto ciò che proclama il valore di quel sangue prezioso.
v. 3 — le tue gote, dietro al tuo velo, sono come un pezzo di melagrana.
Le guance sono la parte essenziale del viso. È sulle guance che sono colate le lacrime di Gerusalemme (Lamentazioni di Geremia 1:2); Giobbe è percosso sulle guance dagli indegni che si sono messi contro di lui (Giobbe 16:10); con la verga il giudice d’Israele è colpito sulla guancia (Michea 4:14). Questi pochi passi sono sufficienti per farci comprendere il significato delle guance nelle Scritture.
Ma l’amico vede la guancia di lei come un pezzo di melagrana dietro al suo velo. La melagrana, frutto composto da multipli grani con la polpa di colore rosso brillante, è menzionata diverse volte nel cantico. Essa è l’immagine dei santi radunati attorno al Signore. Ciascuno dei suoi, frutto della Sua perfetta grazia e della Sua opera, ha il suo posto da Lui assegnato, sia ogni fedele della congregazione d’Israele, suo popolo terreno, sia ogni credente che oggi fa parte della Chiesa, il popolo che ha la sua parte nel cielo.
Qui egli nomina di nuovo il velo che si addice agli oggetti della pura grazia di Dio, da essi ricevuta con umiltà e riconoscenza.
v. 4 — Il tuo collo è come la torre di Davide, edificata per essere un’armeria; mille scudi vi sono appesi, tutte le targhe dei prodi.
Abbiamo visto che il collo piegato è simbolo di sottomissione, d’ubbidienza. Il Signore, quand’era quaggiù, ha detto: «Prendete su di voi il mio giogo» (Matteo 11:29). Il giogo si mette sul collo. Vedete i principali dei Tekoiti che non piegarono il loro collo al servizio del loro Signore (Nehemia 3:5)! Il popolo d’Israele fu un popolo di collo duro, e spesso l’Eterno glielo rimproverò e disse che il loro collo ha muscoli di ferro (Isaia 48:4).
Qui il collo dell’amica è come la torre di Davide. La torre è un luogo in cui ci si rifugia e si è al sicuro. «Il nome dell’Eterno è una forte torre, il giusto vi corre e vi trova un alto rifugio» (Prov. 18:10). Ciò che ha fatto la forza di Davide, e di tutti gli uomini di valore di Dio, è stata la semplice obbedienza alla sua Parola, una santa sottomissione alla sua volontà. Il Signore Gesù poteva dire, parlando del principe di questo mondo, che costui non aveva nulla a che fare con Lui; il suo cibo era di fare la volontà di Colui che lo aveva inviato. Su questa torre di Davide sono sospesi i grandi scudi di tutti i valorosi uomini la cui ubbidienza ha reso invulnerabili. In questi giorni, in cui si parla molto di debolezza, sappiamo in cosa consiste la forza di tutti gli uomini che vogliono piacere a Dio.
v. 5 — Le tue mammelle son come due gemelli di gazzella, che pasturano fra i gigli.
Una madre che allatta suo figlio, senza mai domandargli nulla, è abbastanza ricompensata se questo fanciullo, che ella ama teneramente come solo una madre può fare, cresce bene ed è in buona salute. È l’amore più disinteressato; nulla sulla terra può superarlo. Bisogna avere la natura di Dio per apprezzare il suo amore e metterlo in pratica. Ne abbiamo un bell’esempio in Paolo che esercitava il suo ministerio fra i Tessalonicesi: «Quantunque avessimo potuto far valere la nostra autorità» — scrive loro — «siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i propri figliuoli. Così, nel nostro grande affetto per voi, eravamo disposti a darvi non soltanto l’Evangelo di Dio, ma anche le nostre proprie vite, tanto ci eravate divenuti cari. Perché, fratelli, voi la ricordate la nostra fatica e la nostra pena; egli è lavorando notte e giorno per non esser d’aggravio ad alcuno di voi che v’abbiamo predicato l’Evangelo di Dio» (1 Tess. 2:6-9). Poco gli importavano le sue pene e il suo lavoro faticoso purché i suoi figli nella fede fossero arricchiti di tutte le benedizioni che provenivano per loro dall’Evangelo di Dio.
v. 6 — Prima che spiri l’aura del giorno e che le ombre fuggano, io me ne andrò al monte della mirra e al colle dell’incenso.
Fino ad ora ci siamo trovati in mezzo a ombre e a figure, ma queste ombre vanno fuggendo. Il giorno verrà in tutto il suo splendore e le ombre, per meravigliose che siano, cederanno il posto alla gloriosa realtà di cui la fede si è impadronita. Nell’attesa, lo Spirito Santo rende testimonianza a Colui che viene, e la Parola si fa sentire coi suoi oracoli preziosi. I cuori bruciano e la sposa si eleva, per mezzo della fede, al di sopra delle cose della terra, fino alla montagna dove si adora e alla collina dove si prega.
La mirra ricorda un Messia che ha sofferto, l’incenso, composto secondo l’arte del profumiere, evoca ciò che è stato l’uomo perfetto per il cuore di Dio e così pure per ciascuno dei suoi. Soave profumo il nome di Gesù!
v. 7 — Tu sei tutta bella, amica mia, e non v’è difetto alcuno in te.
L’amico riprende ora la parola per continuare la descrizione interrotta al versetto 6. In presenza di una tale dichiarazione, dobbiamo ricordarci che sono proprio le parole del Dio di verità. Nella Parola di Dio tutto è sempre l’espressione della più assoluta verità. Siamo noi di coloro che credono a Dio sulla parola? Egli dichiara che, per mezzo di una sola offerta, Cristo ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati (Ebrei 10:14). L’amico non vede che perfezione assoluta in colei che è l’oggetto delle sue affezioni. Nessun difetto può essere scorto in lei, poiché è il risultato della sua opera perfetta, dell’opera di Cristo alla croce. Essa è rivestita della giustizia che Egli le ha acquistato, grazie alle sue sofferenze e alla sua morte. È tutta bella poiché è il riflesso della sua propria bellezza. D’altronde, come potrebbe ciò che è imperfetto condividere la gloria ineffabile di Colui che non ha mai conosciuto il peccato, e davanti al quale si prostreranno tutti gli esseri dell’universo? Ciò che è imperfetto non potrebbe avere una parte nelle dimore del Dio di santità.
v. 8 — Vieni meco dal Libano, o mia sposa, vieni meco dal Libano!
L’amico vuole avere con sé colei la cui bellezza è meravigliosa agli occhi suoi. L’uomo che ha trovato una perla di gran prezzo (Matt. 13:45), e per la quale ha venduto tutto, vuole averla tutta per sé. Ciò che vi è di grande in questo mondo, anche tutta la gloria del Libano, non è quello che egli vuole per lei. Egli solo vuol essere la sua parte eterna. Non ci pare forse di sentire Gesù che dice: «Padre, io voglio che dove sono io, siano meco anche quelli che tu mi hai dati, affinché veggano la mia gloria… poiché tu mi hai amato avanti la fondazione del mondo» (Giov. 17:24)?
Qui vediamo anche i fedeli d’Israele che avranno una parte con il Signore e saranno vicini a Lui in Gerusalemme, la città di cui Egli è il gran Re. La Chiesa avrà la sua parte nella casa del Padre, nel cielo stesso. Ma non sarà né Gerusalemme, né il cielo a riempire il cuore dei suoi: soltanto la sua Persona riempirà i cuori. Quanto sono preziose queste parole: «con me»!
v. 8 — Guarda dalla sommità dell’Amana, dalla sommità del Senir e dell’Hermon, dalle spelonche dei leoni, dai monti dei leopardi.
Il re conduce la donna amata sulla montagna dell’Hermon, un’alta montagna che dominava i confini a Nord della terra d’Israele, di fronte al Libano. È nominata in Deuteronomio 3:9 e 4:48 quando Mosè ricorda al popolo dove sono arrivate le sue conquiste dall’altra parte del Giordano, ed era chiamata con diversi nomi. Coloro che non fanno parte del popolo di Dio possono apprezzarla in diverse maniere, ma quelli che sono con l’amico ne conoscono la bellezza. Di là essi contemplano il paese con lui. «Ecco, quant’è buono e quant’è piacevole che fratelli dimorino assieme! È come l’olio prezioso… è come la rugiada dell’Hermon che scende sui monti di Sion; poiché quivi l’Eterno ha ordinato che sia la benedizione, la vita in eterno» (Salmo 133).
Beata eternità, intorno al Signore rivestito delle sue glorie personali e ufficiali, centro benedetto di tutti i suoi! È da Lui che scende ogni benedizione per la potenza dello Spirito che, come l’olio dell’unzione santa, sparsa sul santuario terreno, rende testimonianza all’eccellenza della sua persona. Ma, dall’alto di questa montagna, si scopre anche il mondo sotto il suo vero aspetto; vi si trovano dei leoni nascosti, degli agili leopardi, pronti a divorare la preda. E bene stare con l’amico sull’alto monte, al sicuro e al di sopra di tutte le cose di quaggiù. La potenza di Satana che, come un leone ruggente, cerca chi potrà divorare, non può raggiungerci sull’Hermon. Vieni con me dal Libano! Vieni sulla montagna dell’Hermon.
v. 9 — Tu m’hai rapito il cuore, o mia sorella, o sposa mia! Tu m’hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi, con uno solo dei monili del tuo collo.
Due cose caratterizzano coloro che stanno intorno al Signore e godono dell’eccellenza della sua persona. Prima
di tutto, i loro occhi son fissati su Lui, poi essi gli testimoniano il loro amore con una santa ubbidienza che non ha nulla di legale, ma che è la conseguenza naturale del loro amore. Non si può godere delle benedizioni che sono in Cristo che in queste condizioni. «Tu m’hai rapito il cuore!». L’occhio è fisso su di Lui e il cuore non può che essergli sottomesso.
Abbiamo già visto che il collo parla di una sottomissione assoluta al Signore e che il monile (o la collana) è la ricompensa di tale sottomissione. Giuseppe e Daniele hanno avuto l’onore di portare al collo delle collane; erano la giusta ricompensa dovuta alla loro ubbidienza alla volontà di Dio, per la quale avevano anche sofferto. L’amica è sottomessa al suo Messia quando tutta la nazione lo disprezza.
In questo passo troviamo un’altra relazione che non è ancora stata menzionata: «Sorella mia». L’amico è in mezzo a coloro che non si vergogna di chiamare suoi fratelli. «Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi» (Salmo 22:22), e ciò si è realizzato alla lettera il giorno della resurrezione. All’udire da Maria il messaggio «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: salgo al Padre mio e al Padre vostro, all’Iddio mio e Iddio vostro», i discepoli si riuniscono e il Signore si presenta in mezzo a loro. Essi si rallegrano quando vedono Signore, e anticipano così l’eternità, quando il Padre avrà la sua famiglia riunita nella sua casa per sempre. Questo piccolo numero di discepoli, nascosti in una stanza con le porte chiuse, costituivano sulla terra il primo nucleo della famiglia del Padre, e più tardi faranno parte della Chiesa, la sposa di Cristo.
v. 11 – Quanto sono dolci le tue carezze, o mia sorella, o mia sposa! Come le tue carezze son migliori del vino, come l’odore dei tuoi profumi è più soave di tutti gli aromi!
Siamo felici di essere a conoscenza di tutto ciò che il Signore ha fatto per noi e più felici ancora di sapere che siamo amati da Lui. Ma possiamo veramente entrare nella conoscenza di ciò che siamo per il suo cuore? Egli trova le sue delizie in coloro che lo amano e certamente è Lui che li ha amati per primo! È la sua gioia di trovarsi in mezzo a quelli che fanno salire davanti a lui, come un incenso, un sacrificio di lodi. Pensiamo troppo poco alla gioia che Cristo trova nei suoi!
v. 11 — O mia sposa, le tue labbra stillano miele, miele e latte son sotto la tua lingua e l’odore delle tue vesti è come l’odore del Libano.
Se il cuore è pieno di qualcosa, la bocca ne parla. Il cuore della sposa trabocca, pensando a colui di cui ella conosce l’amore, e la sua bocca racconta ciò che egli è, ciò che ha fatto per lei. È molto dolce per lui ascoltare: «le sue labbra stillano miele». «Che v’è di più dolce del miele?» (Giud. 14:18). Sotto la lingua di lei si trova anche il latte, prezioso nutrimento per i piccoli del gregge. Essa può dare agli agnelli del Buon Pastore l’alimento che li farà crescere nella conoscenza del loro Signore e Salvatore Gesù Cristo, e che manterrà le loro anime in buona salute.
Per quanto riguarda l’odore delle sue vesti, esso è come un profumo che sale davanti a lui e che gli è gradito. È il profumo del suo stesso nome, perché è di lui stesso che è vestita la sua sposa. L’olio dell’unzione santa, il cui profumo riempiva il santuario, era sparso sia sui sacerdoti che sul sommo sacerdote. Lo Spirito Santo che ha unto Gesù al battesimo viene oggi ancora ad abitare in coloro che hanno creduto. Questo profumo che sale dalla terra verso il Signore è ciò che vi è di più prezioso e di più grande quaggiù, come il profumo dell’alta montagna del Libano.
v. 12 — O mia sorella, o sposa mia, tu sei un giardino serrato, una sorgente chiusa, una fonte sigillata.
La Chiesa è dunque per il Signore come un giardino nel quale nessun altro ha diritto di entrare. L’ha attorniata Egli stesso di un recinto che la preserva dall’intrusione di qualsiasi estraneo, di qualsiasi rapitore. Egli vuole averla solo per sé. Nessun altro può godere dei frutti eccellenti che la sua grazia ha prodotto. Una sorgente inesauribile dalle acque fresche e non contaminate, fertilizza questo giardino. Una fontana vi spande acqua in abbondanza. Che luogo di delizie! Ma, geloso delle affezioni della sua Chiesa, Cristo conserva per sé tutto ciò che questo giardino contiene. Tutto è chiuso, sigillato; soltanto Lui può dilettarsi. Vi trova più soddisfazione di Adamo nel giardino di Eden. Nel giardino dell’amico, tutto è in mano sua, ben sicuro e prospero.
v. 13 — I tuoi germogli sono un giardino di melagrani e d’alberi di frutti deliziosi,
È lui che ha piantato tutti gli alberi dai frutti eccellenti. Come quelli d’Eden erano per Adamo, questi sono per lui.
Qui si trovano i melagrani, alberi di cui abbiamo già parlato e che fanno pensare a ciò che è la Chiesa. Tutti coloro che la compongono sono per Cristo dei soggetti di gioia. Tutti sono i frutti della sua grazia e sono stati riscattati dal suo sangue prezioso. Ciascuno ha il suo posto per il quale è stato formato e qualificato. Frutti della sua opera alla croce, essi riflettono qualche cosa della bellezza del loro Signore e manifestano i risultati della sua perfetta grazia. Nel loro insieme, formano questa gloriosa assemblea. E un dominio nel quale il mondo non entra; un giardino che gli è precluso. Cosa rappresentano ai suoi occhi quelle poche persone insignificanti che si radunano al primo giorno della settimana per ricordarsi di Colui che è stato crocifisso e che il mondo ha dimenticato da tanto tempo? Chi dirà la soddisfazione che il Signore prova trovandosi in mezzo a loro? Non è per Lui come un giardino di melagrani?
v. 13-14 — di piante di Cipro e di nardo; di nardo e di croco, di canna odorosa e di cinnamomo, e d’ogni albero da incenso; di mirra e di aloe, e di ogni più squisito aroma.
In questo giardino si trovano anche, con gli alberi da frutto, delle piante e degli alberi da incenso. Esso racchiude tutto ciò che è piacevole da vedere e buono da mangiare. E tutto vi si trova per lui. Il nome di queste piante e alberi da incenso ci è dato; così Dio, per mezzo del suo Spirito, potrà farci conoscere ciò che rappresentano.
Notiamo prima di tutto che questi profumi vengono citati due alla volta. Il primo è il Cipro; lo abbiamo già visto al capitolo 1. Esso ci parla della gloria regale dell’amato. Respinto dal mondo, il Signore è ora nascosto nei cieli, ma apparirà in tutta la sua maestà agli occhi dell’universo. Allora, quelli che sono suoi e che avranno condiviso il suo obbrobrio, saranno anch’essi manifestati in gloria con Lui. Hanno sofferto con Lui, ma con Lui regneranno. Il Signore considera la sua Chiesa come già glorificata, e i suoi come essendo re e sacerdoti. Egli li ha fatti tali per l’Iddio e Padre suo. Là, nel suo giardino, respira in essi il profumo squisito del cipro, della gloria regale alla quale sono destinati.
Al profumo del cipro, si trova abbinato quello del nardo, profumo ben conosciuto già visto meditando il primo capitolo. Esso ci annuncia, profeticamente, ciò che si è realizzato sei giorni avanti la Pasqua quando, alla cena di Betania, Maria ha sparso il profumo di nardo puro e di gran prezzo sulla persona di questo Re rigettato. Ella ha stimato che nulla era troppo costoso per onorarlo. Il Signore trova nella sua Chiesa dei cuori che l’amano, che lo seguono e gli testimoniano il loro amore. Non certamente spandendo del profumo di nardo sui suoi piedi, ma servendolo e osservando la sua Parola. «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre lo amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Giovanni 14:23). La casa era piena dell’odore del profumo, come lo sarà la casa del Padre, in cui l’amore perfetto ed eterno potrà avere libero corso.
In terzo luogo troviamo il croco, anch’esso abbinato al nardo. È la sola volta che ne è parlato nelle Scritture. Abbiamo fatto notare che gli aromi sono presentati qui a due a due; si può dunque trovare un legame fra i due profumi di ogni gruppo. Il croco ci parla anch’esso della regalità; il suo bel colore giallo oro fa pensare alla corona di questo Re glorioso. Quando era rigettato, il nardo, in silenzio, proclamava la sua gloria regale. Quando verrà, avendo sul capo numerosi diademi, la sua regalità sarà proclamata davanti agli occhi di tutti.
Ora, come pure nell’olio dell’unzione santa (Esodo 30.23), troviamo la canna odorosa e il cinnamomo che crescono insieme nel giardino. Tutta la canna spande un profumo gradito, ma particolarmente la sua radice, il cui interno è di un bianco rosato che è impiegato come farmaceutico. Questa parola «canna» ci fa pensare alla parola del Signore concernente Giovanni Battista: «Che andaste a vedere nel deserto? Una canna dimenata dal vento?» (Matt. 11:7). È un’immagine di ciò che è l’uomo nella sua debolezza: un povero essere che un nonnulla agita, e che è senza posa esposto a curvare la testa sotto i colpi delle circostanze avverse; al minimo vento deve inchinarsi verso la terra. Nel libro dell’Esodo, questa canna odorosa fa parte dei componenti dell’olio dell’unzione che suggeriscono le perfezioni dell’uomo Gesù Cristo. Egli è stato abbassato e umiliato, ha sofferto le conseguenze del peccato nel mondo, essendo tuttavia il Santo e il Giusto che non ha conosciuto il peccato. E alla fine della sua corsa quaggiù ha potuto dire: «Io ti ho glorificato sulla terra» e «Io faccio sempre le cose che gli piacciono». Qui, nel suo giardino, il Signore vede i suoi diletti nella sofferenza e nel disprezzo; Egli riconosce in loro il profumo di ciò che Lui è stato come uomo quaggiù, e trova in essi tutte le sue delizie: «E quanto ai santi che sono in terra, essi sono la gente onorata in cui ripongo tutta la mia affezione» (Salmo 16:3).
Il cinnamomo aromatico (antico nome della cannella) è un bell’albero, sempre di un verde brillante. Da esso esala un profumo piacevole che si spande lontano. La sua corteccia fornisce l’aroma che entrava nella preparazione dell’olio dell’unzione santa. Lo Spirito Santo per mezzo di questa bella immagine vuol farci conoscere qualcosa dell’eccellenza dell’umanità di Cristo, profumo di gradevole odore che saliva davanti al trono di Dio. In questo Uomo perfetto, Dio ha trovato tutto il suo piacere, in un mondo guastato dal peccato.
Infine la mirra e l’aloè. Se la mirra dal gusto amaro, ma dal profumo soave, ci parla di un Cristo che ha sofferto, l’aloè ci parla della morte. È con una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre che Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo trattarono il corpo di Gesù allorché lo posero nel sepolcro nuovo (Giov. 19:32). Un profumo poteva salire dal sepolcro in cui era stato posto il corpo del nostro Signore, nel quale tutta la pienezza della deità si era compiaciuta di abitare; non doveva corrompersi e la morte non poteva trattenerlo.
Questi aromi l’amico li trova nel suo giardino; i suoi diletti hanno il privilegio di poter riprodurre quaggiù qualche carattere della sua umanità: la sofferenza, a causa del suo nome, e anche la morte per Lui. Ecco perché l’amato trova della mirra e dell’aloè cresciuti nel suo giardino.
v. 15 — Tu sei una fontana di giardino, una sorgente d’acqua viva, un ruscello che scende giù dal Libano.
Abbiamo già notato qualche relazione fra il Cantico dei Cantici e l’evangelo di Giovanni, il discepolo dell’amore. Qui ci troviamo nella stessa sfera dell’amore divino, eterno, immutabile, la cui sorgente è Dio stesso. Egli è amore. Nell’evangelo di Giovanni siamo nel paese delle sorgenti dell’acqua della vita: «Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è che ti dice: dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli t’avrebbe dato dell’acqua viva… chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna» (Giovanni 4:10-14). Coloro che hanno bevuto le acque della vita non hanno mai più sete, e dai loro cuori riempiti della grazia scaturisce una vita divina ed eterna che risale fino alla sua sorgente.
Ma nel giardino si trova anche un ruscello la cui acqua proviene da luoghi elevati per portare al mondo una ricca benedizione. È ciò che impariamo anche dall’Evangelo di Giovanni: «Or nell’ultimo giorno, il gran giorno della festa, Gesù, stando in piè, esclamò: Se qualcuno ha sete, venga da me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Or disse questo dello Spirito che dovevano ricevere quelli che crederebbero in Lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato» (Giov. 7:37-39). Coloro che hanno bevuto di queste acque non solo fanno salire a Dio un tributo di lodi, ma rendono anche testimonianza davanti al mondo nella potenza dello Spirito Santo.
v. 16 — Levati, Aquilone, e vieni o Austro! Soffiate sul mio giardino sì che se ne spandano gli aromi!
Gli alberi da incenso sono là nel loro splendore; ed ecco che il vento del nord, il vento dell’avversità, viene a soffiare nel giardino e spande lontano l’odore degli aromi. È il buon odore di Cristo per Dio che si spande dappertutto nel mondo; quando ci fu la persecuzione, dopo l’uccisione di Stefano (Atti 8:14), coloro che erano stati dispersi parlarono del Signore Gesù, e un gran numero di persone, avendo creduto, si volse verso il Signore (Atti 11:19-24).
Nel giardino non soffia soltanto il vento del Nord (Aquilone), ma anche quello del mezzogiorno (Austro) che, se porta spesso la siccità (Giobbe 37:17), viene a riscaldare i cuori, e il profumo sale così davanti a Dio e si spande lontano. I frutti maturano e tutto nel giardino è rigoglioso.
v. 16 — Venga l’amico mio nel suo giardino, e ne mangi i frutti deliziosi!
È desiderio dei suoi che il Signore venga in mezzo a loro per saziarsi dei frutti che la sua grazia ha prodotto nei loro cuori. In mezzo alla sua Chiesa, Lui, l’ultimo Adamo, trova dei frutti ben più squisiti di quelli che il primo uomo poteva cogliere in Eden. Tutto è suo e tutto è per Lui. Ma in che misura rispondiamo alle sue aspettative? In che misura può Egli raccogliere il frutto delle sue sofferenze e godere dei risultati del suo lavoro? Cosa facciamo veramente per Lui?

Capitolo 5

v. 1 — Sono venuto nel mio giardino, o mia sorella, o sposa mia; ho colto la mia mirra e i miei aromi; ho mangiato il mio favo di miele; ho bevuto il mio vino ed il mio latte.
Chiamato dai suoi a scendere in questo giardino, come abbiamo visto nell’ultimo versetto del capitolo 4, l’amico non può mancare di rispondere ad un tale invito. Il suo cuore lo spinge e quelli che lo desiderano lo attirano.
Siamo noi compenetrati dal pensiero che esiste quaggiù un luogo in cui il nostro Signore trova le sue delizie? un luogo dove si è vicino a Lui in mezzo ad un mondo che lo ha rigettato? È Lui il centro benedetto intorno al quale tutto converge. Là tutto è suo e tutto è per Lui; è il luogo dove i credenti, separati da ciò che è di questo mondo, si raccolgono intorno a Lui nella pace per ascoltarlo, per pregarlo, per ricordarsi del suo sacrificio.
Egli viene dunque nel suo giardino, luogo nel quale ci si rallegra dei dolci legami nella famiglia di Dio: «Sorella mia», parola che equivale all’appellativo di «fratello» nel Nuovo Testamento. Mia «Sposa» è colei che attende il giorno in cui, nella gloria, sarà manifestata come Sposa di Cristo.
Egli raccoglie dunque i prodotti preziosi di questo giardino. Prima di tutto vi trova della mirra: i suoi soffrono durante la sua assenza, sono afflitti durante tutto il tempo in cui Egli è rigettato. Per la sua causa, essi sono disprezzati, perseguitati, odiati, imprigionati e anche messi a morte. Essi si sono mostrati degni del suo amore, e ciò attraverso la sofferenza. Ma nel suo giardino Egli raccoglie anche gli aromi: coloro che lo amano manifestano in questo mondo le glorie della sua persona e lo adorano.
Il vino della gioia vi abbonda, e così pure ciò che vi è di più dolce, il miele; c’è anche il latte che è l’alimento dei piccoli agnelli del suo gregge. Per lui è un convito d’amore. Dobbiamo ricordarci che, nell’assemblea, dobbiamo incontrarci principalmente per il Signore. Egli stesso invita i suoi come a un convito.
v. 1 — Amici, mangiate, bevete, inebriatevi d’amore!
Il Signore dà ai suoi, radunati attorno a Lui, un nutrimento abbondante e una gioia pura, pregusto delle felicità del cielo. Nella comunione con il Padre, essi trovano le loro delizie nel Figlio per mezzo della potenza e della guida dello Spirito Santo. Sembra che qui un’altra classe di persone sia introdotta. Sono «gli amici», distinti dalla Sposa, invitati al banchetto delle nozze. Essi compaiono nella cena delle nozze dell’Agnello al capitolo 19:9 dell’Apocalisse: « Beati quelli che sono invitati alla cena delle nozze dell’Agnello». Gli invitati sono gli amici dello Sposo; se loro sono felici, quale dev’essere la felicità dello Sposo e della Sposa!
v. 2 — Io dormivo, ma il mio cuore vegliava.
Con questo versetto, entriamo in una nuova scena, differente da quella che abbiamo appena considerato.
Qui troviamo, per così dire, la nota più bassa di tutto il cantico. All’inizio del cap. 3, lei era pigramente sul suo letto, avendo perduto la comunione, la gioia e anche il discernimento. Qui è ancora peggio: dorme! Non ha ascoltato gli avvertimenti della Sapienza divina che così sovente mette in guardia contro la pigrizia: «Fino a quando, o pigro, giacerai?» (Prov. 6:9). Le conseguenze sono qui più disastrose, poiché il male è più grande che al capitolo 3. Quando qualcuno è caduto in un errore, se il male non è stato giudicato a fondo, Dio permetterà che vi si ricada presto o tardi. Vi può essere un ristabilimento parziale, ma esso non durerà e dei nuovi errori si manifesteranno. È ciò che è accaduto qui. Un grande amore per il Signore non preserva dalle cadute; Pietro, malgrado l’amore che lo ha spinto fino al cortile del sommo sacerdote, ha rinnegato il suo Signore.
v. 2 — Sento la voce del mio amico, che picchia e dice: Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, o mia perfetta!
L’amico non può lasciare colei che lo ama in uno stato che la priva della gioia di questo amore. Nell’epistola agli Efesini abbiamo questa frase, presa dal profeta Isaia: «Risvegliati o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo t’inonderà di luce » (5:14 e Isaia 60:1). L’Antico e il Nuovo Testamento ricordano, sia l’uno che l’altro, la stessa verità ai santi vissuti prima e dopo Cristo. In tutti i tempi le stesse tendenze si rinnovano e le stesse esortazioni si fanno udire. In questo passo, l’amico bussa e chiama la sua sposa addormentata. Ella è colpevole, ma non le fa alcun
rimprovero. Anzi, si serve delle parole più adatte per toccare il suo cuore. Il Signore ci vede secondo tutta l’eccellenza della posizione nella quale ci troviamo in virtù dell’opera sua. Per mezzo di una sola offerta, «Egli ha per sempre resi perfetti coloro che sono santificati» (Ebrei 10:14). Essi fanno parte della famiglia di Dio, come si intuisce da questa designazione: «sorella mia». Coloro che Dio ha adottati lo sono per l’eternità; le relazioni di figli non possono essere interrotte. La comunione lo è facilmente, ma la relazione è eterna. Un figlio disubbidiente è un figlio e un erede, così come lo è il figlio più sottomesso al padre. L’uno gode della sua relazione, l’altro no; è infelice e getta disonore sul nome del padre suo.
«Amica mia»: i suoi sono amati di un amore forte come la morte.
«Colomba mia»: l’amico considera la sua amica, malgrado la sua posizione equivoca, come una straniera quaggiù. Ella non lo realizza affatto, poiché si è addormentata come le vergini della parabola (Matt. 25); tuttavia, è così che il Signore vede la Chiesa ed effettivamente essa non è più del mondo, come non lo è Lui. Per questo Egli viene a svegliarla.
«Mia perfetta»: ai suoi occhi ella è rivestita della perfezione nella quale la sua grazia l’ha posta in virtù del suo amore alla croce.
Malgrado il suo sonno, ella ha udito la sua voce. In fondo al cuore di qualsiasi riscattato, si trova l’amore versato dallo Spirito Santo che è stato loro donato. È il cuore che sente l’appello e che risponde. La voce del Signore è una voce ben conosciuta; non può lasciare indifferente chiunque abbia gustato il suo amore.
v. 2 — Poiché il mio capo è coperto di rugiada e le mie chiome son piene di gocce della notte.
La rugiada, benedizione che discende dal cielo durante la notte, rinfresca e fertilizza il suolo. Ella è testimone della fedeltà e della bontà di Dio che non desidera altro che colmare i suoi di ogni bene.
Abbiamo qui l’amico il cui capo, da cui proviene ogni suo pensiero d’amore verso di lei, è pieno di rugiada. Egli non vuole altro che spandere riccamente le sue benedizioni; viene verso di lei, ma essa non è in condizione di ascoltare la sua voce, di aprirgli la porta del cuore e di approfittare di ciò che Lui mette a sua disposizione. È occupata di se stessa e non di lui. Non è, spesso, la nostra esperienza?
v. 3 — Io mi son tolta la gonna; come me la rimetterei? Mi son lavata i piedi; come l’insudicerei?
La pigrizia spirituale porta con sé numerose conseguenze spiacevoli. Abbiamo già visto che essa genera il sonno; gli occhi si distolgono dalla persona dell’amato e privano così il fedele della sorgente stessa di tutte le benedizioni, poiché al di fuori di Lui, noi non abbiamo nulla. La Parola non ha più lo stesso effetto sul cuore e sulla coscienza, e ci ripieghiamo su noi stessi, ci occupiamo di noi nei quali non esiste nulla di buono; notate tutti gli «io» e i «me» di questo versetto ! Se siamo occupati di noi stessi, non possiamo essere felici né siamo in grado di glorificare il nostro Signore.
Qui la donna non è capace di rispondere all’appello del suo signore e amico; non è in condizione di riceverlo, essendosi spogliata di ciò che era il suo ornamento. Come potrebbe rivestirsene? Sembra che non conosca più le risorse della grazia che sono in lui. Solo il Signore può ristorare le nostre anime; è presso a Lui che troviamo soccorso, anche quando abbiamo mancato. Da chi andremo noi quando ci siamo sviati?
«Mi sono lavata i piedi, come l’insudicerei?». In che stato di cecità è caduta questa dormigliona! Ci si sporcano forse i piedi camminando nel sentiero dell’ubbidienza e andando davanti al Signore? Non è piuttosto disubbidendo e facendo la propria volontà? Ma le sue mani sante possono lavarci dalle macchie contratte camminando fuori del sentiero che Egli ci ha tracciato. Perfetto Servitore, Egli vuole lavarci, asciugare i nostri piedi con l’asciugatoio di cui si è cinto, per darci una parte con lui (Giov. 13).
v. 4 — L’amico mio ha passato la mano per il buco della porta, e le mie viscere si sono commosse per lui.
Abbiamo visto la condizione in cui la donna amata si trova, ma egli vuole, malgrado tutto, darle la testimonianza di un amore nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per questo le fa vedere la sua mano attraverso il buco della porta; non può mostrarle il suo viso, ma la sua mano potente, pronta a soccorrerla, a proteggerla, a liberarla.
La mano del Signore si mostra in molte maniere nella nostra vita di tutti i giorni: l’impedimento di fare qualche cosa che ci sarebbe piaciuto, un avvertimento, una malattia, un incidente… Egli ha tutto a sua disposizione per farci comprendere che la sua mano lavora.
Qui, la porta era chiusa, eppure egli ha trovato il modo di raggiungere il cuore di colei che ama. L’amore vero che era in fondo al cuore di lei è risvegliato, e sta per esserlo anche la coscienza. Ella si alzerà, ma dovrà constatare i risultati della sua indifferenza.
v. 5 — Mi son levata per aprire al mio amico, e le mie mani hanno stillato mirra, le mie dita mirra liquida, sulla maniglia della serratura.
L’amica, adesso, è come se piangesse. Da tutto il suo essere colano come lacrime di mirra sulla maniglia di quella serratura che è all’interno e che lei ha rifiutato di aprire.
Dobbiamo ricordare che nella vita del credente due cose sono inseparabili: prima di tutto la grazia infinita di Dio, poi il suo intervento per disciplinare al quale nessuno può sottrarsi e di cui questa donna fa l’esperienza. Non avendo voluto aprire al suo amico che picchiava alla porta, ora non lo trova più.
v. 6 — Ho aperto all’amico mio, ma l’amico mio s’era ritirato, era partito. Ero fuori di me mentitegli par lava;
Insistiamo sul fatto che l’ubbidienza alla volontà di Dio deve essere immediata non appena è conosciuta. Il salmista poteva dire: «Io mi sono affrettato e non ho ritardato a osservare i tuoi comandamenti». Del resto è ciò che insegnarne ai nostri figli fin dalla tenera età.
In questo caso, la donna ha tardato a rispondere alla voce dello sposo, ed ora è troppo tardi! Egli si è ritirato, è partito! Povera Sunamita! ella raccoglie i frutti della sua pigrizia e della sua disubbidienza. È più facile perdere la comunione che ritrovarla dopo averla persa.
v. 6 — l’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.
Ora è lei che chiama, ma lui non risponde. In una certa misura ella deve realizzare ciò che ci insegna il primo capitolo dei Proverbi: «Poiché, quando ho chiamato avete rifiutato d’ascoltare, quando ho steso la mano, nessuno vi ha badato… allora mi chiameranno, ma io non risponderò, mi cercheranno con premura ma non mi troveranno» (Prov. 1:24-28).
Finché le nostre vie non sono giudicate davanti a Dio, finché non gli abbiamo fatto una completa confessione dei nostri peccati, è evidente che il Signore non può far brillare su noi la luce del suo volto. Agire diversamente, da parte di Dio, significherebbe rinnegare la sua propria gloria e associarsi con il male. Un padre non può testimoniare il suo affetto a un figlio disubbidiente. La disciplina alla quale è sottomessa la donna amata non le è risparmiata proprio perché è amata!
v. 7 — Le guardie che vanno attorno per la città m’hanno incontrata, m’hanno battuta, m’hanno ferita; le guardie delle mura m’hanno strappato il velo.
Nel cap. 3 la pigrizia ha avuto diverse conseguenze; qui ne troviamo di più gravi. Non solo il suo errore l’ha privata della comunione con il suo amato (l’ha cercato ma non l’ha trovato), ma subirà una disciplina dolorosa: colpi, ferite, vergogna. Non può essere altrimenti; il mondo è senza misericordia verso i credenti in caduta; non c’è che da chiudere la bocca ed esserne addolorati. Il mondo, non può far altro che accusarli. Come giustificarsi?
Eccola di nuovo nella città; perché correre per le strade durante la notte invece di essere con il suo amico, lontana dal mondo, dalla sua agitazione, dalla sua organizzazione?
Il credente ha la sua parte col Signore; appena non si trova al suo posto, è in una falsa posizione; non può essere che infelice e non raccoglie che vergogna.
v. 8 — Io vi scongiuro, o figliuole di Gerusalemme, se trovate il mio amico, che gli direte?… Che son malata di amore.
Non vi sono lacrime più amare di quelle che si versano al pensiero di aver infranto il cuore di coloro che ci sono cari. Queste lacrime il mondo le disprezza, o forse le ignora, ma il Signore le sa apprezzare, anche quando si tratta di uno dei suoi riscattati che non è stato fedele. Egli ha certamente raccolto le lacrime di Pietro nei suoi otri, le ha scritte nel suo registro (Salmo 56:8).
v. 9 — Che è dunque l’amico tuo più d’un altro amico, o Ia più bella fra le donne? Che è dunque l’amico tuo, più d’un altro amico, che cosi ci scongiuri?
Il credente, per misero che possa essere a causa delle sue mancanze, possiede dei tesori più preziosi di mito ciò
che il mondo può offrire. Malgrado il misero stato in cui si trovava la Sunamita, le sue parole calorose attirano l’attenzione delle persone che l’attorniano e che l’ascoltano. Esse vogliono saperne di più circa questa persona di cui ella parla con tanto fervore. «Che è dunque più di un altro?». Perché questo ardente desiderio di vederlo e di essere con lui? Che le nostre parole rendano una splendida testimonianza a Colui il cui nome è un profumò che si spande e la cui persona è tutta desiderabile! Che il ricordo delle nostre colpe non ci faccia mai dubitare, nemmeno un istante, del suo amore!
La povera Sunamita sta per descrivere, dalla testa ai piedi, il suo amico. L’amore che riempie il suo cuore per lui le detta le immagini più eloquenti per far conoscere agli altri la sua bellezza. Che il Signore apra i nostri occhi per contemplarlo in tutto il suo splendore.
v. 10 — L’amico mio è bianco e vermiglio,
La prima cosa di cui la Sunamita parla è la perfetta santità del suo amato. Egli è bianco, è la purezza stessa; per noi è Cristo, colui che non ha conosciuto peccato, l’unico uomo in cui non si è mai trovata la minima contaminazione. Venuto in questo mondo, concepito dallo Spirito Santo nel seno della vergine, era colui che l’Epistola agli Ebrei definisce «santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori» (7:26). In mezzo a un mondo impuro ne restò incontaminato. Pur essendo a contatto col male ad ogni istante, mai ne è rimasto influenzato. Eppure, proprio Lui che non ha conosciuto peccato è stato «fatto peccato» per noi e trattato come tale. In quel momento supremo il suo sangue è colato sulla croce, in remissione dei peccati. È ciò di cui ci parla il colore vermiglio, il suo sangue d’agnello senza difetto né macchia, per mezzo del quale i colpevoli possono essere purificati.
v. 10 — e si distingue (letteralmente: è un portabandiera) fra diecimila
Ritroviamo qui la bandiera del Re di gloria, del Re di pace, sulla quale si iscrive la meravigliosa parola «AMORE». Essa è il centro attorno al quale si riuniscono tutti coloro che sono gli oggetti del suo amore, che sorpassa ogni conoscenza. Qui è l’amico che la porta come glorioso vincitore, trascinando il suo popolo al suo seguito nella sua marcia trionfale. È verso Cristo che tutti gli sguardi sono rivolti. Essendo stato innalzato dalla terra, egli attira a sé tutti gli uomini; la vittoria è stata ottenuta in virtù del sacrificio della sua vita.
Alla croce, Colui che era la manifestazione dell’Iddio di amore, ha incontrato la potenza del principe delle tenebre: l’amore e l’odio erano allora faccia a faccia, e l’amore ha trionfato! Avendo riportata la vittoria, i compagni del Re seguono questa gloriosa bandiera che diventa così il centro d’unione di tutti coloro che da Lui sono stati riscattati e liberati.
v. 11 — il suo capo è ora finissimo,
Il capo fa agire tutto il corpo; è qui che si trova la sorgente dei pensieri. L’oro è generalmente, nelle Scritture, l’espressione della giustizia di Dio, giustizia di cui Cristo è la perfetta manifestazione. Dio ha trovato il mezzo di giustificare dei colpevoli restando giusto: Egli è «giusto e giustificante colui che ha fede in Gesù» (Romani 3:26). È in Lui che si ottiene questa giustizia; l’uomo non c’entra affatto. Contemplando un Cristo glorificato, il colpevole che crede in Lui può dire: ecco la mia giustizia, e questa giustizia mi introduce nella gloria. Se i suoi diletti non fossero con Lui, sarebbe la peggiore delle ingiustizie nei confronti di Cristo, poiché, per averli con sé, Egli ha soddisfatto per mezzo della sua morte tutte le severe esigenze di un Dio che non può sopportare il male. Contempliamolo nella sua bellezza e nella gloria dove ora si trova. Tutti i suoi saranno ben presto con Lui, là dov’Egli è, lo vedranno e saranno resi simili a Lui.
v. 11 — le sue chiome sono crespe, nere come il corvo.
La lunga capigliatura del Nazireo (Numeri 6) era il segno esteriore di uno che, anche in mezzo al popolo di Dio, voleva essere interamente consacrato all’Eterno. Il Signore Gesù, l’amato, è stato il solo vero Nazireo. Egli era separato dai peccatori, la sua vita era interamente consacrata al suo Dio.
Come sono meravigliose queste chiome! Sono nere come il corvo; non c’è un solo capello bianco, non un segno di debolezza o di invecchiamento; Egli possiede un’eterna giovinezza. Le pene e le sofferenze innumerevoli che ha traversato non hanno in alcun modo colpito la potenza della vita che è in Lui. È Lui «l’uomo forte» (Luca 11:21-22).
v. 12 — I suoi occhi paion colombe in riva a dei ruscelli,
lavati nel latte, incassati nei castoni di un anello.
Gli occhi del Signore sono in ogni luogo e osservano i cattivi e i buoni (Prov. 15:3). Nulla potrebbe sfuggire al suo sguardo. Tutto ciò che accade nei cieli e sulla terra è perfettamente nudo e scoperto davanti a questo sguardo, più penetrante di quello dell’aquila. Quando Egli verrà nella maestà di Giudice dei vivi e dei morti, i suoi occhi saranno come una fiamma di fuoco. Chi potrebbe sfuggire al giudizio che tutti gli uomini hanno meritato? Ma per la sposa, gli occhi dello Sposo sono pieni di bellezza e una sorgente di gioia perenne e pura.
v. 13 — Le sue gote sono come un’aia d’aromi, come aiuole di fiori odorosi;
Cristo era il profumo del santuario sparso sulla terra, un odore di vita per coloro che erano sulla via della salvezza. Le aiuole di fiori profumati ci parlano della sua venuta in gloria, nella maestà di quel mattino senza nuvole. Per i credenti, questa primavera eterna si avvicina rapidamente; allora essi vedranno le sue gote, un tempo schiaffeggiate, risplendenti di gloria e di bellezza. Il profumo del suo nome rallegrerà tutti i cuori; il lungo inverno della sua assenza sarà finito per sempre! Tutti vedranno la sua gloria e si rallegreranno contemplando Colui che è il più bello di tutti i figliuoli degli uomini.
v. 13 — le sue labbra son gigli, e stillano mirra liquida.
Nel momento della sofferenza (e chi più di Lui ha conosciuto la sofferenza?) il Signore si è confidato nel suo Dio. «Preservami o Dio, perché io confido in te» (Salmo 16:1); era perfetto nella dipendenza, anche in mezzo alle peggiori sofferenze. Non solo le sue parole esprimevano fiducia, ma stillavano mirra.
Senza che un pianto sfuggisse dalle sue labbra, capiamo dalla Parola come fosse grande il suo dolore e ciò che provava nel profondo della sua anima. Egli, che sarebbe rimasto in perfetta pace anche se la terra fosse stata trasportata dal suo posto e le montagne fossero state smosse e gettate nel profondo del mare, ha dovuto dire: «Ora Lamina mia è turbata, e che dirò? Padre, liberami da questa ora». Era infatti l’ora in cui doveva essere tolto dalla terra. In questi momenti, ed in altri ancora, era proprio il profumo della mirra che esalava dalle sue labbra pure e senza colpa.
v. 14 — Le sue mani sono anelli d’oro, incastonati di berilli;
Un anello non ha né principio né fine; esprime dunque bene ciò che è l’infinito. Così è delle opere del Signore: tutto è infinito come lo è Egli stesso. Nelle sue opere, ogni cosa è l’espressione della sua perfetta giustizia, di cui l’oro è emblema. Quando consideriamo le sue mani, vi troviamo la potenza che ha presieduto a tutte le sue opere. I cieli raccontano la sua grandezza e il firmamento l’opera delle sue mani; essi sono i testimoni muti ma eloquenti della sua potenza infinita.
Quando si parla delle sue dita, si allude piuttosto alla saggezza e alla bellezza delle sue opere: «Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte» (Salmo 8:3). Sono «le sue dita» che hanno ornato i cieli in questa maniera.
Che saggezza e che bellezza divine! È ciò di cui ci parlano i berilli che sono incastonati in questi anelli d’oro. Il berillo è una pietra preziosa, brillante, che ha lo stesso colore dell’oro. Le opere di Dio sono meravigliose; Egli le ha fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle sue meraviglie. A lui la gloria nei secoli dei secoli! (Salmo 104:24).
v. 14 — il suo corpo è d’avorio terso, coperto di zaffiri.
Ora la Sunamita sta per parlare della misericordia e delle compassioni di colui che ella ammira.
L’avorio terso ci pare essere la figura della santità (1 Re 10:18). L’amore di Cristo e la sua santità sono legati l’uno all’altra, intimamente, poiché in Lui tutto è uguale, nella perfezione infinita del suo essere. Per quanto riguarda lo zaffiro, si può dire che è una pietra preziosa del colore del cielo; la sua misericordia e le sue compassioni sono il riflesso stesso di ciò che Egli è nel cielo. Se noi conoscessimo meglio la misericordia di Dio, quanto sarebbe grande la nostra fiducia in Lui! È questa misericordia che ci ha salvati, che ci accompagna durante il nostro viaggio, che ci permette di servirlo in questo mondo e che ci introdurrà nel soggiorno della vita. È ancora la sua misericordia che accorderà una ricompensa ai suoi servitori.
v. 15 — Le sue gambe sono colonne di marmo, fondate su basi d’oro puro.
Dopo aver parlato della sua potenza e delle sue compassioni, l’amata fa menzione del cammino di lui, interamente alla gloria di Dio.
Giovanni Battista guardava Gesù che camminava. Che Dio ci accordi la grazia di seguire le sue orme senza cadere! Le sue gambe sono colonne di marmo. Una colonna ci parla di potenza; le due colonne che erano davanti al tempio di Salomone ne erano la figura.
Queste colonne sono fondate su basi di oro fino: insieme alla potenza e alla santità, la giustizia ha caratterizzato questo cammino glorioso e trionfante del Signore, quando era nel mondo. Notiamo che i suoi piedi sono simili alla testa (di oro puro), essendo il suo cammino in perfetta armonia con tutti i suoi pensieri d’amore. Purtroppo, nel nostro cammino, quanto poco realizziamo ciò che conosciamo dei pensieri di Dio!
v. 15 — Il suo aspetto è come il Libano, superbo come i cedri;
Ora lo Spirito Santo, per mezzo della Sunamita, dopo una descrizione dettagliata della persona, ci presenta l’insieme. Il suo aspetto è grande come il Libano, superbo come il cedro.
Il cedro è l’ornamento, la gloria del Libano: immagine di ciò che di più grande vi è al mondo. «Il giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano» (Salmo 92:12). «Ondeggeranno le spighe come fanno gli alberi del Libano» (Salmo 72:16). «La gloria del Libano verrà a te» (Isaia 60:13). «Eppure io distrussi d’innanzi a loro l’Amoreo, la cui altezza era come l’altezza dei cedri» (Amos 2:9). Faraone, parlando di Giuseppe, domandava: «Dove troveremo un uomo simile a lui?». Ma la maestà di Giuseppe scompare davanti alla maestà del Signore, la cui persona è degna di tutta la nostra ammirazione! Beati coloro che hanno occhi per vedere la sua gloria e orecchie per ascoltare la sua voce.
v. 16 — il suo palato è tutto dolcezza, tutta la sua persona è un incanto.
Le folle erano stupite dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca. «La grazia è sparsa sulle sue labbra» (Salmo 45).
Egli ha una lingua «esercitata perché sappia sostenere con la parola lo stanco» (Isaia 50). Maria aveva trovato la buona parte che non le sarebbe mai stata tolta, la parte più preziosa: si era seduta ai piedi di Gesù e ascoltava la sua Parola. Che cose meravigliose apprese in quella felice intimità! Dobbiamo ricordarci che è Lui che ci parla nelle Scritture. All’inizio, nel silenzio solenne dell’eternità, la sua voce si fece udire: «Sia la luce»; ed è di nuovo la stessa voce che, nell’ultima pagina della Parola, dichiara: «Io vengo tosto!». Abbiamo sentito questa voce? Dal profondo del nostro cuore rispondiamogli: «Amen, vieni Signore Gesù».
v. 16 — Tale è l’amor mio, tale è l’amico mio, o figliuole di Gerusalemme.
Abbiamo qui la risposta alla domanda posta al v. 9: «Che è dunque l’amico tuo, più d’un altro amico, che cosi ci scongiuri?». Il suo ardente amore le ha dettato le parole per descriverlo, le ha fatto trovare delle immagini meravigliose per raccontare le sue perfezioni. Ella vuol far comprendere ciò che egli è, perché lo cerca con tanto ardore, perché soffre così tanto a causa sua. «Tutta la sua persona è un incanto»; ed è una tale persona che la ama, che è «il suo amico»!
Il Signore era grande per coloro che, per seguirlo, hanno abbandonato barche e reti. Per amor suo molti dei suoi discepoli hanno sofferto anche il martirio.
Che bella testimonianza è data alle figlie di Gerusalemme! Gerusalemme è la città del gran Re; là il Signore stabilirà il suo regno. Ma quando è venuto, umile e mansueto, è stato rigettato dai suoi e ha dovuto dire alle figlie di Gerusalemme: «Piangete per voi stesse e per i vostri figliuoli» (Luca 23:27-28). La cosa si è realizzata alla lettera. Qui, una testimonianza è resa all’eccellenza di Colui che esse avevano misconosciuto e che accattiverà le loro affezioni. Tali parole partono dal cuore e raggiungono il cuore, poiché le figlie di Gerusalemme desiderano saperne di più e trovarlo per conto loro.

Capitolo 6

1 — Dov’è andato il tuo amico, o la più bella fra le donne? Da che parte s’è volto l’amico tuo? Noi lo cercheremo teco.
Ecco le figlie di Gerusalemme che desiderano conoscere colui del quale l’amica ha parlato. Nonostante la sua caduta, esse vedono in lei una bellezza insuperabile e sovrannaturale: non è che il riflesso della gloria dell’amico!
Il credente non deve far valere nulla di se stesso; egli è perfetto in Cristo. Contemplando la sua gloria è trasformato nella stessa immagine di lui di gloria in gloria (2 Cor. 3:18). Occupiamoci di Gesù, e coloro che ci circondano vedranno brillare in noi qualche suo riflesso, può darsi anche a nostra insaputa.
Le compagne, dunque, si mettono a cercare colui di cui hanno sentito parlare. Da che parte s’è volto? Verso le cose che hanno una bella apparenza? No. «Ho veduto, ho veduto l’afflizione del mio popolo… e sono sceso per liberarlo» (Esodo 3:7-8). Egli è sceso! È ciò che troviamo nel versetto seguente.
v. 2 — Il mio amico è disceso nel suo giardino,
Pensiamo soprattutto al giardino che si trovava «nel luogo dove Egli fu crocifisso… e in quell’orto (o giardino) un
sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato posto» (Giov. 19:41-42). È là, nel luogo della sua morte e della sua risurrezione, che l’uomo colpevole deve trovare il Signore. Là imparerà a conoscere la grandezza del suo amore. Non lo si deve più cercare fra i morti. Egli è vivente! Sono dei giardini nuovi quelli che si apriranno; in essi Egli raccoglierà i frutti della sua vittoria.
v. 2 — nell’aie degli aromi
Possiamo vedere in questo versetto un’allusione a Cristo risuscitato e salito in cielo. Da quel momento in poi il profumo del suo nome si è sparso sulla terra tramite l’Evangelo. Leggiamo infatti: «Ma grazie siano rese a Dio che sempre ci conduce in trionfo in Cristo, e che per mezzo nostro spande dappertutto il profumo della sua conoscenza. Poiché noi siamo dinanzi a Dio il buon odore di Cristo fra quelli che son sulla via della salvezza e fra quelli che son sulla via della perdizione: a questi un odore di morte a morte; a quelli, un odore di vita a vita» (2 Corinzi 2:14-16).
Quando un imperatore o un generale aveva riportato delle vittorie e sottomesso dei popoli, celebrava il trionfo; il suo carro era accompagnato da un corteo che portava dei turiboli. Il fumo dell’incenso saliva intorno al trionfatore. Fra i prigionieri che egli conduceva al suo seguito, alcuni erano destinati alla morte, altri ad essere graziati. Cristo ha riportato la vittoria alla croce e l’apostolo accompagna il suo trionfo come colui che presentava l’incenso. Il profumo, l’odore della conoscenza di Cristo per mezzo dell’e vangelo, saliva attorno a Lui per proclamare il valore della sua opera. È dunque in questo che è sparso il buon odore di Cristo, che sotto l’antico patto riempiva il santuario. Dal modo in cui questo profumo è apprezzato, risultano la felicità di coloro che lo accettano o l’infelicità eterne di coloro che lo respirano. Il nome di Gesù è la pietra d’intoppo che decide la sorte eterna di coloro che sono messi in contatto con tale nome.
v. 2 — a pasturare i greggi nei giardini, e cogliere gigli.
Ecco il giardino nel quale l’amico trova soddisfazione per il suo cuore e dove coglie i gigli. «Considerate i gigli come crescono; non faticano e non filano, eppure io vi dico che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro» (Luca 12:27). Essi sono un’immagine degli umili discepoli del Signore che confidano nella sua bontà. Agli occhi del Signore, i suoi riscattati hanno in se stessi più bellezza di tutte le grandi cose che il mondo ammira. Coloro in cui Egli ripone tutta la sua affezione, sono dei poveri, ma ricchi in fede (Salmo 16:3).
Egli pastura il gregge fra i gigli. È là, in mezzo ai gigli, che trova la sua gioia, il suo nutrimento; in questo mondo Egli ha dei veri giardini di delizie in cui viene a cogliere dei gigli. Con essi adornerà il suo santuario, la sua dimora celeste. In Apocalisse 3:12 leggiamo: «Chi vince io lo farò una colonna nel tempio del mio Dio». Allusione alle due colonne di rame che ornavano il magnifico tempio costruito da Salomone. Che cosa si trovava in cima ai capitelli? Dei gigli! (1 Re 7:19). Non è forse commovente considerare la posizione elevata e gloriosa occupata da questi umili fiori raccolti nella valle? L’amico ha voluto così: Egli si compiace di onorare coloro che l’amano e che si confidano in Lui.
v. 3 — Io sono dell’amico mio; e l’amico mio, che pastura il gregge fra i gigli, è mio.
Alla fine del capitolo 2 la Sunamita dichiara: «Il mio amico è mio ed io son sua» (v. 16), ma in questo capitolo: «Io sono dell’amico mio e l’amico mio è mio». Non si tratta più soltanto del desiderio di possederlo ma del fatto che ella è cosciente di appartenergli. «Io sono sua».
È un grande progresso poter realizzare che siamo di Cristo e non pensare più a noi stessi ma a Lui. Essere suoi non ostacola per nulla la felicità di possederlo per sé; peraltro, la donna del Cantico sa dove egli trova la sua gioia: egli pastura il gregge fra i gigli. Non pensiamo alla nostra felicità, ma piuttosto alla sua, a ciò che è la sua parte. La fede non solo si appropria del perdono dei peccati, ma ci conduce al Signore ed Egli diviene il tutto per l’anima che lo ama e che si rende conto del prezzo che essa ha per Lui.
v. 4 — Amica mia, tu sei bella come Tirtsa, vaga come Gerusalemme,
Troviamo qui una seconda descrizione della bellezza dell’amica. La prima, al cap. 4, ci ha mostrato ciò che il residuo d’Israele è per Cristo: ha gli occhi come quelli della colomba, fissati in alto mentre attraversa la tribolazione. Solo il Signore è capace di apprezzare la bellezza di questi fedeli che saranno come in una fornace riscaldata sette volte. In questo passo, il residuo fedele non ci è più presentato nella sofferenza, ma nel momento in cui sarà manifestato in gloria con il suo Signore. Le dodici tribù d’Israele saranno allora radunate sotto la bandiera dell’amore.
Tirtsa era la residenza dei re d’Israele, prima che le dieci tribù separate abitassero a Samaria. Ce ne parlano tre passi nel primo libro dei Re. Al cap. 14:17 apprendiamo che Geroboamo vi abitò dal momento della morte di suo figlio Abija; il cap. 15:21 ci dice che Baasa abitò a Tirtsa; infine il cap. 16 ci mostra che suo figlio Eia iniziò a regnare su Israele a Tirtsa.
Quando il regno fu diviso e dieci tribù seguirono Geroboamo, figlio di Nebat, soltanto due tribù, Guida e Beniamino, restarono fedeli alla casa di Davide. Questo scisma ebbe delle conseguenze disastrose: guerre e lotte fratricide insanguinarono il paese promesso. Le dieci tribù che seguirono Geroboamo furono portate in cattività da Shal-maneser re di Assiria, a causa della loro idolatria, e da allora sono disperse fra le nazioni. Le altre due, deportate esse pure qualche tempo dopo e ritornate poi in Palestina per accogliervi il Messia, lo respinsero e così anch’esse vennero disperse, lontane dal paese che l’Eterno aveva dato loro in eredità.
Anche se una piccola parte degli Ebrei sparsi per il mondo è rientrata in Palestina, si può dire che da parte dell’uomo tutto è irrimediabilmente perduto; ma fra un po’ di tempo, dopo una lunga tribolazione, Cristo verrà per regnare e le dodici tribù saranno nuovamente riunite sotto il glorioso scettro del vero Figlio di Davide. Meravigliosa riunione dopo tanti secoli di inimicizia e di lutti! La bandiera dell’amore sventolerà sulle mura di quelle due città: Tirtsa, una volta iniqua, ma che sarà bella agli occhi di tutti, e Gerusalemme, che ha crocifisso il Messia ma sarà piacevole (vaga) ai suoi occhi, come città del gran Re manifestata davanti a tutto l’universo. Dove la follia e la cattiveria si sono dimostrate pienamente, la grazia brillerà in tutto il suo splendore. Queste due città, riconciliate, oggetto della stessa grazia durante il regno di pace del Signore, saranno felici di proclamare il suo amore.
v. 4 — tremenda come un esercito a bandiere spiegate.
I fedeli, oppressi e sofferenti da lungo tempo, saranno liberati all’apparizione del Messia; si rivolteranno contro i loro nemici e li stermineranno, come Giacobbe aveva profetizzato: «Gad l’assaliranno delle bande armate, ma egli a sua volta le assalirà e le inseguirà» (Genesi 49:19). Allora, nelle loro bocche ci saranno le lodi di Dio, e nelle loro mani una spada a due tagli per eseguire la vendetta contro le nazioni. Questa gloria è per tutti i suoi santi che formeranno il residuo fedele. Allora l’amica sarà tremenda agli occhi di tutti i suoi avversari, come un esercito a bandiere spiegate. Che vergogna per tutti i suoi nemici!
v. 5 — Storna da me gli occhi tuoi, che mi turbano.
L’amico parla di nuovo degli occhi di lei; ma qui non si tratta più degli occhi della colomba che, in terra lontana, guardano verso lui anelando al momento in cui gli sarà per sempre vicina. L’amica lo guarda ora faccia a faccia, e questo sguardo lo turba, lo commuove.
Pensiamo a Giuseppe, quando i suoi fratelli erano da lui in Egitto con Beniamino; egli vede gli sguardi fissi su di sé prima ancora che essi lo riconoscano. Il momento di gettarsi al loro collo non era ancora venuto, però egli era profondamente commosso e cercava un luogo dove piangere; entrò nella sua camera e quivi pianse (Genesi 43:30).
Che gioia avrà il Signore quando i suoi lo vedranno faccia a faccia, quando tutti gli sguardi saranno fissati su Lui! Pensiamo prima di tutto alla sua felicità, e ciò non toglierà nulla alla nostra.
v. 5 — I tuoi capelli son come una mandria di capre, so spese ai fanelli di Galaad.
Come al cap. 4 v. 1, i capelli suggeriscono Videa del suo nazireato e delle benedizioni che ne derivano. In questo passo la montagna di Galaad non è nominata; è parlato dei suoi fianchi, delle sue pendici. Al cap. 4, bisognava scalarla per rallegrarsi delle ricche benedizioni che vi si trovano; in questo passo sono menzionate solo le pendici come per dimostrarci che l’amica è già là, poiché è con il suo amico.
Mentre siamo quaggiù dobbiamo lottare per elevarci all’altezza delle cose celesti e rallegrarcene; ma quando saremo con il Signore, possederemo senza pene né lotte tutto ciò che la sua grazia ha in serbo per noi. Saranno le stesse benedizioni di cui ci fa godere ora, ma non dovremo più elevarci, per mezzo della fede, al di sopra di tutto ciò che ci attornia e che vela agli occhi nostri le glorie del Signore.
v. 6 — I tuoi denti son come un branco di pecore, che tornano dal lavatoio; tutte hanno dei gemelli, non ve n’è alcuna che sia sterile;
Come nel versetto precedente, ritroviamo qui una delle bellezze citate al cap. 4, ma c’è un’omissione. Non è senza
scopo che Dio ripete un dettaglio o lo omette. In questo passo non troviamo l’aggettivo «tosate» che al cap. 4 qualificava quelle pecore. Questa «tosatura», che indica lo spogliamento di tutto ciò che ci caratterizza come uomini nella carne, ha luogo una volta per tutte, quando il credente accetta per fede la sua morte con Cristo. Qui la sposa è con il Re, e rallegrandosi del fatto che gli appartiene realizza ciò che possiede in Lui.
v. 7 — le tue gote, dietro al tuo velo, son come un pezzo di melagrana.
Questo versetto è identico a quello del cap. 4. Il Signore vede ora nei suoi la stessa bellezza che vedrà in loro nella gloria futura. «In questo l’amore è reso perfetto in noi… che quale egli è, tali siamo anche noi in questo mondo» (1 Giov. 4:17). La bellezza che rallegrerà il suo cuore durante l’eternità, Egli la riconosce ora in coloro che ama, risultato della sua opera alla croce, opera perfetta che li rende perfetti per l’eternità.
v. 8 — Ci son sessanta regine, ottanta concubine, e fanciulle senza numero;
Abbiamo visto nel nostro Cantico che quando lo Spirito Santo ci parla del residuo fedele lo designa generalmente come «l’amica»; tale designazione fa contrasto con il resto della nazione nella quale Dio una volta aveva trovato la sua gioia ma che i profeti definirono poi come una donna infedele. Nel versetto 8 Tannico è visto come il Re di gloria a cui appartiene lo scettro, e che dominerà su tutto l’universo. Egli sarà il Re del nuovo Israele. In quel giorno, le città di Giuda avranno un posto particolare nelle affezioni del loro Re e una parte di benedizione più eccellente di tutte le altre. Le città della tribù reale sono qui rappresentate dalle sessanta regine; esse infatti saranno come delle regine in mezzo a tutte le città della terra; il loro posto legittimo sarà a fianco del Re durante tutto il periodo del suo regno.
Le ottanta concubine fanno pensare alle città della Samaria che saranno partecipi della benedizione portata dal Messia. Sul principio della legge, esse non avrebbero diritto a nulla poiché si tratta di benedizioni promesse a Israele, ma sul principio della pura grazia di Dio avranno una parte preziosa in questo regno. Abbiamo un esempio ammirevole di questa grazia, nei confronti di coloro che non hanno diritto a niente, nella scena del pozzo di Sichar in cui Gesù parla dell’acqua viva a una povera Samaritana.
Infine, nel versetto è citata una terza categoria di persone che prende parte alla gioia con la sposa: sono le fanciulle senza numero che potrebbero rappresentare le innumerevoli città delle nazioni che godranno dell’amore del Re e delle benedizioni derivanti dalla sua presenza. In mezzo a tutte queste città felici, una di esse gusterà una parte più preziosa di tutte: Gerusalemme, la città santa a cui il residuo fedele è intimamente legato, coloro che avranno sofferto per il nome di Cristo e che prenderanno parte alla sua gloria fin dallo stabilimento del suo regno.
v. 9 — ma la mia colomba, la perfetta mia, è unica; è Tunica di sua madre, la prescelta di colei che l’ha partorita. Le fanciulle la vedono, e la proclamano beata; la vedono pure le regine e le concubine, e la lodano.
In questo passo, come in altri in questo libro, Gerusalemme riveste i caratteri del residuo d’Israele. E in tale città che i suoi santi saranno con il loro Signore; essi avranno sospirato molto dietro a questa città durante il periodo in cui saranno stati cacciati lontano da questo luogo benedetto.
Tutte le città, di cui le fanciulle e le regine sono figura, hanno gli occhi rivolti verso Gerusalemme, la città del gran Re, per ammirare la sua gloria e la sua felicità. Gerusalemme è stata desolata e calpestata dalle nazioni; Geremia ci dipinge il basso stato in cui è caduta: «Come mai siede solitaria la città già così popolata? Come mai è diventata simile a una vedova, quella ch’era grande fra le nazioni, ed è stata ridotta tributaria colei che era principessa fra le province?» (Lamentazioni 1:1). Ma tanto Gerusalemme fu abbassata ed umiliata, tanto sarà grande la sua magnificenza. In quel giorno diventerà un soggetto di lode sulla terra; tutte le città la ammireranno poiché il nome dell’Eterno sarà là (Isaia 62:5, Ezech. 48:35).
v. 10 — Chi è colei che appare come l’alba, bella come la
luna, pura come il sole, tremenda come un esercito a bandiere spiegate?
Assistiamo, in questo passo, alla manifestazione dell’amica nella sua gloria agli occhi di tutti; il tempo dell’obbrobrio e dell’afflizione sono terminati. Ella ha attraversato l’oscura notte dell’assenza del suo Signore; per causa sua ha sopportato lotte e sofferenze. Ma ora appare splendente come l’aurora di un mattino senza nuvole, inizio del giorno eterno al quale anelano tutti coloro che hanno gustato l’amore del Signore. Così, come la luna riflette i raggi del sole, Gerusalemme brillerà agli occhi di tutti della gloria di Cristo, «sole di giustizia » che porterà la guarigione nelle sue ali (Malachia 4:2). Invece di essere oppressi, i fedeli compariranno come delle truppe vittoriose sotto la bandiera di Davide. Essi saranno tremendi e chi potrà sussistere davanti allo splendore della gloria del loro Signore al cui seguito essi camminano? Il soffio della sua bocca sarà sufficiente per annientare i loro nemici.
v. 11 — Io son discesa nel giardino dei noci
Cosa significano le noci in una scena regale e gloriosa come questa? Sono dei piccoli frutti la cui poca appariscenza li farebbe dimenticare nell’enumerazione dei prodotti di un paese. In questo passo, il Re di gloria scende in un giardino per raccoglierne; invece di «salire» verso le cose grandi ed elevate di questo mondo, Egli scende per raccogliere questi frutti, di poco valore agli occhi degli uomini ma che la sua grazia ha prodotto nei suoi diletti. Essi sono in questo caso l’immagine scelta dallo Spirito Santo per mostrarci l’importanza agli occhi del Re delle migliaia di piccole cose che saranno state fatte per il suo Nome durante il tempo della sua assenza. Là, in mezzo ai piccoli e ai poveri del gregge, Egli troverà un’abbondante raccolta di opere di fede, sconosciute agli uomini, ma che sono
state compiute per amor Suo. Tale amore si manifesta raramente per mezzo di grandi cose; il più delle volte si mostra nei dettagli della vita di ogni giorno. Il mondo li ignora o li disprezza, ma il Re di gloria li apprezza grandemente. I due spiccioli della vedova erano ben poco, paragonati alle somme che i ricchi versavano nella cassa delle offerte; ma il Signore li ha apprezzati e ha dato loro il giusto valore (Marco 12:41-44). Un bicchiere d’acqua dato a uno dei suoi per amor Suo, non perderà la ricompensa nel giorno del trionfo. Egli non giudica secondo l’apparenza, ma apprezza i motivi che fanno agire e l’amore che è alla base.
v. 11 — a vedere le piante verdi della valle,
Il re prende conoscenza di tutto ciò che riguarda la prosperità del suo popolo, scende nei luoghi bassi della terra, la valle un tempo caratterizzata dalla sterilità, dalla sofferenza, dal pianto e dalla morte! Oh, questa valle dell’ombra della morte, come è cambiata! Tutto è cambiato, tutto è prosperità e abbondanza alla soglia della primavera eterna; le piante verdi hanno preso il posto della desolazione.
La presenza del Signore come Re porta la benedizione. Quand’era quaggiù, rigettato, faceva sedere le folle sull’erba verde, le saziava di pane, compiendo ciò che il salmista aveva annunciato molto tempo prima: «Io benedirò largamente i suoi viveri, sazierò di pane i suoi poveri» (Salmo 132:15).
Quando sarà riconosciuto e ricevuto, Cristo porterà con sé l’abbondanza, la pace e la prosperità, anche nelle valli più scure.
v. 11 — a vedere se le viti mettevano le loro gemme, se i melagrani erano in fiore.
L’Eterno paragona spesso Israele ad una vigna dalla quale sperava di raccogliere frutto. Isaia ce ne parla in maniera toccante (5:1-7) e così pure il Salmo 80:1-16. Dio non ha trovato alcun frutto nella sua vigna; i vignaiuoli della parabola hanno maltrattato e ucciso chi era stato inviato per ricevere il frutto. La loro malvagità ha raggiunto il colmo quando hanno gettato fuori dalla vigna, e hanno fatto morire, l’unico Figlio del Padrone della vigna. Essi hanno detto: «Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra» (Matteo 21:33-41).
Dio non otterrà mai del frutto dalla sua vigna? Il male sarà più forte di Lui? No, ecco il Re che viene con la sua diletta e dappertutto nella vigna c’è prosperità. Essa mette le sue gemme e promette un’abbondante raccolta, la gioia sarà in tutti i cuori. In questo bel regno di Cristo, il mosto rallegrerà Dio e gli uomini. Come abbiamo già visto, i melagrani ci parlano dei santi radunati; ora attorno al Re, gli occhi, i cuori, le bocche, tutto si apre in questo giorno felice ed eterno.
v. 12 — Io non so come, il mio desiderio mi ha resa simile ai carri d’Aminadab (ovvero, ai carri del mio nobile popolo).
Gli Israeliti hanno sempre avuto uno spirito di ribellione fin dall’inizio della loro esistenza come popolo. Già ribelli in Egitto, lo furono anche nel deserto; tentarono Dio
in quei luoghi desolati e mormorarono nelle loro tende. Una volta entrati nel paese di Canaan agirono allo stesso modo. Non spodestarono del tutto le nazioni; si mescolarono ai popoli del paese e impararono le loro opere malvage. Dopo aver messo a morte il Signore Gesù e scacciato con la persecuzione coloro che annunciavano l’Evangelo, impedendo loro anche di parlare di Cristo alle nazioni, essi hanno colmato la misura dei loro peccati (1 Tess. 2:15-16).
Ora la scena è mutata: ecco un popolo di buona volontà che riceve il proprio Re in trionfo. Si realizza così alla lettera il versetto 3 del Salmo 110: «Il tuo popolo si offre volenteroso nel giorno che raduni il tuo esercito. Parata di santità, dal seno dell’alba, la tua gioventù viene a te come la rugiada». L’amico è sceso per vedere se le viti mettono le loro gemme e, prima ancora che se ne renda conto, il suo popolo lo acclama, ed Egli lo conduce in trionfo.

Capitolo 7

v. 1 — Torna, torna, o Sunamita, torna, torna, che ti miriamo.
In questo passo, per la prima volta nel nostro cantico, sentiamo che l’amica è designata con un nome. Durante tutto il tempo dell’assenza del re, era una sconosciuta, il suo nome era ignorato da tutti. Ora che ella appare in gloria con lui, eccola acclamata e chiamata con il suo vero nome, ora conosciuto da tutti.
Sunamita è la forma femminile di «Salomone». Ella porta il nome del suo signore, il re di pace. E il nome della città è, da quel giorno, «l’Eterno è quivi» (Ezech. 48:35). Ella è il riflesso della gloria del suo Signore. Che parte preziosa! E ancor più preziosa sarà quella degli abitanti della Gerusalemme celeste, i quali vedranno il volto del Signore; il suo nome sarà sulla loro fronte e regneranno nei secoli dei secoli (Apoc. 22:4).
Ma la bellezza dei fedeli che avranno la loro parte nella Gerusalemme terrena verrà ammirata da tutti. È per questo che abbiamo qui, per quattro volte, la parola «toma»! Tutti vogliono essere testimoni di ciò che sono, con il loro Signore: «Torna che ti miriamo». In quel giorno sarà di loro come dei santi dell’epoca attuale: Cristo sarà ammirato nei suoi e glorificato in tutti coloro che avranno creduto. Il tempo del disprezzo e dell’obbrobrio è terminato per sempre; hanno sofferto con il loro Signore ed ora prendono parte alla sua gloria.
v. 1 — Perché mirate la Sunamita come una danza a due schiere?
Quando il figliuol prodigo tornò a casa, si sentivano nella casa paterna le melodie e le danze. Nel salmo che ci parla della gloriosa città di Dio, i beati che vi si trovano, danzando e cantando, esclamano: «Tutte le fonti della mia gioia sono in te» (Salmo 87:7).
In questo passo si tratta della gioia del regno del Signore e di tutto il popolo; ecco perché ci è parlato di due schiere che danzano di gioia; sono Giuda e Israele, ora uniti in uno stesso amore e in una stessa gioia sotto lo scettro di Cristo. Separati a lungo, nemici e spesso in guerra, eccoli definitivamente riconciliati sotto l’autorità di Cristo, il divino Salomone, amato da tutto il popolo; Egli è il Re di pace che ha fatto la pace per mezzo del sangue della sua croce.
v. 2 — Come sono belli i tuoi piedi nei loro calzari, o figliuola di principe!
Il capitolo 4, descrivendo la donna amata, sottolineava le bellezze morali, messe in evidenza dalle sofferenze attraversate. Nel capitolo 6 c’è una seconda descrizione della bellezza di lei, che raffigura il residuo fedele d’Israele quando sarà manifestato con Cristo, associato a Lui nel suo trionfo. Qui, al capitolo 7, abbiamo il terzo quadro che ci presenta l’amica nello splendore di cui l’ha rivestita la grazia del suo Signore. Non si tratta, come nel capitolo 6, di ciò che ella è agli occhi di tutti, ma di ciò che ella è per lui, ciò che egli solo può apprezzare.
Una regina può essere manifestata nella sua bellezza agli occhi di tutto il suo popolo, ma il popolo non può entrare nell’intimità come lo fa il re. Nel capitolo 6 la descrizione cominciava dagli occhi, nel capitolo 7 inizia dai piedi; è il suo cammino che egli ammira! Per camminare è necessario avere dei calzari, i piedi devono essere preservati. Il figliuol prodigo, quando arrivò da suo padre, ricevette da lui dei sandali; da allora potè camminare in modo da glorificare suo padre.
L’Epistola agli Efesini ci insegna che il credente deve avere i piedi calzati della prontezza che dà l’Evangelo della pace; egli cammina in pace e procura la pace dovunque vada. È ciò che rende un cammino bello agli occhi del Signore. In questo passo viene attribuito un nuovo titolo: «figliuola di principe». Un principe è un vincitore, capace di condurre il suo popolo alla vittoria. Il principe è Cristo; Egli ha riportato la vittoria su tutta la potenza di Satana e della morte, è entrato nella fortezza in cui l’uomo forte custodiva i propri prigionieri e ne è uscito vittorioso. Egli ha messo in libertà una gran moltitudine di prigionieri. La morte, di fronte al Principe della vita, ha sciolto i legami di coloro che teneva prigionieri. I santi, da Lui liberati, possono camminare in trionfo al suo seguito. Che glorioso corteo !
v. 2 — I contorni delle tue anche sono come monili, opera di mano d’artefice.
La forza per camminare proviene dalle anche. È necessaria una potenza straordinaria affinché i fedeli di tutti i tempi, e in particolare quelli del residuo futuro di Israele, siano capaci di glorificare il Signore attraverso le innumerevoli sofferenze sopportate a causa del suo nome. C’è da lottare contro la potenza di Satana, le menzogne del falso profeta; nulla può fermarli nel cammino. È Lui che ha dato loro la saggezza, la forza per proseguire e perseverare fino alla meta in seno alle più grandi prove. Ora, Egli può ammirare in loro la sua propria opera, la bellezza della sua grazia e ciò che essa ha prodotto in loro. Da parte sua non c’è stata che grazia; essi hanno trovato tutto in Lui.
v. 3 — Il tuo seno è una tazza rotonda, dove non manca mai vino profumato.
Durante il periodo in cui l’amica era, per così dire, nascosta agli occhi degli uomini, nel seno del suo Signore, ella ha preso da Lui la vita e si è nutrita della sua preziosa persona. Da Lui, come fa un bambino dal seno della madre, ella ha preso il nutrimento che le era necessario per la sussistenza e la crescita spirituale.
Il calice, o la tazza, è la parte dei santi quaggiù: «L’Eterno è la parte della mia eredità e il mio calice» (Salmo 16:5). L’eredità sarà la nostra parte in avvenire; non la possediamo ancora, se non per la fede. Il calice ci è necessario per dissetarci finché siamo nel deserto; «la mia coppa trabocca» diceva il salmista (Salmo 23). Questa coppa rotonda ci parla di una gioia che non può esaurirsi, di un infinito nel quale il fedele può dilettarsi senza mai vederne la fine; il vino profumato non può mai mancarvi. Cristo li ha resi felici e, durante l’eternità, la sorgente della loro felicità che si trova in Lui non si esaurirà mai.
v. 3 — D tuo corpo è un mucchio di grano, circondato da gigli

Un mucchio di grano è simbolo di nutrimento, di abbondanza. Circondato da questi gigli, il grano ci fa pensare a Cristo, il pane dal cielo, nutrimento celeste del credente. Se fossimo più coscienti dei bisogni delle anime, saremmo più zelanti nel parlare loro di Colui che è il pane disceso dal cielo, e più spesso avremmo la gioia di vedere delle persone che mettono in Lui la loro fiducia, per il presente e per l’eternità.
v. 4 — Le tue due mammelle paion due gemelli di gazzella.
Abbiamo in questo passo le stesse immagini del cap. 4 v. 5, ma qui mancano le parole «che pasturano fra i gigli». Giuda e Israele sono con il Signore; la loro speranza è ora realtà. Non c’è più questo esercizio continuo di fiducia che fu necessario durante la sua assenza. Ora possono dare libero corso al loro amore, senza che nulla venga a turbarne la manifestazione.
v. 5 — E tuo collo è come una torre d’avorio;
È il momento del regno del divino Salomone, il Re di pace; un tempo felice fa seguito a tutti i combattimenti che sono stati la parte dei fedeli. Essi si rallegrano del suo regno, nella pace e nella santità. Il collo come una torre d’avorio ci parla di purezza e di potenza che proviene dall’ubbidienza.
Abbiamo già notato che Salomone si era fatto un grande trono di avorio, tutto ricoperto di oro puro, che ci ricorda la santità di Cristo. Qui, il collo di lei è una torre di avorio, una potenza, una salvaguardia invincibile contro ogni male. II suo amore gli fa odiare tutto ciò che è incompatibile con la sua santità. Che potenza contro il male, quando il cuore è ripieno di sottomissione alla volontà del Signore! Tale amore è una salvaguardia contro le seduzioni del nemico e gli inganni del mondo.
v. 5 — i tuoi occhi son come le piscine d’Eshbon presso la porta di Bath Rabbim.
Ritroviamo qui gli occhi della Sunamita; ma non sono più come quelli della colomba che guarda verso il cielo dove è nascosto il suo amato. Ora ella è con lui, presso di lui, e i suoi occhi possono contemplare l’immensità della sua grazia che si stende lontano verso le nazioni. Questa grazia ci è rappresentata dalle piscine piene di acqua situate in una città che un tempo era capitale di Sihon, re degli Amorrei (Num. 21:25). Heshbon faceva parte dell’eredità delle due tribù e mezza che si erano stanziate al di qua del Giordano. Da molto tempo esse ne sono spodestate; ma per Dio nulla è perduto e ben presto tutto sarà reso al suo popolo, per pura grazia e per la sua grande misericordia.
Gli occhi di lei contemplano la grazia che si stende ancora più lontano, fino alla porta dei figli di Lot. La porta (che ci parla sempre di giustizia) è quella di Bath-Rabbim o della figlia di Rabba, la capitale dei figli d’Ammon (Deut. 3:11). E là che Og, re di Basan, spiegava la sua potenza.

Ora è Salomone, figura di Cristo, che vi esercita la sua grazia insondabile.
Che cambiamento nella condizione di queste contrade! La pace prende il posto della potenza di un tiranno, l’abbondanza fa dimenticare la miseria e la sofferenza che hanno regnato in quelle zone un tempo fertili, ma dove tutto è stato guastato dalla follia e dall’idolatria del popolo di Dio. Chi può sondare questa grazia divina?
v. 5 — Il tuo naso è come la torre del Libano, che guarda verso Damasco.
Qui è ancora lei che contempla la distesa infinita della grazia di Dio. Essa sorpassa tutti i Umili della terra d’Israele e si estende lontano, verso le nazioni che erano senza diritto di cittadinanza in Israele, estranee ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Lo sguardo è volto verso la città di Damasco.
Che episodi ricorda al fedele il nome di questa città! E verso di essa che un tempo viaggiava Saulo da Tarso, meditando minaccia e morte contro coloro che invocavano il nome di Gesù, quando una luce più splendente del sole sfolgorò intorno a lui e udì la voce di Gesù che gli disse: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Questo Gesù l’ha inviato lontano, verso le nazioni, per aprir loro gli occhi affinché si volgessero dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio.
In questo passo il naso suggerisce l’idea che ella è capace di apprezzare il profumo di questo nome di Gesù, odore di vita per coloro che sono per la vita, e odore di morte
per coloro che sono per la morte. La torre del Libano ci parla di potenza, di sicurezza, e prefigura qui la solidità di un luogo dove si trova rifugio e dove si è in piena sicurezza. La fede è rischiarata dallo Spirito che prende le cose di Cristo, ce le fa comprendere e ci dà numerosi soggetti di adorazione. L’amore di Dio, come un fiume che straripa, rompeva le dighe nelle quali era rinchiuso e si spandeva lontano verso le nazioni.
v. 6 — Il tuo capo s’eleva come il Carmelo,
La descrizione della bellezza della donna amata è iniziata dai piedi. Ora si è alla testa, sede dei suoi pensieri e da cui provengono le direttive per tutto il corpo. Ella conta e apprezza tutte le benedizioni eccellenti della ricca contrada del Carmelo. Si tratta di un luogo elevato. La fede s’impadronisce di tutto ciò che è di Dio e scopre le meraviglie della sua potenza. Il fedele gioisce di una comunione perfetta con il suo Dio, è elevato al di sopra di tutte le cose che agitano un mondo lontano da Dio, ed è di là, per così dire, che scende per compiere il suo servizio in mezzo a una scena che è sotto la potenza del principe della morte (2 Re 4:15). In che comunione dolce e felice si trova la sposa con il suo Sposo re! Vale la pena lasciare tutto per essere con Lui!
v. 6 — e la chioma del tuo capo sembra di porpora;
Qui la donna è vista non solo nella sua posizione gloriosa con il suo Sposo celeste, ma anche nella sua posizione regale; la porpora è l’emblema della gloria del Figlio dell’Uomo, colui che deve dominare su tutto l’universo, essendo tutte le cose nei cieli e sulla terra riunite sotto il suo scettro glorioso. In quel giorno, i suoi, avendo condiviso il suo nazireato di cui ci parla la capigliatura, condivideranno la sua gloria. «Se soffriamo con Lui, con Lui altresì regneremo» (2 Tim. 2:12).
v. 6 — Un re è incatenato dalle tue trecce!
Una separazione netta dei fedeli da tutto ciò che caratterizza un mondo che ha rigettato il Signore ha necessariamente per risultato di attaccare il cuore del Re a loro.
«Le trecce dei capelli» del suo nazireato testimoniano della sua fedeltà verso di Lui e sono come delle catene che lo legano a lei (Numeri 6:5). L’amore della sua amata risponde al suo amore, e questo produce nel cuore dell’uno e dell’altra i legami più dolci e potenti.
Troviamo gli stessi sentimenti nel Salmo 45. Nel cuore dei suoi ferve una parola soave per Lui e un’esortazione è indirizzata alla sposa: « Ascolta, o fanciulla, e guarda e porgi l’orecchio; dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre; e il re porrà amore alla tua bellezza. Poiché Egli è il tuo signore, prostrati dinanzi a lui» (Salmo 45:10-11). Avendo dimenticato le cose nelle quali era vissuta fino allora, ella ha un solo e unico scopo: il suo Signore. Il Signore non può che apprezzare un cuore che batte solo per Lui. È così del vostro e del mio?
v. 7 — Quanto sei bella, quanto sei piacevole, o amor mio, in mezzo alle delizie!
L’amico non si stanca di dirle ciò che ella è per lui e ciò che egli trova in lei. Ella è bella poiché è rivestita di tutta la perfezione dei risultati della sua opera per lei.
Cristo vede in noi il frutto del suo sacrificio alla croce. Egli trova tutte le sue delizie in questi poveri esseri che apprezzano la sua grazia. Più volte, in questo cantico, l’amico ripete ciò che la sua diletta è ai suoi occhi, la soddisfazione che trova in lei, poiché vuole che ne sia ben compenetrata. Egli conosce la nostra tendenza a guardare a ciò che noi siamo più che a ciò che Egli è.
v. 8 — La tua statura è simile alla palma, e le tue mammelle a dei grappoli d’uva.
In questo capitolo l’amica non è più una straniera esposta alla vergogna, alla sofferenza e agli errori. Ella accompagna il suo diletto e prende parte alla sua gloria. Questa gloria ha preso il posto della tristezza, per i fedeli che hanno sofferto durante l’assenza del Messia. Noi la vediamo ora rivestita di tutta la bellezza di cui Cristo l’ha voluta ornare e di tutti i risultati della sua opera alla croce. La palma è l’emblema della vittoria. Durante la festa dei tabernacoli, la settima e ultima festa del popolo di Dio che raffigurava la benedizione millenniale e lo stato eterno, il popolo doveva prendere dei rami di palma e rami dalla verdura folta, abitare in capanne e rallegrarsi dinanzi all’Eterno. Essi lo facevano affinché nelle successive generazioni il popolo non dimenticasse mai che avevano dimorato in
capanne quando l’Eterno li aveva fatti uscire dal paese di Egitto.
Era il felice ricordo della loro liberazione. L’Eterno si era dimostrato potente in loro favore e aveva combattuto per loro con mano potente e con braccio disteso. Ormai essi godono in pace i frutti della sua vittoria. In futuro «il giusto» fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano; piantato nella casa dell’Eterno, fiorirà nei cortili di Dio (Salmo 92:12-13). Come frutti benedetti della vittoria di Cristo, essi lo glorificheranno eternamente.
I vincitori della grande tribolazione che ci sarà sulla terra sono visti davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di lunghi abiti bianchi e con delle palme in mano; essi gridano con gran voce dicendo: «La salvezza appartiene all’Iddio nostro, il quale siede sul trono e all’Agnello». Salvati da Dio in virtù del sangue dell’Agnello, essi sono più che vincitori attraverso tutte le sofferenze.

Qui la statura dell’amata è simile alla palma ella ricorda la vittoria del suo Signore, poiché è Lui che ha riportato la vittoria su tutta la potenza di Satana e della morte.

v. 9 — Io ho detto: Io salirò sulla palma e m’appiglierò ai suoi rami. Siano le tue mammelle come grappoli di vite,

In questo versetto abbiamo come l’evocazione di una scena ben conosciuta, ma che è durata solo un istante; visione fuggevole di una gloria futura. Leggiamo ciò che lo Spirito Santo ci dice nell’Evangelo di Giovanni: «Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì ad incontrarlo; e si mise a gridare: Osanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele! E Gesù trovato un asinello, vi montò su, secondo che è scritto: Non temere o figliuola di Sion! Ecco il tuo Re viene montato sopra un puledro d’asina!» (Giov. 12:12 a 15). Questo bell’entusiasmo non è durato molto; una volta entrato in città nessuno ha più osato proclamare che Egli era il Messia, se non i piccoli fanciulli che hanno poi fatto tacere. 

Gerusalemme ha coronato di spine il suo Messia ed Egli è morto vicino alla città. È tutto perduto per lei? Il re di gloria vi entrerà ancora? In un giorno futuro, giorno che si avvicina rapidamente, Egli ritornerà accompagnato da un corteo ben più numeroso di quello che circa duemila anni fa accompagnava il suo ingresso a Gerusalemme. «O porte, alzate i vostri capi, alzatevi o porte eterne e il re di gloria entrerà» (Salmo 24:9). Gerusalemme raggiungerà il suo massimo sviluppo; essa troverà le sue delizie nel Messia, ed Egli potrà riposarsi nel suo amore in mezzo al suo popolo.
v. 9-10 — il profumo del tuo fiato, come quello dei pomi, e la tua bocca come un vino generoso
La diletta stessa spanderà, in quel giorno, il profumo del nome del suo sposo, facendo conoscere Lui, il cui nome è un profumo che si spande e di cui essa porta il nome.
Il cuore dei fedeli sarà pieno dell’eccellenza della sua persona e le loro lingue saranno sciolte per raccontare le grandi cose che Egli ha fatto per loro. Allora si compirà la parola di Isaia: «La lingua dei balbuzienti parlerà spedita e distinta» (Isaia 32:4). Quante cose avranno da dire riguardo a Lui e a ciò che Egli ha operato in loro favore, conoscendo come sono stati conosciuti, capaci di parlare con un’eloquenza che verrà dal fondo del cuore!
v. 10 — che cola dolcemente per il mio amico, e scivola fra le labbra di quelli che dormono.

Parlare di Lui è cosa facile per coloro che hanno gustato la sua grazia e che hanno fatto ampia conoscenza di tutta l’eccellenza della sua Persona. Qui la Sunamita interrompe il suo amico. Con le sue labbra si mette a dire ciò che ella è per Lui. «Perché se siamo fuor di senno, lo siamo a gloria di Dio, e se siamo di buon senno, lo siamo per voi» (2 Cor. 5:13). Paolo sperimentava ciò che significava essere «fuor di senno» in presenza dell’amore di Cristo. E quando pensava agli oggetti di questo amore, si prodigava per loro e nessuna difficoltà lo fermava.
v. 11 — Io sono del mio amico, e verso me va il suo desiderio.
Per la terza volta, la Sunamita parla di ciò che la unisce al suo diletto. Abbiamo letto al cap. 2:16: «Il mio amico è mio ed io sono sua». Al cap. 6:3: «Io sono dell’amico mio e l’amico mio è mio». In questo passo ella dice: «Io sono del mio amico e verso me va il suo desiderio». Qui non è più occupata di ciò che possiede in lui, per quanto prezioso ciò possa èssere, ma di ciò che ella è per lui. Così Giovanni, che si designava come il discepolo che Gesù amava. Anche Pietro amava veramente il Signore, ma era più occupato dell’amore che lui portava al suo Signore.
Egli è mio. È qui che iniziamo ad entrare nella conoscenza e nella gioia di un amore che riempirà i nostri cuori per l’eternità. Ma la grazia del nostro Dio ci condurrà oltre; facciamo come una seconda tappa, apprendendo ciò che siamo per lui. Cristo possiede qualcosa che gli è prezioso: il salario delle sue sofferenze e della sua morte, cioè i suoi diletti.
Infine, nel passo che stiamo esaminando, la sposa pensa con felicità a ciò che è per Lui. E noi, sappiamo quanto gli siamo preziosi? Noi siamo gli oggetti di tutto l’amore del Signore e di tutta la sua tenerezza. L’amore perfetto caccia via la paura. Qui la Sunamita non è più occupata della propria gioia, ma di quella del suo amico.
v. 12 — Vieni, amico mio, usciamo ai campi, passiamo la notte nei villaggi!
Ora la Sunamita, ben fondata nelle sue relazioni con il suo amico, non soltanto cosciente della posizione nella quale si trova con lui, ma anche gioiosa di ciò che ella è per lui, ha chiuso con la città, il luogo organizzato dall’uomo in cui ella non ha trovato che sofferenza, vergogna e umiliazione. Ella si volta verso i ricchi campi della grazia di Dio, verso i villaggi dove si trovano gli umili e i piccoli di questo mondo. Ma per rallegrarsi del tutto, bisogna che l’amico sia con lei, poiché le benedizioni senza di lui non sono benedizioni. Vieni! È un dolce invito che ci fa pensare ai due discepoli che il Signore accompagna sulla via di Emmaus: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno è già declinato. Ed egli entrò per rimanere con loro» (Luca 24).
Il divino Salvatore non domandava che questo; la sua felicità era di tener compagnia a quei poveri discepoli per potersi rivelare a loro.

v.13 — Fin dal mattino ameremo nelle vigne; vedremo se la vite ha sbocciato, se il suo fiore s’apre, se i melagrani fioriscono.

Un mattino senza nuvole, alba del bel regno d mille anni, sta per levarsi su un mondo immerso nella notte nel peccato e sotto la potenza del principe delle tenebre. Tempo felice in cui tutto sarà prosperità e abbondanza. La creazione, liberata dalla servitù della corruzione, si rallegrerà della libertà della gloria dei figliuoli di Dio. La vigna, sorgente di gioia per Dio e per il suo popolo, sboccerà e prometterà abbondante raccolto. I fiori si apriranno dappertutto in questo felice giorno di primavera eterna. I melagrani fioriranno per la gioia di coloro che si sono ricordati del Signore durante la lunga notte della sua assenza. In questo giorno felice, il Re di gloria farà la gioia di tutti i suoi.

v. 13 – Quivi ti darò le mie carezze.
Il Messia d’Israele, riconosciuto dal suo popolo, ed elevato sul suo trono a Gerusalemme, sarà, nel vero senso del termine, l’amato. Non è forse degno di così tanto amore Lui che è morto per la nazione e per riunire in uno i figli di Dio dispersi? A causa della disubbidienza del suo popolo e della sua idolatria, ha sofferto, Egli il giusto per gli ingiusti.
Lo abbiamo appena visto stabilire il suo regno su tutto il suo popolo, riunito sotto il suo scettro di giustizia e di pace; questo popolo gli darà tutto il suo amore, nella piena allegrezza per la sua Persona e per tutte le benedizioni che porterà con Sé, le quali si estenderanno lontano sulla terra. Il contrasto con ciò che accade ora quaggiù, dove l’egoismo e l’odio si manifestano dappertutto, sarà grande. 

v. 14 — Le mandragole mandano profumo, e sulle nostre porte stanno frutti deliziosi d’ogni sorta, nuovi e vecchi, che ho serbati per te, amico mio.
Qui, sulla porta, sono messi in evidenza i frutti numerosi che la grazia ha prodotto nel cuore dei fedeli del suo popolo. Ve ne sono di nuovi e di vecchi; i vecchi si sono prodotti durante il tempo dell’assenza del Signore. I fedeli hanno conosciuto la sofferenza, l’oppressione e il disprezzo; tutti i frutti del loro amore per Lui saranno ammirati in quel giorno per la gloria del loro Signore e di coloro che l’hanno servito fedelmente. Un bicchiere d’acqua fresca dato nel suo nome non verrà dimenticato.
I frutti nuovi sono quelli che la grazia ha prodotto alla sua venuta, e saranno numerosi. Egli opererà con potenza nei suoi e darà una ricompensa a coloro ai quali avrà accordato la grazia di fare qualcosa per il suo nome. Tutti questi frutti gli saranno preziosi poiché saranno stati prodotti alla sua gloria e per amore di lui. Il Signore sta per tornare; cosa abbiamo in serbo per Lui?
Questo capitolo 7 termina come il cap. 17 di Giovanni, su questa nota dell’amore inesprimibile che riempirà l’eternità.

Capitolo 8

v. 1 — Oh, perché non sei tu come un mio fratello, allattato dalle mammelle di mia madre!
I versetti da 2 a 4 del primo capitolo sono come l’introduzione di questo libro; il cap. 8 è come il riassunto, la conclusione di tutto ciò che contiene: potremo così ripassare le grandi verità di cui ci siamo occupati leggendo questo cantico. Che lo scopo che Dio si è proposto possa essere pienamente raggiunto e produrre nel nostro cuore numerosi soggetti di adorazione!
Qui, fin dall’inizio, troviamo le relazioni benedette della famiglia dei credenti; i discepoli sono stati con Gesù durante il suo ministerio quaggiù, hanno perseverato nelle sue prove ed ora conoscono il nome del Padre. Il fatto che questo residuo sia diventato la Chiesa, dopo la discesa dello Spirito Santo, non cambia nulla a questa preziosa verità per Israele. Essi erano l’espressione della famiglia di Dio, ed Egli era in mezzo a loro come colui che non aveva vergogna di chiamarli suoi fratelli, come ha fatto loro sapere nel glorioso messaggio trasmesso tramite Maria di Magdala. Israele in questo cantico è chiamato «la madre». Da questo popolo la Parola è stata conservata con una cura gelosa. I fedeli se ne sono nutriti, ma il Signore, più di tutti, vi ha trovato le sue delizie: «La tua legge è dentro al mio cuore ». «A mezzanotte io mi levo per celebrarti a motivo dei tuoi giusti giudizi». «Per ubbidire alla parola delle tue labbra, mi son guardato dalle vie dei violenti». «Io mi rallegro della tua parola, come uno che trova grandi spoglie» (Salmo 40:8, 119:62, 17:4, 119:162).
v. 1 — Trovandoti fuori, ti bacerei, e nessuno mi sprezzerebbe.
Ritroviamo qui il bacio, prima nota del nostro cantico. Ora è lei che lo dà, nell’effusione del suo amore. In un giorno futuro, quando il Salvatore del mondo sarà manifestato con tutti i suoi, tutti comprenderanno che l’amore è per Colui che si è sacrificato per loro. Invece di disprezzare un tale amore, essi l’ammireranno senza riserve.
v. 2 — Ti condurrei, t’introdurrei in casa di mia madre,
A lungo rigettato e disprezzato dal suo popolo, il Messia di Israele sarà come ricondotto in seno alla nazione dal residuo fedele. Questo residuo farà conoscere la Sua gloria al popolo, e il popolo lo riceverà, si rallegrerà in Lui e parteciperà alla benedizione portata dalla sua persona. «La madre», l’abbiamo già fatto notare, rappresenta la nazione. Quando il Messia è venuto per la prima volta a casa sua, i suoi non l’hanno ricevuto; ma allora tutti i cuori toccati dalla potenza di Dio saranno felici di riceverlo. Allora, Egli potrà riposarsi nel suo amore, in seno a un popolo che lo conoscerà e che sarà reso partecipe di tutte le benedizioni che sono in Lui.
Ne abbiamo una bella immagine alla fine del cap. 6 dell’evangelo di Marco. Il Signore arriva con i suoi discepoli
nel luogo in cui un tempo era stato scacciato; è riconosciuto, e da tutti i paesi d’intorno accorrono a Lui e gli portano tutti i malati; «e tutti quelli che lo toccavano erano guariti». Che cambiamento per questo popolo, oggi nemico! Essendo in mezzo a loro, Egli potrà spandere a profusione tutti i tesori della sua grazia.
v. 2 — tu mi ammaestreresti,
Quando leggiamo l’evangelo di Marco, vi troviamo la santa attività del perfetto Servitore che si spiega verso il suo popolo. In un tale servizio, l’insegnamento occupa un posto importante. Quante cose aveva da dire loro da parte del Padre che lo aveva inviato! Ma il suo ministerio di amore in mezzo a loro apparentemente è stato senza frutto, come già l’aveva annunciato il profeta Isaia. Egli aveva faticato invano e aveva consumato la sua forza per nulla (Isaia 49:4). Israele non fu riunito; rimase disperso fra le nazioni, ben lontano dal luogo in cui l’Eterno aveva stabilito il suo nome. Ma in un giorno vicino, ora che questo popolo è stato ricondotto nel suo paese, il Messia ritornerà in mezzo a loro e potrà liberamente istruirli nelle cose che non hanno mai voluto conoscere.
Allora aprirà loro gli occhi ed essi contempleranno «le meraviglie della sua legge» (Salmo 119:18). Il velo che è ancora sui loro occhi, sui loro cuori e sulle loro menti, sarà tolto. Le cose che concernono il Messia, le sue sofferenze, le sue glorie che fino ad oggi sono loro nascoste, brilleranno davanti ai loro occhi meravigliati; essi sapranno rispondere alla domanda solenne posta all’inizio del Salmo 22. Essi vedranno con i loro occhi le ferite di cui parla Zaccaria nel capitolo 13 del suo libro. Il loro cuore non arderà dentro di loro, quando il Signore aprirà loro le Scritture?
v. 2 — e io ti darei a bere del vino aromatico, del succo del mio melagrano.
Ritroviamo qui il melagrano e il vino, ma facciamo notare che in questo passo, come del resto in tutta la fine di questo cantico, le stesse immagini corrispondono a delle realtà ben più eccellenti di quelle dell’inizio del libro, poiché l’amato è con i suoi; il lungo periodo della sua assenza è terminato. Le benedizioni del Salmo 133 possono essere gustate: «Ecco, quant’è buono e quant’è piacevole che fratelli dimorino assieme!… quivi l’Eterno ha ordinato che sia la benedizione, la vita in eterno». Egli in quel giorno potrà rallegrarsi liberamente della comunione dei suoi diletti e della gioia di trovarsi in mezzo a loro. Cosa sarà per noi quando vedremo a faccia a faccia Colui del quale lo Spirito Santo ci parla da così tanto tempo? La nostra felicità sarà completa, e tanto più la sua.
v. 3 — La sua sinistra sia sotto il mio capo, e la sua destra m’abbracci!
Alla presenza di Lui non si trova solo la gioia ma anche un riposo perfetto. Un tempo la pecora stanca in mezzo al deserto ha trovato per la fede un dolce riposo in queste braccia potenti. Ora, la fede è cambiata in vista, ed è presso a Lui, e per sempre, che ella gode di questo riposo.
Quanto è dolce, dopo tutte le fatiche del deserto! In questi versetti da 1 a 3, abbiamo come un supremo e ultimo appello dell’amica al momento stesso della venuta dello Sposo. Sembra che vedendolo, ella si renda conto di tutta l’estensione della benedizione che Egli porta con Sé: i legami della famiglia, l’amore che avrà libero corso, la piena conoscenza di Lui stesso, la gioia della sua presenza, la pace che riempie i cuori. Essere circondati dalle sue braccia potenti: tale sarà il privilegio di tutti coloro che parteciperanno al bel regno di Cristo sulla terra, e ancora di più quello dei suoi che godranno eternamente della sua compagnia nei luoghi celesti.
v. 4 — O figliuole di Gerusalemme, io vi scongiuro, non svegliate, non svegliate l’amor mio, finch’essa non lo desideri!
Qui è lui che risponde all’ardente desiderio di lei di riposare tranquilla. Oggi sono numerosi coloro che amano il Signore e desiderano essere in sua compagnia. Che cambiamento per loro quando lasceranno questi luoghi desolati per essere sempre con lui! Il Signore vuole che i suoi cari riscattati gustino presso di Lui il riposo eterno che deriva dalla sua presenza. Per mezzo della fede godiamo già del riposo in mezzo a un mondo agitato, ma quando saremo nel cielo vi sarà il riposo perfetto ed eterno che mai nulla potrà turbare. È per questo che in questo passo non troviamo più né la cerva, né la gazzella (come al cap. 1 v. 7), anche se il loro passo rapido e leggero non può turbare molto il riposo di coloro che sono fra le braccia del buon Pastore.
v. 5 — Chi è colei che sale dal deserto appoggiata all’amico suo?
Dopo essere stati nascosti nel deserto durante il tempo della grande tribolazione, alla fine, i fedeli d’Israele saliranno a Gerusalemme, la città del gran Re. Che gioia poter salire da questo luogo desolato, alla fine della loro tribolazione, per entrare nella città sospirata da così tanto tempo! Il secondo libro dei Salmi ci parla delle loro distrette: «Come la cerva agogna i rivi dell’acque, così l’anima mia agogna te, o Dio. L’anima mia è assetata di Dio, dell’Iddio vivente; quando verrò e comparirò al cospetto di Dio?». Eccoli nel deserto; la loro anima è abbattuta. Si affidano all’Eterno per la liberazione, ma il tempo della prova perdura; come è lungo questo giorno! Ma ecco che il Signore viene, come il fulmine che esce da oriente e appare fino ad occidente. I suoi lo vedono e salgono a Gerusalemme. Le sofferenze del deserto sono terminate.
Abbiamo già visto al cap. 3:6 la Sunamita che sale dal deserto, allusione al popolo che è uscito dall’Egitto sotto la guida di Mosè. Qui ella è con lui e sembra che non abbia altro oggetto che lui. Anche noi, ben presto, saremo come i discepoli che il Signore aveva condotto su un’alta montagna dove avevano potuto contemplare la sua gloria. Dopo essersi guardati attorno, non videro più alcuno con loro, se non Gesù solo. Non resterà che lui; felice giornata!
v. 5 — Io t’ho svegliata sotto il melo,
La potenza della vita che si trova in Cristo si è manifestata quando Egli ha fatto udire la sua voce potente, quel-
la stessa voce che ha tratto i mondi dal nulla. È Lui che ha detto che dal seno delle tenebre risplendesse la luce (quella stessa luce che ha brillato nei nostri cuori) e che con la stessa parola ha tratto tutti i suoi dalla profondità del sonno della morte in cui il peccato li aveva immersi. Davanti al sepolcro del suo amico, Gesù ha detto: «Lazzaro vieni fuori», e il morto uscì avendo i piedi e le mani legati da fasce. Il Signore non è forse degno di essere l’oggetto di un amore ardente da parte di tutti coloro che sono stati liberati con sua potenza? Cosa provavano Lazzaro, Marta e Maria, quando Gesù si trovava a Betania, alla cena che gli avevano preparato? La morte era dietro, era un ricordo! Lazzaro era a tavola con Colui che lo aveva tratto dalla morte; Marta serviva al suo Signore, Maria spargeva su Lui il profumo! Tale sarà l’avvenire glorioso dei santi. Svegliati da lui e appoggiati al suo braccio, saliremo verso la città dove non ci sarà bisogno né di sole, né di luna, perché la illumina la gloria di Dio e l’Agnello è il suo luminare. Non ci sarà più notte, né morte! I santi loderanno senza posa e i re della terra vi porteranno la loro gloria.
v. 5 — dove tua madre t’ha partorito, dove quella che t’ha partorito s’è sgravata di te.
La madre, abbiamo detto, è il popolo d’Israele. È la sposa terrena; la Chiesa, invece, tratta nel periodo attuale dai Giudei e dai Gentili, è la sposa celeste. È dalla nazione giudea, come dal seno di una madre (Apoc. 12:1-5), che i fedeli del residuo usciranno durante il tempo della grande tribolazione; un vero travaglio, doloroso e pieno di angoscia, cadrà su questa nazione come le doglie alla donna incinta (1 Tess. 5:3).
Sotto i colpi di una tale prova e di simili sofferenze, questo popolo, che ancora oggi è incredulo, sarà profondamente lavorato da Dio. Le loro coscienze saranno allora esercitate riguardo alla legge che hanno violato, al Messia che hanno rigettato, e al disprezzo della grazia di Dio che è stata loro offerta durante i secoli della pazienza di Dio. Sarà necessario un grande lavorio interiore per condurli a giudicare tutto un passato che, a partire dall’uscita dall’Egitto, non è stato altro che ribellione e disubbidienza nei confronti dell’Eterno che aveva fatto loro delle promesse e aveva affidato loro i suoi oracoli.
Come dopo i dolori di un parto, ne uscirà un popolo pentito, umiliato, che conterà soltanto sulla misericordia di Dio e sarà pronto a ricevere con gioia il proprio Messia, quel Gesù che i loro padri hanno crocifisso. E avranno in Lui la vita, in virtù dell’opera compiuta in loro favore quando morì sulla croce, vicino alla città diletta dove stabilirà il trono della sua gloria e riceverà il suo popolo in grazia. Là, «sotto il melo», che è Cristo, essi saranno come partoriti, nasceranno di nuovo, avranno in Lui una nuova vita.
v. 6 — Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio;
Il sommo sacerdote portava sul petto il «pettorale», con dodici pietre preziose sulle quali erano incisi, come s’incidono i sigilli, i nomi delle dodici tribù d’Israele. Quelle pietre, incastonate nei loro castoni d’oro, brillavano nel santuario, illuminate dal candelabro d’oro a sette bracci. I diletti del Signore sono sempre sul cuore di Colui che è il nostro grande Sommo Sacerdote e che è continuamente per noi alla presenza di Dio; essi riflettono le sue glorie.
In questo passo, essendo il regno stabilito in gloria e in potenza, l’amata chiede di essere sul cuore di Lui che è contemporaneamente Re e Sacerdote, cosa mai accaduta sotto l’antico patto. In questo bel regno, i fedeli che hanno amato il Signore durante il tempo della sua assenza, brilleranno come altrettante pietre preziose, oggetti dell’amore particolare del Re di gloria. Esse saranno anche sul suo braccio potente che ha sostenuto e protetto i suoi, e che si farà conoscere in tutte le sue opere magnifiche.
v. 6 — perché l’amore è forte come la morte,
Non c’è in questo passo un’allusione alla morte nella quale Cristo è entrato in grazia per noi, bensì il fatto che la morte non lascia mai colui di cui si è impadronita. Lo Spirito Santo, con questa immagine, vuole mostrarci che nulla, assolutamente nulla, potrà rapirci dalla stretta di questo amore. La morte non si fa intenerire da nulla; e non sono le lacrime, né le grida, né il dolore che lascia dietro a sé, a farla tornare indietro e impedirle di portare con sé la sua vittima. Così, nulla può separarci dall’amore di Dio «che è in Cristo Gesù nostro Signore». Le potenze della terra e dell’inferno alleate contro di noi non possono toglierci dal cuore e dalle braccia di Colui che ci ama e ci ha presi per Sé. Noi siamo incisi sul suo cuore come un sigillo.
v. 6 — la gelosia è dura come il soggiorno dei morti. I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma dell’Eterno.
La gelosia si rifiuta di condividere con altri l’amore della persona amata. Il soggiorno dei morti è duro, crudele, non restituisce mai nessuno. Più l’amore è ardente, più lo è la gelosia; è come una fiamma che consuma tutto ciò che incontra senza risparmiare nulla.
Il nostro Signore, che nel suo amore ha sacrificato la propria vita, è obbligato a consumare col fuoco del castigo parecchie cose che si interpongono fra Lui e i nostri cuori. Il suo amore non può essere soddisfatto che dal possesso totale di coloro che riempiono il suo cuore. Il grande nemico è il mondo e le cose che sono in esso (1 Giov. 2:15). Poveri nostri cuori che sanno rallegrarsi così poco in Colui che solo può riempirli e che li farà traboccare durante l’eternità! Nella nostra follia, corriamo dietro a cose che sono vanità e che ci allontanano da Lui che ci ama. Ciò attira su noi il castigo e la sofferenza. Oh, che possiamo dire: «Possiedimi completamente!»
v. 7 — Le grandi acque non potrebbero spegnere l’amore, e dei fiumi non potrebbero sommergerlo.
Il Suo amore ha trionfato su tutto; è rimasto immutato quando ha incontrato le grandi acque del giudizio di Dio e ha dovuto dire: «Un abisso chiama un altro abisso al rumore delle tue cascate, tutte le tue onde ed i tuoi flutti mi son passati addosso » (Salmo 42:7). In questa parola «dei fiumi non potrebbero sommergerlo » abbiamo forse un’allusione al Giordano, immagine della morte, nel quale l’arca del Signore di tutta la terra ha dovuto penetrare allorché il popolo ha fatto la sua entrata trionfale nel paese della promessa. Solo i piedi dei sacerdoti che portavano l’arca sono entrati nelle acque; tutto il popolo ha potuto passare per l’asciutto. In quel giorno il popolo ha visto delle meraviglie ed è potuto passare per una via che prima non conosceva.
Niente ha fermato il Signore in ciò che il suo amore si era proposto in favore dei suoi diletti; né la sofferenza, né l’obbrobrio, né l’abbandono, né la morte hanno potuto spegnere il suo amore per loro. È l’amore puro, insondabile, che ha la sua sorgente nel cuore di Dio e che è eterno come Egli stesso è eterno.
v. 7 — Se uno desse tutti i beni di casa sua in cambio dell’amore, sarebbe del tutto disprezzato.
L’amore è soddisfatto solo possedendo la persona amata che non può essere valutata né pagata. Tutti i beni di una casa non possono uguagliarla. Adamo, nel mezzo degli splendori del giardino di Eden, non poteva godere completamente di tutte le ricchezze che l’Eterno aveva messo a sua disposizione; erano buone e piacevoli a vedersi, ma per lui nessuna era paragonabile alla donna che l’Eterno stava per dargli. Eva aveva più valore di tutte le meraviglie di cui era circondato in questo luogo di delizie. Comprendiamo la sua esclamazione quando l’Eterno gli presenta colei che ha tratto dalla sua costola: «Questa finalmente… ». Niente era più prezioso di quella compagna. Ma Adamo non era altro che la figura di Colui che doveva venire; era come un uomo provvisorio, se ci è permesso di usare quest’espressione. Un altro più grande e più glorioso di lui doveva apparire, l’Uomo dei consigli di Dio, colui che solo poteva glorificarlo ed essere egli stesso glorificato agli occhi di tutto l’universo: Cristo, l’amato del Cantico, l’amato di tutti quelli che hanno gustato la sua bontà.
v. 8 — Noi abbiamo una piccola sorella, che non ha ancora mammelle;
Qual è questa piccola sorella di cui questi fedeli parlano? Sono le dieci tribù sperdute e sconosciute da tutti ancora oggi. Giacobbe ebbe dodici figli, capi di dodici tribù d’Israele. Il Messia d’Israele non regnerà soltanto sulla casa di Giuda e Beniamino, ma su tutto il popolo. Il nemico del popolo di Dio non potrà rapire alle altre dieci tribù i privilegi del regno della casa di Davide e le benedizioni promesse a Giacobbe e alla sua discendenza. Il Messia non sarà privato della gloria di stendere il suo scettro su tutto il popolo. Le promesse si compiranno pienamente, anche al di là di tutto ciò che la fede dei fedeli oserebbe sperare. Queste tribù sono disperse dal lontano giorno in cui Salmaneser, re d’Assiria, le condusse in cattività. Ma Dio, che sa perfettamente dove sono e che veglia su di esse, le ricondurrà all’inizio del Regno. Allora, il Figlio di Davide stenderà il suo dominio e spanderà la sua benedizione non su due o su dieci tribù, ma sulle dodici tribù d’Israele. «Iddio è conosciuto in Giuda, il suo nome è grande in Israele», è detto nel Salmo 76:1. Come potrebbe, la gloria del Messia, avere un’estensione più piccola di quella di Salomone che dominò su tutto Israele?
Queste dieci tribù sono chiamate in questo passo « piccola sorella»; discendono da Giacobbe, ma non hanno partecipato all’uccisione del Messia; non dovranno passare attraverso la grande tribolazione come le due tribù che erano in Palestina quando Cristo fu messo a morte. Però, non avendo dovuto attraversare questo tempo di prova, esse non conosceranno, come Giuda, l’immensità della grazia di Dio e non avranno ancora raggiunto lo sviluppo spirituale dei fedeli di Giuda che allora saranno già con il Signore. Ma Dio si occuperà di queste dieci tribù per condurle nel pieno godimento di tutto ciò che il Messia è per il suo popolo. È per questo che è aggiunto:
v. 8 — che faremo noi della nostra sorella, quando si tratterà di lei?
Al giorno d’oggi si parla poco di queste dieci tribù; anche Giuda sembra aver dimenticato questa sorella con la quale è stata in guerra diverse volte durante i secoli passati. Ma Dio non si pente per ciò che riguarda le sue promesse. Ben presto metterà queste tribù in evidenza e le ricondurrà nel loro Paese. Che si dirà quando esse usciranno, come per risurrezione, di mezzo alle nazioni in cui esse sono state come morte e dimenticate da tutti? Allora, «la gelosia di Efraim scomparirà e gli avversari di Giuda saranno annientati; Efraim non invidierà più Giuda e Giuda non sarà più ostile a Efraim» (Isaia 11:13), e le due tribù, Giuda e Beniamino, si occuperanno delle altre dieci, riconoscendole come loro sorella, degna di partecipare alle medesime benedizioni.
v. 9 — Se ella è un muro, costruiremo su lei una torretta d’argento;
Troviamo qui il muro della santificazione, della separazione dal male e dal mondo per Dio. Questo principio
della separazione dal male è fra i più importanti, in tutti i tempi e in tutte le dispensazioni. Non si può godere della comunione con Dio se non separandosi da tutto ciò che è incompatibile con la sua gloria, e da un mondo che è colpevole del martirio del suo Figlio.
«S’ella è un muro…»; abbiamo già visto chi sono i fedeli dietro al muro; sono coloro che ramato viene a cercare (cap. 2:9). Qui egli viene ad abitare in mezzo a loro: «Noi costruiremo su lei una torretta d’argento». Eccoli che si sono separati dalle nazioni in mezzo alle quali hanno vissuto durante i secoli, e che sono venuti nella terra che l’Eterno aveva dato ai loro padri; ora vi trovano una dimora d’argento, una casa preziosa. L’argento nella Scrittura ci parla della redenzione. Quando in Israele si faceva il censimento del popolo, ciascuno doveva versare il riscatto della propria persona con mezzo siclo d’argento (Esodo 30:13). È dunque in virtù della redenzione che il Signore potrà dimorare in mezzo al suo popolo terreno, non solo in mezzo ai Giudei ma anche a tutte le tribù d’Israele.
v. 9 — Se ella è un uscio, la chiuderemo con una tavola di cedro.
Le dieci tribù, rientrate anch’esse nel loro paese, saranno al sicuro sotto la potente protezione del loro Messia. Abbiamo appena visto il muro, dietro il quale saranno perfettamente protette da ogni pericolo; qui troviamo la porta. Molte volte i nemici sono entrati dalle porte delle città d’Israele, compresa Gerusalemme, e hanno razziato ogni cosa. La negligenza del popolo riguardo a queste porte è stata causa di parecchi mali. Al tempo di Neemia, il popolo era in una grande miseria e nell’obbrobrio, poiché le mura di Gerusalemme erano in rovina e le sue porte bruciate dal fuoco. Al tempo del profeta Geremia, per le vie di Sion c’era lutto poiché nessuno andava alle «feste dell’Eterno», e tutte le porte erano desolate e sprofondate nella polvere. Non v’era più sicurezza né gioia nella santa città. Ma quando le dodici tribù d’Israele saranno riunite sotto lo scettro del Re di pace, tutti saranno al sicuro. Il regno glorioso di Salomone era un’immagine di ciò che sarà quel tempo felice in cui il popolo gioirà della presenza del Re di giustizia e Re di pace (1 Re 4).
v. 10 — Io sono un muro, e le mie mammelle sono come torri;
Ci troviamo qui fra immagini che ci sono ora familiari; da una parte ci suggeriscono la separazione (il muro) da tutto ciò che è incompatibile con la gloria e la santità di Dio, dall’altra la devozione più completa e l’amore più disinteressato. Questo amore avrà libero corso sotto lo scettro del Signore essendo tutti i suoi sudditi suoi imitatori. Giuda e Israele non saranno più nemici, ma, essendo i loro cuori toccati dalla grazia di Dio, saranno pieni di devozione gli uni per gli altri e si prodigheranno per la gioia e la felicità di tutti.
Per la terza volta nel nostro cantico troviamo le torri; come abbiamo già detto, si tratta di un luogo di rifugio nel quale si è sicuri contro il nemico. Il primo passo è al cap. 4 v. 4 dove la cosa è realizzata nell’ubbidienza; la sicurezza di tutti gli uomini valorosi d’altri tempi fu la loro ubbidienza assoluta alla Parola di Dio. Al cap. 7 v. 5 è la stessa sicurezza sperimentata nella santità, ciò di cui ci parla l’avorio; qui è realizzata nell’amore. Sono tre cose importanti per il fedele e altrettanto meravigliose, poiché egli le manifesta in un mondo caratterizzato dalla disubbidienza, la corruzione morale e l’egoismo. L’umile fedele le realizza ogni giorno aspettando il momento in cui esse avranno libero corso nel bel Regno che si stabilirà in potenza.
v. 10 — io sono stata ai suoi occhi come colei che ha trovato pace.
Tutto sarà perfetto in quel bel regno del Signore. Vi saranno la santità, la giustizia, la sicurezza, la forza, l’amore; ed anche la pace, nominata nel nostro versetto. Questa pace alla quale gli uomini aspirano così ardentemente al giorno d’oggi, e che non possono ottenere perché hanno rigettato e messo a morte il Signore di gloria, il Principe della pace. Malgrado tutti gli sforzi dei saggi di questo mondo, questa pace è più lontana che mai; però, l’umile discepolo del Signore la sente nel suo cuore e ne gode, aspettando il momento in cui sarà stabilita in potenza. Allora Egli farà cessare le guerre, spezzerà gli archi, ridurrà in pezzi le lance e brucerà i carri con il fuoco. In quel giorno, sulla terra, Egli sarà esaltato fra tutte le nazioni. Sarà il regno della pace; essa è stata acquistata dalle sue sofferenze: «Avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce» (Col. 1:20).
v. 11 — Salomone aveva una vigna a Baal Hamon;
L’uomo non è stato capace di serbare intatto nulla di ciò che Dio gli ha affidato. La benedizione si basava sulla sua responsabilità, ma egli ha fallito; in mano sua tutto è stato guastato irrimediabilmente. Invece dell’uva, Dio non ha trovato che grappoli selvatici in mezzo al suo popolo. Ora che l’amico abita in grazia in mezzo al suo popolo, tutto riposa sulla sua fedeltà, ed Egli trova abbondanza di gioia in mezzo alla sua vigna che la sua destra ha piantato e della quale si cura Egli stesso. Ci è detto che questa vigna è Baal Hamon; è un nome simbolico che ricorda che Egli è il Signore di una moltitudine di nazioni. Queste gli saranno sottomesse di cuore e saranno benedette con il suo popolo; allora vi sarà grande gioia ovunque. È ciò a cui Egli fa allusione quando dice ai suoi discepoli che berrà il frutto della vigna in un modo nuovo con loro, nel regno del Padre suo (Matteo 26:29). Tutto sarà nuovo e tutto sarà gioia in quel bel regno.
v. 11 — egli affidò la vigna a dei guardiani, ognuno dei quali portava, come frutto, mille sicli d’argento.
Un tempo, i capi del popolo, i guardiani della vigna, non portarono alcun frutto al Signore della vigna. Anzi, quando giunse la stagione dei frutti e il Padrone inviò i suoi servitori per ricevere i frutti, i lavoratori, presi i servitori, ne batterono uno, ne uccisero un altro e ne ferirono un terzo. Infine inviò loro suo figlio dicendo: « Avranno rispetto al mio Figliuolo». Ma i lavoratori, vedendolo, dissero fra loro: «Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra» (Matteo 21:33-41). E presolo, l’uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Da allora la vigna è deserta e sterile.
Ma ora, il Signore ha affidato la vigna a degli altri lavoratori ed essi gli portano ciascuno una gran somma: mille sicli d’argento. La sua vigna ha prodotto in abbondanza! Ancora qui constatiamo che la follia e la cattiveria dell’uomo non possono essere un ostacolo a ciò che il Signore si è proposto per soddisfare il suo cuore. Egli è amore, e il suo amore troverà soddisfazione nel suo popolo diletto, come pure in tutte le nazioni che saranno benedette con il suo popolo (Deut. 32:43).
v. 12 — La mia vigna, che è mia, la guardo da me;
Qui la Sunamita, che non aveva saputo guardare la sua vigna (cap. 1 v. 6), contempla questa vigna in tutta la sua distesa e la sua prosperità. Che gioia per i fedeli quando saranno così capaci di apprezzare la benedizione portata dal Re a un popolo che non ha dato altra prova che la malvagità e l’infedeltà verso il suo Dio e il suo Messia! Grande sarà la gioia di questi fedeli così benedetti sulla terra; ma ancora più grande sarà la gioia di coloro che avranno la loro parte con l’amato del Padre nelle dimore celesti! Se, per fede, sapessimo entrare meglio nella nostra eredità e nel godimento presente delle benedizioni che sono la nostra parte, quanto saremmo felici, e quanto realizzeremmo la nostra posizione di stranieri in questo mondo dove siamo solo di passaggio!
v. 12 — tu, Salomone, tienti pure i tuoi mille sicli, e se n’abbian duecento quelli che guardano il frutto della tua!
L’amica si rende conto che tutto è del suo sposo e gli appartiene di diritto, poiché è lui che ha fatto tutto per lei.
Cristo ha un pieno compenso da questa vigna che è stata per lungo tempo l’oggetto delle sue cure fedeli; Egli riceverà la ricompensa di tutta la sua fatica. Dalla prima ora del giorno e fino all’undicesima, Egli ha inviato degli operai per lavorare questa vigna (Matt. 20:1-7); Egli ricompenserà i suoi servitori, che riceveranno un pieno salario, un frutto abbondante. E noi cosa facciamo per la gioia del nostro Signore?
v. 13 — O tu che dimori nei giardini, dei compagni stanno intenti alla tua voce! Fammela udire!
Si tratta ora della benedizione finale. L’amica è in un luogo di delizie, un vero paradiso, migliore del giardino di Eden. Là non ci sono più pericoli e si può, senza impedimenti, ammirare il Signore e le sue opere: non solo la creazione ma anche la redenzione. Egli non si accontenta più di visitare il suo giardino, come in Eden, ma vi abita. In questo luogo abitano anche i compagni della Sunamita, coloro che hanno ricevuto i messaggeri del regno; essi hanno una parte con lei che personifica, come abbiamo visto, i fedeli del residuo. Questi hanno conosciuto i lutti, gli spaventi, le pene della grande tribolazione; sta a Ioro trascinare nel prezioso servizio della lode questi compagni, i quali aspettano che i fedeli del residuo facciano udire la loro voce per aggiungervi la loro. Tutte le bocche saranno aperte per dargli gloria. Allora si realizzerà alla lettera il Salmo 150: «Lodate Iddio nel suo santuario!… Ogni cosa che respira lodi l’Eterno! ». Noi possiamo aggiungere: Signore, affretta quel giorno! Ed è proprio così che termina il Cantico dei Cantici.
v. 14 — Fuggi, amico mio, come una gazzella od un cerbiatto, sui monti degli aromi!
Qui il monte non ha più delle frane che sembravano dovessero fermare la corsa dell’amico, come al cap. 2 v. 17. Vi sono gli aromi, il profumo del suo nome che si spande dappertutto, poiché Egli viene, rapido come la gazzella dai piedi leggeri e come il cerbiatto che si trova nei luoghi elevati.
Il Cantico dei Cantici, come anche l’Apocalisse, termina con l’espressione dell’ardente desiderio di vederlo. Egli viene sulle nuvole.
«Io vengo tosto»: tale è la sua promessa. «Amen, vieni Signore Gesù!».