di H.Smith
Nella sua vita movimentata Elia passa di miracolo in miracolo, e l’ultimo è il più grande di tutti. Non c’è viaggio più notevole del suo ultimo pellegrinaggio da Ghilgal al Giordano. Guidato dallo Spirito di Dio, Elia visita alcuni luoghi che parlano in modo particolare delle vie dell’Eterno verso Israele.
Possiamo subito notare che qui il profeta è accompagnato da Eliseo che era già stato unto al suo posto. Ora è venuto il momento per lui di salire in cielo, lasciando ad Eliseo il compito di rappresentarlo sulla terra. Possiamo dire che il punto di partenza del ministerio di Eliseo è il rapimento del suo signore in cielo. Egli rimarrà sulla terra, testimone della potenza e della grazia, le sole che possono consentire all’uomo di entrare nel cielo, nonostante il peccato, la morte e tutta la potenza del nemico.
Un viaggio memorabile
Se Eliseo sulla terra deve rappresentare in modo appropriato l’Elia nel cielo, deve percorrere col suo signore la via che, passando da Ghilgal, Betel e Gerico, porta sulle rive del Giordano; e lì deve essere ripieno della gloria dell’ascensione.
In questi grandi misteri abbiamo una figura colpente della vera posizione del cristiano mentre attraversa questo mondo. Se siamo lasciati per qualche tempo sulla terra è perché rappresentiamo l’Uomo che è salito in cielo, l’Uomo Cristo Gesù. Che onore ci è fatto di essere lasciati come testimoni di Cristo nel mondo dal quale è stato rigettato!
Anche se occupiamo un’umile posizione in questo mondo, il motivo della nostra vita quaggiù è molto elevato. Rappresentare Cristo nella vita di tutti i giorni è un compito meraviglioso e impegnativo. Questo illumina la vita più insignificante e sostiene l’animo nelle situazioni più tristi.
Ma, per essere testimoni, dobbiamo conoscere nelle nostre esperienze spirituali qualcosa delle grandi verità simboleggiate dalle tappe di quest’ultimo viaggio di Elia. Dobbiamo andare da Ghilgal al Giordano, e avere sempre davanti ai nostri occhi la visione dell’Uomo elevato in gloria, per poter presentare in qualche modo le sue grazie e le sue virtù fra quelli che non credono.
Ghilgal.
Ghilgal è il punto di partenza di questo viaggio memorabile. A Ghilgal Israele era stato messo a parte per Dio con la circoncisione; in quel luogo Dio aveva potuto dire al popolo: “Oggi vi ho tolto di dosso l’infamia d’Egitto” (Giosuè 5:9), perché lì era stata messa da parte “la carne”.
Al mar Rosso, i figli d’Israele erano stati liberati dall’Egitto, ma l’obbrobrio dell’Egitto non è stato loro tolto di dosso fino alla circoncisione sulle rive del Giordano. Sappiamo dall’epistola ai Colossesi che la circoncisione è la figura dello “spogliamento del corpo della carne” del quale siamo stati liberati per mezzo della nostra morte con Cristo. Questa liberazione è dunque basata sulla morte di Cristo, ed è per fede che accettiamo di essere morti con Lui. Sul fondamento di questo grande fatto siamo poi esortati a far morire le nostre membra che sono sulla terra (Col. 3:5). L’apostolo ci dice anche che cosa sono queste membra: “fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria“. Poi dobbiamo anche rinunciare all’ira, alla collera, alla malignità, alla calunnia, alle parole disoneste e alle menzogne. La carne è stata messa a morte alla croce. La fede accetta questo, ma nel nostro cammino giornaliero dobbiamo respingere tutte quelle manifestazioni della carne che sono tipiche di coloro che non conoscono il Signore.
Ma se queste cose malvage sono ancora viste in noi, è come se portassimo ancora addosso “l’infamia dell’Egitto” perché sono cose disonoranti per l’uomo e che mostrano il suo asservimento al peccato.
Questa mortificazione delle nostre membra sulla terra è, per noi credenti, la nostra “Ghilgal”. Giosuè, dopo le vittorie, ritornava sempre a Ghilgal. Altrettanto deve fare il cristiano: ad ogni nuova vittoria deve fare molta attenzione, rimanere umile e sottomesso, e respingere senza esitazione ogni manifestazione della carne.
E’ questa la prima fondamentale tappa del viaggio. Se dobbiamo rappresentare l’Uomo che è salito in cielo, è necessario che ogni manifestazione della carne sia totalmente giudicata.
Betel
Questa è la tappa successiva. Il significato profondo di questa nota località ci è dato dalla storia di Giacobbe. Nel suo tragitto da Beer-Sceba a Caran, egli trascorse la notte all’aperto, coricato in terra e con una pietra per cuscino. Allora l’Eterno gli apparve in sogno, facendo a quel fuggiasco tre promesse senza condizioni (Gen. 28:10-15):
- Per quanto riguardava quel paese, esso sarebbe stato dato a Giacobbe e alla sua progenie. Israele si impossessò del paese ma poi lo perse, venendo meno alle sue responsabilità. E a tutt’oggi non lo possiede ancora nei confini previsti dalle promesse di Dio.
- Quanto al popolo d’Israele, progenie di Giacobbe, esso sarebbe diventato numeroso come la polvere della terra e si sarebbe esteso ad oriente e ad occidente, a nord e a mezzogiorno; in lui tutte le famiglie della terra sarebbero state benedette.
- Quanto a Giacobbe, per vent’anni sarebbe stato un esule, esposto a difficoltà e pericoli, ma l’Eterno gli promise che lo avrebbe protetto e ricondotto nel suo paese. “Io non ti abbandonerò”, gli aveva detto, “prima d’aver fatto quello che ti ho detto”.
Betel è così una testimonianza della fedeltà immutabile di Dio verso il suo popolo. Egli ha previsto un posto per i suoi e li prepara per questo posto, proteggendo ognuno di loro e vegliando su di loro in modo tale che nessuno perisca, quali che siano le difficoltà e la durata del viaggio.
Mentre proseguiamo il nostro pellegrinaggio in questo mondo, sappiamo che la casa verso cui ci rechiamo è preparata per noi dalla fedeltà di Dio. Pietro può ricordarci che siamo diretti verso un’eredità incorruttibile e immacolata, conservata nei cieli per noi. Israele ha un paese assicurato sulla terra, e il cristiano una dimora riservata nel cielo.
E quando finalmente saremo accolti in quella dimora, non uno dei suoi mancherà. Il viaggio può essere lungo, la via impervia, l’opposizione forte, la lotta terribile; a volte veniamo meno e cadiamo, ma l’apostolo applica a noi le parole dette da Dio a Giacobbe: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”.
Se Ghilgal parla del male che c’è nella nostra carne, di cui si deve respingere ogni attività, Betel parla della fedeltà di Dio sulla quale possiamo fare affidamento con una fiducia totale.
Al tempo del profeta Elia, la testimonianza di Ghilgal e di Betel riguardo alla relazione dell’Eterno con Israele era un ricordo di storia passata, trasmesso di generazione in generazione e mantenuto intatto dalla fede.
Ma Ghilgal e Betel erano anche diventati testimoni del peccato del popolo. Il profeta Amos accusa il popolo di aver peccato a Betel e moltiplicato la trasgressione a Ghilgal. Betel, la sede di uno dei vitelli d’oro, era un centro d’idolatria (1 Re 12:28-29); e a Ghilgal il peccato era ancora più grande. Ma Elia guarda al di là dell’orribile peccato della nazione. Egli conosce il proposito di Dio di avere un popolo messo a parte per Sé, un popolo introdotto nella benedizione sul solo fondamento della Sua fedeltà e della Sua grazia incondizionata.
Così pure, negli ultimi giorni della dispensazione cristiana, la croce, testimonianza del giudizio della carne, è diventata nelle mani dell’uomo un oggetto d’idolatria universale. Quante persone venerano la croce, pur rifiutando di accettare tutto quello che la croce significa, e disprezzando il Cristo che sulla croce ha sofferto. Anche Betel, che significa la casa di Dio, luogo di benedizione per la manifestazione di tutto quello che Dio è, è stato trasformato in una costruzione dove possono trovare il loro tornaconto l’orgoglio e la gloria dell’uomo. Sia ai tempi di Elia, sia ai giorni nostri, la corruzione delle cose divine è la massima dimostrazione della rovina totale di tutto quello che porta il nome di Dio.
Gerico
Poi il profeta è mandato a Gerico, la città contro cui Dio aveva pronunciato la maledizione. Sfidando Dio, un uomo aveva ricostruito la città e aveva attirato il giudizio sulla propria famiglia. Gerico diventa così testimone del giudizio dell’Eterno contro quelli che si oppongono al suo popolo e si ribellano contro di Lui. La fede di Elia sapeva che la nazione ribelle andava incontro ai castighi di Dio, così come oggi ogni uomo di fede si rende conto che la cristianità professante cammina rapidamente verso il giudizio.
Il Giordano
Da Gerico Elia va al Giordano. Come figura, il Giordano è il fiume della morte. Israele l’aveva attraversato all’asciutto per entrare nel paese, e in quel luogo anche Elia ed Eliseo attraversano il fiume all’asciutto. Ma per loro non si tratta di entrare nel paese, bensì di uscirne, essendo il popolo sotto il peso della condanna di Dio.
Questa traversata del Giordano testimonia che tutti i legami tra Dio e Israele sono interrotti a causa dell’idolatria di questo popolo. Il giudizio pesa su di lui, ma la fede riconosce che la morte è l’unico mezzo per sfuggire al giudizio.
Riassumendo, Ghilgal ci dice che la carne dev’essere giudicata e l’obbrobrio dell’Egitto tolto via, perché Israele possa ereditare il paese.
Betel parla del proponimento sovrano di Dio di benedire il suo popolo sulla base della sua grazia incondizionata.
Gerico testimonia che, quanto alla sua responsabilità, la nazione è sotto il giudizio dell’Eterno.
Il Giordano raffigura la morte, unico mezzo per sfuggire al giudizio.
In questo viaggio di Elia possiamo anche vedere, in figura, il cammino perfetto del Signore Gesù in mezzo a Israele. In lui non c’era l’obbrobrio dell’Egitto. Egli camminava e viveva nella luce. Ma avvertiva i Giudei del giudizio imminente e andò fino alla morte che ruppe tutti i legami tra Dio e quel popolo. E con la sua morte aprì ai suoi discepoli una porta per sfuggire al giudizio che stava per cadere sulla nazione.
Ma se in Elia possiamo vedere il cammino del Signore Gesù in questo mondo fino alla gloria celeste, in Eliseo che con lo spirito di Elia rientra in Israele, vediamo una figura del credente; identificandosi con Cristo, il cristiano esce moralmente con il suo Signore dal mondo; ma poi, avendo nel cuore la visione di Cristo glorificato, salito nella gloria attraverso i cieli aperti, ritorna nel mondo per testimoniare della grazia.
Amare, seguire e servire
Ai giorni di Elia, c’erano a Betel e a Gerico molti “figli di profeti”, ma un solo uomo, Eliseo, fece il tragitto con lui. I figli dei profeti avevano molta conoscenza; potevano dire ad Eliseo quello che sarebbe avvenuto, parlargli del rapimento in cielo del suo signore, ma non avevano cuore per seguire Elia. E anche oggi, quante persone sanno molto su Cristo, sono bene istruite nelle Scritture, ma non sono pronte ad accettare il posto “fuori dal campo” con Cristo, e conoscono poco della loro posizione con Cristo nel cielo!
Qual è la potenza che rende un’anima capace d’intraprendere questo viaggio? La storia di Eliseo ce ne svela il segreto. Egli è innanzi tutto stato attirato verso Elia. Un giorno nella sua vita Elia “si avvicinò a lui” e gli gettò addosso il proprio mantello (1 Re 19:19). Che grande giorno fu anche per noi quello in cui il Signore Gesù si è avvicinato a noi e ci ha chiamati a seguirlo con la potenza della sua grazia.
Ma Eliseo, benché attratto dal profeta, aveva ancora dei legami che lo trattenevano: “Lascia che io vada a dare un bacio a mio padre e a mia madre; poi ti seguirò” (v. 20). Avviene a volte che, sebbene la grazia del Signore risponda ai bisogni del credente e lo attacchi a Lui, Egli non abbia subito il primo posto nel cuore di chi lo ha ricevuto come Salvatore. Ma poi, come nella storia d’Eliseo, i legami, anche quelli naturali, sono finalmente strappati e allora si può seguire il Signore e servirlo.
Una cosa è essere salvati da Cristo, essere, per così dire, al riparo del suo mantello, altra cosa è quando prendiamo risolutamente la decisione di servirlo. Questo non significa che dobbiamo necessariamente rinunciare al nostro lavoro, o voltare le spalle alla nostra famiglia. Ma significa che, se un tempo esercitavamo la nostra professione con un fine egoista, ora Cristo è diventato il nostro scopo. Un figlio inconvertito ubbidirà forse ai suoi genitori perché è giusto farlo, o per affetto naturale; ma il figlio convertito ubbidirà perché questo piace al Signore. E quando Cristo diventa così lo scopo della nostra vita, gli andiamo dietro spontaneamente e lo serviamo.
Un sincero attaccamento
Servendo Cristo cresciamo nella sua conoscenza e questo ci porta ad un’altra tappa: ci attacchiamo a lui. Questo è illustrato molto bene dalla storia di Elia e di Eliseo. A Ghilgal, Betel e Gerico, Eliseo è messo alla prova dalle parole di Elia: “Fermati qui, ti prego“. E per tre volte la risposta è la stessa: “Com’è vero che il Signore vive, e che tu vivi, io non ti lascerò“. E’ il linguaggio di un cuore spinto dall’affetto, è l’amore messo alla prova.
Benché il viaggio di Elia porti a Betel (la città del vitello d’oro), a Gerico (la città della maledizione), e al Giordano (il fiume della morte), Eliseo persiste nel suo amore. Con lo stesso spirito, Rut poteva dire a Naomi: “Dove andrai tu, andrò anch’io“. E molti secoli dopo, quando alcuni discepoli si erano ritirati dal Signore, i dodici diranno: “Da chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna” (Giov. 6:67). La grazia li aveva attirati dietro a Cristo e l’amore li attaccava a Lui.
Una piena identificazione
Inoltre, l’attaccamento del cuore porta Eliseo a una piena identificazione con Elia. Per ben tre volte in quest’ultimo viaggio, lo Spirito di Dio usa la parola “insieme”. Da Gerico “proseguirono il cammino insieme”. Al fiume, “Elia ed Eliseo si fermarono di fronte al Giordano”, e poi “attraversarono il fiume a piedi asciutti”. L’amore si compiace nell’accettare il fatto che siamo stati identificati con Cristo nel luogo del giudizio e alle acque della morte.
Ma se siamo stati identificati con Cristo nella sua morte, è perché possiamo avere una dolce comunione con Lui nella sua risurrezione. Anche questo è rappresentato in figura in questo bel racconto, poiché, dopo essere passati attraverso il fiume della morte in una nuova terra, leggiamo: “Essi continuavano a camminare discorrendo insieme”. Forse sono trascorsi molti anni da quando ci siamo convertiti; camminiamo ancora con Cristo e parliamo con Cristo mentre proseguiamo il nostro cammino?
Elia indica la via nella quale il credente è chiamato a seguire Cristo, fuori da questo mondo destinato al giudizio, nel luogo della risurrezione e della gloria. Attirato a Lui per grazia, attaccato a Lui nell’amore, identificato con Lui nella morte, in comunione con Lui nella risurrezione.
Una parte doppia di spirito
Giunti sull’altra riva del Giordano, fuori dal paese, tutto è immediatamente cambiato. Ora Elia può dire: “Chiedi quello che vuoi che io faccia per te”. La grazia pone tutta la potenza di un Uomo risuscitato a nostra disposizione. La morte ha aperto la via alla grazia sovrana. Ma quanto poco ne approfittiamo!
Che occasione per Eliseo! Non ha che da chiedere per ottenere. Chiede forse una lunga vita, o ricchezze, o potenza o sapienza? No. La sua fede, elevandosi al di sopra di tutto quello che il cuore naturale potrebbe desiderare, chiede subito una doppia misura dello spirito di Elia. Egli realizza che, se deve rimanere sulla terra al posto di Elia, ha assoluto bisogno dello spirito di Elia.
Questa scena porta i nostri pensieri nella “sala del piano di sopra” di Giovanni l4. Il Signore sta per lasciare i suoi discepoli e salire nella gloria; e se non dice: “Chiedete quello che volete che io faccia per voi”, chiede Lui per noi: “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi per sempre”. La Persona che è scesa è tanto grande quanto quella che è salita; può dunque darci la potenza di rappresentare Cristo come Uomo esaltato.
Eliseo chiede una cosa difficile, tuttavia Elia dice che gli sarà concessa, ma ad una condizione: “Se mi vedi quando io ti sarò rapito”.
Testimoni dell’Uomo glorificato
Ed ecco che, mentre camminano e discorrono insieme, “un carro di fuoco e dei cavalli di fuoco” li separano l’uno dall’altro, ed Elia sale al cielo in un turbine. “Eliseo lo vide”. Vede Elia salire nella gloria, ma sulla terra “non lo vide più” (v. 12).
Paolo dice che “se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano (o secondo la carne) ora però non lo conosciamo più così. Se dunque uno è in Cristo egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, sono diventate nuove” (2 Cor. 5:16-17).
Troviamo questo anche qui: “Eliseo, afferrate le proprie vesti, le strappò in due pezzi”. Non solo si separa dalle “cose vecchie”, ma le rende inutili. Non si limita a piegare e mettere da parte i vecchi abiti per riprenderli più tardi, ma li strappa in due pezzi. Ha finito per sempre con quelle cose; d’ora innanzi è rivestito del mantello di Elia. Ma poiché è il mantello dell’uomo salito al cielo, passando da Gerico e dal Giordano, figure del giudizio e della morte, Dio può rimandare Eliseo con un messaggio di grazia a una nazione che è sotto il giudizio.
Il testimone deve avere potenza, dev’essere un vero rappresentante dell’uomo che è nel cielo. Ed Eliseo lo è stato, perché, al suo ritorno da Gerico, dopo la scena del rapimento, i figli dei profeti esclamano: “Lo spirito d’Elia si è posato sopra Eliseo. Gli andarono incontro e si prostrarono fino a terra davanti a lui”.
Anche per noi, se abbiamo visto Cristo in cielo e se i nostri sguardi sono ripieni delle glorie della nuova creazione, è un grande privilegio separarci dalle “cose vecchie”. E possiamo, nella potenza dello “Spirito di vita nel Cristo Gesù”, rappresentare l’uomo che è salito in cielo in modo tale che il mondo stesso sia costretto a constatare che siamo stati “con Gesù”.