“Gente di poca fede”

di Cesare Casarotta

Nella Parola di Dio il termine fede può assumere diversi  significati. Talvolta con esso si identifica il mezzo attraverso il quale l’uomo peccatore accetta la grazia che Dio gli offre : “… è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi è il dono di Dio” (Efesini 2:8). La fede può inoltre essere intesa come l’insieme delle verità della dottrina cristiana. Giuda nella sua lettera esorta “…a combattere strenuamente per  la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre” (lettera di Giuda v. 3). Vi è poi un terzo significato che si riferisce in particolare al concetto di fiducia in Dio, alla sua capacità di proteggere, di guidare, di provvedere ai bisogni dei suoi.  La fede secondo questa accezione del termine implica un continuo esercizio: è la realtà di un’anima che rimette ogni cosa a Dio e si abbandona completamente con fiducia nelle Sue mani.

Considerando questo aspetto possiamo riflettere sul fatto che la mancanza di fede è causa di problemi, difficoltà, mancanza di pace e di gioia nella nostra vita di credenti.

Possiamo esaminare alcuni casi presentati nell’evangelo di Matteo nei quali il Signore Gesù si trova di fronte a casi, situazioni nei quali è stata manifestata poca fede.

1) Matteo 6:25-34

II Signore  Gesù parlando delle preoccupazioni o sollecitudini ansiose evidenziando come Dio riveste l’erba dei campi dice parlando del Padre Celeste: “Non farà molto di più per voi o gente di poca fede? “. L’invito a non stare in ansia per quello che mangeremo, berremo o vestiremo”. Quanto spesso ci capita di preoccuparci per il nostro futuro per le cose materiali, anche se fino ad ora abbiamo avuto anche il superfluo. Molte volte ci sono dei problemi reali, concreti anche gravi, in alcune circostanze però può accadere che le preoccupazioni e le ansie siano alimentate e ingigantite da scenari futuri negativi che creiamo con la nostra mente.  Tutto questo fa scaturire uno stato di malessere interiore, perdiamo la pace e la gioia nel Signore che dovrebbe caratterizzare  la nostra vita di credenti.  Il Signore dice: “Basta a ciascun giorno il suo affanno”. E l’invito che fa è “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in più”. Sicuramente gli scenari di questi ultimi anni con crisi economica, perdita del lavoro per alcuni, disoccupazione giovanile,  possono far sorgere pensieri ansie nei nostri cuori. Ci stiamo rendendo conto che il benessere materiale non è poi così scontato. Forse ci dovremmo anche chiedere se in tutti questi anni, la nostra fiducia è stata riposta nei nostri risparmi, nei nostri beni “nell’incertezza delle ricchezze” o in Dio? Dovremmo proseguire il nostro cammino sapendo che il Dio che si prende cura degli uccelli del cielo e che riveste i gigli della campagna è lo stesso Dio che è pienamente capace di provvedere ai nostri bisogni materiali, primari. Se considerassimo che essere in ansia per noi per il nostro futuro, disonora Dio nei suoi attributi di amore, onnipotenza, onniscienza, fedeltà, evidenziando quindi poca fede, quanto rifuggiremmo da questi pensieri e stati d’ansia che possono caratterizzare la nostra esistenza. . Poco tempo fa ho letto una frase molto forte di un noto predicatore inglese del Settecento, che mi  ha fatto comprendere maggiormente la gravità degli stati di ansia nella vita dei credenti. Il concetto espresso era questo: “Le sollecitudini ansiose sono una forma di incredulità, una sorta di ateismo pratico”. Allora riposiamoci sul Signore, confidiamo nelle sue promesse “…gettando su di Lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:7).

 

2) Matteo 8:23-27

Il Signore è sulla barca con i suoi discepoli. Si solleva una grande tempesta. Il Signore dorme a poppa sul guanciale. Un grido si leva dai discepoli: “Signore salvaci siamo perduti”. Una risposta pronta: “Perché avete paura o gente di poca fede?”. La tempesta in quel momento era una realtà, così come può esserlo per noi nella nostra vita e può sorgere all’improvviso.  Perché però,  così spesso e così facilmente di fronte alle tempeste della vita o solo di fronte a piccole onde abbiamo così paura? Perché dimentichiamo che il Signore è con noi, come era con i discepoli sulla barca e che non si dimentica di noi e che è pronto a calmare i venti e il mare? La risposta può essere come per i discepoli: poca fede.

Una considerazione che ritengo importante. Che cosa vuol dire calmare la tempesta. Ci sono delle prove nella nostra vita che hanno degli effetti irreversibili. Penso in particolare alla perdita di un congiunto, ad una malattia che non prevede la possibilità di una cura efficace, al fatto di essere abbandonati dal proprio coniuge. Se pensiamo che la tempesta che si calma è il ripristino di un legame spezzato, la guarigione dalla malattia, allora ben difficilmente si calmerà.  Ci sono tempeste che dal punto di vista umano non finiscono. Sono convinto che la vera calma, la vera bonaccia possa essere realizzata quando la pace di Dio che supera ogni intelligenza custodisce il nostro cuore  e i nostri pensieri in Cristo Gesù. Come diceva qualcuno, non sono i nostri cuori a custodire la sua pace, ma è la sua pace a custodire i nostri cuori. Un altro pensiero che mi suggerisce questo episodio è il seguente: molte volte è la mancanza di una  conoscenza reale, pratica, non teologica della grandezza del nostro Dio che mette in evidenza la nostra poca fede. Più conosciamo una persona, più siamo portati ad avere fiducia. Solitamente diffidiamo degli sconosciuti. Conosciamo veramente e praticamente il Signore? Lo conoscevano i discepoli sulla barca? Da quello che la parola esprime si  potrebbe  presupporre il contrario : “E quegli uomini si meravigliarono e dicevano:<<Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli ubbidiscono>>?.  Dobbiamo imparare a realizzare nella nostra vita che il Signore Gesù che ha promesso di essere con noi tutti i giorni è colui per mezzo del quale e per il quale sono tutte le cose, che sostiene ogni cosa con la parola della sua potenza e che è capace di sedare con una parola la tempesta più grande.

 

3) Matteo 14:22-36

Il Signore obbliga i suoi discepoli a passare all’altra riva. Lui va sul monte a pregare. La barca era sbattuta dalle onde perché il vento era contrario. Chissà quanti interrogativi nei discepoli. Perché ci ha “obbligato”? Perché non è venuto con noi? Perché proprio ora che c’è la tempesta Lui non c’è? Quante sono le nostre domande. Perché sto attraversando questa circostanza? Perché proprio ora? Perché il Signore non interviene? Il Signore alla quarta vigilia della notte quando la barca aveva una distanza di 25-30 stadi da riva , cammina sulle acque e subito di fronte allo spavento dei discepoli che credevano fosse un fantasma disse: “Coraggio sono io non abbiate paura”.
Pietro fa una richiesta molto particolare “Signore se sei tu comandami di venire da te sull’acqua”. La risposta del Signore  è: “Vieni”. Pietro ha camminato sull’acqua è andato verso il Signore, ma guardando al vento ha avuto paura ed ha iniziato ad affondare e ha gridato: “Signore salvami”. Ha iniziato ad affondare quando ha smesso di guardare al Signore e ha guardato gli effetti del vento.  Quanto spesso ci capita in momenti di difficoltà grandi e piccole di guardare solo a ciò che ci sta accadendo e di dimenticarci completamente del Signore, della sua potenza che è capace di farci camminare sulle acque. Qual è la causa? Poca fede. Il Signore ha dovuto dire a Pietro: “Uomo di poca fede perché hai dubitato”.  Che grazia constatare che il Signore è pronto stende la mano, lo afferra e trae in salvo. Quando leggo questo episodio amo sempre ricordare che un fratello anziano rimarcava sempre che i discepoli avevano percorso 25-30 stadi e che il Signore va verso i discepoli alla quarta vigilia della notte. Vi è una distanza misurata, un tempo contato, prima che il Signore intervenga direttamente. Per l’episodio di Lazzaro, quando il Signore ha ricevuto la notizia della malattia di questo Suo amico si è trattenuto ancora due giorni nel luogo dove si trovava invece di andare subito a Betania. Molte volte vorremmo vedere subito un intervento del Signore, conoscere immediatamente informazioni che ci riguardano, capire che tipo si soluzione può avere il problema. Siamo in ospedale in attesa di una diagnosi, stiamo aspettando l’esito di un colloquio di lavoro. I tempi del Signore non sono i nostri e in circostanze difficili uno dei suoi scopi è quello che impariamo ad essere pazienti e dipendenti da Lui. Poniamo la nostra fiducia in Lui sapendo che alla quarta vigilia della notte udremo la sua voce che ci dirà: “Coraggio sono io; non abbiate paura”, e se rischiamo di affondare la Sua mano sarà pronta ad afferrare la nostra.

 

4) Matteo 16:5-12

I discepoli passati all’altra riva si erano dimenticati di prendere dei pani. Di fronte all’avvertimento del Signore di guardarsi dal lievito dei farisei e dei Sadducei, pensano si riferisca alla loro dimenticanza. Il Signore resosi conto dei loro  discorsi disse “Gente di poca fede….non capite ancora?…Non vi ricordate…” e pone loro davanti le circostanze nelle quali aveva sfamato migliaia di persone con pochi pani e qualche pesce. Ma come? Non erano stati proprio loro sotto la direzione del Signore a distribuire il cibo  a tutte quelle persone affamate? Non erano stati loro a raccogliere tutti pezzi che erano avanzati? Non è così anche per noi? Molte volte possiamo avere visto all’opera la potenza di Dio, ma poco tempo dopo è come se non fosse successo nulla, come se questo non avesse avuto nessun effetto nella nostra vita. Talvolta si dice che non si deve vivere di ricordi, personalmente credo che la fede dovrebbe fortificarsi sui ricordi. La poca fede a volte può essere l’effetto di cuori dimentichevoli.  Ricordo per meditare le opere di Dio, le sue liberazioni, la sua potenza, la sua fedeltà. Tutto questo dovrebbe stimolare la nostra fede. Il popolo di Israele nel libro del Deuteronomio è spesso esortato a ricordarsi della liberazione dall’Egitto, della fedeltà di Dio nei quaranta anni di cammino nel deserto. Il salmista poteva dire: “La mia bocca racconterà ogni giorno la tua giustizia e le tue liberazioni, perché sono _innumerevoli” (Salmo71:15).

I nostri ricordi sono offuscati?

5) Matteo 17:20

Vi è un ragazzo indemoniato che spesso cade nell’acqua e nel fuoco, viene condotto ai discepoli  che non riescono a guarirlo. Il Signore interviene e guarisce. I discepoli chiedono al Signore come mai non l’hanno potuto guarire. Il Signore risponde in modo molto diretto: ”A causa della vostra poca fede”. E’ in questa occasione che egli dice se avete fede quanto un granello di senape, potete dire a questo monte: “Passa da qui a là e passerà e niente vi sarà impossibile. Avere fede quanto il più piccolo di tutti i semi fa smuovere le montagne. Quanto è poca quindi la nostra fede. Nel servizio per il Signore ci sono delle battaglie spirituali da combattere. Il Signore può aprirci delle porte,  magari anche larghe, ma ci possono esse “molti avversari”, come scriveva l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi (16:9). Pensiamo ad un lavoro di evangelizzazione, al lavoro per i giovani, al ministerio nell’assemblea. Cosa fare quando incontriamo difficoltà, quando il terreno ci appare duro, quando non vediamo frutti? Preghiera, costanza e fede.

 

Credo che tutti questi episodi abbiano un tratto comune.  I protagonisti sono i discepoli. Loro che avevano camminato con il Signore. Proprio loro che lo avevano visto all’opera in grazia, in potenza. Non capita a volte la stessa cosa anche a noi? Magari conosciamo il Signore dalla nostra infanzia, lo abbiamo accettato come Salvatore, cerchiamo di seguirlo, ma poi le circostanze della vita, le prove che affrontiamo rivelano la nostra poca fede. La nostra fede onora il Signore, contribuisce a rendere efficace  la nostra testimonianza e al momento della manifestazione di Gesù Cristo sarà motivo di gloria e di onore (1 Pietro 1:7).

 

Per leggere l’articolo in lingua tedesca
https://haltefest.ch/de/5483-ein-kleiner-glaube

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