Il profeta Malachia

Sylvain Fayard – Henri Laugt

Introduzione al libro del profeta Malachia [1]

L’epoca

Malachia è vissuto nel periodo della dominazione persiana, nel corso del 5° secolo a. C. [2].

È l’ultimo dei profeti dell’ Antico Testamento che, nell’arco di un millennio, hanno annunciato la venuta del Messia. Il suo nome, che significa: “il mio messaggero”, pone l’accento sul messaggio dell’Eterno (2:7; 3:1), l’ultimo messaggio prima della nascita di Cristo. Dopo Malachia e prima della venuta di Cristo, c’è un lungo silenzio di 400 anni.

Solo un piccolo residuo dei Giudei era ritornato dalla deportazione in Babilonia. Sotto la spinta di Aggeo e Zaccaria (Esdra 5:1-2) avevano ricostruito il tempio e potevano nuovamente offrire dei sacrifici all’Eterno, ma circa 80 anni più tardi lo slancio del risveglio era esaurito. La fede aveva ceduto il posto al dubbio (3:14). La prosperità materiale, tanto attesa, non era arrivata, il paese soffriva di siccità, di cattivi raccolti e di fame (3:11). È un tempo di rilassamento (2:9), d’infedeltà e di divorzio (2:16). I poveri sono oppressi, regna l’ingiustizia (3:15).

Insensibile al suo stato morale, il popolo dubitava della fedeltà e dell’amore di Dio. Quando Malachia gli fa rimarcare i suoi atti, non vi vede alcun male. Essere soddisfatti di se stessi, incoscienti del proprio peccato é la condizione che marca la fine di una dispensazione (*) (Apocalisse 3:17). Tuttavia, Dio, nel Suo amore fedele, mantiene sempre un residuo (*) che Gli riconosce timore e rispetto e i cui membri si incoraggiano reciprocamente alla pietà (3:16).

Il messaggio

La caratteristica di questo libro è il dialogo [3] che coinvolge un Dio giusto e un popolo infedele ed insolente. Tutto il testo è segnato dall’espressione: “SIGNORE degli eserciti[4]. Questo dialogo ha un carattere drammatico perché mette in luce la ribellione del popolo. Il tono si indurisce verso gli increduli (Proverbi 19:1), ma si illumina di speranza per coloro che temono Dio. Come tutti i profeti, Malachia ha una missione difficile. È mandato per riprendere i suoi contemporanei, toccare le loro coscienze ed i loro cuori (*). Con coraggio e franchezza denuncia la loro incredulità e li mette di fronte ai loro peccati. Svelando i loro pensieri segreti, Malachia li invita a ritornare a Dio, che rivela, nella Sua grandezza, santità ed amore immutabile. Infine, getta luce sul futuro, sugli avvenimenti prossimi che si sono svolti nel suo tempo, così come fatti lontani di cui alcuni si sono realizzati alla prima venuta del Signore, mente altri avranno luogo al momento del Suo ritorno in gloria (3:1; 4:1).

Applicazione attuale del libro

Il libro di Malachia avverte del pericolo che corrono anche oggi le assemblee locali, formate da lungo tempo, ed i credenti di vecchia data. Il turbinio della vita quotidiana, con le sue tensioni e le sue tentazioni, ha eroso la nostra fede ed il nostro primo amore? L’indifferenza e la negligenza regnano nella nostra vita di preghiera e nella lettura della Bibbia? Abbiamo rimpiazzato la ricerca delle “cose di lassù” (Colossesi 3:2) con i nostri “propri interessi” (Filippesi 2:21)?

Ascoltiamo il messaggio di Malachia. Egli insiste sul ritorno alla Parola di Dio, in un’obbedienza motivata. Ci mostra il sentiero per tornare ad una fede reale, perseverante, attenta, seria. Non possiamo pretendere di essere fedeli a Dio se non abbandoniamo, anche nei dettagli, tutto quello che ci ha ordinato. Non scivoliamo nel formalismo religioso, in una vita d’ipocrisia, piuttosto, amiamo il Signore e pensiamo ai Suoi diritti, unendoci umilmente a coloro che lo temono. Potremo farlo se la nostra fiducia è interamente in un Dio che ci ama e non cambia (3:6) e se attendiamo Gesù, il nostro Signore, che viene presto.

Prima parte

Malachia 1:1 – 2:16

Una luce sul presente

  1. L’amore di Dio per il Suo popolo
  2. Intestazione (1:1)

L’intestazione del libro: “Oracolo, parola del SIGNORE”, annuncia la solennità e l’autorità della profezia. È un’entrata diretta, senza dettagliare le circostanze, perché questo messaggio di Dio deve andare dritto alla coscienza ed al cuore. È data, secondo la traduzione letterale, “per mano di Malachia” [5], senza nessun’altra indicazione sulla sua persona. Ciò che è di primaria importanza: per Israele come per noi, è la Parola di Dio. Coloro che l’annunciano devono attirare l’attenzione sul Signore e non su loro stessi.

L’oracolo è una comunicazione del SIGNORE. Questo Nome: “SIGNORE” è il Suo Nome del patto che ricorda la Sua fedeltà e l’impegno del popolo. Si indirizza all’intero popolo, Israele, che Dio considera un tutt’uno benché solo una minoranza sia ritornata dalla deportazione. Ancora oggi, la Parola di Dio è per tutta la Chiesa anche se è divisa: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese[6].

  • “Io vi ho amati” (1:2)

Io vi ho amati”. Una bella dichiarazione che riscalda il cuore! Dio esprime subito il Suo amore, che prende l’iniziativa ed è costante [7] che tutta la Bibbia proclama con forza [8]. Questo amore eterno è la sorgente di tutti i consigli di Dio. Non c’è niente da aggiungere.

Ma il popolo replica: “In che modo ci hai amati?”. Quanto l’affermazione dell’amore divino è ardente, limpido, così brillante come un diamante su un panno nero, tanto la risposta del popolo è triste: resta insensibile, il suo cuore è come spento. Non c’è nessun contraccambio  all’amore di Dio.

E noi credenti? Dio non ci dimostra il Suo amore? Gesù non ci mostra le Sue sofferenze? Anche noi abbiamo la tendenza a dire: “In cosa ha agito il Signore? Tanta rovina, divisioni, disordine. Siamo stati lasciati soli? Ci sbagliamo?”. Forse, senza dirlo, non siamo sicuri che Dio ci ami. È allora che diventiamo tristi e indifferenti. E niente ferisce l’amore come l’indifferenza.

  • L’elezione di Giacobbe (1:2b-3a)

Dio aveva rivelato molte volte il Suo amore al Suo popolo. Lo aveva liberato dalla schiavitù in Egitto, lo aveva condotto nel deserto “come un uomo porta suo figlio” (Deuteronomio 1:31) e gli aveva dato un paese prosperoso. Ma ecco che il popolo si era allontanato. Più volte, Dio gli aveva inviato dei profeti perché ritornasse a Lui, ma, purtroppo, inutilmente. Dio, allora, aveva dovuto colpirlo attraverso la deportazione a Babilonia. Nella Sua bontà, aveva poi ricondotto un residuo nel paese.

Qui, Dio, risale all’origine. Il Suo amore brilla nell’elezione di Giacobbe. Giacobbe non meritava che Dio lo amasse e lo scegliesse (Romani 9:11-12). Tutto scaturiva dalla grazia di Dio. Per mezzo di questo appello Dio vuole allargare l’orizzonte troppo stretto del popolo preoccupato per le difficoltà del momento. Vuole dirigere i Suoi pensieri, ed anche i nostri, non sulle benedizioni, ma sull’amore divino che le elargisce. Se la nostra fiducia nell’amore di Dio riposa semplicemente su dei doni, è fragile. Se si fonda sul Donatore, potrà resistere alle tempeste della vita.

  • Il rigettamento di Esaù (1:3-5)

Esaù era fratello gemello di Giacobbe. Dio gli aveva dato un’eredità nel paese di Edom, la montagna di Seir a est della Palestina, tra il mar Morto ed il golfo di Aqaba, ma i discendenti di Esaù si erano mostrati ostili ai loro fratelli israeliti (Numeri 20:14-21) e gli avevano manifestato un odio omicida durante la distruzione di Gerusalemme al tempo di Nabucodonosor (Abdia 10-14).

Ho odiato Esaù”. Dio non disprezza nessuna delle Sue creature, ma, a causa della sua continua ostilità e del suo disprezzo per Dio, il popolo dei discendenti di Esaù è stato odiato [9] e rigettato. Invece di piegarsi davanti a Dio, i discendenti di Esaù hanno rifiutato la Parola divina e, nel loro orgoglio (1:4), hanno attirato il giudizio divino. Anche sotto questo severo giudizio, hanno mostrato ancora una volta la loro natura ribelle Hanno voluto ricostruire quello che Dio aveva distrutto. Disprezzando il decreto divino rigettano, in questo modo, ogni possibilità di grazia. Dio allora li rovescerà di nuovo e, questa volta, per sempre, come esempio per tutti gli insolenti della terra.

Quello che capiterà al paese di Edom diventerà un detto che resterà nella memoria (1:4). Per mezzo di questo giudizio Dio sarà riconosciuto giusto (Esodo 9:16) ed il popolo prenderà coscienza della grandezza del Signore che ha agito al di là delle frontiere d’Israele. Considerando questo giudizio, comprenderà anche come Dio lo abbia realmente amato ed ha agito con pazienza e misericordia verso di lui. Giacobbe non aveva niente di più di Esaù, ma Dio lo aveva scelto e benedetto.

E noi credenti? Dio ci ha eletti in Cristo (Efesini 1:4). Ci ha salvati secondo la Sua misericordia (Tito 3:5) quando eravamo schiavi del male ed andavamo verso il giudizio eterno. Meditiamo su questi grandi fatti e lasciamoci sempre più stupire dall’amore del Signore. L’apostolo Paolo poteva dire: “Misericordia mi è stata usata” (1 Timoteo 1:13, 16).

  • Messaggio ai conduttori

Dopo aver parlato alla nazione nel suo insieme, Malachia si rivolge ai sacerdoti e li avverte con forza. Dio li aveva scelti per pura grazia per il bene del popolo. Essi dovevano offrire dei sacrifici e ricevere i pensieri di Dio (Deuteronomio 33:10; 2 Cronache 15:3) per mostrare così il cammino al popolo secondo l’insegnamento della Legge. Per questo, se si allontanavano da Dio, anche l’intero popolo correva il rischio di farlo. Oggi, tutti i credenti sono sacerdoti (Apocalisse 1:6; 1 Pietro 2:1) per offrire dei sacrifici spirituali, la lode e l’adorazione a Dio. Dunque, questo capitolo si indirizza in particolare a tutti coloro che “sono preposti nel Signore” (1 Tessalonicesi 5:12).

  • A Dio son dovuti l’onore ed il timore (1:6a)

Come spesso accade, l’autore si indirizza ai suoi interlocutori prendendo degli esempi dalla vita giornaliera: qui è l’onore ed il timore dovuto ai genitori ed ai padroni. Poi, con una brusca applicazione dell’esempio, Malachia, o meglio l’Eterno, li mette davanti al loro peccato: “Disprezzate il mio nome” (1:6). Li ha scossi con quello che sapevano essere giusto, l’onore dovuto all’autorità, per mostrare loro che non vivevano quello che professavano: erano incoerenti e questo era quello che produceva la loro ostinazione.

  • Osi tu portare delle offerte inaccettabili? (6b-10 e 12-14a)

Con durezza, fingendo probabilmente stupore, i sacerdoti replicano: “In che modo abbiamo disprezzato il tuo nome?”. Allora, Malachia si fa più incisivo, denuncia, in modo preciso, le loro parole ed i loro atti. In flagrante opposizione con quello che Dio richiede (Deuteronomio 15:21; Levitico 22:22) essi portavano del pane contaminato, delle bestie cieche, zoppe o malate. Dio, era per loro, meno importante del governatore? Essi parlavano con fastidio e disprezzo della tavola dell’Eterno, del Suo altare (Ezechiele 41:22; 44:16), il luogo di comunione tra Dio ed il Suo popolo (1 Corinzi 10:21). Tutto questo rifletteva quello che era nel profondo del loro cuore: un disprezzo latente per Dio [10]. Essi offrivano a Dio quello che non volevano per loro. Invece di essere una lode a Dio, il loro servizio era diventato un culto ipocrita e senza cuore. Dio non poteva prendere piacere in loro né ricevere il loro servizio, malgrado la loro posizione ufficiale (Proverbi 15:8).

E noi? Forse possiamo dire: “Che facciamo di male? Non partecipiamo fedelmente alle riunioni cristiane?”. Allora, domandiamoci: per noi cosa significano questo pane contaminato, queste bestie malate, queste parole fastidiose? Disprezziamo la presentazione della Parola o invece questa è per noi la gioia del nostro cuore (Geremia 15:16)? Siamo indifferenti al servizio di adorazione reso a Dio o questo è un momento ricco e nuovo ogni volta. Mettiamo il Signore dopo di noi stessi stesso, la famiglia, la professione, il tempo libero?  Lui ha il primo posto nella nostra vita?

I sacerdoti dovevano nutrirsi di una parte delle offerte fatte all’Eterno. Ora si ritrovavano con questo nutrimento senza valore. Con arroganza vi sbuffavano sopra per sbarazzarsene (1:13). I loro voti contaminati erano il segno del loro disprezzo. E noi? Come ci avviciniamo alla Tavola del Signore? Con rispetto e gratitudine o per abitudine? Diciamo, pensiamo: “che noia!”? Avere dei pensieri negativi contro ciò che Dio ha stabilito è disprezzare Dio stesso (1:7).

  • “Il mio nome è grande tra le nazioni” (1:11 [11]; 1:14)

Per ravvivare il sentimento della grandezza del Suo Nome, nel cuore dei sacerdoti, Malachia richiama il futuro. Davanti a questi uomini indifferenti, socchiude il velo allo scopo di contemplare qualche cosa dello splendore divino che brillerà in Cristo e che riempirà la terra (Ebrei 2:14). Quando il Signore Gesù avrà stabilito il Suo regno di giustizia e di pace [12], in ogni luogo l’incenso sarà offerto a Dio. Gli sarà presentata una offerta pura perché sgorgherà da cuori purificati, per mezzo dello Spirito Santo.

Questo richiamo al futuro è molto serio. Il disprezzo dell’uomo non toglierà niente alla gloria di Dio che a suo tempo sarà glorificato anche nel giudizio (1:5) e per mezzo dela vera adorazione di uomini di ogni nazione. Quanto avrebbero dovuto essere attenti nell’onorare l’Eterno i sacerdoti d’Israele che li aveva messi a parte da così lungo tempo!

E noi? Ricordiamocelo bene: Dio non darà la Sua gloria ad un altro (Isaia 42:8). In ogni paese, si mantiene dei fedeli che Lo amano e Lo adorano con riverenza (Ebrei 12:28). Che possiamo sempre lodarLo e renderGli omaggio. Ci ha scelti, per pura grazia, da ogni nazione. Lasciamoci toccare dalla Sua misericordia. Abbiamo veramente preso coscienza dell’onore dovuto al Signore? Niente Gli è comparabile quanto all’eccellenza ed alla Sua bellezza. Conosciamo questa gioia profonda, questo sentimento della pienezza della presenza di Dio? La nostra anima è rapita dalla maestà e dall’amore di Dio? Allora, quando parleremo di Lui cercheremo di comunicare qualche cosa della Sua grandezza (1:11), del Suo amore (1:2), della Sua potenza (1:14).

  • (versetto 14) – Dio è il gran Re il cui Nome [13] è magnifico, temibile, non solo in Israele, non solo nella Chiesa, ma anche su tutta la terra. “Poiché io proclamerò il nome del SIGNORE. Magnificate il nostro Dio!” (Deuteronomio 32:3). Che questa sia la nostra parte, ogni giorno, nella nostra vita, nelle nostre scelte, in tutte le nostre relazioni: esaltare il Signore Gesù.

Fin qui, Malachia, aveva denunciato le azioni e le motivazioni dei sacerdoti, ora annuncia il giudizio divino che sta per abbattersi su di loro se non si pentono. Questo fatto è giustificato dal contrasto tra la loro condotta e quella dei Leviti del passato.

  • Disonore sui conduttori infedeli (2:1-4)

Malachia annuncia il suo messaggio ancora con più forza,  È un comandamento, un decreto che Dio stava inesorabilmente per compiere a meno che loro ascoltassero (Deuteronomio 28:15) e prendessero a cuore di dare gloria al Suo Nome (2:1). Perciò, occorreva un cambiamento radicale, una vera conversione. Dovevano accordare al SIGNORE il primo posto nella loro vita e non l’ultimo. Dovevano fermarsi, riflettere e decidere di dare realmente la priorità agli interessi divini. E noi? Viviamo per la gloria di Dio? Se rifiutiamo di ascoltare quando Dio ci parla, allora Lo incontreremo in giudizio.

La forza del castigo divino può sorprendere. Era tanto più severo quanto maggiori erano i privilegi. Dio aveva in profondo disgusto questi riti che mancavano dell’essenziale: il timore del Suo Nome. Stava mandando a questi uomini, di una accurata purezza esteriore, la contaminazione per loro più infamante. Sarebbe stato il segno pubblico del Suo rigettamento (2:3). La loro discendenza non avrebbe continuato ad esercitare il sacerdozio. Dio onora coloro che lo onorano (Giovanni 12:26) e rigetta, dopo averli avvertiti nella Sua grazia, coloro che disprezzano i privilegi e la luce divina (Matteo 21:41-43).

Tuttavia, questo giudizio, come tutti i giudizi di Dio, ha un aspetto positivo. È una disciplina “perché sussista il mio patto con Levi” (2:4). Questa disciplina porterà il suo frutto, perché troveremo almeno un sacerdote fedele alla venuta del Signore Gesù: Zaccaria, aiutato nella sua fede da Elisabetta, sua moglie (Luca 1:5).

  • Freschezza dell’antica fedeltà (2:5-7)

La pietà dei primi Leviti illumina, come un potente riflettore, l’apostasia [*] dei loro discendenti, i sacerdoti. Levi rappresenta la sua tribù che, nel triste episodio del vitello d’oro, si era impegnata per l’Eterno (Esodo 32:26). Troviamo nuovamente questo zelo in Fineas a Sittim (Numeri 25:11-13). Dio è sensibile all’amore che Gli viene testimoniato e dona in cambio una benedizione particolare (Deuteronomio 10:8-9; 33:8-11).

Il mio patto con lui era un patto di vita e di pace” (2:5). La vita è conoscere Dio (Giovanni 17:3), la pace pervade colui che realizza che Dio lo ha accolto. Allora può fare dei progressi [14]. La vita è l’inizio, la pace, la conseguenza.

La spiegazione della legge (2:6) che dava Levi era esente da ogni parzialità e da ogni egoismo. Le sue parole erano contrassegnate dalla rettitudine. Era un tipo di Cristo (Giovanni 7:46). Levi camminava con l’Eterno, segno di una profonda comunione. Viveva nel Suo timore, senza paura dell’uomo, perché era retto davanti a Dio. Una vita così porta sempre dei frutti: numerose persone avevano abbandonato i loro peccati.

L’esempio dei primi Leviti ci deve essere di esempio. Piaccia a Dio che la nostra vita e le nostre parole tocchino coloro che ci circondano affinché siano attirate a Cristo e voltino le spalle al peccato. La sorgente di un tale ragionamento risiede nella nostra intimità con Dio. In definitiva, è la nostra comunione personale con Dio che avrà maggiore impatto su coloro che ci circondano.

Al di là dei primi Leviti, ci viene presentata la missione del sacerdote (2:7): spiegare la legge al popolo (Levitico 10:11; Proverbi 2:6), portare avanti la lode e confessare gli errori nel santuario. È è il carattere del messaggero di Dio.

Che esempio per tutti coloro che insegnano e si prendono cura dei loro fratelli credenti. Sono servitori della Parola che hanno la potenza per illuminare, incoraggiare, mettere in contatto con Dio. Guardiamoci dal non utilizzare mai questa Parola per far passare i nostri pensieri: “Colui che ha udito la mia parola, riferisca la mia parola fedelmente.
Che ha da fare la paglia con il frumento? dice il SIGNORE
” (Geremia 23:28).

  • Ciechi guide di ciechi (2:8-9)

Ecco! I sacerdoti del tempo di Malachia facevano esattamente il contrario dei loro pii antenati! Essi abbandonavano il sentiero dell’obbedienza a Dio (Deuteronomio 5:33), torcendo il senso della Legge. Questo portava il popolo a fare il male. Violavano il patto, attiravano su di sé la maledizione divina, per questo l’Eterno li trattava come loro avevano trattato le cose sacre (1 Samuele 2:20). Invece di essere un soggetto di gioia e benedizione per il popolo, diventavano un motivo di vergogna. Come sono giusti e spaventosi i giudizi del Signore!

E noi? In quanto servitori saremo approvati o riprovati (1 Timoteo 2:15; 1 Corinzi 9:27)? Siamo di coloro che nutrono se stessi (Ezechiele 34:2)? Abbiamo compreso che più il male avanza in questo mondo, più dobbiamo temere il Signore e astenerci da ogni forma di male (1 Tessalonicesi 5:22)? La lettera di  Giuda ci mostra quanto sia necessario essere personalmente separati dal male, fino ad odiare la contaminazione, per poter agire utilmente, per amore, verso gli altri (Giuda 20-23).

  • Messaggio per il popolo

Malachia si indirizza di nuovo agli uomini del popolo prendendo, umilmente, la sua parte di colpevolezza collettiva come sottolinea il “noi” del versetto 10 [15]. Tutto era “ferite, contusioni, piaghe aperte” (Isaia 1:6). Avendo perduto il contatto diretto con Dio, non avevano più coscienza di quello che Gli era dovuto ed agivano perfidamente gli uni verso gli altri e perfino nelle famiglie. A questo riguardo è stato detto: “Satana cerca prima di allontanarci da Dio, poi di separarci gli uni dagli altri e, infine, a dividere le nostre famiglie”.

  • Agire perfidamente verso i propri fratelli (2:10)

Come Creatore ed Autore della vita, Dio è il Padre di tutti gli uomini; più particolarmente è il Padre d’Israele (Isaia 63:16; 64:8). Il fatto d’avere uno stesso Dio avrebbe dovuto produrre tra gli uomini del popolo dei sentimenti reciproci d’amore, di lealtà, e di benevolenza. Se si fossero ricordati che la loro unità era opera di Dio, non avrebbero agito perfidamente gli uni contro gli altri rompendo, così, l’unità del popolo di Dio.

Noi conosciamo Dio come Padre in maniera ancora più intima rispetto a questo popolo. Perché ci disprezziamo e ci affliggiamo gli uni gli altri? Con tali atteggiamenti pecchiamo gravemente contro Dio che ci ha generati (1 Giovanni 5:1; 2 Corinzi 1:21) e contro Cristo che è morto per unirci (Giovanni 11:52). Possono esistere dei legami più forti di quelli che uniscono insieme le membra del corpo di Cristo?

  • Tradire Dio per mezzo di un matrimonio con un’infedele (2:11-12)

Unirsi in matrimonio con uno straniero era una profanazione del santuario (2:11), un disprezzo della consacrazione di un Israelita a Dio (Esodo 19:5; Levitico 20:24-26). Dio si opponeva a tali unioni (Deuteronomio 7:3-6) perché conducevano all’idolatria (1 Re 11:4). Giuda aveva abbandonato l’amore dell’Eterno per sposare donne di popoli pagani (Neemia 13:23-31). Anche il giudizio divino sarà completo tagliando fuori il colpevole da tutta la sua famiglia, sembra questo il senso di: “chi veglia e chi risponde” e di colui che celebra il matrimonio: “chi offre l’oblazione”. Inoltre, la colpevolezza si estende al popolo di Giuda nel suo insieme, perché agisce perfidamente. Non avrebbe dovuto tollerare tali unioni in mezzo ad esso.

Quale applicazione possiamo trarne, per noi, oggi? Se un credente si sposa con un incredulo disobbedisce formalmente al Signore (1 Corinzi 7:39; 2 Corinzi 6:14). Fa torto ai suoi fratelli e sorelle nella fede ed è sleale verso il suo congiunto lasciandogli pensare che i comandamenti del Signore sono, dopo tutto, poco importanti. Un tale matrimonio lega al mondo nemico di Dio (Giacomo 4:4).

  • Agire perfidamente verso un congiunto (2:13-14)

Secondo una sua abitudine, Malachia inizia col descrivere la realtà della situazione: un altare coperto di pianti [16] ed un’offerta non gradita. Vuole portare il popolo a domandarsi: “perché?”. Poi mette in evidenza la causa del dispiacere di Dio: l’atteggiamento perfido verso le loro mogli. La Scrittura sottolinea la forza e la dolcezza del legame coniugale attraverso il modo con cui Dio ha creato la donna: è stata tratta dalla costola di un uomo (Genesi 2:22). Il matrimonio è la sorgente di una grande intimità e di condivisione nella vita, come lo dimostra l’espressione: “tua compagna”. Ella è “la moglie della tua giovinezza”, dei tuoi primi e vivi affetti, delle tue gioie e dei dolori passati. È colei che ha lasciato la dolcezza del focolare paterno per te. È il tuo aiuto, la tua amica. Ora tu vorresti abbandonarla? No, non agire perfidamente. Non tradire con malizia e malvagità i tuoi legami verso colei che ti ha dato fiducia. Sii fedele, amorevole e leale. Ella è “la moglie alla quale sei legato da un patto”, quella verso la quale ti sei impegnato, il giorno del tuo matrimonio, davanti al Dio vivente. Lui ne è testimone. Tu hai promesso di curarla e di proteggerla, di trattarla con rispetto e tenerezza. Non dimenticarlo mai.

  • “Io odio il ripudio” dice il SIGNORE (2:15-16)
  • Questa espressione del versetto 15 sembra ricordare l’istituzione del matrimonio. Dio ha voluto una sola donna per un solo uomo e questo per la vita. Il Suo scopo era di creare una posterità santificata per la Sua gloria e per la nostra felicità: perché una unione fedele e amorevole favorisce la fede dei figli.

Se siamo sleali verso il nostro coniuge perdiamo il contatto con Dio. Vegliamo dunque sui nostri pensieri segreti (Matteo 5:27-29) e questo in modo crescente con l’età per non agire con malizia e falsità nei confronti del nostro congiunto. Questa mancanza di rettitudine, questa corruzione dello spirito sono un grande pericolo nella nostra epoca. Noi che siamo sposati non lasciamo germogliare l’amarezza, né scavare una fossa nella nostra coppia. Prendiamoci cura della nostra relazione coniugale con lo scopo di preservarne l’esclusività e la purezza. Ascoltiamo le parole del Signore Gesù: “Quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi” (Matteo 19:5-6). Egli vuole donarci le risorse per vivere il nostro matrimonio in maniera felice, in uno spirito di pace, di perdono e di riconciliazione.

  • (versetto 16) – Per Dio il divorzio non è una cosa banale, è la distruzione di una Sua opera, un atto di violenza che ha in orrore. È la rottura della relazione più intima che Dio abbia creato, una sorgente di grande sofferenza. Quanti cuori infranti nei nostri giorni! Quanti figli sconvolti per tutta la vita! Che possiamo presentare loro il Signore Gesù, il solo che possa consolare (Matteo 11:29-30; Salmo 147:3). Ciascuno di noi vegli sulle proprie vie, prima che sia troppo tardi. “Il Signore è un vendicatore in tutte queste cose” (1 Tessalonicesi 4:6).

Seconda parte

Malachia 2:17 – 4:6

Una luce sul futuro

  1. La venuta del Signore

Nei primi due capitoli, Malachia ha dipinto un cupo quadro morale del popolo e dei suoi conduttori, ma sta per spuntare un nuovo giorno. Dio purificherà i Suoi in profondità per mezzo della venuta del Signore stesso. Questi ultimi due capitoli sono illuminanti riguardo alla persona del Messia, “il sole della giustizia”.

  • Accuse contro Dio che giudica (2:17)

Il limite è stato passato, siamo al punto del non ritorno. La meravigliosa pazienza di Dio sta per prendere fine. I contestatori del popolo stancano Dio con le loro parole dure e blasfeme. Incolpano Dio di non agire secondo i loro pensieri. Lo accusano disprezzando le Scritture (Esodo 5:20; Proverbi 17:15; Michea 6:8), di favorire i malvagi, mettendo in dubbio la Sua giustizia, la Sua capacità di intervenire. È una terribile provocazione, un’aperta rivolta contro Dio.

Se però avessero riflettuto con onestà sul passato, avrebbero compreso il loro errore. Dio aveva dato, al Suo popolo, le prove affinché abbandonasse il suo peccato e ritornasse a Lui. Ecco però, che restava cieco, prigioniero della sua amarezza e del suo spirito negativo che tuttavia voleva essere realista. Era troppo pieno della sua propria giustizia per considerare la possibilità di sbagliare.

E noi? Siamo sottomessi al Signore nelle nostre prove? O Lo accusiamo di non intervenire? Arriveremo a questa conclusione se seguiremo i nostri pensieri piuttosto che confidare nelle promesse della Parola di Dio. Attraverso le difficoltà Dio desidera formarci, portarci a pentirci e confidare sempre nella Sua bontà: “Non abbandonate la vostra franchezza”(Ebrei 10:35).

  • Il Signore verrà (3:1)

Dio risponde con forza ed emozione alle provocazioni del popolo. Si, il Dio che voi accusate viene, viene improvvisamente e con maestà (Apocalisse 1:7). Precedentemente viene il suo messaggero, Giovanni Battista [17]. Come un araldo cammina davanti al corteo regale, annuncia e prepara l’arrivo del Re. In Oriente, in passato, era costume preparare la strada per il re. Prima del suo passaggio degli uomini toglievano tutte le pietre e si rimuovevano tutti gli ostacoli (Isaia 57:14; 62:10). Giovanni Battista preparava la strada richiamando il popolo a ricevere la buona notizia della venuta del Messia ed a pentirsi.

Il messaggero, pur essendo il più grande dei profeti (Matteo 11:11), non è niente a confronto di Colui che egli annuncia: l’Eterno stesso (“davanti a me”). C’è una meravigliosa unità tra l’Eterno e “colui che viene”, il Messia. Egli è il Signoreche entrerà nel suo tempio”,l’Angelo del patto”, la rivelazione stessa di Dio (Esodo 23:20-23; Isaia 63:9). Qui, possiamo discernere “la Parola fatta carne” (Giovanni 1:14), Gesù di Nazaret, Lui che è Colui nel quale ha potuto abitare tutta la pienezza della deità (Colossesi 1:19; 2:9).

  • Purificati col fuoco per essere adoratori (3:2-4)

Invocando il Dio che giudica, il popolo pensava probabilmente al giudizio dei nemici. Non si aspettava la propria purificazione, non sospettava quanto sarebbe stata profonda.

L’immagine dell’antico fonditore è bella quanto seria. Il metallo era portato ad alta temperatura per essere fuso. Le scorie, meno dense, galleggiavano in superficie ed erano tolte con un soffietto. Il fonditore restava seduto per sorvegliare con attenzione la fine dell’affinazione. Era allora che vedeva il suo volto riflesso sul metallo puro e limpido (1 Giovanni 3:2). Nel Suo amore Dio opera anche in noi con cura e pazienza per renderci conformi all’immagine del Suo Figliolo (Romani 8:29), questa purificazione si effettua col fuoco della prova, che forma il carattere e la fede del credente (Romani 5:3-5; Zaccaria 13:9; Salmo 66:12).

Dio impiega anche altri mezzi richiamati attraverso la figura del lavandaio [18] che lavava i vestiti con un detergente naturale, la potassa. Se il fuoco agisce dall’esterno, la potassa penetra nei tessuti e li deterge dall’impurità che sono estranee attraverso l’acqua. Le prove non raggiungeranno il loro scopo senza questo lavoro profondo della Parola per mezzo dello Spirito Santo che agisce per ripulire le profondità del cuore (Proverbi 20:30).

Il risultato di questo lavoro divino è un’offerta che risponde al pensiero di Dio: la lode, scaturisce pura e fresca. Non ci sono ombre, più nessun dubbio ma un amore profondo, una ritrovata comunione. Questo versetto annuncia anche il millennio [*] in cui Israele, purificato, guarito e riunito, porterà delle offerte in ricordo della morte del Signore Gesù (Ezechiele 44:15; Zaccaria 14:21).

E noi? Quanto siamo lenti a comprendere che il Signore, per mezzo dello Spirito, deve lavorare in noi e tra noi (1 Pietro 1:7)! Grazie a Lui che è fedele nella disciplina. Egli grava la Sua mano su di noi fino a che non produce un frutto di giustizia (Ebrei 12.11).

  • Condanna del malvagio (3:5)

Dopo aver purificato i Suoi (3:4 – cfr. 1 Pietro 4:17) Dio va a rispondere alla domanda insolente ed incredula dei malvagi (2:17). Le Sue parole, di una grande potenza profetica, annunciano l’energia di Giovanni Battista (Matteo 3:7-12). L’Eterno verrà, Lui stesso, per giudicare. Sarà un fedele testimone contro tutte le forme di male. Nel giorno del giudizio divino nessuno potrà nascondersi.

I peccati che sono descritti qui erano già stati denunciati da Mosè (Levitico 19 e 20). E che dire di oggi? Magia, adulterio, raggiri, oppressioni, razzismo e tante altre ingiustizie si diffondono sempre più. Come resistere a questo tsunami? Vivendo vicini al Signore, nel Suo timore, coscienti di quello che Gli spetta di diritto. Non dobbiamo avere paura di essere messi nella Sua luce. Essa ci mostra i nostri peccati, ma è la luce della vita. Colui che ci illumina è anche Colui che cancella i nostri peccati (Isaia 43:26).

  • Rinnovamento delle promesse

Malachia aveva avvertito i suoi ostinati uditori che Dio stava per giudicarli. In questi versetti, rivela loro la misericordia del Signore che voleva ardentemente benedirli, se si fossero pentiti. Lo farà ai tempi della fine per il residuo fedele di Israele, in virtù dell’opera di Cristo. Allora saranno “un paese di delizie” (3:12).

  • Tornate a me (3:6-7)

Bisognava tornare a Dio, Colui che non cambia mai. Egli è lo Stesso, immutabile nella Sua santità. Non abbassa le Sue esigenze morali quando ci si allontana da Lui ed è anche costante nella Sua volontà di benedire il Suo popolo (Numeri 23:19; 1 Samuele 15:29; Salmo 33:11; Romani 11:29). Lo aveva mostrato a Giacobbe, un uomo pieno di compromessi, sempre pronto a trafficare a suo vantaggio. Dio aveva dovuto lottare a lungo con lui per liberarlo dalle sue abitudini. Dio aveva scelto di proteggere Giacobbe e di benedirlo (Genesi 28:15). I contemporanei di Malachia erano i discendenti di questo Giacobbe, sia per linea di sangue che per il temperamento ingannatore. Così, il fatto stesso che erano risparmiati, provava la costanza di Dio, la Sua insondabile misericordia.

Malgrado l’ostinazione dei figli di Giacobbe, il Signore li esortava a tornare a Lui. Isaia aveva già lanciato lo stesso appello come altri dopo di lui (Isaia 31:6; Zaccaria 1:3). Questo invito costante rivela il cuore di Dio che non si stanca mai. La Sua bontà spinge al pentimento (Romani 2:4). Il perdono abbonda, si rallegra del ritorno dei Suoi e gli fa gustare la Sua allegrezza (Luca 15:20).

Il popolo, sarà sensibile all’appello di Dio? La sua risposta rivela il suo indurimento ed il suo smarrimento. Dio, allora, va a toccare un punto concreto, preciso: il soggetto delle decime [19]. E noi? Il Signore chiama anche noi a ritornare a Lui, ma spesso noi rispondiamo: “In che modo dobbiamo tornare?” (3:7). come possiamo tornare se non siamo coscienti di esserci smarriti (Salmo 119:176)? Siamo lungi dall’abbassare la testa, lenti a riconoscere i nostri errori.

  • Portate tutte le decime (3:8-12)

Tutta la nazione derubava Dio quanto alle decime ed alle offerte volontarie. Si mostrava reticente a donare a causa del triste stato morale dei sacerdoti? Questa sarebbe stata una pessima scusa perché i doni fatti ai sacerdoti erano un’offerta per Dio ed un segno d’amore verso di Lui (2 Cronache 31:5-6). Dio invita il Suo popolo: “Mettetemi alla prova in questo”. Richiede un’obbedienza accurata ma, poi, quale gioia travolgente grazie all’intervento di Dio! Più nessun dubbio quanto alla Sua potenza ed al Suo amore. Egli è veramente là, mantiene la parola, agisce, spande le Sue ricchezze in maniera sovrabbondante che: “non vi sia più dove riporla”. Sarà una benedizione certa e durevole, sarà protetta da “l’insetto divoratore” (i diversi insetti che distruggono il raccolto).

Le cateratte del cielo” indicano la pioggia che viene e dà “il suo buon tesoro, il cielo” (Deuteronomio 28:12). Per noi credenti richiamano alla mente tutte le benedizioni spirituali di cui Dio ci ha benedetto “nei luoghi celesti in Cristo” (Efesini 1:3). Dio ce le farà gustare se viviamo nella fede e nell’obbedienza alla Parola di Dio.

  • (Versetto 12) – Un giorno Israele riprenderà il ruolo del popolo messo al centro dei piani di Dio (Genesi 12:3; Isaia 61:9). La prosperità materiale sarà un segno di una felicità più grande, quella di vivere approvati da Dio, felicità che, nel millennio, attirerà le nazioni (Zaccaria 8:23).

E noi? Amiamo dare? Se noi derubiamo Dio incontreremo la Sua riprensione e ci perderemo una benedizione (3:9). Noi non siamo sotto la Legge che prescrive la decima, ma usiamo questa libertà per dare il meno possibile o, piuttosto, siamo convinti dalla grazia di Cristo (2 Corinzi 8:9) a donare gioiosamente (2 Corinzi 9:7-9)? Dio è molto sensibile a quello che facciamo per Lui, ci chiama a vivere di fede, a mettere in pratica la Sua Parola.

  • Differenza tra il giusto ed il malvagio

Continuando nella lettura di questo libro vediamo apparire sempre di più il contrasto tra coloro che temono l’Eterno e quelli  che Lo disprezzano. Quest’ultimi, soddisfatti della loro posizione religiosa, avevano una coscienza insensibile ed un cuore distaccato alla bontà dell’Eterno. A sette riprese, la loro contestazione è rivolta con parole insolenti (1:2, 6, 7; 2:17; 3:8, 13). L’Eterno ha udito tutto, sia le loro parole dure come le parole pie di coloro che Lo onorano e Lo amano.

  • “È inutile servire Dio”? (3:13-15)

Le parole del popolo contro Dio erano forti, provocanti in quello che affermavano, cioè che servirLo non portava a niente. I loro propositi scettici erano dei mormorii o delle affermazioni pubbliche? In ogni caso Dio li udiva. Alla fine, si mettevano al Suo posto per dichiarare ciò che era meglio. Chiamavano beati coloro che Dio chiamava maledetti: gli orgogliosi ed i malvagi (Salmo 119:21; 73:19-20). Quattro secoli più tardi, il Signore Gesù ha iniziato il Suo discorso sulla montagna con: “Beati i poveri in spirito” (Matteo 5:3).

La motivazione degli uomini del popolo non era l’amore verso Dio ma il desiderio di un tornaconto, di un profitto. Pretendevano di adempiere l’ufficio [20] che gli era stato affidato [21] senza essersi veramente affidati a Dio (Zaccaria 7:5). Certo, essi avevano seguito il cerimoniale del lutto, praticato il digiuno ma tutto questo non era fatto veramente per Dio (Zaccaria 7:5). Al di là delle apparenze, Dio guarda alle motivazioni: “Tu desideri che la verità risieda nell’intimo” (Salmo 51:6). Può esserci un’apparenza molto corretta come la rivendicava Abiia (2 Cronache 13:11), mentre il suo cuore non era tutto quanto per Dio (1 Re 15:3). Anche noi corriamo questo pericolo.

Abbiamo delle parole forti contro il Signore? Pensiamo, diciamo che è inutile, demodè vivere con pietà, nel timore di Dio? Abbiamo la tendenza a dissociare la grazia dall’obbedienza? Le nostre parole possono prendere la forma di una ribellione dichiarata o una piega negativa in noi stessi. Infatti, esse rivelano quello che noi pensiamo (Matteo 12:34). Sono dunque di grande importanza, contrariamente a quello che si afferma con facilità dicendo: “Sono solo parole”. Le nostre parole creano una situazione perché per mezzo di quello che diciamo, noi possiamo sia incoraggiare e mostrare il sentiero della verità, sia far male o ostacolare.

  • “La mia proprietà particolare” (3:16-18)

Davanti a parole così forti contro Dio non c‘è niente da replicare. Il fedele ricerca quelli che, come Lui, temono l’Eterno e la Parola di Dio rigettata dall’insieme, diventa per il residuo fedele una sorgente di speranza e di forza. Essi temono l’Eterno, hanno una relazione vitale con Lui, si radunano e parlano l’uno all’altro. Gustano dei momenti di condivisione e di comunione (Luca 2:38) in cui “parlano” di Lui, della Sua Persona, della Sua gloria perché Lo amano. La loro fedeltà è un consolante tratto di unione tra i due Testamenti.

Quando l’insieme del popolo Lo respinge, L’accusa e disprezza il Suo Nome Dio, allora, si riserva nella Sua grazia un residuo [*], un piccolo gruppo, quelli che temono l’Eterno e Lo servono con un cuore puro (2 Timoteo 2:22; Apocalisse 3:8). I malvagi prosperano e Dio non sembra essere interessato alla terra, ma resta attento a quei pochi che si sono ritrovati per parlare di Lui, registra tutto quello che è fatto per Lui, perfino un bicchiere d’acqua (Marco 9:41) e fa loro una promessa: quella di risparmiarli dal giudizio, come un Padre ha dei riguardi, un’intimità particolare verso il figlio che Lo serve. Dio conosce questi fedeli, sovente deboli e disprezzati, li porta nei Suoi affetti e li manifesterà come quelli che approva nel giorno delle ricompense, “nel giorno che io preparo“.

Non possiamo leggere questo versetto 17 senza pensare a Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo che non ha risparmiato il Figlio che Lo ha servito, ma Lo ha dato per tutti noi (Romani 8:32).

Spesso, nel corso dello studio di questo libro, abbiamo dovuto chiederci se le insolenti parole del popolo non fossero anche le nostre. Ora possiamo fare nostri, con profonda gratitudine, gli incoraggiamenti del Signore: che possiamo essere di coloro che temono il Suo Nome. Allora, le Sue promesse, saranno nostre. Nella Sua tenerezza, Dio si ricorda dei Suoi, “il suo tesoro particolare”.

In ogni tempo ha desiderato che i fedeli pensassero al Suo Nome e ricercassero i Suoi interessi. Egli desidera particolarmente che il Suo diletto Figliolo abbia il posto d’onore nella nostra vita, come in mezzo a dei radunamenti cristiani. Allora, quello che ci unirà ai nostri fratelli in Cristo non sarà il servizio, né la posizione ecclesiastica, ma il Signore stesso. La nostra comunione sarà dolce e vera e si esprimerà per mezzo di felici scambi di pensieri in “in uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore” (1 Pietro 3:4).

  • Il sole di giustizia

Fin qui Malachia aveva parlato i termini incisivi per convincere il popolo dei suoi peccati. Ora le riprensioni sono finite, i pensieri sono stati messi a nudo per mezzo della Parola di Dio. Viene il giorno dell’Eterno dove tutto deve essere rivelato. La vendetta divina deve essere eseguita, le promesse di benedizione compiute e precedute da un ultimo appello a ritornare a Dio.

  • “Ecco il giorno viene” (4:1)

Nella Parola il giudizio divino è spesso paragonato al fuoco. Il giorno dell’Eterno [*] sarà ardente come una fornace (Sofonia 1:18; 3:8), la seconda venuta del Signore sarà in mezzo a fiamme di fuoco (2 Tessalonicesi 1:8; Isaia 66:15-16). Davanti all’ardore del giudizio, i malvagi saranno come la paglia che si consuma rapidamente. Senza radici per ricrescere, senza tralcio da innestare, senza germoglio che riappaia (Salmo 80:16). Il giudizio è definitivo e irreversibile. Non ci sarà una seconda possibilità [22].

  • “Spunterà il sole della giustizia” (4:2-3)

In contrasto con il fuoco del giorno dell’Eterno coloro che Lo temono gusteranno la dolcezza ed il calore del “sole della giustizia”. Per la loro fedeltà all’Eterno, erano stati feriti dal male che regna in questo mondo. Il “sole della giustizia”, il Signore Gesù stesso che è “l’Eterno nostra giustizia” (Geremia 33:16), porterà loro la guarigione, la luce e la pace (2 Samuele 23:4; Isaia 60:2, 19-20). I suoi raggi sono paragonati a delle ali, che richiamano alla mente rapidità e protezione (Deuteronomio 32:11). L’immagine dei vitelli che saltano allegramente fuori dalla stalla, pieni di vitalità, illustra questa libertà e salute che i fedeli di Israele ritroveranno nel millennio (Geremia 33:6). Allora Dio capovolgerà la situazione, i fedeli calpesteranno i malvagi che sembravano così resistenti.

Credenti, già da ora noi possiamo gustare la guarigione e la prosperità spirituale. L’opera del Signore Gesù alla croce ci ha guariti dalla colpa davanti a Dio perché i nostri peccati sono perdonati. Certo, noi abbiamo sempre il peccato in noi ma non domina più su noi (Romani 6:4), la nostra anima può prosperare seguendo il Signore (Giovanni 10:10). Siamo vittoriosi sul mondo e, ben presto, “il Dio della pace stritolerà presto Satana ” sotto i nostri piedi (Romani 16:20).

  • Ultimo appello prima che sia troppo tardi (4:6-8)

Ricordatevi della legge di Mosè”: è un appello improrogabile. Dio aveva dato questa Legge in Oreb, la montagna in cui si era rivelato nella Sua maestà, santità e compassione (Esodo 3:2; 19:16). Anche noi dobbiamo ritornare a quello che è dal principio (1 Giovanni 2:24).

Infine, ultima prova della misericordia divina prima del giudizio, Dio stava per suscitare un ultimo profeta [chiamato qui: Elia, (cfr. 3:1)]. Noi riconosciamo in lui Giovanni Battista (Matteo 11:14; 17:12-13) che ha introdotto la prima venuta del Signore Gesù. D’altra parte, questa profezia avrà ancora un compimento nel futuro prima della seconda venuta in gloria (Matteo 17:11; Giovanni 1:21). “Il giorno del SIGNORE, giorno grande e terribile” sarà preceduto dal ministero di due testimoni di cui il carattere è, uno quello di Elia, l’altro di Mosè (Apocalisse 11:6). Il frutto del ministero di Elia sarà un amore vero e rispettoso tra i padri ed i figli (Luca 1:17). Non lasciamo che i disaccordi, le critiche o la falsità rovinino la vita familiare. Gridiamo al Signore perché ci dia di vivere secondo la Sua volontà nella nostra famiglia e che ci prepari per la Sua venuta!

Così, l’ultima parola del Vecchio Testamento lo fa terminare con una terribile minaccia: la maledizione. Che incoraggiamento pensare che il Nuovo Testamento si conclude con la menzione della grazia (Apocalisse 22:21). Essa è offerta a tutti perché il Signore Gesù è venuto per prendere su di Sé la maledizione al nostro posto (Galati 3:13). Per Lui ed in Lui abbiamo gioia e vita eterna. Che sia benedetto in eterno!

Conclusione del libro del profeta Malachia

La mia parola non è forse come un fuoco, dice il SIGNORE, e come un martello che spezza il sasso?” (Geremia 23:29). Tale è la profezia del profeta Malachia. Dio deve colpire molto forte per toccare le coscienze indurite del popolo e dei suoi conduttori, ma Dio non è sopraffatto dall’orgoglio dell’uomo. Egli non darà la Sua gloria ad un altro (Isaia 48:11). Il Suo Nome sarà esaltato nel giudizio (1:5; 4:1, 6) come per mezzo del timore e l’adorazione che Gli è offerta (1:11, 14; 3:3, 4, 16). Se Dio parla duro in definitiva è per mandare un appello pressante a ritornare a Lui (2:1; 3:7; 4:4). Non nasconde la necessità di un giudizio, ma ricorda anche la dolcezza della Sua intimità (2:2-7; 3:12, 17; 4:2).

Per mezzo di Malachia, la Parola di Dio è spuntata come un fuoco e, fatto solenne, lo ha fatto per l’ultima volta. Malachia è l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento, poi c’è, da parte di Dio un silenzio di quattro secoli. Il popolo è lasciato per lungo tempo alla sua responsabilità e quando il Signore Gesù appare Egli trova una condizione morale vicina a quella dell’epoca di Malachia: qualche fedele in mezzo ad un popolo segnato dall’ipocrisia.

Anche per noi la Parola è completata da molto tempo e lo stato di quelli che portano il nome di cristiani sono sempre più vicini all’apostasia. Stiamo veramente attenti a questo ultimo messaggio del profeta Malachia. Per concludere riassumiamo i tre punti essenziali.

  • “Tornate a me” dice il SIGNORE

Lasciamoci investigare da questa pressante incitazione del profeta e applichiamola alla nostra epoca. La nostra vita cristiana è una risposta all’amore di Dio o un semplice rito esteriore che alla lunga ci annoia? La tavola del Signore ha per noi un grande valore nei nostri cuori? È veramente il luogo spirituale dove è realizzata la comunione con Signore Gesù? Abbiamo il sentimento di quello che è dovuto al Signore della gloria (Giacomo 2:1)?

Il libro del profeta Malachia ci invita a farci delle domande di questa natura e ritornare a Dio. È il pentimento, un ritorno alla luce di Dio, nella confessione delle nostre mancanze e nel sentimento della Sua grazia. Il pentimento conduce sempre a delle azioni specifiche e porta i suoi frutti. Dio ci mostrerà quello che dobbiamo fare, dire, abbandonare, se ascoltiamo la Sua voce nel raccoglimento.

  • “Vedrete di nuovo la differenza che c’è tra il giusto e l’empio”

Man mano che scorriamo questi capitoli la differenza si fa sempre più netta tra gli increduli e coloro che temono l’Eterno.

  • Da un lato, gli increduli rifiutano di ritornare e finiscono per accusare apertamente Dio;
  • dall’altra, Dio si prende cura di quelli che Lo temono, pensano al Suo Nome, e lo farà fino alla venta del Signore (Luca 1 e 2). Da loro la sua approvazione segreta. Li chiama: “il suo tesoro particolare” e li risparmia dal giudizio che attende i ribelli. Non ci sarà, allora, nessuna confusione possibile tra coloro che temono l’Eterno e quelli che lo disprezzano.

Oggi Dio invita i Suoi a separarsi dal male; Cristo purifica la Sua Chiesa per mezzo della Sua Parola (Efesini 5:26) e attraverso la prova (1 Pietro 4:1). Da un lato, si alza la voce dell’apostasia, dall’altro le preghiere di coloro che temono il Signore. Da che parte vogliamo trovarci? Guardiamo alla Sua Parola ed incoraggiamoci parlando con coloro che pensano al Suo Nome, ai Suoi interessi, al Suo ritorno.

  • “Ecco, io vengo presto!”

Questo libro di Malachia è anche un libro di speranza [*]. Annuncia la venuta del Signore. Per noi cristiani, la speranza del ritorno del Signore rischiara e sostiene la nostra fede. Ben presto vedremo l’immenso splendore della gloria di Dio, del Signore Gesù, di Colui che è stato disprezzato ed umiliato. Al di là delle nostre pene manteniamo sempre i nostri sguardi fissi su di Lui, la stella del mattino.

Colui che attesta queste cose, dice: “Sì, vengo presto!” Amen! Vieni, Signore Gesù!” (Apocalisse 22:20).


[1] Nota: Vedi anche: “Quelques pensées générales sur la prophetie”.

[2] Nota: Si ritiene certa questa data dal soggetto del libro e l’impiego di certi termini di origine persiana come: “pehah” (1:8) “il governatore”.

[3] Nota: 1:2-4, 6-10, 12-14; 2:17; 3:6, 7, 8-10, 13-18

[4] Nota: Questa espressione “Eterno degli eserciti” citata più di venti volte nel libro, richiama la gloria dell’Eterno, la Sua dominazione universale, la Sua assoluta autorità.

[5] Nota: Traduzione letterale

[6] Nota: Esortazione ripetuta a tutte le sette Chiese dell’Asia in Apocalisse 2 e 3.

[7] Nota: Il tempo del verbo in ebraico indica che questo amore è ancora presente.

[8] Nota: Deuteronomio 10:15; 33:3; Isaia 54:8; Geremia 31:3; Osea 11:1; Giovanni 3:16; Romani 5: 8; 8:31-32; 1 Giovanni 4: 7-10

[9] Nota: Dio ama l’uomo perduto ma odia il peccato (Giuda 23). Le espressioni della Parola che parlano dell’odio di Dio si riallacciano essenzialmente al male (Deuteronomio 16:22; 36:2; Proverbi 6:16; Isaia 1:14; 61:8; Geremia 12:8; 44:4; Amos 5:21; 6:8; Zaccaria 8:17; Malachia 2.16; Apocalisse 2:16) ed eccezionalmente alle persone che sono identificate a questo male (Osea 9:15; Salmo 11:5; Malachia 1:3). Quando tutto il lavoro di Dio per strappare un uomo al peccato ed alle conseguenze del giudizio è rifiutato, allora il peccatore è identificato al suo peccato e così diventa, per Dio, un oggetto di orrore che respinge lontano da Lui (Daniele 12:2).

[10] Nota: Sette volte, Malachia, richiama questo disprezzo: disprezzo dell’amore di Dio (1:2); del Suo nome (1:6); della Sua tavola (1:7); del Suo nutrimento (1:12); della Sua santità (2:17); delle offerte a Dio (3:8); del Suo servizio (3:14).

[11] Nota: Questo versetto può essere tradotto anche: “Il mio nome sarà grande.

[12] Nota: Salmo 72,96:8 – Isaia 9:5-6,33:17-22; Geremia 23:5-6; Daniele 7:13; Michea 5:3; Zaccaria 6:13; 9: 9-10.

[13] Nota: L’espressione “il mio nome” o “il Suo nome” è citato otto volte in questo libro: 1:6, 11 (3 volte), 14; 2:2, 5; 3:16). Il “nome” indica la persona. Disprezzare il Nome di Dio equivale a rigettare la Sua rivelazione e rifiutare la Sua autorità. Invocare il nome del Signore è avere una vera relazione con Lui. Questo deve orientare tutta la nostra vita verso il bene, riconoscendo che Gli apparteniamo e che dobbiamo servirLo in risposta al Suo amore (2 Timoteo 3:19b).

[14] Nota: Il termine “pace” può essere tradotto anche con: “prosperità”, che contiene questo pensiero di progresso.

[15] Nota: il versetto 10 può anche collegarsi con la sezione precedente. In questo caso, il patto è quello di Levi ed il “noi” indica che Malachia era un sacerdote.

[16] Nota: Questi pianti provengono dalle donne abbandonate o dai mariti che l’Eterno non ha ascoltato? Il versetto permette le due interpretazioni

[17] Nota: Matteo 3:3,11:10; Marco 1:2-3; Luca 1:76,3:3,7:26-27; Giovanni 1:23. Il Suo servizio è stato predetto anche da Isaia (Isaia 40:3-5).

[18] Nota: Il follatore era un lavandaio, un artigiano che pressava le stoffe per sgrassarle

[19] Nota: La decima, il decimo del reddito di ciascuno, veniva depositata in alcune stanze del tempio (la casa del tesoro) per essere distribuita ai Leviti e ai sacerdoti (Levitico 27:30; Numeri 18:20-24; Neemia 12:47; 13:10).

[20] NdT – La JND, usata dagli autori ha, al versetto 14 l’espressione: “Faire l’acquit de la charge” (che abbiamo tradotto con: “adempiere l’ufficio”) ma che non c’è nelle versioni italiane.

[21] Nota: “L’adempimento dell’ufficio” si applica generalmente al servizio dei sacerdoti e dei Leviti (Zaccaria 3:7; Ezechiele 40:45; 44:14-16) così come a qualsiasi ufficio affidato da Dio. Si tratta di fare con cura ciò che Dio comanda, applicarvisi, metterci il cuore. Questo non si può realizzare senza la comunione con Dio, senza l’amore per lui.

[22] Nota: I sostenitori della dottrina erronea dell’annientamento invocano questo versetto per dire che i malvagi scompariranno completamente dall’esistenza cosciente. Ma il nostro testo parla solo del giudizio sulla terra. Coloro che non hanno conosciuto la risurrezione della vita, la prima risurrezione (Giovanni 5:29; Apocalisse 20:5) conosceranno la risurrezione in giudizio. Compariranno davanti al grande trono bianco per essere giudicati. Questo non porrà fine alla loro esistenza (Apocalisse 20:10-15).

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