In che luogo ti trovi?

di M. Hardt

La Parola di Dio è ricca di riferimenti a contesti geografici: città, villaggi, montagne, valli, fiumi e nazioni. Spesso questi luoghi sono legati a specifici significati spirituali o a principi morali. Tale legame è confermato dagli avvenimenti che vi accadono, dalle persone che vi abitano e dalle esperienze che esse vi vivono. Il principio per cui tali località racchiudono un significato profondo è avvalorato anche dal fatto che, in molti casi, il loro nome trae origine proprio dagli eventi storici lì consumati. Spesso la spiegazione del nome è esplicitata dal racconto biblico stesso: «E condussero Gesù al luogo detto Golgota, che tradotto vuol dire: “Luogo del teschio“» (Marco 15:22). Altre volte, comprendere il significato del nome di un luogo è la chiave per decifrare l’avvenimento che vi è ambientato. Lo studio della toponomastica biblica non vuole essere un esercizio puramente accademico, ma deve porre il credente di fronte a una precisa responsabilità: il “luogo” che occupiamo — non in senso geografico, ma spiritualmente — è di vitale importanza sia nella nostra vita personale sia in quella cristiana.

Alcuni esempi confermano ampiamente questa riflessione. All’inizio Dio pose l’uomo nel giardino d’Eden («delizia» o «piacere»). Tuttavia, dopo aver peccato, l’uomo ha avvertito il bisogno di nascondersi dalla presenza del Creatore, il quale gli ha domandato: «Dove sei?» (Genesi 3:9), per poi allontanarlo dal giardino. Qualche tempo dopo questo avvenimento, ci troviamo di fronte all’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino. Quest’ultimo, a causa della sua ribellione, «si allontanò dalla presenza del SIGNORE e si stabilì nel paese di Nod, a oriente d’Eden» (Genesi 4:16). Il  nome significa vagare. Una volta lontano da Dio, egli costruì una città per riorganizzare al meglio la propria esistenza, nonostante la maledizione e la distanza dal Creatore. Chiamò questa città Enoc, dal nome di suo figlio: una scelta che testimonia ulteriormente la frattura spirituale che si era creata tra lui e Dio.

Dopo il diluvio universale, Dio chiama Abraamo a uscire da Ur dei Caldei — un luogo intriso di idolatria — per dirigersi verso il paese di Canaan, che rappresenta le benedizioni che Dio desidera elargire. Per un breve periodo, Abraamo soggiorna in Egitto (figura del mondo); tuttavia, per la grazia di Dio, viene ricondotto nel paese di Canaan e si stabilisce a Hebron («comunione» o «unione»), dove costruisce un altare al SIGNORE. Suo nipote Lot, al contrario, sceglie la pianura del Giordano, dimostrando una netta mancanza di discernimento spirituale nell’optare per una terra che appariva simile sia al giardino del SIGNORE sia al paese d’Egitto. Lot giunge così a stabilire la sua dimora a Sodoma, città dominata dalla corruzione morale. Di conseguenza, viene fatto prigioniero, perde tutti i suoi beni e finisce i suoi giorni vivendo in una caverna sul monte Soar. D’altra parte Abraamo, dopo aver liberato Lot, viene benedetto e fortificato da Melchisedec, re di Salem («pace»).

Proseguendo con la storia dei patriarchi, incontriamo altri luoghi altamente significativi. Pensiamo ad Agar, serva egiziana di Sara, moglie di Abraamo, che incontra Dio nel deserto presso il pozzo di Lacai-Roi («Pozzo del Vivente che mi vede»). Successivamente, legato alla vita di Abraamo e Isacco, troviamo il paese di Moria con il monte del SIGNORE, luogo che il patriarca chiamò Iavé-Irè («Al monte del SIGNORE sarà provveduto», Genesi 22:14). Giacobbe, durante la sua fuga, chiama Betel («Casa di Dio») la località in cui riceve la visione notturna e sperimenta la presenza del SIGNORE (Genesi 28 e 35). Impossibile, inoltre, non menzionare Galeed («Mucchio della testimonianza», Genesi 31:47-48), Mahanaim («Due accampamenti», Genesi 32:2) e il torrente Iabboc («Lotta» o «Effusione», Genesi 32:22).

Come conseguenza dei peccati dei figli di Giacobbe, Israele scende in Egitto — il luogo della schiavitù — ma viene poi redento e liberato da Dio. Segue l’esperienza nel deserto: un luogo privo di risorse umane, in cui si impara a conoscere ciò che risiede nel nostro cuore e in quello di Dio. Durante questo viaggio, il popolo del SIGNORE tocca molte tappe significative, tra cui Elim, Mara, il monte Sinai e le pianure di Moab. Tuttavia, Dio aveva un piano superiore per il Suo popolo: una terra ricca, simboleggiata dalla valle di Escol («Grappolo»). Per possederla, essi devono attraversare il Giordano («Il fiume che scende» o, in senso figurato, il fiume della morte) ed entrare nella Terra Promessa, che rappresenta l’anticipazione delle benedizioni spirituali nei luoghi celesti (Efesini 1:3). Purtroppo, due tribù e mezza preferiscono stabilirsi «oltre il Giordano», nella terra di Galaad, definita come «un luogo adatto al bestiame»: in altre parole, scelgono di anteporre la propria prosperità materiale ai piani di Dio.
Il successo della conquista della Terra Promessa ha avuto inizio da Ghilgal («Rotolamento»), il luogo in cui la carne viene giudicata. Solo dopo questa tappa il popolo può espugnare Gerico, la città della maledizione che rappresentava la potenza del nemico. Tuttavia, senza giudizio di se stessi e in presenza di un peccato non giudicato in mezzo al popolo, persino Ai («Mucchio di rovine») risulta troppo forte.
Al centro del paese promesso, Dio sceglie per sé un luogo in cui far dimorare il Suo nome: un centro di adorazione conforme al Suo pensiero (il cui corrispettivo nel Nuovo Testamento è Matteo 18:20). Purtroppo Geroboamo, re d’Israele, quando vi era stata la divisione con il regno di Giuda, decide per mantenere il potere, che è troppo rischioso far salire il popolo a Gerusalemme e propone alternative spiritualmente misere: l’adorazione di vitelli d’oro a Betel e a Dan. Così Betel, la «Casa di Dio», viene profanata e ribattezzata Bet-Aven, ovvero «Casa del male» o «Casa dell’idolatria».
Nonostante i periodi di difficoltà, troviamo persone che sono rimaste fedeli e salde sui loro fondamenti. Sono da rimarcare gli uomini valorosi di Davide come Samma, il quale «si piantò in mezzo al campo, lo difese e sconfisse i Filistei. Il SIGNORE concesse una grande vittoria» (2 Samuele 23:12). E che dire di Nabot, al quale il re Acab offrì «una vigna migliore» (1 Re 21:2), sentendosi rispondere: «Mi guardi il SIGNORE dal darti l’eredità dei miei padri!» (1 Re 21:3)?
A tutto ciò, tuttavia, seguì una rovina generale. Alla fine, anche le ultime due tribù furono deportate a Babilonia, il luogo della confusione e dell’idolatria. L’intero libro di Esdra ci mostra il significato del riscatto da questa città. Il re Ciro pose una domanda di sfida: «Chiunque tra di voi è del suo popolo, il suo Dio sia con lui, salga a Gerusalemme, che si trova in Giuda, e costruisca la casa del SIGNORE, Dio d’Israele, del Dio che è a Gerusalemme» (Esdra 1:3). La casa di Dio si può trovare solo nel luogo in cui Dio si trova. Nella sua grazia, Dio ristabilì un rimanente del popolo nella Terra Promessa e l’altare fu ricostruito «sulle sue basi» (Esdra 3:3).
Accanto agli esempi dell’Antico Testamento, il Nuovo Testamento ci offre profonde illustrazioni geografiche e spirituali del cammino dell’uomo e della grazia di Dio. Pensiamo alla strada in discesa che da Gerusalemme conduce a Gerico, simbolo del declino spirituale, oppure al figlio prodigo che si recò in un paese lontano per poi ritornare al padre. Troviamo poi la Samaria, una regione che i Giudei evitavano molto volentieri, ma che il Signore, nella sua infinita grazia, «doveva attraversare» (Giovanni 4:4).
Spicca inoltre il forte contrasto tra Betania, il luogo in cui il Signore trovava refrigerio e accoglienza, e il centro religioso di Gerusalemme. In quest’ultima città lo troviamo nei giorni che precedono la sua crocifissione, un luogo in cui non è potuto rimanere a pernottare. Proprio in vista della sua dipartita, il Signore istituì la cena nella «stanza di sopra» (Marco 14:15), pregò nel Getsemani (il cui nome significa «frantoio») e infine chinò il capo sulla croce, il luogo supremo del sacrificio. Ma Colui che è stato crocifisso al Golgota (il «luogo del teschio», che rappresenta il completo vuoto e il fallimento dell’uomo) ci ha preparato un luogo nella casa del Padre (Giovanni 14:2). Un giorno, Egli poserà i suoi piedi sul monte degli Ulivi per stabilire il suo Regno in quello stesso mondo che lo aveva rigettato. Il Figlio di Dio, l’Unto, regnerà infine sul monte Sion.
Questi pochi esempi sono sufficienti a dimostrare che nella Bibbia esistono molti luoghi ricchi di significato, ognuno dei quali merita uno studio approfondito. Si potrebbero aggiungere numerose altre località, come le montagne della Scrittura e le loro valli, insieme alle preziose lezioni spirituali che da esse si possono trarre.
Adesso domandiamoci: dove ci troviamo, sia individualmente sia collettivamente? Questo riguarda sia i princìpi che abbiamo sottoscritto, sia la condizione delle nostre anime. Siamo forse soddisfatti di un cristianesimo terreno (Galaad) o ci dirigiamo verso la Terra Promessa, dove si trova Cristo e dove anche noi, come risorti con Lui, dovremmo dimorare? Stiamo alla larga da Sodoma e dai suoi capi che siedono alle sue porte, per ricercare invece la gioia e la comunione di Ebron? Siamo alla ricerca di conforto nelle pianure di Moab, come accadde in Rut 1? Se torniamo sui nostri passi, scopriremo che a Betlemme (la «casa del pane») è il tempo della mietitura.
Ci troviamo in mezzo alla confusione religiosa di Babilonia o abbiamo trovato il luogo che Dio ha scelto per farvi dimorare il Suo nome, il luogo nel quale ci raduniamo nel nome di Cristo? Ormai non è più una questione di questo «monte» (il monte Garizim) o di «Gerusalemme», ma del luogo in cui l’adorazione «in spirito e verità» è conosciuta e praticata (Giovanni 4:21-24).
Che il Signore ci conceda di trovarci nel luogo che Egli può approvare, dove potremo sperimentare appieno la Sua presenza.

Tradotto e adattato da Truth & Testimony

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