Ingannare se stessi

di Harmut Mohncke

Chi non si è mai sentito tradito o ingannato da un’altra persona? È una sensazione che, probabilmente, abbiamo vissuto tutti. Che delusione e che dolore si provano quando ci si sente traditi!

Per noi credenti dovrebbe essere normale cercare di non ingannare il prossimo, sia esso credente o non credente. Eppure, a volte, possiamo cercare il nostro vantaggio a spese degli altri. L’apostolo Paolo avverte i Tessalonicesi in modo molto chiaro: “che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari” (1 Tessalonicesi 4:6). Rimprovera persino i Corinzi: “Invece siete voi che fate torto e danno; e per giunta a dei fratelli” (1 Corinzi 6:8).

Potrebbero essere dette parole simili su di noi? Viviamo in un’epoca di egoismo (2 Timoteo 3:2), quindi dobbiamo stare particolarmente in guardia contro questo peccato.

Tuttavia, c’è un’altra forma di inganno che colpisce tutti noi, anche se a volte non ne siamo consapevoli: l’autoinganno (o l’inganno di noi stessi). È davvero possibile? Forse pensiamo di essere abbastanza intelligenti o scaltri da non ingannare noi stessi. Purtroppo, la realtà è molto diversa! Possiamo mostrare all’esterno una certa autenticità o rettitudine, mentre stiamo ingannando noi stessi. La Bibbia ci avverte di questo, gli inganni sono anche in noi stessi, nei nostri pensieri. Ad esempio, siamo portati a sviluppare una certa linea di ragionamento o adottiamo un punto di vista che ci sembra logico al fine di adattarci a questa o quella situazione, arrivando persino ad una sensazione di pace interiore.

Questo ragionamento può essere contrario alla verità divina e, in tal caso, corriamo il rischio di essere profondamente disillusi, con conseguenze tragiche. Ecco perché i credenti sono messi in guardia dall’“ingannare se stessi”.

Andremo ad esaminare tre passi che parlano di questo argomento.

Stimarsi saggi da se stessi

Nessuno s’inganni. Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio” (1 Corinzi 3:18).

Alcuni dei Corinzi avevano una cattiva influenza nei loro comportamenti, tale che l’apostolo arrivava persino a dubitare della loro conversione. Potevano affermare di essere saggi e dotti, ma il loro lavoro tra i fedeli non era per l’edificazione spirituale. Al contrario, aveva conseguenze devastanti: l’assemblea, il tempio di Dio, veniva corrotto (v. 16-17).

I destinatari di questa lettera probabilmente non si aspettavano una simile affermazione! Essendo carnali, avevano ceduto alle proprie illusioni: la sapienza che li circondava, la loro posizione sociale, il loro nome, tante cose che apprezzavano e che li influenzavano profondamente a causa delle loro origini greche. Si erano serviti della “sapienza di questo mondo” per rispondere alle esigenze dell’assemblea di Dio, ma la Parola afferma che “la sapienza di questo mondo è pazzia davanti a Dio” (v. 19).

Viviamo in un’epoca in cui molti dei nostri contemporanei ripongono grande fiducia nella scienza. Naturalmente, in molte situazioni, questo è legittimo. Un gran numero di scoperte scientifiche, così come i risultati del lavoro di ricerca, contribuiscono ad aumentare il benessere della vita umana. Dobbiamo esserne grati! Ma quando l’approccio scientifico, o presunto tale, e l’interpretazione dei risultati sono in conflitto con la verità biblica, il credente deve rifiutare queste idee. È il caso, ad esempio, di tutto ciò che si oppone in qualche maniera al pensiero di Dio sul matrimonio, sulla famiglia, sull’educazione (istruzione) o anche su alcune questioni relative alle procedure terapeutiche.

Il pensiero moderno sull’uomo, marcatamente antropocentrico, ovvero che mette l’uomo al centro di ogni cosa, è in totale contraddizione con il pensiero di divino. Per questo motivo la Parola dichiara che, per il pensiero umano, la fedeltà a ciò che Dio ha istituito è pura follia (1 Corinzi 2:14).

Si tratta quindi di rifiutare ciò che è contrario alla verità di Dio e allo stesso tempo, in un atteggiamento di ubbidienza e di fede, di accogliere e mettere in pratica i pensieri divini. In questo modo, saremo saggi agli occhi di Dio. Solo la verità di Dio è nutrimento, luce e protezione per i credenti. Nient’altro permette la crescita e la maturità spirituale. Questo vale sia a livello individuale che collettivo.

Avere l’arroganza di credersi qualcuno

Il Signore denunciò l’ipocrisia dei farisei autoritari e disse di loro che “legano dei fardelli pesanti e li mettono sulle spalle della gente”, mentre allo stesso tempo “tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini” (Matteo 23:4-5).

Chiunque faccia riferimento ad un parametro legale per le proprie azioni, sia esso la Legge del Sinai o qualsiasi altra legge umana, corre lo stesso pericolo. L’applicazione di tale principio, porta a nozioni di prestazione e di merito: chi agisce è in grado di avere successo e chi ha successo ha diritto al riconoscimento del suo successo.

Ogni credente che non è sotto la costrizione della legge, ma che vive sotto la grazia, agisce diversamente. Sa che Dio non si aspetta nulla di spirituale dall’uomo naturale. Per sua natura, l’uomo non può offrire nulla a Dio che possa essergli gradito; nessuna giustizia propria che conduca alla salvezza, né alcuna buona opera. Persino un carattere nobile moralmente può produrre delle opere, ma «opere morte». È per questo che Dio ha regolato i conti con il vecchio uomo: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo (il vecchio me), ma Cristo vive in me!” (Galati 2:20).

Non siamo quindi nulla in noi stessi. Questo vale per l’uomo naturale, ma anche per il credente. Può sembrare un’affermazione molto deprimente! Vogliamo tanto essere visti come qualcosa o qualcuno di importante. Questo fatto va a toccare le questioni legate all’identità. Ci chiediamo: chi sono? Cosa posso fare? Cosa penso di me stesso? – con l’idea di paragonarci agli altri. Chi pensa a se stesso in questo modo non beneficia più pienamente delle sue benedizioni in Cristo. Tenderà a diventare compiacente o a soffrire di un senso di inferiorità. La Parola di Dio dice che non siamo nulla. Non inganniamoci quindi su questa questione. Abbiamo davvero nel cuore il pensiero che non siamo nulla davanti a Dio?

La verità che Dio rivela ha un secondo aspetto, altrimenti sarebbe molto difficile per noi sopportare una situazione del genere. Come abbiamo visto, davanti a Dio, quanto a noi stessi, non siamo nulla, ma, dall’altro lato, come veri credenti, siamo totalmente identificati con Il Signore, siamo in Cristo.

Egli stesso vive in noi (Galati 2:20), Dio ci vede in Gesù: “ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù” (1 Corinzi 1:30) e il Padre ci ama come ama il proprio Figlio (Giovanni 17:23). Che grazia incomprensibile! “In lui ci ha eletti prima della formazione del mondo” (Efesini 1:4), ci “ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Romani 8:29). Quale immenso valore hanno agli occhi di Dio coloro che credono nel suo Figlio. Rendersi conto di questo ci rende felici, pienamente soddisfatti e ci mantiene umili.

L’apostolo Paolo guardò in faccia la realtà: accettò volentieri di essere un nulla (2 Corinzi 5:17, 12:2) e un servo dotato (1 Corinzi 15:10). Impariamo da questo esempio e non inganniamo noi stessi.

Illudersi che uno sguardo veloce sia sufficiente

Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era” (Giacomo 1:22-24).

Questo non è l’unico passo delle Scritture che richiama la nostra attenzione sul mettere in pratica ciò che dice la Parola di Dio. Il Signore Gesù raccontò una parabola che riguarda proprio questo problema. Rileggiamo la parabola dell’uomo “stolto”. Le conseguenze sono fatali per chi non mette in pratica la Parola (Matteo 7:24-27).

Giacomo esorta similmente i destinatari della sua lettera, ma usando un’altra parabola e parlando dell’inganno di se stessi. Se teniamo conto del contesto in cui presenta questa parabola dello specchio, è sorprendente notare che, ancor prima di questo avvertimento, egli ci invita ad essere “pronti ad ascoltare” (Giacomo 1:19). Questa è una condizione fondamentale per una vita cristiana: la Parola di Dio deve essere letta e ascoltata regolarmente. Essa parla di ciò che siamo, quindi non perdiamo le occasioni che abbiamo per prestarle attenzione.

Ma ascoltare la Parola non basta, è come guardarsi allo specchio senza agire. Lo specchio ci dà un’immagine della realtà ed ha una funzione positiva: ci rivela la verità su noi stessi. Allo stesso modo, nello specchio della Parola di Dio possiamo conoscere noi stessi, discernere le nostre debolezze, i nostri errori e i nostri peccati. Ecco perché è così importante guardarsi costantemente in questo specchio.

C’è una cosa però che lo specchio non può fare: cambiarci! Se non siamo disposti a metterci davanti allo specchio con il desiderio di purificarci e poi a chiedere aiuto al Signore per cambiare il nostro comportamento, non potremo fare alcun progresso spirituale. Se il timore di Dio e l’obbedienza non ci portano a leggere la Parola di Dio e a metterla in pratica, continueremo a vivere una vita di fede superficiale e incostante: “se ne va, e subito dimentica com’era” (Giacomo 1:24).

Vigiliamo, non inganniamo noi stessi!

 

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