di F. Neff
“Colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra” (Giovanni 3:31), ma il cristiano è cittadino del cielo; e se è spesso costretto ad occuparsi di cose destinate a perire, lo si vede poi ritornare alle cose divine, il suo elemento naturale, come un subacqueo che viene a respirare alla superficie dell’acqua. Che la figura di questo mondo sia destinata a passare è una di quelle verità che anche il non credente più superficiale non può negare. Anche i giorni della nostra vita se ne vanno in fretta come l’acqua di un fiume che scorre veloce. Eppure, tra le tante verità, quella del mondo che passa è forse la più trascurata, è una realtà di cui non si è molto convinti.
“La figura di questo mondo passa”; lo riconosce anche l’uomo del mondo, e nondimeno continua a vivere come ha sempre vissuto, ricorrendo i piaceri, gli onori e le ricchezze di questo mondo effimero, lasciandosi guidare “dalla concupiscenza della carne”, “dalla concupiscenza degli occhi” e “dalla superbia della vita” (1 Giovanni 2:16). Se si sofferma un istante a riflettere sull’eternità, su quell’abisso che inghiotte la corrente rapida dei suoi anni, egli rivolge subito la mente alle distrazioni che si trovano intorno a lui e si sforza di dimenticare quei pensieri seri che lo assorbivano un istante prima. L’uomo del mondo vive camminando vicino alla soglia dell’eternità come se non dovesse mai varcarla, di fronte al giudizio di Dio come se lui non dovesse comparirvi.
Viene infine il giorno in cui anche i più distratti e indifferenti devono subire la sorte delle cose del mondo e “passare” a loro volta. Qualcuno può pensare di poter trasferire al di là della tomba i successi della propria vita e le proprie virtù, come un diritto al possesso del paradiso, dimenticando che, nate dal mondo e da moventi mondani, quelle cose su cui si fa affidamento e si ritiene facciano acquistare dei meriti, saranno trovate inconsistenti e anch’esse passeranno per sempre. Così, spogliati di tutto, perché tutto sarà passato, gl’increduli arriveranno completamente nudi davanti al quel tribunale dove saranno condannati in base alle loro opere, alle quali si aggiungerà la colpa di aver rifiutato l’unico mezzo che Dio aveva offerto loro per scampare al giudizio, il Signore Gesù Cristo e il Suo sacrificio alla croce.
E’ qui che appare in tutta la sua evidenza la differenza tra il credente e l’incredulo; poiché, mentre questi vive quaggiù come se dovesse restarvi per sempre, l’altro attraversa questa valle come un pellegrino diretto verso la sua patria celeste (Ebrei 11:13-14).
“La figura di questo mondo passa”, dice il vero cristiano che si distingue dal mondo; e ogni giorno egli “teme il SIGNORE e cammina nelle sue vie” (Salmo 128:1) e si prepara a rendere conto della sua “amministrazione” (Luca 16:2). Le cose di questo mondo, per quanto utili e interessanti siano, per quante attenzioni richiedano da parte sua, per lui sono comunque delle cose che passeranno e alle quali egli deve attaccarsi soltanto con la prospettiva di doverle lasciare da un momento all’altro.
La sua prospettiva è la casa del Padre, è l’essere introdotto in quel beato riposo di cui già godono tutti coloro che si sono “addormentati” nel Signore (1 Tessalonicesi 4:15). Un’eternità di gioia in contrasto con l’eternità di sofferenza e di lontananza da Dio nella quale entreranno coloro che non hanno creduto.
La morte non può più riportare sul credente alcuna vittoria, il suo dardo non lo può colpire (1 Corinzi 15:55). Tale è il cristiano che cammina nella luce. Il giorno del ritorno del Signore non lo sorprenderà come un ladro (1 Tessalonicesi 5:4). Che si trovi vivente in quel glorioso giorno, o che sia chiamato ad attraversare la morte, al momento in cui lascerà questa tenda (2 Corinzi 5:4) per passare al suo Dio, non si troverà nudo, ma rivestito della giustizia di Cristo e fondato sulla Parola del Signore che rimane in eterno (1 Pietro 1:25).
E mentre l’incredulo passerà dalle vanità, dai traviamenti, dai beni illusori e dalle menzogne di questo mondo al terribile giudizio di Dio, il credente in Cristo passa dalla vita su questa terra con le sue fatiche, le tristezze, le lacrime, al riposo e alla gioia. Egli è beato, non come lo intendono quelli del mondo, ma nel senso espresso dalla Parola di Dio: “Si, dice lo Spirito, essi (cioè i morti nel Signore) si riposano dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono” (Apocalisse 14:13).
Se abbiamo la consapevolezza dell’eternità e stimiamo le cose del mondo soltanto alla luce del cielo, la considerazione della precarietà di queste cose ci riconduce subito a quel luogo dove tutto è permanente e immutabile. E vivremo quaggiù, pur nella nostra carne mortale, solo “nella fede del Figlio di Dio” che ci ha amati (Galati 2:20) e cammineremo nella “via angusta” (Matteo 7:14) con lo sguardo fisso su “Colui che crea la fede e la rende perfetta” (Ebrei 12:2) e rivolti “alle cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio” (Colossesi 3:1).