La preghiera di Iabes (1 Cronache 4: 9-10)

di B. Durst

Iabes fu più onorato dei suoi fratelli; sua madre lo aveva chiamato Iabes, perché diceva: «L’ho partorito con dolore». Iabes invocò il Dio d’Israele, dicendo: «Benedicimi, ti prego; allarga i miei confini; sia la tua mano con me e preservami dal male in modo che io non debba soffrire!» E Dio gli concesse quanto aveva chiesto” (1 Cronache 4:9-10).

Il primo libro delle Cronache si apre con una lunga genealogia, che può sembrare noiosa da leggere ma che invece contiene dei tesori. Otto capitoli con elenchi lunghissimi di nomi, tutti i discendenti di Adamo fino a Noè, i discendenti di Noè, quelli dei figli di Abraamo e dei figli di Giacobbe, e i discendenti di Davide.

Una generazione se ne va, un’altra viene…” dice l’Ecclesiaste (1:4).

E’ interessante considerare quest’elenco di uomini e pensare che, al loro tempo, sono vissuti ognuno con le proprie aspirazioni, le proprie gioie, le proprie pene. Ma della maggior parte di loro, Dio ha pensato bene di non dire nulla, nient’altro che il nome. Eppure, anche fra quelli vi saranno stati uomini fuori del comune che avranno compiuto imprese tali da suscitare l’ammirazione dei loro contemporanei.

Questa lunga enumerazione indica che Dio  conosce bene i nostri nomi, uno ad uno. Miliardi di uomini sono vissuti sulla terra, e nessuno è passato inosservato ai suoi occhi. Ma qui è come se una domanda fosse posta, a ognuno di loro come a noi tutti: cosa è rimasto della tua vita che abbia avuto l’eternità come scopo?

Però, nel  mezzo di questo elenco, lo Spirito di Dio mette in evidenza il nome di un uomo: Iabes. Cos’ha avuto di speciale perché Dio si soffermi su lui? Umanamente non fu un grande uomo? La sua vita non è stata narrata dagli storici? Non ha lasciato un ricordo tangibile in questo mondo, un monumento o un’opera d’arte, o qualche altra opera. No. Quest’uomo ha semplicemente fatto una preghiera, e Dio l’ha registrato nel suo libro. E, mentre il tempo cancella tutto quello che la gloria umana ha edificato, questa preghiera è giunta fino a noi. Che incoraggiamento per noi che così facilmente ci stanchiamo di pregare! (Ebrei 12:12).

L’esempio di Iabes è lì per farci vedere il valore che può avere per Dio anche una sola preghiera se è fatta con amore e con fiducia. La prima cosa che il Signore mette in evidenza di Saulo, dopo essersi rivelato a lui sulla via di Damasco, è che era in preghiera: Egli dice ad Anania: “cerca in casa di Giuda uno di Tarso chiamato Saulo; poiché ecco, egli è in preghiera” (Atti 9:11). Non c’era niente di più importante da dire sul conto di quel Giudeo così eminente, persecutore della Chiesa e che sarebbe diventato uno dei più grandi servitori del Signore?

Le relazioni di comunione che abbiamo avuto con Dio sono la cosa che ha il valore più grande nella nostra vita, molto di più delle nostre doti naturali o del servizio che il Signore ha potuto affidarci.

Iabes invocò il Dio d’Israele” (v.10). Dio mette in evidenza questo fatto, che è insignificante agli occhi del mondo. In un’altra circostanza (Matteo 26:6-13), quello che Maria aveva fatto, ungendo i piedi del Signore, era parso inutile per gli astanti e per gli stessi discepoli; eppure il Signore, che giudica le cose diversamente dagli uomini, dichiara che quella donna aveva compiuto un’opera buona verso di Lui e che la sua azione, come la preghiera di Iabets, sarebbe stata registrata nella Parola di Dio: “In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato questo vangelo, anche ciò che ella ha fatto sarà raccontato in memoria di lei” (v.13).

Ma ritorniamo a Iabets. Egli nacque dopo un parto così difficile che sua madre lo chiamò appunto Iabets, che significa dolore. “Fu il più onorato dei suoi fratelli” (4:9). Il suo segreto era la fiducia in Dio e la sua storia lo conferma. Non si dice forse che la la fede onora Dio e che Dio onora la fede?

Iabets fece quattro precise richieste al Signore:

  1. “Benedicimi, ti prego”

Iabets cercò la benedizione vera, quella che fa ricchi e che solo l’Eterno può dare (Proverbi 10:22). Il testo ebraico dice: “Oh se tu mi benedicessi abbondantemente!”.  La sua fede era ardita. Egli chiese una benedizione abbondante perché  sapeva  che le risorse di Dio sono infinite.

Anche il profeta Eliseo disse a una vedova: “Va’ fuori, chiedi in prestito a tutti i tuoi vicini dei vasi vuoti; e non ne chiedere pochi” (2 Re 4:3); e l’olio cominciò a riempire quei vasi, poi si fermò, non perché non ce ne fosse più, ma perché non c’erano più vasi. E’ la nostra fede che è limitata, non le risorse di Dio.

In Luca 5:6-7 l’abbondanza della grazia del Signore superava la misura dei poveri mezzi umani: “…presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano“. Chiediamo a Dio di liberarci dalla nostra incredulità e di concederci una fede più ardita. “…chi dubita è simile a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore” (Giacomo 1:6-7).

  1. allarga i miei confini!”

Dobbiamo fare dei progressi nella vita di fede. Dobbiamo appropriarci sempre di più delle benedizioni spirituali che abbiamo in Cristo. Anche per noi, “rimane ancora una grandissima parte del paese da conquistare” (Giosuè  l3:l).

Vediamo lo stesso genere di fede in Acsa, figlia di Caleb (Giudici 1:12-l5). Ella disse a suo padre: “Fammi un dono, perché tu mi hai dato una terra arida; dammi anche delle sorgenti d’acqua”. Ed egli le diede le sorgenti superiori e le sorgenti sottostanti.”. Ella non disprezzava quello che il padre le aveva già dato, ma chiese di più. E’ questo il nostro desiderio? Anche Caleb, a suo tempo, aveva chiesto a Giosuè: “Dammi questo monte” (Giosuè 14: 12) anche se vi abitavano gli Anachim, i giganti, contro i quali non era facile combattere.

  1. “Sia la tua mano con me!”

Che esempio di dipendenza! Niente possiamo fare senza di Lui. E’ nella consapevolezza della nostra insufficienza che comprendiamo quanto il Signore ci sia indispensabile. Realizzando questo, Mosè aveva detto all’Eterno: “Se la tua presenza non viene con me, non farci partire di qui” (Esodo 33:15).

L’indipendenza è una forma di orgoglio, causa di tutte le nostre cadute. Quando ci appoggiamo di meno sul Signore, è perché abbiamo acquistato della fiducia in noi stessi. Così avvenne al re Uzzia, la cui fama “raggiunse paesi lontani, perché egli fu meravigliosamente soccorso, finché divenne potente. Ma quando fu divenuto potente, il suo cuore, insuperbitosi, si pervertì…” (2 Cronache 26:15-l6).

  1. Preservami dal male in modo che io non debba soffrire!”

Il timore del SIGNORE è odiare il male” (Proverbi 8:13). Noi che viviamo in un mondo che “giace nel maligno” (1 Giovanni 5:19), abbiamo veramente bisogno di coltivare questo santo timore. Senza l’aiuto di Dio siamo incapaci di tenerci lontani dal peccato “che così facilmente ci avvolge” (Ebrei 12:1). Solo Lui può guidarci in una via di santificazione e di giustizia (Salmo 23:3).

Quest’uomo, il cui nome significa “dolore”, chiese a Dio di non aver da soffrire. Aveva capito che il dolore è la conseguenza del male, ma riconosceva a Dio la capacità di toglierlo e di preservare i suoi fedeli. “A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria, al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen” (Giuda 24-25).

Iabes si pone davanti a Dio con l’atteggiamo di chi non ha nessun argomento da far valere, nessuna contropartita da presentare. Egli si mise sul terreno della sola grazia di Dio e questo aspetto dona tanta bellezza alla sua preghiera.

Che contrasto con Giacobbe in Genesi 28:20! Aveva fatto un voto a Dio e aveva incominciato la sua preghiera con un “se”; anch’egli aveva chiesto a Dio di benedirlo, ma pretendeva di dargli qualcosa in cambio. “Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il SIGNORE sarà il mio Dio  e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima” (Genesi 28:20-22).

Quanto a Iabes, la fine del versetto 10 è consolante e anche piena di maestà: “E Dio gli concedette quello che aveva chiesto“. Senza meriti, senza argomentazioni, senza la pretesa di dare a Dio una contropartita; la grazia di Dio rifulge con tutto il suo splendore.

Che possiamo anche noi, come Iabes, appoggiarci sulla grazia sovrabbondante di Dio (2 Corinzi 9:14), “la vera grazia di Dio” nella quale stiamo saldi (1 Pietro 5:12).

 

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