Le sette domande di Getsemani

di Berney Silvain

Introduzione

L’arresto del Signore Gesù è raccontato in tutti e quattro i Vangeli, e arriva subito dopo quanto accaduto a Getsemani. In quei momenti, quando l’angoscia lo avvolgeva e una tristezza profonda lo stringeva al pensiero delle ore che stavano per arrivare, Gesù accettò l’opera che doveva compiere. Lo fece con un cuore totalmente unito e sottomesso al Padre.

Dopo essersi rialzato e aver destato i discepoli, che non erano riusciti a vegliare con Lui, avanza incontro alla folla armata che irrompe nel giardino per arrestarlo. In quella scena carica di oscurità, non solo per la notte, ma soprattutto per lo spirito degli uomini, la Scrittura ci rivela sette domande pronunciate dal Signore. In ognuna di esse brilla la Sua perfezione, la Sua statura morale e la Sua bellezza divina.

 

Chi cercate?” (Giovanni 18:3–9)

È l’unica domanda alla quale viene data una risposta, e Gesù la ripete due volte.
Sapeva perfettamente che quella folla era venuta per Lui. Avrebbe potuto consegnarsi immediatamente, senza una parola: nulla gli era nascosto. Eppure, domanda, e in quella domanda lascia intravedere la grandezza della Sua persona.

La risposta è: “Gesù il Nazareno”.
Il nome Gesù, che significa “l’Eterno salva”, è il nome che il Figlio di Dio ha portato entrando nel mondo come uomo: “Tu gli porrai nome Gesù” (Matteo 1:21). In quel nome risuona già l’amore infinito del Padre che dona il Suo unico Figlio per salvare il peccatore.

Il titolo Nazareno richiama Nazaret (Matteo 2:23), una città disprezzata (Giovanni 1:47). Le ripetute espressioni “Gesù il Nazareno” nei Vangeli e negli Atti raccontano l’umiliazione che Egli ha sopportato tutta la vita, fino alla croce (Giovanni 19:19). Era stato profetizzato come “colui che è disprezzato dagli uomini, detestato dalla nazione” (Isaia 49:7), “disprezzato… e noi non ne facemmo stima alcuna” (Isaia 53:3).

Così lo Spirito Santo ci mostra l’amore di Dio e, insieme, la grandezza di Colui che fu respinto.
Quando Gesù dice “Sono io”, la folla indietreggia e cade a terra: un segno che non lascia dubbi sulla Sua divinità. Quale altra voce potrebbe piegare così gli uomini?

Gesù il Nazareno è Dio. E davanti a lui, presto, ogni ginocchio si piegherà riconoscendone la gloria (Filippesi 2:10-11).

  

Giuda, tradisci il Figlio dell’uomo con un bacio?” (Luca 22:47–48)

Giuda, alla guida della folla, si avvicina. Avevano stabilito un segno: un bacio (Marco 14:44). Un gesto d’affetto scelto per mascherare un tradimento. Nessuno dei discepoli avrebbe potuto sospettare.

Ma può davvero l’uomo ingannare il Creatore? Colui che vede tutto e legge i pensieri più nascosti?

Con questa domanda, Gesù strappa via la maschera al traditore e rivela la Sua perfetta conoscenza. Svela lo stato del cuore di Giuda e il mezzo del suo inganno: “con un bacio?”. Una domanda che avrebbe dovuto scuotere profondamente e farlo cadere ai piedi del Signore.

E parla anche a noi: possiamo ingannare gli altri, ma non Dio. Lui porterà ogni cosa alla luce (Romani 2:16; Ebrei 4:13).
Facciamo nostra la supplica del salmista: “Esaminami, o Dio… mettimi alla prova e conosci i miei pensieri… e guidami per la via eterna” (Salmo 139:23-24).

 

Amico, che cosa sei venuto a fare?” (Matteo 26:48–50)

Terza domanda a Giuda, introdotta da un termine sorprendente: amico. Il vocabolo significa anche compagno, non lo stesso usato in Giovanni 15. Giuda, come gli altri undici, era stato scelto “perché stessero con Lui” (Marco 3:14). Aveva condiviso con Gesù momenti intimi, come chi “andava con Lui nella casa di Dio” (Salmo 55:13-14).

Chiamandolo così, Gesù gli ricorda il privilegio ricevuto. Poi la domanda, semplice e tagliente: Che cosa sei venuto a fare? È un ultimo appello alla sua coscienza. Ma Giuda non risponde, non si pente. Aveva già scelto le ricchezze al posto di Dio. Ode la voce del Signore, ma indurisce il suo cuore. È l’unico uomo definito dalla Scrittura “figlio di perdizione” (Giovanni 17:12).

 

Non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?” (Giovanni 18:10–11)

Nel giardino, Pietro aveva dormito quando avrebbe dovuto vegliare; ora agisce quando avrebbe dovuto fermarsi (Marco 14:38,41). Nel tentativo di difendere Gesù, colpisce il servo del sommo sacerdote, recidendogli l’orecchio. Un gesto inutile, che lo porterà al suo terzo rinnegamento (Giovanni 18:26).

Gesù risponde con grazia: guarisce l’uomo ferito e non rimprovera Pietro. Gli pone invece tre domande. La prima mette in luce la Sua sottomissione totale alla volontà del Padre.

Il “calice” è l’immagine delle sofferenze infinite della croce: le tre ore di tenebre in cui avrebbe portato i nostri peccati e affrontato il giudizio divino. A Getsemani aveva già intravisto quell’orrore, pregando di esserne risparmiato se possibile, ma accettando pienamente l’opera.

In questa domanda brilla la Sua obbedienza perfetta.

 

Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio, che mi mandi in questo istante più di dodici legioni d’angeli?” (Matteo 26:51–53)

Seconda domanda a Pietro che mette in luce la Sua dipendenza: “Non potrei pregare il Padre…?”.

Il Signore Gesù era Dio, avrebbe potuto liberarsi con un solo atto di potenza. Era la stessa potenza che aveva scacciato demoni, placato il mare in tempesta, guarito malati e risuscitato i morti.  La stessa che lo aveva protetto più volte, quando “la Sua ora non era ancora venuta” (Luca 4:30).

Ma come Uomo perfetto, vive completamente nella dipendenza dal Padre. Non agisce da sé (Giovanni 8:28), e la preghiera è il Suo respiro continuo (Salmo 109:4).

Poi aggiunge: “che mi mandi in questo istante più di dodici legioni d’angeli”.
È la certezza del Figlio amato: dodici legioni, circa 60.000 angeli, basterebbero a difenderlo.

In mezzo al tradimento e alla violenza, brillano la Sua obbedienza, la Sua dipendenza e la Sua fiducia.

 

Come, dunque, si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?” (Matteo 26:51–54)

Terza domanda a Pietro.
Molto tempo prima, Gesù aveva detto: “Investigate le Scritture… sono quelle che rendono testimonianza di me” (Giovanni 5:39). L’Antico Testamento parlava già delle Sue sofferenze e delle Sue glorie (1 Pietro 1:11). I tipi e le figure che prefiguravano la Sua opera trovano in lui il perfetto compimento.

Ecco, noi saliamo a Gerusalemme… e saranno compiute riguardo al Figlio dell’uomo tutte le cose scritte dai profeti” (Luca 18:31).

Con questa sesta domanda, emerge la gloria di Colui nel quale tutte le promesse di Dio sono “sì” e “Amen” (2 Corinzi 1:20). In Lui, ogni parola si adempie.

 

Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante?” (Luca 22:52–54)

È l’ultima domanda, rivolta ai capi giudei. Una domanda che mette in risalto la sovranità di Dio.

Fino a quel momento, nessuno era riuscito a catturare Gesù. Non potevano: “l’ora Sua non era ancora venuta” (Giovanni 7:30). Ma ora l’ora è giunta: il momento in cui Gesù deve passare da questo mondo al Padre (Giovanni 13:1). E quell’ora comprende tutto: l’arresto, la condanna, la crocifissione, il sacrificio, la morte, la risurrezione.

Perciò si lascia prendere.
È il punto più buio del cuore umano: gli uomini rifiutano il Figlio di Dio e mettono a morte l’unico veramente santo e giusto.

E Dio permette, mistero profondo, che in quell’ora stabilita gli uomini prendano il Figlio. Ma le loro armi sono inutili: nessuno può catturare Colui che si consegna.

Qui risplende la gloria di Colui che è Sovrano e sceglie di lasciarsi prendere.
Dopo queste parole, gli uomini lo afferrano per condannarlo e crocifiggerlo.

Così il Signore Gesù:
• è stato consegnato secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio (Atti 2:23): l’adempimento dei piani del Padre;
• si è consegnato da sé (Efesini 5:2,25): la testimonianza del Suo amore per Dio e per noi;
• è stato tradito e consegnato dagli uomini (Luca 22:48; Atti 7:52): la responsabilità dell’uomo.

Meditando su queste domande, impariamo a lasciarci attirare sempre più da Lui. È degno del nostro amore e della nostra adorazione.

 

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