di Cesare Casarotta
Questo breve articolo si propone come una riflessione rispetto al fatto che la conoscenza della Parola di Dio e delle cose che il Signore ha fatto e che possiamo avere sperimentato nella vita, deve essere qualcosa che penetri nel cuore, perché vi possa essere un reale frutto delle nostre vite.
Per meditare su questo fatto prenderemo in considerazione due passi che si trovano negli Evangeli.
Il primo è legato alla nascita del Signore Gesù, il secondo ad un momento in cui Egli era insieme ai suoi discepoli.
“Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele“» (Matteo 2:1-6).
I magi venuti da Oriente per adorare il re dei Giudei che era nato, arrivarono a Gerusalemme per informarsi sul luogo di nascita del Signore. La notizia arriva alle orecchie di Erode che riunisce i capi e gli scribi del popolo, coloro che avevano una conoscenza approfondita degli scritti sacri. Alla domanda posta c’è una risposta corale: “Betlemme di Giudea” e poi, subito dopo, appoggiano con la Scrittura la loro risposta per mostrarne l’esattezza. Viene così citata in dettaglio la profezia contenuta nel libro del profeta Michea.
Ci vengono poste dinanzi delle persone che conoscevano tante cose: sapevano che il Messia doveva nascere, dove sarebbe nato “Betlemme”, lo scopo della sua nascita “pascere Israele” il popolo di Dio, ma non lo stavano aspettando. Non vediamo nessun movimento del cuore, nessuno slancio di amore, nessuna gioia per una notizia che li avrebbe dovuti rallegrare profondamente. Perché? Perché non stavano veramente aspettando il Messia, perché avevano una conoscenza intellettuale-teologica delle Scritture, ma la Parola non era penetrata nel cuore.
Che differenza, rispetto ad altre persone che, nello stesso periodo, avevano un atteggiamento molto diverso. Pensiamo ad esempio a Simeone che era un uomo “giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d’Israele” (Luca 2:25); così come gli era stato rivelato, prima di morire ha potuto vedere con i suoi occhi il Signore Gesù, “la salvezza che Dio aveva preparato”.
Che breve distanza vi era tra Betlemme e Gerusalemme! Quei dieci chilometri che cos’erano se confrontati con il lungo viaggio che i magi avevano fatto? Il Signore era vicino al luogo dove queste persone si trovavano. Era “a portata di mano”. Che grande distanza c’era, però, tra il cuore di quegli uomini e la persona del Signore Gesù! Non lo hanno visto, non lo hanno incontrato, però conoscevano le profezie, sapevano rispondere con prontezza. Non è questo un importante monito per noi? Possiamo avere una conoscenza anche approfondita delle Sacre Scritture, ma non avere una reale comunione con il Signore. Conosciamo delle nozioni, ma rimangono delle informazioni sterili. Nella Parola dovremmo sempre desiderare di “trovare” la persona del Signore Gesù e questo dovrebbe portare un cambiamento, un impatto. Chiediamoci se leggiamo la Bibbia per accumulare conoscenza fine a se stessa, o se stiamo imparando a conoscere sempre più e sempre meglio Cristo. Vi è una differenza sostanziale.
Un pensiero anche per tutte quelle persone che hanno letto la Bibbia, come si leggono altri libri, hanno incamerato delle informazioni, ma non hanno afferrato il senso profondo del messaggio, non hanno compreso effettivamente chi è Gesù, perché e venuto in questo mondo, qual è il valore della sua morte, la realtà e l’importanza della sua risurrezione. In questo modo ciò che si conosce non ha valore. Occorre mettersi con una buona disposizione di cuore all’ascolto della Parola di Dio, in modo che Dio si possa rivelare nella sua grazia, in modo che vi possa essere una reale ed efficace conoscenza della Sua persona.
Passiamo ora al secondo episodio
Il Signore si trova sulla barca con i suoi discepoli, la Parola ci riporta un dialogo con loro.
“Quando io spezzai i cinque pani per i cinquemila, quante ceste piene di pezzi raccoglieste?» Essi gli dissero: «Dodici». «Quando spezzai i sette pani per i quattromila, quanti panieri pieni di pezzi raccoglieste?» Essi {gli} risposero: «Sette». E diceva loro: «Non capite ancora?» Marco 8:19-20
Esaminiamo il contesto. I Farisei avevano cercato di mettere alla prova il Signore chiedendogli un segno dal cielo. Dopo questo episodio, Egli sale sulla barca con i discepoli. Una scena consueta negli Evangeli. Egli utilizza questa situazione di intimità, per ammaestrarli. Li mette in guardia dal lievito dei Farisei e di Erode, ovvero dalla loro forma religiosa, dall’ipocrisia e dal compromesso. Loro non comprendono. Con logica umana, associano il lievito al pane! Pensano che il Signore li stia rimproverando per non avere preso con loro abbastanza pani (ne avevano soltanto uno). Il Maestro aveva rivolto delle esortazioni con una finalità spirituale e loro avevano mal recepito il discorso, rimanendo ad un livello materiale, terreno. A questo punto il Signore pone delle domande per mettere a nudo il loro stato, per fargli comprendere che l’argomento di cui stava parlando non riguardava il fatto di aver preso soltanto un pane. Dovevano già sapere che per Lui non vi erano ostacoli, se fosse stato necessario operare con potenza in quello specifico campo.
I discepoli rispondono in maniera pronta e puntuale alle domande specifiche del Signore riguardo al numero di ceste e panieri che avevano raccolto dopo la prima e la seconda moltiplicazione dei pani. Ricordavano esattamente il fatto ed i dettagli collegati, ma potremmo dire che questo non aveva avuto un impatto pratico nella loro vita e nella conoscenza della persona del Signore Gesù. Dopo le loro risposte esatte, Gesù deve dire loro: “non capite ancora?”
Possiamo fare delle riflessioni. Quante cose conosciamo del Signore e della Sua Parola, quanti versetti imparati a memoria nel tempo! Quante risposte precise potremmo dare se ci venissero poste delle domande! Poi, però, all’atto pratico non abbiamo il discernimento di applicare la Parola alle circostanze della nostra vita, oppure il nostro livello spirituale non ci consente di comprendere gli insegnamenti che il Signore ci vuole dare, i suoi scopi, le sue finalità. Il Signore ci vuole fare apprendere delle nuove lezioni e noi non abbiamo ancora appreso le precedenti. Riflettiamo sul nostro stato, chiediamoci perché non riusciamo a penetrare nella Sua Parola, a viverla, nonostante in molti casi la conosciamo bene con la mente. Probabilmente è il nostro cuore ad essere distante!
Un’altra considerazione importante. Le due moltiplicazioni dei pani erano stati dei grandi miracoli ai quali i discepoli avevano assistito ed avevano potuto constatare in maniera tangibile la potenza del Signore. Ricordavano con la mente i fatti ed i dettagli, ma in quel momento non vi era la memoria del cuore! Sicuramente il Signore nel tempo ha operato nella nostra vita con potenza, in grazia, con fedeltà; ci ricordiamo i fatti, ma non abbiamo appreso le lezioni spirituali basilari che Lui ci voleva dare e questo è un ostacolo alla nostra crescita nelle sue vie. Quante volte il Signore dice a noi: “non capite ancora?”. Che le affezioni dei nostri cuori possano essere risvegliate per Lui, per comprendere i suoi pensieri, i suoi insegnamenti e vivere la Sua Parola!