Secondo la misura

 di Georges André

 “A ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono di Cristo” (Efesini 4:7)

Nella parabola dei talenti (Matteo 25:14-18), il Padrone, dopo aver lasciato i suoi servi, affida loro dei talenti in base al suo giudizio, come ritiene giusto. I servi (lett. schiavi) appartengono al Padrone, non sono padroni delle loro scelte. Prima di lasciarli, affida loro i suoi beni. Non sono i servi che decidono di prendere chi cinque, chi tre e chi un solo talento. Il Padrone “dà” secondo il discernimento che ha della capacità di ciascuno. La loro responsabilità sta nel valorizzare ciò che hanno ricevuto fino a quando il padrone tornerà (Luca 19:13).

In Efesini 4:10, “Colui che è salito al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse ogni cosa“, fa a ciascuno dei suoi la grazia d’un dono. Si tratta evidentemente d’un dono spirituale, non per la gloria del servitore, ma per il bene degli uomini e in particolare della Chiesa di Cristo. I doni “maggiori” (1 Corinzi 12:31), descritti al versetto 11, sono affidati ad alcuni: non tutti sono evangelisti, o dottori, o pastori. Ma ciascuno partecipa a questa grazia che è stata donata “secondo la misura del dono di Cristo”. E’ chiaro che in tutti questi testi non si tratta né della grazia della salvezza, né della fede ad essa collegata, ma di quella grazia che il Signore elargisce quando si serve dei suoi per la benedizione spirituale di altri, nella dipendenza da Lui e con piena fiducia in Lui.

L’apostolo Paolo era pienamente cosciente di questa grazia: “Avendo tale ministero in virtù della misericordia che ci è stata fatta, non ci perdiamo d’animo” (2 Corinzi 4:1). Qualunque sia il servizio che il Signore ha potuto affidare, è sempre una grazia. Se non siamo coscienti che abbiamo ottenuto misericordia quando ci è affidato un compito, ci stancheremo. Dopo aver risposto per un certo tempo alle occasioni che ci sono offerte, non avremo più a cuore di perseverare. O persino diventeremo “fannulloni”, come il terzo servo che aveva nascosto in terra il talento del suo Padrone (Matteo 25:26). Le cose di quaggiù “ricopriranno”, come la terra ha coperto il talento sotterrato, il dono di grazia; e non ne risulterà alcun frutto!

 

“Ciascuno abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnato a ciascuno” (Romani 12:3)

Nell’esercizio del dono di grazia, qualunque esso sia, c’è il pericolo di valorizzare se stessi, dimenticando che abbiamo “dei doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa” (Romani 12:6). Saremmo facilmente portati ad avere di noi “un concetto più alto” di quello che dobbiamo avere (vers. 3). È il caso dell'”occhio” o del “capo” in 1 Corinzi 12:21, che dice agli altri, certamente pensando fra sé e sé, anche se non apertamente: Non ho bisogno di te!

Romani 12 riconosce la diversità dei doni di grazia e sottolinea l’importanza di esercitarli “secondo la misura di fede che Dio ha assegnato a ciascuno”. Non secondo la misura d’intelligenza, d’eloquenza o di facilità di comunicare, ma “secondo la misura di fede”; vale a dire nella comunione con Dio, mantenuta ogni giorno, e rinnovata con la confessione quando veniamo meno alla nostra posizione a causa di un peccato.

Non è stato concesso lo stesso dono a tutti: Dio dà in modo diverso all’uno e all’altro. Comunque, l’apostolo Paolo precisa: “Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4:7). In Romani 12 leggiamo che possiamo correre il pericolo di avere di noi “un concetto più alto di quello che dobbiamo avere”. In 1 Corinzi 4, il pericolo è di “gonfiarsi d’orgoglio esaltando l’uno a danno dell’altro” (v. 6), cioè esaltare un fratello o l’altro ad esempio per il dono che ha ricevuto e il modo con cui lo esercita. Pericolo grave, che ha causato molti danni fra i credenti, dimenticando che è “la misura della fede”, non quella della conoscenza (per quanto essa sua utile) che conta.

 

“Entro la misura del campo di attività di cui Dio ci ha segnato i limiti” (2 Corinzi 10:13)

 Qui si tratta non tanto di non imitare gli altri, ma di discernere la “sfera” nella quale il Signore ci chiama ad essere utili. Non immischiamoci “oltre misura in fatiche altrui” (v. 15); ma neppure trascuriamo le occasioni e i bisogni che incontriamo sulla nostra strada.

A Pietro, il Signore risuscitato, dopo avergli chiesto: “Mi ami?” (poiché l’amore per il Signore è la risorsa fondamentale di ogni servizio), anzitutto dice: “Pasci i miei agnelli” (Giovanni 21:15-17). Chi si prenderà cura degli agnelli del gregge, dei bambini, dei giovani che fanno i primi passi nel cammino della fede? Se il Signore ci ha dotato per questo servizio, ce lo ha messo a cuore e ci dà l’occasione di compierlo, ci rifiuteremo di occuparcene, mancheremo di perseveranza?

In seguito il Signore Gesù dice a Pietro: “Pastura le mie pecore“, cioè sii pastore delle mie pecore. Il gregge del Signore richiede delle cure particolari. Si compone non soltanto di pecore “forti e grasse”, ma anche di ferite, di malate, o di smarrite (Ezechiele 34); il cuore del pastore, come il suo Maestro, sarà mosso a compassione per le deboli, pur prendendosi cura dell’insieme del gregge.

Infine il Signore dice a Pietro: “Pasci le mie pecore“, cioè fa in modo che siano nutrite; si tratta di dare loro il nutrimento appropriato al tempo opportuno, senza stancarsi (Luca 12:42,43), e di sorvegliarle, ma “come esempi del gregge” (1 Pietro 5:3).

“Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma (cioè il dono di grazia) che ha ricevuto, lo metta al servizio degli altri” (1 Pietro 4:10).

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