Pubblicato con il permesso di Edizioni il Messaggero Cristiano
Introduzione
Prima parte – ELI. LA ROVINA DEL SACERDOZIO – Capitoli da 1 a 3
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Seconda parte – SAMUELE GIUDICE E PROFETA – Capitoli da 4 a 8
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Terza parte – SAUL, IL RE COME PIACE ALL’ UOMO – Capitoli da 9 a 15
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Quarta parte – DAVIDE, IL RE COME PIACE A DIO – Capitoli da 16 a 31
Capitolo 16
Capitolo 17
Capitolo 18
Capitolo 19
Capitolo 20
Capitolo 21
Capitolo 22
Capitolo 23
Capitolo 24
Capitolo 25
Capitolo 26
Capitolo 27
Capitolo 28
Capitolo 29
Capitolo 30
Capitolo 31
Introduzione
II libro di Samuele segue il libro dei Giudici e quello di Ruth. Al suo inizio, il periodo dei Giudici non era ancora concluso: Eli, il sacerdote, era uno di loro (1 Samuele 4:18); Samuele, il primo profeta (Atti 3:24; 13:20), fu anche giudice su Israele (1 Samuele 7:6). Egli credette di poter stabilire i suoi figli come giudici dopo di lui (1 Samuele 8:1), ma la loro infedeltà fece terminare l’epoca dei giudici. Del resto, il tempo dei Giudici aveva un carattere piuttosto transitorio: essi davano un sollievo temporaneo alla miseria del popolo, colpevole di aver lasciato sussistere i nemici dell’Eterno, invece di sterminarli. Trascinato da queste nazioni nell’iniquità e nell’idolatria, Israele aveva dovuto subire il loro giogo come punizione della sua disubbidienza.
Sotto la loro tirannia, il popolo gemeva e gridava all’Eterno che, pieno di pietà per loro, inviava dei liberatori che davano un po’ di respiro liberandoli dalla mano di quelli che li opprimevano. Purtroppo, però, questo non valse a cambiare il loro cuore: “Ma, quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, andando dietro ad altri dèi per servirli e prostrarsi dinanzi a loro. Non rinunziavano minimamente alle loro pratiche alla loro caparbia condotta” (Giudici 2:19).
Durante il periodo dei Giudici il sacerdozio rimase il legame immediato e riconosciuto fra il popolo e Dio, il solo punto di contatto. Esso rappresentò il popolo nei suoi rapporti con Dio che voleva essere, Egli stesso, Re d’Israele.
In certi periodi, nei giorni in cui “ognuno faceva quel che gli pareva meglio” (Giudici 21:25), il ruolo sacerdotale poteva essere come eclissato, ma il legame da esso formato tuttavia sussisteva.
Il libro di Ruth si inserisce verso la fine della storia dei Giudici, per rivelarci il pensiero segreto di Dio riguardo ad una nuova “economia”, la monarchia.
Vi vediamo Dio preparare un re secondo il suo cuore; come “colui che darà il riposo”, (ebraico = Sciloh), secondo la profezia di Giacobbe (Genesi 49:10), egli doveva uscire da Giuda. Questo libro inizia dunque con Elimelec, uomo di Giuda, e alla fine proclama il nome del re Davide, mostrando così in anticipo quale sarà l’unto dell’Eterno.
Notiamo qui che la relazione con l’Eterno durante il sacerdozio è diversa che durante la monarchia. Sotto il primo, questa relazione era immediata, poiché il sacerdote rappresentava il popolo davanti a Dio; mentre sotto la monarchia, che era un’autorità stabilita sul popolo, questo era sottomesso al re che doveva governarlo secondo i pensieri di Dio. Ed era dal re che Dio si aspettava la fedeltà; era lui il responsabile davanti a Dio dell’infedeltà d’Israele, e il destino del popolo dipendeva dalla sua condotta.
Fino all’instaurarsi definitivo della monarchia, abbiamo, nel primo libro di Samuele, un periodo transitorio.
Il primo grande fatto, constatato in questo libro, è che il sacerdozio, diventando infedele (i figli di Eli), non può più essere il fondamento delle relazioni del popolo con Dio. Senza dubbio era sempre necessario e non poteva essere abolito, ma cessa di occupare il primo posto; la monarchia è un nuovo tipo di relazione. Dio susciterà così un sacerdote fedele che sarà al servizio del suo unto per sempre, invece di essere, come nel passato, il solo legame fra il popolo e Dio (1 Samuele 2:35).
Tutto ciò spiega perché il primo libro di Samuele inizia con la tribù di Levi e con il sacerdozio, e non, come il libro di Ruth, con Giuda e la monarchia.
Elkana (1:1) era levita, della famiglia di Kehath. della tribù di Levi (1 Cronache 6:27-28). I leviti discendevano da tre capostipiti: Ghershom, Kehath e Merari; formavano così tre famiglie distinte alle quali era affidato “tutto il servizio del tabernacolo della casa di Dio” (1 Cronache 6:48). Ognuno aveva il suo ufficio particolare: i Ghersomiti dovevano portare tutte le coperture del tabernacolo, i Merariti le sue assi e le sue colonne. I Kehathiti erano i favoriti e di conseguenza responsabili più degli altri; il loro servizio era particolarmente intimo: portavano tutti gli utensili del tabernacolo compresi l’arca e il velo.
Elkana era un Kehathita. Mosè e Aaronne discendevano da Kehath. I figli di Mosè, Ghershom ed Eliezer, con i loro discendenti, furono assegnati a questa famiglia. Sotto il regno di Davide, e quando venne il momento di costruire la casa di Dio, il servizio dei leviti differì notevolmente dal servizio che avevano durante il cammino nel deserto (1 Cronache 23:28-32).
II sommo sacerdozio d’allora era rappresentato da Eli oltre a Nadab e Abihu, morti senza posterità (1 Cronache 24:2), Aaronne aveva altri due figli, Eleazar e Ithamar. Da questi due uomini dovevano discendere tutti quelli che avrebbero esercitato il sacerdozio. Le loro funzioni consistevano in:
1) offrire “i sacrifici sull’altare degli olocausti e l’incenso sull’altare dei profumi, compiendo tutto il servizio nel luogo santissimo”;
2) fare “l’espiazione per Israele” (1 Cronache 6:49).
Eleazar, il primogenito dei due figli d’ Aaronne, era padre di Fineas: “L’Eterno parlò a Mosè, dicendo: Fineas, figliuolo di Eleazar, figliuolo del sacerdote Aaronne ha rimosso l’ira mia dai figliuoli d’Israele, perch’egli è stato animato dal mio zelo in mezzo ad essi, … perciò digli ch’io firmo con lui un patto di pace, che sarà per lui e per la sua progenie dopo di lui” (Numeri 25:10 a 13).
La progenie di Eleazar è dunque la stirpe fedele alla quale appartiene la promessa. Questa stirpe viene continuata da Tsadok che esercitò il sacerdozio sotto Davide e Salomone (2 Samuele 8:17; 1 Re 2:35), e da Azaria “che esercitò il sacerdozio nella casa che Salomone edificò a Gerusalemme” (1 Cronache 6:10).
Ithamar ebbe per discendente Eli che compare nel primo capitolo del nostro libro. In quei tempi il sommo sacerdote apparteneva alla famiglia d’Ithamar. Poi venne Ahimelec che Saul trucidò con tutti i sacerdoti d’allora. Abiathar solo riuscì a fuggire e si rifugiò presso a Davide. Anche la discendenza d’Ithamar fu ben meno numerosa di quella del suo fratello primogenito (1 Cronache 24:4). Abiathar esercitò poi il sacerdozio con Tsadock ai tempi di Absalom (2 Samuele 17:15), ma precedentemente era stato utile a Davide; Salomone gli disse: “Partecipasti a tutte le sofferenze di mio padre” (1 Re 2:26). Più tardi questo stesso Abiathar, quando Davide era molto avanzato nell’età, fece lega con Joab per costituire re Adonija al posto di Salomone (1 Re 1:7), mentre Tsadok rimase fedele (1:8). Infine, Salomone cacciò Abiathar dal
sacerdozio, perché era degno di morte per aver cospirato contro di lui “adempiendo così la parola che l’Eterno aveva pronunziato contro la casa di Eli a Sciloh” (1 Re 2:27).
Siamo così sul terreno del sacerdozio. Se fosse rimasto fedele non vi sarebbe stato un cambiamento di “economia”; bisognava dunque constatarne la rovina prima dell’entrata in scena del vero re, poiché Dio non poteva restare in relazione col popolo per mezzo di un intermediario corrotto.
Ma, d’altra parte, era necessario dimostrare che Dio, introducendo il suo re come intermediario fra sé e Israele, non poteva accettare una relazione sul principio della carne. Ed ecco tutta la storia di Saul, dal capitolo 9 alla fine del libro. Dio poteva, senza dubbio, impiegare un re secondo la carne come liberatore del suo popolo, ma questa funzione non lo qualificava moralmente per essere capo d’Israele. Il libro dei Giudici ci presenta la stessa verità nella storia di Sansone. Il dono ricevuto e lo stato morale di un uomo sono due cose molto differenti. Saul, più tardi riprovato, può essere “tra i profeti”; Balaam può benedire Israele; Giuda Iscariota agire con potenza con i discepoli, essendo pur tuttavia lo strumento di Satana contro il Signore, suo Maestro.
Prima parte – ELI. LA ROVINA DEL SACERDOZIO – Capitoli da 1 a 3
Capitolo 1
Nascita di Samuele
Anna si distingue perché il suo carattere è quello del credente di tutti i tempi, Il suo nome significa “grazia”, ma prima di portare il carattere di questo nome essa rappresenta la carne incapace di portare del frutto per Dio.
Bisogna iniziare da qui. La Parola di Dio ci insegna che l’uomo naturale ha due caratteri: malvagità e incapacità, e la legge non ha altro scopo che di convincerci di questo.
Ma è più facile confessarci colpevoli che ammettere la nostra incapacità, poiché riconoscere l’impotenza della nostra carne è profondamente umiliante per noi. Anna sentiva la realtà di queste cose; ma la sua prova non consisteva solo in questo: come un tempo Sara, Anna era esposta all’odio e al disprezzo della sposa “secondo la carne”, Peninna; questa era in piena prosperità, poiché “aveva dei figliuoli” mentre Anna non ne aveva; ma l’odio di Peninna era risentito da Anna, più dell’amore che il marito riversava su lei moglie sterile e infelice.
La povera Anna era piena d’amarezza e piangeva molto. Le restava una sola risorsa: portare la sua afflizione davanti all’Eterno. Solo il cuore di Dio poteva risponderle in grazia; così si presenta davanti a Lui a Siclo.
Qui l’attende una nuova prova: la mancanza d’intelligenza del capo spirituale del suo popolo, che confonde l’azione dello Spirito di Dio con quella della carne, la crede ubriaca mentre invece è angosciata. Che sofferenza! In se stessa non ha alcuna risorsa; il mondo le è ostile; coloro che portano il nome dell’Eterno la giudicano e non la capiscono. Come poter mangiare e bere e rallegrarsi quando l’unico desiderio della sua anima non ha trovato risposta? Ella non desidera questo figlio per sé: è disposta a
consacrarlo “all’Eterno per tutti i giorni della sua vita, e fare di lui un nazireo per Dio” ma ciò di cui ha bisogno è un segno del favore di Dio: la “grazia”! Dio le ha forse dato questo nome invano, a lei, donna sterile? Le resta solo la grazia, ed era questo il punto al quale doveva arrivare.
Eli che, nonostante tutto, è un vero servitore di Dio è abbastanza sensibile per far sì che il linguaggio della verità s’imponga e lo faccia ricredersi della sua prima impressione; così benedice Anna da parte di Dio: “Va’ in pace, l’Iddio di Israele esaudisca la preghiera che gli hai rivolta” (v. 17).
Immediatamente la fede di Anna si impadronisce della grazia prima di averne visto e ricevuto gli effetti: “Cosi la donna se ne andò per la sua via, mangiò, e il suo sembiante non fu più quello di prima” (v. 18). Questa certezza di fede è sufficiente a fortificare il suo cuore e a ricolmarla di una gioia che si manifesta agli occhi di tutti. Ella è ora piena di riconoscenza. Non le è sufficiente aver trovato la gioia e il riposo dopo la distretta. Cosa renderà a Dio in cambio di un così grande beneficio? Ciò che gli aveva promesso al v. 11: una consacrazione completa di suo figlio, una vera separazione per Lui. Esaudita col dono di Samuele, Anna non ritira la sua offerta: “Sia presentato dinanzi all’Eterno e qui vi rimanga per sempre”.
Questa umile moglie del levita porta al Signore un sacrificio costoso: “tre giovenche, un efa di farina e un otre di vino”: ma non è nulla rispetto al dono di Samuele: ella si separa dal suo figlio unico datole da Dio stesso, da colui che aveva domandato a Dio. dimostrando così che Dio per lei era più prezioso che questo figlio tanto desiderato.
Che possiamo noi pure avere una tale fede! In vista di manifestarla. Dio mette i nostri cuori alla prova. Come per Anna, questa prova non sarà, all’inizio, un soggetto di gioia ma d’amarezza e di tristezza; ma in seguito porterà un “frutto pacifico di giustizia” a quelli che sono per essa esercitati (Ebrei 12:11).
Capitolo 2
Cantico di Anna (versetti 1-11)
La consapevolezza del suo stato irrimediabile, il cuore rotto e l’umiliazione avevano preparato Anna a ricevere la grazia che Dio le accordava, donandole Samuele. Lo teneva ancora nelle sue braccia che già dovette separarsi da lui per consacrarlo a Dio.
La sua vita sarebbe stata più solitaria che mai, e soprattutto in un tempo in cui la condizione del popolo, intorno a lei, era disastrosa. Ciononostante, Anna è piena di gioia che trabocca in un cantico di trionfo: “Il mio cuore esulta nell’Eterno, … perché gioisco per la liberazione che tu m’hai concessa” (v. 1).
Dio si è rivelato a lei in grazia: e si rivela ancora alla sua fedele serva che, avendo da Lui ricevuto tutto. Gli ridà ogni cosa, non tenendo niente per sé. Essendosi privata del figlio, capisce meglio ciò che Dio è in se stesso, ed apprezza ancor più tutto ciò che Egli è per lei. Abrahamo, sacrificando Isacco alla richiesta dell’Eterno, aveva fatto un’esperienza simile. Fu allora che Dio gli rivelò tutta l’estensione delle promesse che aveva ricevuto, e che ora confermava alla sua progenie (Genesi 22:15-18: Galati 3:15-16).
Con la gioia, Anna ha trovato la forza: “l’Eterno mi ha dato una forza vittoriosa” (v. 1). Questa forza “si dimostra perfetta nella debolezza” (2 Corinzi 12:9); avendo ripudiato tutto ciò che era elevato, tutto ciò che aveva una rinomanza in Israele, Dio la dà
come parte ad una debole donna. umiliata e disprezzata. Questo bel cantico di Anna ha come punto di partenza le sue dolorose esperienze personali, ma va poi molto più lontano. Vedremo, nel corso di questo libro, la stessa cosa prodursi in Davide.
I Salmi ispirati sono il frutto delle sue esperienze, ma la portata che lo Spirito dà loro va ben al di là, e si concentra profeticamente sulle sofferenze e le glorie di Cristo, sulla persona di Colui che è il compimento di tutte le promesse, di tutte le vie, di tutti i consigli di Dio.
È così che dobbiamo interpretare il cantico di Anna.
Le sue circostanze personali sono come l’introduzione a cose non rivelate, nascoste fino allora nei consigli di Dio.
Il soggetto principale del cantico di Anna, il grande principio che vi è presentato, è la grazia sovrana e la potenza di Dio. che abbassa l’orgoglioso e colui che mette la propria fiducia nella carne, e rialza il debole e l’impotente, “poiché le colonne della terra son dell’Eterno, e sopra queste Egli ha posato il mondo”.
È sulla sua grazia e sulla sua potenza che ha stabilito tutto l’ordine delle cose create. Israele, miserabile e decaduto, così come il povero e debole residuo fedele, avevano bisogno di sapere queste cose, d’imparare che tutto dipendeva da Dio solo, che Lui solo poteva sorvegliare i passi dei suoi santi, far tacere i malvagi, ridurre al nulla tutta la forza dell’uomo, distruggere tutti i suoi avversari, e infine dare forza al suo Re e innalzare il corno del suo Unto (*) poiché interviene in favore d’Israele dando forza al suo Cristo.
(*) Il cantico di Maria (Luca 1:46-55) presenta gli stessi caratteri. Questa umile donna nascosta fra i deboli, anche se della famiglia di Davide, celebra la grazia e la potenza del Dio Salvatore che abbassa gli orgogliosi, eleva gli umili e prende in mano la causa
d’lsraele.
Non dà la forza al suo popolo, ma al suo Unto. il Re da cui tutto dipende, il perno di tutto, il solo mezzo per intrattenere le sue relazioni fra sé e il suo popolo.
Approfondiamo uno o due dettagli di questo cantico.
Il v. 1 celebra la salvezza dell’Eterno.
Da parte sua tutto è pura grazia, poiché e “la grazia salvifica per tutti gli uomini” (Tito 2:11).
Il v. 2 celebra la santità dell’Eterno.
Il credente non può separare questi due caratteri; chi ha trovato Dio come Salvatore, comprende che “non v’è alcuno che sia santo come l’Eterno”. Ma bisogna essere santi per appartenergli; ed è perciò che ci ha santificati. Tutta la nostra condotta dovrà dunque, d’ora in poi, mostrare questo carattere.
Questa grande verità fu messa in luce alla Pasqua in Egitto. Gli Israeliti furono messi al sicuro dal sangue dell’agnello, colpito dal giudizio (ucciso) al posto loro. Il popolo s’appropriò di questo sacrificio mangiando l’agnello con i pani senza lievito, che rappresentavano, in figura, la santa umanità di Cristo. Da quel momento gli era imposto di celebrare, per sette giorni. la festa dei “pani senza lievito”.
Come Colui che li aveva chiamati era santo, essi pure dovevano essere santi in tutta la loro condotta (1 Pietro 1:15-16). Il lievito, come sappiamo, raffigura il male che ha il potere di diffondersi e di corrompere ciò che è puro.
Il v. 3 è un avvertimento ai malvagi di cui Pennina è la figura.
Essi sono posti alla presenza di Dio che conosce tutto, e che pesa le azioni degli uomini.
Nei versetti da 4 a 8, troviamo la ragione della disciplina alla quale i fedeli erano stati sottoposti: era perché il carattere della grazia venisse messo in risalto nella loro elevazione alla gloria, e il carattere della giustizia fosse messo in luce nella retribuzione ai malvagi.
Nel cantico di Anna questa grazia si prolunga fino a dare sette figli alla donna sterile, numero perfetto che Anna stessa non ha mai raggiunto (v. 21), poiché non ebbe che sei figli. Le benedizioni promesse non raggiungeranno infatti la loro pienezza se non nella gloria riservata al residuo futuro d’Israele ristabilito.
Il v. 10 preannuncia, come abbiamo visto, la venuta del Messia, del vero Re. Dio farà grande la potenza del suo Unto. Essere associata direttamente a Lui: è questa la potenza accordata ad Anna al v. 1: “l’Eterno mi ha dato una forza vittoriosa”.
Empietà dei figli di Eli (versetti 12-26)
Il seguito di questo capitolo ci fa assistere allo stato di rovina in cui era caduto il sacerdozio. “Or i figliuoli di Eli erano uomini scellerati”: terribile affermazione, tanto più che riguarda quelli che, in Israele, avrebbero dovuto essere i più vicini a Dio! Il peccato di questi uomini aveva due caratteri: misconoscevano i diritti di coloro che venivano ad adorare l’Eterno, impadronendosi delle loro porzioni (v. 13-14): misconoscevano i diritti dell’Eterno, allungando la loro mano profana sulla parte che spettava a Lui, facendosi servire prima di Lui e prendendo così il posto di Dio stesso (v. 15-16).
Si ingrassavano con le offerte dell’Eterno, rendendole così spregevoli agli occhi degli uomini.
Non sono questi i principi di ogni clero, sia esso pagano, giudeo o cristiano? I peccati possono essere più o meno grossolani e odiosi secondo i casi, ma sono tipici di qualunque classe d’uomini che si arroga autorità o privilegi su altri uomini in materia religiosa (Matteo 24: 48-49).
I figli di Eli pretendono di avere ogni diritto sui semplici, si fanno servire a loro spese, e perfino un loro servo ha per loro più autorità che gli adoratori stessi. Essi usurpano, in certa misura, le prerogative di Dio facendolo disonorare per essere onorati al suo posto. I figli d’Eli “non conoscevano l’Eterno” (v. 12); non c’era “timore di Dio dinanzi agli occhi loro” (Rom. 3:18). Senza questo timore, non si odia il male.
C’è dunque da stupirsi se la più spaventevole corruzione si mostrava in loro e nel loro agire (v. 22)?
Il sommo sacerdozio era almeno salvaguardato in mezzo a tanta rovina? Purtroppo no! Eli, il pio Eli, manca di discernimento spirituale, anche se si mostra capace di insegnare i pensieri e le vie di Dio al giovane Samuele, e se sa pronunciare un giusto giudizio sul male, col cuore sanguinante nel vedere la vita dissoluta dei suoi figli.
E non lo nasconde a loro. Nessun altro li ha biasimati come il loro padre: “Perché fate tali cose? Poiché odo tutto il popolo parlare delle vostre malvage azioni. Non fate così, figliuoli miei, poiché quel che odo di voi non è buono; voi inducete a trasgressione il popolo di Dio. Se un uomo pecca contro un altr’uomo, Iddio lo giudica; ma, se pecca contro l’eterno, chi intercederà per lui?”(v 23 a 25).
La rovina della casa di Eli predetta (versetti 27-36)
Cosa manca, potremmo dire, a questo sacerdote? La separazione da quel male ch’egli stesso giudicava! Cosa triste e umiliante, così è anche oggi della maggioranza dei figli di Dio nella cristianità. I loro legami, le loro relazioni, le loro affezioni, o delle abitudini alle quali tengono più che alla gloria del Signore, impediscono loro di riconoscere che sono solidali con un male che giudicano ma dal quale non si separano.
È ciò che l’uomo di Dio è incaricato di dichiarare a Eli; egli non seguiva personalmente, in alcun modo, la condotta empia e disordinata dei suoi figli, eppure è a lui che si indirizzano queste solenni parole: “Perché calpestate i miei sacrifici e le mie oblazioni che ho comandato mi siano offerti nella mia dimora? E come mai onori i tuoi figliuoli più di me, e v’ingrassate col meglio di tutte le oblazioni d’Israele, mio popolo?” (v. 29). “Onori i tuoi figli più di me”! Povero Eli! malgrado la sua pietà c’è qualcuno – i suoi figli – che egli onora più dell’Eterno, e la sua condotta lo dimostra.
Dio aveva avuto pazienza, ma adesso Eli sta per raccogliere i frutti amari della mancanza di santità nel suo cammino, poiché la santità altro non è che la separazione dal male in vista del servizio di Dio.
La casa di Eli. discendente d’Ithamar, sta per prendere fine; essa non può. nelle condizioni in cui si trova, essere al servizio del Signore “per sempre” (2:35).
“Poiché io onoro quelli che m’onorano, e quelli che mi sprezzano saranno avviliti” (v. 30). Quest’uomo giusto disprezzava dunque l’Eterno? Si, poiché “nessun domestico può servire a due padroni: perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o si atterrà all’uno e sprezzerà l’altro.” (Luca 16:13)
Così, un giudizio terribile è pronunciato sulla casa di Eli (v. 31-34). Ma Dio, il Dio di grazia, non si ferma al giudizio, ma se ne serve per stabilire davanti a sé un sacerdozio definitivo. Affida il sacerdozio alla discendenza di Eleazar: “Io mi susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo l’anima mia; io gli edificherò una casa stabile, ed egli sarà al servizio del mio unto per sempre” (v. 35). Contemporaneamente alla fondazione di un sacerdozio “secondo il suo cuore”, l’Eterno fa ora conoscere il cambiamento d’economia che segue. Però, profeticamente, questo supera di molto il sacerdozio dei figli di Eleazar sotto Davide e Salomone:
l’Unto è Cristo, e quando sarà innalzato, re e sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec, ci sarà sulla terra, durante il millennio, un sacerdozio fedele esercitato dalla discendenza di Tsadok le cui funzioni tenderanno tutte a glorificare il Re eletto, l’uomo della destra di Dio (Ezechiele 44: 13 a 15).
Che l’esempio d’Eli ci faccia riflettere. Viviamo in giorni caratterizzati da una certa attività nel servizio che non è sempre motivata da un grande zelo per il Signore e per la sua opera.
Essa può anche essere accompagnata da doni eminenti, ma i doni e l’attività, anche se grandi, sono poca cosa se il carattere morale non è allo stesso livello.
Senza questo carattere morale, che difettava in Eli, non vi è vero servizio secondo Dio, toccante di fronte a questo stato di cose, Samuele offre, in tutta la sua condotta, un contrasto.
Possiamo seguire in lui lo sviluppo ininterrotto di una vita di santità, malgrado le sue debolezze, poiché la perfezione si trova solo in Cristo.
Quando non era che un bambino, è detto che si prostrò coi suoi genitori, davanti all’Eterno (1:28). Un “neonato” in Cristo deve prendere immediatamente davanti a Lui il suo posto d’adoratore. Al cap. 2:11 vediamo che “il fanciullo rimase a servire l’Eterno sotto gli occhi del sacerdote Eli”. Questo caratterizzerà tutta la vita di Samuele; qui, però, egli serve sotto la direzione di Eli, poiché ha bisogno di imparare, essendo ancora molto giovane, prima di poter insegnare ad altri.
Poco dopo (v. 18), Samuele non serve in presenza di Eli. ma più direttamente fa “il servizio nel cospetto dell’Eterno; era giovinetto, e cinto d’un efod di lino”. cioè con un carattere sacerdotale. L’efod di lino era per eccellenza il vestito del sacerdote (cap. 22:18): ma il sacerdozio è decaduto, e l’Eterno ne riveste come sostituto, per
così dire, questo giovane levita. Così sarà più tardi per Davide, che indosserà l’efod davanti all’arca (2 Samuele 6:14). I credenti in Cristo sono invece, in modo definitivo, re e sacerdoti davanti a Dio Padre.
Al v. 21 “il giovinetto Samuele cresceva presso l’Eterno”, il che mostra la sua intimità con Dio, senza la quale il servizio non può essere efficace.
Al v. 26 è detto che “il giovinetto Samuele continuava a crescere, ed era gradito così all’Eterno come agli uomini”. È la quinta caratteristica che ci è descritta di lui, le relazioni d’affetto fra Samuele e Dio facevano sì che il suo cammino attirava anche l’attenzione degli uomini.
L’intimità con Dio si rifletteva in tutto il modo di essere di questo ragazzo.
La stessa cosa ci è pure detta di Giovanni Battista (Luca 1:80) e, a maggior ragione, di Gesù: “Gesù cresceva in sapienza e in statura, e in grazia dinanzi a Dio e agli uomini” (Luca 2:52). Tutta la potenza della nostra testimonianza cristiana dipende da una vita segreta passata alla presenza del Signore.
Che Dio ci dia di assomigliare, nella nostra condotta
al giovane Samuele più che ad Eli, benché egli fosse in grado, data la sua età e le sue funzioni pubbliche. di conoscere i pensieri dell’Eterno.
Capitolo 3
Vocazione di Samuele
Seguiamo ancora, in questo capitolo, il parallelo fra Eli e Samuele. Il primo continua nel cammino del declino, il secondo va crescendo, fino a quando tutto Israele sa che l’Eterno l’ha stabilito profeta.
Al v. 1. Samuele porta i caratteri che aveva all’inizio della sua carriera: “Or il giovinetto Samuele serviva all’Eterno sotto gli occhi di Eli” (conf. 2:11).
La fedeltà di Samuele fece sì che Dio gli affidò certi compiti del sacerdozio che stava per essere tolto ad Eli.
In un tempo di rovina, le funzioni della casa di Dio non sono così definite come in tempi prosperi.
Così è nei giorni nostri per quanto concerne i doni nella Chiesa. Tutte le membra del corpo di Cristo non svolgono più le funzioni che erano loro state assegnate; il Signore affida sovente a uno solo ciò che, in uno stato normale, avrebbe distribuito a molti. Non parlo qui del principio clericale che pretende di accumulare su un uomo solo dei cosiddetti doni, acquisiti con gli studi e confermati da esami, ma alludo ai veri doni dello Spirito.
Nel nostro capitolo, il servizio di Samuele lo conduce alla “profezia”. Esso fu un servizio che gli permise di acquistare “un buon grado” (1 Timoteo 3:13). Se facciamo come Samuele che non usciva, per così dire, dal santuario, Dio ci affiderà altri servizi. Quando, come Samuele si serve Dio l’Eterno fin dalla giovinezza e si cresce nella sua presenza, si può essere poi impiegati utilmente in favore del suo popolo.
Tuttavia, allo sviluppo spirituale di Samuele mancavano ancora due cose, senza le quali non vi può essere della testimonianza pubblica: “Samuele non conosceva ancora l’Eterno, e la parola dell’Eterno non gli era ancora stata rivelata” (v. 7).
Qui si tratta della conoscenza personale del Signore, poiché Samuele già gli apparteneva, lo serviva e l’adorava fin dalla sua infanzia, ma non l’aveva ancora incontrato “faccia a faccia”.
Può succedere nel nostro cammino cristiano che godiamo dell’opera compiuta alla croce per noi, senza conoscere il Signore personalmente. Conoscere la salvezza e l’autore della salvezza sono due cose diverse. Non c’è potente testimonianza per chi non conosce la persona di Cristo. Il segreto per il quale i Corinzi potevano essere una lettera di Cristo, conosciuta e letta da tutti gli uomini, era la contemplazione della gloria del Signore a viso scoperto.
“La parola dell’Eterno non gli era ancora stata rivelata”. Sovente, in tempi di rovina, la rivelazione dei pensieri di Dio è ostacolata dal Nemico. È anche detto, al v. 1: “La parola dell’Eterno era rara, a quei tempi, e le visioni non erano frequenti”.
Ma, pur essendo ostacolata, la Parola non era bloccata, poiché la grazia provvede ai bisogni di ogni epoca; anzi, cosa molto consolante, è proprio nei giorni più oscuri del declino che Dio dà maggior luce per guidare e incoraggiare i suoi.
Così, in un tempo in cui “le visioni non erano frequenti”, Dio suscita in Samuele il primo vero profeta d’Israele. Con l’infedeltà del sacerdozio, i mezzi ordinari stabiliti da Dio per accostarsi a Lui stavano per essere persi ma la grazia non può lasciare il suo popolo senza soccorso e senza mezzo per comunicare con Lui. Così Dio dona Samuele, e con lui la profezia, per mezzo della quale, con sovrana grazia, Egli si avvicina all’uomo e gli fa conoscere i Suoi pensieri.
Samuele è il primo di una lunga stirpe di profeti che trasmetteranno la parola di Dio, unica risorsa per un popolo tanto infedele da non meritarne alcuna (Atti 3.24: 2 Cronache 35:18: Geremia 15:1).
Dio si rivela dunque personalmente a Samuele e fa di lui il depositario della sua parola. Questo ragazzo è elevato alla dignità di “amico di Dio” e, come ad Abrahamo, uomo d’esperienza e di fede, Dio non gli nasconde nulla di ciò che sta per fare. Fin qui l’insegnamento di Eli aveva illuminato Samuele sul modo d’entrare in comunicazione con Dio (v. 9): adesso egli è in relazione diretta con l’Eterno che gli confida i suoi segreti. Samuele si mostra fedele nelle cose affidategli e, come Paolo agli Efesini (Atti 20:20). non nasconde ad Eli nulla di ciò che gli può essere utile. Povero Eli! messo da parte e obbligato a ricevere i pensieri di Dio dalla bocca d’un ragazzo! Che umiliazione per quest’uomo anziano il cui cammino va declinando, mentre quello del suo “discepolo” raggiunge in ascesa delle regioni elevate che i piedi del sommo sacerdote non hanno mai calcato.
Al cap. 1, Eli mancava di discernimento spirituale; al cap. 2, di coraggio morale per separarsi dal male. Qui, i suoi occhi sono offuscati e non possono vedere; ciononostante, la lampada di Dio “non era ancora spenta”, immagine sorprendente del suo stato morale. Ma Eli è anche lento a capire; è solo alla terza “chiamata”, che comprende che “L’Eterno chiamava il giovinetto”. Lento a capire e lento ad ascoltare: ecco ciò che era diventato.
Samuele ignorava la voce di Dio, ma quando c’è della pietà Dio pone un rimedio all’ignoranza.
Se il neonato desidera ardentemente “il puro latte” spirituale, non gli è rifiutato. Quaggiù conosciamo e conosceremo sempre solo in parte; di questo non siamo né colpevoli né responsabili: ma dobbiamo crescere: “onde per esso cresciate” (1 Pietro 2:2), e ciò di cui siamo responsabili è di ricercare, per questo scopo, il nutrimento spirituale.
Qui troviamo una causa dell’indebolimento spirituale di Eli che non è menzionata nei due primi capitoli: “A cagione dell’iniquità ch’egli ben conosce, poiché i suoi figli hanno attratto su di sé la maledizione, ed egli non li ha repressi” (v. 13). Eli conosceva il male: aveva l’autorità per reprimerlo ma non ne fece uso (Deuteronomio 21:18).
Quante volte l’indebolimento spirituale del capofamiglia lo porta a lasciar correre, invece di mantenere l’ordine e la disciplina nell’ambiente dove la sua autorità deve esercitarsi! Questo è una grande sorgente di rovina. Senza dubbio, come Lot, Eli “si tormentava ogni giorno l’anima giusta a motivo delle loro inique opere” ma, come Lot, mostrava una triste dimenticanza di ciò che era dovuto alla santità dell’Eterno.
Samuele era santo in tutta la sua condotta. Dio gli confida una rivelazione, ed egli l’amministra fedelmente; è il modo per riceverne una nuova. Ci è anche detto: Samuele cresceva, cresceva sempre (2:21-26: 3:19). Il suo sviluppo spirituale seguiva un
cammino in continua ascesa.
“L ‘Eterno era con lui e non lasciò cadere a terra alcuna delle parole di lui” (v. 19). Così, tutte le parole di Samuele sono custodite da Colui che lo assiste. Samuele è ora lo strumento di Dio per trasmettere il Suo pensiero, annunciando “i suoi oracoli”, perché Dio è con lui. Così acquista fama di profeta in tutto Israele. Ma una rivelazione ne attira un’altra: l’Eterno continuò ad apparirgli a Sciloh e a rivelarsi a lui con la sua parola (v. 21). È così che Samuele cresceva sia nella conoscenza personale del Signore che in quella della sua parola rivelata.
Per ciò che concerne il vecchio Eli, quanto è consolante vedere, alla fine di questo capitolo, la sua umile sottomissione al giudizio che aveva meritato! “Egli è l’Eterno, faccia quello che gli parrà bene” (v. 18). La volontà di Dio è buona, e la sua anima si sottomette. Che Dio ci dia, se siamo sotto la sua disciplina, lo stesso spirito di Eli, l’umiliazione che precede il ristabilimento, un cuore rotto che non s’innalza di fronte alla volontà di Dio per resistergli, ma l’accetta con tutte le sue conseguenze, perché
essa è “la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà” (Rom. 12:2).
Seconda parte – SAMUELE GIUDICE E PROFETA – Capitoli da 4 a 8
Capitolo 4
Israele sconfitto dai Filistei che si impadroniscono dell’Arca. Morte di Eli e dei suoi figli.
Questo capitolo ci presenta non solo la rovina del sacerdozio, ma anche quella di tutto il popolo; di conseguenza, sono entrambi giudicati. Ma l’Eterno è con Samuele e non lascia cadere a terra alcuna delle sue parole (3:19).
Ciò che Samuele aveva detto, in quanto parola profetica ha un carattere infallibile. Il giudizio così pronunciato avrà sicuramente luogo.
“Or Israele uscì contro i Filistei per dar battaglia, e si accampò presso Eben-Ezer” (v.1). Eben-Ezer è menzionato qui solo per indicarci l’area del campo d’Israele, ma questo nome lo ricevette più tardi (cap. 7 v. 12). Il luogo era a Mitspa (cap. 7 v. 6), fatto di una grande importanza per capire lo stato morale del popolo. Ghilgal sotto Giosuè, e Mitspa sotto i giudici, erano per Israele i luoghi di radunamento davanti a Dio. Ma ora il nome di Mitspa non dice più nulla al cuore del popolo, e non è nemmeno pronunciato (confr. Giudici. 11:11. 20:1, 21:1-5). Il popolo ha dimenticato la presenza di Dio; di conseguenza non lo consulta nemmeno. Il risultato immediato è che “Israele fu sconfitto dai Filistei” (v. 2).
Essi dicono: “Perché l’Eterno ci ha egli oggi sconfitti davanti ai Filistei?”. Non capiscono la causa della loro disfatta, perché non hanno nessuna coscienza della loro deplorevole condizione. Per rifarsi dal colpo subito, cercano allora di associare l’arca, il trono di Dio, al loro stato di rovina, come era stata associata al popolo all’inizio della storia d’Israele. Non pensano minimamente di presentarsi davanti a Dio, per sapere da Lui il perché li ha abbandonati. La stessa cosa avviene fra i cristiani; si combattono fra loro e gli uni e gli altri dicono: Dio deve essere con noi.
Il Dio che siede fra i cherubini si lascia portare da Israele; ma come giudice, non come liberatore. E giudica tutto, in primo luogo il sacerdozio, poi il popolo, e infine i suoi avversari, dopo che la sua gloria se n’è andata da Israele. Il popolo sembra riconoscere apertamente la potenza di Dio: all’arrivo dell’arca grida così forte “che ne rimbombò la terra”. Nello stesso modo la cristianità si serve del nome di Cristo per esaltarsi in mezzo ad un’iniquità non giudicata. Il segno esteriore della presenza di Dio le è sufficiente; essa dice: “Abbiamo l’arca”.
Israele pensa che Dio non possa abbandonarlo senza che il Suo nome cada nell’obbrobrio. Ma ecco che Dio accetta l’obbrobrio: permette che il mondo, in apparenza, diventi il suo vincitore. In realtà, non è che l’adempimento della parola dell’Eterno pronunciata per mezzo di Samuele. L’arca di Dio, data nelle mani dei nemici, è quella che li giudica. Così è di Cristo: Colui che è rigettato, disprezzato, al quale gli uomini hanno fatto tutto ciò che hanno voluto, è stabilito da Dio giudice dei vivi e dei morti.
Cosa sono diventate le grida di trionfo del popolo (v. 5)? Grida d’angoscia, chiasso, tumulto. Israele è colpito, il sacerdozio distrutto; c’è vergogna e impotenza, la gloria di Dio è lasciata, in balia del nemico!
La sensibilità di Eli, colpevole ma pio, brilla in questo disastro. Alla fine della sua carriera l’accento non è messo sul castigo di Dio, benché fosse reale e terribile. Eli ha giudicato il suo cuore, ed accetta umilmente questo castigo su di sé e sui suoi figli (cap. 3 v. 18).
In questo momento il suo pensiero è rivolto solo all’arca dell’Eterno: “Gli tremava il cuore per l’arca di Dio” (v. 13). Quando il messaggero nomina l’arca, egli cade dal suo seggio e muore (v. 18); non per il giudizio della sua famiglia, ma per il disonore inflitto all’Eterno e il suo allontanamento dal popolo.
Quale luce consolante illumina anche gli ultimi momenti della moglie di Fineas! La catastrofe porta prematuramente a termine la sua gravidanza e causa la sua morte; ma, morendo, ella chiama suo figlio Icabod, “non più gloria”.
Nella persona stessa di suo figlio, ella proclama la rovina d’Israele e le sue conseguenze. I testimoni degli ultimi tempi si riconoscono da questo: il disonore fatto a Dio dalla loro infedeltà li umilia, e, invece di cercare di porre rimedio allo stato di cose che essa ha provocato, curvano il capo sotto il giudizio, poiché riconoscono la santità di Dio.
Capitolo 5
L’Arca presso i Filistei.
Ecco dunque l’arca, “la gloria di Dio”, prigioniera nelle mani dei nemici del suo popolo, ma non potranno gloriarsene. Dio sta per dimostrare loro che niente è più glorioso della sua gloria umiliata e prigioniera. È così per l’umiliazione della croce che ha glorificato il Figliuol dell’uomo e Dio in Lui (Giovanni 13:31).
Nelle mani dei Gentili, Dio rivendica la sua santità con il giudizio. Questo giudizio è completo poiché cade sui falsi dei, sugli uomini e sul paese dei Filistei.
L’arca, la testimonianza di Dio, che non può associarsi all’infedeltà del popolo, tanto meno può sottomettersi agl’idoli. Di fatto, essa non può fermarsi se non nel luogo dove vuole venire ad abitare in grazia. Dio lascia Israele in giudizio, ma la sua intenzione è, lo vedremo in seguito, di ritornarvi sul terreno totalmente nuovo della grazia. Non è ancora il “riposo”, poiché “l’arca della sua forza” non entrerà nel riposo che sotto il regno di Salomone, tipo del regno di Cristo.
Abbiamo detto che la gloria di Dio non può sottomettersi agl’idoli. Infatti, l’aver posto, come fece la gente di Asdod, questa gloria umiliata vicino a Dagon, fa sì che l’idolo del mondo è rovesciato e frantumato. Ma ciò non cambia il culto che il mondo gli rende; invece, della gloria di Dio, che lo infastidisce, esso preferisce i suoi falsi dei mutilati, oggetti di disprezzo e di derisione. “Perciò, fino dì d’oggi, i sacerdoti di Dagon e tutti quelli che entrano nella casa di Dagon ad Asdod non pongono il piede sulla soglia” (v. 5). Le loro pratiche superstiziose, pur essendo una testimonianza permanente della degradazione del loro idolo, comprovano che il giudizio su di esso non è stato capace di condurli a Dio.
La presenza dell’arca attira, come abbiamo detto, il giudizio sugli uomini che credono di prevalere contro Dio.
Per i Filistei, è la miseria e la morte. Su loro cadono angoscia e un dolore segreto; una piaga vergognosa è la conseguenza dell’ira divina (conf. Deuteronomio 28:27). “Le grida… salivano fino al cielo”. Un cielo vuoto per loro, mentre Dio si trova in mezzo a loro, sulla terra, e li giudica senza che lo sappiano.
Ma i Filistei non si volgono verso Dio, ma lo rinviano, sperando così di liberarsi di lui. Ecco l’egoismo che caratterizza il mondo: purché Asdod sia tranquillo, che importa il tormento di Gath? Purché Gath sia tranquillo, che importa il tormento d’Ekron? Essi non vogliono morire, ma ciò non impedisce alla morte di venire, accompagnata dal terrore (v. 11-12).
Capitolo 6
L’Arca rimandata a Israele (versetti 1-12).
I consiglio dei principi dei Filistei, alla domanda “Che faremo…?” del popolo (v. 8), è dunque senza risultato.
Essi interrogano allora i sacerdoti e gli indovini (6:2): “Che faremo dell’arca dell’Iddio d’Israele?”. Non sanno cosa farne del trono di Dio, del propiziatorio, di ciò che contiene i pensieri di Dio! Animati dallo stesso spirito, i Geraseni pregarono il Signore di ritirarsi dai loro confini. La sua presenza dà fastidio, perché li giudica. Il loro problema è come rinviare questo fastidioso ospite e non se rinviarlo o no. Non viene loro in mente di indirizzarsi a Lui: i sacerdoti e gli indovini devono conoscere il mezzo di liberarsi di Dio. Questi, in buona fede, malgrado la loro estrema ignoranza, riconoscendo la mano dell’Iddio di Israele in queste piaghe, cercano il modo di potergli dare gloria. Essi dicono al popolo che non bisogna indurire il cuore di fronte a Lui (v. 6) e ricordano le sue prodezze in Egitto. Infine, suggeriscono un mezzo per conoscere se è veramente Lui che ha fatto questo gran male, o se la cosa è occasionale. Tutto denota una coscienza sensibile benché manchi la luce che solo la verità rivelata dà. Dio tiene sempre conto della coscienza, anche se è nelle tenebre, dà una risposta chiara.
Gli uomini sono colpiti da emorroidi e il paese è devastato dai topi (v. 5). È, come abbiamo visto, un giudizio completo. Su consiglio dei sacerdoti e degli indovini offrono delle emorroidi e dei topi d’oro, come offerta “di riparazione”. senza pensare che hanno mosso guerra al popolo di Dio e hanno stimato Dagon superiore al Dio sovrano, Creatore del cielo e della terra! Offrono sacrificio senza spargimento di sangue, quando c’è bisogno di un’espiazione per il peccato! Ma Dio tiene conto del più piccolo grido della coscienza. Come abbiamo detto, Egli dà una chiara risposta: “Le vacche presero direttamente la via che mena a Beth-Scemesh; seguirono sempre la medesima strada, muggendo mentre andavano, e non piegarono né a destra né a sinistra” (v. 12).
Tali sono le vie dell’Eterno, sempre diritte (Osea 14:9)!
Il Dio giudice risale adesso in grazia presso al suo popolo, al quale non chiederà altro che di riconoscerlo con umiliazione.
L’Arca a Beth-Scemesh (versetti 13-21).
Come abbiamo visto, le vie pubbliche di Dio possono essere in giudizio, ma le sue vie segrete lo riconducono sempre in grazia in mezzo al suo popolo. L’arca è rimandata a Beth-Scemesh senza che Israele ne abbia sentito il bisogno o espresso il desiderio.
L’arca dell’Eterno è cosa meravigliosa!
Essa è innanzitutto il trono di Dio, la sua presenza in giudizio in mezzo al suo popolo; ma è anche caratterizzata dal propiziatorio simbolo dell’`opera di Cristo, luogo d’approccio per un peccatore ricevuto in grazia e giustificato. Infine, essa è, nel suo insieme e nei dettagli, l’immagine della persona di Cristo. Come l’arca racchiudeva le tavole della legge, così Cristo dice: “La tua legge è dentro al mio cuore” (Salmo 40:8). Il Signore era quaggiù il testimone e l’espressione di tutti i pensieri di Dio. Come il vaso d’oro conteneva la manna, così troviamo in Lui l’unione dell’umanità perfetta (pane disceso dal cielo nel deserto) con la gloria divina (l’oro).
Egli è il propiziatorio, verso il quale i cherubini di gloria volgono per contemplarlo i loro volti, adombrandolo con le loro ali.
L’arca è dunque, prima di tutto, figura di Cristo stesso, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo in una sola persona.
La gente di Beth-Scemesh “videro l’arca e si rallegrarono vedendola” (v. 13). Come non avere della gioia, quando, dopo aver perso di vista per tanto tempo le sue perfezioni, ci si trova di nuovo in contatto con Colui la cui presenza reca sicurezza, salvezza, il sentimento della presenza di Dio e una bellezza morale davanti alla quale s’inginocchiano gli angeli per ammirarla? Così, appena l’arca arriva, l’olocausto ricomincia e i leviti riprendono il loro servizio. I principi dei Filistei assistono a questa scena, poi tornano al loro paese. Un tale spettacolo li ha interessati senza però aver toccato i loro cuori e le loro coscienze.
Ma la gioia causata dalla contemplazione della grazia non è tutto. Essa si unisce al rispetto e al timore, se si è coscienti di trovarsi alla presenza di Dio. Il Dio di grazia giudica “secondo l’opera di ciascuno”; Egli è santo. È ciò che la gente di Beth-Scemesh ha dimenticato: hanno “portato gli sguardi sull’arca dell’Eterno (o meglio, secondo l’originale: avevano guardato dentro l’arca dell’Eterno” (v. 19)! Hanno fatto abuso dell’intimità con la quale Dio vuole presentarsi a loro in grazia. E questo è importante da notare. Poiché Gesù è sceso fino a noi, noi siamo tentati di trattarlo come un compagno di cui poter disporre a nostro gradimento.
Oggi ci si vanta di avere familiarità con Gesù, e si scrivono libri per mostrare che la spiritualità consiste in questo; noi non abbiamo il diritto di chiamarlo fratello, anche se Egli “non si vergogna di chiamarci fratelli” (Ebrei 2:11).
Quali sarebbero i miei sentimenti se un personaggio altolocato accondiscendesse a familiarizzare con me, uomo da nulla, e non avesse vergogna di me in pubblico? Se io capisco questa condiscendenza non posso che essere umile e riconoscente, con un rispetto infinito per colui che non ha paura di compromettere la sua dignità elevandomi al suo livello.
La mancanza di rispetto e di timore induce la gente di Beth-Scemesh a guardare nell’arca (6:19).
Questo spirito profano è tipico del tempo attuale. Ci si crede in grado di distinguere ciò che appartiene alla natura umana e alla natura divina del Salvatore, e di sondarne il mistero. È come guardare nell’arca che racchiude un segreto conosciuto da Dio solo, poiché “nessuno conosce il Figliuolo, se non il Padre” (Luca 10:22). Questo porta fatalmente ad abbassare la sua umanità al livello dell’umanità peccatrice. Si discute sull’educazione di Gesù bambino, sulle scuole che erano alla sua portata per imparare le Scritture, sulla sua educazione scientifica e le sue opinioni più o meno conformi a quelle del suo tempo, sulla realtà della sua tentazione e la sua capacità di peccare… Ricordiamoci che l’Eterno colpì il popolo di Beth-Scemesh. Se non abbiamo cura della gloria del Signore, Dio ne ha cura, e non permetterà che si tocchi impunemente la sua arca. Se no, al posto delle benedizioni della sua presenza, dovremo imparare, sotto i colpi dei suoi giudizi, che Egli non può tollerare chiunque non si “tolga i calzari” (Esodo 3:5) per avvicinarsi a Lui.
Gli uomini di Beth-Scemesh dicono: “Chi può sussistere in presenza dell’Eterno, di questo Dio santo?” (v. 20). Conoscono a loro spese questa santità che hanno disprezzata.
Ahimé! Invece di umiliarsi, non hanno altro pensiero che quello formulato precedentemente dai Filistei, cioè di allontanare questo ospite fastidioso: “Da chi salirà l’arca, partendo da noi?” (v. 20); essi perdono così tutte le benedizioni legate alla presenza del Signore.
Capitolo 7
Disfatta dei Filistei a Eben-Ezer. Samuele giudice
d’Israele.
Altri approfittano delle benedizioni della presenza del Signore e capiscono che bisogna santificarsi per vegliare sull’arca: “Quei di Kiriath-Jearim vennero, menarono su l’arca dell’Eterno, e la trasportarono in casa di Abinadab sulla collina, e consacrarono il suo figliuolo Eleazar, perché custodisse l’arca dell’Eterno” (v. 1). Questo tesoro loro affidato fu fedelmente conservato nei campi di Jaar (Salmo 132:6). Sia dato a noi di essere dei fedeli guardiani dell’arca del nostro Dio.
Se l’Eterno desidera ritornare in grazia in mezzo a Israele, bisogna che lo stato morale di quest’ultimo si accordi con un tale favore. “Ora, dal giorno che l’arca era stata collocata a Kiriath-Jearim era passato molto tempo; vent’anni erano trascorsi” (v. 2).
L’arca è ora sul territorio d’Israele, in un luogo santificato, senza che le relazioni di Dio con il suo popolo siano ristabilite. Venti anni trascorrono in quest’attesa, mentre il giudizio non è durato che sette mesi (6:1). L’unica condizione per ristabilire la comunione del popolo con Dio è il pentimento. Quanto tempo ci vorrà perché questo pentimento si manifesti? Gli dèi stranieri e gli idoli d’Astarte sono ancora in Israele, mentre l’arca soggiorna a Kiriath-Jearim. Potrà essa venire affiancata agli idoli in Israele, quando non accettò di esserlo nel paese dei Filistei? Dovrà trascorrere un tempo trentaquattro volte superiore al tempo della durata del giudizio, perché il popolo rigetti un male così grossolano! Alla grazia deve corrispondere un lavoro di coscienza, come vediamo nella storia del figliuol prodigo (Luca 15:1 1-24).
È cosa solenne, e la si può constatare giornalmente, il fatto che il credente ha bisogno di un tempo molto più lungo per essere ristabilito che per abbandonarsi al male!
“Israele sospirava, anelando all’Eterno” (v. 2), e questo è già un segno positivo. Qualcosa, finalmente, gli manca, la presenza dell’Eterno gli è diventata necessaria; è il primo sintomo di un’opera di Dio nell’anima del popolo, e Samuele è come la bocca dell’Eterno (v. 3) per richiamarlo al pentimento: “Samuele parlò a tutta la casa d’Israele”.
È sempre la Parola di Dio che ci rende coscienti del nostro stato; senza di essa nessuna opera reale dello Spirito può farsi nel cuore.
“Se tornate all’Eterno con tutto il vostro cuore, togliete di mezzo a voi gli dei stranieri e gl’idoli di Astarte, volgete risolutamente il cuor vostro verso l’Eterno, e servite a lui solo; ed egli vi libererà dalle mani dei Filistei” (v. 3).
Il ritorno del credente all’Eterno è come la sua conversione iniziale. L’anima incomincia col separarsi dagli idoli o dal male: “Vi siete convertiti dagl’idoli a Dio”, è detto ai Tessalonicesi (1 Tess. 1:9); e poi si unisce all’Eterno per servirlo: “per servire all’Iddio vivente e vero”.
Il risultato di tutto questo è la liberazione; Dio non è più obbligato a disciplinare il credente.
In quest’opera, l’attività di Samuele, fedele servitore di Dio, è particolarmente notevole e benedetta. Dopo aver parlato al popolo, aggiunge: “Radunate tutto Israele a Mitspa, e io pregherò l’Eterno per voi” (v. 5). Radunare il popolo di Dio è la funzione di ogni servitore dell’Eterno che capisce il suo ministerio. Ma Samuele è anche intercessore: la preghiera, frutto della sua intimità con Dio, è un carattere peculiare della sua vita. È detto di lui: “Mosè ed Aaronne fra i suoi sacerdoti, e Samuele fra quelli che invocavano il suo nome, invocarono l’Eterno, ed egli rispose loro” (Salmo 99:6).
Bisogna che Israele si raduni a Mitspa. Come Ghilgal era al tempo di Giosuè, il luogo di radunamento, della circoncisione, del giudizio della carne per ottenere la vittoria. Mitspa è, nel periodo dei Giudici, il luogo abituale di radunamento, dopo che l’angelo abbandonò Ghilgal per andare a Bokim, luogo dei pianti, a causa della rovina definitiva. Mitspa è il luogo del pentimento senza il quale non vi è vittoria. A Mitspa (cap. 4 v. 1) Israele, sotto Eli, non aveva trovato altro che sconfitta, poiché vi si era recato senza quel lavorio di coscienza che avrebbe potuto riabilitarlo. Nella rovina, Mitspa, dobbiamo ricordarcene, vale tanto quanto Ghilgal, benché sia molto più umiliante; là si impara nuovamente a non mettere la propria fiducia nell’uomo, ma soltanto nella forza dell’Eterno.
“Ed essi si adunarono a Mitspa, attinsero dell’acqua e la sparsero davanti all’Eterno, e digiunarono quivi quel giorno, e dissero: Abbiamo peccato contro l’Eterno” (v. 6). Queste cose avvennero solo perché i figliuoli d’Israele avevano tolto via “gli idoli di Baal e di Astarte” per servire “all’Eterno soltanto” (v. 4).
I frutti del pentimento sono diversi da quelli della conversione; qui ne abbiamo tre: l’acqua sparsa, cioè l’afflizione legata al sentimento della loro irrimediabile debolezza davanti a Dio (2 Samuele 14:14; Salmo 22:14); il digiuno, poiché nel lutto non si nutre la carne; infine. una vera confessione del male: “Abbiamo peccato contro l’Eterno”.
Questi frutti sono il risultato dell’intercessione di Samuele per il popolo. Così è per l’apostolo Pietro, al momento della sua caduta: “Ho pregato per te” gli dice Gesù.
Su questo fondamento il popolo può essere ristorato: “E Samuele fece la funzione di giudice d’Israele a Mitspa” (v. 6).
“Quando i Filistei seppero che i figliuoli d’Israele s’erano adunati a Mitspa, i principi loro salirono contro Israele” (v. 7). Il radunamento del popolo di Dio non è gradito al nemico. Senza dubbio, egli non conosce il travaglio di coscienza che l’ha prodotto, e non vede in esso che il pericolo di una forza opposta alla sua, e di cui bisogna impedire lo sviluppo ad ogni costo. “La qual cosa avendo udita i figliuoli d’Israele, ebbero paura dei Filistei” (v. 7). Al cap. 4 v. 7 vediamo che Israele non aveva paura poiché la sua coscienza era addormentata; erano i Filistei ad avere paura. Ma adesso, avendo fatto l’esperienza della sua debolezza, il popolo s’impaurisce, poiché non ha ancora la certezza che Dio sia per lui. Da un lato questa paura è senza dubbio infondata, ma essa conduce al ristabilimento; è certamente migliore delle “grandi grida” date un tempo da Israele e di cui la terra rimbombò (4:5).
“E dissero a Samuele: Non cessare di gridar per noi all’Eterno, all’Iddio nostro, affinché ci liberi dalle mano dei Filistei” (v. 8).
Essi sanno che il loro avvenire, la loro salvezza, dipende dall’intercessione di Samuele. Ed egli, il loro mediatore, “prese un agnello di latte e l’offerse intero in olocausto all’Eterno”; la sua intercessione non può essere efficace che in virtù dell’accettazione del sacrificio da parte di Dio. Su questa base Samuele può essere l’avvocato del popolo di Dio. Anche noi “abbiamo un Avvocato presso al Padre… Ed Egli è la propiziazione per i nostri peccati” (1 Giovanni 2:1-2). “Samuele… gridò all’Eterno per Israele, e l’Eterno l’esaudì” (v. 9). Dio ascolta la richiesta di Samuele, che ha l’olocausto come punto di partenza. Dio è per noi, e ci accorda ogni cosa, Lui che non ha risparmiato il suo proprio Figliuolo, ma l’ha dato per noi.
Nei versetti 10-11, l’Eterno colpisce e sconfigge i nemici del suo popolo, il quale non ha altro da fare che inseguire un avversario battuto. Se è vero che tutto l’aiuto viene da Dio, la vittoria, però, non può essere completa senza lo spiegamento dell’energia della fede.
Samuele constata l’intervento divino: “Prese una pietra, la pose tra Mitspa e Scen, e la chiamò Eben-Ezer (pietra del soccorso) dicendo: Fin qui l’Eterno ci ha soccorsi” (v. 12). Eben-Ezer, già menzionato al cap. 4 v. 1, non riceve il suo nome che in seguito a questa vittoria. “Fin qui”: posto questo fondamento, il nemico non cerca più di invadere il territorio d’Israele (v. 13). Il ristabilimento, per il momento almeno, è completo.
Abbiamo visto Samuele profeta, sacerdote, intercessore e giudice; preziosi caratteri in quest’uomo di Dio! La sua attività per il Signore e per il suo popolo non si allenta: “Samuele fu giudice d’Israele per tutto il tempo della sua vita. Egli andava ogni anno a fare il giro di Bethel, di Ghilgal e di Mitspa (luoghi che caratterizzano la sua
attività secondo Dio), ed esercitava il suo ufficio di giudice d’Israele in tutti quei luoghi” (v. 16). Anche a Rama, dove abita, non si occupa d’altro che del bene del popolo dell’Eterno. La Parola aggiunge: “E quivi edificò un altare all’Eterno” (v. 17). Prostrarsi davanti all’Eterno fu la prima espressione del suo servizio (cap. 1 v. 28): l’altare dell’adoratore ne è l’ultima.
Questa vita di fede è ben inquadrata da questi due atti.
Capitolo 8
Israele chiede un re.
“Or quando Samuele fu diventato vecchio costituì giudici d’Israele i suoi figliuoli… I suoi figliuoli però non seguivano le sue orme, ma si lasciavano sviare dalla cupidigia, accettavano regali e pervertivano la giustizia” (v. 1-3).
La storia dei giudici, come quella del sacerdozio, si conclude con una completa rovina. Samuele stesso manca qui di discernimento spirituale; stabilisce giudici i suoi figli senza essere diretto dall’Eterno, come se la funzione che Dio gli aveva affidata potesse essere trasmessa agli altri.
Nemmeno nell’assemblea i doni e gli incarichi possono essere trasmessi a un successore.
Gli anziani d’Israele (v. 4) disapprovano con ragione la condotta dei figli di Samuele, ma da questo colgono l’occasione per chiedere un re: “Stabilisci su di noi un re che ci amministri la giustizia, come l’hanno tutte le nazioni” (v. 5). Il male di cui si lamentavano non li spinge verso l’Eterno, ma verso i Gentili, alla ricerca di un soccorso
umano per porre rimedio alla rovina dell’uomo, credendo così di sfuggire alla loro propria miseria come popolo di Dio.
Volere un re era in fondo abbandonare l’Eterno e rinnegare il suo governo che si esercitava attraverso i giudici; ma il peccato principale era di chiedere un re “come le nazioni”. Il consiglio di Dio è quello di dare loro un re secondo il suo cuore, un unto che avrebbe scelto Egli stesso (1 Samuele 2:35; 13:14). Volere un re come tutte le nazioni, era abbandonare il loro titolo di popolo di Dio e assimilarsi al mondo, proprio quando, a causa della loro infedeltà, un sistema stabilito da Dio, era stato rovinato in mano a loro. La cristianità sul cammino dell’apostasia non ha agito altrimenti; invece d’umiliarsi e far cordoglio, ha cercato e cerca tuttora l’appoggio del mondo per mantenersi in piedi.
Samuele, per quanto criticabile fosse a causa dei suoi figli, non li aveva, come Eli, onorati più dell’Eterno. La richiesta degli anziani: “Dacci un re che amministri la giustizia fra noi” (v. 6) è cattiva ai suoi occhi. Ciò che lo tocca profondamente è il disprezzo per il governo di Dio e per la sua gloria. Allora, nella sua afflizione fa ricorse alla preghiera (v. 6). Possiamo noi pure seguire un tale esempio, in tutte le circostanze ogni giorno della nostra vita.
“E l’Eterno disse a Samuele: Da’ ascolto alla voce del popolo in tutto quello che ti dirà, poiché essi hanno rigettato non te, ma me, perch’io non regni su di loro. Agiscono con te come hanno sempre agito dal giorno che li feci salire dall’Egitto a oggi: m’hanno abbandonato per servire altri dei” (v. 7-8).
Incoraggiamento prezioso dato da Dio al suo servitore, nel momento in cui egli subiva personalmente una disciplina della quale gli anziani d’Israele erano diventati gli strumenti. Niente è più consolante per il suo cuore della certezza di essere, dopo tutto.
dalla parte dell’Eterno, e di essere respinto come Egli lo è.
Non è forse un onore condividere l’obbrobrio che il mondo getta sul nostro Signore? C’è forse da stupirsi che agisca nello stesso modo a nostro riguardo? Pur disciplinandolo. Dio identifica Samuele con Sé, mentre il suo popolo, avendo l’apparenza di giudicare il male, s’identifica con le nazioni. È meglio essere un Samuele umiliato, misconosciuto, solo con un Dio rigettato, che un Israele provvisto di una potente organizzazione che gli dà l’illusione di poter fare a meno di Dio, mentre in fondo non è che schiavo del mondo e di Satana.
“Ora dunque dà ascolto alla loro voce; abbi cura però di avvertirli solennemente e di far loro ben conoscere qual sarà il modo d’agire del re che regnerà su di loro” (v. 9).
La reiezione di Samuele lo qualifica per un nuovo servizio: rendere una chiara testimonianza di ciò che dovrà accadere al popolo. Il re secondo l’uomo farà di loro i suoi strumenti per compiere i suoi disegni; sarà un giogo intollerabile, ma di cui non potranno liberarsi (v. 10-18).
Allo stesso modo, il mondo tradisce i credenti che cercano il suo appoggio, e non dà loro in cambio nient’altro che far loro sentire la loro miseria. Inoltre, non accorda il suo appoggio se non si acconsente a servirlo. Non è il “giogo dolce” e il “carico leggero” del servo di Cristo, ma l’angoscia di una crudele schiavitù.
Il popolo, avvertito, rifiuta di ascoltare la voce di Samuele e preferisce proseguire per la sua strada. Samuele non ha che l’Eterno come risorsa, e gli riferisce tutte le parole del popolo (v. 21). È così che Dio si serve della disciplina per fortificare il suo servitore, di cui farà ancora uno strumento per nuove benedizioni.
Avendo ricevuto l’insegnamento divino, lui che aveva stabilito i suoi figli senza consultare l’Eterno, ora aspetta che Dio gli dica: “Da’ ascolto alla loro voce, e stabilisci su di loro un re” (v. 22).
Terza parte – SAUL, IL RE COME PIACE ALL’ UOMO – Capitoli da 9 a 15
Capitolo 9
Saul scelto come re.
Saul entra in scena. In queste nuove circostanze, il carattere di Samuele brilla di uno splendore incomparabile.
Dio gli aveva detto: “Stabilisci su di loro un re”; ma prima di stabilirlo, Samuele aspetta il momento che Dio lo designi. Questo è il vero carattere di un servitore: la dipendenza nell’ubbidienza, lo stesso carattere che vediamo nel Signore alla morte di Lazzaro (Giovanni 11:6). Ed è ancora più sorprendente il fatto che Samuele acconsenta a fare una cosa che gli ripugna; ma se Dio agisce in tale maniera, come potrebbe lui fare altrimenti?
Dio si mette dunque al servizio del suo popolo per scegliergli un re secondo i principi degli uomini. Egli dice in Osea 13:11 “Io ti do un re nella mia ira. e te lo ripiglio nel mio furore”; ma se è vero che Dio esercita un giudizio sul suo popolo, non è meno vero che ha anche in vista la grazia. “Egli salverà” dice l’Eterno, “il mio popolo dalle mani dei Filistei, poiché io ho rivolto lo sguardo verso il mio popolo, perché il suo grido è giunto fino a me” (v. 16).
D’altra parte, questa scelta è la prova di Israele. Nella carne, chiede un re secondo la carne. Né Dio, né Samuele pongono ostacoli; anzi, Dio sceglie il meglio che la carne possa desiderare, e Samuele lo riconosce come tale: “E per chi è tutto quello che v’è di desiderabile in Israele? Non è esso per te e per tutta la casa di tuo padre?” (v.20).
Saul possiede tutte le capacità naturali di un conduttore di popolo: è forte e valoroso, bello e di alta statura (v. 1,2). Le sue qualità morali non sono da meno: è sottomesso, affettuoso verso suo padre (v.5), disposto ad ascoltare il consiglio dei suoi inferiori (v. 10), “piccolo” ai suoi propri occhi, (15:17) sia nella sua tribù sia nella sua famiglia (v. 21). Se, con un tale uomo, il tentativo che Dio sta per fare non riuscisse, è soltanto perché lo stato dell’uomo è senza speranza.
Teniamo anche presente che, senza questa prova del re secondo la carne, le vie di Dio verso Davide, il suo unto, non sarebbero state complete. Che ne sarebbe stato delle sofferenze e di tutta l’afflizione di Davide, preludio necessario della sua gloria, se Saul non fosse stato suscitato?
Ma torniamo al bel carattere di Samuele. Nei capitoli precedenti egli prega, intercede, consulta l’Eterno; qui lo vediamo in una relazione di ancor più grande intimità con Dio. In lui, Dio realizza ciò che troviamo nel Salmo 32:8: “Io t’ammaestrerò e t’insegnerò la via per la quale devi camminare, io ti consiglierò e avrò gli occhi su te”. Saul non è che uno strumento cieco dei disegni di Dio, e Samuele lo sa, lui che è il confidente del segreto di Dio. “Or un giorno prima dell’arrivo di Saul, l’Eterno aveva avvertito Samuele, dicendo: Domani a quest’ ora, ti manderò un uomo del paese di Beniamino, e tu l’ungerai come capo del mio popolo Israele” (v. 15,16). La comunicazione di ciò che sta per avvenire gli è fatta senza che egli la richieda. Nulla viene da lui; egli riceve direttamente, senza alcun intermediario, i pensieri di Dio: “Ecco l’uomo di cui tho parlato, egli è colui che signoreggerà sul mio popolo” (v. 17). Samuele è consapevole del suo dono (v. 19), e lo è per comunicare i pensieri di Dio a Saul. Prima che questi l’abbia incontrato, ha già ordinato in anticipo la sua porzione (v. 23). Non c’è gelosia. anche se avrebbe potuto risentirsene, lui, messo da parte dagli anziani; la volontà di Dio gli è sufficiente, e se ne rallegra. L’insediamento di un re secondo la carne è un male, ma Samuele ha imparato, nella comunione con il Signore, a non opporsi al male quando Dio non vi si oppone.
Notiamo ancora in questo capitolo che tutti gli avvenimenti più insignificanti cooperano all’adempimento dei disegni di Dio e allo scopo che si è preposto: la perdita delle asine, i tentativi inutili di Saul nella terra d’Israele, il pensiero del servitore, le fanciulle che escono ad attingere acqua, la presenza di Samuele nella città in quello stesso giorno, il sacrificio di azioni di grazie; così ogni passo, ogni decisione, ogni parola del profeta, sono frutto di un’intima comunione con Dio.
Capitolo 10
Saul unto re da Samuele (versetti 1-16)
Samuele unge Saul come principe sull’eredità di Dio e predice i segni che gli avverranno lungo il cammino, in rapporto alla sua unzione come re. Questi segni hanno una grande importanza; tutto l’avvenire di Saul dipenderà da come saprà interpretarli. Spetta solo a lui meditarli: il loro significato sfugge a un cuore senza intelligenza e senza discernimento spirituale.
In questa scena, Saul non è lasciato a sé stesso, il che lo priva di ogni scusante. Samuele gli dice: “Dio è teco” (v. 7), e più tardi: “Lo spirito di Dio lo investì” (v. 10).
I segni dati a Saul sono tre e si susseguono con un ordine voluto da Dio.
Per primo abbiamo il sepolcro di Rachele, ai confini del territorio della tribù di Beniamino. Beniamino, capostipite della tribù di Saul, era venuto alla luce alla morte di sua madre (Genesi 35:16-18). La storia di Saul, per essere in accordo con i pensieri di Dio, deve incominciare da questo punto; dipende solo da lui diventare il figlio della destra di Giacobbe, il Beniamino di Dio, ammesso che l’uomo nella carne possa riuscire ad ottenere questo posto Il “sepolcro” di Rachele può essere così, in simbolo, l’inizio del suo regno: la morte, separandolo da tutto il suo passato, può far risplendere in lui una vita nuova scaturita dalla morte, nella quale avrà da camminare liberamente come unto dell’Eterno.
Saul, continuando il suo cammino, deve incontrare tre uomini che salgono verso Dio a Bethel. Bethel era stata la prima tappa del viaggio di Giacobbe, il luogo dove Dio aveva promesso al patriarca di non abbandonarlo mai (Genesi 28:13-22). In mezzo alla rovina d’Israele, la fedeltà di Dio alle sue promesse è così manifestata al futuro re, affinché sia la regola della sua condotta.
Saul deve discernere che Bethel, simbolicamente, gli è assicurata, che può contare cioè sulla protezione divina.
Nelle tristi circostanze in cui il popolo di Dio si trova, Saul incontra almeno tre adoratori di Dio, i quali salgono dove Giacobbe adorò l’Eterno, e dove Egli vuole essere adorato per sempre. Bethel (che significa: casa di Dio) era, ai tempi del patriarca, il luogo della grazia, dove Dio si era rivelato, il centro della vita religiosa d’Israele, l’inizio e la fine dei pellegrinaggi del suo fondatore. Saul può e deve essere in relazione con coloro che si recano in questo luogo di benedizione poiché, malgrado siano così pochi, essi rendono una testimonianza completa (indicata dal numero tre) alla realtà della fede che resta in Israele. Essi saluteranno Saul ed è da loro ch’egli dovrà ricevere il nutrimento necessario, lui che non ha nulla da dare al profeta. Avendo trovato grazia agli occhi loro, dovrà unirsi a questi uomini di fede.
Saul sarebbe infine arrivato a Ghibera-Elohim, la sede della potenza di Dio, in quel momento nelle mani dei Filistei, cioè invasa e dominata dal nemico. Avendo incontrato a Bethel ciò che simbolizza quel che resta di fedele in Israele, Saul dovrà prendere conoscenza dello stato reale del popolo, e questo dovrà parlare alla sua coscienza. Ma, in questo stesso luogo, Dio si mette in relazione con Israele per mezzo dei profeti. Le risorse divine non mancano, e, malgrado i Filistei, lo Spirito può agire con potenza e in grazia. Il gruppo di profeti e il piccolo residuo, che adoreranno Dio a Bethel, dovranno aprire gli occhi e indicare il cammino all’unto dell’Eterno, che potrà diventare così il conduttore e il liberatore del popolo. Dipenderà dallo Spirito di Dio fare di Saul, unendolo a questi uomini, il suo strumento per Israele, mutandolo “in un altro uomo” (v. 6).
Il segno si avvera: lo spirito di Dio investe Saul (v. 10).
Per mezzo di lui, Dio potrebbe riprendere il corso delle sue relazioni con Israele, ma la fede qui non viene messa in gioco, e i testimoni di questa scena non si sbagliano.
Coloro che l’avevano conosciuto precedentemente non hanno fiducia in lui, sebbene, cambiato in un altro uomo, profetizzi. “Saul è anch’egli tra i profeti?”; e un uomo del luogo risponde: “E chi è il loro padre?”. Vi è forse uno stesso padre per Saul e per i servitori di Dio?
Compiuti i segni, Saul riceve una nuova direttiva per agire, poiché i segni non sono tutto: c’è ancora bisogno della Parola. Gli è ingiunto di scendere a Ghilgal e di aspettare sette giorni, finché Samuele venga a lui per mostrargli ciò che si dovrà fare. Vedremo più tardi il risultato di questo ordine quando, dopo due anni, il re si deciderà a scendere a Ghilgal (13:4).
Saul proclamato re (versetti 17-27)
Samuele convoca il popolo davanti all’Eterno a Mitspa, ma i bei giorni del cap. 7 sono passati, dopo la nuova infedeltà del popolo, le relazioni di quest’ultimo con l’Eterno si sono di nuovo guastate. Chiedendo un re, hanno rigettato il loro Dio (v. 19). Ahimé! Questo sembra pesare meno alle loro coscienze che il giogo dei Filistei, quando si trovavano sotto la loro dominazione. Oggi la loro situazione è esteriormente fortunata e felice, ma Dio è rigettato! Il popolo ha voluto un re ad ogni costo: invece di ostacolarlo, Dio l’ha aiutato in tutti i modi, facendo per lui la migliore scelta possibile secondo l’uomo. Che ne sarà?
Quando viene istituito il regno (v. 20, 27). Saul si mostra umile e modesto (v. 23). capace di dimenticare un’ingiuria (v. 27), qualità naturali amabili, che bisogna riconoscere, ma che non possono assolutamente compiere l’opera di Dio.
Compiuta, la cerimonia, Saul si reca a Ghibea, “e con Lui andarono gli uomini valorosi a cui Dio aveva toccata il cuore. Nondimeno, ci furono degli uomini da nulla che dissero: Come ci salverebbe costui? E lo disprezzarono, e non gli portarono alcun dono” (v. 26, 27). Ecco cos’è il mondo: questi uomini da nulla che hanno rigettato Dio per chiedere un re, ora disprezzano Saul quando Dio lo invia loro; ma i veri credenti, in compagnia di Samuele e, più tardi di Davide, conoscono i pensieri di Dio, accettano come proveniente da Lui l’autorità di un uomo che si dimostrerà il nemico più accanito dell’unto dell’Eterno. Tale è ancora oggi il nostro posto nel mondo; noi riconosciamo le autorità, anche le più empie, ubbidendo loro (a parte l’ubbidienza dovuta a Dio), perché accettiamo l’autorità di Dio che le ha costituite.
Capitolo 11
Liberazione di Iabes. Riconoscimento di Saul come re.
II regno è appena stabilito, è già Nahas, l’Ammonita, entra in scena; egli è il nemico temuto da Israele, ma non il suo grande nemico interno, come il Filisteo, del quale l’Eterno aveva detto: “(Saul) salverà il mio popolo dalle mani dei Filistei” (9:16).
Per evitare il combattimento, la gente di Iabes di Galaad propone un’alleanza col nemico, in cambio del suo asservimento. Nahas risponde a questa proposta con disprezzo; è tutto ciò che possiamo ricevere dalle nostre vili concessioni al mondo. e dalla nostra mancanza di fede! La gente di Iabes non pensa neppure al liberatore che Dio ha appena dato loro, poiché il popolo ha riconosciuto Saul solo nelle cose che la carne ricerca: la bellezza esteriore e le qualità naturali.
I messaggeri di Iabes annunciano alle tribù a quali estremi la loro città è ridotta; Saul si trova per caso in quei luoghi. “E com’egli ebbe udite quelle parole, lo Spirito di Dio investì Saul, che s’infiammò d’ira” (v. 6). Senza un lavoro di coscienza, l’azione in potenza dello Spirito di Dio non salva l’uomo, Saul, sotto l’influenza dello Spirito, ha il cuore mutato, è “un altro uomo” (*), anche se più tardi sarà riprovato, quando manifesterà il reale stato del suo cuore naturale.
(*) Non è “l’uomo nuovo” del Nuovo Testamento.
Tutte le qualità naturali ed anche un dono di profezia conferito dallo Spirito, non hanno fatto di lui un uomo di Dio! Balaam (Num. 22) e Giuda Iscariota ne sono eloquenti esempi; e così pure Sansone. Lo stesso è per il servitore inutile della parabola di Matteo 25:30.
Saul è dunque investito dallo Spirito di Dio, ma l’ira ardente della carne mette in evidenza il suo stato personale: egli minaccia, invece di guadagnare la fiducia e di fare appello alla fede: “Così saranno trattati i buoi di chi non seguirà Saul e Samuele” (v. 7). Comunque sia, il “terrore dell’Eterno s’impadronì del popolo”.
Iabes è liberata, Samuele rinnova “l’autorità reale” già stabilita al cap. 10, ma che adesso si manifesta.
Questo rinnovo non può essere fatto che a Ghilgal, luogo della circoncisione, dove la carne fu soppressa; ma moralmente, Saul non ha realizzato il significato di quest’atto! In base all’ingiunzione di Samuele (cap. 10:8), la fede in lui dovrà più tardi essere messa alla prova a Ghilgal.
Saul mostra della generosità; riconosce pure la mano dell’Eterno nella liberazione accordata al popolo (v. 13). Così Dio, nella sua condiscendenza verso l’uomo naturale, è con lui, e accorda alla carne i mezzi e i soccorsi necessari per camminare alla sua presenza.
In questo capitolo, troviamo il popolo (11:11, 12) distinto dai veri credenti, di cui Dio ha toccato il cuore (10:26), e dagli uomini da nulla (10:27). “Il popolo” non appartiene né all’una né all’altra categoria. Scompare il giorno in cui il cuore è messo alla prova;
ma quando ha interesse ad associarsi al re Saul, parla apertamente in suo favore e contro gli uomini che non volevano che egli regnasse su di loro (v. 12). L’insieme della nazione non è mai al fianco di un Saul disprezzato (10:27), o di un Davide rigettato, come vedremo più tardi. Oggi è ancora così, e anche nel Millennio, si sottometteranno a Cristo solo per profitto molte nazioni non convertite (Apoc. 20:7-9).
Capitolo 12
Samuele si dimette dall’ufficio giudice
Con la conferma dell’autorità regale la carriera di Samuele come giudice ha raggiunto il suo termine. Questo capitolo è per così dire il “testamento” di tutta l’attività da lui svolta come conduttore d’Israele. “Ecco, io vi ho ubbidito”, egli dice, “in tutto quello che m’avete detto, ed ho costituito un re su di voi. Ed ora, ecco il re che andrà dinanzi a voi. Quanto a me, io son vecchio e canuto e i miei figliuoli sono tra voi; io sono andato innanzi a voi dalla mia giovinezza fino a questo giorno” (v. 1,2).
Samuele non ha mai agito con un cuore doppio; dando retta al popolo, ha semplicemente eseguito l’ordine dell’Eterno; può quindi dire: “l’Eterno ha costituito un re su di voi” (v. 13). In tutto questo vediamo pure il disinteresse di un uomo che è in comunione con Dio: egli dimentica i torti e l’ingiustizia del popolo e degli anziani a suo riguardo, e rinuncia, senza mormorare, alle sue funzioni ufficiali per trasferirle su un re che moralmente, vale molto meno di lui.
Egli dice: “I miei figliuoli sono tra voi”; rimettendo così al loro giusto posto coloro che egli stesso aveva stabilito giudici del popolo; questo atto, in apparenza così naturale, ma che ha attirato su di lui la disapprovazione di Dio, mi sembra che egli lo giudichi con queste poche parole: “sono tra voi”.
Lui, il vero giudice, aveva camminato “innanzi” al popolo.
E adesso, colui che cammina dinanzi a loro è il re!
L’ultimo dei giudici sta per dare il suo giudizio sulla condotta del popolo e sulle vie dell’Eterno verso di esso.
“Or dunque presentatevi, ond’io, dinanzi all’Eterno, dibatta con voi la causa relativa a tutte le opere di giustizia che l’Eterno ha compiute a beneficio vostro e dei vostri padri” (v. 7). Ma per parlare così deve essere un uomo irreprensibile, e questo ha una grande importanza pratica per noi. Non possiamo avere nessuna autorità davanti al popolo di Dio, se i nostri atti non corrispondono al nostro dono e alle nostre parole. Non si tratta però solo di autorità conferita, perché non si può raggiungere la coscienza senza autorità morale.
Il popolo è obbligato a testimoniare che la vita di Samuele non ha dato adito a rimproveri e critiche, come più tardi l’apostolo Paolo (Atti 20:18-35), il quale sarà manifestato alle coscienze del popolo di Dio. La sua autorità morale è mille volte più importante della sua autorità ufficiale. Saul possiede quest’ultima, la quale però, anche se datagli da Dio, non impedisce ch’egli sia rigettato.
L’Eterno “costituì Mosè ed Aaronne” (v. 6). A proprie spese, per un momento, Samuele l’aveva dimenticato, stabilendo egli stesso i suoi figli come giudici. Attualmente, nella Chiesa, e qui è certamente il caso di farlo notare, non vi sono incarichi ufficiali, ma i doni necessari che rimangono, malgrado la rovina, come un’autorità morale che riposa sulla santità pratica di colui che li esercita.
Il discorso di Samuele (v. 16, 17) risale alla liberazione dall’Egitto che aveva fatto entrare gli Israeliti in Canaan, poiché tale era lo scopo di quel potente intervento di Dio a loro riguardo.
Ma in Canaan avevano dimenticato Dio, e invece di servirlo si erano prostrati davanti agl’idoli. Sotto l’oppressione del nemico, avevano gridato all’Eterno che li aveva liberati per mezzo dei suoi giudici a partire da Jerubbaal fino a Samuele, e li aveva fatti vivere “al sicuro” (v. 11).
E Samuele continua: quando Nahas, re dei figliuoli d’Ammon, li ha minacciati, hanno detto: “No, deve regna re su noi un re, mentre – dice Samuele – l’Eterno, il vostro Dio, era il vostro re” (v. 12). Qui lo Spirito mette in luce quali erano i motivi nascosti che li spingevano a chiedere un re; non erano quelli che avevano esposto a Samuele
al cap. 8:5: “Tu sei oramai vecchio, e i tuoi figliuoli non seguono le tue orme”. Sovente l’uomo maschera in questo modo le sue scuse agli occhi del suo prossimo: ma non può nasconderle a Dio e al suo profeta! In fondo al cuore d’Israele c’era la paura di Nahas, con una totale assenza di fede in Dio e di fiducia nel suo aiuto. L’Eterno era il loro re, ma essi hanno preferito l’appoggio di un re come quelli delle nazioni e la sicurezza che dava loro, alle “ali” dell’Eterno, all’ombra delle quali avrebbero dovuto rifugiarsi elevando grida di gioia.
Malgrado tutto, prosegue Samuele, Dio esaudì la loro richiesta, e così la storia della loro responsabilità continua sotto un altro regime: “L ‘Eterno ha costituito un re su di voi” (v. 13).
Il cuore d’Israele cambierà sotto questa nuova “economia”? Ce lo mostrerà ciò che segue. Per il momento, Samuele vuole convincerli di quanto sia grande agli occhi dell’Eterno “il male” che hanno fatto chiedendo per loro un re (v. 17).
Samuele ne dà una prova col segno dei tuoni e della pioggia che cade dal cielo fuori stagione: ma, nello stesso tempo, grida e intercede per loro. Mai, durante tutta la sua vita, quest’uomo di preghiera ha cessato di pregare.
La coscienza del popolo è di nuovo raggiunta, ma quante volte lo era già stata? Ne è testimone il bel movimento di Mitspa del cap. 7. A questo punto, essi dicono a Samuele: “Prega l’Eterno, il tuo Dio, per i tuoi servi, affinché non muoiano, poiché a tutti gli altri nostri peccati abbiamo aggiunto questo torto di chiedere per noi un re” (v. 19).
L’intercessione dell’uomo di Dio è la loro sola risorsa, ma il male è fatto, e sussiste; non è nei pensieri divini di intonacare un muro screpolato, di dare una bella apparenza ad una casa in rovina. Resta loro una risorsa, come pure per noi nelle circostanze in cui viviamo; la possibilità di camminare in mezzo alle rovine in un modo che glorifichi Dio.
“Non temete”, dice Samuele al popolo; “è vero, voi avete fatto tutto questo male; nondimeno, non vi ritraete dal seguire l’Eterno, ma servitelo con tutto il cuore vostro” (v. 20) Se vi sono delle anime che, nei giorni attuali, hanno lo scopo d’onorare Dio e di servirlo, la loro vita sarà realmente una luce in mezzo alle tenebre che li circondano. D’altra parte, ogni credente fedele troverà, appoggiandosi su tre cose valide in ogni tempo, delle risorse che la rovina non può né esaurire né diminuire: “Poiché l’Eterno, per amore del suo gran nome, non abbandonerà il suo popolo, giacché è piaciuto all’Eterno di far di voi il popolo suo. E, quanto a me, lungi da me il peccare contro l’Eterno cessando di pregare per voi! Anzi, io vi mostrerò la buona e diritta via” (v. 22, 23).
Queste cose sono le tre colonne della vita cristiana. La rovina non cambia nulla alla grazia di Dio, che resta la nostra sicurezza per sempre. L’intercessione di Cristo, di cui quella di Samuele è una debole figura, è capace di condurci in mezzo a tutte le difficoltà. La Parola, infine, di cui il profeta è il portatore per il popolo, “ci ammaestra a rinunziare all’empietà e alle mondane concupiscenze, per vivere in questo mondo temperatamente, giustamente e piamente” (Tito 2:12).
Terminando il suo discorso, Samuele dice al popolo: “Solo, temete l’Eterno, e servitelo fedelmente, con tutto il cuor vostro; poiché mirate le cose grandi ch’egli ha fatte per voi!” (v. 24). Non dimentichiamo che la conoscenza della sua grande salvezza è il vero mezzo per temere Dio, come Egli vuole, e servirlo come Egli vuole. Ricordiamoci pure che la conoscenza della grazia di Dio non sminuisce per niente la responsabilità del suo popolo: “Se continuate ad agire malvagiamente, perirete e voi e il vostro re” (v. 25)
Capitolo 13
Primo peccato di Saul: l’offerta dell’olocausto
L’opera di Samuele come giudice è terminata, ecco perché il primo versetto di questo capitolo introduce un nuovo soggetto.
È importante notare, all’inizio di questa nuova parte del libro, che Saul non personifica l’opposizione premeditata della carne all’opera di Dio, bensì la carne chiamata a compiere quest’opera, la carne impegnata in una posizione di testimonianza. Questo rende Saul responsabile e colpevole, ancor più che se entrasse in scena come un nemico di Dio e del suo unto (Davide). La cristianità di cui facciamo parte occupa la stessa posizione; infatti, gli insegnamenti di questi capitoli sono di solenne attualità.
Questo capitolo potrebbe essere intitolato: La follia e la debolezza della carne. Dopo una prima vittoria di Gionathan (v. 3), sulla quale ritorneremo nel capitolo seguente per presentare nel suo insieme il carattere di quest’ultimo, i Filistei sono spaventati. “Saul fe’ suonar la tromba per tutto il paese dicendo: Lo sappiano gli Ebrei! E tutto Israele sentì dire: Saul ha battuto la guarnigione dei Filistei, e Israele è venuto in odio ai Filistei. Così il popolo fu convocato a Ghilgal per seguir Saul” (v. 3, 4).
Rivolgendosi al popolo dell’Eterno, il re lo chiama “gli Ebrei”, nome che gli davano i Filistei e le nazioni che lo attorniavano (confrontare cap. 14:11). Questo titolo dimostra che Saul considera il suo popolo alla stregua delle altre nazioni, misconoscendo la relazione di Israele col suo Dio. È la stessa cosa ai giorni nostri: gli uomini misconoscono la vera relazione del popolo di Dio, della Chiesa, con Cristo.
Come potrebbe essere altrimenti? Può la carne capire i rapporti d’intimità e d’affetto che lo Spirito stabilisce tra lo Sposo e la Sposa? A motivo di questa ignoranza sono sorti tutti i sistemi religiosi che costituiscono la “cristianità”, i quali non riconoscono le relazioni vitali della Chiesa col Signore, perché la carne non le può conoscere.
Saul attribuisce a sé la vittoria di Gionathan, la vittoria della fede (v. 4). Quando Dio agisce per mezzo dei suoi strumenti all’inizio di un risveglio, come si è visto ai tempi della Riforma, e riporta una vittoria sul nemico, tutti quelli che ne sono al beneficio, e che non appartengono alla famiglia della fede, non mancano di rivendicare questa vittoria come merito loro e di inorgoglirsi per mezzo di essa. La carne non cerca mai di radunare le anime attorno a Cristo; anzi, si pone essa stessa come centro. È così che Saul agisce, cercando di spaventare il popolo con queste parole: “Israele è venuto in odio ai Filistei”. Al capitolo 11:7, aveva obbligato le tribù a seguirlo con delle minacce; qui usa la paura.
Il suo scopo è di radunare Israele intorno a sé (v. 4), ma le conseguenze morali di un tale modo d’agire non si fanno aspettare. Quelli che si pongono sotto la direzione della carne per trarne qualche sicurezza, si rendono ben presto conto che non ne hanno alcuna e che la loro distretta non diminuisce.
Gli Israeliti seguono Saul “tremando” (v. 7). Per mettersi al sicuro, passano il Giordano e si recano nel paese di Gad e di Galaad (v. 7), abbandonando così il paese di Canaan, per allontanarsi il più possibile dal nemico. Questa mancanza di fede fa loro dimenticare la sola cosa importante: non è Saul che abita in mezzo al suo popolo ma l’Eterno, la loro causa non è nelle mani di Saul ma nelle Sue mani, Saul infine scende a Ghilgal, dove Samuele gli aveva dato un appuntamento dicendo: “Scenderai prima di me a Ghilgal; ed ecco io scenderò verso di te per offrire olocausti e sacrifizi di azioni di grazie. Tu aspetterai sette giorni, finch’io giunga da te e ti faccia sapere quello che devi fare” (cap. 10:8).
Le circostanze difficili che sta attraversando ricordano a Saul la necessità di avere le direttive di Samuele. In capo a due anni, si ricorda dell’ingiunzione fattagli dal profeta. Saul, ci è detto, “aspettò sette giorni, secondo il termine fissato da Samuele” (v. 8). La carne può imitare la fede fino ad un certo punto, ma non oltre: essa vuole agire ad ogni costo e indietreggia davanti alle conseguenze che derivano dalla sua inattività: niente le è più difficile che stare ferma e mirare la liberazione dell’Eterno. (Esodo 14:13). La sua pazienza cessa al momento in cui dovrebbe subentrare la fede, la fede che non si ferma davanti alle difficoltà e alle impossibilità, poiché si attacca a Dio che è al di sopra di tutte queste cose. L’uomo naturale può dimostrare per molto tempo di avere pazienza, ma senza avere il sentimento della propria debolezza, e della propria incapacità; così, quando è messo alla prova, non avendo legame con Dio, non può trovare le soluzioni in altri che in sé stesso.
I sette giorni sono trascorsi e Samuele non è giunto a Ghilgal. Il popolo si disperde e abbandona Saul (v. 8).
Israele non trova, in colui che li ha radunati con la paura l’autorità sufficiente per mantenerlo unito e difenderlo.
A questo punto Saul perde la pazienza; egli ignora cosa sia la pazienza della fede che è fortificata in ogni forza secondo la potenza della Sua gloria (Col. 1:11); la sua pazienza cessa dove la fede dovrebbe cominciare. E allora quando il popolo si disperde, quando l’appoggio degli uomini gli viene a mancare, al povero re non rimane più nulla.
La sua carne è spinta ad agire e prende il posto che appartiene al profeta, rovesciando e calpestando l’ordine stabilito da Dio. Saul dice: “Menatemi l’olocausto e i sacrifizi di azioni di grazie”; e offre l’olocausto! Ma, come finisce d’offrir l’olocausto, ecco che arriva Samuele (v. 9, 10). Il soccorso di Dio arriva proprio nel momento in cui la carne ha già agito. A cosa può servirgli ormai? Saul non è un incredulo e non disprezza apertamente il Dio d’Israele; egli sa che ci vuole un sacrificio per avvicinarsi a Lui. Ben lungi dal disprezzare il profeta dell’Eterno, Saul gli esce incontro “per salutarlo” (v. 10).
Ma è gravemente responsabile. “Che hai tu fatto?”, gli dice Samuele. Una domanda analoga Dio l’aveva fatta a Eva e a Caino!
Ma ecco che, come sempre, la carne sa trovare delle scuse per giustificare il suo modo d’agire e di conseguenza per disubbidire: “Siccome vedevo che il popolo si disperdeva e m’abbandonava, che tu non giungevi nel giorno stabilito, e che i Filistei erano adunati a Micmas…ho offerto l’olocausto” (v. 11-12). Saul ha perfino una scusa “pia” per giustificare la sua disubbidienza: “Ora i Filistei mi piomberanno addosso a Ghilgal, e io non ho ancora implorato l’Eterno!” (v. 12).
“Allora Samuele disse a Saul: Tu hai agito stoltamente” (v. 13). La saggezza, i ragionamenti, i consigli, le decisioni dell’uomo sono follia per Dio, poiché sono disubbidienza. “Non hai osservato il comandamento che l’Eterno, il tuo Dio, ti aveva dato” (v. 13). L’ubbidienza, cioè la dipendenza da Dio, è il primo carattere della fede: senza di essa la fede non esiste. Chi può offrire un sacrificio gradito a Dio, se non Samuele, che è qui una figura di Cristo? È per questo che Dio respinge il sacrificio di Saul rigettandolo come re! La regalità secondo la carne, responsabile, benché stabilita da Dio, ha dato la prova di essere incapace a mantenersi da sola. L’uomo non ha altre risorse che la grazia. È ciò che Dio vuole dimostrare.
Ed è a questo punto che egli stabilisce la regalità secondo la grazia, secondo il suo proprio cuore: “L’Eterno s’è cercato un uomo secondo il cuor suo, e l’Eterno l’ha destinato ad essere principe del suo popolo” (v. 14).
Ghilgal, luogo del giudizio della carne, è diventata, per l’infedeltà di Saul, il luogo in cui la carne si è affermata.
Samuele lo lascia per andare a Ghibea di Beniamino, unico luogo (conf. v. 2) dove la fede è ancora mantenuta in Israele nella persona di Gionathan.
Saul sembra insensibile di fronte alla gravità del suo atto; e prosegue per la sua via passando in rassegna il popolo che è con lui (v. 15). I devastatori fra i Filistei invadono tutto il paese, ma il popolo è senza armi! “I Filistei avevano detto; vediamo che gli Ebrei non si facciano spade o lance” (v. 19). E tutto Israele era stato costretto a scendere dai Filistei per farsi affilare gli strumenti da lavoro e aggiustare i pungoli. Così anche noi credenti, se dipendiamo dal mondo per forgiare le nostre armi, ci troveremo senza risorse per combatterlo. La nostra arma e la Parola di Dio. Ma come potremo usarla contro il mondo se gli consentiamo il diritto di insegnarcela e di dispensarcela? Egli ha, tra le mani, il mezzo per assoggettarci, e ci lascerà, di questa Parola, solo ciò che non può nuocergli. Ed è per questo che i figli di Dio sono sovente disarmati davanti ai nemici che combattono la loro fede.
Capitolo 14
Vittoria di Gionathan. Temerario giuramento di Saul.
Questo capitolo fa contrasto con il precedente. Al cap. 13 abbiamo visto in Saul la follia e la debolezza della carne; ora troviamo in Gionathan la saggezza e la potenza della fede. La carriera di Gionathan aveva incominciato con una vittoria (cap. 13 v. 2, 3), quando era ancora associato al sistema militare di Saul. Mille uomini erano con lui e duemila con suo padre. Gionathan vinse; ma la sua vittoria, invece di essere per la gloria dell’Eterno, fu manipolata da Saul per portare profitto a sé stesso. Questa
è la conseguenza della nostra associazione con il mondo religioso: esso se ne servirà per attribuirsi i risultati delle nostre lotte: in questo modo la vittoria della fede è annullata, e la lotta da ricominciare.
Essa ricomincia in effetti al cap. 14, ma la prima esperienza non è stata vana per Gionathan. Egli dice al suo giovane scudiero: “Vieni, andiamo verso la guarnigione dei Filistei, che è là dall’altra parte. Ma non ne disse nulla a suo padre” (v. 1), poiché la fede non si aspetta alcun soccorso dal mondo. Essa si separa, con un’azione individuale, dal mondo politico e anche religioso poiché il sacerdote, l’arca, l’efod e l’altare sono con Saul. La fede ha il segreto di Dio, che non è conosciuto né da Saul, né dal sacerdote, né dal popolo. Gionathan non rivela a nessuno il suo segreto, poiché non può dipendere dall’uomo chiunque egli sia; ma si associa col pensiero e in tutta la sua azione ad Israele. Saul aveva chiamato il popolo “gli Ebrei” (13:13); Gionathan invece dice: “L ‘Eterno li ha dati nelle mani d’Israele” (v. 12).
In questo capitolo egli fa dei grandi progressi. La sua fiducia è in Dio solo, non in sé stesso. La sua fede è grande, ma il segreto della forza va cercato nella separazione individuale.
Le rupi di Botsets e Seneh, elevando le loro cime invalicabili dirimpetto a Micmas e Ghibea, non sono nulla per la fede. Anzi. proprio là essa ha una visione chiara e netta del carattere di questo mondo: “Vieni, andiamo verso la guarnigione di questi incirconcisi” (v. 6); e ha pure una visione chiara di ciò che Dio è, cioè un Dio Salvatore: “Nulla può impedire all’Eterno di salvare con molta o con poca gente” (v. 6).
Gionathan agisce in modo contrario alla saggezza di questo mondo; egli aspetta gli ordini del Signore e non è affatto incerto; egli sa che, nel cammino della fede, si può essere chiamati a farsi avanti oppure a rimanere fermi: “Se ci dicono: fermatevi finché veniam da voi, ci fermeremo al nostro posto, e non saliremo fino a loro; ma se ci dicono: venite su da noi, saliremo, perché l’Eterno li avrà dati nelle nostre mani. Questo ci servirà di segno” (v. 9, 10).
Gionathan combatte senza armi umane, essendo obbligato, per salire dai Filistei, a servirsi delle mani e dei piedi (v. 13).
Ma proprio così riporta la vittoria di Dio!
Quanto a Saul, in apparenza niente gli manca, ma in realtà gli manca tutto. Dio non è con lui, il sacerdozio che sembra sostenerlo era già stato giudicato (2:31 e 3:13); egli stesso era stato respinto come re (13:14). Ha con sé il potere, cioè la forza, ma una debole forza, che veniva meno quando i Filistei si avvicinavano (13:18).
Gionathan è consapevole del giudizio che il popolo ha meritato. “Forse”, dice al suo giovane scudiero, “l’Eterno agirà per noi”; ma quando aggiunge: “Nulla può impedire all’Eterno di salvare” (v. 6) dimostra, di fronte al giudizio, di conoscere la potenza e la bontà di Dio.
Ma è bene che non dimentichiamo il compagno di Gionathan. La sua fede si unisce a quella del suo capo, di cui conosce l’affetto per l’Eterno e per il suo popolo. A quest’uomo semplice di cuore è sufficiente la devozione al suo signore, e questo sostituisce per lui ogni altro ragionamento. Non sono forse belle queste parole: “Fa’ tutto quello che ti sta ne! cuore; va’ pure; ecco, io son teco dove il cuore ti mena” (v. 7)?
La fede non usa dissimulazioni, non teme di mostrarsi, di mettere in luce i suoi disegni: “Ecco, noi andremo verso quella gente, e ci mostreremo a loro” (v. 8). Pur avendo un coraggio che agli occhi del mondo è pura temerarietà. Gionathan non si fida dei propri pensieri e cerca un segno del pensiero di Dio. E dice: “Questo ci servirà di segno” (v. 10)
I Filistei ignorano il vero carattere degli uomini di fede. “Ecco” essi dicono “gli Ebrei che escono dalle grotte dove s’eran nascosti!” (v. 11). I credenti sono sempre disprezzati e derisi dal mondo.
Gionathan sale dunque senza armi; egli non è altro che il rappresentante del vero Israele nei confronti del mondo (v. 12). Le armi che il suo giovane scudiero porta dietro a lui non servono che a confermare che la vittoria è dell’Eterno. Lo spavento che s’impossessa dei suoi nemici non è altro che il risultato di questa vittoria, in apparenza solo su una ventina di uomini (v. 14), ma in realtà su tutto un popolo. È spesso così, non abbiamo che da ingaggiare il combattimento; che sia contro uno o mille nemici poco importa; è Dio che dirige la lotta e ottiene i risultati; questi sorpasseranno le aspettative ed i pensieri dell’uomo.
“Le sentinelle di Saul a Ghibea di Beniamino guardarono ed ecco che la moltitudine si sbandava e fuggiva di qua e di là” (v. 16). Davanti a questo fatto straordinario Saul (v. 17, 19) pur senza alcuna fede ha il pensiero di consultare l’Eterno; ma, di fronte all’aumentare del tumulto, vi rinuncia. Povero Saul! Aveva sacrificato all’Eterno mentre avrebbe potuto aspettare il profeta (13:9), e adesso pensa che sia inutile consultarlo o cercarlo, quando la vittoria è alle porte. Malgrado tutte le apparenze
non vi è in lui una favilla di fede.
La vittoria di Gionathan riunisce gli Ebrei che si trovavano coi Filistei (v. 21), separandoli dal mondo al quale erano assoggettati, per farne dei soldati per la causa di Dio; essa incoraggia all’inseguimento del nemico anche i timidi, il cuore dei quali è stato rassicurato (v.22).
Il loro re, al quale mancano gli elementi stessi della religione, non sa fare altro che stabilire un ordinamento “carnale” che priva il popolo di Dio di una buona parte della Sua forza (v. 24). Gli ordinamenti stabiliti dagli uomini senza fede indeboliscono inevitabilmente coloro che vi si sottomettono, poiché hanno sempre un carattere legalista: “Maledetto l’uomo che toccherà cibo prima di sera, prima ch’io mi sia vendicato de miei nemici” (v. 24). “Maledetto”, Non forse questa la conseguenza per chi non osserva la legge? “Ch’io mi sia vendicato de’ miei nemici” non è forse l’azione della carne? Quale contrasto con Gionathan che nella vittoria non vede altro che la salvezza dell’Eterno per il suo popolo!
La fede di Gionathan ha per risultato che l’Eterno salva ed opera una grande liberazione in Israele (v. 45); il risultato del giuramento di Saul, invece, è che il popolo fu abbattuto ed estenuato (v. 24, 28, 31). L’ordinamento carnale non tarda a portare le sue conseguenze: il disagio e la stanchezza imposti al popolo lo inducono a trasgredire i principi basilari della Parola di Dio; essi scannano pecore, buoi e vitelli e li mangiano col sangue (v. 32). Saul non avrebbe voluto che le cose giungessero a questo e che
Israele violasse li ordinamenti divini. “Voi avete commesso un’infedeltà”, dice (v. 33); “non peccate contro l’Eterno, mangiando carne con sangue!” (v. 34). Ma ormai non può più, cercando di attenuarlo, rimediare al male che ha provocato. Poi, sul luogo stesso di questa profanazione, Saul edifica il suo primo altare all’Eterno (v. 35), scegliendo per rendere culto proprio il luogo dove il Signore è stato disonorato!
Gionathan non aveva udito il giuramento che Saul aveva fatto fare al popolo; la fede, che è estranea agli ordinamenti carnali come pure a tutto il sistema religioso del mondo, continua la sua opera nella libertà dello spirito; e, approfittando degli incoraggiamenti che Dio gli dà, “berrà dal torrente per via” (Salmo 1:10).
Come può Gionathan, che nel miele riceve il soccorso preparato da Dio per la stanchezza della lotta e ne approfitta, non biasimare il nefasto ordinamento, uscito dalla bocca di suo padre? “Mio padre ha recato un danno al paese”. Sì, l’intervento della carne non è che un turbamento e un ostacolo per la vittoria.
Saul ordina d’inseguire i Filistei di notte per distruggerli completamente; ma il sacerdote, che prima aveva ritirato la mano (v. 19), ha ora il coraggio di dire: “Accostiamoci qui a Dio” (v. 36). Saul interroga l’Eterno: ma l’Eterno non gli risponde! Dio permette che tutto, in questa avventura, porti le sue estreme conseguenze ed abbia per scopo l’umiliazione di Saul. Perché Dio non risponde? Cosa c’è che non va? Cos’è successo? Saul vuol sapere e chiede “la verità” (v. 41), la risposta di Dio condanna tutto il suo agire, ma Saul non vede altro rimedio che la condanna di Gionathan! È in questo modo che la carne interpreta la Parola di Dio. Fortunatamente l’Eterno protegge il suo servitore fedele, mentre il re secondo la carne è giudicato. Il popolo libera Gionathan, perché riconosce che ha operato con Dio (v. 44, 45).
L’uomo carnale è capace di un certo eroismo per mantenere la sua religione e gli ordinamenti che ha stabilito.
Lo si vede qui disposto a non risparmiare nemmeno i propri parenti, diventando uno strumento di Satana per annientare i servitori di Dio.
Ma l’Eterno veglia sui suoi e li salva, facendo rendere testimonianza, a loro favore, dalla bocca stessa dell’assemblea d’Israele, la cui autorità s’impone contro le ambiziose pretese della carne.
Nei versetti che seguono vediamo che, malgrado tutto ciò, Dio agisce senza posa per mezzo di Saul, secondo la promessa che aveva fatto (9:16); ma vediamo anche che ciò non impedisce a Saul di continuare a contare sulla carne per vincere i Filistei: “Come Saul scorgeva un uomo forte e valoroso, lo prendeva seco”. Questo capitolo ci ha dunque insegnato che la carne e la fede, lungi dall’aiutarsi a vicenda, non possono far altro che essere in conflitto e in opposizione l’una con l’altra.
Capitolo 15
Secondo peccato di Saul dopo la sua vittoria sopra Amalek
Il breve regno di Saul termina con l’ultimo versetto del cap. 14.
Il capitolo di cui stiamo per occuparci è dato come un racconto a parte, a causa dell’importanza dell’argomento. Vi troviamo la ragione del rigettamento definitivo di Saul e l’introduzione di Davide, il re secondo il cuore e il pensiero di Dio.
Abbiamo visto che Saul rappresenta la carne che professa di servire Dio. Per dimostrare la sua incapacità, Dio a partire dal cap. 9, l’ha messo alla prova in molti modi ne rimane ancora una: cosa farà la carne, che pretende di agire per Dio, nel conflitto contro Amalek?
È stato scritto (Deuteronomio 25:17,19): “Ricordati di ciò che ti fece Amalek, durante il viaggio, quando usciste dall’Egitto: com’egli ti attaccò per via, piombando per di dietro su tutti i deboli che ti seguivano, quand’eri già stanco e sfinito, e come non ebbe alcun timore di Dio. Quando dunque l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà dato requie, liberandoti da tutti i tuoi nemici all’intorno nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità perché tu lo possegga, cancellerai la memoria di Amalek di sotto al cielo: non te ne scordare!”.
Dio, malgrado tutti gli sbagli di Saul, ha fatto in modo che Israele avesse “requie”. L’ora d’Amalek, del nemico crudele e vile che massacrava chi rimaneva indietro nella marcia attraverso il deserto, è suonata. L’Eterno aveva giurato che la guerra fra lui e Amalek sarebbe durata di generazione in generazione (Esodo 17:16). Chiunque, dunque, ha a cuore la gloria di Dio e del suo popolo Israele deve, quando è giunto il momento, distruggere e non risparmiare; non vi sono obiezioni da fare, non c’è da discutere (v. 2, 3). “Il suo avvenire” secondo la profezia che Balaam era stato obbligato a pronunciare, “fa capo alla rovina” (Numeri 24:20). Senza dubbio Dio si era servito degli Amalekiti come una verga per punire il suo popolo disubbidiente (Numeri 14:39, 45), ma questo non cambiava la realtà delle cose; questi avversari per eccellenza sono figura di Satana che, dall’inizio del cammino del credente nel deserto, cerca di opporsi al popolo di Dio. È contro lui che è impegnata, senza tregua, la lotta di ogni figlio di Dio, chiamato a tener fermo contro gli artifici del diavolo e a combattere contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti (Efesini 6:12). In questa lotta, Israele, un tempo, era stato vincitore dopo aver bevuto l’acqua della roccia, cioè gustato in figura la presenza dello Spirito Santo conseguenza della morte di Cristo.
Condotto da Giosuè che rappresentava Cristo, nella potenza dello Spirito, era chiamato a far fronte a questo grande nemico. Adesso si ripresenta. Potrà la carne di nuovo assolvere a questo compito, o dimostrerà di esserne incapace?
All’inizio sembra capace. All’ordine di Dio Saul si leva, si mette alla testa del popolo, separa i Kenei che si erano mostrati amici di Israele (Giudici 4:11), e colpisce Amalek e tutto il suo popolo. Però non esegue fino in fondo l’ordine dell’Eterno. È ciò che la carne farà sempre! I sette giorni di Ghilgal (13:8) testimoniano che la carne non sa stare tranquilla quando Dio glielo chiede; questo episodio testimonia che non può agire fino in fondo quando Dio le domanda di farlo. Per l’Eterno, non eseguire interamente il suo ordine è non eseguirlo del tutto. Dio dichiara: “Io mi pento d’aver stabilito re Saul, perché si è sviato da me, e non ha eseguito i miei ordini” (v. 11).
Che dispiacere per Samuele! Anche sapendo che questo re è ormai rigettato da Dio, egli intercede per lui tutta la notte. Samuele, come abbiamo sovente notato, prega e intercede sempre per i disubbidienti, per i malvagi, per tutti. Fa cordoglio, prega, ma ubbidisce, e questo è tipico della fede, in contrasto più assoluto con la condotta di Saul.
È detto: “Samuele… gridò all’Eterno tutta la notte. Poi si levò la mattina di buon’ora e andò incontro a Saul” (v. 11, 12).
Nel frattempo Saul si è eretto un trofeo, attribuendosi la vittoria, poiché la carne, anche se impegnata in un’opera che è di Dio, la fa per sé e non per Lui. Saul dice a Samuele che gli viene incontro: “Benedetto sii tu dall’Eterno! Io ho eseguito l’ordine dell’Eterno” (v. 13). È subito pronto a vantarsi! Al versetto 20 lo vediamo scusarsi, al versetto 24 accusarsi con la stessa prontezza. Ma Dio non si accontenta delle parole: “Che è dunque” dice Samuele “questo belar di pecore che mi giunge agli orecchi, e questo muggir di buoi che sento?” (v. 14). Saul che ha appena detto: “Io ho eseguito l’ordine dell’Eterno”, si discolpa adesso del peccato commesso e lo fa ricadere sul popolo, sebbene il popolo (v. 9) avesse agito di comune accordo con lui. “Son bestie menate dal paese degli Amalekiti, perché il popolo ha risparmiato il meglio delle pecore e de’ buoi per farne de’ sacrifizi all’Eterno, al tuo Dio; il resto, però, l’abbiam votato allo sterminio” (v. 15).
Con queste poche parole Saul si vanta, accusa i suoi complici e vuol far passare la sua disubbidienza come un “servizio” fatto all’Eterno. Che accecamento! Samuele lo convincerà di questo, ma prima gli ricorda la modestia che aveva all’inizio, quando si stimava piccolo, e Dio l’aveva benedetto. Perché ora si è ribellato al comandamento dell’Eterno? Saul risponde: “Ma io ho ubbidito alla voce dell’Eterno, ho compiuto la missione che l’Eterno m’aveva affidata, ho menato Agag, re di Amalek, e ho votato allo sterminio gli Amalekiti, ma il popolo ha preso, fra il bottino, delle pecore e de’ buoi come primizie di ciò che doveva essere sterminato, per farne de’ sacrifizi all’Eterno, al tuo Dio, a Ghilgal” (20, 21).
Il sacrificio è per lui più dell’obbedienza; ma “L’Eterno ha egli a grado gli olocausti e i sacrifizi come che si ubbidisca alla sua voce? Ecco, l’ubbidienza val meglio che il sacrifizio, e dare ascolto val meglio che il grasso dei montoni; poiché la ribellione è come il peccato della divinazione, e l’ostinatezza è come l’adorazione degli idoli e degli dèi domestici” (v. 22, 23). Il sacrificio senza ubbidienza vale come prostrarsi davanti agli idoli.
La prima caratteristica della fede è l’ubbidienza. Paolo ha ricevuto il suo apostolato “per trarre all’ubbidienza della fede tutti i Gentili” (Romani 1:5). Ci sono d’altra parte molte cose che Dio preferisce al sacrificio, Egli dice: “Io amo la pietà e non i sacrifizi, e la conoscenza di Dio anziché gli olocausti” (Osea 6:6) “Or andate e imparate” dice il Signore ai Farisei, “… voglio misericordia e non sacrifizio” (Matteo 9:13). L’ubbidienza è ciò che caratterizza tutti gli uomini di fede, a partire da Abrahamo, il padre dei credenti, che “ubbidì…e partì senza sapere dove andava” (Ebrei 11:8).
Per Saul, ecco il risultato della sua disubbidienza: “Giacché tu hai rigettato la parola dell’Eterno, anch’egli ti rigetta come re” (v. 23). Tempo prima, a Ghilgal, l’Eterno gli aveva detto per mezzo di Samuele: “Il tuo regno non durerà” (13:14). Adesso è dato il colpo finale: l’Eterno ha rigettato lui (v. 26).
Come riceve Saul questa sentenza? Confessa il suo peccato, sì, ma senza umiliazione, senza contrizione. sperando ancora di poterne evitare le conseguenze. “Io ho peccato, poiché ho trasgredito il comandamento dell’Eterno e le tue parole; io ho temuto il popolo, e ho dato ascolto alla sua voce” (v. 24). C’è sempre qualche scusa nel suo discorso ed anche una prontezza sorprendente nel confessare il male negato qualche istante prima. Non c’è in lui nessun esercizio di coscienza. Come circostanza attenuante Saul preferisce dire che ha avuto paura del popolo, invece di prendere la colpa del peccato tutta su di sé.
Che differenza con ciò che Davide dirà più tardi dopo l’adulterio con Bath-Sceba: “Ho peccato contro l’Eterno” (2 Samuele 12:13)! Queste parole usciranno da una coscienza toccata e compunta, ma Saul spera di ottenere il perdono e di essere ristorato senza
un vero pentimento. È troppo tardi per lui. La sentenza è definitiva, poiché Dio è Dio “e colui ch’è la gloria d’Israele non mentirà e non si pentirà” (v. 29).
“Ho peccato”, dice Saul una seconda volta, “ma tu adesso onorami, ti prego, in presenza degli anziani del mio popolo e in presenza di Israele” (v. 30). Fino in fondo ha in vista sé stesso e la propria reputazione. E Samuele lo onora, ma poi l’abbandona. Finché Dio non ha eseguito la sentenza sulle autorità che Egli stesso ha stabilito, noi siamo in dovere di riconoscerle. “Saul si prostrò davanti all’Eterno”, senza profitto né per Dio né per sé. Così da questo momento la sentenza di Dio contro Amalek è affidata a Samuele; è lui che mette a morte Agag a Ghilgal; poi si reca a Rama, a casa di suo padre, dove piangerà e farà lutto.
Anche Saul ritorna a casa sua e d’ora innanzi, vi sarà una separazione completa fra lui e il profeta.
Quarta parte – DAVIDE, IL RE COME PIACE A DIO – Capitoli da 16 a 31
Capitolo 16
Davide unto re da Samuele e chiamato presso Saul
Qui incomincia la storia del vero re secondo Dio; quella del re secondo la carne è virtualmente terminata con il suo definitivo rigettamento.
Questo capitolo, come vedremo, ci dà un’idea generale della posizione di Davide prima di sedersi sul trono. Ma ora considereremo certi dettagli molto importanti del carattere di Samuele.
Quando si tratta di pensieri umani, anche di quelli di un giudice e profeta, troviamo che non sono migliori di quelli degli altri uomini. e la Parola ce ne offre molti esempi. Non vi sono in Samuele vere mancanze, ma si nota, nel suo modo di pensare, uno stato che non è quello di una vera comunione con Dio. Ad esempio, quando Saul fu rigettato, Samuele continuò a fare cordoglio per lui, al punto che Dio dovette riprenderlo: “Fino a quando farai tu cordoglio per Saul?” (v. 1). Poi, invece di rallegrarsi che Dio si sia “provveduto di un re”, rispose: “Come andrò io? Saul lo verrà a sapere, e mi ucciderà” (v. 2). Come andrò io? È un’obiezione assurda quando è Dio che gli dice di andare! Così anche fu di Mosè (Esodo 4) che, davanti agli ordini dell’Eterno. sollevava obiezioni basate in apparenza sull’umiltà (Esodo 3:1 1), sulla diffidenza degli uomini (4:1) e di se stesso (4:10), ma che, sotto le apparenze, nascondeva l’incredulità e la diffidenza del cuore umano.
Al v. 6. Samuele vedendo Eliab, il primogenito di Isai dice: “Certo, ecco l’unto dell’Eterno davanti a lui” (v. 6) ed anche qui commette un errore. Lui, uomo di Dio, giudica secondo l’apparenza, e Dio è obbligato a riprenderlo dicendo: “L’Eterno non guarda a quello a cui guarda l’uomo: l’uomo riguarda all’apparenza, ma l’Eterno riguarda al cuore” (v. 7). Samuele valuta come un uomo, e il suo discernimento si ferma alle stesse qualità “esteriori” che Saul possiede. Ma Dio, con una grazia che colpisce, riprende e istruisce il suo servitore su tutti questi punti.
La fede finisce con l’avere il sopravvento: “Samuele dunque fece quello che l’Eterno gli aveva detto” (v. 4); e parte facendo affidamento sulla Parola di Dio per essere guidato nel suo agire. Avendo ormai imparato che l’Eterno guarda al cuore, si mostra fedele, e la sua comunione con Dio si evidenzia subito, poiché giudica immediatamente che “l’Eterno non s’è scelto” gli altri figli che Isai gli aveva fatto sfilare davanti. Così Samuele unge quello fra loro che l’Eterno ha scelto. Trovandosi nella via di Dio, Samuele non teme più nulla. Mentre gli anziani di Bethlehem gli si fanno incontro “tutti tremanti”, lui, che prima tremava, li rassicura.
Davide appare sulla scena. Notiamo alcuni punti importanti, che caratterizzeranno la sua vita. Egli è dimenticato da suo padre, che si ricorda di lui solo dopo la domanda insistente ed esplicita di Samuele: è disprezzato dai suoi fratelli (il primogenito lo taccerà di orgoglio e di malignità quando lo Spirito di Dio lo farà agire; 17:28); infine, sarà sconosciuto da Saul, al quale le sue doti sono rivelate (v. 18); per la bontà e le cure di cui lo circonda, si vede che Saul gli pone grande affetto (v. 21), ma dimentica ben presto la sua origine, tanto che chiederà più tardi ad Abner di chi quel ragazzo sia figlio (17:55)! Ecco il carattere tipico di Davide quanto alle sue relazioni. Ma ci è anche descritta la sua apparenza esteriore: “Era biondo, aveva dei begli occhi e un bell’aspetto” (v. 12).
Questo mondo presenta diversi tipi di bellezza. Saul era “giovane e bello; non ve n’era tra i figliuoli d’Israele uno più bello di lui” (9:2) (*). Anche Eliab aveva una bella apparenza, dalla quale lo sguardo di Samuele fu attratto. Ma questo tipo di bellezza ha del valore solo agli occhi degli uomini e non certo a quelli di Dio. C’è poi un altro
genere di bellezza (che può unirsi anche alla bellezza esteriore) che Dio stima come il riflesso del suo carattere: la bellezza di un’anima pura e di una fede semplice, la luce di un cuore dal quale il male e il peccato sono esclusi, e nel quale “non vi è frode”. È la bellezza del piccolo Mosè, di cui la Parola dice che era “divinamente bello”, cioè “bello per Dio” (Atti 7:20). È la bellezza di Giuseppe, che era anche di presenza avvenente e di bell’aspetto (Genesi 39:6); o quella di Daniele (Daniele 1:4), umilmente attaccato al suo Dio per essere preservato dai peccati del mondo; o la bellezza di Davide, ma quella che si sviluppò nel deserto, presso i recinti delle pecore, dove Egli fece segretamente l’esperienza della forza e della gloria del suo Dio.
(*) Pure di Absalom, figlio di Davide, è detto: “In tutto Israele non v’era uomo che fosse celebrato per la sua bellezza al pari di Absalom” (2 Samuele 14:25).
Questa bellezza morale aggiunta alla bellezza fisica è comunque sempre incompleta, se confrontata con quella eccelsa di Cristo! Come vediamo nella Parola Egli era senza apparenza esteriore (Isaia 53:2); nelle sofferenze il suo viso era disfatto più di qualunque altro figliuol d’uomo (Isaia 52:14), ma tutta la gloria morale che era in Lui risplendeva ed emanava una luce sfolgorante intorno a sé. La grazia era sparsa sulle sue labbra, e per questo è detto di Lui: “Tu sei bello, più bello di tutti i figliuoli degli uomini… perciò Iddio ti ha benedetto in eterno” (Salmo 45:2).
In tutti quegli uomini di fede, come pure nel loro perfetto Modello, la vera bellezza non era altro che lo splendore della grazia. Davide è il re secondo la grazia, e il suo nome significa “amato”; e questo carattere fa inevitabilmente di lui un uomo sofferente e un afflitto quaggiù, vero tipo del Salvatore.
Chi conosce Gesù trova in Lui non soltanto la perfezione dell’Uomo umile e dell’Uomo di dolore, ma anche la bellezza della forza. Come Davide è “uomo forte e valoroso” per i suoi amici (16:18), così il Signore per i suoi è Colui che calma il mare e la tempesta, e davanti alla cui maestà i suoi nemici indietreggiano e cadono. Egli dice: “Lo voglio” e la cosa è fatta; lega l’uomo forte (cioè Satana) e, con i suoi miracoli, lo spoglia dei suoi beni.
Come Davide, Egli è “un guerriero”; e se è vero che venne a Sion umile e montato sopra un puledro d’asina (Zaccaria 9:9), è anche vero che un giorno si cingerà la spada al fianco, da uomo prode vestito della sua gloria e della sua magnificenza, e la sua destra gli farà vedere cose tremende (Salmo 45:3,4) Allora, seduto da vincitore sui cavallo bianco, sarà seguito dagli eserciti del cielo e percuoterà le nazioni con la spada affilata che esce dalla sua bocca (Apocalisse 19:11,16).
Come Davide, Egli “parla bene” (v. 18) poiché “Iddio l’ha unto di Spirito Santo e di potenza” (Atti 10:38). Era detto di Lui: “Lo spirito dell’Eterno riposerà su lui: spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di forza, spirito di conoscenza e di timor dell’Eterno” (Isaia 11:2).
Infine, come “L’Eterno è con lui”, a maggior ragione è stato con Cristo. Sì, “Iddio era con lui” (Atti 10:38).
La provvidenza di Dio porta ora Davide alla corte dei re, ma bisognerà, prima che regni, che la sua fede sia messa alla prova con ogni sorta di sofferenze. Bisognerà che sia l’uomo umiliato, disprezzato, odiato, perseguitato, perché possa fare. in questo cammino di rinunce e di lotte, l’esperienza che Dio è sufficiente a tutto. Davide, l’unto dell’Eterno, sarà così provato per lunghi anni, per manifestare anche agli occhi del popolo tutte le qualità della grazia, che costituiscono, secondo il pensiero di Dio, i suoi diritti al trono d’Israele e alla gloria del regno. Questa grazia, infatti. la vediamo trionfare nei suoi sentimenti e nel suo comportamento riguardo a Saul, il suo acerrimo nemico. Non appena Davide è chiamato al trono, lo stato morale di Saul cambia completamente. Fino allora, lo Spirito di Dio era stato con quel re (il re “secondo la carne”) e questo spiega i suoi successi contro i nemici d’Israele.
Adesso, lo Spirito dell’Eterno investe Davide (v. 13) e si ritira da Saul che viene lasciato in balia di “un cattivo spirito suscitato dall’Eterno” (v. 14). È un giudizio di Dio, una severa punizione; e il re diventa, da questo momento, ciò che non era prima: il tipo dell’Anticristo! Dio mostra anche, nello stesso tempo, che solo il suo Spirito e capace di cacciare il cattivo spirito, quando Davide prende la sua arpa per suonare davanti a Saul.
Capitolo 17
Davide vince Goliath
Il capitolo 16 ci ha presentato un quadro generale del carattere di Davide come unto dell’Eterno e, in modo particolare, nelle sue relazioni con Saul. Il capitolo 17, invece, considera la sua storia da un altro punto di vista: ecco il motivo di questa ripetizione, apparentemente superflua, delle sue relazioni di famiglia che troviamo ai versetti 12 e 13.
Ciò che ora ci è presentato non è più il carattere, ma la carriera e l’attività di Davide, tipo di Cristo, dal suo inizio fino al suo risultato finale e definitivo: la vittoria completa su Goliath. In poche parole, tutta la storia di Cristo, vincitore di Satana, è riassunta e simbolizzata in questo periodo della vita di Davide.
I Filistei sono già stati vinti più volte, ma non il loro capo, il gigante Goliath, che si presenta, sicuro della sua forza, davanti al popolo riunito, e lo sfida; e quando è riuscito ad invadere di terrore il cuore di coloro che vuole assoggettare, grida: “Io lancio oggi questa sfida a disonore delle schiere d’Israele” (v. 10). Non sa che non deve vedersela con Israele, ma con Dio stesso, e che oltraggiando il suo popolo oltraggia Dio. E questo lo porta alla disfatta totale.
Quanto a Davide, egli si presenta qui (v. 17) come l’inviato del padre presso ai suoi fratelli; ed è per mezzo loro che inizia il suo servizio. Ma lo scopo di Dio è una liberazione che si estende ben al di là di questa cerchia ristretta. Anche Giuseppe aveva agito in questo modo (Genesi 37:14), ed era diventato non soltanto “salvatore” dei suoi fratelli, ma anche salvatore e signore dell’Egitto.
Davide parte per la sua missione, avendo già esercitato, in certo modo, un “ministerio segreto” nel deserto dove pascolava le pecore. Là ha battuto il leone e l’orso, tipo di Cristo quando lega “l’uomo forte” (Marco 3:27), prima di entrare in lotta con il Filisteo, liberando le pecore di suo padre quando il nemico cercava di rapirle e divorarle (*). Cristo agì nello stesso modo durante la sua vita: nessuna delle pecore che il Padre gli aveva dato andò persa. Egli legò l’uomo forte, cioè “Satana”, per mettere in libertà gli oppressi, e “predicare l’anno accettevole del Signore” (Luca 4:18-19). Di fronte ai nemici. venuti armati per prenderlo, si fece avanti dicendo: “Lasciate andar questi” (Giovanni 18:8). Ma dovette fare molto di più per annientare definitivamente la potenza del Nemico.
Come Cristo, pure Davide qui è un vero servitore. “S’alzò di buon mattino” è detto (v. 20); “prese il suo carico” e partì per compiere la volontà del padre. Davide, in quel momento, è già “unto” ma conserva il suo carattere d’umiltà presso ai recinti del gregge.
Arrivato all’accampamento, dai suoi fratelli, la sua sicurezza in Dio e la sua fede sono tacciati di orgoglio e di malignità (v. 28). È ciò che incontriamo spesso anche noi seguendo il semplice cammino della fede: i nostri amici, i parenti, gli amici non possono capire le nostre motivazioni, come i fratelli del Signore non capivano le sue.
(*) Vedere, per quanto riguarda il leone e l’orso, Proverbi 28:15; Lamentazioni 3:10; Amos 5:19.
Davide risponde a Eliab: “Che ho io fatto ora? Non era che una semplice domanda!” (v. 29). Cosa ha fatto perché l’oltraggio cada su lui? Non aveva Dio sufficienti ragioni per farlo scendere dai suoi fratelli al campo di battaglia quando l’Iddio d’Israele era giornalmente oltraggiato dal nemico?
Davide s’informa di ciò che sarà fatto all’uomo che avrà ucciso il Filisteo e avrà tolto l’obbrobrio di dosso a Israele (v. 26); e viene a sapere che il re lo farà grandemente ricco, gli darà la propria figlia per moglie, ed esenterà in Israele la casa del padre di lui da ogni aggravio fiscale.
Tuttavia, anche se la ricompensa era interessante, non è per quella che si avvia al combattimento, ma per onorare Dio, per la liberazione d’Israele, per far conoscere l’Eterno a tutta la terra, e far sapere a tutta la congregazione d’Israele come si opera la salvezza di Dio (v. 46, 47). La sua vittoria, è vero, gli darà, come anche a Cristo, grandi “ricchezze”, una sposa e l’affrancamento della casa di suo padre, ma questo è il risultato, piuttosto che lo scopo della sua opera.
Al v. 32. Davide annuncia a Saul l’atto che sta per compiere. Il re che non pensa che a mezzi umani gli fornisce le sue armi; ma Davide non può camminare con armi che appartengono “alla carne”; non ci aveva nemmeno mai provato. Egli non vuole altri strumenti da guerra che quelli con i quali il pastore difende o riconduce le sue pecore: per lui le pietre e la fionda, per noi la Parola di Dio di cui solo la fede può servirsi. E sarà essa ad abbattere Satana, Il lavoro dell’uomo non può avere nessuna parte in un tale combattimento.
Quando si presenta davanti al Filisteo, sebbene “uomo forte, valoroso… guerriero” (16:18), Davide non ha nulla dell’apparenza di un guerriero; la sua stessa bellezza fisica, riflesso della grazia dell’Eterno, è oggetto di disprezzo per Goliath (v. 42). Ma colui che il Filisteo oltraggia è il rappresentante di Dio che ha come solo scopo quello di glorificare Lui che Satana ha disonorato; e tale fu pure lo scopo di Cristo. La sua forza è il combattere nel Suo nome: “Io vengo a te nel nome dell’Eterno degli eserciti…. che tu hai insultato” (v. 45). Nella mente di Davide non c’è nessun dubbio sul risultato della lotta. “Oggi l’Eterno ti darà nelle mie mani” (v. 46). Noi sovente, impegnati nella lotta, dubitiamo, come farà Gionathan che, non sicuro del risultato, dirà: “Forse” (14:6). No, qui non c’è nulla di simile; c’è solo fede assoluta che possiede il segreto dell’Eterno e conta su grandi cose. Davide è in quest’occasione il vero tipo di Cristo, poiché rappresenta Dio davanti al nemico.
Al primo colpo, la pietra colpisce Goliath alla fronte; caduto a terra, Davide lo uccide con le sue stesse armi (v. 51); così pure è per mezzo della morte che Cristo ha vinto colui che aveva l’imperio della morte, cioè il diavolo. In seguito, il vincitore si ritira nella sua propria tenda (v. 54), portando i trofei della vittoria, come Cristo è salito nella sua dimora menando “in cattività un gran numero di prigionieri” (Efesini 4:8) liberati per sempre dal terribile nemico.
La disfatta di Goliath è quella di tutti i Filistei; il mondo, così come il suo capo, è adesso un nemico vinto, davanti al quale abbiamo coraggio, anche se le lotte e le tribolazioni ci devono accompagnare nella vita quaggiù.
Sebbene ne abbia tratto un grandissimo vantaggio, Saul non conosce l’origine di Davide. “Di chi è figlio questo giovinetto?” chiede ad Abner (v. 55). Questo non ci fa forse ricordare l’ignoranza dei Giudei, in Giovanni 7, riguardo all’origine di Cristo e al luogo da cui proveniva? Saul non lo conosce quando si presenta a lui, portando nelle sue mani il trofeo della vittoria!
Capitolo 18
Amicizia di Gionathan per Davide. Gelosia di Saul
Con lo studio di questo capitolo entriamo nel terzo periodo della storia di Gionathan
Al capitolo 13, egli aveva riportato una vittoria senza profitto per il popolo di Dio; al capitolo 14, una grande liberazione era stata operata con l’energia della fede spiegata nella lotta contro il nemico. Qui, Gionathan, entra in relazione personale con Davide, il vincitore di Goliath. In figura, è colui che conosce un Cristo che, con la morte, ha vinto Satana, ma che è però rigettato dal mondo.
Questa conoscenza corrisponde a quella che hanno i credenti oggi, sebbene Gionathan sia propriamente l’immagine del residuo d’Israele alla fine dei tempi, al quale il Signore si farà conoscere prima di prendere il regno, e che amerà Cristo, quantunque sia ancora, in quel tempo, rigettato del popolo.
Gionathan ha avuto fin qui il carattere del giovane forte nella fede che ha ingaggiato la battaglia contro il nemico; adesso va più lontano; la sua anima si lega a quella di Davide, quando lo sente parlare. Egli, evidentemente, apprezza la bellezza morale, di cui le sue parole sono impregnate, molto più che i suoi pregi esteriori. Gionathan, così, trova in Davide un’anima con la quale è in armonia e fra di loro si forma immediatamente un legame d’affetto sincero e di comunione.
Dio aveva aiutato Gionathan, e questo poteva averlo indotto ad attribuire a se stesso qualche forza: ma quando vede ed ascolta Davide, realizza subito di non essere nulla. Ciò che possiede è utile solo per essere offerto in omaggio al vincitore; egli si spoglia di ciò che possiede per onorare Davide, che, ai suoi occhi, è il solo ad esserne degno. A lui vanno le vesti di Gionathan, segno della sua dignità reale; a lui la sua spada, strumento delle sue vittorie: a lui l’arco e la cintura della sua forza, poiché ogni forza appartiene ormai al figlio d’Isai (v. 4)!
Non soltanto Gionathan gli dà tutto. ma “l’amò come l’anima sua” (v. 1). Non sono più in gioco la forza e il coraggio, ma delle affezioni sincere attirate dal carattere perfetto dell’unto dell’Eterno. Questo amore di Gionathan è corrisposto dal suo amico: “Tu m’eri sommamente caro” (2 Samuele 1:26) griderà Davide nel cordoglio del suo cuore, quando riceverà la notizia della morte di Gionathan.
Saul crede di avere tutti i diritti su Davide perché “non permise più ch’ei se ne tornasse a casa di suo padre” (v. 2); mentre Gionathan, che ha l’intelligenza di un uomo di fede, fa alleanza con Davide (v. 3). cerca la sua protezione e riconosce che non vi è sicurezza che presso di lui.
La fede è alla base dell’amore di Gionathan; e lo dimostra riconoscendo Davide come il vero re.
Il seguito di questo capitolo ci presenta i progressi di Davide e di Saul, progressi nel bene per Davide, e nel male per Saul. Un sentimento d’invidia non represso inevitabilmente ne fa nascere altri: è sufficiente che la zizzania sia seminata dal nemico nel cuore malvagio dell’uomo, perché essa cresca poi da sé e finisca per invadere tutto l’essere. “Saul n’ebbe sdegno fortissimo;… e disse: Ne danno diecimila a Davide, e a me non ne dan che mille! Non gli manca più che il regno” (v. 8). Non c’è ancora la rabbia contro Davide, ma contro l’opinione degli uomini che eleva Davide abbassando lui; e pensare che in quello stesso momento Gionathan sacrifica tutto per il suo caro amico! Il fatto è che la carne non sopporta mai di essere niente, nemmeno alla presenza di Cristo!
“Saul, da quel giorno in poi, guardò Davide di mal occhio” (v. 9). I veri sentimenti del suo cuore si mostrano il giorno dopo; il cattivo spirito lo investe. Quand’era fra i profeti, aveva saputo incutere rispetto, come uno che è sotto la dipendenza dello Spirito di Dio; ma quando è abbandonato a Satana, vengono subito messi in luce i frutti del suo malvagio cuore; e quest’uomo che “era fuori di sé in mezzo alla casa… aveva in mano la sua lancia; e la scagliò dicendo: Inchioderò Davide al muro” (v. 10-11).
Al v. 12 vediamo che Saul ha paura di Davide e, non potendo sopportare la sua presenza, “lo allontanò da sé” pur dandogli un onore apparente, poiché lo stabilisce “capitano di mille uomini”. Quest’onore toglie Davide dalla sua presenza, ed è ciò che desidera; ma lui è ora in preda a tutte le suggestioni dell’orgoglio e dell’odio, ed è senza freno non avendo più vicino a sé il suo servitore, modello di umiltà e di grazia. Povero Saul! Si priva volontariamente della sola persona che possa calmarlo ed essergli
una difesa contro gli assalti di Satana.
Ben presto il re, già omicida nel suo cuore e nella realtà (v. 11), cerca, in modo insidioso, di sbarazzarsi dell’oggetto del suo odio. Promette la figlia maggiore Merab a Davide, ma non è che apparenza. “Combatti le battaglie dell’Eterno”, gli dice, pieno di rispetto esteriore, mentre in fondo bolle l’odio e il desiderio che “la mano de’ Filistei” lo colpisca (v. 17).
Mical, seconda figlia di Saul, ama Davide. Saul dice fra sé: “Gliela darò, perché sia per lui un’insidia ed egli cada sotto la mano de Filistei” (v. 21). Nel suo pensiero, questa unione è un nuovo mezzo per sbarazzarsi del suo futuro genero. Dissimula e comanda ai suoi servitori di parlare in confidenza a Davide dicendo: “Ecco, tu sei in grazia del re, e tutti i suoi servi ti amano” (v. 22). Finge di avere dei buoni sentimenti per spingere, in modo sicuro, il figlio d’Isai alla morte, per mano dei Filistei.
La grande umiltà di Davide, davanti alle offerte del re, come si vede al v. 18. non fa altro che suscitare in Saul il desiderio di escogitare altri malvagi disegni. Mai l’odio e l’orgoglio dell’uomo potranno capire l’umiltà e l’amore di un figlio di Dio, come non capirono l’umiltà e l’amore di Cristo.
Davide riporta la vittoria e accetta per moglie la figlia del re; per averla, gli avevano chiesto in cambio la distruzione dei nemici dell’Eterno; ora, le astuzie del suo avversario sono definitivamente sventate! Ma la paura di Saul aumenta, e il suo odio diventa una inimicizia costante: “E Saul continuò più che mai a temere Davide, e gli fu sempre nemico” (v. 29).
In questo periodo, constatiamo i progressi di Davide in tutto e in ogni direzione: “Davide andava e riusciva bene dovunque Saul lo mandava… egli era gradito a tutto il popolo, anche ai servi di Saul” (v. 5). “L’Eterno era con lui… ed egli andava e veniva alla testa del popolo. Or Davide riusciva bene in tutte le sue imprese e l’Eterno era con lui… tutto Israele e Giuda amavano Davide, perché “andava e veniva alla loro testa” (v. 12,16). Tutte queste qualità rendono Davide inevitabilmente molto stimato: ma non bisogna mai dimenticare che l’amore degli uomini ha molte motivazioni diverse, e che una sola di queste ha del valore agli occhi di Dio. Qui le “figlie d’Israele”, il popolo, i servitori di Saul, amano Davide per le sue liberazioni (Saul pure, a un dato momento (*) l’aveva amato poiché recava del sollievo ai suoi mali). Mical ama Davide con un amore carnale, secondo la natura, e questo non le impedisce di disprezzarlo alla prima occasione (2 Samuele 6:16). Ma Gionathan lo ama del solo vero, buono e durevole amore: lo ama come l’anima sua per ciò che Davide è in se stesso!
Davide prospera, dunque, più di tutti gli altri servi di Saul, e il suo nome diviene molto famoso (v. 30); bella immagine del Signore all’inizio del suo ministerio (Luca 4:15).
(*) Vedi cap. 16 vers. 21.
Capitolo 19
Saul attenta alla vita di Davide. Fuga di Davide
Come si è visto nel capitolo precedente, Saul ha usato dei modi indiretti per sbarazzarsi dell’unto dell’Eterno; qui vediamo che ordisce una vera cospirazione contro di lui: “Saul parlò a Gionathan, suo figliuolo, e a tutti i suoi servi di far morir Davide” (v. 1).
Gionathan pone dinanzi a suo Padre la grazia, parlandogli di ciò che Davide è e di ciò che ha fatto per lui a prezzo della propria vita, e ricordandogli che lui stesso, Saul, all’inizio se n’era rallegrato, dopo essere stato testimone di queste cose: “Tu l’hai veduto, e te ne sei rallegrato” (v. 5). Come l’operato di Davide è superiore a tutto ciò che Gionathan ha potuto fare per lui (ed egli ne è consapevole) amandolo come l’anima sua.
Saul ascolta la voce di Gionathan e giura: “Com’è vero che l’Eterno vive, egli non sarà fatto morire!” (v. 6). Presentando la grazia al cuore naturale dell’uomo, Dio permette che lo sviluppo del male subisca un arresto momentaneo, ma questo non è ancora la conversione. Il pensiero omicida di Saul è cambiato, è vero; però, non si pente. Si ricrede prende una nuova decisione davanti alle esortazioni di Gionathan, uomo di fede; ma non appena la prende, già dimostra di non essere in alcun modo libero nei suoi movimenti, di essere ormai nient’altro che un povero schiavo di Satana.
Davide, invece, non cambia: “Poi Gionathan ricondusse Davide da Saul, al servizio del quale egli rimase come prima” (v. 7). La grazia che gli ha fatto da guida fin qui rimane impressa in lui e nella sua condotta. Ma ecco che un nuovo trionfo di Davide risveglia il cattivo spirito che si è impadronito di Saul. Fin tanto che il credente non turba Satana con delle vittorie riportate su di lui, la sua ostilità resta come addormentata; ma alla prima vittoria il suo odio si sveglia. Lo vediamo qui, proprio quando il cattivo spirito sembra domato in lui grazie a Davide e alla sua grazia. Giunge allora il momento in cui tutto ciò che il credente può fare è di fuggire, come l’uccello sfugge alla rete dell’uccellatore. Adesso la morte di Davide è decretata, irrevocabilmente. Mical, che vuole bene a Davide con un affetto umano, gli viene in aiuto a suo modo; e Dio si serve proprio dei sentimenti umani per farla agire (v. 11, 17) in favore del marito.
Ma in questo brano veniamo a sapere che nella casa di Davide c’è un idolo domestico; certo, lui non gli rende culto, ma la sua presenza ci fa pensare ch’egli quanto meno lo sopportasse. L’idolo domestico (o terafim) non è un idolo vero e proprio (vedere Osea 3:4: Zaccaria 10:2; 1 Samuele 15:22,23; 2 Re 23:24; Ezechiele 21:26; Genesi 31: 19,30,32,35; Giudici 17: 3,5; 18: 17,18,20). L’idolo domestico è inferiore all’idolo; è una specie di piccola divinità che, nella superstizione d’allora, aveva come dominio la casa; era rivestito di una certa importanza tanto che, all’occasione, lo si poteva anche consultare. Ma simili superstizioni conducono presto ai veri idoli. Sovente il credente manca di energia per bandire dalla sua famiglia certe occasioni di caduta: ognuno di noi deve guardarsene seriamente anche quando, come Giacobbe (Gen. 31) e Davide, non attribuiamo ad esse alcuna influenza negativa sulla nostra vita. Evidentemente, l’idolo domestico è stato introdotto nella casa di Davide da Mical, la figlia di Saul, ma diventa un laccio anche per l’uomo di Dio.
Mical evita la collera di suo padre mostrandosi apparentemente nemica di Davide, dicendo di essere stata obbligata dalle sue minacce a lasciarlo scappare: “Lasciam andare, altrimenti t’ammazzo!” (v. 17). Ma quanto il suo cuore differisce da quello di Gionathan, che prendeva apertamente, mettendo a repentaglio se stesso, la difesa di colui che amava teneramente.
“Davide dunque fuggì, si pose in salvo, e venne da Samuele a Rama, e gli raccontò tutto quello che Saul li aveva fatto. Poi, egli e Samuele andarono a stare a Naioth” (v.18). Davide dice tutto a Samuele, rappresentante di Dio e profeta. Diventa il suo compagno, e abitano assieme. Tale è, per Davide, il risultato positivo della prova.
Questo ci porta a considerare i Salmi che ci parlano delle sofferenze di Davide. Forse tutti i nostri lettori sanno che i Salmi sono dei canti “profetici”, che descrivono le circostanze che il residuo credente d’Israele attraverserà negli ultimi giorni. Questo residuo sarà sostenuto nella tribolazione da Cristo, che è passato in grazia per delle circostanze analoghe, ma ben più terribili; il suo cammino d’obbedienza, di dipendenza, d’integrità, di santità e d’amore, non ha avuto altri risultati che la sua morte. È dunque naturale che Davide sia impiegato dallo Spirito per esprimere profeticamente i sentimenti del residuo e quelli di Cristo. La sua vita è, come abbiamo già costatato più volte, una figura sorprendente del Messia che doveva venire, ed è passato attraverso tutte le fasi del rigettamento, dell’umiliazione, della persecuzione che rappresentano le sofferenze del Salvatore. Diciamo questo per fare risaltare che i Salmi di Davide, che ci portano così in alto e così lontano nell’avvenire profetico, sono in primo luogo nati dalle sue esperienze personali. Inoltre, possiamo trovarvi un quadro fedele dello stato del cuore nella prova, i risultati prodotti dalla disciplina di Dio e le risorse che sono a disposizione del fedele quando la tribolazione s’abbatte su lui. È unicamente da questo punto di vista che considereremo, man mano che si svolgono gli avvenimenti della vita di Davide, i Salmi che vi si riferiscono.
Il racconto di questo capitolo ha la sua contropartita al Salmo 59, scritto “quando Saul mandò a guardargli la casa per ucciderlo”. Mentre gli inviati di Saul, uomini di sangue, uniti contro di lui, fanno di notte il giro della città, il cuore di Davide si rivolge con suppliche all’Eterno, aspettando da Lui la liberazione (v. 1,2), egli è certo che
Dio avrebbe usato grazia verso di lui (v. 10), poiché non è a motivo di “misfatto né peccato” che i nemici cercano di togliergli la vita, ma perché è fedele all’Eterno. Per il momento, non chiede che Dio distrugga i suoi nemici (v. 11), o che uccida Saul, perché il popolo di Davide non deve dimenticare queste cose. Bisogna che il re profano resti in piedi, fino a che la pazienza dell’unto dell’Eterno (di Davide) “compia appieno, l’opera Sua in lui” (Giac. 1:3); al momento opportuno Dio consumerà il nemico, per poter stabilire il regno del re “secondo il Suo cuore”.
Ci colpisce vedere quest’uomo di Dio, proprio nel momento in cui è circondato così da vicino e la sua vita così in pericolo, occupato unicamente del Signore, dei Suoi disegni e delle Sue liberazioni! Infatti, non mette in dubbio né l’amore di Dio, né la sua volontà di liberarlo: “Ma io canterò la tua potenza, e al mattino loderò ad alta voce la tua benignità” (v. 16). La fede può dire: “Al mattino”, quando i nemici “urlano come cani”, in quella angosciosa notte, tenendo d’occhio la sua casa e facendo il giro della città! Davide è sicuro della liberazione, perché conta su Dio; e può dire in quel momento così rischioso, anticipando la liberazione: “Tu sei stato per me un alto ricetto, un rifugio nel giorno della mia distretta” (v. 16).
Ritorniamo ora al nostro capitolo. Ai versetti 19-24 tutti gli sforzi di Saul contro Davide svaniscono: ma lo fa inseguire dai suoi messi. In presenza di Samuele, questi strumenti del nemico subiscono, contro la loro volontà, l’influenza dello Spirito di Dio e per mezzo d’esso profetizzano: per loro è un serio avvertimento, che non li converte né li salva. Saul stesso, e non è la prima volta nella sua vita, è obbligato a profetizzare per lo Spirito di Dio. A cap. 18:10 Saul era stato impossessato da un cattivo spirito. Ma Dio può parlare usando la stessa bocca che, in altri momenti, fu il portavoce di Satana; così ha fatto con Balaam e Caiafa (Num. 22-23-24, Giov. 11:49).
Questo dimostra che Dio, se lo ritiene buono, si serve di tutti; ma bisogna distinguere tra l’azione in potenza dello Spirito Santo e la sua azione vivificante.
La potenza può comunicare una grande conoscenza della Parola, e forse anche l’energia che utilizza questa conoscenza per altri; può operare dei miracoli, ma mai porta l’uomo a giudicarsi e ad afferrare Cristo come Colui che risponde ai nostri bisogni. Essa non dà né il pentimento, né la fede; c’è bisogno di un’opera dello Spirito ne cuore per raggiungere la coscienza, per dare il sentimento di peccato, e portare l’anima a Dio. Senza questo non c’è nuova vita. Il cuore di Saul e dei suoi messi non fu cambiato, ma Dio si impadronì dei loro spiriti per mezzo della profezia al fine di mettere a nudo la loro follia e di salvare Davide, il suo diletto.
Capitolo 20
Patto fra Davide e Gionathan.
“Davide fuggì a Naioth presso Rama, andò a trovare Gionathan, e gli disse: Che ho mai fatto? Qual è il mio delitto, qual è il mio peccato verso tuo padre, ch’egli vuole la mia vita?” (v. 1). Mentre l’uomo naturale deve udire da parte di Dio il terribile “Che hai tu fatto?” (indirizzato un tempo a Caino, Genesi 4: 10), il giusto “per la fede”, perseguitato senza motivo, può dire come Davide: “Che ho mai fatto?”. Ma vedremo che egli può parlare in questo momento della sua carriera; più tardi, sotto la persecuzione di suo figlio Absalom, non potrà più ripetere “Che ho mai fatto?”, Più tardi ancora, quando commetterà il grave peccato di fare il censimento del popolo, sarà obbligato, sotto il giudizio, a confessare: “Io ho gravemente peccato in questo che ho fatto” (2 Samuele 24:10). Tuttavia, in quest’ultima occasione, proprio mentre è disciplinato, ci è presentato come un tipo di Cristo per il fatto che si mette alla breccia per salvare il suo popolo, dicendo: “Son io che ho peccato; son io che ho agito iniquamente; ma queste pecore che hanno fatto?” (v. 17).
Uno solo potrà dire, parlando del Padre che l’ha mandato: “Io faccio del continuo le cose che gli piacciono”. Lui solo potrà ricevere all’ultimo momento della sua vita, dalla bocca di un brigante convertito, questa meravigliosa testimonianza: “Non ha fatto nulla di male” (Luca 23:41).
Davide, tipo così prezioso di Cristo, riceve pure lui questa testimonianza pubblica davanti a Saul dalla bocca di Gionathan: “Perché dovrebb’egli morire? Che ha fatto?” (v. 32). Quale privilegio per il credente di avere, per mezzo dello Spirito Santo, la possibilità di assomigliare al Signore in questo, come in molte altre cose. Per produrre questo frutto di giustizia, il Signore non ebbe però bisogno di disciplina come Davide o come noi. Tutte le sue afflizioni erano il frutto e la testimonianza della sua grazia verso noi, ma hanno anche fatto risaltare la perfezione assoluta che era in Lui, sia nella sua vita che nella sua morte. In Lui sia l’offerta della focaccia (Levitico 2), simbolo della sua perfetta umanità, che quella dell’olocausto (Levitico 1), figura di Cristo che muore per glorificare Dio in ubbidienza alla Sua volontà. facevano salire “un soave odore all’Eterno” senza nessun miscuglio.
Vediamo altre volte che alcuni dettagli del cammino di Davide rendono necessario l’intervento di Dio con la disciplina, e così è anche in questo periodo della sua vita in cui può dire: “Che ho mai fatto?”. Qui, al v. 6, c’è una mancanza di sincerità che, pur essendo comprensibile, è comunque condannabile, La “verità” in Davide è a un livello più basso della grazia. Era riservato alla Parola fatta carne di portare in questo mondo la grazia pura unita alla verità perfetta (Giovanni 1).
Davide, uomo di fede, conosce perfettamente il pericolo che corre per la sua fedeltà, e vede che vi è solo più un passo fra lui e la morte (v. 3); sa però che la sua unica risorsa è in Dio, Gionathan, invece, conta ancora sull’aiuto che crede di poter dare al suo amico (v. 2); ha ancora qualche fiducia nel carattere di suo padre e si augura che l’Eterno sia con Davide come è stato con Saul (v. 13). In realtà non ha un alto livello d’intelligenza spirituale né di conoscenza del cuore umano. È sempre così del credente quando, per mezzo di un qualunque legame, è unito al mondo. Gionathan non ha ancora capito che Dio ha rigettato Saul, anche se ripone tutta la sua fiducia in Davide, Non è forse certo della sua potenza futura e della sua benevolenza? Infatti, dice: “Non cesserai mai d’esser buono verso la mia casa, neppur quando l’Eterno avrà sterminato da sulla faccia della terra fino all’ultimo i nemici di Davide” (v. 15).
Gionathan dimentica se stesso, proclamando che il regno appartiene al suo amico; e quale momento sceglie per raccomandarsi a lui? Proprio il momento in cui Davide è fuggiasco con la vita in pericolo ad ogni istante! Così è anche di noi. Non abbiamo noi trovato in un Cristo rigettato il nostro protettore, il nostro rifugio e tutta la nostra speranza?
È bello vedere in Gionathan questa assenza di egoismo di fronte a colui che sta per ereditare tutti i diritti che spetterebbero a lui in quanto figlio di Saul! Il fatto è che Gionathan ama Davide come l’anima sua e fin dall’inizio gli ha dato forza, autorità, regno, insomma ogni cosa. Saul dice: “Fino a tanto che il figliuolo d’Isar avrà vita sulla terra, non vi sarà stabilità né per te né per il tuo regno” (v. 31); per lui, stabilire sul trono il proprio figlio conta assai più di tutte le glorie di Davide. Per lui è un disonore essere con il vero re: “Non lo so io forse che tieni le parti del figliuolo d’Isai, a tua vergogna ed a vergogna del seno di tua madre? (v. 30). Tali parole feriscono Gionathan nel cuore; egli freme nel suo spirito per l’oltraggio ricevuto, ma è afflitto non per l’ingiuria fatta a lui e a sua madre, ma “per l’onta che suo padre aveva fatta a Davide” (v. 34). Gionathan ama Davide, disonorato e maledetto da Saul, con lo stesso ardore con il quale lo aveva amato un tempo nello splendore della sua giovinezza e della sua vittoria.
In questo momento di estrema tensione, Gionathan viene in aiuto a Davide. In uno degli ultimi colloqui, fra i più commoventi, “si baciarono l’un l’altro e piansero assieme; Davide soprattutto diè in pianto dirotto” (v. 41).
Quanto ci attira il carattere amabile e simpatico di Gionathan! Eppure, una cosa gli manca, una sola: non ha abbastanza fede per seguire un re rigettato. La sua posizione, è vero, rende un tale passo molto difficile, ma, per la fede, le difficoltà non dovrebbero contare. Gionathan avrebbe potuto condividere le afflizioni di Davide in modo reale e pratico oltre che con il cuore; e perché non volle farlo, dovrà condividere, più tardi, la tragica sconfitta e la rovina di suo padre.
Capitolo 21
Fuga di Davide a Nob e a Gath
Nel capitolo precedente, Davide non si è mostrato all’altezza del suo nobile carattere. La stessa cosa accade qui, poiché mente ad Ahimelec, e presso Akis gioca d’astuzia: questo certamente lo disonora. Però a Nob (v. 1-6) ci offre uno degli aspetti più importanti del Messia rigettato. Questo fatto è riportato in Matteo 12:1-8, Marco 2-23-28 e Luca 6:1-5.
Nel primo di questi passi, il Signore, dopo aver proclamato (11:28-30) che il vero riposo si trova solo in lui, lascia i suoi discepoli liberi di compiere un atto permesso dalla legge (Deuteronomio 23:25), ma che, agli occhi dei Farisei, è una violazione e una profanazione del sabato.
Lo stesso è avvenuto a Davide, nel paese di Nob; quel giorno era un sabato, il giorno in cui si cambiano i pani di propiziazione (Levitico 24:8). Perché il Signore agisce egli pure in questo modo? Perché, come Davide, anch’Egli è rigettato da quello stesso popolo che il sistema legale, ordinato da Dio, non aveva portato a riconoscere il suo Messia. Il sabato, segno dell’alleanza fra Dio e il suo popolo, è dunque violato poiché il popolo rigetta il suo Dio. Non vi è dunque più riposo sotto l’antico sistema legale. Il Padre è ormai obbligato a lavorare di nuovo, e anche il Figlio lavora. Il sabato dell’uomo ha preso fine, e la reiezione di Dio, nella persona del suo Figlio, ha per conseguenza la fine del sistema legale dei Giudei e il diritto del Figliuol dell’uomo d’usare del sabato come vuole e di introdurre un nuovo sistema nel quale Egli associa a sé i suoi discepoli e tutti quelli che lo amano. Essendo Cristo rigettato, come lo è qui Davide, non c’è più riposo in questo mondo per la creatura, non c’è più alcun sabato; ma c’è un riposo fuori dal mondo, fondato sull’opera della redenzione, che si può possedere per mezzo della conoscenza del Signore Gesù e della fede in lui.
Un secondo fatto si abbina al rigettamento di Davide. Egli si fa dare da Ahimelec i pani di propiziazione che solo i sacerdoti possono mangiare, una volta tolti dalla tavola. Il pane, uscito dalla presenza di Dio, è un pane comune. Di fronte al rifiuto del vero re da parte del popolo, quale valore possono avere agli occhi di Dio i pani di propiziazione che rappresentavano per Dio il vero Israele in Cristo? Inoltre, quei pani dovevano essere sostituiti da pani nuovi, figura di un nuovo Israele fondato su Cristo, secondo il cuore di Dio. Davide può dunque considerare questo pane come non sacro. La sovrana grazia si eleva al disopra degli ordinamenti legali, poiché è più importante nutrire Davide e i suoi che serbare ciò che è ormai invecchiato.
Davide chiede un’arma; Ahimelec non ha altro che la spada di Goliath, con la quale Davide aveva tagliato la testa al gigante. Lo strumento della vittoria di Davide è custodito dietro all’efod, avvolto in un panno, tenuto con cura e messo in un posto d’onore, sotto gli occhi stessi di Dio, Ed è pure così che il testimone della vittoria di Cristo, “la morte”, con la quale Egli ha vinto il principe della morte, è stata portata come memoriale nel luogo santissimo dove Gesù è entrato con il proprio sangue. Davide dice: “Nessuna è pari a quella” (v, 9), Non dimentichiamo che Davide, che è soprattutto il tipo di Cristo, è anche, nelle stesse occasioni, il tipo dei credenti. Come Davide, anche noi partiamo senza armi contro il Nemico, poiché una sola ci è sufficiente: la morte di Cristo e la nostra morte con lui. La troviamo nel santuario: non ve n’è altra simile, Satana non può nulla contro l’arma che lo ha vinto!
Armato in questo modo, Davide si reca da Akis re di Gath (v. 10-15). Perché dunque è colto dalla paura dinanzi a lui? Il motivo è che si fa guidare dalla sua saggezza naturale e non dall’Eterno. Come per Abrahamo l’Egitto, così per Davide la Filistia non avrebbe dovuto essere un rifugio. Pensando in questo modo di fuggire da Saul, in realtà lascia un nemico per sceglierne un altro, e non trova che disonore e disprezzo.
Ma è molto consolante considerare, nei due Salmi che sono in rapporto con questo momento della sua storia, le esperienze che Davide ha fatto e di cui il racconto storico non ci parla.
Il Salmo 56 fu composto “quando i Filistei lo presero a Gat”(*). Il cedimento della sua fede lo porta a rifugiar si presso i nemici d’Israele. E chi trova? Uomini che, invece di aiutarlo, lo trattano da nemico (v. 11).
(*) Non bisogna pensare che solo i Salmi di Davide che hanno una sopra-scritta siano usciti dalle esperienze del re-profeta nei diversi avvenimenti della sua vita. Al contrario, ma ci atterremo ai fatti che la Parola ispirata ci segnala particolarmente. Sovente in altri Salmi possiamo distinguere in alcune circostanze della vita di Davide il punto di partenza del canto ispirato.
Così Davide, che per una paura proveniente dalla carne aveva deciso di fuggire lontano da Saul, impara adesso che cos’è la carne: lui che, per un’eccessiva fiducia nell’uomo, si è recato da Akis, impara adesso che cos’è l’uomo. Presso di lui non trova che pericoli e minacce. I suoi nemici si riuniscono, si nascondono, controllano i suoi passi e spiano la sua anima, torcono le sue parole, avendo i loro pensieri volti a fargli del male (Salmo 56:5). Ma gli rimane Dio; e Davide ha imparato ad affidarsi completamente a Lui.
“Nel giorno in cui temerò, io confiderò in te (v. 3). È la grande lezione che l’Eterno gli insegna. Se Dio è per lui, cosa gli può fare il mortale? “In Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?” (v. 4). Cosa gli farà l’uomo? “In Dio confido e non temerò: che mi può far l’uomo?” (v. 11). Adesso, liberato dalla morte, egli desidera essere protetto per non inciampare più in futuro. Niente rende saldo il nostro cammino come la prova, la disciplina e le esperienze ad esse collegate: “Poiché tu hai riscosso l’anima mia dalla morte, hai guardato i miei piedi da caduta, ond’io cammini, al cospetto di Dio, nella luce de’ viventi” (v. 13)
Il Salmo 34 fu composto da “Davide, quando si finse insensato davanti ad Ahimelec (*) e, cacciato da lui, se ne andò”. Questo Salmo celebra le tenere cure dell’Eterno verso il credente nella prova, ed esprime la fiducia di Davide in Dio che ha preso in mano la sua causa. Davide, cercando soccorso presso Akis, si è appoggiato su una canna rotta.
(*) Titolo dei re dei Filistei (Conf, Genesi 20:2)
Adesso, istruito da Dio, può dire: “Io ho cercato l’Eterno, ed egli m’ha risposto e m’ha liberato da tutti i miei spaventi” (Salmo 34:4). “Quest’afflitto ha gridato e l’Eterno l’ha esaudito e l’ha salvato da tutte le sue distrette” (v. 6). Finalmente ha imparato la lezione che Dio gli ha insegnato con la disciplina. E questa nuova esperienza lo rende capace di incoraggiare gli altri: “Gustate e vedete quanto l’Eterno è buono! Beato l’uomo che confida in lui” (v. 8). Ma Davide ha anche imparato con l’esperienza che né l’astuzia né la falsità possono procurare del bene: “Qual è l’uomo che prenda piacere nella vita, ed ami lunghezza di giorni per goder del bene? Guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dal parlar con frode”(v. 12.13)
L’esperienza di Davide alla corte di Akis è stata profondamente umiliante, poiché la dignità che Dio gli aveva conferita è compromessa dalla sua condotta.
Di questo se ne addolora, ma per mezzo della disciplina ha ora imparato a conoscersi e a conoscere l’Eterno in maniera più intima; cosa può desiderare di più? “L’Eterno è vicino a quelli che hanno il cuore rotto” (v. 18).
È così che l’anima di quest’uomo di Dio esprime, nei suoi canti profetici, le proprie esperienze, fatte attraverso le afflizioni, e la disciplina che le erano necessarie.
Capitolo 22
Davide ad Adullam e nel paese di Moab. Saul fa uccidere i sacerdoti e gli abitanti di Nob
“Or Davide si partì di là e si rifugiò nella spelonca di Adullam” (v. 1). E qui i compone il bel Salmo 142, che esprime i sentimenti di cui la sua anima è ripiena nella più grande solitudine. “Non vè alcuno che mi riconosca. Ogni rifugio m’è venuto a mancare, non v’è alcuno che abbia cura dell’anima mia” (v. 4). “Sulla via per la quale io cammino, essi hanno nascosto un laccio per me” (v. 3); e pensare che Saul audacemente osa accusarlo dicendo: “Il mio figliuolo ha sollevato contro me il mio servo perché mi tenda insidie come fa oggi” (22:8). Ma Davide trova un rifugio sicuro per l’anima sua proprio perché ogni soccorso umano gli è venuto a mancare: “Io grido a te, o Eterno, Io dico: Tu sei il mio rifugio” (v. 5); e può contare sul Dio d’Israele per essere liberato dai suoi persecutori che sono più forti di lui (v. 6). Davide non rimpiangerà mai di essersi trovato in situazioni così estreme e abbandonato da tutti, poiché è qui che la sua anima conosce ed apprezza il sovrano rifugio che si trova in Dio. Il Salmo termina con la sicurezza che il tempo del suo abbandono e della sua solitudine avrà fine: “I giusti” dice “trionferanno meco” (v. 7).
Dopo questo sfogo del suo cuore, Davide riceve, nella stessa spelonca d’Adullam, la risposta dell’Eterno come frutto della sua fiducia: non è più solo! “I suoi fratelli e tutta la famiglia di suo padre lo seppero e scesero quivi per unirsi a lui” (v. 1). Davide, figura di Cristo rigettato, diventa un centro di attrazione per i suoi fratelli. La sua famiglia e tutti coloro che sono della sua stirpe, si riuniscono attorno a lui: e sono per Davide, come per Cristo, “la gente onorevole”. Essi riconoscono in lui l’unto dell’Eterno, colui per mezzo del quale il Signore vuole salvare il suo popolo, lo strumento della grazia di Dio in Israele: sanno di non poter ricevere dal mondo altro che disprezzo e persecuzione, così come il loro capo-famiglia; la loro sola risorsa è rifugiarsi presso colui che, a vista umana, è egli pure senza risorse.
Ma un’altra classe di persone si rifugia presso Davide nella spelonca d’ Adullam: “E tutti quelli ch’erano in angustie, che avean dei debiti o che erano scontenti. Si radunaron presso di lui, ed egli divenne loro capo” (v. 2). Nessun legame di famiglia li unisce a lui. Ciò che li accomuna è che hanno perso tutto. Gli uni sono “nelle angustie”, non sapendo da quale parte volgersi; altri “avevano dei debiti” che non potevano saldare; altri infine “erano scontenti”, a causa dalla situazione in Israele. Questi trovarono presso Davide un rifugio sicuro, come lo trovano oggi presso ad un Cristo rigettato tutti quelli che “travagliati ed aggravati” vanno a Lui. Ma trovarono di più ancora: Davide è capace di trasformare ora i più miserabili del popolo alla sua immagine; il riflesso della sua bellezza morale splende su coloro che non hanno nient’altro da portargli che la loro miseria. Nella buia spelonca d’ Adullam, la luce che risplende in Davide è sparsa su questi quattrocento uomini che lo attorniano. Ciò che la grazia ha fatto di loro, nel tempo della tribolazione, sarà riconosciuto da tutti e acclamato da tutte le bocche, nel giorno ormai prossimo della gloria. Tutta quella gente fuorilegge attornierà il trono del re e sarà chiamata: “I valorosi guerrieri che furono al servizio di Davide” (2 Samuele 23:8).
Ma non sono tutte qui le risorse che la spelonca d’Adullam elargisce ai compagni del figlio d’Isai: il profeta Gad (v. 5), il portatore della parola e della testimonianza di Dio, è con lui. La rivelazione dei pensieri di Dio non è più alla corte e nel popolo di Saul, ma si è rifugiata qui.
Il plurimo omicidio del re contro i profeti di Nob spinge Abiathar, il sacerdote, a rifugiarsi presso Davide (v. 20); più tardi si recherà da lui portando l’efod con sé (23:6). Così anche l’efod, il mezzo per avvicinarsi a Dio, consultarlo in ogni tempo, ed entrare in comunicazione con Lui, è il beato privilegio di queste persone senza prestigio che il mondo disprezza.
Caro lettore, ti sei rifugiato presso un Cristo rigettato? Lo si fa solo quando si è agli estremi e si perde ogni speranza in se stessi. Il mondo ti disprezzerà. Nondimeno, nulla ti mancherà. La presenza del Signore Gesù sentita e gustata dall’anima, i tesori della sua Parola conosciuti e messi a tua disposizione, il mezzo per avvicinarsi a Dio, fornito dal sacerdozio di Cristo che ti mette in comunione con Lui: ecco i molteplici benefici che il nostro divino Davide, Cristo Gesù, elargisce nel tempo in cui è rigettato! Al Signore non resta altro che manifestarsi in gloria agli occhi di tutti, poiché già fin d’ora è il centro della sua Chiesa, anche se fosse composta solo, come qui da quattrocento fedeli riuniti intorno a Lui.
Al v. 5, Davide ubbidisce alla parola di Gad: “Non stare più in questa fortezza; parti, e recati nel paese di Giuda” (v. 5). Eccolo, dunque, sul territorio del nemico, ma cos’ha da temere e cosa può fargli Saul? L’Eterno è con lui. Cosa importa se agisce, a giudizio umano, da imprudente? Dio ha delle vie di grazia e di benedizione in ciò che comanda: il nostro compito è ubbidire.
Saul convoca Ahimelec e accusa Davide di aver congiurato contro di lui e di avergli teso delle insidie (v. 7, 8, 13). Ahimelec, con nobile franchezza, dice apertamente la verità e rende testimonianza a Davide: chi è pari a lui? “Fedele… genero del re pronto al tuo comando e onorato nella tua casa” (v. 14). Non è una parola d’oltraggio verso Saul, ma è una severa lezione per lui. La delicatezza dei suoi sentimenti impedisce ad Ahimelec di menzionare la bugia con la quale Davide si è fatto dare il pane e la spada, bugia che lo avrebbe compromesso agli occhi del re. Ma in fondo è proprio quella bugia che causa la rovina del sacerdote e di tutta la sua casa. Davide se ne rende conto, quando dice ad Abiathar: “Io son causa della morte di tutte le persone della famiglia di tuo padre” (v. 22); e giudica se stesso. Ma, nello stesso tempo, diventa il tipo di Colui che è la salvaguardia dei fedeli: “Resta con me, non temere, chi cerca la mia vita cerca la tua; con me sarai al sicuro” (v. 23). È un grande compenso, per Abiathar, a ciò che egli stesso e la casa di suo padre hanno dovuto soffrire per favorire l’unto dell’Eterno.
È qui che si pone il Salmo 52. Davide ha saputo che Doeg l’Edomita era andato a riferire a Saul che Davide era entrato in casa di Ahimelec; e preannuncia anche il giudizio senza pietà dell’Edomita, nemico giurato d’Israele.
Ma questo non cancella la fiducia e la certezza dell’uomo di Dio: anzi, sullo sfondo tetro di questa malvagità, emerge in tutto il suo splendore la beata parte del credente: “Ma io sono come un ulivo verdeggiante nella casa di Dio: io confido nella benignità di Dio in sempiterno. Io ti celebrerò del continuo per quel che tu avrai operato, e, nel cospetto dei tuoi fedeli, spererò nel tuo nome, perch’esso è buono” (v. 8-9).
Capitolo 23
Davide a Keila e nei deserti di Zife e di Maon
I Filistei fanno guerra a Keila. Davide potrebbe non intervenire, e lasciare a Saul il compito di soccorrerli, ma un tale comportamento non si addice a un uomo di Dio.
Così, Davide, respinto da tutti, diventa qui un salvatore per Israele.
Davide si prepara alla guerra, ma prima vuole consultare l’Eterno; come fare, dal momento che Abiathar non è ancora sceso con l’efod (un mezzo ordinato da Dio per consultarlo)? Le risorse esteriori possono mancare, ma mai sarà chiuso l’accesso a Dio: esso è libero e largamente aperto a tutti i suoi fedeli. Davide, allora, parla con Dio come con un amico. Pieno di condiscendenza, l’Eterno risponde e, cosa sorprendente, in un modo più intimo e dettagliato di quando era stato consultato con l’efod. Dio riempie di fiducia e di sicurezza il cuore di chi lo ama. Qualsiasi cosa dicano i suoi compagni (v. 3), Davide, fiducioso nella parola di Dio. non si ferma dinanzi ai loro timori, e combatte in favore del popolo d’Israele, anche se esso è uno strumento in mano del suo peggiore nemico, Saul.
È così pure della salvezza in Cristo, compiuta per noi quando eravamo nemici di Dio (Rom. 5:10).
Qui troviamo la stessa verità già intravista nella storia di Gionathan: il combattimento della fede si svolge al di fuori del sistema religioso degli uomini, che non potrebbero far altro che ostacolarlo. Saul, nelle rare occasioni in cui consulta l’Eterno, non riceve risposta, o la riceve per mezzo della sorte la quale pronuncia un giudizio su tutta la sua condotta (14:40). Davide, invece, anche senza il soccorso esterno degli ordinamenti divini, s’intrattiene direttamente con il suo Dio e gli parla a tu per tu.
Da allora vediamo Davide braccato, inseguito, tradito: si nasconde nelle caverne, nelle foreste; è in pericolo nelle città: si rifugia nei luoghi fortificati, erra sulle montagne e sulle colline; abita i deserti di Giuda, di Zif, di Maon, di Paran, non avendo un luogo “dove posare il capo”.
Davide va dunque a Keila. Saul, nel suo atroce accecamento, dice: “Iddio lo dà nelle mie mani” (v. 7); proprio lui che ha udito la solenne parola di Samuele: “Giacché tu hai rigettato la parola dell’Eterno, anch’egli ti rigetta come re” (15:23). Che indurimento di cuore! Il persecutore del “diletto di Dio” crede di conoscere Dio e di averlo dalla sua parte, mentre, in realtà, non conosce il Dio di Israele come non conosce se stesso. Il Salmo 2:4 dice: “Colui che siede ne’ cieli ne riderà: il Signore Si befferà di loro”, La Parola risponde qui con una giusta ironia: “Dio non glielo dette nelle mani” (v. 14).
Quando l’efod arriva (v. 6), Dio risponde per mezzo d’esso, e Davide riceve delle direttive sufficienti. È bello vedere che qui egli prende il carattere di servitore; lui, a cui appartiene il regno, rivendica davanti a Dio la condizione più umile: “O Eterno, Dio d’Israele, il tuo servo ha sentito”; ” Saul scenderà egli come il tuo servo ha sentito dire?”; “O Eterno, Dio di Israele, deh! fallo sapere al tuo servo!” (v. 10, 11). Non è in questo una bella figura di Cristo che, sapendo che il Padre gli ha messo tutte le cose nelle mani, viene, non per essere servito, ma per servire il Padre e i suoi?
Nel deserto di Zif, Davide riceve la visita di Gionathan (v. 16-18). che in molte occasioni aveva dimostrato, come abbiamo visto, quanto Davide gli fosse caro. Lo ha avvertito del pericolo che correva (19:2); ha parlato bene di lui a Saul (19:4); ha fatto alleanza con lui, riconoscendo i suoi diritti al regno (20:12-17); ha sopportato i suoi stessi oltraggi e sofferto per lui (20:34); cosa gli rimane dunque da fare? Una visita a Davide per rinnovargli la sincerità della sua affezione? No. C’è sempre, nella vita di un uomo di fede, un momento critico, in cui è obbligato a rompere i suoi legami con il vecchio sistema secondo la carne che è fra le mani del nemico e che Dio sta per giudicare. Oggi è così della cristianità, proprio com’era del mondo politico e religioso di Saul. Ciò che è legato con il sistema cadrà con esso e ne sarà coinvolto. Benché ami Davide, Gionathan vive in quest’ordine di cose invecchiate. stabilite intorno al re secondo la carne e che stanno per sparire. Cosa c’è altro da fare, se non abbandonare questo re che scatena un’opposizione all’unto dell’Eterno così carica di odio? Bisogna che Gionathan rompa i legami con la corte di suo padre e prenda posto presso a Davide, con gli emarginati di Adullam, anche se è umiliante per un figlio di re; bisogna che resti a Zif con Davide, prendendo non il secondo posto dopo di lui (v. 17) ma, come Abigail, quello di servo dei servi del suo Signore. Ahimé! Gionathan ha una posizione da mantenere e, mentre Davide torna a nascondersi nei boschi, Gionathan se ne va a casa sua (v. 18)!
Ciononostante, Dio gli accorda il bel privilegio d’incoraggiare Davide nel suo cammino. “Gionathan – è detto – fortificò la sua fiducia in Dio” (v. 16). In più egli per Davide un messaggero della parola profetica: “Non temere, poiché Saul, mio padre, non riuscirà a metterti le mani addosso: tu regnerai sopra Israele”. Però aggiunge: “E io sarò il secondo dopo di te” (v. 17). Quando si tratta di se stesso, perde completamente la visione profetica, e ciò è in accordo con lo stato non del tutto retto della sua anima.
Gli abitanti di Keila avrebbero voluto tradire Davide; quelli di Zif lo tradiscono effettivamente e fanno parte a Saul dei loro malvagi disegni. Il medesimo atteggiamento lo troviamo nel cuore del re, che si serve del nome dell’Eterno per coprire la sua iniquità: “Siate benedetti dall’Eterno, voi che avete pietà di me!” (v. 21); e parlando di Davide: “Mi si dice ch’egli è molto astuto” (v. 22). E pensare che l’Eterno, che Davide consulta, lo mette in guardia dai tranelli del suo nemico! Questa parola “molto astuto” è un oltraggio diretto all’Eterno: ma Saul non se ne rende conto!
È qui che viene composto il Salmo 54, “quando gli Zifei vennero a dire a Saul: Davide non si tiene egli nascosto fra noi?”. Al contrario di Saul che invoca il nome dell’”Eterno”, Davide rigettato dal suo popolo, senza legame apparente con l’Eterno, fa appello al nome di “Dio”: “O Dio, salvami per il tuo nome, e fammi giustizia per la tua potenza” (v. 1). Questa è la risorsa dell’anima sua, Egli dice: “Degli stranieri (gli Zifei) si sono levati contro a me”, “de’ violenti (Saul e le sue truppe) cercano l’anima mia”; e anche invocando il nome dell’Eterno “non tengono Iddio presente innanzi a loro” (v. 3). Ma questo Dio che essi non conoscono è il sostegno di Davide (v. 4), e quando i suoi nemici saranno distrutti ed egli sarà liberato da tutte le sue distrette, sarà lui che potrà celebrare il nome dell’Eterno, del Dio d’Israele, col quale le relazioni del suo popolo saranno ristabilite.
Nel deserto di Maon, Davide è allo stremo: ma la nullità dell’uomo è l’occasione di Dio! Egli guida gli avvenimenti e conta le ore, i minuti, i secondi. Tutti i nostri movimenti sono nella sua mano. All’ultimo momento, un messaggero viene ad annunziare a Saul l’attacco dei Filistei (v. 27), e il re abbandona l’inseguimento. È così che il nostro Dio si dimostra superiore alle difficoltà che sembrano doverci inghiottire.
Il Salmo 63 è un magnifico esempio delle esperienze intime dell’anima di Davide “quand’era nel deserto di Giuda”. Egli descrive questo deserto come un luogo desolato, perché si ricorda del santuario dove ha contemplato Dio; se ha sete, ha sete di Dio, e desidera che la forza e la gloria del luogo santo lo accompagnino nel deserto e si manifestino nella sua vita quaggiù.
Il deserto lo spinge verso Dio e gli fa desiderare che Dio mostri il suo carattere nelle circostanze difficili che attraversa. Dio risponde alla sua richiesta mostrandogli la sua bontà. La sua bontà è la sua gloria. Davide la trova più preziosa della sua stessa vita preservata dalla potenza di Dio dalle insidie di Saul; e questa potenza lo sosterrà ancora: “La tua destra mi sostiene” (v. 8).
Il risultato di questa più profonda conoscenza di Dio nel deserto è che l’anima di Davide s’attacca a lui per seguirlo (v. 8). Il cuore si è legato più intimamente, più praticamente al suo Dio, per mezzo delle esperienze del deserto. Saul sarà dato in balia della spada (v. 10), mentre il vero re, l’unto dell’Eterno, ha davanti a sé la gioia in Dio, nel giorno in cui ogni bocca sarà chiusa; quella gioia Davide la gusta già nel deserto (v. 5-7), è l’anima sua ne è saziata.
Capitolo 24
Davide nella spelonca di En-Ghedi
Saul, di ritorno dalla battaglia contro i Filistei, raduna tremila uomini scelti per andare a prendere Davide. E coinvolge così, in un medesimo inseguimento, i nemici d’Israele e il suo “salvatore”! Uno zelo esteriore per la salvaguardia del popolo di Dio può ben allearsi con un vero odio per Cristo.
Saul entra nella caverna situata presso “i parchi delle pecore” per fare i suoi bisogni. In fondo alla caverna, con la sua piccola truppa, vi è Davide che Saul considera, a torto, suo nemico. È il momento in cui la provvidenza di Dio dà Saul, senza difesa, nelle mani di Davide? I suoi compagni concludono, nella loro ignoranza, che sia Dio stesso a fornire al loro signore l’occasione di vendicarsi, ma l’intelligenza spirituale di Davide non lo fa cadere in errore. Il suo carattere, come re rigettato, è la grazia e non il giudizio, come per Cristo; e la provvidenza divina offre qui alla grazia un’eccellente occasione per manifestarsi.
Davide ha un altro motivo, oltre la grazia, per non usare la spada: finché Dio stesso non esegue la sentenza pronunciata contro Saul, questi porta ancora il titolo di “unto dell’Eterno”. Qualunque sia il male commesso, non si ha il diritto di distruggere ciò che Dio lascia sussistere. Senza dubbio, vi deve essere separazione completa fra noi e il male, ma non siamo chiamati a mettere un termine alla lunga pazienza di Dio. Un cristiano spirituale riconosce anche se nemiche e apostate, le autorità che Dio ha stabilito, e lascia a Dio il compito e il momento d’eseguire la sentenza contro ad esse. Le circostanze provvidenziali non sono ordinate per regolare la nostra condotta, ma per mettere la nostra fede alla prova. Fu così per Mosè alla morte del faraone, alla corte d’Egitto dove la provvidenza di Dio lo aveva posto; doveva da ciò dedurre che l’Eterno voleva che rimanesse lì? No; quando giunse il momento rifiutò di rimanere a corte e lasciò l’Egitto, non temendo l’ira del re (Ebrei 11). Era la fede che lo guidava e non le vie provvidenziali di Dio.
Davide taglia il lembo del mantello di Saul, un “pegno” destinato a mettere in evidenza, davanti al nemico la grazia che lo ha risparmiato. Il cuore (non la coscienza) di Davide lo riprende anche in questo atto (v. 6), poiché esteriormente ha mancato di rispetto all’unto dell’Eterno, benché sia stato pieno di grazia verso di lui.
“E colle sue parole Davide frenò la sua gente, e non le permise di gettarsi su Saul (v. 8). I suoi compagni sono istruiti da lui e dal suo esempio, ed è così che il carattere di Davide si riflette su tutti coloro che lo circondano e che lo hanno riconosciuto come capo.
Questo lembo di mantello tagliato serve a rivendicare agli occhi di Saul, il nobile carattere del suo servo Davide che egli ha misconosciuto, e ad aprirgli gli occhi sul suo proprio stato: “Se io t’ho tagliato il lembo del mantello e non t’ho ucciso, puoi da questo veder chiaro che non v’è nella mia condotta né malvagità né ribellione, e che io non ho peccato contro di te, mentre tu mi tendi insidie per togliermi la vita!” (v. 12). Dio chiama sovente i peccatori in questo modo, per mezzo di circostanze nelle quali la sua grazia li ha preservati, mettendo in evidenza, ai loro propri occhi, che il loro stato avrebbe meritato il giudizio. Ma se dopo questo il cuore s’indurisce, il peccatore deve sapere che il giudizio non si farà aspettare; “L’Eterno sia giudice fra me e te, e l’Eterno mi vendichi di te” (v. 13)
Qui è messo in luce un bel carattere dell’uomo di Dio Davide si considera meno di Saul, meno di niente: “Contro chi è uscito il re d’Israele? Chi vai tu perseguitando? Un can morto, una pulce” (v. 15). Allo stesso modo, Paolo classifica i suoi cari Corinzi “le cose ignobili del mondo, e le cose sprezzate, anzi le cose che non sono” (1 Corinzi 1:28), e anche se stesso: “colui che pianta e colui che annaffia… non sono alcun che” (1 Corinzi 3:7). Ma questi che si considerano “nulla” sono una gran cosa agli occhi di Dio, ciò che lo esalta e lo glorifica: “Sia dunque arbitro l’Eterno, e giudichi fra me e te, e vegga e difenda la mia causa e mi renda giustizia, liberandomi dalle tue mani” (v. 16). “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8:31). L’amore di Dio per noi, ecco ciò che lo glorifica! “E Saul alzò la voce e pianse” (v. 17). Non solo piange, ma riconosce pure che il regno spetta a Davide: “Ora, ecco, io so che per certo tu regnerai, e che il regno d’Israele rimarrà stabile nelle tue mani” (v. 21). Una persona “condannata”, questo è serio da constatare, può essere intenerita davanti alla grazia, senza essere però cambiata. Dio non ci chiede dei sentimenti, anche se sono buoni; è la fede che conta, poiché essa sola è capace di rigenerare e di salvare un peccatore: “Tu hai mostrato oggi la bontà con la quale ti conduci verso di me” (v. 19). Quanto questo “oggi” è diverso dalle parole di Abigail che dirà per la fede, prima ancora che Davide gliel’abbia provato “In tutto il tempo della tua vita s’è trovata malvagità in te” (25:28).
Saul chiede perfino a Davide di non distruggere la sua discendenza. E Davide, bell’esempio della grazia, “lo giurò a Saul” (v. 23), poiché la grazia è illimitata! Saul saprà approfittarne? No. “Se ne andò a casa sua”. Il pio Gionathan, suo figlio, aveva purtroppo fatto la stessa cosa (23:18). Vediamo così che anche se “la carne” fa qualche passo, o riconosce qualche verità, c’è sempre un punto dove essa si ferma; e a quel punto la fede sola può agire. Davanti al “Vieni e seguimi” l’uomo nella carne, anche il più amabile, fa dietrofront: forse lo fa con tristezza, ma preferisce i “gran beni” della sua casa anziché l’obbrobrio di Colui che non ha un luogo in questo mondo dove posare il capo (Matteo 19:22).
È piacevole conoscere, nel Salmo 57, i sentimenti di Davide “quando, perseguitato da Saul, fuggi nella spelonca”. Egli sa che Dio “compie i suoi disegni su lui” (v. 2). La sua fede afferra in anticipo la liberazione imminente: “Egli manderà dal cielo a salvarmi. Mentre colui che anela a divorarmi m’oltraggia, Iddio manderà la sua grazia” (v. 3) “Avevano scavata una fossa dinanzi a me, ma essi vi son caduti dentro” (v. 6). Questo rende saldo il suo cuore (v. 7) e lo induce ad affidarsi completamente nelle mani
di Colui che invia la sua benignità e la sua fedeltà per salvarlo. Così preparato, non cerca di vendicarsi da sé, ma si affida a Colui che dice: “A me appartiene la vendetta dice il Signore”. In ogni occasione Davide è così esercitato dallo Spirito di Dio a rimettere la sua causa nelle mani dell’Eterno; ed è così libero di occuparsi solo del Signore e della sua lode: “Il mio cuore è ben disposto; io canterò e salmeggerò”, “perché grande fino al cielo è la tua benignità, e la tua fedeltà fino alle nuvole” (v. 7, 10).
Capitolo 25
Davide e Nabal
Samuele muore (v. 1), e la sua morte è come il preludio dell’ultimo periodo della storia di Saul. Egli è stato il fedele servitore che ha giudicato Israele in tempi difficili ed ha esercitato in suo favore l’ufficio sacerdotale, in mezzo al crollo morale e religioso che ha seguito la rovina del sacerdozio. È stato l’uomo che Dio ha scelto per ungere il re secondo la carne, Saul, e poi il re secondo la grazia, Davide; è stato il profeta, il primo dei profeti. Ed ora non è più. In quei momenti oscuri, la grazia di Dio aveva mantenuto una comunicazione con il popolo per mezzo della parola profetica; in tutti gli atti importanti della sua vita, Saul aveva incontrato il profeta che veniva a fargli conoscere i pensieri, gli ordini, i consigli e i giudizi di Dio. Non li aveva osservati, è vero, ma aveva potuto udirli. È un privilegio immenso, come pure un’immensa responsabilità, avere la Parola divina alla propria portata, e Saul aveva goduto di questo privilegio. Samuele stesso, da vivo, aveva trasmesso la Parola a dei profeti suscitati da Dio perché la insegnassero ad altri. Adesso, questi profeti stessi non rispondono più (28:6-15). Per Saul e per il suo popolo tutta questa “dispensazione” ha preso fine. Il sacerdozio, da lui distrutto, si è rifugiato presso il vero re, nella persona di Abiathar. Anche Gad, il profeta, accompagna Davide nel deserto e nelle spelonche.
Israele e il suo re sono lasciati come una nave smarrita nell’oceano, senza pilota e senza bussola, che va alla deriva in una notte buia: ma una nuova alba sta per sorgere per i fedeli.
C’è forse da stupirsi che Israele si riunisca e pianga per Samuele? È mancato colui che intercedeva ardentemente, senza sosta, per loro e per il loro re. E cosa rimane loro, ora che Dio ha ritirato le sue grazie oltraggiosamente disprezzate? Nient’altro che un terribile giudizio. A Saul non resta altra risorsa che tornare alle cose che aveva “vomitate” (28:7), secondo l’espressione di 2 Pietro 2:22). Non troviamo forse in lui un’immagine di questa cristianità apostata che ritorna all’idolatria e al culto dei demoni quando Dio gli ritira lo spirito di verità e la lascia in balia dello spirito di menzogna?
Ma prima d’intrattenerci degli ultimi giorni di Saul. Dio ci mostra nel nostro capitolo una nuova scena. Nabal, uomo violento e senza freno, disprezza ed oltraggia l’unto dell’Eterno. L’amore del piacere e la violenza sono, del resto, fra i caratteri dell’uomo alla fine dei tempi.
Nabal, ci è detto, discendeva dal fedele Caleb (v. 3). C’è in loro due, come carattere di famiglia, l’energia della natura umana che al servizio della carne produce un Nabal, ma al servizio della fede un Caleb; poiché si possono dare le proprie membra o al peccato come strumenti d’iniquità, o a Dio come strumenti di giustizia (Romani 6:13).
Su Nabal la grazia non ha altro effetto che quello di incitarlo al male e alla rivolta. Saul si è lasciato a volte intenerire (24:17), ma Nabal no.
Davide e i suoi compagni continuano ad abitare nel deserto di Giuda, aspettando da Dio solo l’ora e il segnale della loro liberazione; e qui Davide ha occasione di mostrarsi il protettore dei deboli, esposti a mille pericoli durante le veglie della notte: “Nulla è loro stato portato via per tutto il tempo che sono stati con lui” (v. 7)
L’agire di Davide in grazia è senza limiti. Se, come il Signore quaggiù, egli dipende dall’uomo per avere qualcosa che gli dia sollievo e aiuto, lui, al quale tutto appartiene, porta in cambio al peccatore, qui a Nabal, la pace per mezzo dei suoi messaggeri: “pace a te, pace alla tua casa, e pace a tutto quello che t’appartiene!” (v. 6). Nabal accetterà questa pace, dopo la protezione così evidente ricevuta della gente di Davide? Per tanta grazia usata nei suoi confronti, non ha Davide il diritto di chiedergli
qualche prova della sua riconoscenza? Ma Nabal risponde: “Chi è Davide? E chi è il figliuolo d’Isai? Sono molti oggi, i servi che scappano dai loro padroni; e prenderei io il mio pane, la mia acqua e la mia carne che ho macellato per i miei tosatori, per darli a gente che non so donde venga?” (v. 10, 11).
Queste medesime parole usciranno più tardi dalla bocca dei Farisei in presenza delle opere di grazia del Signore: “Quant’è a costui, non sappiamo di dove sia” (Giovanni 9:29). È così che l’uomo tratta Gesù rigettato; disprezza la sua grazia sovrana senza temere la sua potenza in giudizio e senza pensare che questo giudizio è alle porte. Nabal parla del suo pane, della sua acqua e delle sue carni, come se fossero suoi, nel momento stesso in cui la calamità lo sta per raggiungere con tutto ciò che gli appartiene. Quando avrebbe dovuto gettarsi in ginocchio davanti a colui che volontariamente si è fatto suo servitore, lo tratta invece con disprezzo come uno di quei “servi che scappano dai loro padroni”. Senza scrupoli egli rigetta i suoi messaggeri, senza pensare ciò che significa rigettare Davide stesso. “Chi sprezza voi”, dice il Signore ai suoi discepoli, “sprezza me, e chi sprezza me sprezza Colui che mi ha mandato” (Luca 10:16). Il loro maestro li invia per benedire, e Nabal li tratta male (v. 14).
Davide corre il rischio di lasciare libero corso alla sua indignazione e di farsi giustizia con le sue proprie mani (v. 26, 34). Mi sembra che sia a questo punto che si può porre il Salmo 35: “Mi rendono male per bene” (v. 12; confr. 25:6); “camminavo triste come per la perdita d’un amico, d’un fratello” (v. 14): “… quelli che a torto mi sono nemici” (v. 19; confr. 25:26). Ma Davide ha imparato ciò che Dio vuole insegnargli. Invece di far valere i suoi diritti, rimette la causa nelle mani dell’Eterno: “Risvegliati, destati, per farmi ragione, o mio Dio, mio Signore, per difender la mia causa” (v. 23). “Sian rivestiti d’onta e di vituperio quelli che si levano superbi contro di me” (v. 26); e rimette nelle mani di Dio il giudizio: “Li colga una ruina improvvisa” (v. 8).
Prima di ricevere quest’insegnamento della bocca della pia Abigail, Davide si cinge della sua spada e ordina ai suoi compagni di fare altrettanto. Rischiano così di anticipare i tempi, perché l’ora del giudizio non è ancora suonata, ma arriverà, per mezzo di uno più grande di Davide, Gesù Cristo. È detto di Lui: “Cingiti la spada al fianco, o prode; vestiti della tua gloria e della tua magnificenza” (Salmo 45:3); ma il tempo della grazia dura ancora finché Davide è straniero nella sua eredità.
La fede d’ Abigail le fa capire questo. Seppure debole, essa conosce ciò che si addice alla grazia e diventa così uno strumento di Dio per trattenere dal male il più grande dei Suoi servitori, l’unto dell’Eterno. Un solo Uomo, la Grazia in persona, la grazia di Dio che è apparsa a tutti gli uomini, non essendo fallibile, non ebbe mai bisogno di essere richiamato al sentimento della grazia che si addiceva alla posizione che aveva preso quaggiù.
Che possiamo tutti imparare alla scuola di Abigail! Si incontra raramente un affetto così disinteressato, dovuto alle perfezioni che la sua fede sa discernere in Davide. Quando Abigail viene a sapere che “un guaio è certo che avverrà contro suo marito Nabal e contro tutta la sua casa” ella si affretta a preparare tutto ciò che quell’uomo malvagio aveva rifiutato a Davide; anzi, fa ancora di più gli va incontro. Che le anime che hanno udito il male che è decretato contro di loro possano fare lo stesso.
Bisogna non perdere tempo; il vendicatore è già in cammino. Quando l’annuncio del giudizio è ricevuto come un avvertimento divino, ci si affretta a sfuggirlo. Questa è la fede! Non vi è altra risorsa che andare incontro a Colui che sta per giudicare. Abigail ha un solo timore, quello di non incontrare Davide prima che la sua spada sia sguainata. Allora sarebbe troppo tardi. Ma non ha timore circa il risultato dell’incontro, poiché conosce il carattere di Davide al quale sta per rivolgersi.
“E quando Abigail ebbe veduto Davide, scese in fretta dall’asino e gettandosi con la faccia a terra, si prostrò dinanzi a lui.
Poi, gettandosi ai suoi piedi, disse: O mio signore, la colpa è mia!” (v. 23, 24).
Qui, nuovamente Abigail si affretta: si affretta a riconoscere la signoria di Davide, i suoi diritti su lei, e la sua propria indegnità. S’indirizza a lui con una supplica e riconosce di dipendere dalla sua grazia. Inoltre, prendendo questa posizione d’umiltà, da donna di fede qual è, si riconosce colpevole e prende su di sé tutte le conseguenze del suo legame con Nabal.
Non viene per difendere la propria innocenza, anche se in realtà non era al corrente dell’accaduto (v. 25). Davanti a Davide non vuole far altro che dichiarare la sua colpa; e si affretta a proclamarla, poiché conosce la grazia di Davide.
Una volta ancora Abigail “si affretta”, verso la fine del capitolo (v. 42). È quando è chiamata da Davide a diventare la compagna delle sue sofferenze (confr. 27:3) e, più tardi, a condividere con lui la gloria del regno. “Poi Davide mandò da Abigail a proporle di diventar sua moglie… Abigail si levò tosto… tenne dietro ai messi di Davide, e divenne sua moglie” (v. 39, 42). Non vi è indugio, si affretta ad andare incontro a lui che l’ama, al re di grazia. Non rimanda la partenza a più tardi, a tempi migliori, quando il trono di Davide sarà consolidato, ma abbandona tutto, senza pensare un solo istante a ciò che lascia dietro a sé. Inoltre, si dichiara indegna di un tale onore; una simile sorte non può inorgoglirla, poiché ella capisce che, se il favore del re la chiama a condividere le sue sofferenze, per elevarla poi ai primi posti, il servizio del re deve ora abbassarla all’ultimo: “Ecco, la tua serva farà da schiava, per lavare i piedi ai servi del mio signore” (v. 41). Quale umiltà in questa moglie del re! Solo la comunione con la grazia, con Gesù, ci rende capaci di abbassarci così nella polvere; ed è proprio l’abbassamento di Abigail che innalza il re in dignità e in maestà: ed è ciò che il cuore della sposa desidera.
Non dimentichiamo dunque, cari lettori cristiani, che uno dei caratteri della fede è di affrettarsi. Abrahamo si affrettò quando si trattò di svolgere un servizio per l’Eterno (Genesi 18:6-8); Zaccheo fece lo stesso quando il Salvatore lo invitò a riceverlo nella sua casa (Luca 19:6); Maria venne subito quando il Signore la chiamò a Sé (Giovann 11:29). Se si tratta di Lui e della sua persona, non ci affretteremo mai abbastanza: però dobbiamo anche non avere quel tipo di “fretta” che così sovente caratterizza la carne e il vecchio uomo. “I loro piedi corrono al male ed essi s’affrettano a spargere il sangue” (Proverbi 1:16; confr. 6:18), “a intentar processi” (25:8), e ad arricchirsi (28:20,22). Non facciamo dunque come il mondo di cui è parlato qui, poiché è detto: “Chi confiderà in essa (la pietra angolare, Cristo) non avrà fretta di fuggire” (Isaia 28:1: confr. Romani 9:33).
Abigail è ammirabile per la stima che ha di Davide. Troviamo tutto in lei, ad iniziare dal sentimento della dignità del suo Signore, che la fa prostrarsi davanti a lui, fino all’estasi che produce la bellezza del suo carattere: “Il mio Signore combatte le battaglie dell’Eterno, e in tutto il tempo della tua vita non s’è trovata malvagità in te” (v.
28). Come non potrebbe il suo cuore non essere attirato dalla contemplazione delle perfezioni di un tale uomo? E tuttavia Davide è in sé stesso un uomo imperfetto; mai Gesù avrebbe corso il pericolo di farsi giustizia da sé. Solo la grazia di Dio preserva Davide, quando già la decisione è presa di non lasciare in vita neppure uno dei suoi nemici. Abigail è lo strumento adoperato da Dio per indurlo a ricredersi della sua decisione e per aiutarlo a non perdere il carattere di grazia che ben si confà all’unto dell’Eterno.
Tutto ciò che Abigail dice è il frutto della sua comunione coi pensieri di Dio. Non è profezia; lei sa ciò che accadrà a Davide perché sa ciò che Dio pensa di lui: “L’anima del mio signore sarà nello scrigno della vita presso l’Eterno, ch’è il tuo Dio; ma l’anima de’ tuoi nemici, l’Eterno la lancerà via, come dalla rete d’una frombola” (v. 29), e; “L’Eterno… t’avrà stabilito come capo sopra Israele” (v. 30). Saul, il re d’Israele, non è altro per Abigail che un nemico.
Si vede bene che il discorso d’ Abigail non è ispirato dal timore di ciò che potrà accadere alla sua casa; ella è indignata del male che si osa augurare a Davide, e desidera che la sua figura e il suo carattere non siano disonorati. Ella ammira senza riserve il futuro re d’Israele.
Davide la benedice. Si ricorderà di lei secondo la sua richiesta. Il “ricordati della tua serva” incontra un orecchio attento, come più tardi il “ricordati di me” del brigante convertito (Luca 23:42). Ed ora la rimanda a casa con quella pace che Nabal non ha voluto, e con la certezza del suo favore (v. 6:35)
Ma, nel frattempo, Nabal è raggiunto dal giudizio. “Faceva banchetto in casa sua: banchetto da re” (v. 36). Ecco l’uomo! Nabal in certo modo si sostituisce a Davide, il vero re, e non pensa ad altro che a far del bene a sé stesso. Si ubriaca e non può prevedere nulla di ciò che l’aspetta. La sua sorte è fissata da Dio. Quando viene a conoscenza di ciò che merita, gli si fredda il cuore “ed ei rimase come un sasso” (v. 37). E a questo punto è già come morto in anticipo, prima di essere colpito dieci giorni più tardi.
La sorte degli uomini dipende da una di queste scelte: o disprezzare Cristo oggi, durante il tempo in cui è respinto e rifiutato, o stimarlo come Dio lo stima e indirizzarsi alla sua grazia che solo può accogliere con favore.
Beato Davide! Ha trovato la donna del suo cuore. una donna ch’egli benedice e di cui benedice la saggezza (v. 33), un vero aiuto nelle difficoltà della sua carriera. La benedice perché gli ha impedito di fare il male che avrebbe disonorato Dio, mentre Saul, che contrasto! Aveva benedetto gli Zifei che si offrivano per collaborare nel nome dell’Eterno come liberatori, proprio loro che lo aiutavano a fare la guerra all’unto dell’Eterno.
Capitolo 26
Nuovo soggiorno di Davide a Zif. Saul risparmiato un’altra volta da Davide
Gli Zifei si rifanno vivi con le loro offerte di tradimento. Senza preoccuparsi dell’ingiustizia del re e della grazia spiegata da Davide a suo riguardo, si rivolgono verso Saul dal quale sperano di ottenere dei vantaggi. Un tale disprezzo della persona e del carattere di Davide è ancora più riprovevole della violenza grossolana di Nabal. Gli Zifei sono un’immagine del mondo cristiano di oggi che, in apparenza, accoglie Cristo, ma in realtà lo tradisce. Non potendo Gesù dargli i vantaggi che esso concupisce. si rivolge al Nemico per ottenerli, “rinnegando il Signore che l’ha riscattati” (2 Pietro 2:1).
Saul dimentica tutto: la grazia di Davide che lo ha risparmiato nella caverna di En-Ghedi, le sue proprie parole di pentimento, il generoso giuramento che Davide gli ha fatto di risparmiare la sua discendenza… Il suo antico odio rinasce; una proposta degli Zifei è sufficiente per attizzare l’odio che cova dentro di lui. L’animosità contro Cristo può essere assopita nell’uomo naturale, ma alla prima occasione si rianima; si vede allora che nulla è cambiato nel cuore del peccatore che, come sempre, è irrimediabilmente maligno.
Mentre Saul ancora cerca Davide, questi è avvertito dalle spie che ha inviato; viene il momento, per il credente, in cui ogni fiducia nei confronti dei suoi nemici non ha più senso, e deve essere vigilante e non rivelare loro i propri segreti, che diventerebbero delle armi contro sé stesso. Non ignoriamo i tranelli e la crudeltà del nemico; se la Parola ci raccomanda di essere semplici come colombe, ci esorta anche ad essere prudenti come serpenti. È ciò che qui fa Davide, ed è ciò che fece il Signore quando gli chiesero se bisognasse pagare il tributo a Cesare (Matteo 23:15-22).
Ma quando si tratta della fiducia in Dio, tutta la prudenza di Davide svanisce. Egli avanza arditamente, il mondo direbbe temerariamente, solo con Abishai, in mezzo a tremila avversari, e senza timore va a cercare il suo nemico. La fede aumenta con le difficoltà. La collina di Hakila, dove Davide va innanzi a Saul, è testimone di una fede più grande di quella della caverna di En-Ghedi dove Saul per puro caso cadde nelle mani di Davide. Ma in qualunque circostanza la fede venga impegnata, i principi che
la dirigono sono immutabili. Saul, anche se ormai alla vigilia del castigo, resta per Davide l’unto dell’Eterno finché Dio non darà l’ultimo segnale. Agire verso di lui in altro modo che in grazia, sarebbe per Davide rinnegare gravemente il suo carattere, che ha ricevuto la sanzione dell’Eterno nella caverna di En-Ghedi. Abishai, il compagno di Davide, gli tende qui un tranello, senza volerlo, probabilmente a causa dell’affezione stessa che ha per il suo signore.
Sapendo che Davide non si vendicherà, Abishai si offre di farlo lui (v. 8). Se ciò avesse luogo, il carattere di grazia del re rigettato sarebbe di nuovo compromesso. Questo è uno dei principali scopi di Satana: se riesce a indurre i credenti a prendere in mano i loro propri interessi a vendicarsi, a rivendicare i loro diritti in questo mondo, sicuramente li farà scadere dalla fede, poiché quando ci uniformiamo al mondo, rinneghiamo la nostra fiducia in Dio. Davide era stato in pericolo di abbandonare questo principio nell’affare di Nabal, ma ha imparato la lezione; Dio lo ha reso forte e il suo cuore non ha nulla da rimproverargli. “Non lo ammazzare” dice ad Abishai; “chi potrebbe metter le mani addosso all’unto dell’Eterno senza rendersi colpevole?” (v. 9). Questo principio immutabile lo segue fin dopo la morte di Saul, quando fa colpire i
suo presunto omicida: “Come mai non hai temuto di stender la mano per uccidere l’unto dell’Eterno?” (2 Samuele 1:14). Così, fino al suo ultimo respiro, Saul restò per Davide “l’unto dell’Eterno”.
Sovente noi manchiamo proprio dove Davide ha trionfato. Davanti all’ingiustizia persistente degli uomini, dopo aver fatto grazia una due volte, ci sembra che abbiamo il diritto di opporci e di protestare contro l’iniquità.
Ma se siamo con Dio, impareremo ben presto che protestando usciamo dal suo sentiero, e Satana avrà presto fatto di noi la sua preda.
Il profondo sonno inviato dall’Eterno su Saul e su tutto il campo può far nascere l’idea che sia il caso di approfittarne. Ma non è questo il pensiero di Dio. Egli ha inviato questo sonno per preservare il suo servo Davide e non per dargli l’occasione di vendicarsi; per salvarlo in vista dell’opera di grazia che lo chiama a compiere verso Saul. L’agire in grazia è riservato a Davide, ma il castigare appartiene all’Eterno, Così Davide prende un pegno, come ne aveva preso uno nella caverna; la lancia e la brocca dell’acqua sono due “testimoni” che confermano ciò che è avvenuto. L’arma con la quale Saul ha cercato più di una volta di servirsi contro Davide, si trova adesso nelle sue mani. L’adopererà egli contro l’unto dell’Eterno, come aveva adoperato un tempo la spada di Goliath contro quel terribile nemico d’Israele? Niente affatto. È sufficiente Der Davide togliere a Saul l’arma di cui questi si era servito per tentare di ucciderlo, dimostrando al re che egli conosce bene le sue armi e che esse sono impotenti contro di lui.
Davide si allontana adesso da Saul addormentato e si mette “a gran distanza dal campo” (v. 13). Agire altrimenti sarebbe stato una cieca fiducia nell’uomo. Bisogna a un certo punto che il mondo veda la distanza che lo separa dai figli di Dio. Poiché se essi non si allontanano dal mondo, quest’ultimo non si rende conto del suo stato reale. Indirizzandosi ad Abner (v. 13-16), con ironia Davide gli mostra che vi è più amore e sollecitudine per il mondo in un figlio di Dio, che in quelli che pretendono di sostenerlo, aiutarlo o difenderlo.
E adesso Saul (v. 17-20) è obbligato a rispondere a colui che insegue come una pernice su per i monti. “Perché?”, “Che ho io fatto?” esclama Davide; e a queste domande non c’è altra risposta che il silenzio. Quando il Signore Gesù le rivolgerà a quelli che si sono ostinati a rifiutarlo e ad odiarlo senza motivo, ogni bocca sarà chiusa per sempre. Se fosse l’Eterno ad avere incitato Saul contro Davide, perché ora libererebbe Davide dalla sua mano? Se sono gli uomini siano essi maledetti, poiché hanno cacciato Davide dalla sua eredità e lo considerarono, lui l’unto dell’Eterno, come un idolatra, allo stesso modo che più tardi assimileranno Gesù ai demoni. Questo peccato non sarà loro mai perdonato.
Ma tutto ciò che Davide chiede è che il suo sangue non cada “in terra lungi dalla presenza dell’Eterno” (v. 20), e che la sua morte sia approvata da Lui, nel luogo stesso dal quale il re d’Israele cerca di cacciarlo. Come avvenne anche a Gesù, perché la parola dell’Eterno è lì che lo ha inviato (22:5); e, se deve morire per glorificare il Signore, è là che vuole morire.
Saul dice: “Ho peccato… non ti farò più alcun male… ho operato da stolto, e ho commesso un gran fallo” (v. 21). Quante volte l’ha già riconosciuto! Noi ci lasciamo sovente ingannare da simili apparenze quando si tratta di valutare lo stato spirituale delle persone. Ma Davide non si sbaglia: egli confida solo in Dio, e non nei mutevoli sentimenti di Saul. Così gli restituisce le armi, sapendo che Saul non potrà comunque usarle senza la volontà di Dio; la vita del re è stata preziosa per lui, ma non gl’importa che la sua vita sia preziosa per Saul: “Preziosa è stata oggi la tua vita agli occhi miei, così preziosa sarà la tua vita agli occhi dell’Eterno” (v. 24). È sull’Eterno che egli fa affidamento. La vita di Davide, una pulce, una pernice sulle montagne, ha un gran valore agli occhi di Colui che lo ha scelto, chiamato e protetto come la pupilla del
l’occhio suo. Dio si glorifica così nei deboli e nei piccoli.
Cosa importa la benedizione di Saul? Lui che aveva detto agli Zifei: “Siate benedetti dall’Eterno” (23:21) può dire a Davide: “Sii tu benedetto, figliuol mio Davide” (v 25)! Lui che aveva detto a Gionathan: “Tieni le parti del figliuolo d’Isai, a tua vergogna” (20:30), può dire ora: “Tu agirai da forte, e riuscirai per certo vittorioso” (v. 25). Saul è anch’egli tra i profeti? Ma ciò non ha valore agli occhi di Davide, come non ne ha agli occhi dell’Eterno. Davide si accontenta dell’approvazione e delle promesse del suo
Dio, e questo gli è più che sufficiente.
Capitolo 27
Davide nel paese dei Filistei. Suo soggiorno a Tsiklag.
“Or Davide disse in cuor suo: un giorno o l’altro io perirò per le mani di Saul: non v’è nulla di meglio per me che rifugiarmi nel paese dei Filistei, in guisa che Saul, perduta ogni speranza, finisca di cercarmi per tutto il territorio d’Israele; così scamperò dalle sue mani” (v. 1).
Questo cedimento di Davide, dopo tante prove che ha ricevuto della protezione divina, ci fa stupire. Solo ieri diceva pieno di certezza: “Preziosa sarà la vita mia agli occhi dell’Eterno; ed egli mi libererà da ogni tribolazione” (26:24). Oggi, invece, perde coraggio e dice: “Un giorno o l’altro io perirò per le mani di Saul”. Possiamo fare anche noi l’esperienza che una grande vittoria è seguita da una grande caduta. Quando Dio è con noi. siamo in pericolo di attribuire a noi stessi qualche merito. Davide ha
detto: “L’Eterno retribuirà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà” (26:23); Dio solo sa se in queste parole rivolte a Saul non v’era un po’ di presunzione, una qualche soddisfazione di sé. Allora Dio ci lascia a noi stessi (non dico che ci abbandona), perché capiamo che non possiamo avere nessuna fiducia nella carne. Impariamo così che l’oro affinato, o che sembra tale, ha ancora bisogna del crogiuolo per essere liberato da ogni sostanza estranea. Ciò spiega perché i credenti molto spesso cadono appena dopo che la loro fede ha brillato d’un grande splendore.
Elia ne è un bell’esempio (1 Re 19). Il cielo, alla sua richiesta, si chiude; egli sfugge all’ira di Achab e compie miracoli vince i profeti di Baal, si mette alla testa di tutto un popolo; e poi lui, il grande profeta d’Israele, trema e fugge davanti ad una donna, la malvagia Izebel. Ricordiamoci che si può essere impegnati nel servizio di Dio senza ancora conoscersi, e che la conoscenza di noi stessi a indispensabile per farci apprezzare la grazia. Quest’esperienza la facciamo sovente dopo i momenti di speciale benedizione. Il Nemico ne approfitta per farci cadere quando, pur armati della potenza di Dio, ci facciamo l’illusione di poter contare sulle nostre proprie forze, stimando noi stessi inattaccabili. Dunque, un periodo di favore e di speciale potenza è sovente un’occasione per la carne. Essere introdotti nel terzo cielo (2 Corinzi 12) non ci preserva da queste tentazioni e la disciplina di Dio ha per scopo, come vedremo, di farci comprendere tutto ciò, e molte altre cose ancora.
È forse Dio che ordina a Davide di mettersi in salvo nel paese dei Filistei? Non sono sufficienti le esperienze fatte alla corte d’ Akis (21:11-15)? Era forse qui che Dio lo aveva mandato? No! Dio, un tempo, per mezzo di Gad, gli aveva dato l’ordine d’entrare nel paese di Giuda (22:5). Ha poi annullato quest’ordine? E perché non consulta l’Eterno come aveva fatto a Keila (23:1-13)? Precipitazione, scoraggiamento, dimenticanza della parola di Dio, aiuto cercato presso i nemici d’Israele, fiducia nelle proprie ispirazioni, negligenza nel ricercare le direttive divine; tutte queste debolezze si concentrano qui in Davide.
Il bel cammino di fede sembra ora annullato da un solo passo falso. Ma è bene che le nostre anime sondino a fondo questi precipizi. Non possiamo essere i compagni del Cristo se non riteniamo ferma fino alla fine “la fiducia che avevamo da principio” (Ebrei 3:14). Davide, cercando salvezza presso Akis, non può più essere un tipo di Cristo. Come non c’era per Abrahamo nessun altare in Egitto, così il secondo soggiorno di Davide presso i Filistei non gli ispira alcun Salmo.
Una cosa molto seria da considerare è che un passo falso può farci perdere tutto il beneficio di una lunga vita di fede. Un giorno i miei piedi scivolarono in un burrone. Poteva essere finita per me; ma ecco che la forte mano della mia guida riuscì ad afferrarmi. Senza di lui sarei precipitato, ma la sua mano mi salvò. In un istante mi resi conto della conseguenza terribile di un passo falso e di cosa può fare “la grazia”.
Solo la grazia è capace di prevenire la nostra rovina; ma sovente siamo costretti a subire per lungo tempo le conseguenze di un cammino che non aveva l’approvazione del Signore. Questo cammino libera Davide dall’inseguimento di Saul: “E Saul, informato che Davide era fuggito a Gath, non si diè più a cercarlo” (v. 4). A quale prezzo? I capitoli che seguono ce lo insegneranno, ma già qui ne vediamo qualche conseguenza.
Il soggiorno a Gath genera la falsità. Per non sembrare un nemico, non si può dire ai Filistei che si è dalla parte d’Israele. Davide ha qualche successo contro i Gheshuriti, i Ghirziti e gli Amalekiti, ma dire apertamente di essere loro avversari sarebbe esporsi a molti pericoli. Davide è l’ospite del Filisteo che ritiene di averlo assoggettato: “Sarà mio servo per sempre” (v. 12), dice. Come può, Davide, in queste circostanze, fare la guerra alla loro razza?
Egli usa delle parole doppie per nascondere le sue vere simpatie (28:2)… Vedete a quante gravi conseguenze trascina la ricerca dell’appoggio del mondo! Il credente, se e sommerso dalle “convenzioni sociali” alle quali si è assoggettato, perde il suo vero carattere e non ha più nessuna azione sulle coscienze di coloro che lo circondano. Vive nel timore di dispiacere al mondo, che lo protegge e cercherà, come Davide, di eliminare tutti i testimoni che potrebbero palesare la sua ostilità contro i nemici del popolo di Dio; non ha più una buona coscienza. Anche se è un figlio di Dio è su un cammino d’ipocrisia.
“Akis aveva fiducia in Davide” (v. 12). Spesso il mondo crede a quello che diciamo e si illude d’aver rotto i legami che ci uniscono al popolo di Dio. Davide, per grazia di Dio, tornerà sui suoi passi, e in seguito la sua condotta si chiarirà per Akis; ma quanti credenti avvolti in questa rete non chiariscono mai al mondo la loro posizione, perdendo così la loro forza, il riposo e la gioia, e sacrificando la loro testimonianza per poi, alla fine, lasciare questa terra con il sentimento di non aver fatto niente per Lui durante la loro vita, per Lui che ha fatto tutto per loro!
Capitolo 28
Saul consulta la evocatrice di spiriti a En-Dor
Giunge il giorno, e Davide non può sfuggire a questa situazione, in cui i Filistei riuniscono nuovamente i loro eserciti per far guerra a Israele. La posizione equivoca di Davide in mezzo a loro è messa così in evidenza. Povero Davide! Cosa fare? Come può ritirarsi dopo aver ingannato il nemico riguardo alle sue imprese e alle sue simpatie? Ricordiamoci che è più facile incamminarsi in un cattivo sentiero che uscirne. Vedremo che Dio non abbandona Davide e lo salva, malgrado stia correndo il rischio di combattere contro il popolo di Dio; ma vedremo pure quanto sarà severa la disciplina a cui l’Eterno dovrà sottoporlo.
Non c’è da stupirsi che Akis, ingannato da Davide, conti su lui. Questa prova di fiducia dovrebbe coprire di vergogna Davide uomo di Dio: “Sappi per cosa certa – dice Akis – che verrai meco alla guerra, tu e la tua gente” (v. 1). Un cattivo cammino non è solo deplorevole per chi lo intraprende, ma finisce per trascinare nel male anche quelli che si ha il compito di guidare. La risposta di Davide è ambigua, come tutto il resto della sua condotta: “E tu vedrai quello che il tuo servo farà” (v. 2), dice. Akis, illuso, risponde: “io t’affiderò per sempre la guardia della mia persona” (v. 2). Ecco, dunque, che Davide deve difendere e appoggiare il nemico d’Israele! È la sua ricompensa; lui, il vero re d’Israele, apparentemente fa carriera diventando guardia del corpo di Akis. Che avanzamento! Che triste onore! Un credente, anche se non è nulla ai suoi propri occhi, è un re agli occhi di Dio ed è chiamato a vivere in questa dignità; ma se riceve gli onori del mondo, perde la sua regalità e diventa schiavo.
Al v. 3, la Parola di Dio torna a parlare della morte di Samuele. Come abbiamo visto, questa morte aveva lasciato Saul e il suo popolo disorientati. La sua presenza, unita alla professione che Saul aveva fatto di servire l’Eterno, aveva avuto come conseguenza un atto di purificazione, compiuto da Saul stesso: “Saul aveva cacciato dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini” (v. 3).
Il nemico riunisce i suoi eserciti e “quando Saul vide l’accampamento dei Filistei ebbe paura e il cuore gli tremò forte. E Saul consultò l’Eterno, ma l’Eterno non gli rispose né per via di sogni, né mediante l’Urim né per mezzo dei profeti” (v. 5, 6). La situazione è ancora più grave di quando Israele seguiva gli incantesimi e gli dèi stranieri. Questi gli davano almeno una risposta, illusoria senza dubbio, ma che per un momento rianimava il coraggio che stava venendo meno. Adesso, nient’altro che silenzio. La casa ripulita, come dice il profeta, è senza statua, senza efod e senza idoli domestici (Osea 3:4). Cosa fare? Chi consultare? Su chi appoggiarsi? Che tragica incertezza per Saul! Come evitare il giudizio che è alle porte? In queste tenebre in cui si dibatte, anche un debole raggio di luce che potesse fargli scoprire una via d’uscita non sarebbe che misero, come lo è il suo stato. Saul è cosciente che una sorte inevitabile lo attende e, nella sua grande angoscia, cerca un mezzo per sfuggire a quella triste fine. È adesso che Saul si rende conto della sua drammatica condizione. Sarebbe meglio morire, ma la morte non mette al riparo dal giudizio, che egli vede avvicinarsi inesorabile con passo sicuro.
“Cercatemi una donna che sappia evocare gli spiriti ed io andrò da lei a consultarla” (v. 7). Così è della cristianità dei nostri giorni, alla vigilia di essere “vomitata dalla bocca del Signore”. Essa si nutre di illusioni sataniche, evoca gli spiriti e si compiace in queste pratiche spaventose.
Ora un demone si mette a disposizione dell’evocatrice; i morti non possono essere evocati da lei. Il demonio ne riveste solo l’apparenza; è Gesù che tiene le chiavi della morte e dell’ades, e nessuna potenza, se non la sua, ha il potere di aprirne le porte. Nemmeno Satana può, evocare i morti. Coloro che non hanno creduto e muoiono sono e restano “ritenuti in carcere”, come dice 1 Pietro 3:19. Solo Dio può, facendo un’eccezione, permettere a Samuele di uscire dal luogo invisibile per apparire all’evocatrice e a Saul. “Quando la donna vide Samuele levò un gran grido” (v. 12). Non è quello che si aspettava dai suoi sortilegi; lo spirito che lei conosce non è quello, e non è lì per rivestire, come d’abitudine, una forma illusoria con la quale essa era solita ingannare chi la consultava.
Prima ancora che possa fare la sua evocazione, improvvisamente le compare davanti un personaggio che la spaventa moltissimo. Non è uno spirito satanico ma “un essere sovrumano che esce di sotto terra” (v. 13), un personaggio sul quale i suoi incantesimi non hanno nessun potere: è Samuele che il re riconosce facilmente essendo vissuto con lui per lungo tempo. La donna, però, non riconosce Samuele ma riconosce Saul. Solo lui, infatti, essendo il capo d’Israele, è tanto importante da ricevere una così straordinaria visione. Dio, dunque, che non risponde più per mezzo dei profeti, risponde qui per l’ultima volta dall’oltretomba per mezzo di Samuele, ma soltanto per confermare il castigo già pronunciato.
Saul mette a nudo la sua distretta, il suo smarrimento, l’angoscia della sua anima (v. 15). Ma è troppo tardi; la misura è colma; Dio, che non dimentica nulla, è diventato il nemico di Saul (v. 16), che adesso ha contro di sé Dio e i Filistei. Perché questo? Perché Saul non aveva ascoltato la voce dell’Eterno e non aveva lasciato corso all’ardore della sua ira contro Amalek (v. 18); e poi, oltre a non avere “osservato la parola dell’Eterno”; ha anche “interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti, mentre non aveva consultato l’Eterno” (1 Cronache 10:13, 14).
La disubbidienza e l’indipendenza caratterizzano l’uomo senza Dio; e, malgrado le apparenze. Saul è uno di questi! La morte di Saul e dei suoi figli è così decretata, come pure la sconfitta di Israele (v. 19).
Ma un’altra decisione di Dio è annunciata a Saul, e ciò per la terza volta: “L’Eterno ti strappa di mano il regno e lo dà al tuo prossimo, a Davide” (v. 17). Già due volte Saul aveva udito queste parole dalla bocca di Samuele (13:14; 15:28), ma senza che fosse pronunciato il nome di Davide. Oggi, dalla bocca di Dio, viene a sapere ciò che il suo odio ha intuito da tanto tempo (24:21), cioè che “il suo prossimo” è quel Davide da lui disprezzato, odiato e inseguito; Davide è l’eletto, l’unto, l’amato di Dio che avrà il posto d’onore e al quale appartiene il regno!
Tutto ciò che Saul temeva ecco che è adesso contro di lui. Non c’è più pietà, non c’è più perdono, Davide, il re di grazia, che molte volte lo aveva risparmiato rendendogli senza stancarsi, bene per male, non può più ormai mostrarsi in altro modo che come giudice.
“Saul cadde subitamente lungo disteso per terra, perché spaventato dalle parole di Samuele” (v. 20). È solo quando l’uomo si trova davanti alla sua sorte inesorabile che ne realizza realmente tutta la gravità; prima c’è sempre posto per qualche illusione che ci nasconde l’orrore del nostro avvenire. Il re non ha più forza; si lascia andare, non vuole mangiare; riceve infine qualche soccorso materiale dalla mano di una riprovata come lui (v. 20-25).
Che quadro solenne della fine del re “secondo la carne!”. Tutti i moventi della sua attività sono messi in memoria davanti a lui e, pesati sulla bilancia del santuario, risultano non essere altro che disubbidienza, indipendenza, inimicizia contro Dio e contro il suo unto. Niente, assolutamente niente di ciò che Saul ha fatto sussiste davanti a Dio. Tutti i suoi disegni, tutte le sue vie, diventano oggetti di giudizio.
Capitolo 29
Davide rimandato dall’esercito dei Filistei.
Le armate dei Filistei e d’Israele raggiungono il luogo del loro incontro; “Davide e la sua gente marciavano alla retroguardia con Akis” (v. 2), poiché sono diventati le sue guardie del corpo, secondo la promessa del re. I capi dei Filistei non si fidano: “Che fanno qui questi Ebrei?”. Ecco ciò che accade quando il credente si mette in una falsa posizione cercando la protezione del mondo; non può guadagnarsi la sua fiducia, a meno che il mondo si fidi di lui, come Akis, poiché lui, il credente, ha tradito il popolo di Dio e si è lasciato asservire. Inoltre, Akis, bisogna constatarlo, ha ancora altri motivi per aver fiducia in Davide; non si può fare a meno di riconoscere in lui una certa nobiltà naturale, guadagnata dalla apparente rettitudine di Davide. Akis prende la sua difesa davanti ai principi: “Ma questi è Davide,… contro il quale non ho avuto nulla da ridire dal giorno della sua defezione a oggi!” (v. 3). Akis gli rende questa bella testimonianza: “Com’è vero che l’Eterno vive, tu sei un uomo retto, e vedo con piacere il tuo andare e venire con me nel campo, poiché non ho trovato in te nulla di male dal giorno che arrivasti da me fino ad oggi” (v. 6). È una testimonianza più che favorevole, ma basata sul fatto che “Davide, servo di Saul re d’Israele” (v. 3) è diventato e resterà servo di Akis.
Davide è davvero cosciente di meritare queste lodi? Il suo cuore è realmente a suo agio davanti alla così alta stima del re incirconciso, che si mostra più nobile e più onesto di lui, l’unto dell’Eterno? Può ricevere questa lode come l’aveva ricevuta un tempo da Abigail (25:28)?
Comunque sia, la fiducia di Akis non riesce a vincere la diffidenza dei principi dei Filistei, poiché è proprio la fedeltà di Davide che può farlo ritornare al suo primo signore. In un tempo non molto lontano, aveva colpito “i suoi diecimila” Filistei, d’accordo con Saul che aveva colpito “i suoi mille”. Perché oggi dovrebbe stare dalla parte di Akis, piuttosto che dalla parte di Saul? La mancanza di una posizione nettamente separata nei confronti del mondo, non può produrre che tali risultati. La nostra fedeltà passata si volge contro di noi. Akis è obbligato ad adeguarsi all’opinione dei principi, politica sconosciuta ad un credente fedele, che si fa guidare solo dall’opinione, la volontà e il pensiero di Dio. Ma Dio si serve della diffidenza degli uomini per salvare il suo amato da una caduta molto più grave di quando saliva contro Nabal per vendicarsi. “Or dunque”, dice Akis, “ritornatene e vattene in pace, per non disgustare i principi dei Filistei” (v. 7).
Di fronte a questa ferma decisione Davide, che è a uno dei punti più umilianti della sua storia, rinnega la sua fede e il suo carattere: “Ma che ho mai fatto? e che hai tu trovato nel suo servo, in tutto il tempo che sono stato presso di te fino ad dì d’oggi, perché io non debba andare a combattere contro i nemici del re, mio signore?” (v. 8)
Ma che ho mai fatto? Davide poteva dirlo con sincerità a Gionathan (20:11) e a Saul stesso (26:18); ma non può in buona coscienza dirlo ad Akis. Non conoscendo nulla delle imprese segrete di Davide contro i nemici d’Israele, il re dei Filistei non può trovarlo in fallo. Un’altra cosa da considerare è che Davide chiede di poter combattere contro il suo proprio popolo, il suo popolo che lui chiama “i nemici del re”.
Akis riconosce ancora la purezza delle intenzioni di Davide: “lo so, tu sei caro agli occhi miei come un angelo di Dio” (v. 9); ma la conclusione è che bisogna partire: “Andatevene” gli dice (v. 10). Sulla stessa bilancia, l’opinione del mondo che lo circonda ha più peso per Akis che la presupposta integrità di Davide.
Tutto questo ci mostra l’abisso che separa la famiglia di Dio dal mondo, poiché, anche di fronte a un figlio di Dio infedele alla sua vocazione, il mondo non si fida e respinge la sua collaborazione. Tutto ciò è giustizia. Dio ci fa sentire, ed è una grazia dalla sua parte, che in questa posizione tutto ci viene a mancare, l’approvazione di Dio e il favore del mondo.
Davide ritorna. Che mano pietosa l’Eterno gli ha teso, contro la sua volontà, in questo momento così critico della sua vita! Dio non lo ha abbandonato un solo istante. Che grazia! Ma cosa è diventata la beata comunione del cuore di Davide con l’Eterno quando si esprimeva nei canti come il dolce salmista d’Israele?
Capitolo 30
Gli Amalekiti saccheggiano e incendiano Tsiklag e sono poi sconfitti da Davide
Un comportamento secondo i pensieri del suo cuore naturale ha privato Davide della comunione con il suo Dio. Non poteva, su questa strada, ricevere come Enoc la testimonianza che “era piaciuto a Dio” (Ebrei 11:5). Lasciato a sé stesso, lui, uno degli “eccellenti della terra”, è stato in pericolo di fare naufragio quanto alla fede e di prendere in mano la causa dei peggiori nemici del suo popolo.
Il loro capo riconosceva in lui un carattere integro e irreprensibile; ma ciò era un pericolo in più per la sua anima. In mezzo a questi scogli, abbandonato alle sue proprie forze, sarebbe sicuramente affondato; Dio, non potendo guidarlo col suo occhio. ha impiegato “il morso e la briglia” (Salmo 32:9), cioè un insieme di circostanze contrarie alla volontà del suo servitore, per proteggerlo da una caduta irrimediabile.
Nel nostro capitolo vediamo come Dio ristora Davide servendosi della disciplina che la sua mancanza di santità ha reso necessaria. Ma qui, adesso, nel pieno della disciplina, Dio, che era assente nel giorno del favore d’Akis, è presente in mezzo al disastro. Davide è colpito in ciò che ha di più caro; questo è causa di grande tristezza, ma il frutto pacifico di giustizia è prodotto (Ebrei 12:11). Perché dunque rimpiangere che la mano di Dio si sia appesantita sul suo servo? Il carattere di quest’uomo di Dio, formato dalla disciplina, è di una grande bellezza e pieno d’istruzione per le nostre anime.
Durante l’assenza di Davide, Amalek, forse per vendicarsi. (confr. 27:8), si è impadronito di Tsiklag, città di Davide (27:6), e dopo averla incendiata, ha deportato tutta la popolazione con il bottino; ma “non avevano ucciso alcuno”. Che grazia di Dio! In questo crudele assalto di un nemico senza pietà, tutti i prigionieri sono risparmiati! E così che Dio giudica il suo servitore, con misura e con un giudizio che ha come scopo la sua riabilitazione. Tuttavia, bisogna che la disciplina sia sentita profondamente perché possa portare i suoi frutti: “Davide e tutti quelli ch’eran con lui alzarono la voce e piansero, finché non ebbero più forza di piangere” (v. 4). Le persone più care a Davide sono tra i prigionieri; la nobile Abigail, associata per la fede alla vita errante e alle sofferenze del suo sposo, non colpevole della condotta di lui alla corte d’ Akis, è portata in cattività. E, per far sì che la coppa d’amarezza trabocchi, i compagni che ha diretto fin qui sono pieni d’irritazione a causa dei loro figli e delle loro figlie, e lo considerano responsabile di questa calamità, volgendosi contro di lui e parlando di lapidarlo (v. 6).
Ma la disciplina è, per l’uomo di Dio, un amaro che fortifica l’anima invece di indebolirla. Quando tutto gli manca, Davide ritrova Dio come risorsa. “Davide si fortificò nell’Eterno, nel suo Dio” (v. 6). Questo Dio fedele così ben conosciuto, che lo aveva un tempo aiutato in tutte le sue angosce, non è cambiato, e lo ritrova oggi quale era ieri e quale sarà per l’eternità (Ebrei 13:8).
Ecco che Davide ritorna ora alle buone abitudini di un tempo.
“Davide disse al sacerdote Abiathar figliuolo di Ahimelec: Ti prego, portami qua l’efod. E Abiathar portò l’efod a Davide. E Davide consultò l’Eterno” (v. 7, 8).
Come Samuele era uomo di preghiera e di intercessione, così Davide, nel tempo in cui era forte, era l’uomo dipendente che consultava e interrogava l’Eterno. L’Eterno, che aveva rifiutato di rispondere a Saul, risponde a Davide “Debbo io dar dietro a questa banda di predoni? La raggiungerò io? L’Eterno rispose: Dalle dietro, poiché certamente la raggiungerai, e potrai ricuperare ogni cosa” (v. 8).
Fortificato da questa risposta, Davide si mette in cammino senza esitare. Al torrente Besor duecento uomini troppo stanchi per seguire la truppa, si fermano e sono lasciati a custodire i bagagli. La forza manca, ma la loro funzione è utile a Davide e ai loro fratelli, e non deve essere disprezzata. La posizione di combattenti attivi ci mette in vista e ci espone molto più all’orgoglio spirituale che una posizione più umile. I compagni di Davide ce ne danno la prova nel seguito di questo brano, attribuendo a sé stessi una vittoria che è stata loro preparata e data da Dio solo (v. 22).
Uno schiavo egiziano, abbandonato e morente, fa trovare a Davide la pista del nemico. Vediamo la mano di Dio in questa circostanza. Senza quel povero uomo la spedizione sarebbe fallita miserabilmente. Quando siamo fortificati nell’Eterno, il nostro Dio, che potente e inaspettato soccorso Egli ci accorda! (v. 11-15)
Mentre il nemico mangia, beve e danza, una rovina improvvisa gli cade addosso. “Davide ricuperò tutto quello che gli Amalekiti avevano portato via, e liberò anche le sue due mogli, e non vi mancò alcuno, né dei piccoli né de’ figliuoli né delle figliuole, né alcun che del bottino, né cosa alcuna che gli Amalekiti avessero presa” (v. 18-20).
La prova è terminata, la disciplina ha portato i suoi frutti; e per grazia di Dio continua a portarne. Vedete con quale saggezza Davide riabilitato tiene testa ai “perversi tra gli uomini” che erano andati con lui (v. 22); come li riprende, dando all’Eterno tutto il posto, tutto il merito: “Non fate così, fratelli miei, riguardo alle cose che l’Eterno ci ha date: Egli che ci ha protetti, e ha dato nelle nostre mani la banda che era venuta contro di noi” (v. 23). Dio ripartisce i diversi servizi fra i suoi, ed è il solo giudice del lavoro che ha distribuito: non misura la ricompensa secondo il valore del dono che ha dato, ma secondo la fedeltà nell’amministrazione di ciò che ci confida.
Ecco perché la parte di chi rimane presso i bagagli è uguale a quella di chi scende in guerra (v. 24). Questo principio, stabilito da Davide, è diventato “in Israele una legge e una norma, che han durato fino al dì d’oggi” (v. 25). È il principio della grazia unito alla giustizia, che proclama che Davide è riabilitato; perché stupirsi che abbia delle conseguenze così durature?
Nella prosperità (v. 26-31), Davide non dimentica nessuno di coloro che lo hanno aiutato nei momenti difficili. Li colma tutti di beni; gli unici esclusi sono gli Zifei, che avevano voluto tradirlo (v. 23:19). La liberalità di Davide offre a tutti i fedeli una prova concreta che l’Eterno è con lui, e che è bene accettarlo come signore e schierarsi sotto la sua legge. Ma l’infedeltà nei riguardi di Cristo porterà un giorno, molto tempo dopo, le sue inevitabili conseguenze. Anche solo un bicchiere d’acqua, dato a Davide nel deserto, è registrato nel libro di colui che apprezza tutti i nostri atti secondo l’utilità che hanno per Cristo.
Capitolo 31
Gli Israeliti disfatti dai Filistei. Morte di Saul
Secondo la parola di Dio annunciata a Samuele (28:19), Israele cade davanti ai Filistei, sui monti di Ghilboa. I tre figli di Saul, compreso Gionathan, muoiono; poco dopo muore anche Saul. Era stato terrorizzato dall’annuncio del giudizio per mezzo di Samuele (28:20), aveva avuto paura e il suo cuore aveva tremato molto forte davanti al campo dei Filistei, davanti ai semplici preparativi del giudizio (28:5). Quando il giudizio si esegue “egli si trovò in grande angoscia a motivo degli arcieri” (v. 3). Così, dal momento in cui il peccatore si trova davanti al giudizio di Dio, tutta la sua forza l’abbandona per fare posto al terrore. “È cosa spaventosa cadere nelle mani dell’Iddio vivente” (Ebrei 10:31), quando, avendo professato la fede la si è abbandonata. Saul vuole morire per sfuggire a questa angoscia senza nome, e non fa che precipitarsi in una più grande angoscia, nei tormenti del luogo invisibile, dove il verme non muore e dove il fuoco non si spegne (Marco 9:48).
“Sfodera la spada e trafiggimi affinché questi incirconcisi non vengano a trafiggermi ed a farmi oltraggio” (v. 4). La frase “questi incirconcisi” (*) esprime fino alla morte la sua religione esteriore basata sul suo disprezzo per tutto ciò che non è ebreo. Ma la sua circoncisione può forse salvarlo? Non è forse alla “circoncisione del cuore”, (Gal. 6:15) che Dio guarda?
Saul e il suo scudiero si tolgono la vita per sfuggire agli oltraggi del nemico. Il timore di Dio avrebbe impedito loro di compiere quest’atto, se lo avessero avuto. Saul morto non sente più l’oltraggio, ma lo subisce. I Filistei lo decapitano, e possono pensare di aver finalmente preso la rivincita sulla morte di Goliath. Le sue armi sono messe nel tempio di Astarte (v. 10), a proclamare la vittoria dei loro idoli, com’essi credono, sul vero Dio (cosa simile era avvenuta quando l’arca era stata presa). Israele fugge, il nemico si impadronisce delle sue città e vi si stabilisce. Iabes di Galaad, salvata un tempo da Saul (cap. 11), ha pietà verso i morti, ma Dio resta muto, come indifferente di fronte a tutta questa rovina; lo si potrebbe credere vinto dall’uomo.
Questo libro è come la fine di tutto. Assistiamo alla fine del sacerdozio, alla fine dei Giudici, alla fine del reame secondo l’uomo; tutto crolla e Dio lascia fare, poiché è proprio ciò di cui ha bisogno. Tutto deve cadere davanti a Davide. È sufficiente che rimanga lui. Questa disfatta, questo giudizio, questa rovina dell’uomo sono per Dio l’alba del regno di colui che Egli ha scelto e che ama.
(*) Gionathan dà loro lo stesso nome (14:6), giudicandoli dal punto di vista di Dio, e sapendo che la potenza di Dio era con lui per vincerli. Ma Saul li paragona a sé stesso, e ne parla con disprezzo e con la rabbia di non poter sfuggire alla loro spada.