Perdonare come Dio perdona

di P. Fusiez

Articolo tratto dal mensile IL MESSAGGERO CRISTIANO del 03-2013

Noi siamo esortati a perdonare, “come anche Dio ci ha perdonati in Cristo” (Efesini 4:32; Colossesi 3:13). Quest’espressione ci dà la misura del perdono – un perdono completo, senza riserve e senza che rimanga nel nostro cuore il minimo ricordo del torto che ci è stato fatto; non  è forse questo il modo di agire di Dio: “Non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità” (Ebrei 10:17)?

Ma qual è il tipo di perdono che dobbiamo esercitare? Spesso riusciamo a dire: Ti perdono, ma poi aggiungiamo, se non con le parole per lo meno col pensiero: Ma non lo dimenticherò mai. Questo non è perdonare come siamo invitati a fare secondo Efesini 4:32 e Colossesi 3:13.

Non bisogna, però, credere che si debba sempre andare subito da chi ci ha recato qualche danno o ha peccato contro di noi a dichiarargli un perdono senza riserve. Non sarebbe questo un modo giusto di perdonare perché non terremmo conto dello stato spirituale del “colpevole” e potremmo indurlo a passare con leggerezza sul male commesso, invece di essergli di aiuto.

Sovente dimentichiamo che un peccato è innanzi tutto commesso contro Dio. Ce lo insegna chiaramente, oltre ad altri passi, il v. 4 del Salmo 51: “Ho peccato contro te, contro te solo,
ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi”. Di conseguenza, assicurare del nostro perdono qualcuno che non ha giudicato la gravità del peccato commesso contro Dio, non sarebbe cercare il suo bene, non sarebbe amarlo di un vero amore. Comprendiamo dunque perché il v. 14 di Colossesi 3 ci è dato dopo l’esortazione del v. 13: “Perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione”. L’amore cerca sempre, secondo i pensieri di Dio e non secondo i nostri, il bene della persona amata, e saprà ogni volta suggerire i mezzi da impiegare per toccare il cuore, raggiungere la coscienza e indurre all’umiliazione e alla confessione. A questo punto può essere dichiarato il perdono.

Dio, in Cristo, come ci ha perdonati? Dopo che abbiamo confessato i nostri peccati ed espresso un sincero pentimento. Egli è pronto a perdonare ogni peccatore grazie all’opera della croce, essendo la Sua giustizia pienamente soddisfatta dal sacrificio espiatorio del Suo Figlio, ma può esercitare questo perdono soltanto verso un peccatore pentito. Come si potrebbe parlare di perdono per chi  non realizza di averne bisogno?

Questo principio è vero sia che si tratti del perdono concesso a un peccatore pentito che accetta Cristo per la salvezza della sua anima, sia del perdono chiesto a Dio da un credente caduto in qualche colpa e che subisce le conseguenze della sua disubbidienza, sotto la disciplina del Padre.

In che momento Davide può dire all’Eterno: “Tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato”? (Salmo 32:5). Dopo aver  “ammesso il suo peccato” e aver detto “confesserò le mie trasgressioni al SIGNORE”. Prima di arrivare a quel punto, mentre ancora taceva, provava quello di cui parla nei v. 3 e 4 del Salmo 32, non conoscendo ancora la gioia di essere perdonato: “Finché ho taciuto, le mie ossa si consumavano, tra i lamenti che facevo tutto il giorno”. L’unico fatto che lo porta da questo stato a quello menzionato alla fine del v. 5 (“Tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato”), è la confessione. “Davanti a te ho ammesso il mio peccato, non ho taciuto la mia iniquità. Ho detto: Confesserò le mie trasgressioni al SIGNORE”.

È pure la stessa cosa quando non si tratta di un credente singolo, ma del popolo di Dio. Lo leggiamo ad esempio nella preghiera di Salomone all’inaugurazione del tempio e, in particolare, nei v. 46 a 53 di 1 Re 8. Citiamo anche una parte della risposta dell’Eterno a questa preghiera, come la troviamo nel secondo libro delle Cronache: “Quando chiuderò il cielo in modo che non ci sarà più pioggia, quando ordinerò alle locuste di divorare il paese, quando manderò la peste in mezzo al mio popolo, se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia faccia e si converte dalle sue vie malvagie, io lo esaudirò dal cielo, gli perdonerò i suoi peccati…” (7:13, 14). Che si tratti di una mancanza individuale o del peccato del popolo, la strada da seguire è sempre la stessa: umiliazione, confessione davanti a Dio, abbandono della via malvagia. È solo allora che Dio può perdonare e si compiace nel farlo.

È l’insegnamento che troviamo anche nel Nuovo Testamento: “Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9).

Mosè avrebbe molto desiderato che l’Eterno perdonasse il peccato del popolo dopo il fatto del vitello d’oro! Quanto prega quando ritorna dall’Eterno! “Perdona ora il loro peccato! Se no, ti prego, cancellami dal tuo libro che hai scritto!” (Esodo 32:32). Ma l’Eterno non poteva esaudire la preghiera del suo servo: “…nel giorno che verrò a punire, io li punirò del loro peccato” (Esodo 32:34).

Perché Dio non perdonava? Perché il popolo non aveva confessato il peccato e non se ne era pentito. Eppure Mosè, per indurlo a riconoscere pubblicamente la sua colpa, aveva bruciato il vitello d’oro, l’aveva macinato, aveva mescolato la sua polvere con l’acqua, e l’aveva fatta bere ai colpevoli. Ma il popolo non esprime alcun pentimento, e Aaronne stesso – indubbiamente il più colpevole, poiché con Ur aveva l’incarico di guidare il popolo, durante l’assenza di Mosè salito sul monte – disconosce completamente la propria responsabilità e addossa tutta la colpa sul popolo: “Tu conosci questo popolo e sai che è incline al male”, dice a Mosè con l’intento di scolparsi.

In realtà, Aaronne aveva detto: ”Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli. E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d’oro e li portò a Aaronne. Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso…” (Esodo 32:2 a 4); ma qui dice: “Io ho detto loro: Chi ha dell’oro se lo levi di dosso! Essi me l’hanno dato; io l’ho buttato nel fuoco e ne è venuto fuori questo vitello” (v. 24). Secondo il suo racconto, Aaronne non avrebbe fatto altro che “gettare nel fuoco” l’oro portatogli dal popolo. Quanto al vitello fuso, a suo dire, lui non c’entrava per niente: “E ne è venuto fuori questo vitello”! Non capita anche a noi di tentare di trovare qualche scusa alle nostre colpe, invece di confessarle?

Le varie porzioni della Parola che abbiamo considerato ci insegnano quale sia il carattere del perdono che dobbiamo esercitare se vogliamo essere “imitatori di Dio” (Efesini 4:32; 5:1). Questo insegnamento è confermato dal Signore stesso: “Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: “Mi pento”, perdonalo (Luca 17:3, 4).

Indubbiamente dev’esserci nei nostri cuori, non appena ci è stato fatto il torto, un pensiero di grazia e di perdono verso il colpevole; ma sarà bene dichiararglielo dopo la sua confessione e il suo pentimento.

Confessare è sovente difficile e il pentimento non sempre viene spontaneo. Un incredulo, poi, non ci tiene affatto a prendere questo posto davanti a Dio. Perché si produca un tale risultato, occorre un’opera che solo Dio può compiere nella coscienza.

Ma allora, se chi ha peccato contro di me non si umilia, devo io rimanere per sempre in una posizione di attesa, senza intervenire in nessun modo? Questo sarebbe mancanza di amore. È vero che ci vuole l’opera di Dio, ma Egli si compiace nel servirsi di strumenti per compiere questo lavoro, e io posso essere uno di quelli. Col pretesto della nostra impotenza, non dobbiamo perdere di vista la nostra responsabilità in un tale servizio. Questo compito dobbiamo svolgerlo non con la presunzione di poter operare in un cuore, ma con la fiducia che Dio stesso agirà, al momento opportuno, rispondendo così all’attesa della fede. L’amore di cui Colossesi 3:14 ci esorta ad essere “rivestiti” guiderà chi ha il cuore disposto al perdono ma che non può ancora dichiararlo, ad andare verso colui nella cui coscienza un’opera si deve ancora compiere. L’amore nella verità saprà trovare la via del cuore; agirà con perseveranza, senza lasciarsi scoraggiare. I risultati saranno manifesti quando l’opera di Dio sarà stata compiuta, e allora si potrà dichiarare il perdono senza nessuna riserva.

Se sapessimo realizzare meglio queste cose, vedremmo un felice sviluppo delle relazioni fraterne; le nubi sarebbero presto e completamente dissipate. Purtroppo, a questo riguardo, abbiamo da confessare tante mancanze perché sovente lasciamo sussistere controversie e rancori, senza provare, dall’una e dall’altra parte, gli esercizi e le attività a cui la Parola ci chiama!

Rispondi