di A. Apicella
Quando Davide scrisse il Salmo 23, si direbbe che le cose gli andassero bene. Una tavola ricca di benedizioni era “imbandita” per lui sotto gli occhi dei suoi nemici, la sua anima era “ristorata”, la sua vita si svolgeva in “pascoli verdeggianti” e su “sentieri di giustizia”. Il Pastore lo conduceva amorevolmente, e la verga e il bastone di cui era munito erano la sua consolazione e la sua sicurezza. Poteva ben dire: “La mia coppa trabocca”.
Ma i credenti attraversano anche momenti difficili, nei quali la sola cosa possibile è aggrapparsi al Signore e cercare in lui le energie per sopportare e andare avanti. A volte il cuore è così angosciato e la mente così distratta dai problemi che non si ha nemmeno l’energia di pregare o di ringraziare il Signore. Ma nel profondo del proprio cuore ognuno di noi sa che quando il Signore è il pastore alle sue pecore non manca nulla, e che le meravigliose esperienze del Salmo 23 sono vere e possibili.
Dio è infinito, in potenza e in amore, e tutto quello che fa e che dà porta l’impronta di questa sua dimensione. I servi del padre del figlio prodigo non avevano forse pane in abbondanza? (Luca 15:17). Non è forse Dio “potente da far abbondare su noi ogni grazia?” perché abbondiamo in ogni opera buona? (2 Corinzi 9:8).
Ma è soprattutto nella “grazia” salvifica che il nostro Padre mostra tutta la sua munificenza e liberalità. “La sua grazia e il dono della grazia proveniente da Gesù Cristo” sono stati “riversati abbondantemente” su di noi (Romani 5:15; Efesini 1:9), perché il ministero della giustizia “abbonda in gloria” (2 Corinzi 3:9
Parlando di sé come del “buon Pastore”, il Signore dice di essere venuto perché le sue “pecore” abbiano la vita, e l’abbiano “in abbondanza” (Giovanni 10:10). Ora, noi sappiamo che la vita che il Signore dà ai credenti è “eterna”, non finirà mai, e questa vita inizia al momento della conversione, quando chi ha creduto “nasce di nuovo”. La morte del corpo non interrompe il corso di questa vita; essa è nascosta con Cristo in Dio (Colossesi 3:3) e si proietta nell’eternità senza interruzioni.. Tant’è che il credente che muore non è considerato “morto” ma semplicemente “addormentato”. E quando il Signore tornerà per prendere i suoi riscattati, quelli che sono in vita non moriranno, ma saranno trasformati “da vivi”.
L’espressione “in abbondanza” riferita alla vita che il Signore dà, riguarda piuttosto la parte terrena di questa vita eterna, quel tratto di strada che ancora resta da fare prima di lasciare questa terra, e della quale il credente testimonia riproducendo qualcosa dei caratteri e delle svariate glorie del suo Signore, che è Egli stesso la “vita eterna” (1 Giovanni 5:20). Quando saremo col Signore, per vivere per sempre nella perfezione e nella gioia del cielo, tutto sarà così grande e glorioso che definire quella vita “abbondante” risulterebbe persino riduttivo. Ma sulla terra, dove tutto passa, dove la vanità permea tutte le cose e il vuoto si fa sentire nell’anima di chi è lontano da Dio, allora l’abbondanza della vita che il credente riceve dal Signore diventa una realtà straordinaria.
Vi sono credenti che affrontano con serenità delle esistenze difficili, che sormontano col coraggio della fede ostacoli diversamente insormontabili, e non dicono mai che la loro vita non ha senso, che non vale la pena che sia vissuta. A lamentarsi di questa vita sono quelli che non conoscono Dio, che non hanno nessuna prospettiva sul futuro della loro esistenza. Anche se a questa vita sono morbosamente attaccati, non esitano a definirla una beffa, un inganno, un’assurdità; e delusi per le sofferenze e la brevità della sua durata incolpano Dio e lo accusano di essere crudele.
La vita “in abbondanza”, quella di cui parla il Signore, non è una vita “piena” come comunemente s’intende. Il lavoro, la carriera, i divertimenti, i viaggi, più che riempire la vita riempiono il tempo; la vita senza il Signore resta sterile e misera. Per rendere la vita degna di essere vissuta non serve occupare con accanimento ogni momento libero o proporsi in continuazione obiettivi sempre nuovi. La vanità di tutte le cose rende insoddisfacenti e a volte anche amari tanti traguardi raggiunti con impegno e fatica.
La vita dei credenti è piena e abbondante perché immersa in una sfera di cose che durano, che non mutano, che non sono vane. E’ abbondante perché ricca di esperienze spirituali, di quel continuo progredire nella conoscenza di Cristo che spinge ad amarlo sempre più e a desiderare di vederlo. L’anima è riempita dalle promesse di Dio e dalla rivelazione dei suoi disegni.
Difficilmente il credente sentirà il peso insopportabile della noia e della routine. Se ha del tempo da occupare, sapendo che il Signore ha affidato ai suoi il compito di rendere testimonianza e diffondere il Vangelo, troverà il modo di impegnarlo. Le risorse che il Signore mette a disposizione dei suoi servitori sono più che abbondanti.
Quando facciamo qualcosa per Lui, alle sue dipendenze e col suo appoggio, allora la vita è realmente “piena”. I risultati e gli obiettivi da raggiungere non producono ansia, perché a Dio, che è il Padrone, spetta l’onore di raccogliere i frutti del lavoro dei suoi. Le cose che si fanno per la Sua gloria, piccole o grandi che siano, bastano ampiamente a riempire la vita di gioia, perché le soddisfazioni più vere provengono dalla consapevolezza dell’approvazione del Maestro.
La vita che Cristo dà è “abbondante”, ma questo mondo è un deserto. In senso figurato è come quello nel quale gli Israeliti hanno errato per quarant’anni, “grande e terribile, pieno di serpenti velenosi e di scorpioni, terra arida, senz’acqua” (Deuteronomio 8:15). Il credente se ne rende conto. Nel mondo si corrono rischi gravi che vanno ad aggiungersi alle prove, ai lutti, alle malattie. Ma Dio viene in soccorso ai suoi. Lui solo può far scendere la manna dal cielo e far scaturire l’acqua dalla roccia. Le lacrime dei suoi figli le raccoglie “nel suo otre”, le registra nel suo libro (Salmo 56:8). E tutto questo fa anche parte di quell’abbondanza di grazia, di privilegi e di favori che Dio elargisce ai suoi, di quella “vita in abbondanza” che, a prezzo della propria vita, il Buon Pastore dà alle sue pecore.
Anche “l’ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” ci sarà “ampiamente” concesso, a condizione che ci impegniamo sempre più a “rendere sicura la nostra vocazione ed elezione” aggiungendo alla nostra fede la virtù, la conoscenza, l’autocontrollo, la pazienza, la pietà, l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno, l’amore! (2 Pietro 1:5-11).