“Venite e vedrete” (Giovanni 1:29-39)

di W. Runkel

I primi diciotto versetti del vangelo di Giovanni costituiscono una prefazione. È qui che leggiamo: “l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (1:18). Questo vangelo è quello del Figlio di Dio e della rivelazione del Padre per mezzo suo. Il libro inizia con l’espressione “Nel principio“, che spinge i nostri pensieri tanto lontano quanto la mente umana è in grado di afferrare qualcosa dell’eternità passata. In questo principio, afferma l’autore, “era la Parola“. Essa esisteva già. Non ha avuto un inizio, era già lì. Questo brano stabilisce l’eternità del Figlio, la sua natura divina e la sua esistenza eterna. Colui che è sceso nel mondo “quando giunse la pienezza del tempo“, è presentato come “la vita” e “la luce”, colui che ci rivela l’amore del Padre. Il vangelo ci riporta diversi colloqui individuali del Signore con diverse persone. Le verità che ci vengono rivelate in queste occasioni sono per noi della massima importanza. Leggendo questi racconti, possiamo percepire qualcosa di ciò che Giovanni esprime quando dice: “noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (1:14).

La testimonianza di Giovanni Battista
In seguito a questa prefazione, nei versetti da 19 a 28, troviamo una sorta di introduzione che ci riporta la testimonianza resa da Giovanni il battista a un’ambasciata inviata dai Giudei di Gerusalemme. Sacerdoti e Leviti vengono a chiedergli se egli sia il Cristo, o forse Elia, o “il profeta” che doveva venire. In tutta umiltà, Giovanni dichiara di non essere altro che “la voce di uno che grida nel deserto“. Mette da parte la propria persona, ma non la sua missione, essendo ben convinto dell’importanza di quest’ultima. E quando lo interrogano riguardo al battesimo che egli compie, annuncia Colui del quale afferma: “non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari“. Con questo linguaggio figurato, esprime i suoi sentimenti rispetto alla suprema gloria di Colui che stava per essere manifestato. Al versetto 29 appare il Signore Gesù. Egli va verso Giovanni, il quale rende testimonianza: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!“. Preziosa verità! Giovanni indica il Signore come un uomo che ha il primato su di lui. Ricordando l’evento del battesimo di Gesù al Giordano, dichiara che se egli ha battezzato con acqua, il Signore avrebbe battezzato con lo Spirito Santo. Aveva visto lo Spirito scendere sul Signore in forma di colomba e rimanere su di lui. Questo era per Giovanni il battista, come Dio gli aveva preannunciato, un segno distintivo. È così che ha potuto rendere testimonianza che Gesù è “l’Agnello di Dio”; e conclude al versetto 34: “E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio“.

Ricordiamo che il nome di Giovanni, quando appare in questo vangelo, designa sempre il battista. Giovanni, lo scrittore sacro, non menziona mai il proprio nome. Si definisce come “il discepolo che Gesù amava” o anche “l’altro discepolo” (cfr. 13:23; 18:15; 19:26; 20:2, 8).

Il testimone fedele, il servitore fedele
Soffermiamoci ancora un po’ su Giovanni il battista; c’è molto da imparare da ciò che la Scrittura ci riporta del suo comportamento e delle sue parole. Il Signore Gesù lo ha definito il più grande dei profeti (Luca 7:28). Questa grandezza non dipendeva dalla sua persona, ma dalla sua missione, che consisteva nell’annunciare la venuta del Messia e nel preparare la sua via. Nel capitolo che abbiamo sotto gli occhi, egli rende testimonianza a Gesù come Agnello di Dio e Figlio di Dio. Ma ciò che ci colpisce in modo particolare è la maniera in cui rende questa testimonianza. Non si tratta solo delle parole di un fedele testimone e di un fedele servitore, ma anche di quelle di un uomo umile. Giovanni si impegna a mettere da parte la propria persona per far risaltare quella del Signore Gesù.

Al versetto 36, “fissando lo sguardo su Gesù che passava“, Giovanni dice: “Ecco l’Agnello di Dio!“, questa volta senza aggiungere: “che toglie il peccato del mondo“. È come se Giovanni fosse a tal punto rapito dalla persona del Signore che solo la gloria di Gesù riempiva la sua mente, senza essere più occupato dagli effetti del suo sacrificio. Riguardo all’espressione “che toglie il peccato del mondo“, ricordiamo che se, in quanto credenti, conosciamo la gioia del perdono dei peccati, l’eliminazione totale del peccato è un evento ancora futuro. Ciò avverrà quando la vecchia creazione sarà completamente scomparsa per lasciare il posto alla nuova. Allora non ci sarà più alcuna traccia di peccato in tutto l’universo. Quale gloriosa prospettiva per noi, che viviamo ancora oggi in un mondo interamente contaminato! Presto tutte le conseguenze del peccato saranno scomparse e Dio proclamerà: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Apocalisse 21:4, 5).

Due discepoli di Giovanni il battista si trovavano con lui. Le parole e, in particolar modo, l’ammirazione del loro maestro per Gesù non possono che segnarli. Esse attirano irresistibilmente i loro sguardi e i loro cuori verso Gesù. Poi accade qualcosa di inaspettato: questi due uomini lasciano il loro maestro e seguono Gesù. È stata forse una delusione o un dolore per Giovanni vedere i suoi discepoli allontanarsi? Al contrario! Il sentimento che animava il suo cuore era: “Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca” (3:30). L’apostolo Giovanni, autore dell’Evangelo scriverà più tardi, nella sua terza lettera: “Non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli camminano nella verità” (3 Giovanni 4). Questi erano anche i sentimenti di Giovanni il battista. Egli dice inoltre: “Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra grandemente alla voce dello sposo; perciò questa mia gioia è completa” (3:29).

Impariamo da questo fedele servitore quali sono le condizioni per un servizio utile. Lo sguardo di Giovanni era rivolto al Signore; il suo cuore e la sua mente erano pieni di lui; e così le sue parole avevano un grande peso. Le sue parole, e in particolare la sua gioia nel Signore Gesù che non poteva restare nascosta, ebbero una potente influenza sui suoi due discepoli. È in questo modo che furono attirati dal Signore Gesù e desiderarono rimanere con lui.

Che cercate?
Il Signore aveva notato bene che i due discepoli lo seguivano e questo non poteva lasciarlo indifferente. Fu certamente per lui una grande gioia. Disse loro allora: “Che cercate?” (versetto 38). Il Signore si rallegra, ancora oggi, quando vede qualcuno che lo segue con fedeltà e sincerità.

I Vangeli riportano molti esempi di persone che lo hanno seguito, a volte, è vero, per motivi che non erano buoni. Qui, non possiamo dubitare che, con la sua domanda, il Signore volesse fortificare e incoraggiare questi due discepoli a proseguire sulla buona strada che stavano intraprendendo. Ecco due uomini che non cercavano “qualcosa”, ma lui stesso. Tuttavia, il Signore voleva metterli alla prova. Il grano deve essere vagliato affinché la pula sia separata dal buon chicco. Anche quando desideriamo seguire fedelmente il Signore, elementi carnali possono mescolarsi alle nostre motivazioni. Per questo la domanda del Signore “Che cercate?” è ancora molto attuale. Dovrebbe costantemente farci riflettere. Cosa cerchiamo? Qualcosa nel mondo e allo stesso tempo lui? Seguire un po’ il mondo e un po’ il Signore? Forse cerchiamo anche nel cammino cristiano qualcosa per noi: il nostro onore, la nostra influenza, una posizione di rilievo. Quale importanza ci è permesso dare alla nostra persona, alla presenza di Colui che ha vissuto nell’umiliazione sulla terra, che è stato ubbidiente fino alla morte di croce, e che è stato poi innalzato in cielo? Non dimentichiamo neppure questo: circondati da tutti i benefici che il Signore ci accorda nelle nostre circostanze esteriori – di cui gli siamo grati – corriamo il pericolo di dargli il secondo posto nel nostro cuore. Qual è la condizione del mio cuore nei suoi confronti? “Noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito“, disse Pietro al Signore. Questo “lasciato ogni cosa” significa per noi l’abbandono di tutto ciò che può essere un ostacolo per seguirlo. Perché seguirlo veramente resta una questione di cuore.

Dove dimori?
I due discepoli non diedero una risposta alla domanda del Signore. Risposero con una domanda che manifestava il desiderio del loro cuore (versetto 39). Volevano rimanere con lui. Lo Spirito Santo ci comunica persino, attraverso la penna dello scrittore, il momento preciso della loro decisione: “era circa la decima ora“. Questa parola “rimanere” è di una grande bellezza e di un immenso valore. Tutti coloro che sono andati a Gesù sono stati introdotti in una relazione meravigliosa. Il Signore Gesù è diventato per loro la dimora del loro cuore. Non è forse anche il nostro desiderio rimanere presso di lui? La sua vicinanza è garanzia di pace, di gioia e di protezione. “Rimani con me, non temere… presso di me sarai al sicuro“, disse Davide ad Abiatar (1 Samuele 22:23).

Il Signore, ovviamente, non poteva dire loro dove dimorava. Questo vangelo non menziona alcun luogo di abitazione per lui. Gesù è visto nel suo carattere di straniero che non aveva sulla terra un luogo dove posare il capo. Pur essendo in questo mondo, era “il Figlio dell’uomo che è nel cielo“, e la sua vera dimora era il seno del Padre. Potevano i discepoli già comprendere questo? Difficilmente. Attualmente, il Signore è in cielo, eppure vi è sulla terra, spiritualmente parlando, un luogo dove egli dimora. Conosciamo e amiamo noi il radunamento nel suo nome? È lì che vuole dimorare. Ed è lì che possiamo rimanere “presso di lui“. Abbiamo compreso almeno un po’ cosa significhi andare “verso di lui fuori dell’accampamento” (Ebrei 13:13)?

Venite e vedrete
Il modo in cui il Signore risponde a questa domanda dei discepoli “Dove dimori?” può sorprenderci un po’. Ma non deve stupirci. Come vediamo in numerose occasioni, attraverso il suo modo di rispondere, il nostro Signore vuole raggiungere la coscienza e il cuore di coloro che lo interrogano. La sua risposta “Venite e vedrete” era un caldo invito ad accompagnarlo, ed è proprio così che i discepoli l’hanno compreso. Sul cammino che hanno percorso con lui, hanno imparato molto e, come è detto all’inizio del vangelo, hanno potuto vedere la sua gloria, “gloria come di unigenito dal Padre” (versetto 14). Forse hanno anche, nel corso di quei tre anni, realizzato in qualche misura che la vera dimora del Signore era il cielo, e constatato la ragione per cui egli ha vissuto come  uno straniero sulla terra. Il modo in cui si presenta qui è in accordo con il carattere del vangelo secondo Giovanni. Abbiamo compreso e accettato di essere anche noi degli stranieri sulla terra? Al momento di lasciare i discepoli, il Signore dice: “Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo… Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Giovanni 17:11, 14, 16). Presto sentiremo un altro richiamo: “Venite e vedrete“. Allora, Gesù ci introdurrà presso di sé nella casa del Padre, affinché dove è lui, siamo anche noi con lui (cfr. Giovanni 14:3).

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