“Come se…”

di Ferruccio Cucchi

Articolo tratto dal mensile IL MESSAGGERO CRISTIANO del 03-2012

“Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.” (1 Corinzi 7:29-32).

“Come se…”. Questa espressione dell’apostolo Paolo, usata cinque volte nel passo citato, potrebbe lasciarci perplessi, abituati come siamo al suo stile diretto e preciso. Cerchiamo di capirne l’esatta portata; quel che è certo, è che Paolo non pensa ad un atteggiamento apparente, ostentato, al quale non corrisponda una realtà interiore.

Paolo parte da una premessa che è un po’ la chiave per comprendere il significato e lo spirito della sua esortazione: “il tempo è ormai abbreviato”. Perché? Perché il ritorno del Signore per prendere coloro che gli appartengono e poi instaurare il Suo regno sulla terra è vicino: “adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo” (Romani 13:11); tanto più ora, quindi, “quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (1 Corinzi 5:15).

Queste esortazioni di Paolo riguardano molti aspetti della vita di tutti noi che abbiamo creduto.

  1. Le relazioni matrimoniali

“Quelli che hanno moglie, siano come se non l’avessero”.

Dovremmo forse rinunciare a quelle relazioni, a quegli affetti che Dio stesso ha stabilito o venir meno ai doveri reciproci nelle relazioni di coppia? Assolutamente no; anzi, oggi più che mai siamo tenuti ad avere ben presenti nella mente e nel cuore gli insegnamenti della Parola in questo campo e a metterli in pratica: amore, dedizione, onore e fedeltà reciproci, responsabilità e autorità “autorevole” del marito, sottomissione non forzata da parte della moglie perché si sente amata ecc. L’esortazione “il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; lo stesso faccia la moglie verso il marito” (1 Corinzi 7:3) non ha perso nulla della sua validità.

Ma questi doveri non devono prendere il sopravvento sulle nostre relazioni con Dio, sulla nostra comunione intima col Signore, sul tempo e sulle energie che dedichiamo a Lui, che un giorno aveva detto a quelli che lo seguivano, probabilmente sconcertandone più di uno: “Chi ama padre o madre più di me… chi ama figlio o figlia (e Luca 14:26 aggiunge: “… e la moglie, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita”) più di me non è degno di me”.  Tristemente, in questi “ultimi tempi”, dobbiamo constatare una progressiva indifferenza e disprezzo riguardo ai legami naturali (2 Timoteo 3:3, Romani 1:30-31). Noi credenti onoriamo questi legami e li teniamo nella dovuta considerazione, ma il  legame che ci unisce al Signore deve superare ogni espressione di sentimenti umani, anche di quelli più elevati.

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”.

  1. Gli eventi dolorosi

“Quelli che piangono, come se non piangessero”.

Certamente lo Spirito che ha mosso Paolo a scrivere questo non aveva in vista i pianti, la tristezza legati a infedeltà o peccati che malauguratamente dovessimo commettere; anzi, lo stesso Paolo nella Lettera successiva si rallegrerà con i credenti di Corinto, che in precedenza aveva dovuto rimproverare severamente, perché quella “tristezza” li aveva “portati al ravvedimento”; poiché erano stati “rattristati secondo Dio” (2 Corinzi 7:9).

Peraltro, anche nella nostra vita di credenti ci sono eventi e situazioni che ci fanno versare delle lacrime: lutti, malattie, fatti angosciosi, per alcuni anche persecuzioni. Sono le lacrime di cui Davide, perseguitato da Saul, parlava a Dio dicendogli: “Tu conti i passi della mia vita… raccogli le mie lacrime dell’otre tuo; non le registri forse nel tuo libro?” (Salmo 56:8).

Tuttavia questi pianti non dovrebbero offuscare la gioia che si ha nel Signore e far dimenticare i mille motivi, che sono anche nostri, per cui lo stesso apostolo poteva affermare: “Sono pieno di consolazione, sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione” (2 Corinzi 7:4). Gioia per il privilegio di appartenere per sempre a Dio Padre che ci ama, si prende cura di noi e ci protegge in ogni circostanza; gioia di sapere che comunque “tutte le cose (anche quelle tristi) cooperano al bene di quelli che amano Dio” (Romani 8:28); gioia per la certezza e la costanza dell’amore del Signore. “Credendo in Lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa” (1 Pietro 1:8).

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”.

  1. Le circostanze liete

“Quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero”.

Dobbiamo riconoscere che il Signore ci fa attraversare anche delle circostanze che ci rallegrano. Se stiamo bene di salute, se in famiglia c’è un’atmosfera serena “nel Signore” (Filippesi 4:4), se abbiamo un lavoro che ci permette di vivere decorosamente e senza privazioni, è soltanto per la Sua grazia e la Sua bontà. “Dio… ci fornisce abbondantemente di ogni cosa affinché ne godiamo” (1 Timoteo 6:17). Sono Sue benedizioni; e la gioia che esse ci procurano, il Signore le approva.

Però queste cose, pur belle e buone, non dovrebbero costituire il vero motivo per cui ci sentiamo gioiosi, non dovremmo vivere ricercando e godendo di queste benedizioni, attaccandoci ad esse anziché a Colui che le impartisce. Se così facessimo, che testimonianza daremmo a quelli che sono ancora lontani dal Signore? Cosa mostreremmo di Lui attorno a noi? Forse non faremmo nulla di riprovevole, ma neanche nulla di utile; godendo egoisticamente del nostro benessere, dimostreremmo anche insensibilità per i bisogni, morali e materiali, che pur vediamo ogni giorno attorno a noi.

Dunque, rallegriamoci e siamo riconoscenti al Signore per le benedizioni che ci elargisce, ma non dimentichiamo che è “beato chi ha pietà dei miseri” (Proverbi 14:21), e non solo nel senso materiale del termine. Certo, è scritto: “Rallegratevi con quelli che sono allegri…”, ma subito dopo leggiamo: “… piangete con quelli che piangono” (Romani 12:15).

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”.

  1. Le attività lavorative

“Quelli che comprano, come se non possedessero”.

Comprare, possedere, vendere… tutti lo facciamo, ciascuno nella propria misura, e non possiamo farne a meno: dei vestiti da indossare, una casa dove abitare, un mezzo per spostarci ecc. Per alcuni, comprare e vendere sono essenziali perché costituiscono la fonte del mantenimento, sono il loro lavoro. Paolo scriveva ai credenti di Efeso e di Laodicea esortandoli a “lavorare onestamente con le proprie mani, affinché (ciascuno) abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Efesini 4:28), e a quelli di Tessalonica: “Vi esortiamo, fratelli,… a cercare di lavorare con le vostre mani… affinché camminiate dignitosamente verso quelli di fuori e non abbiate bisogno di nessuno” (1 Tessalonicesi 4:11-12); anche nella seconda Lettera li esortava “a mangiare il proprio pane, lavorando tranquillamente” (2 Tessalonicesi 3:12). Quindi il lavoro, fatto nei modi dovuti, è un preciso dovere del credente ed è anche un aspetto della testimonianza “verso quelli di fuori”.

C’è però un pericolo: che il lavoro diventi lo scopo centrale della nostra vita, quello per cui ci adoperiamo dedicandogli tutto noi stessi. Nel tempo libero che ci rimane, nel giorno o due di riposo di cui godiamo, cosa faremo? Probabilmente ci sentiremo stanchi, “stressati”. Abbiamo diritto al riposo, allo svago… però non mancheremo di riservare un’ora e mezza della domenica per andare alla riunione della nostra chiesa locale, e così ci sentiamo a posto! Guardiamoci da questi pensieri così riduttivi che impoveriscono la nostra vita cristiana.

Anche se non lo vorremmo, e forse non ce ne accorgiamo nemmeno, le nostre attività lavorative, se ci assorbono totalmente, diventano come un idolo che si frappone fra noi e Dio, e saremo al loro servizio, invece di “servire il Dio vivente e vero” (1 Tessalonicesi 1:9). Queste cose, anche se legittime, non devono essere al primo posto nella nostra vita.

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”.

  1. La vita di tutti i giorni

“Quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero”.

“Usare di questo mondo” è un concetto che si ricollega al precedente, ma è più esteso. Riguarda tutte le cose che il mondo ci mette a disposizione e che noi utilizziamo. È chiaro che, finché non saremo nel cielo col Signore, non possiamo fare a meno delle strutture organizzate della società: scuole, aziende, servizi pubblici ecc. Ma con che spirito ne facciamo uso? Ci sentiamo pienamente integrati in queste istituzioni, ci sentiamo completamente a nostro agio anche se in esse, essendo di questo mondo, è evidente l’assenza del Signore? Dedichiamo ampiamente il nostro tempo per farle funzionare meglio e trarne il massimo vantaggio? Non dovrebbe essere così! Usare di questo mondo per quanto ci è necessario per viverci è tutt’altra cosa che vivere per godere pienamente e senza riserve delle possibilità che ci offre.

Facciamo nostre le esortazioni di Paolo ai Colossesi: “Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra”. “Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui” (Colossesi 3:1-2, 17).

“La figura di questo mondo passa”. Non attacchiamoci ad esso come se dovesse durare per sempre. Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”.

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