Via da voi ogni amarezza – Naomi

di Cesare Casarotta

Dal libro di Rut capitoli da 1 a 4

Non chiamatemi Naomi; chiamatemi Mara perché l’Onnipotente m’ha riempita di amarezza” (Rut 1:20).

La storia che esaminiamo è ambientata storicamente al tempo dei Giudici. In un periodo di carestia, una famiglia di Betlemme di Giuda si trasferisce nel paese di Moab. Marito moglie e due figli si stabiliscono in quelle ricche pianure. Purtroppo, di lì a poco, il marito, Elimelec, muore e la moglie, Naomi, rimane sola con i due figli, che si sposano con due donne del luogo e dopo qualche tempo muoiono anche loro. La donna resta da sola con le due nuore, una di nome Orpa, l’altra di nome Rut.

A questo punto giunge una notizia nelle campagne di Moab: “il SIGNORE aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane” (1:6). Naomi allora decide di partire e si mette in cammino con le sue due nuore per tornare nel paese di Giuda.

Durante il tragitto, non fa nulla per spingere le giovani donne a condividere quel percorso di ritorno; anzi, ricorda loro che, da un punto di vista umano, non ha più nulla da offrire. Anche sotto il profilo spirituale non ha molto da dare. Ad un certo punto esclama: “Io ho tristezza molto più di voi, perché la mano del SIGNORE si è stesa contro di me”. Orpa rinuncia e torna indietro, presso la sua famiglia, Rut invece “è fermamente decisa” a proseguire il cammino, così le due donne giungono infine a Betlemme.

Le vicende della vita di Naomi erano state molto pesanti. Partita in tempi di carestia, insieme al marito e ai figli, aveva perso tutto. Tornava indietro con una delle sue nuore, straniera, appartenente ad un popolo straniero, i Moabiti, che non potevano entrare nell’assemblea del SIGNORE (Deuteronomio 23:3). Giunta a Betlemme con Rut, “la città fu commossa per loro” e la domanda che le donne si ponevano: “E’ proprio Naomi?”, ci fa pensare a quanto questa donna fosse stata segnata dal soggiorno in Moab.  In risposta a questa domanda Naomi prorompe in un grido che esprime dolore, tristezza, rabbia: ”Non mi chiamate Naomi (mia dolcezza); chiamatemi Mara (amara, triste), poiché l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza. Io partii nell’abbondanza e il SIGNORE mi riconduce spoglia di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando il SIGNORE ha testimoniato contro di me, e l’Onnipotente m’ha resa infelice?” (1:20-21).  Da un punto di vista umano la sua amarezza è comprensibile… ma dal punto di vista spirituale?

In Naomi non si produce un esame di coscienza profondo, un’analisi delle reali cause che avevano condotto a quella situazione così disastrosa. Non sembra che si ponga delle domande sincere sul perché c’era stata la carestia in Israele! Perché invece di riflettere e di riavvicinarsi a Dio, avevano preso la decisione di allontanarsi? Perché stabilirsi in un paese idolatra, quando l’idolatria era stata probabilmente una delle cause della carestia? Perché non tornare indietro alla prima prova incontrata? Perché attendere la notizia che Dio aveva visitato il suo popolo, prima di tornare indietro?

Notiamo che Naomi imputa a Dio l’amarezza che caratterizzava la sua vita. E’ l’Onnipotente che l’ha colmata di amarezza! E’ l’Onnipotente che l’ha resa infelice! Con questo nome, “l’Onnipotente” (El Shaddai), Dio si era rivelato ad Abramo (Genesi 17:1) quando, in una situazione umanamente impossibile lo aveva incoraggiato e confortato, rinnovandogli le Sue promesse. Naomi, sconvolta dalle conseguenze della disciplina di Dio, non cerca in Lui alcuna consolazione, bensì lo considera il responsabile di tutte le perdite subite. E’ Lui la causa di questa dolorosa situazione. Possiamo affermare tristemente, ma sinceramente, che la perdita di saggezza e di luce nella nostra vita è direttamente proporzionale alla nostra distanza da Dio. La coscienza, il cuore, il discernimento spirituale, perdono ogni sensibilità, se organizziamo la nostra vita senza mai consultare l’Onnipotente. Quando siamo stati per un lungo periodo della nostra vita lontani da Lui, non abbiamo la lucidità di pensiero necessaria per esaminare la nostra condotta. Possiamo dire che più si prolunga il tempo del nostro allontanamento e più è difficile ristabilire una situazione di equilibrio spirituale, che permetta alla nostra anima una piena comunione con Dio.

Possiamo trovare qualcosa di positivo in questa tragedia? Si

Vi è un elemento determinante che vogliamo sottolineare: il ritorno. Tornare, quando ci si è allontanati, non è mai facile! Per andare da Betlemme, città che è a circa 700 metri sul livello del mare, fino alle pianure di Moab, si deve scendere: di conseguenza, quando si torna, la strada è tutta in salita! I ritorni sono sempre in salita! Se dovessimo schematizzare il primo capitolo del libro di Rut, potremmo dire: un versetto per descrivere l’allontanamento, due versetti per rappresentare il soggiorno in Moab e sedici versetti per raccontare il ritorno. Quanto è facile andarsene e, per contro, quanto è duro e penoso il percorso del rientro! Il ritorno però è il primo e fondamentale passo per riavvicinarsi a Dio. Possiamo supporre che, nella decisione di allontanarsi, Naomi abbia subito in qualche misura la scelta del marito. Non sappiamo quanto questo passo fosse condiviso. In ogni caso, è lei che ne subisce maggiormente le conseguenze.  Ora però è tornata. Dal suo punto di vista, torna spogliata di tutto ma, in realtà, Dio l’ha ricondotta.

Ora che è tornata, come può cambiare la storia? Chi può determinare la svolta?

La risposta per Naomi è molto più vicina di quanto lei possa pensare: si tratta di un parente, che si chiama Boaz. Quando questo personaggio entra in scena, di lui ci viene detto che era un uomo potente e ricco.

Il ritorno delle due donne coincide con l’inizio della mietitura dell’orzo, e neppure questa è una casualità.

Rut chiede a Naomi di poter andare a spigolare nei campi “dietro a colui agli occhi del quale avrò trovato grazia” (2:2), e Naomi la lascia andare. In questo contesto è meraviglioso considerare come Dio, nei suoi pensieri, espressi nella legge data al Suo popolo, avesse in vista di provvedere a queste due donne. Nel libro del Deuteronomio (24:19) è detto: ”Se mietendo il tuo campo, vi avrai dimenticato qualche covone, non tornare indietro a prenderlo; sarà per l’orfano, per lo straniero e per la vedova, affinché il SIGNORE, il tuo Dio ti benedica in tutta l’opera delle tue mani”. Rut era vedova e straniera, Naomi era vedova: quello che Dio aveva previsto, faceva proprio al loro caso!

Rut va nel campo di Boaz, trova ristoro, mangia di ciò che lui stesso le porge e mette da parte gli avanzi. Questa giovane vedova trova accoglienza, protezione, nutrimento. Quando torna a casa porta con sé una misura di efa d’orzo (35 litri). Alla vista di tanta abbondanza, qualcosa si smuove in Naomi. Dice a Rut: “Benedetto sia colui che ti ha fatto una così buona accoglienza!”. Non era scontato essere accolti, e tantomeno essere accolti così bene! Ma c’è di più: Naomi scopre che il benefattore è Boaz e continua: “Sia egli benedetto dal SIGNORE, perché non ha rinunciato a mostrare ai vivi la bontà che ebbe verso i morti!” e aggiunge: “Quest’uomo è nostro parente stretto; è di quelli che hanno su di noi il diritto di riscatto!” (2:20).

Alcune annotazioni. Naomi pronuncia nuovamente il nome di Dio, ma questa volta lo associa ad una benedizione, ad un favore che avevano ricevuto! Rut era capitata nel posto giusto al momento giusto! Soprattutto aveva incontrato la persona giusta! Frutto del caso (cfr 2:3)? No. Dio stava vegliando su ogni particolare della vita di queste due donne.

Gradualmente la sensibilità spirituale di Naomi si risveglia.

Naomi si ricorda di chi è Boaz: un loro parente stretto. Come tale ha il diritto di riscatto. In Israele, secondo la legge che Dio aveva dato al Suo popolo, se qualcuno, caduto in povertà, avesse ceduto una sua proprietà, il parente più prossimo avrebbe potuto riscattare ciò che il suo fratello aveva venduto. Boaz poteva fare questo. Inoltre, sempre secondo la legge, se un uomo moriva senza lasciare discendenza, il fratello di quest’ultimo si sarebbe unito alla vedova per garantire la continuità della famiglia.

Naomi si ricorda di ciò che ha fatto Boaz: nel passato egli aveva mostrato la sua bontà nei confronti della famiglia di Elimelec. Questo sentimento, manifestato nel passato, era rimasto immutato. Boaz aveva già agito in favore della famiglia di Elimelec ed era pronto a sostenere la causa di Naomi e Rut nel presente. Implicitamente, Naomi ammette l’errore di essersi allontanata. A Betlemme di Giuda c’era da sempre un uomo potente e ricco che aveva aiutato la sua famiglia e che era sempre disposto a sostenerla.

C’è però un ulteriore dettaglio che scorgiamo nelle parole che Boaz aveva rivolto a Rut: ”Rimani con i miei servi, finché abbiano finita tutta la mietitura” (2:21). Queste espressioni alimentavano la speranza di Naomi. Da parte di quest’uomo vi era un reale interesse per Rut e per Naomi. Era qualcosa di continuativo, non di occasionale.

Che insegnamenti possiamo trarne per noi? Di chi ci parla Boaz? La figura di Boaz e le sue azioni ci fanno pensare alla persona del Signore Gesù. Per farsi carico della nostra causa è diventato il nostro prossimo. Lui, che era ricco, si è fatto povero affinché, mediante la sua povertà, noi potessimo diventare ricchi (2 Corinzi 8:9). Ha fatto tutto quanto era necessario, perché noi potessimo essere ricolmi di ogni benedizione spirituale e celeste. A volte noi facciamo delle scelte sbagliate e ci allontaniamo. Nella Sua grazia, il Signore ci riconduce. I nostri occhi, dapprima velati, si rischiarano progressivamente e ci rendiamo conto di quale sia stata la bontà che il Signore Gesù ha sempre mostrato nei nostri confronti. Il Suo Amore lo ha spinto a lasciare il cielo, per venire a dare la sua vita per noi. Questo amore lo ha dimostrato nel corso della nostra vita, con le Sue cure quotidiane. Queste attenzioni amorevoli continueranno a manifestarsi anche nel futuro. Per ricondurci a Sé Dio, per mezzo dello Spirito, ci mette davanti la persona del Figlio, la Sua gloria, la Sua opera, in modo che il nostro attaccamento sia risvegliato.

Il cuore di Naomi ha un primo sussulto! Lei e Rut non erano sole. Avevano un parente stretto, uno che aveva il diritto di riscatto, un uomo potente e ricco. Noi abbiamo la persona di Cristo! In lui abbiamo tutto pienamente (Colossesi 2:9). Quando torniamo, dopo esserci allontanati, dobbiamo riscoprire Cristo, il valore della Sua persona, della Sua opera e delle immense benedizioni che discendono dalla nostra relazione con Lui.

La storia prosegue. Su consiglio di Naomi, Rut si reca nell’aia di Boaz, e si corica ai piedi del suo giaciglio. Verso la mezzanotte Boaz si sveglia improvvisamente dal sonno, Rut si fa riconoscere e gli dice:”…stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto” (3:9). Boaz spiega a Rut che vi è un altro uomo, che è parente più prossimo di lui e può far valere il diritto di riscatto.  Lui però si impegna a far valere il diritto nel caso in cui l’altra persona rinunci ad esso. Boaz, prima di consentire a Rut di rientrare a casa, le dona sei misure d’orzo (20 l). Vi è un particolare importante: quando Rut torna a casa, racconta a Naomi ciò che Boaz ha fatto per lei e sottolinea un’espressione che ha usato: “Non devi tornare da tua suocera a mani vuote”. Che grazia! Boaz pensava a Naomi, voleva continuare a testimoniare la sua vicinanza, il reale desiderio di prendersi cura di queste vedove e di portare a compimento quanto era in suo potere di fare. Questa ulteriore dimostrazione di bontà da parte di Boaz rafforza la fede di Naomi e ravviva in lei la speranza. La sua bocca può esprimere delle certezze, infatti dice a Rut: “…quest’uomo non si darà posa finché non abbia oggi stesso terminato quest’affare” (3:18). A questo proposito è meraviglioso considerare come Dio desideri il nostro bene e quanto si adoperi per assicurarcelo. Ricordiamo le parole di Paolo nella lettera ai Filippesi (1:6): “E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo”.

Boaz presenta la situazione della famiglia di Elimelec agli anziani della città. Chiama in causa l’altro uomo che aveva diritto di riscatto sulle proprietà del defunto, specificando che il campo sarebbe stato acquistato oltreché da Naomi anche da Rut la moabita. L’altro parente si tira indietro, Boaz no. Porta a termine l’impegno: riscatta il campo e prende Rut come sposa per far rivivere il nome del marito defunto.

Dio si compiace di benedire questa unione, dalla quale nasce un figlio che viene chiamato Obed.

Di fronte a questa stupenda dimostrazione della grazia di Dio vi è una grande gioia. Le donne della città dicono a Naomi: “Benedetto il SIGNORE, il quale non ha permesso che oggi ti mancasse uno con il diritto di riscatto! Il suo nome sia celebrato in Israele! Egli consolerà l’anima tua e sarà il sostegno della tua vecchiaia; l’ha partorito tua nuora che ti ama e che per te vale per te più di sette figli” (4:15).

Alcune osservazioni.

Naomi aveva detto che l’Onnipotente aveva colmato la sua anima di amarezza, ora Dio ha provveduto una piena consolazione per la sua anima! Non più amarezza, ma consolazione!

Non solo, ma attraverso Obed, Dio aveva procurato qualcuno che le avrebbe dato sostegno per la sua vecchiaia. In questo modo Naomi ha realizzato la verità di quel versetto: “Fino alla vostra vecchiaia io sono, fino alla vostra canizie io vi porterò; io vi ho fatti, e io vi sosterrò; sì, vi porterò e vi salverò” (Isaia 46:1). Quale potente incoraggiamento e conforto per Naomi e per tutti noi. Dio non ci abbandona! Ci porta fino alla fine!

In Israele, avere sette figli era indice di prosperità e questo numero significa completezza (1 Samuele 2:5; Giobbe 1:2; 42:13); perciò questa frase pronunciata dalle donne indica che Naomi, attraverso Rut e il suo affetto per lei, poteva gustare la famiglia nel suo senso più pieno.

L’immagine conclusiva è piena di tenerezza: “E Naomi pese il bambino, se lo strinse al seno, e gli fece da nutrice”.

Lei che, quando era ripartita da Moab, non vedeva futuro per sé e per le sue nuore, ha il futuro tra le sue braccia. Un futuro di cui non è in grado di scorgere la portata. Il piccolo Obed sarebbe stato il nonno del re Davide! Da questa discendenza sarebbe nato il Signore Gesù! Questo può fare la grazia di Dio. Questa storia dimostra che dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata.

In questa vicenda abbiamo potuto vedere come delle scelte sbagliate possano portare nella nostra vita amarezza e miseria. D’altra parte abbiamo potuto constatare che la grazia di Dio è al lavoro per ricondurre e ristabilire un’anima. Questo può avvenire anche attraverso circostanze penose; quando pensiamo di avere perso tutto, Dio ci fa ripartire per mostrarci che Egli è perfettamente in grado di prendersi cura di noi, e di cambiare il corso della nostra vita, facendocene gustare tutta la pienezza. Quando la nostra disubbidienza, che è la causa prima della nostra amarezza, ci ha fatto perdere ogni speranza e siamo senza forza, senza risorse, allora Dio può intervenire, secondo le ricchezze della Sua grazia, e operare in un modo che va ben oltre le nostre aspettative.

Il racconto inizia con una famiglia che rischiava di essere estinta e di non avere discendenza e termina con una progenie che è nella discendenza regale, o meglio “LA DISCENDENZA REGALE”.

Inizia con la morte, passa per l’amarezza e si conclude con la vita e la gioia.

Naomi, a giusta ragione, può essere chiamata nuovamente Naomi.